LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – V

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 1a parte

Luca 1:1

Anteprima
Molti accusano la Bibbia di essere un libro pieno di miti e leggende. Su quali basi viene formulata tale insinuazione? La più gettonata è la cosiddetta ‘critica letteraria’ (o ‘metodo storico-critico’) supportata perfino da studiosi che si dichiarano ‘cristiani’, non a caso viene insegnata in molti seminari teologici. Cos’è la ‘critica letteraria’? Con tale espressione generalmente ci si riferisce a uno studio della Bibbia basato su dettagli relativi all’autore, alla fonte del materiale e all’epoca in cui fu scritto ciascun libro. Come risultato i fautori di tale metodologia considerano la Bibbia poco più che il racconto dell’esperienza religiosa popolo ebraico mettendone in discussione l’ispirazione divina e il suo valore ai fini della salvezza.
Tale metodica fu sviluppata verso la fine del XIX secolo, in concomitanza con un’altra teoria, quella dell’evoluzione della specie, entrambe miranti a sminuire l’autorità della Bibbia non solo per quanto riguarda la sua veridicità storica ma soprattutto per inficiarne il suo valore morale e il suo messaggio di speranza. Paladini delle due teorie furono Charles Darwin, le cui ipotesi non hanno ancora trovato conferme scientifiche, e Julius Wellhausen di cui non è stata ancora rinvenuta nemmeno una delle presunte fonti documentali a supporto della sua tesi.
Al contrario, prendendo come esempio proprio quella parte della Bibbia più contestata dai seguaci di dette teorie, il Pentateuco (come vengono definiti i primi cinque libri della Bibbia), che contiene la storia delle origini dell’umanità e del popolo ebraico, si può rilevare non solo quanto la Bibbia possa essere in armonia con ciò che è scritto sui libri di testo scientifici (cosa che vedremo in seguito con un apposito post) ma quanto la storia in essa narrata corrisponde alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche del tempo e dei luoghi a cui si riferisce producendo un complesso di prove che dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la sua veridicità anche laddove, per motivi non certo dipendenti da una sua intrinseca carenza ma dovuti all’operato umano, non siano state trovate testimonianza dirette a suo supporto. Ad esempio il racconto di Mosè e della liberazione dalla schiavitù egiziana del popolo di Israele, anche se non sono state trovate testimonianza dirette, certamente dovute alla pratica dei governanti egiziani di non lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio e di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, sotto qualsiasi aspetto la si analizza corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile, e questa è proprio la conclusione a cui pervenne uno studioso al termine delle sue ricerche, il quale affermò: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango” (Jonathan Kirsch, Moses – A Life, Random House Publishing Group – 2009).
Esaminiamone alcuni aspetti …

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In un articolo pubblicato sulla pagina “Cultura e Scienza” del quotidiano La Repubblica del 22 novembre 1997 si leggeva:
“Molti studiosi ritengono che la Bibbia, pur basandosi in parte su fatti realmente accaduti, ne distorca lo svolgimento, aggiungendo personaggi e situazioni di fantasia. Quasi tutti concordano sulla veridicità del racconto biblico della storia del popolo di Israele a partire dall’epoca di Davide in poi, dato che esistono altre fonti a corroborare gli eventi. Ma tutto il periodo precedente è oggetto di acerrime diatribe, che vedono gli esperti schierati su fronti contrapposti e spesso impossibili da conciliare. Tralasciando il problema della Creazione, che vede ancor oggi, specialmente negli Usa, potenti gruppi creazionisti combattere l’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole di ogni ordine e grado, tutta la parte della Bibbia che riguarda i patriarchi, l’Esodo e la conquista della Palestina rimane in un limbo scientifico”.
Uno di tali “studiosi” è stato certamente Julius Wellhausen, un teologo, storico, orientalista, studioso biblico e islamista tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il quale elaborò la teoria dell’ipotesi documentale secondo cui i primi sei libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Giosuè) sarebbero stati scritti nel V secolo a.C., cioè circa mille anni dopo gli avvenimenti narrati, integrando fra loro racconti di epoche precedenti o tradizioni tramandate nel tempo in forma orale e poi messe per iscritto. Egli, quindi, considerò tutta la storia narrata nella prima parte delle Scritture Ebraiche “non storia letterale, ma tradizioni popolari del passato” (Encyclopædia Britannica, 1911, Vol. xi, pp. 580, 581). L’ipotesi di Wellhausen ha fatto scuola tra i critici della Bibbia svolgendo un ruolo molto importante per la nascita della critica storica nell’esegesi biblica. Perché?
Uno dei critici più famosi della tesi di Wellhausen, Gleason Leonard Archer, Jr., biblista e teologo, professore di Antico Testamento e lingue semitiche presso la Trinity Evangelical Divinity School di Deerfield, Illinois, USA, nonché membro del comitato di traduzione della New American Standard Bible e della New International Version – la Bibbia in inglese più diffusa e venduta nel XX secolo – ha così spiegato la ragione del successo di tale tesi: “la scuola di Wellhausen partì dal mero presupposto (la cui fondatezza i suoi seguaci non si sono preoccupati molto di dimostrare) che la religione d’Israele fosse di origine puramente umana come qualunque altra, e che dovesse essere spiegata come un semplice prodotto dell’evoluzione” (A Survey of Old Testament Introduction). In altre parole, Wellhausen e i suoi seguaci partirono dal presupposto che la Bibbia fosse solo la parola dell’uomo, e poi su ciò basarono i loro ragionamenti. Tale procedura era in linea con un’altra teoria che allora stava prendendo piede tra gli studiosi, quella dell’evoluzione umana elaborata da Charles Darwin ed entrambe servivano allo stesso scopo: l’evoluzione eliminava il bisogno di credere in un Creatore mentre la critica letteraria di Wellhausen implicava che non era necessario credere che la Bibbia fosse ispirata da Dio.
Oggi però entrambe le teorie vengono messe in discussione dalla maggioranza dei moderni studiosi per la mancanza di prove autentiche. Esaminerò più avanti la questione dell’evoluzione umana e in tale occasione anche i racconti storici narrati nel libro di Genesi, per ora concentrerò la mia ricerca sulla storia biblica e mi piace partire dalla dichiarazione di uno dei più grandi ed eclettici scienziati di tutti i tempi, Sir Isaac Newton che una volta disse: “Trovo segni più sicuri di autenticità nella Bibbia che in qualsivoglia storia profana” (Richard Watson, Two Apologies, Londra, 1820).
Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè” – 2Cronache 34:14
Parto dall’inizio della narrazione biblica sulla storia di Israele, proprio quella messa in discussione da Wellhausen e compagni. Esdra, studioso, esperto copista ebreo vissuto nel V secolo a.C., cioè in un periodo storicamente documentato secondo lo stesso Wellhausen, in uno dei libri biblici di cui fu autore, narrando i fatti relativi alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme, dopo la deportazione Babilonese, da parte del re Giosia, scrisse: “Or mentre traevano fuori il denaro che era stato portato alla casa di Geova, Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè.Ilchia rispose dunque e disse a Safan il segretario: “Nella casa di Geova ho trovato il medesimo libro della legge”. Allora Ilchia diede il libro a Safan … E Safan il segretario continuò a riferire al re, dicendo: “Ilchia il sacerdote mi ha dato un libro”. E Safan leggeva da esso davanti al re” (2Cronache 34:14-18). In quella circostanza Esdra non fece altro che confermare lo stesso avvenimento narrato da un altro scrittore biblico, Geremia, circa 180 prima (cfr. 2Re 22:8-10). Abbiamo pertanto due testimonianze storiche che il “libro della Legge”, cioè il Pentateuco, o i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) vennero scritti da Mosè. Chi era Mosè e in che periodo visse?
Il racconto biblico narra che Mosè era figlio di genitori ebrei immigrati in Egitto e ridotti in schiavitù dagli egiziani. Quando nacque la sua vita venne messa in pericolo dall’ordine del Faraone egiziano di uccidere i figli maschi degli israeliti appena nascevano (cfr. Esodo 1:15-22). Per evitare che fosse ucciso i genitori di Mosè lo misero in una cesta di papiro e lo affidarono alle acque del fiume Nilo. Qui venne ritrovato dalla figlia del Faraone che lo adottò come suo figlio (cfr. Esodo 2:1-10). Tutti miti? … Un noto commentario biblico osserva che fare il bagno nelle acque del fiume Nilo “era una pratica comune nell’antico Egitto” (Expositor’s Bible Commentary, edito da Sir William Robertson Nicoll); sul perché di tale pratica un altro dizionario afferma: “Il Nilo veniva adorato come emanazione … di Osiride, e alle sue acque era attribuita una particolare capacità di infondere vita e fertilità” (Frederic Charles Cook, Bible Commentary). Inoltre l’archeologa ed egittologa inglese Joyce Tyldesley nel libro Daughters of Isis: Women of Ancient Egypt spiega: “Le donne egizie avevano raggiunto la parità con gli uomini. Godevano degli stessi diritti sul piano civile ed economico, almeno in linea teorica, e … potevano adottare figli”. Tuttavia studiosi come Wellhausen considerano questi avvenimenti frutto dell’immaginazione perché, a loro parere, non esiste alcuna evidenza archeologica sugli anni in cui gli israeliti soggiornarono in Egitto. In un suo libro sull’argomento (Israel in Egypt), però, l’egittologo James Hoffmeier afferma: “I dati archeologici dimostrano chiaramente che l’Egitto era frequentato dalle popolazioni del Levante [i paesi del Mediterraneo orientale], soprattutto in conseguenza di fenomeni climatici che determinavano siccità … Pertanto, per un periodo che va grosso modo dal 1800 al 1540 a.C. l’Egitto fu una meta ambita per le migrazioni delle popolazioni dell’Asia occidentale di lingua semitica”. La cronologia biblica indica l’anno 1593 a.C. come data di nascita di Mosè e l’anno 1513 a.C. quale data della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana. Un altro studioso, Jonathan Kirsch, laureato in storia russa ed ebraica presso la California University – Santa Cruz, USA, nel suo libro Moses – A Life ha scritto: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango”. Se ne deduce che tutto ciò che la Bibbia narra riguardo al salvataggio di  Mosè, alla sua adozione e al suo ruolo nell’adempimento del proposito di Dio corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile.

Il mio libro di racconti biblici

La figlia di Faraone … provò compassione per lui, benché dicesse: “Questo è uno dei piccoli degli ebrei”” – Esodo 2:5,6
Per gli israeliti la nascita di un figlio maschio era motivo di grande allegrezza. Significava che la linea di discendenza si sarebbe perpetuata e che l’eredità terriera sarebbe rimasta in mano alla famiglia. Perciò quando ad Amram e a Iochebed nacque un figlio maschio la loro gioia fu grande. Tuttavia la sopravvivenza del bambino fu minacciata da un ordine emanato dal Faraone egiziano il quale, preoccupato per il rapido incremento demografico della popolazione ebraica in territorio egiziano, comandò che tutti i neonati di sesso maschile venissero messi a morte (cfr. Esodo 1:12,15-22). Pertanto Iochebed, la madre, fece una cesta con fusti di papiro, la cosparse di bitume e pece, quindi vi mise il suo bambino e la poggiò tra le canne sulla riva del fiume Nilo (cfr. Esodo 2:3). Intanto la figlia femmina di Iochebed, Miriam si appostò nei pressi per vedere cosa sarebbe successo. Quando arrivò la figlia del Faraone per bagnarsi nel Nilo, secondo l’usanza degli egiziani i quali credevano che le sue acque avessero il potere di rendere fecondi e persino di allungare la vita, si accorse subito del bambino e capì che era figlio di ebrei. Mossa a compassione prese con se il bambino e lo adottò come suo proprio figlio mettendogli nome Mosè, che significa “salvato dall’acqua” (cfr. Esodo 2:10). A parte la benignità umana, è possibile che la principessa egiziana fosse spinta a quel gesto dalla credenza popolare egiziana secondo cui per entrare in cielo bisognava aver compiuto buone azioni durante la vita. Circa 1660 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo fece riferimento a quell’episodio confermando la storicità del gesto compiuto da Amram e Iochebed di nascondere il loro bimbo e additandolo come un atto di fede (cfr. Ebrei 11:23). Entrambi quei genitori erano timorati di Geova Dio e dimostrarono fiducia nel suo potere salvifico, per questo vennero benedetti.
Io sono Geova tuo Dio fin dal paese d’Egitto” – Osea 13:4
Chi si chiede come mai non esistono testimonianze dirette sulla vita di Mosè in Egitto, della schiavitù degli israeliti e della loro liberazione, non dovrebbe dimenticare che in quel paese, come in molti paesi del Medio Oriente, la documentazione storica era inseparabilmente legata al sacerdozio, sotto la cui tutela erano istruiti gli scribi. Difficilmente, quindi, poteva essere riportato il completo fallimento degli dèi d’Egitto, che non erano riusciti a impedire la sciagura che per volere del Dio di Israele si era abbattuta sull’Egitto e sulla sua popolazione. Quegli avvenimenti sono stati deliberatamente omessi dai documenti egiziani. Tuttavia il soggiorno di Israele in Egitto rimase impresso in modo indelebile nella memoria della nazione, e la sua liberazione miracolosa da quel paese era ricordata di continuo come una prova evidente della divinità di Geova, il Dio di Israele (cfr. Esodo 19:4; Levitico 22:32,33; Deuteronomio 4:32-36; 2Re 17:36; Ebrei 11:23-29). Ciò che accadde agli israeliti in Egitto venne scritto nella Legge mosaica (cfr. Esodo 20:2,3; Deuteronomio 5:12-15); era la ragione per cui nei secoli successivi celebravano la Pasqua (cfr. Esodo 12:1-27; Deuteronomio 16:1-3), e servì loro di norma nei rapporti coi residenti forestieri (cfr. Esodo 22:21; Levitico 19:33, 34) e coi poveri che si erano venduti schiavi (cfr. Levitico 25:39-43,55; Deuteronomio 15:12-15); fornì il motivo legale per la scelta e la santificazione della tribù di Levi per il servizio sacerdotale nel santuario (cfr. Numeri 3:11-13). Inoltre i regni di Canaan e i popoli dei paesi vicini provavano un timore reverenziale a motivo delle notizie circa la potenza manifestata dal loro Dio contro l’Egitto, che aveva spianato a Israele la via della conquista del paese (cfr. Esodo 18:1,10,11; Deuteronomio 7:17-20; Giosuè 2:10,11; 9:9), e che fu ricordata per secoli (1Samuele 4:7,8). In tutto il corso della sua storia, la nazione d’Israele inneggiò a questi avvenimenti nei suoi cantici (cfr. Salmi 78:43-51; 105 e 106; 136:10-15). Come avrebbero potuto farlo se si fosse trattato solo di miti e leggende?
Infine, alcuni hanno espresso il proprio scetticismo sui 40 anni di permanenza del popolo di Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. L’idea che circa tre milioni di Israeliti, tanti erano secondo le cronache bibliche, siano vissuti per tutto quel periodo nel deserto sembra loro impossibile: dove trovarono l’acqua e il cibo necessario? (cfr. Esodo 12:37,38; Deuteronomio 29:2-6) C’è però da tener presente che prima di assumere il suo incarico di condottiero del popolo ebraico Mosè era vissuto per 40 anni nello stesso deserto al servizio, come pastore, del suocero, Ietro (cfr. Esodo 3:1; Atti 7:29,30). Pertanto conosceva bene le condizioni di vita nella zona e i luoghi in cui trovare acqua e viveri. Sebbene oggi non sia possibile tracciare con assoluta precisione l’itinerario dell’Esodo, dato che non si può stabilire con certezza l’ubicazione delle varie località menzionate nel racconto biblico, alcune di esse sono state generalmente identificate. Ad esempio Mara, uno dei primi luoghi in cui gli israeliti si accamparono nella penisola del Sinai, viene identificata con ʽEin Hawwara, 80 chilometri a SSE dell’odierna Suez (cfr. Esodo 15:23; Numeri 33:8). In quel luogo gli Israeliti trovarono l’acqua ma aveva un gusto sgradevole, per questo lo chiamarono Mara. Pur essendo stati solo da poco liberati dalla minaccia egiziana al Mar Rosso, quando si resero conto che l’acqua di quel luogo era imbevibile, mormorarono rivelando mancanza di fede. Allora, per ordine di Geova, Mosè gettò un albero nell’acqua ed essa diventò dolce. La Bibbia non specifica di che albero si trattasse e perciò non è possibile identificarlo ma Geova può aver indicato a Mosè un particolare tipo di albero che aveva la proprietà naturale di rendere l’acqua potabile, è infatti risaputo che la corteccia di alcuni alberi possiede questa caratteristica. Elim, la seconda località in cui si accamparono, viene tradizionalmente identificata con il Wadi Gharandel, circa 88 chilometri a SSE di Suez (cfr. Esodo 15:27; Numeri 33:9,10). Tale località è nota come luogo di rifornimento d’acqua, ricco di vegetazione e di palme, esattamente come la biblica Elim che aveva “dodici sorgenti d’acqua e settanta palme”.

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Luogo dove gli israeliti attraversarono il Mar Rosso

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Gli egiziani che vedete oggi non li vedrete più, no, mai più” – Esodo 14:13
Sul percorso effettuato dagli israeliti appena liberati dalla schiavitù egiziana gli studiosi hanno elaborato diverse ipotesi. La più gettonata è che, lasciata la città di Rameses da dove partirono, si diressero verso la regione del delta del Nilo e di lì passarono nella penisola del Sinai attraversando la zona acquitrinosa dei Laghi Amari, a Nord dell’attuale Suez. Tali ipotesi però non è supportata dalla dettagliata narrazione biblica. A quel tempo la capitale dell’Egitto era Menfi. Pertanto il punto di partenza della marcia dell’Esodo doveva essere abbastanza vicino a Menfi perché la notte di Pasqua Mosè potesse essere convocato dal faraone dopo mezzanotte e raggiungere poi Rameses in tempo per iniziare la marcia verso Succot prima che terminasse il 14° giorno di nisan (cfr. Esodo 12:29-31, 37). Sempre la narrazione biblica afferma poi che gli israeliti “partivano da Succot e si accampavano a Etham al margine del deserto” (Esodo 13:20). Lì Dio ordino a Mosè di ‘tornare indietro e accamparsi davanti a Piairot … presso il mare’. Piairot era una località situata nella stretta pianura che costeggia l’estremità sudorientale della catena montuosa del Gebel ʽAtaqah, circa 20 km a SO di Suez. Lo scopo di tale manovra era quello di far credere al Farone, che ci aveva ripensato sulla loro liberazione, che gli israeliti stessero “errando in confusione” (cfr. Esodo 14:1-3). Incoraggiato da questo pensiero il Faraone si lanciò all’inseguimento con 600 carri da guerra scelti, con tutti gli altri carri da guerra d’Egitto con il loro equipaggio di guerrieri, con la cavalleria e tutte le sue forze militari e raggiunse Israele a Piairot. Da un punto di vista strategico la posizione degli israeliti era pessima poiché erano stretti fra il mare e i monti, con gli egiziani che precludevano la ritirata. Ma Dio intervenne di nuovo comandando a Mosè di alzare la sua verga e le acque del mare si aprirono, lasciando il letto asciutto perché Israele potesse passare (cfr. Esodo 14:10-21). C’è da notare che in quel punto il fondo marino degrada dolcemente da entrambe le parti a motivo di banchi di sabbia che si estendono per oltre 3 km. La profondità massima verso il centro del percorso è di circa 15 m. La distanza da una riva all’altra è di 10 km circa. Per consentire la traversata degli israeliti, una popolazione di circa tre milioni di persone, in una sola notte il mare dovette aprirsi su un fronte piuttosto ampio, almeno da 1,5 a 3 km o più. Questo è confermato dal fatto che quando gli egiziani si lanciarono all’inseguimento con le loro ingenti forze si riversarono compatti nel letto asciutto del mare. Ancora una volta Geova intervenne togliendo le ruote dai loro carri e gettando gli egiziani in confusione. Quando, sul far del mattino tutti gli israeliti giunsero sani e salvi sulla riva orientale del Mar Rosso Mosè ricevette il comando di stendere la mano affinché le acque si richiudessero sugli egiziani. Mentre le pareti d’acqua si richiudevano, gli egiziani cercarono di fuggire verso la riva occidentale, ma le acque continuarono a convergere su di loro finché tutti i carri da guerra e la cavalleria dell’esercito del faraone furono completamente sommersi: non scampò nessuno. È ovvio che una travolgente inondazione del genere sarebbe stata impossibile in una palude. Inoltre in un acquitrino poco profondo i cadaveri non sarebbero stati trascinati dalle onde sulla spiaggia, come in effetti avvenne, tanto che “Israele vide gli egiziani morti sulla spiaggia del mare” (cfr. Esodo 14:22-31). Ancora una volta l’ispirato racconto biblico risulta più logico e accurato, sia nella storia che nella geografia, delle elucubrazioni di tanti studiosi.
Geova vi darà la sera carne da mangiare e la mattina pane a sazietà” – Esodo 16:8
In Esodo 16:11-18 si legge: “E Geova parlò ancora a Mosè, dicendo:Ho udito i mormorii dei figli dIsraele. Parla loro, dicendo: Fra le due sere mangerete carne e la mattina vi sazierete di pane; e certamente conoscerete che io sono Geova vostro Dio’”.Pertanto avvenne che la sera le quaglie salivano e coprivano il campo, e la mattina si era formato intorno al campo uno strato di rugiada.A suo tempo lo strato di rugiada evaporò, ed ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine a fiocchi, fine come la brina sulla terra.Quando i figli dIsraele la videro, si dicevano lun laltro: Che cos’è? Poiché non sapevano che cosera. Perciò Mosè disse loro: “È il pane che Geova vi ha dato come cibo.Questa è la parola che Geova ha comandato: Raccoglietene, ciascuno in proporzione a quanto mangia. Ne dovete prendere un omer per ciascun individuo secondo il numero di anime che ciascuno di voi ha nella sua tenda’”.E i figli d’Israele facevano così; e ne raccoglievano, alcuni radunandone molto e alcuni radunandone poco.Quando lo misuravano con lomer, chi ne aveva radunato molto non ne aveva davanzo e chi ne aveva radunato poco non ne mancava. Lo raccolsero ciascuno in proporzione a quanto mangiava”.
Quando gli israeliti la videro per la prima volta chiesero: “Che cos’è?” o letteralmente “Man hu?”, da cui l’origine del suo nome, “Manna”. Per 40 anni rappresentò il principale alimento della popolazione. Bianca “come il seme di coriandolo”, e dal “sapore come quello di sottili focacce al miele” (v. 31), si depositava a terra durante la notte e al mattino, quando il sole diventava caldo, si scioglieva. Ogni capofamiglia ne raccoglieva la quantità approssimativa necessaria alla famiglia e poi la misurava. Sia che se ne raccogliesse poca o molta, secondo la grandezza della famiglia, la quantità raccolta risultava essere sempre un omer (2,2 l) per persona. Non era un prodotto stagionale, dato che veniva raccolta tutti i giorni dell’anno escluso i sabati, e mentre tutti gli altri giorni, se veniva conservata fino all’indomani, faceva i vermi e cominciava a puzzare, l’omer di manna in più raccolto nel sesto giorno, da mangiare il sabato, non andava a male (cfr. Esodo cap. 16). Nessuna sostanza naturale oggi conosciuta corrisponde in ogni particolare alla descrizione biblica della manna e perciò non è possibile identificarla con un prodotto conosciuto. Fu un alimento provveduto in modo miracoloso dal loro Dio, Geova. Affinché le future generazioni potessero vedere la manna e ne conservassero la testimonianza, Aaronne, il fratello di Mosè, ricevette il comando di raccogliere in una giara un omer di manna. La giara fu quindi riposta nell’arca del patto e vi fu conservata per i secoli successivi, fino al tempo del re Davide. Durante il suo regno, infatti, Asaf, capo dei cantori e suonatore di clavicembali, che ebbe l’incarico di accompagnare con cantici il trasferimento dell’arca dalla città levitica di Ga-Rimmon, nel territorio della tribù di Dan, a Gerusalemme, definì la manna “il grano del cielo” (Salmo 78:24)
Che dire delle quaglie? Sono uccelli migratori che nidificano in molte zone dell’Asia occidentale e dell’Europa, e svernano nell’Africa settentrionale e in Arabia. Nel corso della migrazione grandi stormi attraversano le coste orientali del Mar Mediterraneo e sorvolano la penisola del Sinai. Secondo un dizionario biblico, “la quaglia, pur essendo un’ottima volatrice sui percorsi brevi, si affida al vento per coprire le grandi distanze: i cambiamenti nella direzione del vento la spingono a terra”, dove rimane stordita (Paul J. Achtemeier & Society of Biblical Literature, Il Dizionario della Bibbia, ed. italiana a cura di P. Capelli, Zanichelli, Bologna). Questo è quello che succede a interi stormi che, prima di riprendere il volo, devono riposare uno o due giorni, durante i quali diventano facile preda. Tutt’oggi dall’Egitto vengono esportate in Europa milioni di quaglie ogni anno per usi alimentari. Entrambe le volte in cui gli israeliti si nutrirono di quaglie era primavera. Anche se in quel periodo dell’anno le quaglie sorvolavano regolarmente la zona del Sinai, fu Geova Dio a far ‘levare un vento’ che le spinse nel campo israelita (cfr. Numeri 11:31).
un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede” – Luca 1:1
Questi pochi esempi testimoniano che gli avvenimenti narrati da Mosè circa 3.500 anni fa, anche se per alcuni versi non hanno una testimonianza diretta a causa della ritrosia dei governanti di quel tempo a lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio o dell’abitudine degli stessi di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, e in considerazione anche del fatto che la documentazione degli stessi eventi veniva comunque fatta su supporti papiracei, un materiale che aveva il grosso svantaggio di non essere molto resistente e perciò soggetto al deterioramento nel corso del tempo, ebbene, dette narrazioni corrispondono alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche di quel tempo e di quei luoghi. Detta evidenza cumulativa costituisce una tale mole di prove quale di rado si può addurre rispetto a qualsiasi avvenimento del lontano passato e dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la veridicità dell’antica storia biblica. Sotto nessun aspetto questa storia ha carattere mitico. È un’unica storia, narrata senza varianti, mentre i miti sono fluttuanti e multiformi; essa è indissolubilmente legata alla storia civile dell’epoca, che rappresenta costantemente con straordinaria accuratezza, mentre i miti distorcono o soppiantano la storia civile; è piena di particolari comuni, che i miti studiatamente evitano. Come si espresse uno degli ispirati autori biblici del I secolo, tutti gli scrittori dall’inizio alla fine “si sono accinti a compilare un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede,come ce li hanno tramandati coloro che dal principio furono testimoni oculari e divennero servitori del messaggio” affinché chiunque li leggesse potesse conoscere “appieno la certezza delle cose” (Luca 1:1,2,4).
Ma c’è ancora di più! … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – IV

“DEGLI UOMINI PARLARONO DA PARTE DI DIO”

2Pietro 1:21

Anteprima
La Bibbia fu scritta da una quarantina di uomini in un periodo di quasi sedici secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane, non erano diversi dalle altre persone. In una circostanza uno di essi, l’apostolo cristiani Paolo, ad alcuni che avevano scambiato lui e il suo compagno missionario Barnaba per degli dèi disse: “Anche noi siamo uomini e abbiamo le stesse infermità che avete voi” (Atti 14:15). Da un punto di vista umano molti scrittori biblici non furono uomini di eccezionale cultura e capacità. Fra loro vi furono uomini molto comuni, uomini dediti a occupazioni umili, come quella di pastore o di pescatore. Questo è fondamentalmente il motivo per cui molti cosiddetti ‘cristiani’ credono che la Bibbia è semplicemente un libro che parla di Dio ma scritto da uomini devoti e che, pertanto, non ha origine da Dio. Per essi l’espressione “Parola di Dio” usata in riferimento alla Bibbia ha quindi pochissimo significato.
Contrariamente a tale tendenza, nessuno degli scrittori biblici si è mai attribuito il merito di ciò che ha scritto ma tutti hanno ripetutamente dichiarato di aver scritto sotto la guida dello spirito santo o forza attiva di Dio. Il loro pensiero fu riassunto dall’apostolo cristiano Pietro che scrisse: “la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”. (2Pietro 1:21; cfr. anche 2Timoteo 3:16). Se analizziamo le storie individuali di quegli uomini ne ricaviamo buone ragioni per avere fiducia nei loro scritti. Perché? I loro racconti sono una onesta e accurata descrizione delle vicende narrate, riportate con rassicurante imparzialità e sincerità. Essi non hanno cercato di dissimulare i fatti, di far apparire le persone più giuste di quello che realmente furono. In maniera molto franca e aperta ne hanno raccontato le debolezze e mancanze, e non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi nel riferire episodi sgradevoli della loro vita.
Ogni storia si caratterizza per la sua peculiarità, dandoci un quadro generale dello scrittore, tuttavia una cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte! Nel post che segue vengono trattate, come semplici esempi e in maniera sintetica, le caratteristiche di alcuni di essi a conferma di quanto sopra esposto.

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Karl Barth, pastore riformato svizzero considerato uno dei più grandi teologi protestanti, nella sua opera Kirchliche Dogmatik (Chiesa Dogmatica) ha scritto: “I profeti e gli apostoli in quanto tali potevano commettere errori nel parlare e nello scrivere”. Con questa affermazione intese esprimere un pensiero molto comune tra tanti cosiddetti ‘cristiani’, cioè che la Bibbia è semplice opera di uomini e pertanto rispecchia l’imperfetto pensiero umano. In maniera simile James Barr, ministro della Chiesa di Scozia e Professore di Interpretazione della Sacra Scrittura presso l’Università di Oxford, nel libro The Bible in the Modern World (La Bibbia nel Mondo Moderno) ha scritto: “Il mio giudizio sulla formazione della tradizione biblica è che si tratta di un’opera umana. È l’esposizione fatta dall’uomo delle sue credenze”. Perciò, pur riconoscendo che gli scrittori della Bibbia erano uomini di grande spessore spirituale, molti li considerano soltanto comuni mortali che cercavano di spiegare profonde verità spirituali ma senza avere le cognizioni e la cultura che abbiamo attualmente. Di conseguenza tutta la Bibbia viene considerata antiquata e di scarsa utilità per i nostri giorni
Tale asserzione, però, contrasta con quella di molti scrittori biblici i quali hanno ripetute volte affermato che la Bibbia è “parola di Dio”. Questo è del tutto sorprendente poiché normalmente gli scrittori ci tengono a far sapere di essere stati loro a scrivere una particolare opera. Ma questo non è il caso di quelli che scrissero la Bibbia. Per esempio, nel Salmo 119, scritto dal re Davide e composto da 176 versetti, per ben 176 volte vien ribadito questo concetto con espressioni tipo “la legge di Geova”, “i suoi rammemoratori” o, sempre riferito a Dio, “i tuoi ordini”, “i tuoi regolamenti”, “i tuoi comandamenti”, “la tua parola”, “le tue decisioni giudiziarie” e altre simili. I profeti che misero per iscritto le Scritture Ebraiche proclamarono più di 300 volte: “Geova ha detto questo” (cfr. Amos 1:3; Michea 2:3; Naum 1:12), oppure iniziarono i loro scritti dicendo: “La parola di Geova che fu rivolta a …” (cfr.  Osea 1:1; Giona 1:1). L’apostolo Pietro, scrittore cristiano, riassunse i pensieri di tutti scrivendo: “Degli uomini parlarono da parte di Dio” (2Pietro 1:21). Un altro apostolo e scrittore cristiano, Paolo, aggiunse che “la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
Chi erano gli “uomini” che scrissero la Bibbia, e perché possiamo fidarci di loro?
Come già considerato nei precedenti post, a scrivere i 66 libri canonici che compongono la biblioteca divina furono in tutto 40 uomini vissuti tra il XV secolo a.C. e il I secolo d.C. Questi rientravano in varie categorie sociali e culturali. C’erano Re, come Davide, Salomone ed Ezechia (cfr. Proverbi 1:1; Ecclesiaste 1:1; Isaia 38:9); dei Funzionari di stato, come Daniele e Neemia (cfr. Daniele 2:49; 6:1-3; Neemia 1:11; 2:1,2); anche Comandanti militari, come Giosuè che ricoprì tale incarico quando gli israeliti si insediarono nella Terra Promessa e combatterono contro molti popoli nemici, o anche lo stesso Davide che guidò l’esercito Israelita nella guerra contro i filistei prima di divenire re (cfr. Giosuè 1:1,2; 11:5,6; 1Samuele 19:8; 23:1-5); alcuni Sacerdoti, come Geremia, Ezechiele ed Esdra (cfr. Geremia 1:1; Ezechiele 1:1-3; Esdra 7:10,11); un Medico, l’evangelista Luca (cfr. Colossesi 4:14); un Esattore di tasse, come l’evangelista Matteo (cfr. Marco 2:14); dei Pastori di greggi, come lo era stato Davide da giovane, e Amos (cfr. 1Samuele 16:11-13; 17:15,28,34; Amos 1:1); alcuni Pescatori, come gli apostoli Giovanni e Pietro (cfr. Matteo 4:18-22).
Che tipo di persone erano tutti questi? Esaminiamone alcuni esempi.
devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi” – Esodo 18:16
Prendiamo il primo scrittore, Mosè (1593-1473 a.C.). I produttori cinematografici, come quelli del film più famoso sulla sua vita, I Dieci Comandamenti, per far presa sul pubblico ne hanno sottolineato l’eroismo e il coraggio. Tuttavia la Bibbia lo descrive come  “il più mansueto di tutti gli uomini che erano sulla superficie del suolo” (Numeri 12:3). Perché? Egli fu disposto a riconoscere le sue debolezze e i suoi errori. Mise per iscritto la sua negligenza nel non far circoncidere suo figlio (cfr. Esodo 4:24-26). Narrò con schiettezza come in un’occasione non diede gloria a Dio, e la severità con cui Dio lo punì. (cfr. Numeri 20:2-12; Deuteronomio 1:37). Fu disposto ad accettare consigli, specie quando potevano essere utili per la nazione. Infatti, quando il suocero, Ietro, peraltro un non israelita, gli suggerì di delegare la sua autorità ad altri per alleggerire il suo proprio carico egli accettò il consiglio e nella circostanza disse anche: “devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi”. Così dimostrò di riconoscere che, sia lui che le persone che delegava, avevano il dovere di giudicare non secondo le proprie idee, ma secondo le decisioni di Geova e, soprattutto, che avevano la responsabilità di aiutare il popolo a conoscere e a rispettare le leggi di Dio (cfr. Esodo 18:5-7,13-27). Pur investito di molta autorità Mosè esercitò il potere sul popolo sempre con integrità morale, coraggio, compassione, sincero amore per la giustizia. Rifiutò di tollerare la malvagità e non scese mai a compromessi per quanto riguarda l’applicazione delle istruzioni che riceveva da Dio ma fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Le sue qualità morali traspaiono dai suoi scritti, come nel Salmo 97:10 in cui affermò: “O voi che amate Geova, odiate ciò che è male”.

Mosè

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 fece proprio come Geova gli aveva comandato” – Numeri 17:11
Cresciuto alla corte egiziana come figlio della figlia del potente Faraone, rinunciò alle ricchezze, al potere e ai privilegi che come membro della casa reale poteva ottenere, “scegliendo di essere maltrattato col popolo di Dio piuttosto che avere il temporaneo godimento del peccato,perché stimò il biasimo del Cristo come ricchezza maggiore dei tesori dEgitto” (Ebrei 11:25,26). Mosè fu scelto da Geova per condurre Israele fuori dall’Egitto. Sapeva che assolvere a questo incarico sarebbe stato difficile. Confidò pienamente in Dio sicuro che l’avrebbe aiutato. Mosè era molto colto, e la sua educazione quale componente della famiglia del faraone gli aveva senza dubbio conferito dignità, fiducia ed equilibrio e aveva accentuato le sue doti di organizzatore e comandante (cfr. Atti 7:22). Ma questo non bastava per essere preposto al popolo di Dio. Doveva essere addestrato e preparato a sopportare lo scoraggiamento, le delusioni e le difficoltà che avrebbe incontrato, e a risolvere con amorevole benignità, calma e vigore i numerosi problemi che una grande nazione avrebbe presentato. Nei 40 anni trascorsi in Madian dopo la sua fuga dall’Egitto Dio lo addestrò per mezzo dell’umile lavoro di pastore e, come Cristo, di cui fu una figura profetica, anche egli “imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Ebrei 5:8). Tale addestramento gli fu utile in seguito poiché fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Sotto la guida divina ci ha lasciato una notevolissima quantità di scritti. Si tratta di composizioni poetiche (cfr. il libro di Giobbe e il Salmo 90), narrazioni storiche (cfr. i libri di Genesi, Esodo e Numeri), importanti genealogie (cfr. Genesi, capitoli 5,11, 19,22,25) e un cospicuo corpus giuridico detto Legge mosaica (cfr. Esodo, capitoli 20-40; i libri di Levitico, Numeri e Deuteronomio). Questa Legge ispirata da Dio conteneva idee, leggi e princìpi di governo che erano di secoli in anticipo sui tempi. Solo per fare un esempio, stabiliva il principio della separazione tra Chiesa e Stato poiché al re non era permesso fungere anche da sacerdote; questa norma proteggeva la popolazione dall’intolleranza, dall’oppressione religiosa e dall’abuso di potere, una necessità che si avverte sempre più spesso anche nei nostri giorni (cfr. 2 Cronache 26:16-18).
io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me” – Salmo 51:4
Davide (1107-1037 a.C.). Questo pastore, musicista, poeta, soldato, statista, profeta e re è una figura di primissimo piano nelle Scritture Ebraiche. Focoso combattente sul campo di battaglia, perseverò nelle avversità, fu un valoroso condottiero il cui coraggio e la cui forza non vennero mai meno, eppure fu abbastanza umile da riconoscere i propri errori e pentirsi di gravi peccati. Era anche un uomo capace di provare tenera compassione e misericordia, amante della verità e della giustizia, e, soprattutto, aveva assoluta fiducia in Geova suo Dio. Di lui Geova stesso disse: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore, che farà tutte le cose che desidero” (cfr. Atti 13:22). Negli anni che trascorse facendo il pastore manifestò preziose qualità come la perseveranza, il coraggio e la prontezza nel cercare e salvare le pecore che si allontanavano dal gregge, senza esitare a uccidere un orso o un leone quando fu necessario proteggerle (cfr. 1Samuele 17:34-36). Questa esperienza lo preparò per il ruolo più grande quale pastore del popolo di Dio, il quale, come è scritto: “scelse dunque Davide suo servitore e lo prese dai recinti del gregge. Dal seguire le femmine che allattavano lo condusse per esser pastore su Giacobbe suo popolo e su Israele sua eredità” (Salmo78:70,71). Nell’episodio che lo vide combattere contro il gigante Golia mostrò tutta la sua lealtà alla sovranità di Dio dicendo al nemico: “Vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). La stessa lealtà e sottomissione la mostrò quando, braccato dal re Saul che, accecato dalla gelosia, cercava di sopprimerlo, ebbe l’occasione di ucciderlo ma gli risparmiò la vita dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova, stendendo la mano contro di lui, poiché è l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Davide aveva anche a cuore l’adorazione di Geova perciò pensò di pensò di costruire un grandioso tempio a Gerusalemme dedicato a questo scopo. Ma non gli fu permesso di costruirlo, perché Dio gli disse: “Hai sparso sangue in gran quantità, e hai fatto grandi guerre. Non edificherai una casa al mio nome, poiché hai sparso una gran quantità di sangue sulla terra dinanzi a me” (1Cronache 22:8; 28:3). Sarebbe stato suo figlio Salomone a costruire il tempio. Davide umilmente e lealmente accettò la decisione di Dio e fece tutti i preparativi affinché il figlio potesse portare a termine il progetto contribuendo dal suo patrimonio personale oro e argento per un valore di circa 800 milioni di euro. Nonostante le sue buone qualità, a motivo dell’imperfezione che tutti gli uomini ereditano alla nascita dai nostri antenati Adamo ed Eva, Davide commise alcuni errori e dei gravi peccati, come quando si rese responsabile di adulterio e di assassinio nei confronti di Betsabea e del marito Uria. Quando Geova lo smascherò tramite il profeta Natan, Davide non tentò di giustificarsi o minimizzare il suo peccato ma riconobbe le sue responsabilità e la gravità delle sue colpe dicendo: “io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me.Ho peccato contro di te, contro te solo, E ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi” (Salmo 51:3,4). Egli manifestò una giusta condizione di cuore pentendosi e implorando il perdono di Geova il quale, vedendo il suo sincero pentimento, gli mostrò misericordia risparmiandogli la vita. Tuttavia Davide non poté evitare del tutto la punizione poiché per bocca del suo profeta Geova sentenziò: “farò sorgere contro di te la calamità dalla tua propria casa” (2Samuele 12:1-12). Nel prosieguo della sua vita ebbe diversi e anche gravi problemi con i figli, ma la sua integrità non venne mai meno.
Davide

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 A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato” – Salmo 40:8
Il Salmo 51 contiene alcune delle più profonde e toccanti espressioni di fede mai scritte. Esprime un’ampia gamma di sentimenti che spaziano dal dolore al rimorso e al pentimento. Davide lo scrisse dopo che il profeta Natan smascherò il suo peccato con Betsabea. Aprì il suo cuore, esprimendo profondo dolore e implorando il perdono di Dio: “Lavami completamente dal mio errore, e purificami anche dal mio peccato. Poiché io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me”, scrisse. Poi aggiunse: “un cuore rotto e affranto, o Dio, tu non disprezzerai”. Solo un essere umano poteva esprimere con tanta angoscia i suoi sentimenti di colpa e la sua fede nella misericordia divina. Sebbene commettesse alcuni gravi errori, Dio disse di lui: “Ho trovato Davide … uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22). Questo perché per gran parte della sua esistenza Davide diede uno straordinario esempio in quanto al tenere conto della volontà e della santificazione del nome di Dio. Lo fece quando, ancora ragazzo, affrontò il campione dei filistei, Golia, dicendogli: “Tu vieni a me con una spada e con una lancia e con un giavellotto, ma io vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). Lo fece quando, già nominato da Dio quale successore del disubbidiente re Saul e perciò da questi perseguitato, pur avendo la possibilità di eliminarlo, aspettò che fosse Geova stesso a destituirlo dal suo incarico dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Lo fece anche quando tre dei suoi uomini si impegnarono in un’incursione nella città di Betleem, che era occupata dai filistei, e gli portarono l’acqua della cisterna di quella città che Davide aveva desiderato bere. Il racconto dice che “Davide non acconsentì a berla, ma la versò a Geova”. Come mai? Lui stesso spiegò: “È impensabile da parte mia, riguardo al mio Dio, far questo! Dovrei io bere il sangue di questi uomini a rischio delle loro anime? Poiché a rischio delle loro anime l’hanno portata”. (1Cronache 11:15-19). Egli mostrò di comprendere il principio su cui si basava la legge di Dio sul sangue: per lui quell’acqua era preziosa quanto il sangue dei tre uomini, e per questo era impensabile berla concludendo che doveva versarla a terra (cfr. Levitico 17:11; Deuteronomio 12:23,24). Si, Davide studiava la legge di Dio e meditava profondamente su di essa. Confidava nella sapienza dei comandamenti di Geova perciò si sforzava di vivere in completa armonia con la legge di Dio. Infatti cantò: “A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato, e la tua legge è dentro le mie parti interiori” (Salmo 40:8).
non appartiene all’uomo terreno la sua via” – Geremia 10:23
Geremia (VI sec. a.C.). Ricevette l’incarico di profeta da giovane, nel 647 a.C., un tempo in cui in Giuda molti si erano dati ad adorare falsi dei. Geova gli disse: “ti ho dato incarico in questo giorno di essere sulle nazioni e sui regni, per sradicare e per abbattere e per distruggere e per demolire, per edificare e per piantare” (Geremia 1:10). Non era un incarico facile, specialmente per un giovane inesperto, perché la maggior parte della popolazione di Giuda si era votata non solo all’idolatria ma anche alla sistematica violazione della Legge. Rendendosene conto Geremia disse a Dio: “Ohimè, o Sovrano Signore Geova! Ecco, realmente non so parlare, poiché non sono che un ragazzo” (Geremia 1:6). Comunque non si tirò mai indietro, continuò a confidare pienamente nell’aiuto di Dio per svolgere quel difficile incarico. Anche quando venne messo ai ceppi ed esposto al pubblico ludibrio, disse con fiducia: “Geova era con me come un terribile potente. Perciò i medesimi che mi perseguitano inciamperanno e non prevarranno. Certamente proveranno molta vergogna” (Geremia 20:11). Mentre i capi religiosi del suo tempo ostentavano la loro giustizia e davano più importanza al rituale che alla retta condotta e spingevano la nazione verso un falso senso di sicurezza invocando una pace che non sarebbe mai arrivata – esattamente come fanno oggi i capi religiosi del cristianesimo apostata – (cfr. Geremia 8:11), Geremia trasmise lealmente il pungente messaggio di Dio a quel popolo: “Si può forse rubare, assassinare e commettere adulterio e giurare falsamente e fare fumo di sacrificio a Baal e camminare dietro ad altri dèi che voi non avevate conosciuto … e dovete dire: ‘Saremo certo liberati’, malgrado il compiersi di tutte queste cose detestabili?” A quegli apostati che continuavano a considerarsi il ‘popolo eletto’ credendo che Dio avrebbe tollerato qualsiasi condotta egli pose questa significativa domanda: “Questa casa sulla quale è stato invocato il mio nome è divenuta ai vostri occhi una semplice spelonca di ladroni?” (Geremia 7:11). Quasi 700 anni più tardi la situazione non era migliorata; infatti Gesù usò proprio queste parole per condannare gli usurai e i commercianti che allora operavano nel tempio ricostruito (cfr. Marco 11:15-17). E oggi nel cristianesimo apostata la situazione non è certamente migliore! Basiliche e santuari sono diventati luogo di mercimonio religioso con la vendita di oggetti di culto al loro interno (cfr. Atti 19:23-27). Il coraggio e la perseveranza di Geremia furono pari all’amore che egli aveva per il suo popolo. Egli pianse per la calamità che si sarebbe abbattuta su Gerusalemme e supplicò governanti e popolo di ubbidire alla voce di Geova per continuare a vivere. Lui stesso, poi, non si considerò giusto ma si inserì nel novero di coloro che riconoscevano la malvagità della nazione (cfr. Geremia 14:20,21). Infine Geremia indicò chiaramente che per poter camminare saggiamente sulla nostra bella terra l’uomo ha bisogno di valori superiori alle filosofie umane, perciò scrisse: “So bene, o Geova, che non appartiene all’uomo terreno la sua via” (Geremia 10:23).
Geremia

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il mio cuore è tumultuoso dentro di me. Non posso tacere” – Geremia 4:19
la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”, scrisse l’apostolo Pietro (2Pietro 1:21). Geremia, incaricato da Geova di profetizzare la caduta dell’apostata Gerusalemme, era sicuro che quello che profetizzava si sarebbe adempiuto. Era un uomo di fede, che aveva studiato le Scritture e sapeva che la storia attestava la capacità di Geova di predire avvenimenti impossibili dal punto di vista umano, come ad esempio la liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto (cfr. Genesi 15:13,16). Conosceva anche le parole pronunciate da Giosuè agli Israeliti entrati nella terra promessa: “Sapete bene con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che nemmeno una parola di tutte le buone parole che Geova vostro Dio vi ha proferito è venuta meno. Vi si sono avverate tutte. Nessuna parola d’esse è venuta meno” (Giosuè 23:14). Lui stesso fu testimone dell’adempimento di molte profezie. Ad esempio predisse il destino di quattro re di Giuda:  Ioacaz, che sarebbe stato esiliato e non avrebbe fatto più ritorno in Giuda (cfr. Geremia 22:11,12); Ioiachim, che sarebbe stato sepolto “con la sepoltura di un asino” (cfr. Geremia 22:18,19; 36:30); Ioiachin o Ieconia, che sarebbe stato esiliato a Babilonia, dove sarebbe morto (cfr. Geremia 22:24-27; 24:1); Sedechia, che sarebbe stato consegnato nelle mani dei nemici, i quali non gli avrebbero mostrato compassione (cfr. Geremia 21:1-10). Poi predisse che Babilonia avrebbe esteso la sua influenza sul Regno di Giuda e sulle città e i popoli vicini, rendendoli vassalli (cfr. Geremia 25:15-29). Infine profetizzò in maniera particolareggiata la repentina caduta della stessa Babilonia (cfr. Geremia 50:38; 51:30). Predisse anche che gli ebrei avrebbero servito i babilonesi per 70 anni, poi Dio li avrebbe riportati nel loro paese (cfr. Geremia 25:8-11; 29:10). Tutte quelle profezie si adempirono nei dettagli dichiarati dal profeta. Geremia Aveva valide ragioni per confidare nell’attendibilità delle parole di Geova. Anche noi dovremmo averne, perché alcune delle dichiarazioni di Dio trasmesse per mezzo di Geremia si stanno adempiendo ora, o devono ancora adempiersi. Questo si comprende dal parallelismo di alcuni degli avvenimenti predetti da Geremia con quelli scritti sette secoli dopo dall’apostolo Giovanni. In particolare possiamo riferirci alla fine dell’antica Babilonia, predetta da Geremia con un secolo di anticipo e regolarmente avvenuta nel 539 a.C. e alla parallela profezia dell’apostolo sulla caduta della simbolica “Babilonia la Grande”, cioè dell’impero mondiale della falsa religione, avvenuta nell’anno 1919 d.C. quando alcuni cristiani sinceri iniziarono ad esaminare attentamente le Scritture e a smascherare, con una predicazione mondiale e lo stesso coraggio mostrato dal giovane profeta, tutti i falsi insegnamenti religiosi della tradizione umana, come la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno per i cattivi, la dottrina trinitaria, o l’osservanza di festività di origini pagane, come il Natale, e tanti altri, incluse le ingerenze nella politica e nell’avido sistema commerciale umano! (cfr. Rivelazione o Apocalisse 18:2-19). Proprio come a suo tempo Geremia, anche oggi i veri cristiani dicono “non posso tacere” (Geremia 4:19). Al pari di Geremia si rendono conto di vivere in un tempo di giudizio, perciò proclamano intrepidamente il messaggio di Geova per i nostri giorni.
Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” – Atti 5:29
Pietro (I sec. d.C.). Aveva un temperamento dinamico, non era timido o esitante e questo lo induceva a parlare per primo, a esprimersi quando altri rimanevano in silenzio e a essere impulsivo, a volte anche impetuoso. Per questo motivo fu anche più spesso corretto, ripreso o rimproverato. Non si limitava a parlare ma era anche un uomo d’azione; manifestò spirito d’iniziativa e coraggio, e anche grande attaccamento per il suo Signore. La notte che arrestarono Gesù, mentre i discepoli chiedevano al Maestro se dovevano combattere per evitare il suo arresto, senza aspettare la risposta Pietro agì staccando con la spada l’orecchio a un uomo, e per questo fu ripreso da Gesù (cfr. Matteo 26:31-35; Luca 22:49-51; Giovanni 18:10,11). Ma a volte era anche tormentato dalla paura. Quella stessa sera prima che Gesù fosse arrestato, mentre erano ancora tutti a tavola per celebrare la Pasqua ebraica (di lì in poi sostituita con la commemorazione della morte di Cristo o “cena del Signore” – cfr. Luca 22:19,20) Pietro dapprima mostrò d’esser molto sicuro di sé e di provare un senso di superiorità nei confronti degli altri undici affermando che, se anche tutti gli altri avessero inciampato, lui non l’avrebbe mai fatto, poiché era pronto ad andare in prigione con Gesù o anche a morire con lui. Sappiamo poi come andò a finire: prima che il gallo cantasse, dominato dalla paura lo rinnegò ben tre volte! Quando però Gesù lo guardò, egli uscì dal cortile della casa del sommo sacerdote e “pianse amaramente” (cfr. Luca 22:54-62). Dopo la risurrezione di Gesù, quando questi si manifestò ai suoi discepoli che stavano pescando nel Mar di Galilea (o di Tiberiade), appena essi lo riconobbero sulla spiaggia, ancora lui impulsivamente si tuffò e raggiunse la riva a nuoto, lasciando che gli altri portassero a riva la barca (cfr. Giovanni 21:1-8). Dopo l’ascensione di Gesù al cielo e dopo aver ricevuto forza dallo spirito santo, il giorno di Pentecoste, manifestò un atteggiamento del tutto diverso divenendo una delle “colonne” della chiesa primitiva (cfr. Galati 2:9). Ebbe un ruolo di primo piano nel diffondere il messaggio del regno usando le simboliche “chiavi” che Gesù gli aveva affidato per aprire la via del regno celeste dapprima agli ebrei, subito dopo la Pentecoste (cfr. Atti 2:1-41, 1a chiave), poi ai samaritani (cfr. Atti 8:14-17, 2a chiave), infine ai ‘gentili’ con la conversione del centurione romano Cornelio e della sua famiglia (cfr. Atti 10:1-48, 3a chiave). Quando, a motivo della testimonianza che davano, i governanti giudei fecero arrestare lui e Giovanni intimando loro di smettere di compiere l’opera di predicazione, a nome di tutti con coraggio Pietro dichiarò: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” e fu disposto a sopportare la fustigazione inflittagli dal Sinedrio (Atti 5:29,40,41). Comunque, anche se era molto rispettato e aveva una posizione preminente nella chiesa, Pietro non vantò mai il primato sugli altri cristiani, come falsamente gli viene attribuito dal cristianesimo apostata. Né mai si ritenne ‘infallibile’! In una circostanza, mentre si trovava ad Antiochia, l’apostolo Paolo lo riprese “a faccia a faccia, perché era condannato”, lo rimproverò pubblicamente, “davanti a tutti loro”, cioè ai cristiani di quella città, perché si vergognava di mangiare e anche di stare in compagnia dei cristiani gentili a motivo della presenza di certi cristiani ebrei che erano venuti da Gerusalemme (cfr. Galati 2:11-14). Pietro fu molto amato dai suoi conservi cristiani proprio per la sua “umanità”. Fu la sua natura calorosa e ardente che lo rese loro caro nonostante la sua impulsività e impetuosità. Era pronto a parlare come lo era ad agire. Diceva chiaramente quello che pensava, con una franchezza che tutt’oggi piace a moltissime persone. Spesso parlava a sproposito, è vero, e non sarà stato neanche un uomo molto istruito, ma certamente era un uomo intelligente, un pensatore. Già, perché più volte fece domande interessanti dimostrando di saper usare il cervello; ad esempio, dopo che Gesù ebbe narrato alla folla una parabola, Pietro gli chiese di spiegarla a lui e agli altri discepoli (cfr. Matteo 15:15). In un’altra circostanza, allorché Gesù chiese agli apostoli se anch’essi volevano lasciarlo come avevano fatto altri discepoli, fu proprio Pietro a dire: “Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiam conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6:68,69). Che commoventi parole di gratitudine e lealtà!
Pietro

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 tu, una volta tornato, rafforza i tuoi fratelli” – Luca 22:32
Simeone (ebraico) o Simone (greco) fu uno dei primissimi discepoli di Gesù. Quando suo fratello Andrea gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” non ebbe alcuna esitazione e iniziò a seguirlo. In quell’occasione Gesù lo soprannominò Cefa, equivalente semitico del nome greco Pietro che significa “pietra, pezzo di roccia” (cfr. Giovanni 1:35-42). Pietro manifestò senz’altro qualità simili a quelle della roccia rafforzando i suoi fratelli di fede e promuovendo tra i cristiani qualità come stabilità, risolutezza e affidabilità. Aveva a cuore la loro sorte. Nonostante il suo carattere impulsivo e qualche volta perfino impetuoso, quando si rivolgeva a loro teneramente li chiamava “diletti”, esortandoli calorosamente a non dimenticare ciò che era stato loro insegnato. Quando scrisse la sua prima lettera, intorno al 62/63 d.C., indirizzata ai cristiani del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, in maggioranza ‘gentili’, cioè non di stirpe ebraica, questi stavano affrontando prove infuocate a causa degli oppositori (cfr. 1Pietro 1:1,6,7). Pietro scrisse la sua lettera per incoraggiarli. Il suo intento era di aiutarli a raggiungere “il fine della loro fede, la salvezza delle loro anime” (1Pietro 1:9). In seguito, verso il 64 d.C., scrisse una seconda lettera perché incombeva su di loro una minaccia ancora più grave. Incominciavano a infiltrarsi nella chiesa cristiana i primi elementi corruttori, in adempimento della parabola ‘del grano e delle zizzanie’ pronunciata da Gesù (cfr. Matteo 13:24-30,36-42). Questi individui cercavano di sviare altri con falsi insegnamenti e con una condotta immorale (cfr. 2Pietro 2:1-3). Perciò Pietro si rivolse a quei cristiani dicendo: “desto le vostre chiare facoltà di pensare alla maniera di un rammemoratore, affinché ricordiate le parole dette in precedenza dai santi profeti e il comandamento del Signore e Salvatore per mezzo dei vostri apostoli” (2Pietro 3:1,2). Con queste parole li invitò a combattere l’apostasia religiosa volgendosi alle Scritture, sia quelle ebraiche (“le parole dette … dai santi profeti”), sia quelle cristiane (“il comandamento del Signore … per mezzo dei vostri apostoli”). Un sano modello valido tutt’oggi per poter riconoscere la verità tra le miriadi di dogmi e dottrine dichiarate ‘cristiane’ ma il più delle volte contrastanti l’una con l’altra (vedi ad esempio la venerazione di santi e madonne praticata dai ‘cristiani’ cattolici o ortodossi ma non dai ‘cristiani’ protestanti; o il cosiddetto ‘primato petrino’ proclamato dai ‘cristiani’ cattolici ma non riconosciuto né dai ‘cristiani’ ortodossi né da quelli protestanti: chi ha la verità?) Certamente Pietro aveva ascoltato Gesù pregare il Padre e dire: “la tua Parola è verità” (Giovanni 17:17) e ora lo ricordava ai suoi ‘diletti’ fratelli. Oggi abbiamo un motivo ancora più impellente per rivolgerci alla verità delle Scritture poiché, scrisse l’apostolo: “i cieli e la terra che sono ora son custoditi per il fuoco e sono riservati al giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi” e quel “giorno del giudizio”, secondo le profezie e la cronologia biblica è molto vicino. Perciò la raccomandazione dell’apostolo, che dovremmo far nostra, è: “state in guardia, affinché non siate trascinati … dall’errore di persone che sfidano la legge … ma continuate a crescere nell’immeritata benignità e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (cfr. 2Pietro 3:3-18).
Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno” – Atti 20:33
Paolo (I sec. d.C.). Fu sicuramente il più prolifico degli scrittori biblici, autore di ben 14 libri della biblioteca divina. Biblicamente nasce come persecutore dei discepoli di Gesù, anche se lo fece in buona fede per zelo mal riposto nella tradizione umana, essendo stato educato nel fariseismo. Ma quando venne a conoscenza della verità riguardo a Cristo e al suo ministero non esitò un solo istante a cambiare atteggiamento. Che fulgido esempio per tutti quelli che continuano ad essere attaccati alle tradizioni religiose che non hanno fondamento nella Parola di Dio a scapito della verità! (cfr. Matteo 15:6-9). Al contrario di Pietro, Paolo era una persona molto colta, “educato … ai piedi di Gamaliele”, cioè istruito da uno dei più grandi maestri rabbinici del I secolo. Ma non ne fece mai un vanto o motivo di prestigio personale; non cercò mai di far colpo sui suoi ascoltatori “con stravaganza di parola o di sapienza”, cioè facendo discorsi forbiti, usando parole di difficile comprensione per persone comuni, si adattava alle persone a cui predicava cercando  di non metterle in difficoltà (cfr. 1Corinti 2:1-5; 9:19-23; 2Corinti 6:3). S’impegnò con zelo nel predicare la buona notizia del regno, percorrendo migliaia di chilometri per mare e per terra, fondando molte comunità cristiane in Europa e in Asia Minore. Non si attribuì alcun merito di ciò, ma rese ogni onore a Dio come il vero responsabile di quella crescita (cfr. 1Corinti 3:5-9). Apprezzava molto il proprio ministero e lo riconosceva come un’espressione della misericordia di Dio e del Figlio suo. A un suo fedele compagno missionario scrisse infatti: “Per questo mi fu mostrata misericordia, affinché per mezzo di me … Cristo Gesù dimostrasse tutta la sua longanimità a modello di coloro che riporranno la loro fede in lui per la vita eterna” (1Timoteo 1:16). A motivo della persecuzione dei cristiani di cui era stato responsabile, non si riteneva degno di essere chiamato apostolo e riconosceva di essere tale solo per immeritata benignità di Dio, perciò si diede da fare più degli altri apostoli. Ma pur avendo ricevuto da Cristo autorità nel suo ministero, si rivolgeva agli altri sempre con amore. Era gentile e manifestava loro tenero affetto, esortandoli e consolandoli come un padre. Pur potendo ricevere aiuto materiale dagli altri, preferiva lavorare con le sue mani per non essere finanziariamente di peso a nessuno. Che monito sono le sue parole per gli opulenti e vanagloriosi rappresentanti del clero del cristianesimo apostata: “Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno. Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di quelli che erano con me.In ogni cosa vi ho mostrato che, faticando così, dovete assistere quelli che sono deboli, e dovete tenere presenti le parole del Signore Gesù, che egli stesso disse: C’è più felicità nel dare che nel ricevere’” (Atti 20:33-35). Infine, essendo imperfetto, come tutti, egli provava un continuo conflitto fra la mente e la carne peccaminosa affermando: “Trovo dunque nel mio caso questa legge: che quando desidero fare ciò che è giusto, ciò che è male è presente in me.Realmente mi diletto nella legge di Dio secondo luomo che sono interiormente,ma vedo nelle mie membra unaltra legge che combatte contro la legge della mia mente e mi conduce prigioniero alla legge del peccato che è nelle mie membra” (Romani 7:21-23). Ma non si arrese mai e disse: “Tratto con durezza il mio corpo e lo conduco come uno schiavo affinché, dopo aver predicato agli altri, io stesso non divenga in qualche modo disapprovato” (1Corinti 9:27).
Paolo

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 hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza” – Romani 10:2
Molte persone sono attaccate alle loro tradizioni religiose e non sono disposte a mettersi in discussione per quanto riguarda la verifica della conformità delle stesse alla verità e alla volontà di Dio. Queste persone dovrebbero riflettere seriamente sull’esempio dell’apostolo Paolo. Egli si rese responsabile di una campagna di crudele persecuzione contro i seguaci di Cristo, li arrestava e, quando si trattava di condannarli a morte, votava contro di loro. Durante i processi nelle sinagoghe cercava di costringerli ad abiurare. Estese la persecuzione ad altre città oltre Gerusalemme, e si procurò perfino un’autorizzazione scritta del sommo sacerdote per andare a scovare i discepoli di Cristo fino a Damasco in Siria. Perché lo faceva? Paolo apparteneva alla casta dei farisei fu educato dal dotto fariseo Gamaliele, questo fa pensare che fosse di una famiglia importante. Era anche cittadino romano dalla nascita, avendo forse suo padre ottenuto la cittadinanza per servizi resi allo stato romano. Egli stesso confessò: “circa la maniera di vivere fin dalla giovinezza che ho seguito dal principio fra la mia nazione e a Gerusalemme, tutti i giudeiche mi hanno precedentemente conosciuto dall’inizio sanno, se solo desiderano rendere testimonianza, che secondo la più rigorosa setta della nostra forma di adorazione io son vissuto da fariseo” (Atti 26:5).Questa potente setta imponeva la rigida osservanza della legge e della tradizione. Il cristianesimo era considerato in antitesi con quelle convinzioni, poiché insegnava una nuova via per ottenere la salvezza: tramite Gesù. Gli ebrei del I secolo si aspettavano che il Messia fosse un Re glorioso che li liberasse dal giogo romano. Per la loro mentalità era inconcepibile, inammissibile e ripugnante che un individuo condannato dal Grande Sinedrio con l’accusa di bestemmia e successivamente messo al palo come criminale maledetto potesse essere il Messia! Perciò Paolo si oppose a questo insegnamento con la massima intransigenza e per estirparlo ricorreva anche all’uso spietato della forza. Era certo che Dio voleva così, come egli stesso ammise: “Fino all’eccesso perseguitavo la congregazione di Dio e la devastavo, e … facevo nel giudaismo più progresso di molti della mia stessa età nella mia razza, essendo assai più zelante nelle tradizioni dei miei padri” (Galati 1:13,14). L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco pose fine a tutto questo. Da irriducibile nemico del cristianesimo, Paolo ne divenne all’improvviso un ardente sostenitore, tanto che gli ebrei di Damasco cercarono di mettere a morte lui. In una delle sue lettere confessò: “non son degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la congregazione di Dio. Ma per immeritata benignità di Dio io sono quello che sono. E la sua immeritata benignità verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma l’immeritata benignità di Dio che è in me” (1Corinti 15:9,10). Umilmente riconobbe che ciò che aveva imparato “nelle tradizioni dei suoi padri” non era conforme alla volontà di Dio e fu disposto a cambiare il suo atteggiamento. Dimostrò che essere sinceri e attivi nella propria religione non è una garanzia che si ha l’approvazione di Dio. Paolo era zelante e agiva secondo coscienza, ma non per questo aveva ragione. Il suo zelo infuocato era mal diretto. Per questo motivo in una delle sue lettere ispirate poi scrisse di alcuni: “rendo loro testimonianza che hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza; poiché, siccome non conoscevano la giustizia di Dio ma cercavano di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). In un’altra diede questa vigorosa esortazione: “Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente” (1 Tessalonicesi 5:21). Questo significa prendersi il tempo di acquistare accurata conoscenza della verità contenuta nella Parola di Dio e vivere poi in piena armonia con essa. Quindi, mentre si esamina la Bibbia ci si accorge di dover fare dei cambiamenti, bisogna farli senza indugio se si vuole ottenere il favore di Dio!
Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi” – 1Corinti 1:27
Ho voluto citare a campione questi pochi ma significativi esempi per rappresentare quale sorta di uomini fossero gli scrittori biblici. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane non erano diversi dalle altre persone. Molti di loro non furono uomini di eccezionale cultura e capacità ma persone comuni dedite a varie occupazioni. Si legge in una delle lettere di Paolo: “vedete la vostra chiamata, fratelli, che non furono chiamati molti saggi secondo la carne, non molti potenti, non molti di nobile nascita;ma Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi; e Dio scelse le cose deboli del mondo, per svergognare le forti;e Dio scelse le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, le cose che non sono, per ridurre a nulla le cose che sono,affinché nessuna carne si vanti dinanzi a Dio” (1Corinti 1:26-29). Una sola cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte!
I loro racconti sono degni di fede perché sono una onesta e accurata descrizione dei fatti, riportati con rassicurante imparzialità e sincerità; non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi, nel riferire fatti sgradevoli dandoci una buona ragione per avere fiducia nei loro scritti. Erano persone franche, sincere. Inoltre testimonia a loro favore una notevole coerenza nel seguire il tema centrale della Bibbia: il Regno di Dio. Pur essendo vissuti nell’arco di 1.600 anni, e appartenendo ad ogni ceto sociale e di diversa cultura, e non avendo avuto, ovviamente, tranne per alcuni vissuti nello stesso periodo, alcun rapporto diretto tra loro, ognuno di essi ha partecipato alla costruzione di un unico grande puzzle che ha gradualmente svelato i “sacri segreti” del proposito divino, aggiungendo ognuno, a suo tempo, particolari a mo’ di tasselli, così come lo spirito di Dio lo rivelava loro, per cui si può, sotto questo aspetto, certamente affermare: “nessuna profezia della Scrittura sorge da privata interpretazione … ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo” (1Pietro 1:21). Con l’impiego di scrittori umani Geova Dio ha voluto conferire alla sua Parola enorme calore ed efficacia. Gli scrittori erano uomini con sentimenti simili ai nostri. Essendo imperfetti, affrontarono prove e difficoltà come noi. In alcuni casi scrissero in prima persona, descrivendo i loro stessi sentimenti e sforzi. Perciò scrissero parole che nessun angelo avrebbe potuto esprimere. Si, la storia di quegli uomini, oltre a infonderci fiducia che la Bibbia è veramente parola di Dio, rivela in modo meraviglioso la natura umana e ciò che lo spirito di Dio può fare per le sue creature umane imperfette.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – III

“IN QUANTO ALLA PAROLA DEL NOSTRO DIO, DURERÀ A TEMPO INDEFINITO”

Isaia 40:8

Anteprima
Nel corso dei secoli minacce di vario genere avrebbero potuto far scomparire la Bibbia o il suo messaggio. Ad esempio molti capi politici e religiosi si sono serviti della propria autorità per impedire alle persone di possedere, diffondere o tradurre la Bibbia. A volte furono proprio quelle persone che ne dovevano avere cura a mostre il massimo disprezzo per essa, come nel caso del re di Giuda Ioiachìm che distrusse nel fuoco il rotolo della profezia che Geova Dio aveva fatto scrivere al profeta Geremia. Intorno al 168 a.C. Antioco IV Epifane, re della dinastia dei Seleucidi, cercò di imporre la religione greca agli ebrei e ordinò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche. Lo storico e teologo tedesco Heinrich Graetz nella sua Storia degli Ebrei ha scritto che i suoi funzionari “strappavano e bruciavano i rotoli della Legge ovunque li trovassero e uccidevano chiunque cercasse di trarre forza e consolazione dalla lettura di quegli scritti”. Circa quattro secoli dopo (nel 303 d.C.) fu l’imperatore romano Diocleziano a promulgare una serie di editti con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le proprietà dei cristiani fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati.
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. I farisei, una setta giudaica sorta nel II secolo a.C. che raggiunse l’apice del suo potere politico-religioso al tempo di Cristo contrastandone il ministero, nonché pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo d.C., considerati ‘Dottori della Chiesa’, elaborarono tutta una serie di regole, dottrine, dogmi e pratiche frutto delle loro elucubrazioni filosofiche dando vita a una tradizione umana che di fatto, come accusò Cristo Gesù stesso, rese “la parola di Dio senza valore” agli occhi delle masse dei fedeli che vennero così allontanati dalla verità insegnata dalla Bibbia (cfr. Matteo 15:6-9). Tutt’oggi il messaggio della Parola di Dio è sconosciuto alla stragrande maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ i quali sono ancora prigionieri delle falsità religiose prodotte dalla tradizione degli uomini.
Nonostante le minacce di re potenti e di ecclesiastici che si sono sviati, la Bibbia è sopravvissuta ad ogni tentativo di distruzione e rimane il libro più diffuso e più tradotto della storia. Ha persino plasmato le leggi e la lingua di diversi paesi, e tutt’oggi influisce positivamente sulla vita di milioni di persone. Sul perché di tale sorprendente risultato uno scrittore biblico ha scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi, perciò: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Correva l’anno 624 a.C. e su Giuda già da cinque anni regnava Ioiachìm, figlio del re Giosia che aveva purificato il paese dall’idolatria dei suoi predecessori distruggendo altari, pali sacri, immagini e statue dedicati all’adorazione di dio pagano Baal. Fu nel corso di tale opera di purificazione che venne anche ritrovato “il libro della legge di Geova per mano di Mosè”, cioè la copia originale della Legge scritta da Mosè sul monte Sinai nel 1513 a.C. (cfr. Levitico 26:46; 2Cronache 34:14,15). Giosia si mostrò molto gioioso per quel ritrovamento e dimostrò l’apprezzamento che aveva per la Legge di Geova disponendo che venisse letta a tutto il popolo al quale, poi, diede anche questo comando: “Tenete la pasqua a Geova vostro Dio secondo ciò che è scritto in questo libro del patto” (2Cronache 34:30; 2Re 23:21).
Suo figlio Ioiachìm però non seguì il suo esempio. Esercitò un malgoverno contrassegnato da ingiustizie, oppressione e assassinii (cfr. 2Cronache 36:5). Pertanto Geova Dio invitò il profeta Geremia a scrivere un messaggio di condanna contro di lui (cfr. Geremia 36:1-4). Ieudi, un funzionario del regno, fu incaricato di andare a prendere il rotolo scritto dal profeta, ma quando lesse al re il suo contenuto, questi lo tagliò a pezzi e lo bruciò, un pezzo per volta, finché distrusse l’intero rotolo (cfr. Geremia 36:21-24). Che mancanza di rispetto per l’ispirata parola di Dio! Per la prima volta nella storia una parte della Bibbia venne data alle fiamme, per di più da una persona che sotto la responsabilità di averne cura e rispettarla! (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Tuttavia questo non impedì che la profezia scritta nel rotolo si avverasse! Secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio il re Babilonese Nabucodonosor uccise Ioiachìm e ordinò che il suo cadavere fosse gettato fuori delle mura di Gerusalemme (Antichità giudaiche, X, 97). In questo modo si adempì la profezia di Geremia pronunciata contro di lui che diceva: “Perciò questo è ciò che Geova ha detto riguardo a Ioiachim figlio di Giosia, re di Giuda: ‘Non faranno lamento per lui: “Ohimè, fratello mio! E ohimè, sorella mia!” Non faranno lamento per lui: “Ohimè, o padrone! E ohimè, sua dignità!” Sarà sepolto con la sepoltura di un asino, essendo trascinato e gettato fuori, oltre le porte di Gerusalemme’” (Geremia 22:18,19).
Da allora, fino ai nostri giorni, sono stati fatti ripetuti tentativi per impedire la diffusione di questo prezioso libro, e spesso quelli che infierirono maggiormente contro di esso asserivano di essere servitori di Dio. Per secoli è stata portata avanti una efferata lotta mirante a impedire o scoraggiare la gente comune dal leggere la Bibbia e dal farne una forza operante nella propria vita. Nessun altro libro della storia è stato oggetto di simili assalti prolungati.
Nel 168 a.C. Antioco IV Epifane re di Siria, sotto la cui giurisdizione finì il territorio della Giudea dopo la conquista di Alessandro Magno, nel suo tentativo di ellenizzare il paese, tra le tante cose che fece per obbligare gli ebrei ad accettare religione, usi e costumi greci, ricercò ‘i libri della Legge’, li bruciò e dichiarò che chiunque fosse stato trovato in possesso delle Scritture sarebbe stato messo a morte. Una fonte storica ebraica dell’epoca infatti riferisce che “gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco. Se poi in casa di qualcuno si trovava il libro dell’alleanza o qualcuno si mostrava osservante della legge di Dio, l’ordine del re era di condannarlo a morte” (1Maccabei 1:56,57, TILC). Nonostante i suoi sforzi, Antioco IV Epifane non riuscì a eliminare del tutto le Scritture poiché all’epoca c’erano colonie ebraiche in molti paesi e ogni sinagoga aveva la propria collezione di rotoli. Molti di questi si salvarono dalla distruzione comandata dal re e sopravvissero alla sua morte, avvenuta nel 164 a.C., costituendo il modello per successive copie.
Un’altra figura di spicco che cercò di sopprimere le Scritture fu l’imperatore romano Diocleziano. Nel 303 d.C. promulgò una serie di editti sempre più severi nei confronti dei cristiani con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le loro proprietà fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati. Lo storico Eusebio di Cesarea, che visse durante quel periodo, riferisce: “Con i nostri stessi occhi abbiamo visto le case di preghiera rase al suolo dal tetto fino alle fondamenta, e le Scritture ispirate e sacre date alle fiamme in mezzo alle piazze (Storia ecclesiastica, VIII, 2, 1, traduzione di M. Ceva, Rusconi, Milano, 1979). Ma anche questo tentativo di eliminare del tutto la Parola di Dio risultò vano: i veri cristiani preferirono andare incontro alle torture e alla morte piuttosto che consegnare le loro copie delle Scritture perché fossero distrutte. Diocleziano terminò la sua vita nel 313 d.C. ma copie della Bibbia erano state accuratamente nascoste finché la persecuzione cessò e sopravvissero alla sua morte per essere poi riprodotte, infatti  sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano: il Codice Vaticano, fatto risalire alla prima metà del IV secolo d.C., oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana a Roma e il Codice Sinaitico, datato 330-360 d.C., attualmente conservato presso la British Library a Londra.
avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” – Matteo 15:6
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. Ad esempio Gesù disse agli scribi e farisei del suo tempo, cioè a quella classe di persone considerate maestri della Legge, “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”. Quelle persone avevano di fatto annullato la Parola di Dio, in che modo? Gesù applicò a loro una profezia scritta circa 700 anni prima dal profeta Isaia che diceva “insegnano come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:6-9; cfr. Isaia 29:13). Essi avevano fatto delle aggiunte alla Legge e avevano escogitato scappatoie per eluderla; costituirono così una serie di ‘tradizioni’ le quali altro non erano che uno sconcertante dedalo di regole minuziose e tecniche che rendevano gravoso seguire la Legge e opprimevano la popolazione (cfr. Matteo 23:4-33). Come risultato non solo essi non riconobbero in Gesù il promesso Messia, “il fine [o il vero obiettivo] della Legge” (cfr. Romani 10:4), ma lottarono accanitamente per impedire a chiunque altro di riconoscerlo e di ascoltarlo (cfr. Matteo 23:13; 1Tessalonicesi 2:14-16).
Sia Gesù, che tutti i suoi fedeli discepoli, resero vani tali tentativi confutando con molte citazioni bibliche le loro tradizioni di origine umana. Un esempio di ciò è dato dall’unico episodio dell’infanzia di Gesù narrato nei vangeli. È narrato in Luca 2:46: “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri e ad ascoltarli e interrogarli”. Secondo un noto lessico biblico (Great lexicon of the New Testament di Gerhard Kittel) le parole “ascoltarli e interrogarli” qui usate non si riferiscono alla semplice curiosità di un bambino ma ad un’istruttoria, a una indagine, a una disputa, tanto che nella versione biblica di Rotherham il successivo versetto 47 viene così tradotto: “tutti quelli che lo udivano erano fuori di sé, per il suo intendimento e le sue risposte”. Perciò Kittel scrive che “già da bambino Gesù avrebbe intrapreso la lotta nella quale i suoi avversari avrebbero dovuto in seguito soccombere”. Tutto questo trova conferma nel vangelo di Marco, dove si legge che “nessuno [dei farisei] aveva più il coraggio d’interrogarlo” (Marco 12:34). Quei falsi ‘maestri’ e tutta la popolazione che li seguiva infine pagarono a caro prezzo la loro lotta contro la parola profetica della Bibbia quando, nel 70 d.C., l’intero sistema giudaico venne distrutto dalle legioni romane al comando di Tito, Grazie ai discepoli di Gesù che obbedendo al suo comando di fuggire da Gerusalemme portarono via con se i rotoli della Legge, la Parola di Dio sopravvisse anche a quella catastrofe continuando a fare da riferimento per la vera fede! (cfr. Daniele 9:27; 12:11; Matteo 24:15-22; Luca 21:20-22; Atti 17:10,11; 2Timoteo 4:13)

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avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione
Nel II secolo a.C. i farisei – un nuovo gruppo sorto all’interno del giudaismo in contrapposizione con il sacerdozio – cominciarono a istituire delle tradizioni che secondo loro avrebbero permesso all’uomo della strada di essere santo quanto i sacerdoti. Ma Dio aveva comandato agli Israeliti: “Non dovete aggiungere alla parola che vi comando, né dovete togliere da essa, in modo da osservare i comandamenti di Geova vostro Dio che io vi comando” (Deuteronomio 4:2). Quelle tradizioni, dunque, erano un aggiunta arbitraria alla Legge. I farisei divennero i nuovi ‘dottori’ della Legge, assumendo un ruolo che non spettava loro. Ma non avendo il sostegno della Legge mosaica, elaborarono nuovi modi di interpretare le Scritture, con allusioni criptiche e altri metodi atti a sostenere le loro vedute. Quali principali custodi e promotori di quelle tradizioni, crearono una nuova autorità in Israele tanto che al tempo di Cristo rappresentavano una forza preponderante nel giudaismo. Per conferire maggiore autorevolezza alla loro attività cominciarono a asserire che tutte le loro tradizioni, inventate ed elaborate da uomini, erano state date a Mosè sul Sinai poiché Dio definì oralmente ciò che la Legge scritta non specificava. Pertanto sostenevano che Mosè aveva trasmesso la legge orale alle generazioni successive, non ai sacerdoti, ma ad altri uomini autorevoli di cui essi erano eredi. Gesù denunciò pubblicamente le loro false pretese accusandoli di essere solo degli ipocriti che avevano tolto valore alla Parola di Dio con le loro tradizioni orali (cfr. Matteo 15:6-9).
Dopo la morte di Cristo e dei suoi fedeli apostoli, come Gesù stesso aveva profetizzato con la parabola del grano e delle zizzanie, alcuni pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo ricalcarono le orme di quei farisei cominciando ad interpretare gli insegnamenti di Cristo in termini filosofici attingendo notevolmente dalla letteratura greca. Introdussero così nella neonata chiesa cristiana tutta una serie di dottrine, dogmi e pratiche che hanno plasmato in gran parte il pensiero ‘cristiano’ di oggi e tolto valore alla verità della Bibbia. Come quei farisei giudaici anch’essi hanno trasgredito il comando biblico di non aggiungere nulla al testo ispirato (cfr. Rivelazione o Apocalisse 22:18). Nessuna delle dottrine da loro elaborate trova fondamento nella Parola di Dio e spesso sono in netto contrasto con gli insegnamenti biblici.
si allontaneranno dalla fede … prestando attenzione … a insegnamenti di demoni” – 1Timoteo 4:1,2

I cristiani del I secolo mantennero viva la Bibbia usandola estesamente nelle loro adunanze religiose e nelle loro case. Chiunque diveniva cristiano era esortato a procurarsene una copia. Nondimeno, col tempo accadde qualcosa che sminuì l’influenza della Bibbia nella vita di coloro che professavano di crederci. Durante il suo ministero terreno, con la parabola del grano e delle zizzanie narrata in Matteo 13:24-30, 36-43, Gesù aveva predetto il sorgere di falsi cristiani, paragonati a infestanti “zizzanie”. L’apostolo Pietro, rifacendosi a tale predizione, verso il 64 d.C. avvertì i suoi fratelli di fede dicendo: “ci furono anche falsi profeti fra il popolo, come pure fra voi ci saranno falsi maestri” (2Pietro 2:1). In maniera simile l’apostolo Paolo disse: “So che dopo la mia partenza … fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30). Verso la fine del I secolo, l’ultimo apostolo ancora in vita in quel tempo, Giovanni, affermò: “è l’ultima ora, e, come avete udito che viene l’anticristo, così ora sono sorti molti anticristi; da cui acquistiamo la conoscenza che è l’ultima ora” (1Giovanni 2:18).

Finché gli apostoli rimasero in vita, in qualità di “schiavi” del padrone del campo [Gesù] della citata parabola, vigilarono affinché le zizzanie dell’apostasia non crescessero insieme al buon seme, ma quando essi si addormentarono nella morte, il “nemico”, Satana il Diavolo, ebbe via libera per suscitare falsi cristiani in mezzo alla chiesa (cfr. 2Tessalonicesi 2:6,7). Come lo fece? Sempre l’apostolo Paolo spiegò: “si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli espressioni ispirate e a insegnamenti di demoni, mediante lipocrisia di uomini che diranno menzogne, segnati nella loro coscienza come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:1,2). Proprio come era accaduto con gli scribi e i farisei ebrei, preminenti ‘maestri’, o teologi e filosofi “cristiani” vissuti tra il II e il V secolo d.C., i cosiddetti ‘Padri della Chiesa’, attingendo da dogmi e dottrine pagane, diedero vita a una ‘Tradizione’ o ‘Magistero’ frutto delle loro elucubrazioni filosofiche. Tali insegnamenti vennero posti sullo stesso piano delle Scritture o addirittura al di sopra di esse. Chi furono alcuni di questi?

Ad esempio, Origene (185-254 d.C.), il cui modo molto libero di affrontare l’interpretazione della Bibbia rese difficile distinguere la dottrina cristiana dalla filosofia greca. Nel suo libro De principiis descrisse Gesù come “il Figlio unigenito, che è nato, tuttavia senza alcun momento d’inizio. Questa generazione è eterna e perpetua”, un concetto, derivato dalla sua formazione filosofica nella scuola platonica, che pose la base per la successiva dottrina trinitaria. Ci fu poi Atanasio di Alessandria (295-373 d.C.) il quale sostenne la completa homoousia (stessa sostanza) dello Spirito Santo con il Padre e il Figlio, decretata dottrina cristiana nel Concilio di Nicea del 325 d.C. dall’imperatore pagano Costantino. Girolamo (347-420 d.C.), autore della versione biblica in latino Vulgata, il quale, dopo aver scritto nel prologo ai libri di Samuele e Re: “In certi volumi greci troviamo tuttora il nome di Dio, il Tetragramma [cioè, יהוה], espresso in caratteri antichi”, fece sparire del tutto il nome di Dio dal testo sostituendolo con i titoli “Signore” e “Dio”. Ambrogio da Milano (339-397 d.C.) che si adoperò di fornire ai latini istruiti una versione classica del cristianesimo. Di lui una nota enciclopedia dice: “aveva assorbito il più aggiornato sapere greco, cristiano e pagano – in particolare le opere … del pagano neoplatonico Plotino” (The New Encyclopædia Britannica, Micropædia, vol. 1, p. 320). Agostino di Ippona  (354-430 d.C.) seguì le sue orme. A lui si deve l’elaborazione di una concezione filosofica sull’immortalità dell’anima umana, una dottrina secondo cui una parte dell’uomo continua a vivere dopo la morte del corpo, del tutto in contrasto con l’insegnamento biblico riportato in Ezechiele 18:4.

Un dizionario di teologia afferma che leggendo padri della Chiesa come Agostino o Ambrogio, “ci si accorge di qualcosa di nuovo rispetto alla tradizione biblica: è l’emergere di una escatologia greca, fondamentalmente diversa da quella giudeo-cristiana”, imperniata “sull’immortalità dell’anima, sul giudizio particolare, con la ricompensa o il castigo subito dopo la morte” (Nuovo dizionario di teologia, a cura di Giuseppe Barbaglio e Severino Dianich, Edizioni Paoline, Roma). In altre parole uomini di tale sorta cercarono di spiegare la rivelazione divina con la sapienza umana dimenticando che Dio “ha reso stolta la sapienza del mondo” (1Corinti 1:20). Così permisero che “ingannevoli espressioni ispirate e insegnamenti di demoni” prendessero piede nella chiesa cristiana (cfr. 1 Timoteo 4:1). Essi diedero vita ad una ‘Tradizione’, o ‘Magistero’, composta da insegnamenti, dogmi, dottrine e pratiche di origine umana quali, solo per fare alcuni esempi, la Trinità, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno chiamato ‘Inferno’ e del ‘Purgatorio’, il primato papale, la divisione tra clero e laicato, l’imposizione del celibato, il battesimo dei bambini, l’adorazione della Madonna e dei santi, l’adozione di festività pagane ‘cristianizzate’, come il Natale, e tante altre. Georges Auzou, docente di Sacra Scrittura al Grande Seminario di Rouen, in Francia, ha scritto nel suo libro La Parole de Dieu: “La tradizione precede, racchiude, accompagna e va oltre le Scritture … [Questo] ci aiuta a capire il motivo per cui la Chiesa non ha mai stabilito che la lettura o lo studio della Bibbia sia uno specifico dovere o un’assoluta necessità”. Come fecero gli scribi e i farisei al tempo di Gesù, anche questi “hanno reso la parola di Dio senza valore a causa della tradizione”.

in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” – Isaia 40:8

Comunque, secondo la parabola, del buon grano o “i figli del regno” sarebbero cresciuti contestualmente alle simboliche “zizzanie”. Nel corso del tempo, infatti, uomini di fede hanno tentato in ogni modo di difendere e diffondere le Scritture tra la popolazione e molti pagarono con la vita il loro impegno. Perché?

Con l’avanzare dell’apostasia, la versione biblica in latino di Girolamo divenne l’unica versione autorizzata circolante nell’impero romano. Quando questo cadde, gradualmente anche il latino venne meno finché cessò di essere parlato dalla stragrande maggioranza della popolazione divenendo prerogativa di una ristretta parte del clero che si ritrovò in pratica ad avere il monopolio dell’istruzione religiosa. La chiesa apostata finì per considerare il latino una lingua sacra e proibì la traduzione della Bibbia nelle nuove lingue volgari per impedire alla gente comune di avventurarsi in sfere che considerava suo esclusivo appannaggio. In questo modo gli esponenti del clero potevano continuare a esercitare il loro potere sulle masse. Essi erano consapevoli che molti insegnamenti della Chiesa non si basavano sulla Bibbia ma sulla tradizione. Questo è senza dubbio il motivo della loro riluttanza a rendere la Bibbia accessibile ai fedeli.

Quando il potere degli apostati venne istituzionalizzato dall’imperatore pagano romano Costantino, nel III secolo d.C., nacque quella organizzazione politico-religiosa che da allora è stata conosciuta con la denominazione di Chiesa Cattolica Romana la quale osteggiò con tutti i mezzi a sua disposizione, usando spesso anche la violenza, che la Bibbia venisse tradotta nelle lingue parlate dalla gente comune. I Sommi Pontefici di tale Chiesa negarono sempre a chiunque il permesso di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Ad esempio, nel 1079 Vratislao, re di Boemia, chiese al papa Gregorio VII il permesso di tradurre la Bibbia nella lingua dei suoi sudditi, ma la risposta del papa fu negativa. Successivamente, nel 1199, il papa Innocenzo III ordinò al vescovo di Metz in Germania di bruciare tutte le Bibbie che erano state tradotte in lingua tedesca e, nel 1229, il sinodo di Tolosa, in Francia, decretò che ai “laici” non era permesso avere nessun libro della Bibbia in lingua volgare. Nel 1233 un sinodo provinciale di Tarragona (Spagna) ordinò che tutti i libri del “Vecchio o Nuovo Testamento” fossero consegnati per essere bruciati. Questa lotta culminò nel 1559 quando il papa Paolo IV fece pubblicare un Indice dei libri proibiti, cioè un elenco delle opere di cui la Chiesa vietava ai cattolici la lettura, la vendita, la traduzione e il possesso perché considerate cattive o pericolose per la fede e l’integrità dei costumi. Questo Indice proibì le traduzioni della Bibbia in lingua volgare e qualche anno più tardi, nel 1596, in una versione aggiornata fu ancora più restrittivo: stabilì che non si dovevano più concedere autorizzazioni per la traduzione e la stampa di Bibbie in volgare e quelle esistenti dovevano essere distrutte. A causa di queste restrizioni, a partire dalla fine del Cinquecento si moltiplicarono i roghi con cui le Bibbie venivano bruciate sui sagrati delle chiese; nell’immaginario collettivo le Sacre Scritture divennero un libro degli eretici.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/home)

Molti uomini sinceri si rifiutarono di seguire questi editti. Ma simili scelte erano pericolose. Alcuni soffrirono terribilmente per aver commesso il ‘crimine’ di possedere una Bibbia. Ad esempio lo spagnolo Julián Hernández si impegnò a trasportare dalla Germania nel suo proprio paese un gran numero di Bibbie, nascoste in barili e imballate come vino renano. Fu però tradito e preso dall’Inquisizione cattolica, con quale risultato? Nell’opera Casiodoro de Reina, Spanish Reformer of the Sixteenth Century, di Gordon Kinder, si legge che i destinatari di quelle bibbie “furono tutti indiscriminatamente torturati, dopo di che contro la maggioranza d’essi vennero emesse diverse condanne. Juliano [Julián Hernández] fu messo al rogo, venti furono arrostiti sulla graticola, diversi furono imprigionati a vita, alcuni subirono la fustigazione pubblica, molti vennero assegnati alle galee”.

Nel libro Fifteenth Century Bibles, il suo autore Wendell Prime scrisse: “Trent’anni dopo l’invenzione della stampa, in Spagna l’Inquisizione andava a gonfie vele. Su 342.000 persone punite in quel paese 32.000 furono arse vive. Fu la Bibbia che procurò loro il fuoco del martirio. Questa macchina di distruzione fu altrettanto terribile in Italia, sia al nord che al sud. Gli arcivescovi, con l’aiuto dell’Inquisizione, furono un fuoco consumante sia per la Bibbia che per i suoi lettori. Nerone aveva fatto risplendere alcuni cristiani come luci del mondo dando loro fuoco, chiusi in sacchi, coperti di pece, usandoli come torce per illuminare la scena delle sue orge. Ma le strade delle città europee furono rischiarate dai falò di Bibbie. La Bibbia non fu come i suoi lettori che poterono essere ridotti in miseria, denudati, torturati, mutilati e scacciati. Anche una sola pagina rimasta poteva rifulgere nel buio di queste tenebre come una stella”. Poi aggiunse: “Alcune Bibbie furono preservate perché gli esuli le portarono con sé o le nascosero come pietre e metalli preziosi in tempi di miseria e di pericolo”.

Nonostante tanta violenta opposizione ricevuta nel corso della storia, la Bibbia è sopravvissuta trionfante, e continua ad influire sulla vita di milioni di persone. Perché? Perché non è una semplice raccolta di miti e detti popolari. L’apostolo Paolo, scrisse: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi. Essa è diversa da qualsiasi altra opera scritta perché è la Parola di Dio e, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – II

“NOI SIAMO TESTIMONI DI QUESTE COSE, E LO È ANCHE LO SPIRITO SANTO”

Atti 5:32

Anteprima
La Bibbia è una raccolta di 66 libri scritti nell’arco di 1.600 anni da 40 diversi scrittori. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri universalmente riconosciuto, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale. La stessa Chiesa, poi, avanza la pretesa di essere stata la curatrice di tale elenco o, per descriverlo in termini ‘tecnici’, del “canone” biblico. Tale termine deriva dall’ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura, e dal greco “kanòn”, generalmente usato nelle Scritture per indicare una “regola”. Pertanto vengono indicati per canonici quei libri considerati veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. In base a quali criteri è stata determinata la canonicità dei 66 libri biblici ritenuti tali e da chi?
Se la Bibbia è davvero Parola di Dio, e i libri che la compongono sono ispirati dal suo divino autore per far conoscere alle sue creature la sua volontà, non dovremmo aspettarci che Dio stesso, oltre alla stesura, ne abbia guidato anche la corretta catalogazione affinché non si creasse confusione tra gli scritti ispirati e quelli apocrifi? Pertanto non sarebbe logico anche aspettarsi che Dio stesso abbia stabilito i criteri per provare l’appartenenza di ciascun libro alla raccolta sacra e che gli stessi siano insiti in ogni libro? Così pure, se Dio ha usato lo spirito santo per redigere ciascun libro (cfr. 2Pietro 1:21) non è altrettanto logico pensare che mediante la stessa forza abbia guidato la raccolta dei vari scritti per la compilazione dell’intera biblioteca divina? … Ebbene, questo è proprio quello che è accaduto! … vediamo come …

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Alcuni giorni fa compiendo la mia opera pubblica per la predicazione del vangelo del Regno di Dio (cfr. Matteo 24:14; 28:19,10 e Atti 1:8) ho incontrato un sacerdote cattolico appartenente a un ordine canonicale che passeggiava in un parco del mio quartiere. La nostra conversazione si è subito indirizzata sulla Sacra Scrittura e sul suo messaggio. Tralascio i vari aspetti del nostro colloquio, ne riporto solo uno che è pertinente all’argomento di questa serie di post. Egli ha infatti affermato che se la Parola di Dio è arrivata fino a noi è grazie alla Chiesa Cattolica, la quale ne avrebbe anche curato il canone. Non so quanto fosse convinto di tale affermazione, poiché contrasta pienamente con la storia che invece attesta la strenua e violenta lotta della Chiesa contro la Bibbia, con migliaia e migliaia di copie bruciate sui sagrati delle chiese (per maggiori informazioni al riguardo cfr. il mio post del 14 giugno 2011, UNA STORIA FINITA – XVIII parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/06/14/una-storia-finita-xviii-parte/). Ma il punto che ora interessa è: chi ha fissato il canone biblico, cioè chi ha compilato il catalogo dei libri ispirati, degni di essere usati come regola di fede, dottrina e condotta?
in mano all’uomo c’era la canna per misurare” – Ezechiele 40:5
Come detto nel mio precedente post, la Bibbia è in effetti una collezione di antichi documenti ispirati da Dio composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri, il quale include solo i libri che rientrano nell’ambito e nella specializzazione della stessa. Il catalogo comprende comunemente 66 libri, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale.
Perché a questo catalogo si fa riferimento come al canone biblico? Tale parola origina dal termine ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura (cfr. Ezechiele 40:5). Lo scrittore cristiano Paolo usò lo stesso termine in greco, cioè kanòn, per indicare una “regola di condotta” (cfr. Galati 6:16). I libri canonici sono pertanto quelli veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. E se Dio li ha ispirati, non è logico pensare che abbia guidato anche la loro raccolta nella biblioteca divina in base a inequivocabili criteri da Lui stabiliti e insiti in ciascun libro? Quali sono, dunque, alcuni criteri divini che permettono di determinare la canonicità dei libri della Bibbia? Possiamo riassumerli in questo modo:
– Devono rivolgere gli uomini all’adorazione del suo ispiratore, cioè a Dio e suscitare profondo rispetto per la sua persona, per il suo nome, per la sua opera e per i suoi propositi relativi alla terra (cfr. Deuteronomio 6:4,5; Isaia 33:22; Matteo 6:9; 22:37).
– Non devono in alcun modo promuovere la superstizione o il culto delle creature, ma piuttosto devono incoraggiare ad amare e servire Dio (cfr. Esodo 20:3-6; Isaia 44:14-20; 46:5-7; Romani 1:21-25).
– Devono dar prova della loro ispirazione divina, di essere cioè il prodotto dello spirito santo (cfr. 2Samuele 23:2; Ezechiele 2:2; 2Timoteo 3:16; 1Pietro 1:21).
– Non devono essere in contrasto con l’armonia interna dell’intera raccolta ma, al contrario, ciascun libro deve dimostrare, mediante la sua affinità con gli altri, di essere opera del medesimo autore, Dio (cfr. 1Corinti 12:4-11; 1Timoteo 6:3).
– Devono essere accurati sia dal punto di vista storico che scientifico quando trattano argomenti attinenti a tali materie (per esempio cfr. Giobbe 26:7 e Isaia 40:22).
Inoltre, quando si parla di canone biblico, considerato il ragguardevole arco di tempo in cui i libri furono scritti, non si deve pensare che per accettare ciò che costituiva Scrittura ispirata si dovesse attendere fino al completamento della raccolta ispirata. Ad esempio, quando Mosè completò il Pentateuco (i primi cinque libri della raccolta) esso costituì il canone fino a quel tempo. I successivi libri man mano che vennero redatti si aggiunsero al canone già esistente, il quale forniva anche il modello dell’ispirazione divina. Solo per fare un ulteriore esempio, nel primo libro, Genesi, venne espresso il grandioso tema della Bibbia: la santificazione del nome di Geova e la rivendicazione della sua sovranità per mezzo di un “seme” promesso (cfr. Genesi 3:15). Tutti i successivi scritti vennero considerati ispirati e aggiunti al canone perché erano in armonia con questo tema, fornendo altri particolari sull’adempimento di tale promessa.
Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?” – Deuteronomio 18:20
I 39 libri delle Scritture Ebraiche (impropriamente detto Vecchio Testamento) contengono molte profezie che si collegano a detto tema. Basti pensare, solo per fare ancora alcuni esempi, alla promessa fatta ad Abraamo, dalla quale si comprende che il “seme” promesso sarebbe venuto dalla sua discendenza (cfr. Genesi 22:18); alla benedizione di Giacobbe su suo figlio Giuda che lo additava, fra i dodici figli, quale capostipite di una dinastia reale che avrebbe prodotto il “seme” promesso (cfr. Genesi 49:10); alla successiva promessa fatta da Dio a Davide, della tribù di Giuda, per un regno eterno da dare al suo “seme” (cfr.  2Samuele 7:11-16); al fatto che il promesso “seme” sarebbe stato un “profeta come Mosè” in quanto molti aspetti della sua vita terrena sarebbero stati simili a quella di Mosè (cfr. Deuteronomio 18:18. Vedi, ad esempio, le analogie tra Esodo 9:13-16 e Giovanni 17:4,6,26; tra Esodo 34:28 e Matteo 4:1,2; tra Esodo 19:3-9 ed Ebrei 8:6-13; tra Esodo 18:13 e Giovanni 5:22); al modo in cui il regno avrebbe rivendicato la sovranità di Geova Dio indicato dal profeta Daniele (cfr. Daniele 2:44; 7:13,14); alla indicazione del tempo della comparsa del promesso “seme” fatta ancora per mezzo di Daniele (cfr. Daniele 9:24-27); alle descrizioni delle benedizioni del regno fatte dal profeta Isaia (cfr. Isaia 9:6,7; 11:4-9; 25:8; 33:24; 35:5-7; 65:17) nonché alle centinaia di profezie messianiche che avrebbero dovuto aiutare il popolo ebraico a riconoscere il “seme” o il Messia promesso quando questi sarebbe apparso (cfr. ad esempio Michea 5:2; Geremia 31:15; Zaccaria 9:9; 11:12; Salmo 22;18; 41:9; Isaia 50:6; Giona 1:17).

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Le Scritture Ebraiche contengono molte profezie. Geova Dio stesso provvide la base per stabilire l’autenticità di una profezia, cioè per vedere se veniva davvero da Dio o no, e questo aiutava a determinare la canonicità di un libro profetico. Per mezzo di Mosè fece scrivere: “il profeta che ha la presunzione di pronunciare in mio nome una parola che io non gli ho comandato di pronunciare o che parla nel nome di altri dèi, quel profeta deve morire.E nel caso che tu dica nel tuo cuore: Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?quando il profeta parla nel nome di Geova e la parola non avviene o non si avvera, quella è la parola che Geova non ha pronunciato. Il profeta la pronunciò con presunzione” (Deuteronomio 18:20-22). Esaminando, quindi, ciascun libro profetico delle Scritture Ebraiche nel contesto dell’intera Bibbia e alla luce della storia secolare si può stabilire al di là di ogni dubbio se esso è ispirato o meno da Dio: se la profezia si è regolarmente adempiuta significa che era autentica e ispirata, in caso contrario quella sarebbe stata “la parola che Geova non ha pronunciato”!
è scritto” – cfr. Matteo 4:3-10; Luca 24:45-48; Marco 7:6,7; Giovanni 12:14,15; Atti 15:15-17
Ben 37 dei 39 libri delle Scritture Ebraiche furono citati da Gesù durante il suo ministero terreno o dai suoi fedeli apostoli. Questi ripetute volte dissero “è scritto”, facendo poi seguire a tale dichiarazione una citazione presa da libri delle Scritture Ebraiche. Anche tutte queste citazioni costituiscono un criterio valido per stabilire la loro canonicità. Per quanto riguarda i rimanenti due, Ester e Ecclesiaste (o Qohelet), molti fatti confermano la loro attendibilità e ispirazione divina. Il racconto di Ester esalta la devozione a Dio (es. narra di Mardocheo che rifiutò di inchinarsi per onorare un uomo, l’amalechita Aman, poichè Dio aveva condannato gli amalechiti allo sterminio – cfr. Ester 3:1-5), alimentando la fede che è Dio a dirigere il corso degli avvenimenti e può liberare il suo popolo dall’oppressione dei suoi nemici (cfr. Ester 4:14). Tutt’oggi gli ebrei osservano la festa di Purim, o delle Sorti, per commemorare la grande liberazione avvenuta al tempo di Ester narrata nel libro. Anche l’Ecclesiaste sostiene la vera adorazione di Geova Dio e gli insegnamenti presentati e i princìpi esposti nel libro sono del tutto in armonia con il resto delle Scritture (cfr. Ecclesiaste 5:7; 7:18; 12:13).
Il popolo ebreo fu per 1.500 anni destinatario e custode delle Scritture Ebraiche e fu quel popolo (e non la Chiesa Cattolica o qualsiasi altra denominazione che vorrebbe appropriarsene il merito) a fissarne il canone. Già nel V secolo a.C. il sacerdote ed esperto copista Esdra cominciò a raccogliere e catalogare i libri delle Scritture Ebraiche, facendone diverse copie per l’istruzione del popolo tornato dalla cattività babilonese (cfr. Esdra 7:6,10). Tale lavoro di catalogazione, secondo una consolidata tradizione ebraica, venne completato dal governatore Neemia verso la fine del V secolo d.C. in concomitanza con la redazione dell’ultimo libro del catalogo, Malachia, scritto e completato nel 443 a.C. Fu allora che venne definitivamente fissato l’intero canone delle Scritture Ebraiche. Questo, come già riportato nel mio precedente post, è ulteriormente confermato dalla testimonianza del libro Contro Arpione nel quale il suo autore, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo d.C., fece riferimento proprio al canone di tali scritti affermando: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”.
Questo era il catalogo o canone che fu accettato come Scrittura ispirata da Cristo Gesù e dalla primitiva chiesa cristiana. Solo da questi libri gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane fecero citazioni e, introducendole con espressioni del tipo “come è scritto”, confermarono che quegli scritti erano Parola di Dio (cfr. Romani 1:17; 2:24; 3:4,10; 4:17; 8:36; 9:13,33; 10:15; 11:8,26; 15:3,9,21). Essi non citarono mai nessuno dei presunti scritti ispirati compilati dopo il tempo di Neemia fino al tempo di Cristo (inclusi i “deuterocanonici” o apocrifi presi in considerazione dalla Chiesa Cattolica).
noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo” – Atti 5:32
Che dire della composizione del canone delle Scritture Greche Cristiane, il cosiddetto, impropriamente, Nuovo Testamento? Come ha affermato il sacerdote citato all’inizio, la Chiesa Cattolica si è arrogata il merito di aver compilato tale raccolta. Essa si rifà al Concilio di Cartagine  del 397 d.C. durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. Ma molti esperti biblisti non concordano con tale affermazione. Ad esempio Oskar Skarsaune, professore di storia della Chiesa presso la Norwegian School of Theology di Oslo, si è così espresso: “Quali scritti andassero inseriti nel Nuovo Testamento e quali no non fu mai deciso da qualche concilio ecclesiastico e tanto meno da un singolo individuo … Questo processo si era già praticamente concluso molto prima di Costantino e molto prima che fosse stabilita la sua chiesa del potere. È stata la chiesa dei martiri, non la chiesa del potere, a darci il Nuovo Testamento”.
A riprova di tale affermazione ci sono diversi cataloghi antichi datati anteriormente rispetto al summenzionato Concilio, molti dei quali concordano esattamente con l’elenco attuale di 27 libri. Tra questi il più significativo è il Frammento Muratoriano. Si tratta di un frammento di pergamena facente parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena prodotto nell’VIII secolo d.C. (il codice era un prototipo di libro formato da una serie di fogli piegati, riuniti e legati insieme sulla piegatura in uso dalla fine del I secolo d.C.) Questo codice fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori, eminente storico italiano, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nel 1740. Il Frammento è scritto in latino ma si suppone che l’originale, di cui è una copia, sia stato composto in greco vari secoli prima, intorno al 170 d.C. Il testo non è un semplice elenco dei libri delle Scritture Greche Cristiane ma contiene anche alcuni commenti sui libri stessi e sui relativi scrittori. Anche se è mutilo di alcune righe il Frammento Muratoriano elenca 24 degli attuali 27 libri mentre per i 3 mancanti, la lettera agli Ebrei, la 1a lettera di Pietro e quella di Giacomo, lo studioso Geoffrey Mark Hahneman, nel suo libro The Muratorian Fragment and the Development of the Canon, considera “ragionevole ipotizzare che il Frammento possa aver contenuto altri riferimenti ora perduti, e che Giacomo ed Ebrei (e 1Pietro) possano essere stati fra questi”. Il Frammento Muratoriano è quindi una conferma che la maggior parte dei libri che oggi formano le Scritture Greche Cristiane erano già considerati canonici nel II secolo, cioè almeno due secoli prima che Costantino, il pagano imperatore romano, desse ufficialmente vita alla Chiesa Cattolica. Come si è espresso un altro autorevole studioso di Nuovo Testamento della Biola University, CA, USA, “La chiesa non fissò il canone arbitrariamente; è più corretto dire che ci fu da parte della chiesa un riconoscimento dei libri che i cristiani consideravano da sempre una Parola autorevole di origine divina” (Ken Berding, Sundoulos, Spring 2007).

frammento-muratoriano

Milano, Biblioteca Ambrosiana: uno dei fogli del codice I 101 sup., il cosiddetto Canone Muratoriano (photo di V. Veronesi)
Il Frammento Muratoriano consiste in 85 linee di testo nei fogli 10 e 11 del codice. È scritto in latino e sembra opera di un copista non troppo attento. Alcuni degli errori introdotti dal copista, comunque, sono stati identificati grazie alla comparazione con parti dello stesso testo incluse in quattro manoscritti dell’XI e XII secolo conservati presso l’Abazia di Montecassino. Si suppone che l’originale sia stato composto in greco vari secoli prima del testo del Frammento, che ne sarebbe la traduzione latina. Questo in base a un preciso indizio contenuto nel testo. Il Frammento, infatti, menziona un libro non biblico, il Pastore, e dice che l’autore, Erma, lo aveva scritto “molto recentemente, ai nostri giorni, nella città di Roma”. Gli studiosi datano la redazione finale del Pastore di Erma tra il 140 e il 155 d.C., per cui si pensa che l’originale greco del Frammento Muratoriano sia stato scritto intorno al 170 d.C. Per quanto riguarda l’autore, sono stati proposti diversi nomi: Clemente Alessandrino, Melitone di Sardi e Policrate di Efeso; i più, però, propendono per Ippolito, che scrisse in greco e visse a Roma nel periodo in cui fu composto il contenuto del Frammento. Leggendo il testo si nota che nel manoscritto mancano le prime righe, e anche alla fine sembra interrompersi bruscamente. Il documento inizia menzionando il Vangelo di Luca, e dice che lo scrittore di questo libro biblico era medico (cfr. Colossesi 4:14). Viene detto che quello di Luca è il terzo Vangelo, per cui è facile pensare che la parte iniziale mancante facesse riferimento al Vangelo di Matteo e a quello di Marco. Questa conclusione trova ulteriore conferma nel fatto che il Frammento Muratoriano afferma che il quarto Vangelo è quello di Giovanni. Il Frammento ribadisce che il libro degli Atti degli Apostoli fu scritto da Luca per l’“eccellentissimo Teofilo” (cfr. Luca 1:3; Atti 1:1) Poi elenca le lettere dell’apostolo Paolo: ai Corinti (due), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (due), ai Romani, a Filemone, a Tito e a Timoteo (due). Sono menzionate come ispirate anche la lettera di Giuda e due lettere di Giovanni. La prima lettera dell’apostolo Giovanni è menzionata insieme al suo Vangelo. La lista dei libri considerati ispirati si conclude con l’Apocalisse, o Rivelazione. Il Frammento non menziona la lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro e quella di Giacomo, ma diversi studiosi concordano nell’ipotizzare che ci fossero nel documento altri riferimenti andati perduti e che i libri mancanti possano essere tra questi.
Comunque la canonicità dei libri della Bibbia, ovvero il loro diritto a essere inclusi nella biblioteca divina, non dipese tanto dal fatto che siano citati o meno in qualche antica lista. La Bibbia stessa dice che qualcosa di molto più importante, e potente, ebbe un ruolo in tutto ciò. Nella sua prima lettera scritta alla chiesa di Corinto l’apostolo Paolo affermò: “Ora ci sono varietà di doni, ma c’è lo stesso spirito … la manifestazione dello spirito è data a ciascuno per uno scopo utile.Per esempio, a uno è data per mezzo dello spirito parola di sapienza, a un altro parola di conoscenza secondo lo stesso spirito,a un altro fede mediante lo stesso spirito, a un altro doni di guarigioni mediante quellunico spirito,a un altro ancora operazioni di opere potenti, a un altro profezia, a un altro discernimento di espressioni ispirate, a un altro diverse lingue e a un altro interpretazione di lingue” (1Corinti 12:4-10).
Come si può notare, l’apostolo dice che ad alcuni venne dato dallo spirito santo il dono di “discernere le espressioni ispirate”. Cosa significa questo? Semplicemente che alcuni cristiani di quel tempo, così come alcuni antichi servitori di Dio nell’antico Israele, vennero dotati della capacità sovrumana di distinguere fra le espressioni che erano realmente ispirate da Dio e quelle che non lo erano. È evidente perciò che il canone degli scritti cristiani fu fissato molto presto e con la guida dello spirito santo. Nell’ultima parte del II secolo alcuni scrittori cominciarono a esprimersi sulla canonicità dei libri biblici, ma non furono loro a formare il canone: ciò che fecero fu solo attestare quello che Dio aveva già accettato attraverso i suoi rappresentanti, i quali erano guidati dal suo spirito; a conferma di questo l’apostolo fu ispirato ancora a scrivere: “E noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono quale governante” (Atti 5:32).
In conclusione possiamo dire che Geova Dio non solo ha ispirato e preservato la sua Parola nel corso dei secoli ma ha anche guidato per mezzo del suo spirito la raccolta delle varie parti. Pertanto si deve riconoscere che la Parola di Dio è composta in tutto da 66 libri di cui è stata riconosciuta l’ispirazione divina, 39 delle Scritture Ebraiche e 27 delle Scritture Greche Cristiane. Qualsiasi aggiunta sia stata fatta a questo elenco è stata arbitraria, frutto di mistificazione umana i cui autori dovranno rendere conto al suo divino Autore, Geova Dio.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO ? – I

“QUANDO RICEVESTE LA PAROLA DI DIO … L’ACCETTASTE NON COME PAROLA DI UOMINI”

1Tessalonicesi 2:13

Anteprima
Qualche anno fa, una domenica pomeriggio una donna cristiana suonò alla porta di un uomo per parlargli del futuro del nostro pianeta. Questi mostrò subito interesse quando la donna iniziò a parlare dei problemi causati dall’inquinamento della terra. Ma quando lei volle mostrargli ciò che la Bibbia dice al riguardo egli si dichiarò molto scettico. La donna, quindi, gli chiese cosa ne pensava della Bibbia e la sua risposta fu: “È un bel libro, scritto da uomini intelligenti, ma non va presa sul serio”. Pertanto lei gli chiese: “Ha mai letto la Bibbia?” … Preso alla sprovvista, l’uomo dovette ammettere che non l’aveva letta. Quindi la donna gli chiese ancora: “Come fa a esprimere un giudizio così categorico su un libro che non ha mai letto?” … L’uomo riconobbe che la donna aveva ragione perciò decise di prendere in esame la Bibbia per farsene un’idea.
Quell’uomo non è l’unico. Molti si sono fatti un’idea della Bibbia pur non avendola mai letta di persona. Magari possiedono una Bibbia. Forse ne riconoscono il valore letterario o storico. Ma per loro è un libro chiuso. Perché? Una delle principali ragioni fu indicata da un docente universitario che disse: “Le opinioni espresse dagli scrittori della Bibbia rispecchiano le idee, le convinzioni e i concetti comuni nel loro tempo, e sono condizionate dal grado di conoscenza di quei tempi” (Gerald Larue, “The Bible as a Political Weapon”, Free Inquiry). Questa dichiarazione rispecchia la convinzione di molti, cioè che la Bibbia è un libro antico, adatto alla mentalità dei tempi in cui fu scritto e non più valido per i nostri giorni … Che dire di noi? … L’abbiamo mai letta? … Come la consideriamo? ….
Nel I secolo d.C. uno scrittore cristiano, l’apostolo Paolo, scrisse a una comunità cristiana: “Quando riceveste la parola di Dio, che udiste da noi, l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Pertanto fin dall’inizio i veri discepoli di Gesù hanno considerato la Bibbia “come parola di Dio”. Questo è un aspetto importante della questione, specialmente per chi si dichiara cristiano. Se la Bibbia fosse un libro scritto da uomini con una conoscenza limitata al loro periodo storico, il suo messaggio davvero sarebbe opinabile come qualunque altro scritto umano. Ma se è “parola di Dio” allora ha profonde implicazioni sulla nostra vita. Significa che Dio mediante essa comunica con noi rispondendo a molte domande esistenziali che spesso ci facciamo e che non hanno ancora trovato risposte nella conoscenza e nella sapienza umana, se mai queste riusciranno a darle, risposte che possono dare un senso alla nostra vita che va oltre la mera accettazione degli accadimenti quotidiani. Significa prestare molta attenzione alle questioni morali che essa tratta perché qualificano il tipo di persona che siamo davanti a Dio, incidendo sul suo giudizio. Significa anche guardare alle nostre prospettive per il futuro in base a ciò che essa predice per il futuro dell’umanità e della terra.
Lo scopo, quindi, di questa nuova serie di post che oggi inizio è portare all’attenzione di chi vorrà leggerli le prove che la Bibbia è realmente la Parola di Dio, perché il sottoscritto, dopo averla attentamente esaminata, si è personalmente convinto che essa, come ha affermato un suo ispirato scrittore: “è una lampada al mio piede, e una luce al mio cammino” (Salmo 119:105), cioè è una guida sicura che il nostro Creatore, Geova Dio, ha voluto darci per affrontare i problemi di ogni giorno, per prendere sagge decisioni coerenti con la Sua volontà e fare scelte per assicurarci un futuro migliore di quanto qualsiasi scienza o attività umana potranno mai darci. Cioè, tanto per essere chiari, nulla che possa essere prodotto dall’uomo potrà mai darci la vita eterna su una terra trasformata in un grande giardino, un paradiso pieno di delizie in condizioni di sicurezza totale, pace e perfetta giustizia. Ma questa prospettiva fa parte del messaggio biblico!
I post riguarderanno questi argomenti: Quando, da chi e come fu scritta la Bibbia. Prove della sua ispirazione divina. Come è stata conservata e tramandata nei secoli. La sua accuratezza storica e le testimonianze archeologiche. La sua attendibilità scientifica. Il suo valore pratico. Il suo messaggio per l’umanità.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/video)
Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” – 2Timoteo 3:16,17

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Per certo la Bibbia è il più antico e straordinario testo religioso tra quelli che sono stati preservati fino ai nostri giorni. La sua parte più antica risale al XVI secolo a.C., prima della comparsa del Rigveda indù (verso il 1300 a.C.), del canone buddista dei “Tre Canestri” (V secolo a.C.), del Corano (VII secolo d.C.) o del Nihongi scintoista (720 d.C.). Il sostantivo italiano “Bibbia” deriva, attraverso il latino, dalla parola greca biblìa, che significa “libretti”. Questa a sua volta deriva da bìblos, termine che indica la parte interna della pianta di papiro, da cui si ricavava una specie di carta. I greci chiamarono “Biblos” la città fenicia di Ghebal, famosa per la produzione di carta di papiro. Col tempo biblìa finì per indicare vari scritti, rotoli, libri, e quindi la raccolta di libretti che costituiscono la Bibbia. Gesù e i suoi discepoli chiamarono questa raccolta “le Scritture” o “le sacre Scritture” o “gli scritti sacri” (cfr. Matteo 21:42; Luca 24:32; Romani 1:2; 2Timoteo 3:15).
Degli uomini parlarono da parte di Dio” – 2Pietro 1:21
Tale raccolta è composta in tutto da 66 singoli libri. 39 di essi fanno parte di quello che comunemente viene chiamato Vecchio Testamento o, più appropriatamente, Scritture Ebraiche poiché furono tutti scritti inizialmente in quella lingua, ad eccezione di alcuni brani scritti in aramaico. Il primo di questi libri è Genesi, scritto da Mosè nel deserto del Sinai nel 1513 a.C. e l’ultimo è Malachìa, scritto dall’omonimo profeta verso il 443 a.C. I restanti 27 costituiscono ciò che viene comunemente chiamato Nuovo Testamento o, più appropriatamente, Scritture Greche Cristiane, perché scritti in greco koinè, lingua formata da una mescolanza di diversi dialetti greci, che dal IV secolo a.C. al V secolo d.C. fu considerata una lingua internazionale e parlata in tutto l’impero romano. Il primo di questi libri è il vangelo di Matteo, scritto dall’omonimo apostolo verso il 41 d.C. Lo scrittore scrisse questo libro dapprima in ebraico e poi lo tradusse in greco. L’ultimo libro in elenco è Rivelazione o Apocalisse, scritto dall’apostolo Giovanni mentre si trovava prigioniero nell’isola di Patmos, nel 96 d.C. Comunque Rivelazione o Apocalisse non fu l’ultimo libro ad essere scritto in ordine cronologico poiché due anni dopo, nel 98 d.C., lo stesso apostolo scrisse le sue tre lettere (1°, 2° e 3° Giovanni) che pure fanno parte della raccolta biblica.
Come si evince, i 66 libri della Bibbia furono composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Alla loro stesura contribuirono 40 scrittori vissuti in epoche e luoghi diversi, molti dei quali non si conobbero tra loro. Queste persone, inoltre, differivano l’una dall’altra: alcune erano istruite, come re, funzionari di stato, sacerdoti e anche un medico, mentre altre erano umili contadini, pastori o pescatori. Una tale diversità potrebbe suscitare dubbi sulla coerenza e sull’armonia dell’intera opera. Tuttavia, in maniera sorprendente, questa non può essere minimamente messa in dubbio e, come vedremo, è una delle tante indicazioni che essa proviene da una fonte più alta dell’uomo.
Se aprite una qualsiasi versione della Bibbia potete notare che i vari libri che la compongono sono suddivisi in ‘capitoli’ (in genere il numero più grande, in neretto) e ‘versetti’ (indicati all’interno dei capitoli con il relativo numero più piccolo). Tutta la Bibbia si compone complessivamente di 1.189 capitoli e 31.173 versetti. Questa suddivisione non è opera degli scrittori originali i quali scrissero tutte le parole di seguito, senza usare alcun segno di interpunzione poiché a quel tempo la punteggiatura non esisteva. Tale suddivisione, peraltro oggi molto utile, venne fatta e definita nel XIII secolo d.C. dai masoreti, copisti molto scrupolosi che ricopiarono le Scritture con meticolosa attenzione.
la parola di Geova dura per sempre” – 1Pietro 1:25 
Come detto la maggior parte dei libri biblici fu scritta in ebraico in un periodo di tempo che va dal 1513 al 443 a.C., nel corso di circa 11 secoli. L’ebraico biblico appartiene al gruppo delle lingue semitiche di cui fu il capostipite. Questa era la lingua parlata in terra di Canaan al tempo di Abraamo dal cui ceppo si formarono vari dialetti cananei ed era la lingua parlata nelle città egiziane in cui gli ebrei discendenti del patriarca si erano rifugiati in tempi di difficoltà. Nel libro di Isaia, capitolo 19, verso 18 si legge infatti: “In quel giorno ci saranno cinque città nel paese d’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno a Geova degli eserciti”. Mosè, che era stato “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” dopo che fu adottato dalla figlia del Faraone (cfr. Atti 7:22), fu allattato e allevato dalla propria madre, che era al servizio della principessa, dalla quale imparò a conoscere la storia del suo popolo d’origine, inclusa la sua lingua, “la lingua di Canaan” (cfr. Esodo 2:1-10). Per questa ragione fu in grado di leggere antichi documenti giunti fino a lui, i quali furono alla base di alcune informazioni che egli mise per iscritto nel libro biblico di Genesi.
A seguito della diaspora o dispersione del popolo ebraico avvenuta dopo la conquista babilonese del 607 a.C., molti ebrei si stabilirono fuori del paese di Canaan. Nei paesi che li ospitarono impararono a parlare altre lingue. Così per fare in modo che essi e i loro proseliti potessero continuare a leggere ed osservare la Legge mosaica e il resto delle Scritture ebraiche, si rese necessario provvedere alla loro traduzione in altre lingue. Pertanto ad Alessandria d’Egitto, dove si era formata una numerosa comunità ebraica, si diede il via al lavoro di traduzione dei libri sacri in greco che, dopo le conquiste di Alessandro Magno, era diventata una lingua internazionale parlata da gran parte delle popolazioni. Secondo la tradizione l’opera fu iniziata ai giorni di Tolomeo Filadelfo, nel 280 a.C., e fu completata verso il 150 a.C. La versione che ne uscì venne chiamata dei Settanta, dal numero degli eruditi che parteciparono al lavoro di traduzione. Questa fu la versione adoperata diffusamente al tempo di Gesù e degli apostoli. Tutte le citazioni e i riferimenti alle Scritture Ebraiche fatti dagli scrittori cristiani nei loro libri si basano sulla Settanta.
Molti frammenti della Settanta scritti su papiro sono giunti fino a noi e possono essere studiati. Sono preziosi perché appartengono ai primi tempi cristiani e, anche se spesso constano solo di pochi versetti o capitoli, aiutano a chiarire molti aspetti del messaggio biblico e stabilire importanti verità. Ad esempio diversi di questi frammenti, come  il papiro di Fouad risalente al I secolo a.C., contengono il nome di Dio nella forma del Tetragramma. Questo dimostra che il nome divino era conosciuto e ampiamente usato al tempo di Cristo ed è difficile credere che Gesù e i suoi discepoli seguissero la tradizione ebraica, che ripetutamente condannarono, di non pronunciare tale nome (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù stesso nella sua ultima preghiera al Padre disse: “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere” (Giovanni 17:6,26). In manoscritti successivi della Settanta, come nel Codice Alessandrino risalente al V secolo d.C., il Tetragramma è stato fatto sparire e sostituito con Kyrios (Signore) a prova del tentativo di manipolare il testo delle Scritture fatto con l’avvento del cristianesimo apostata dal tempo di Costantino in poi (cfr. 2Tessalonicesi 2:3,9-12; 2Pietro 3:15,16). Grazie a Dio, però, oggi abbiamo a disposizione circa 6.000 copie manoscritte delle Scritture Ebraiche o di parti di esse la cui analisi comparata permette di smascherare ogni tentativo di frode del testo originale o gli eventuali errori fatti dai copisti.
002
Frammento del papiro Fouad 266Société Egyptienne de Papyrologie, Il Cairo.
Questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al I secolo a.C. che riporta il versetto di Deuteronomio 18:15,16. Come si evince, il testo greco contiene il nome personale di Dio nella forma del Tetragramma in lettere ebraiche quadrate (יהוה).
001
Frammento del Codice AlessandrinoBritish Museum, Londra
Anche questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al V secolo d.C. Riporta gli stessi versetti di Deuteronomio 18:15,16 e, nel testo greco in caratteri onciali, il Tetragramma del nome di Dio è stato sostituito con le lettere KC e KY, forme abbreviate della parola greca Kyrios (Signore).
Nell’ultima parte del II secolo d.C. il greco iniziò a perdere il suo carattere ‘internazionale’ e sorse l’esigenza di adottare il latino, lingua ufficiale dell’impero romano, in sua sostituzione. Così le gerarchie ecclesiastiche che nel frattempo, contrariamente al modello della chiesa del I secolo, si erano attestate, iniziando ad esercitare il loro potere sul resto dei fedeli, pensarono di far realizzare una ‘versione autorizzata’ dell’intera Bibbia in latino. L’incarico venne dato dal papa di Roma, Damaso (lo stesso che aveva assunto il titolo di Pontifex Maximus in precedenza appartenuto all’imperatore romano in qualità di capo del collegio dei sacerdoti pagani di Roma), a Sofronio Eusebio Girolamo, un presbitero che lo serviva come segretario. Per eseguire l’opera Girolamo adottò un concetto di traduzione che, come egli stesso affermò, prevedeva non la traduzione “parola per parola” ma del “senso con il senso”, precorrendo di migliaia d’anni i moderni metodi di traduzione. A tal fine, per quanto riguarda le Scritture Ebraiche, si rifiutò di tradurre dalla versione greca dei Settanta preferendo tradurre dall’originale ebraico. Girolamo studiò e confrontò con acribia antichi manoscritti ebraici e greci riuscendo a dare un nuovo indirizzo alla ricerca biblica, restituendo valore al testo ebraico. Verso il 405 d.C. completò il suo lavoro che, come dichiarò lo storico Will Durant, “rimane l’opera letteraria più grande e influente del quarto secolo” (Storia della Civiltà, Parte IV, L’epoca della fede, traduzione di M. Tassoni, Mondadori, Milano, 1958). La sua traduzione fu soprannominata Vulgata, a indicare una versione comunemente accettata (dal latino vulgatus, che significa ‘comune, popolare’). La traduzione originale di Girolamo subì nel tempo diverse revisioni, finché quella del 1592 divenne l’edizione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Col tempo però anche il latino divenne una lingua morta. Persino la maggior parte del clero era incapace di leggere in tale lingua. Pertanto ci furono vari tentativi di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Così iniziarono a circolare in Europa versioni in molte lingue, ma le traduzioni venivano fatte clandestinamente a motivo della forte opposizione della Chiesa Cattolica. Nel 1079, infatti, il papa Gregorio VII emanò il primo di numerosi editti ecclesiastici in cui si proibiva di produrre e a volte anche solo di possedere versioni in volgare. Le copie della Bibbia nelle lingue volgari erano tutte manoscritte, perciò erano poche e costose, tuttavia tale lavoro clandestino tenne in vita la fiammella della conoscenza e dell’apprezzamento per ciò che molte persone sincere ritenevano un dono di Dio all’umanità. L’invenzione della stampa diede impulso a tale desiderio. Non a caso il primo libro ad essere stampato fu un’edizione della Vulgata latina, nel 1495. Seguirono quindi stampe dell’intera Bibbia o parti di essa in tedesco, italiano, francese, ceco, olandese, ebraico, catalano, greco, spagnolo, slavo, portoghese e serbo. Coraggiosi studiosi, come John Wycliffe e William Tyndale, sfidarono, spesso a costo della loro vita, i veti della Chiesa Cattolica, per produrre Bibbie in lingue volgari. In tempi più recenti vari studiosi sono stati in grado, collazionando centinaia di manoscritti biblici ancora esistenti, di realizzare edizioni critiche in lingue originali della Bibbia. La maggior parte delle versioni moderne della Bibbia si avvalgono di tali edizioni, riferendosi alle quali Sir Frederic George Kenyon, rinomato studioso di lingue antiche e Presidente della British Academy, affermò: “Come generale risultato di tutte queste scoperte e di tutti questi studi è stata convalidata la prova dell’autenticità delle Scritture, e rafforzata la nostra convinzione che abbiamo in mano, sostanzialmente integra, l’autentica Parola di Dio” (The Story of the Bible, 1937).
A distanza, quindi, di 3.500 anni dalla prima stesura del testo biblico, abbiamo oggi validi motivi per ritenere che la Bibbia sia stata copiata e trasmessa fino ai nostri giorni in maniera accurata. Questo perché, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” (Isaia 40:8, cfr. anche 1Pietro 1:25).
Non dovete aggiungere alla parola che vi comando” – Duteronomio 4:2
Se prendete, però, una qualsiasi versione della Bibbia fatta con l’imprimatur della Chiesa Cattolica, noterete che i libri in essa contenuti non sono 66 ma 73. Come mai? … I sette libri in più che tale Chiesa ha aggiunto ai 39 delle Scritture Ebraiche (VT) vengono comunemente definiti ‘apocrifi’, dal greco apòkyphos che significa ‘occultato’ o ‘nascosto’. Questo perché a differenza dei 66 libri originali questi non venivano letti in pubblico, perciò erano ‘occultati’ o ‘nascosti’ ad altri in quanto ritenuti portatori di tradizioni errate. Comunque la Chiesa Cattolica chiama questi libri ‘deuterocanonici’, vale a dire ‘del secondo (o successivo) canone’, per distinguerli da quelli ‘protocanonici’. Questi libri aggiunti sono Tobia, Giuditta, Sapienza (di Salomone), Ecclesiastico (non Ecclesiaste), Baruc, 1 e 2 Maccabei, più alcune interpolazioni a Ester e tre aggiunte a Daniele, cioè il cantico dei tre giovani, Susanna e gli anziani, e la distruzione di Bel e del dragone. La data della loro stesura è incerta, ma l’evidenza indica che non dev’essere anteriore al II o III secolo a.C.
Gli scritti apocrifi non furono mai inclusi nel canone ebraico delle Scritture e non ne fanno parte neanche oggi. Ad esempio, Giuseppe Flavio, noto storico ebreo del I secolo, nel suo libro Contro Arpione affermò: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”. Egli poi mostrò di essere a conoscenza dell’esistenza dei libri apocrifi aggiungendo: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti”.
Lo stesso Girolamo, oggi considerato dalla Chiesa Cattolica ‘Padre’ e ‘Dottore’ della stessa, portando a termine la Vulgata prese decisamente posizione contro tali libri apocrifi, anzi fu il primo a usare il termine ‘apocrifi’ nel senso di non canonici in riferimento a questi scritti. Infatti nel prologo ai libri di Samuele e Re, egli elencò i libri ispirati delle Scritture Ebraiche seguendo il canone ebraico e disse: “Ci sono ventidue libri … Questo prologo delle Scritture può concorrere per così dire alla difesa di tutti i libri che traduciamo dall’ebraico in latino: affinché siamo in grado di sapere che tutto ciò che è al di fuori va incluso negli apocrifi” (Jacques Paul Migne, Patrologia latina, vol. 28, coll. 600, 601). Poi, in una lettera che scrisse a una donna di nome Leta a proposito dell’educazione della figlia, raccomandò: “Stia bene attenta a tutti quanti i libri apocrifi. Se qualche volta avesse intenzione di consultarli, non per trarne verità dogmatiche ma solo per contemplarne devotamente i simboli, sappia che gli autori non sono quelli che figurano nelle rispettive intestazioni e che ci sono frammischiati non pochi elementi falsi, per cui occorre una grande prudenza per discernere l’oro nel fango” (San Girolamo – Le lettere, Roma, 1962, vol. III, p. 274).
La sua Chiesa non ha tenuto conto di tale raccomandazione e ha incluso tali scritti nel suo catalogo dei libri biblici nonostante che gli stessi “declinano in puerilità meschine oppure si perdono in fantasticherie ridicole (La Sacra Bibbia a cura di Giuseppe Ricciotti, Introduzione generale)
Ma come fu determinata la canonicità dei 66 libri della Bibbia? … …

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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XV

“ADEMPITE LA LEGGE DEL CRISTO”

Galati 6:2

Anteprima
Con questo post concludo la serie dedicata a questo argomento. Era necessario approfondire questo aspetto della fede cristiana poiché tutt’oggi, come era già accaduto nel I secolo, alcuni che si dichiarano ‘cristiani’ sono convinti di dover osservare ancora parte della Legge mosaica, inclusi alcuni aspetti dei Dieci Comandamenti, per ottenere la salvezza. Le parole che sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse al riguardo, cioè che la Legge mosaica era solo “un ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1), non sono state sufficienti per far riflettere tali persone sull’effettivo ruolo avuto da quella Legge nell’adempimento del proposito di Dio, un compito del tutto transitorio che si esaurì con la venuta e il sacrificio del “seme” promesso, Cristo Gesù.
Egli era la “realtà” indicata dalle ‘ombre’ della Legge, compresi il tempio, i sacrifici che vi si compivano e i riti legati all’osservanza di feste e giorni particolari. La Legge era servita al suo scopo e non era più la norma per il giudizio (cfr. Colossesi 2:13-17). Essa era per gli uomini, per il popolo di Israele in particolare (cfr. Salmo 147:19,20), composta di “esigenze legali relative alla carne” (Ebrei 9:10). Con la venuta del Cristo, i suoi discepoli eran invece chiamati alla superiore adorazione basata su Gesù e sul suo regno che ‘non faceva parte di questo mondo’ perché avrebbe dominato dal cielo (cfr. Giovanni 8:23; 18:36) . Perciò solo Gesù Cristo – non gli uomini e i loro princìpi e insegnamenti e nemmeno la legge mosaica che ora era adempiuta – doveva esser riconosciuto come la norma stabilita da Dio per i suoi servitori, come il completo mezzo per misurare la verità riguardo a qualsiasi insegnamento o modo di vivere.
I cristiani di retaggio ebraico non furono solleciti ad accettare tale cambiamento attardandosi ancora a seguire tradizioni legate alla Legge mosaica e dovettero essere corretti. L’apostolo Paolo infatti li esortò a non essere come bambini che si ponevano volontariamente sotto ciò che era paragonato a un ‘tutore’, cioè la Legge mosaica. Quella Legge, disse, era divenuta “elementare”, in paragone con l’insegnamento cristiano fatto di princìpi e profonde verità. Perciò era un errore per i cristiani tornare alle “deboli e meschine cose elementari” della sfera umana (cfr. Galati 4:3; Colossesi 2:8,20).
In maniera simile oggi molti non tengono conto che il vecchio “patto della Legge” mosaica è stato sostituito dal “nuovo patto” che si basa sul sacrificio di Cristo, l’unico che permette la giustificazione e il perdono dei nostri peccati da parte di Dio. Pertanto i veri cristiani sono ora sotto la “legge del Cristo” (cfr. Galati 6:2), composta dai comandi e dalle istruzione che egli diede, che non furono scritte su tavolette o in un codice, ma nel cuore dei suoi discepoli  e tutte basate su un princìpio fondamentale che regola i rapporti tra Dio e la sua creazione: l’amore. Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, secondo quanto sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che essi avrebbero manifestato (cfr. Giovanni 13:35). A tal fine egli lasciò un modello da seguire … …

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RAbraamo, il capostipite della nazione ebraica, nacque nel 2018 a.C. a Ur, che in quel tempo era una fiorente metropoli costiera del paese di Sinar (attuale Iraq). Ad Ur veniva estesamente praticata una religione idolatrica basata sul culto del suo protettore, il dio-luna Sin. Abraamo però era un fedele adoratore di Geova, il Dio dei suoi antenati, Sem, Noè, Enoc (cfr. Genesi 5:3-32; 11:10-26). Ma Geova gli comandò di trasferirsi da Ur in un paese straniero, lasciandosi dietro amici e parenti con la promessa che avrebbe fatto della sua discendenza una grande nazione (cfr. Genesi 12:1,2). In quel tempo Abraamo era sposato con la sorellastra Sara, ma non avevano figli ed erano entrambi anziani. Anche se ci voleva grande fede per credere a quella promessa, egli ubbidì.
Lasciata Ur, Abraamo viaggiò verso nord per circa 960 km. fino ad Haran, un importante nodo sulle antiche strade carovaniere che attraversavano il medio oriente da est ad ovest. Lì vi rimase fino alla morte del padre, Tera. Nel 1943 a.C., all’età di 75 anni, lasciò Haran e, attraversato il fiume Eufrate, entrò nel paese di Canaan. In quell’occasione Dio gli rinnovò la promessa che aveva fatto prima che lasciasse Ur dicendogli anche che quel paese l’avrebbe dato alla sua discendenza (cfr. Genesi 12:7). Abraamo però doveva risiedere nel paese come residente forestiero poiché Geova avrebbe adempiuto quella promessa solo 430 più tardi anni perché, come gli disse: “l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento” (Genesi 15:13-16*).
Puntualmente, allo scadere dei 430 anni, nel 1513 a.C. Dio adempì la sua promessa liberando dalla schiavitù egiziana in cui erano venuti a trovarsi i discendenti di quel patriarca, organizzandoli come nazione e conducendoli nella terra di Canaan. Circa tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, mentre era accampato ai piedi del monte Sinai, Dio, mediante Mosè, diede a quel popolo un codice di leggi. Riferendosi alla promessa fatta ad Abraamo e alla legge mosaica, circa 1.600 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo scrisse in una delle sue lettere ispirate: “In quanto al patto precedentemente convalidato da Dio, la Legge che è venuta all’esistenza quattrocentotrent’anni dopo non lo annulla, in modo da abolire la promessa … Perché, dunque, la Legge? Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa … Quindi la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo, affinché fossimo dichiarati giusti a motivo della fede” (Galati 3:17,19,24). Pertanto la Legge mosaica fu un aggiunta al patto fatto con Abraamo e riguardava esclusivamente il popolo ebraico, non era vincolante per il resto dell’umanità (cfr. Salmo 147:19,20).
la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo” – Galati 3:24
Perché l’apostolo Paolo paragonò la Legge mosaica a un tutore? Nel suo tempo le famiglie benestanti greche, romane e anche ebree usavano affidare i loro bambini a un tutore che aveva il compito di seguirne le attività dall’infanzia alla pubertà. In genere veniva scelto uno schiavo fidato, spesso di una certa età, che si preoccupava della sicurezza del bambino e si assicurava che il volere del padre fosse rispettato. Accompagnava il bambino ovunque andasse, si occupava della sua igiene personale, lo portava a scuola, spesso gli portava i libri e altre cose, e vigilava su di lui mentre studiava. Ma non era un insegnante, non spettava a lui a provvedere all’istruzione scolastica del bambino; tuttavia lo istruiva indirettamente sorvegliandolo e disciplinandolo quando si comportava male. Il tutore offriva protezione, sia in senso morale che fisico: nel mondo ellenistico c’era molta immoralità e i bambini, specie i maschi, dovevano essere protetti dalle molestie sessuali. Perciò i tutori assistevano alle lezioni, dato che di molti insegnanti non ci si poteva fidare. Sotto tutti questi aspetti il paragone fatto dall’apostolo risulta particolarmente efficace.
La Legge, infatti, costituiva una protezione per il popolo di Israele. Paolo disse che gli ebrei erano “custoditi sotto la legge”, proprio come se fossero stati affidati a un tutore che li proteggeva (cfr. Galati 3:23). Essa influiva su ogni aspetto della loro vita, teneva a freno le loro brame e i loro desideri carnali, stabiliva come dovevano comportarsi e li riprendeva di continuo per le loro mancanze. Come un ‘muro’ li separava nettamente dagli altri popoli che circondavano Israele proteggendoli dalle loro influenze corruttrici e dalle loro pratiche abiette in campo religioso e morale. Tutto questo al fine di guidare la nazione di Israele affinché fosse pronta ad accettare il “seme” della promessa, Cristo Gesù, quando questi sarebbe arrivato. Infatti, come ampiamente mostrato nei miei post precedenti sull’argomento, i sacrifici richiesti dalla Legge avevano proprio lo scopo di ricordare agli israeliti che erano peccatori e bisognosi di un Salvatore mentre gli aspetti cerimoniali da essa previsti fornivano un quadro di ciò che sarebbe accaduto durante suo ministero terreno e nel futuro.
Un aspetto rilevante dell’illustrazione dell’apostolo Paolo era la natura temporanea dell’autorità del tutore. Una volta cresciuto, il ragazzo non era più sotto il controllo del tutore. Similmente anche l’autorità della Legge di Mosè era temporanea: serviva a “rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme”, Gesù Cristo. Per avere l’approvazione divina, i contemporanei ebrei di Paolo dovevano riconoscere il ruolo di Gesù nel proposito di Dio. Una volta avvenuto questo, il tutore aveva assolto la sua funzione e cessava il suo compito. Aggiunse infatti l’apostolo: “ora che la fede è arrivata, non siamo più sotto il tutore” (Galati 3:25).
Quella Legge era perfetta. Gli uomini che dovevano osservarla erano però imperfetti. Per questo motivo a molti di loro forse sarà sembrata oppressiva. Perciò l’apostolo scrisse ancora: “Cristo ci liberò mediante acquisto dalla maledizione della Legge, divenendo una maledizione invece di noi” (Galati 3:13). Essa era una maledizione nel senso che richiedeva che gli ebrei imperfetti ubbidissero a norme che non erano in grado di rispettare alla perfezione ed esigeva che venissero osservati scrupolosamente certi riti. Al contrario, il riscatto pagato da Cristo con la sua morte sacrificale offriva loro l’opportunità di esser perdonati dai propri peccati semplicemente esercitando fede nel suo valore salvifico, perciò non era più necessario ubbidire ai dettami del ‘tutore’ cioè della Legge mosaica.
le cose che si vedono sono temporanee, ma le cose che non si vedono sono eterne” – 2Corinti 4:18
Tuttavia fu necessario che Paolo richiamasse alcuni cristiani, specialmente quelli di retaggio ebraico, su questo aspetto. Perché? Nella sua lettera l’apostolo aveva messo in evidenza la natura temporanea della Legge mosaica paragonandola a un ‘tutore’. Ma essi continuavano a ritenere che fosse necessario osservare ancora la Legge per essere salvati. Per questo motivo l’apostolo concluse l’argomento dicendo: “ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto ora che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi?Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni. Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11; cfr. anche Colossesi 2:16,17). Essi non avevano discernimento spirituale. Paolo evidenziò questo problema dicendo: “Riguardo a lui [Cristo] abbiamo molte cose da dire e difficili a spiegarsi, giacché siete divenuti di udito torpido.Poiché, in realtà, mentre dovreste essere maestri a causa del tempo, avete ancora bisogno che qualcuno vi insegni dal principio le cose elementari dei sacri oracoli di Dio; e siete divenuti tali che avete bisogno di latte, non di cibo solido.Poiché chiunque partecipa al latte è senza conoscenza della parola della giustizia, perché è bambino.Ma il cibo solido è per le persone mature, per quelli che mediante luso hanno le loro facoltà di percezione esercitate per distinguere il bene e il male” (Ebrei 5:11-14). Quei cristiani erano ancora attaccati a cose che si potevano vedere, sentire e toccare, come il tempio, il sacerdozio, l’osservanza di certe feste o giorni particolari e trovavano difficile accettare i più profondi princìpi cristiani, basati su realtà invisibili (cfr. 2Corinti 4:18).
Dio ispirò l’apostolo Paolo a scrivere chiaramente: “Ora siamo stati esonerati dalla Legge, perché siamo morti a ciò da cui eravamo detenuti, così che siamo schiavi in un nuovo senso secondo lo spirito, e non nel vecchio senso secondo il codice scritto” (Romani 7:6). Quel “codice scritto”, contrariamente a quanto alcuni tutt’oggi affermano, includeva anche i Dieci Comandamenti. Lo si comprende dalle successive parole scritte da Paolo: “io non avrei conosciuto il peccato se non fosse stato per la Legge; e, per esempio, non avrei conosciuto la concupiscenza se la Legge non avesse detto: “Non devi concupire”” (v. 7). Questo riferimento all’ultimo dei Dieci Comandamenti ci aiuta a comprendere che i cristiani sono stati esentati anche dai Dieci Comandamenti (**). Per aiutare meglio i suoi conservi cristiani a capire il punto, l’apostolo fece un’altra illustrazione. In Romani 7:2,3 si legge: “Per esempio, la donna sposata è legata dalla legge al proprio marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è esonerata dalla legge del marito.E mentre il marito vive, essa sarebbe dunque chiamata adultera se divenisse di un altro uomo. Ma se il marito muore, è libera dalla sua legge, così che non è adultera se diviene di un altro uomo”. Egli, quindi, applicò questa illustrazione ai cristiani che non potevano essere soggetti contemporaneamente alla Legge mosaica e a Cristo dicendo: “Così, fratelli miei, anche voi foste resi morti alla Legge per mezzo del corpo del Cristo, per divenire di un altro, di colui che fu destato dai morti” (v. 5). Significa questo che i cristiani, non essendo sotto i Dieci Comandamenti, non debbano osservare alcuna legge? Niente affatto.

 tutore-1

Sebbene Dio comunicasse ai discepoli di Gesù che erano stati “esonerati dalla Legge” poiché questa, con la venuta e la morte del “seme” promesso, aveva assolto la sua funzione perciò era stata abrogata (cfr. Galati 3:24; Efesini 2:15), alcuni di essi, di stirpe ebraica, continuavano a seguire le tradizioni legate alla Legge mosaica. Questi provocarono accese dispute nella neonata chiesa cristiana. Gli apostoli e gli anziani della chiesa di Gerusalemme dovettero intervenire per correggere la loro posizione. L’apostolo Paolo paragonò quei cristiani a bambini, spiritualmente immaturi, incapaci di assimilare le profonde verità che derivavano dalla progressiva rivelazione della volontà di Dio. Anche oggi taluni che si dichiarano ‘cristiani’, per mancanza del giusto intendimento spirituale, continuano a dare indebita importanza a qualche aspetto della Legge mosaica, come l’osservanza del sabato settimanale, credendo che sia fondamentale per ottenere la salvezza, dimentichi di ciò che Dio fece scrivere dall’apostolo, cioè che: “mediante le opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta … l’uomo è dichiarato giusto per fede, indipendentemente dalle opere della legge” perciò “siete stati salvati mediante la fede; e questo non viene da voi, è il dono di Dio. No, non è dovuto alle opere” (Romani 3:20,28; Efesini 2:8,9).
io certamente concluderò con la casa d’Israele … un nuovo patto” – Geremia 31:31
Il giorno di Pasqua del 33 A.D., dopo aver portato a termine la celebrazione prevista dalla Legge mosaica, Cristo istituì una nuova cerimonia che da allora in poi avrebbe sostituito quella ebraica. Dopo aver spezzato il pane e passato il vino disse ai suoi fedeli apostoli: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:20). Così facendo adempiva una profezia che il suo Padre celeste aveva ispirato circa 600 anni prima. Dal suo profeta Geremia aveva fatto scrivere: “Ecco, vengono i giorni”, è l’espressione di Geova, “e io certamente concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto;non come il patto che conclusi con i loro antenati nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, ‘il quale mio patto essi stessi infransero … questo è il patto che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni”, è l’espressione di Geova. “Certamente metterò la mia legge dentro di loro, e la scriverò nel loro cuore. E di sicuro diverrò il loro Dio, ed essi stessi diverranno il mio popolo … perdonerò il loro errore, e non ricorderò più il loro peccato” (Geremia 31:31-34).
Questo “nuovo patto” sostituì il vecchio patto della Legge mosaica quando questo portò a termine il suo compito di “tutore”. Questo cambio di disposizione avvenne il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio unse con il suo spirito santo i primi discepoli di Gesù radunati a Gerusalemme (cfr. Atti 2:1-4). I contraenti di questo “nuovo patto” erano Geova Dio e una nazione nuova chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16) i cui componenti sarebbero stati scelti sia fra discendenti naturali di Abramo che tra persone appartenenti a “ogni nazione” che accettavano di divenire discepoli di Gesù riponendo fede nel valore espiatorio del suo sacrificio (cfr, Atti 10:34,35). L’apostolo Pietro, che ebbe il privilegio di veder accogliere come membri della nuova nazione i primi discepoli di stirpe non ebraica, il centurione romano Cornelio e i suoi familiari (cfr. Atti capitolo 10), confermò questo cambiamento nel proposito di Dio scrivendo nella sua prima ispirata lettera indirizzata a tutti i discepoli di Cristo sparsi per il mondo: “Ma voi siete ‘una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso” (1Pietro 2:9).
Riferendosi a tale esperienza, il discepolo e fratello carnale di Gesù, Giacomo, nel corso di quello che viene considerato il I concilio apostolico, tenutosi a Gerusalemme nel 49 d.C., disse: “Simeone [Pietro] ha narrato completamente come Dio per la prima volta rivolse l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” (Atti 15:14). Pertanto lo scopo del “nuovo patto” era quello di produrre un popolo che avrebbe portato il nome di Geova e avrebbe sostituito l’infedele Israele naturale nel ruolo previsto dal patto abramico per la benedizione di tutte le nazioni (cfr. Genesi 22:18). Geova Dio stesso confermò questo facendo poi scrivere all’apostolo Paolo: “siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù.Poiché tutti voi che foste battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.Non c’è né giudeo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina; poiché siete tutti una persona unitamente a Cristo Gesù.Inoltre, se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29).
e così adempite la legge del Cristo” – Galati 6:2
Come detto, con l’abolizione del patto della Legge mosaica i cristiani sono stai esonerati dall’osservanza della stessa, ma questo non significa che essi non debbano osservare alcuna legge. Sempre sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse: “Continuate a portare i pesi gli uni degli altri, e così adempite la legge del Cristo” (Galati 6:2). Gesù diede molti comandi e istruzioni, ubbidendo ai quali i suoi discepoli avrebbero osservato o adempiuto la sua Legge. Tali comandi si basavano sugli stessi princîpi fondamentali su cui si basava l’intera Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti. Ad esempio, quando gli fu chiesto qual era il più grande comandamento della Legge (mosaica), egli non citò nessuno dei Dieci Comandamenti in particolare ma disse: “‘Devi amare Geova tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’.Questo è il più grande e il primo comandamento.Il secondo, simile ad esso, è questo: Devi amare il tuo prossimo come te stesso’.Da questi due comandamenti dipendono lintera Legge e i Profeti” (Matteo 22:37-40). In un’altra circostanza affermò: “Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri.Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi” (Giovanni 13:34,35).
Questi comandamenti non furono messi per iscritto su tavolette, come era accaduto per i Dieci Comandamenti, ma, come era stato profetizzato mediante Geremia, venivano scritti “nel cuore” dei discepoli di Gesù. A differenza degli Israeliti che erano vincolati per nascita alla Legge mosaica, i cristiani venivano a trovarsi sotto la “Legge del Cristo” per scelta, poiché fattori come razza e luogo di nascita erano irrilevanti. Essi quindi avrebbero imparato a conoscere Geova e le sue vie e avrebbero desiderato vivamente di fare la sua volontà, non per mero senso del dovere o per evitare la punizione per la disubbidienza a un codice scritto ma per una ragione molto più importante: avrebbero riconosciuto che l’amore è sempre stato e sempre sarà un aspetto essenziale della pura adorazione, l’essenza di tutte le leggi e i regolamenti divini. Perciò sul modello dell’amore mostrato da Cristo, il quale pur essendo una potente creatura spirituale in cielo accettò di buon grado l’opportunità di promuovere gli interessi del Padre suo sulla terra e fu disposto a cedere volontariamente la sua vita per i suoi amici, i suoi discepoli amano profondamente Dio e si amano altruisticamente gli uni gli altri (cfr. Giovanni 15:12,13). Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, come sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che avrebbero manifestato tra di loro (cfr. Giovanni 13:35). Gesù comandò perfino di amare i nemici (cfr. Matteo 5:44).
Un altro importante comandamento che Gesù diede si legge in Matteo 6:33: “Continuate dunque a cercare prima il regno e la Sua giustizia”. Cosa significava questo per i suoi discepoli? Il Regno di Dio fu il tema del suo ministero terreno, perché è il mezzo con cui Geova Dio restaurerà il suo proposito per la terra e l’umanità. Gesù sottolineò questo aspetto insegnando ai suoi seguaci a chiedere a Dio in preghiera: “Venga il tuo regno. Si compia la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra” (Matteo 6:10). In che modo si adempirà questa preghiera? Dio lo indicò mediante il suo profeta Daniele, ispirandolo a scrivere: “l’Iddio del cielo stabilirà un regno che non sarà mai ridotto in rovina. E il regno stesso non passerà ad alcun altro popolo. Esso stritolerà tutti questi regni e porrà loro fine, ed esso stesso sussisterà a tempi indefiniti” (Daniele 2:44). Questa azione cambierà per sempre il dominio della terra, gli uomini non avranno mai più il controllo della terra, il loro dominio insoddisfacente e divisivo sarà definitivamente cancellato dalla faccia della terra. Stando così le cose i veri discepoli di Gesù hanno il comando di non fare parte del mondo, cioè di non immischiarsi nella politica di questo mondo e mantenersi separati da ogni forma di nazionalismo, esattamente come lui non ne fece parte (cfr. Giovanni 17:16; 18:36; Giacomo4:4).
Oltre a dare la propria vita umana affinché altri vivessero in eterno, Gesù pronunciò “parole di vita eterna”, aiutando instancabilmente altri a conoscere il Padre (cfr. Giovanni 6:68). Perciò diede ai suoi discepoli anche questo comando: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo,insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19,20). Tutti i suoi veri discepoli nel I secolo ubbidirono con zelo a questo comandamento predicando la buona notizia del Regno “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa”, nonché “pubblicamente”, nei luoghi di mercato, per le vie o nelle piazze (cfr. Atti 5:40-42; 20:20). Non lo facevano solo per un senso del dovere ma erano motivati da fede sincera, dal desiderio di onorare Dio e con l’amorevole speranza di recare la salvezza ad altri (cfr. Romani 10:9-15). Grazie al loro zelo dopo solo una trentina di anni dalla morte di Gesù l’apostolo poté scrivere che la buona notizia era stata “predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Colossesi 1:23).
Oggi che, secondo la profezia biblica, stiamo vivendo nel tempo della fine, ubbidire a questo comando di Gesù assume ancor più valore e, più che l’osservare certi giorni o cerimonie particolari, distingue i veri discepoli di Cristo da quelli solo nominali! Nella sua profezia Gesù disse che prima della fine la buona notizi del regno doveva essere “predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni” (cfr. Matteo 24:14). Perciò, se vi dichiarate discepoli di Gesù, state mettendo in pratica questo suo comandamento? Egli disse chiaramente: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama”, e anche  “Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Giovanni 14:15,21; 15:10).

 tutore-2  Annuario dei Testimoni di Geova del 2015

Nel I secolo i discepoli di Gesù si caratterizzarono per il loro zelo nel predicare il Regno di Dio in tutta la terra. Nel suo libro History of the Christian Church (Storia della Chiesa Cristiana) William S. Williams ha scritto: “Le testimonianze sono concordi nell’indicare che nella Chiesa primitiva tutti i cristiani … predicavano il vangelo”. Si, tutti i seguaci di Gesù ubbidirono al suo comando, uomini e donne, giovani e vecchi, schiavi e liberi, “ogni giorno, nel tempio … pubblicamente e di casa in casa”. In maniera simile oggi i veri cristiani si riconoscono perché ubbidiscono al comando di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19, 20).
Una “legge perfetta che appartiene alla libertà” – Giacomo 1:25
La speranza che Geova Dio offre all’umanità è quella di vedere la fine della schiavitù al peccato e alla corruzione, e di godere quella che la Bibbia chiama “la gloriosa libertà dei figli di Dio” (Romani 8:21). In che modo Egli adempirà questa promessa? La risposta a questa domanda Dio l’ha data ispirando Giacomo, il fratello di Gesù, a scrivere: “chi guarda attentamente nella legge perfetta che appartiene alla libertà … sarà felice nel suo operare” (Giacomo 1:25). Qual è questa “legge perfetta che appartiene alla libertà”? Di sicuro non è la Legge mosaica, in quanto quel codice rendeva manifeste le trasgressioni risultando una “maledizione” per il popolo e non lo liberava dal peccato (cfr. Galati 3:10-14). Era proprio la “Legge del Cristo” che non ha bisogno di un lungo elenco di pene o sanzioni ma consiste di comandi semplici e princìpi fondamentali, si fonda sull’amore ed è scritta nelle menti e nei cuori dei suoi discepoli.
Questa Legge “appartiene alla libertà” poiché si basa sul “nuovo patto” che ha sostituito il vecchio patto della Legge mosaica, “nuovo patto” che fu validato col versamento del sangue di Cristo Gesù. Solo il sacrificio di Cristo libera dal peccato e dalla corruzione, come è scritto: “se qualcuno commette peccato, abbiamo un soccorritore presso il Padre, Gesù Cristo, il giusto.Ed egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 2:1,2; cfr. anche Romani 3:23,24). Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse a quei cristiani che ancora si ritenevano sotto la Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti: “come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi? Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni.Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11). Insistere nell’osservare comandamenti e decreti della Legge mosaica era per quei cristiani come rinnegare il sacrificio di Cristo il cui scopo era liberare dalla terribile oppressione del peccato e della morte! Non è infatti ubbidendo a quella Legge che si ottiene l’approvazione di Dio, ma riconoscendo il valore espiatorio del sacrificio di Gesù ed esercitando fede in lui ubbidendo ai suoi comandamenti, come è scritto: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16).

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(*) – Gli amorrei erano la tribù principale o dominante del paese di Canaan. Secondo diversi storici a motivo di ciò sotto il nome di amorrei vennero indicate tutte le popolazioni di Canaan, includendo quindi ittiti, ferezei, cananei, ivvei e gebusei. Quelle popolazioni erano dedite odiose pratiche religiose. Esse sono così descritte: “L’adorazione di Baal, Astoret e altri dèi cananei consisteva nelle orge più sfrenate; i loro templi erano centri del vizio … I cananei praticavano il culto dandosi all’immoralità … quindi assassinavano i loro primogeniti come sacrificio a quegli stessi dèi … Un’altra pratica orribile era quella dei cosiddetti ‘sacrifici di fondazione’. Quando dovevano costruire una casa, sacrificavano un bambino, il cui corpo veniva inglobato nel muro” (Halley’s Bible Handbook di Henry H. Halley). Quel riferimento al loro “errore” che non era ancora “giunto al compimento”, oltre ad attestare la pazienza di Dio verso i malvagi, dimostra che Egli non è disposto a tollerare a tempo indefinito le loro cattive azioni. Pertanto, al culmine della sua pazienza, Dio usò gli Israeliti, una volta liberati dalla schiavitù egiziana, come strumento di esecuzione del suo avverso giudizio contro quelle persone così degradate e irrecuperabili, dopo aver aspettato per 430 anni prima di intervenire per porre fine alla loro malvagità (cfr. Deuteronomio 9:5). A tutti quelli che accusano Geova di essere un Dio sanguinario per aver fatto sterminare quelle popolazioni, l’autore del citato libro risponde: “Una civiltà così abominevole, sordida e brutale aveva ancora il diritto di esistere? … Gli archeologi che scavano fra le rovine delle città cananee si chiedono perché Dio non li abbia distrutti prima”.
(**) – Alcuni dicono che la Legge era divisa in due parti: i Dieci Comandamenti, che definiscono “legge morale”, e le altre leggi, definite “legge cerimoniale”. Essi affermano che ciò che ebbe fine furono le altre leggi, mentre i Dieci Comandamenti rimasero. Ma questa è una mera interpretazione umana, non corrisponde a verità. Nel Sermone del Monte Gesù citò dai Dieci Comandamenti come pure da altre parti della Legge, senza fare alcuna distinzione fra loro, dimostrando che la Legge di Mosè era un corpo unico di norme e non divisa in due parti. Egli disse: “Avete udito che fu detto agli antichi: ‘Non devi assassinare [Eso. 20:13; sesto comandamento]’ … Se, dunque, porti il tuo dono all’altare [Deut. 16:16, 17; non faceva parte dei Dieci Comandamenti] … Avete udito che fu detto: ‘Non devi commettere adulterio [Eso. 20:14; settimo comandamento]’. Inoltre fu detto: ‘Chiunque divorzia da sua moglie, le dia un certificato di divorzio [Deut. 24:1; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’. Avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente [Eso. 21:23-25; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’” (Matteo 5:21,23,27,31,38).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XIV

“PER MEZZO DI LUI ABBIAMO LA LIBERAZIONE PER RISCATTO MEDIANTE IL SUO SANGUE”

Efesini 1:7

 Anteprima
La questione del corretto uso del sangue occupa da millenni il dibattito umano. In tutto il corso della sua storia l’uomo ha liberamente usato il sangue come nutrimento, e perfino come veleno, oltre che per ispirare profeti e profetesse, per legare cospiratori, per suggellare trattati e, oggi più che mai, per scopi medici. Pochi però hanno tenuto conto del punto di vista di colui che il sangue l’ha creato, Geova Dio. Ripetute volte il nostro Creatore ha espresso il suo punto di vista sul sangue: poco dopo la ribellione dei nostri progenitori, quando uno dei loro figli assassinò  suo fratello, Dio gli disse: “Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Agli occhi di Geova il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio. Subito dopo il Diluvio noetico, dopo aver autorizzato gli uomini a mangiare anche carne animale, disse loro: “Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3,4). Joseph Benson, erudito biblico e uno dei primi presidenti della Conferenza Metodista, scrisse al riguardo: “Bisogna osservare che questa proibizione di mangiar sangue, data a Noè … non è mai stata revocata” (Joseph Benson The Holy Bible, Containing the Old and New Testaments). Questo stesso comando fu ripetuto quando Dio diede la Legge al popolo di Israele. La sua norma recitava: “L’anima della carne è nel sangue … e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione … Nessun’anima di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11-13). Quanto era importante l’osservanza di tale norma? Dio disse: “Chiunque lo mangi sarà stroncato” (Levitico 17:14).
Quel comando non era un semplice rito religioso né una mera disposizione dietetica, come molti sono portati a credere, ma si basava su un importante princìpio divino: la santità della vita. La vita è sacra perché appartiene a colui che l’ha data, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9). Dal punto di vista di Dio il sangue rappresenta la vita di ogni sua creatura e ha un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. Perciò Dio ha riservato l’uso del sangue soltanto in relazione a questo scopo e questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato come prezzo di riscatto dal peccato e dalla morte. Per questo motivo quando Dio istituì la chiesa cristiana formata dai discepoli di Cristo che esercitavano fede nel valore propiziatorio del suo sacrificio, ispirò coloro che nel I secolo guidavano quella chiesa a scrivere: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29). Essi considerarono il divieto divino relativo al sangue una questione ancora valida e molto seria tanto che la sua violazione era considerata un peccato pari all’immoralità e all’idolatria!
Che dire di noi? Il nostro punto di vista sull’uso del sangue corrisponde a quello di Dio?

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William Blackstone, giurista e accademico britannico del XVIII secolo noto per aver scritto il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, opera che ancor oggi rappresenta una fonte importante per le ricostruzioni degli orientamenti classici del common law, il modello di ordinamento giuridico diffuso in tutti i paesi anglofoni, parlando della vita disse che è “l’immediato dono di Dio”. Questa sua dichiarazione concorda con ciò che circa 3.000 anni prima già aveva affermato un saggio governate, il re israelita Davide, il quale, rivolgendosi al Creatore, Geova Dio, disse: “Presso di te è la fonte della vita” (Salmo 36:9).
Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” – Genesi 4:10
Quando nasce ogni essere umano viene in possesso del prezioso “dono” della vita senza averlo chiesto, ciò nondimeno ne è considerato responsabile non solo nell’ambito della collettività in cui vive, che ha fatto leggi per sostenerlo e proteggerlo, ma soprattutto da Colui che questo “dono” l’ha dato, Dio stesso che chiama ciascuno a esserne degno. Fu per questo motivo che, fin dagli albori della storia dell’umanità, Geova Dio indicò chiaramente che non lasciava agli esseri umani la facoltà di fare uso, o abuso, della vita a loro piacimento. Quando, infatti, il primo figlio di Adamo ed Eva, Caino, divorato dalla gelosia soppresse la vita innocente di suo fratello Abele, Dio gli chiese conto del suo atto dicendo: “Che hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Con queste parole rese noto che la vita di Abele, che era stata brutalmente stroncata, era rappresentata dal suo sangue versato sul suolo e gridava a Dio vendetta.
Circa 1.300 anni dopo Geova ritornò sull’argomento rivolgendosi ai superstiti del Diluvio con il quale distrusse la maggioranza delle persone che allora vivevano sulla terra ma non mostravano il giusto apprezzamento per il dono della vita poiché “avevano riempito la terra di violenza” (cfr. Genesi 6:5-7,13). A quelle otto anime sopravvissute Dio rivelò altri particolari in merito al suo punto di vista sulla vita e il sangue dicendo loro: “Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo. Come nel caso della verde vegetazione vi do in effetti tutto questo. Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3, 4). Questo decreto che Dio diede tramite Noè fu un importante passo avanti nell’adempimento del Suo proposito relativo al sangue, proposito che avrebbe permesso agli esseri umani di ottenere la vita eterna.
Quindi aggiunse: “Richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo, poiché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo” (Genesi 9:5,6). Da questa dichiarazione rivolta all’intera famiglia umana si comprende che agli occhi di Dio il sangue rappresenta la vita dell’uomo. Il Creatore gli dà la vita e nessuno dovrebbe sopprimere quella vita, rappresentata dal sangue. Se, come Caino, qualcuno commette un omicidio, il Creatore ha il diritto di ‘richiedere’ la vita dell’omicida. Dio, dunque,  intese vietare agli esseri umani di fare un uso errato del sangue. Perché? La risposta è legata a uno dei più importanti insegnamenti della Bibbia, che sta alla radice stessa del messaggio cristiano. Quale?
è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” – Levitico 17:11
800 anni dopo il Diluvio Geova liberò la nazione di Israele, che aveva scelto come suo popolo, dalla schiavitù egiziana e le diede il suo codice della Legge. Questo costituì un ulteriore passo nell’adempimento del suo proposito. Quella Legge richiedeva di fare a Dio delle offerte; queste potevano essere di cereali, di olio e di vino, i prodotti tipici della terra che Egli aveva donato loro, ma anche sacrifici di animali. Riguardo a questi Dio comandò: “L’anima della carne è nel sangue, e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso. Per questo ho detto ai figli d’Israele: ‘Nessun’anima di voi deve mangiare sangue. In quanto a qualunque uomo dei figli d’Israele o a qualche residente forestiero che risiede come forestiero in mezzo a voi il quale prenda a caccia una bestia selvaggia o un volatile che si può mangiare, ne deve versare in tal caso il sangue e lo deve coprire di polvere’” (Levitico 17:11-13). Dunque, se qualcuno, per esempio un cacciatore o un contadino, avesse ucciso un animale per mangiarlo, avrebbe dovuto scolarne il sangue e coprirlo con la polvere (cfr. il v. 13). Poiché, come si afferma nelle Scritture, la terra è ‘lo sgabello dei piedi di Dio’ (cfr. Isaia 66:1), versando il sangue a terra la persona riconosceva che la vita veniva restituita al suo Datore.
Quel comando non era un semplice rito religioso senza alcuna importanza per quel popolo. Consideriamo perché gli Israeliti non dovevano mangiare il sangue degli animali uccisi. Dopo aver dato il comando “Nessun’anima di voi deve mangiare sangue”, Dio ne spiegò il motivo dicendo: “Io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre”. Dunque la ragione principale per cui gli israeliti non dovevano mangiare sangue non era dietetica, non riguardava gli eventuali rischi per la salute, ma era data dal fatto che agli occhi di Dio il sangue aveva un significato speciale nella realizzazione del suo proposito. Egli aveva attribuito al sangue un grande valore poiché rappresentava la vita e avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. L’apostolo cristiano Paolo, infatti, qualche secolo dopo fu da Dio stesso ispirato a scrivere: “Quasi tutte le cose sono purificate col sangue secondo la Legge, e se il sangue non è versato non ha luogo nessun perdono” (Ebrei 9:22).
Tuttavia l’apostolo fu anche ispirato a scrivere: “Mediante questi sacrifici c’è di anno in anno un ricordo dei peccati, poiché non è possibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati” (Ebrei 10:1-4). Sembra qui che ci sia una contraddizione di termini poiché l’apostolo prima dice che il sangue ‘purificava’ e permetteva il perdono dei peccati, poi scrive che il sangue degli animali sacrificati ‘non toglieva i peccati’. Ma lo stesso apostolo ne spiega il motivo. Parlando della Legge in un’altra delle sue lettere Paolo spiegò: “Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa; e fu trasmessa mediante angeli per mano di un mediatore [Mosè]” (Galati 3:19). I sacrifici disposti dalla Legge mosaica, quindi, erano transitori e servivano a uno scopo: dovevano ricordare agli Israeliti che erano peccatori e che avevano bisogno di qualcosa di più del versamento di sangue animale per ottenere il perdono in senso pieno dei loro peccati. In base alla perfetta giustizia di Dio quei sacrifici non avrebbero mai potuto cancellare definitivamente i disastrosi effetti del peccato ereditato da Adamo fin dalla nascita. Ci voleva un sangue, o una vita del valore corrispondente a quella persa da Adamo per bilanciare il suo errore e cancellarne definitivamente le conseguenze.
Per mezzo di lui abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue” – Efesini 1:7
In realtà la Legge additava qualcosa di molto più efficace per adempiere la volontà di Dio. Lo stesso apostolo fu ispirato a scrivere: “La Legge ha un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1). La realtà si incentrava sulla morte di Gesù Cristo, come scrisse ancora l’apostolo: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi” (Romani 5:8) e con la sua morte “diede se stesso come riscatto corrispondente per tutti” (1Timoteo 2:6). Morendo per noi, Cristo ha provveduto un riscatto per coprire i peccati del genere umano. La sua perfetta vita umana corrispondeva esattamente a quella persa da Adamo con la sua ribellione. Egli la cedette in una morte di sacrificio a favore del genere umano. Quel riscatto è alla base del messaggio cristiano, come è scritto: “come per mezzo di un solo fallo risultò a uomini di ogni sorta la condanna, similmente anche per mezzo di un solo atto di giustificazione è risultato a uomini di ogni sorta che sono dichiarati giusti per la vita.Poiché come per mezzo della disubbidienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, similmente anche per mezzo dellubbidienza di uno solo molti saranno costituiti giusti” (Romani 5:18,19).
Trattando lo stesso argomento nella lettera scritta ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo aggiunse un importante particolare per capire l’intera questione. In essa si legge: “Per mezzo di lui [Cristo Gesù] abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue, sì, il perdono dei nostri falli, secondo la ricchezza della sua immeritata benignità” (Efesini 1:7). Egli associa alla parola “riscatto” l’espressione “mediante il suo sangue”. Certamente l’apostolo aveva in mente quanto, sotto la Legge mosaica, accadeva durante l’annuale Giorno di Espiazione. Quel giorno il sommo sacerdote entrava nel Santissimo del tabernacolo o del tempio, portando con sé parte del sangue degli animali che venivano sacrificati per presentarlo dinanzi a Dio. Perciò l’ispirato apostolo disse che Cristo, ricalcando quel modello, “entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Questo avvenne 40 giorni dopo la sua risurrezione dalla morte. Alla risurrezione egli non riprese la vita umana, ma fu destato come creatura spirituale (cfr. 1 Pietro 3:18). Come creatura spirituale poté tornare in cielo, da dove era venuto, “per comparire dinnanzi alla persona di Dio per noi” e presentare al Padre il valore del suo sangue, cioè la sua perfetta vita umana come offerta, o sacrificio, che poteva togliere i peccati (Ebrei 9:24,26).

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Ogni anno, il giorno di Espiazione, il sommo sacerdote aaronnico oltrepassava la cortina, o divisorio, nel santuario ed entrava nel compartimento denominato Santissimo con il sangue degli animali sacrificati per aspergerlo davanti al coperchio del propiziatorio (Espiatorio) dell’Arca del Patto. In questo modo egli faceva espiazione per i peccati suoi e della sua casa o tribù levitica e quindi per i peccati del popolo d’Israele. Questa era la procedura per l’espiazione stabilita dal patto della Legge di Mosè. Ricalcando quel modello Cristo Gesù, risuscitato con un corpo spirituale dopo la sua morte di sacrificio, entrò nell’antitipico Santissimo, cioè “nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9:24). Lì presentò a Dio il valore del suo sacrificio. L’ispirato apostolo Paolo così lo spiegò: “Quando Cristo venne come sommo sacerdote … entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:11,12). Versando il suo sangue, cioè cedendo la sua perfetta vita umana in sacrificio, Cristo aveva pagato il riscatto per l’incolpevole razza umana che aveva ereditato l’imperfezione e la morte dal suo ribelle progenitore, Adamo. Ora, esercitando fede in questo provvedimento di Dio le singole persone potevano ottenere il perdono dei loro peccati e ciò che Adamo aveva perso anche per loro: la vita eterna.
Allo spirito santo e a noi è parso bene … che vi asteniate … dal sangue e da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Questa rivelata verità divina ci aiuta ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue: perché Dio lo considera in un certo modo, come dovremmo considerarlo noi e perché dovremmo rispettare le restrizioni imposte da Dio sull’uso del sangue.
Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Egli ha riservato il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù. Come dovrebbe influire questo sulle nostre decisioni e sulle nostre azioni?
Adam Clarke, noto studioso biblico del XIX secolo, scrisse riguardo al comando di non mangiare sangue riportato nella Bibbia: “Sotto la legge non si mangiava il sangue, perché la legge additava che esso doveva essere versato per il peccato del mondo; e il sangue non si deve mangiare nemmeno sotto il Vangelo, perché si deve sempre considerare che esso rappresenta il sangue che è stato versato per la remissione dei peccati”. Perché Clarke fece questo commento? Come è noto dopo la morte di Gesù i suoi discepoli non furono più tenuti ad osservare la Legge mosaica perché questa aveva adempiuto il suo scopo di essere il “tutore che conduce a Cristo” (cfr. Galati 3:24). L’apostolo Paolo fu infatti ispirato a scrivere che “[Dio] … cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Tuttavia alcuni ebrei divenuti cristiani erano restìi ad accettare questa nuova disposizione e ritenevano che tutte le centinaia di leggi che Dio aveva dato tramite Mosè fossero ancora in vigore. Così, con l’afflusso dei cosiddetti “gentili”, cioè persone non di stirpe ebraica, nella chiesa cristiana essi posero la questione se questi dovevano essere circoncisi come comandato dalla Legge (cfr. Levitico 12:2,3,48; Atti 15:1).
Tale questione fu portata all’attenzione degli “apostoli” e degli “anziani” a Gerusalemme (cfr. Atti 15:2). Evidentemente questi erano considerati un autorità nelle questioni di fede per tutta la chiesa cristiana sparsa nel mondo. Il racconto ispirato dice che essi esaminarono attentamente cosa dicevano le Scritture al riguardo, ascoltarono le testimonianze degli apostoli Pietro e Paolo su come Dio aveva accettato i “gentili” nella nuova chiesa cristiana e pregarono per ricevere l’aiuto dello spirito santo (cfr. Atti 15:12-18). Quindi presero questa decisione: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29).
Come si evince dalla loro decisione gli “apostoli” e gli “anziani” interpellati consideravano l’‘astenersi dal sangue’ essenziale dal punto di vista morale quanto l’astenersi dall’immoralità sessuale o dall’idolatria. Consideravano il divieto divino relativo al sangue una questione molto seria! Quanto seria? Nella sua lettera ai Corinti l’apostolo Paolo menzionò il peccato di idolatria e i peccati sessuali meritevoli di morte, in maniera corrispondente non tenere conto della legge divina sul sangue avrebbe portato alla morte eterna (cfr. 1Corinti 6:9,10). Per questo motivo quella decisione fu messa per iscritto e fu inviata a tutte le comunità cristiane sparse nel mondo allora conosciuto affinché venisse osservata! Essa rafforzò la fede di tutti i cristiani (cfr. Atti 16:4,5). Tutt’oggi quella decisione fa parte dell’ispirata Parola di Dio per nostro monito.
A conferma di quando sopra, Tertulliano, scrittore romano e apologeta cristiano del II-III secolo d.C., nella sua opera Apologeticum scrisse: “Noi non abbiamo tra i nostri alimenti neppure il sangue degli animali … Per torturare i cristiani porgete loro anche dei sanguinacci, perché siete ben certi che sono un cibo a loro proibito”. I primi cristiani erano decisi a non mangiare sangue nonostante le minacce di morte. Ma il decreto degli “apostoli” e degli “anziani” aveva una valenza che andava oltre il semplice mangiare sangue. Esso diceva specificatamente di astenersi “da ciò che è strangolato”, poiché la carne degli animali strangolati conteneva ancora il sangue, poi comandava anche di “astenersi dal sangue”. Come doveva essere inteso questo ulteriore comando? Ancora Tertulliano lo spiega nell’opera citata. Scrisse infatti: “Dove mettete tutti quelli che durante uno spettacolo gladiatorio corrono a bere ingordamente, per curarsi il morbo comiziale [l’epilessia], il sangue ancor caldo sgorgante dalla strozza dei delinquenti sgozzati nell’arena?” In quel tempo il sangue veniva impiegato anche per curare malattie, come l’epilessia, o per migliorare la salute. Facendo quindi il contrasto con il comportamento dei cristiani Tertulliano osservò che essi non assumevano sangue nemmeno per ragioni “mediche”. Mantenevano tale posizione anche a rischio della vita.

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Tertulliano, scrivendo in difesa delle convinzioni dei primi cristiani, disse: “Comprenderemo che il divieto del ‘sangue’ è un divieto che vale assai più per il sangue umano” (The Ante-Nicene Fathers – Vol. IV, di Arthur Cleveland Coxe, Alexander Roberts, James Donaldson e Philip Schaff). Nella sua opera Apologeticum fece riferimento ai romani che correvano a bere ingordamente il sangue dei gladiatori morenti nelle arene per curare l’epilessia e li mise in contrasto con i cristiani che non mangiavano “neppure  il sangue degli animali”. Cercare di curare malattie col sangue era una pratica assai diffusa nell’antichità. Reay Tannahill, storica e saggista inglese, nel suo libro Flesh & Blood: A History of the Cannibal Complex, ha scritto che già gli egiziani consideravano il sangue “il rimedio sovrano per la lebbra”. La pratica di bere sangue per curare malattie venne poi sostituita, a iniziare dal XVI secolo, con quella trasfusionale. Thomas Bartholin, famoso anatomista danese, nel trattato De sanguinis abusu disputatio scrisse al riguardo: “Coloro che sostengono si debba usare sangue umano come rimedio interno per le malattie evidentemente ne abusano e peccano in modo grave. I cannibali sono condannati. Non aborriamo forse coloro che bevono sangue umano? È una cosa simile ricevere, o per bocca o con strumenti atti a trasfonderlo, sangue altrui da una vena incisa … Entrambi i modi di prendere sangue servono al medesimo scopo, quello di alimentare o risanare con questo sangue un corpo malato”.
Per riassumere e concludere, quindi, la Bibbia rivela che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Noi dovremmo considerarlo allo stesso modo. Il nostro Creatore ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato per il perdono dei nostri peccati. L’apostolo Paolo fu ispirato da Dio a scrivere al riguardo: “Non avevate nessuna speranza ed eravate senza Dio nel mondo. Ma ora unitamente a Cristo Gesù, voi che una volta eravate lontani, vi siete avvicinati mediante il sangue del Cristo” (Efesini 2:12,13). Dovremmo coltivare profondo rispetto per il sangue e il suo significato simbolico. Dio l’ha scelto come simbolo della vita di tutte le sue creature pertanto è un elemento “sacro” e come tale Dio ne ha limitato l’uso alla realizzazione del suo piano di salvezza del genere umano mediante il sacrificio di riscatto di Cristo.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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