LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIII

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE “ – 3a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Attestando la grandezza dell’impero medo-persiano, la Bibbia parla del re “Assuero che regnava su 127 province, dall’India all’Etiopia” (Ester 1:1). Questo grande impero, rappresentato nella visione ricevuta dal profeta Daniele da un “montone” che cozzava “a ovest, a nord e a sud”, al quale “nessuna bestia gli poteva resistere” e “non c’era nessuno che potesse liberare chi era in suo potere”, ragion per cui “faceva quello che voleva e si esaltava” (Daniele 8:4), doveva cedere il passo a un altro impero, ancora più potente. Dopo la visione del simbolico “montone”, infatti, Daniele vide “un capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Questi “aveva fra gli occhi un corno notevole” e “si avvicinava al montone con due corna … correva verso di lui con tutta la sua furia”. Quindi il profeta lo vide “scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli … lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7). Cosa significava tutto questo? L’ispiratore di quella profezia ne rivelò anche il significato, non ci lasciò nel dubbio al riguardo (cfr. Daniele 2:28). Giova ricordare che quella visione venne ricevuta e messa per iscritto dal profeta “nel terzo anno del regno del re Baldassarre”, cioè nel 552 a.C. La prima parte, quella relativa all’impero medo-persiano, come ampiamente trattato nel mio precedente post, si adempì dal 539 a.C. con la conquista di Babilonia da parte del re persiano Ciro il Grande, fino al 330 a.C. con la morte di Dario III, l’ultimo governante a sedersi sul trono medo-persiano. Ora, più di 200 anni dopo che fu pronunciata, si adempiva la seconda parte della profezia, quella relativa all’impero che doveva soppiantare l’impero medo-persiano nel dominio mondiale. Sarà avvincente vedere nei particolari il suo adempimento e come dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la storia biblica è accurata, degna di fiducia e che può considerarsi una prova evidente della sua ispirazione divina!

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Quando alzai lo sguardo, vidi un montone stare davanti al corso d’acqua, e aveva due corna” (Daniele 8:3). Come ampiamente trattato nel mio precedente post, nell’adempimento di questa visione ricevuta dal profeta Daniele quel montone rappresentava l’impero Medo-Persiano che conquistò Babilonia sostituendola nel dominio mondiale. Tale interpretazione venne fornita dall’autore della visione, Geova Dio stesso, il quale mediante un suo angelo disse a Daniele: “Il montone con due corna che hai visto rappresenta i re di Media e di Persia” (Daniele 8:20). Daniele ricevette questa visione “Nel terzo anno del regno del re Baldassarre” (Daniele 8:1), cioè nel 552 a.C. La storia dimostra che tale visione iniziò ad adempiersi 13 anni dopo, dal 539 a.C. con la conquista di Babilonia da parte del re persiano Ciro il Grande, fino al 330 a.C. con la morte di Dario III, l’ultimo governante a sedersi sul trono medo-persiano.
Ma l’adempimento della visione del profeta non finiva lì, continuava dicendo: “Continuai a guardare, ed ecco, un capro veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo. Il capro aveva fra gli occhi un corno notevole. Si avvicinava al montone con due corna che avevo visto stare davanti al corso d’acqua; correva verso di lui con tutta la sua furia. Lo vidi scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli. Allora il capro lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7). Chi rappresentava il capro e come si sarebbe adempiuta questa parte della visione? Di nuovo Geova Dio stesso identificò chi era rappresentato dal capro dicendo: “Il capro peloso rappresenta il re di Grecia, e il grande corno che era fra i suoi occhi rappresenta il primo re” (Daniele 8:21).
Il capro peloso rappresenta il re di Grecia” – Daniele 8:21
Così, più di duecento anni prima, Geova Dio predisse che il “regno” simboleggiato dal ventre e dalle cosce di rame della statua del sogno che il profeta Daniele interpretò al re babilonese Nabucodonosor sarebbe stato la potenza mondiale greca. Come il rame è un metallo semiprezioso, inferiore all’argento, questa potenza mondiale sarebbe stata inferiore alla precedente potenza mondiale medo-persiana per il ruolo che avrebbe svolto in relazione al popolo che allora rappresentava il dominio di Dio sulla terra, Israele. Sotto questo aspetto, infatti, non fu onorata con nessun privilegio, come quello di liberare l’esiliato popolo di Geova dalla sua prigionia in Babilonia che ebbe il governante medo-persiano Ciro il Grande. Comunque quel terzo re avrebbe ‘dominato l’intera terra’ (cfr. Daniele 2:39). Ciò significava che il suo dominio sarebbe stato più esteso sia della potenza mondiale medo-persiana che di quella babilonese.
Il “primo re” di questo regno fu Alessandro III di Macedonia, detto il Grande. Con la velocità di un “capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”,  nel 334 a.C. egli intraprese la campagna di conquista dell’impero persiano. Penetrò in Asia attraverso i Dardanelli con circa 30.000 fanti e 5.000 cavalieri e invase i domini dell’impero persiano, 50 volte più grande del suo regno! Presso il fiume Granico, vicino all’attuale città di Biga in Turchia, Alessandro vinse la sua prima battaglia contro i persiani conquistando l’Asia Minore occidentale. Successivamente a Isso, all’estremità sudorientale della stessa regione, sbaragliò un esercito persiano ritenuto forte di mezzo milione di uomini, e il grande re Dario III di Persia fu costretto a fuggire, abbandonando la famiglia nelle mani di Alessandro. Questi poi, invece di inseguire i persiani in rotta, si diresse a sud lungo la costa del Mediterraneo impadronendosi delle basi usate dalla potente flotta persiana. Venne così a trovarsi di fronte alla città insulare di Tiro.
Questa città si era alleata con i nemici di Israele riguardo ai quali Geova aveva fatto scrivere nella sua Parola: “Con astuzia complottano contro il tuo popolo; cospirano contro i tuoi protetti. Dicono: “Su, annientiamo la loro nazione, affinché il nome d’Israele non sia più ricordato”. Hanno escogitato una strategia concorde; hanno stretto un’alleanza contro di te: le tende di Èdom e gli ismaeliti, Mòab e gli agareni, Ghèbal, Àmmon e Àmalec, la Filistèa insieme agli abitanti di Tiro” (Salmo 83:3-7). La perfidia di Tiro giunse al punto di fare schiavi Israeliti fuggiaschi che cercavano rifugio nella città e nelle sue vicinanze vendendoli a Greci ed Edomiti. Perciò, per mezzo dei suoi profeti, Geova pronunciò parole di condanna contro di essa, facendo scrivere: “che cosa avete contro di me, o Tiro e Sidóne e voi tutte regioni della Filistèa? … avete venduto ai greci gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme … vi ripagherò con lo stesso trattamento” (Gioele 3:4-7, scritto intorno all’820 a.C.), “non revocherò la mia decisione … Perciò manderò un fuoco sulle mura di Tiro, ed esso divorerà le sue torri fortificate” (Amos 1:9,10, scritto intorno all’804 a.C.), “Ecco, sono contro di te, o Tiro. Farò salire contro di te molte nazioni … Distruggeranno le mura di Tiro e demoliranno le sue torri. Raschierò via la sua terra e ne farò una nuda roccia.  Diventerà, in mezzo al mare, un luogo dove far asciugare le reti a strascico … demoliranno le tue mura e abbatteranno le tue belle case. Poi getteranno in acqua le tue pietre, il tuo legname e la tua terra”  (Ezechiele 26:3-5,12, scritto intorno al 591 a.C.), “Tiro si è costruita una fortezza … Ecco, Geova la spoglierà dei suoi averi e sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco” (Zaccaria 9:3,4, scritto intorno al 518 a.C.). Queste parole di condanna trovarono il loro adempimento finale proprio al tempo di Alessandro il Grande, nell’anno 332 a.C. Di fronte all’ostinato rifiuto di Tiro di arrendersi, egli pose l’assedio alla città, la conquistò e le diede fuoco. Dei suoi abitanti, oltre 8.000 furono massacrati in battaglia, altri 2.000 vennero uccisi come rappresaglia per la loro disperata resistenza e 30.000 furono venduti come schiavi, proprio come Geova aveva predetto secoli prima mediante i suoi profeti.

Antiche-rovine-di-Tiro

L’antica Tiro oggi: un mucchio di rovine
Geova … sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco
Alessandro il Grande di Macedonia, invadendo il Medio Oriente, chiese che le città della Fenicia, compresa Tiro, gli si sottomettessero. Mentre le altre città si arresero, Tiro si rifiutò di aprirgli le sue porte. In quel tempo la città era situata su un’isola a circa 800 metri dalla costa ed era protetta da massicce fortificazioni. La parte delle mura verso il continente raggiungeva l’altezza di ben 46 metri. Più di duecento anni prima Tiro aveva già subito l’attacco delle truppe babilonesi al comando di Nabucodonosor. I babilonesi dovettero affrontare un estenuante assedio durato circa tredici anni prima di conquistarla, tuttavia riuscirono a prendere solo la parte continentale della città mentre quella insulare riuscì a sfuggire alla cattura. Ma la parola profetica di Geova Dio diretta contro Tiro non aveva perduto efficacia. La città doveva ancora essere spogliata di tutta la sua gloria. Sotto ispirazione divina il profeta Zaccaria aveva predetto: “Geova la spoglierà dei suoi averi e sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco” (Zaccaria 9:4), e il profeta Ezechiele scrisse addirittura che le sue pietre e la sua terra sarebbero state ‘gettate in acqua’ (cfr. Ezechiele 26:12). Quando Alessandro pose l’assedio alla città, non avendo una flotta, ordinò che l’antica Tiro continentale fosse demolita e le macerie fossero usate per costruire un molo o una strada rialzata fino alla città insulare. Tuttavia l’impresa si rivelò piuttosto ardua poiché i Tiri, usando navi incendiarie, riuscirono ad ostacolare i lavori. Avendo compreso di non poter conseguire il successo senza le navi, Alessandro radunò un’enorme flotta da Sidone, Rodi, Mallo, Soli, Licia, Macedonia e Cipro. Così gli abitanti di Tiro persero il libero accesso al mare e la caduta della città divenne inevitabile. Alessandro, inoltre, fece costruire macchine d’assedio galleggianti sulle quali furono montati arieti. Le sue forze avanzarono quindi verso i due porti di Tiro e ne scalarono le fortificazioni. Dopo un assedio di sette mesi, Tiro cadde e  gli uomini di Alessandro diedero la città alle fiamme. Ancora una volta la profezia biblica si dimostrò accurata e veritiera.
Con la decisiva e schiacciante sconfitta a Isso Alessandro il Grande succedette al persiano Dario III nel ruolo di governante mondiale. In relazione a questo ruolo nel 332 a.C. assoggettò al suo dominio anche la provincia di Giudea, inclusa Gerusalemme. In seguito conquistò anche l’Egitto. Qui, per commemorare il suo nome, vi fu fondata la città di Alessandria dove nel tempo di stabilì una considerevole popolazione giudaica. Le sue conquiste lo spinsero poi verso oriente dove si scontrò di nuovo con il persiano Dario III. I suoi 47.000 uomini attaccarono i persiani a Gaugamela, non lontano dalle rovine dell’ex capitale assira, Ninive, e sopraffecero il riorganizzato esercito persiano forte di 1.000.000 di uomini. Dario III riuscì ancora a fuggire ma venne poi assassinato dalla sua stessa gente. Sulle ali della vittoria, Alessandro occupò tutte le città dell’impero medo-persiano, Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana. Questo veloce conquistatore sottomise quindi il resto del dominio persiano, spingendosi a est fino all’Indo, nell’attuale Pakistan.

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Il capro peloso rappresenta il re di Grecia, e il grande corno … rappresenta il primo re
Alessandro diede quindi vita a una politica di ellenizzazione dei territori occupati e il greco comune (koinè) parlato dalle sue truppe divenne la lingua internazionale. Per diversi secoli questa lingua servì come mezzo di comunicazione internazionale tanto che, nel terzo secolo a.C., i Giudei di lingua greca in Alessandria d’Egitto cominciarono a tradurre le ispirate Scritture Ebraiche (il cosiddetto Vecchio Testamento) nel greco koinè. In seguito, nel I secolo d.C., ispirati scrittori cristiani scrissero in questa lingua i ventisette libri delle Scritture Cristiane (il cosiddetto Nuovo Testamento), da Matteo a Rivelazione (o Apocalisse). In questo modo tutta la Bibbia ispirata poté esser letta universalmente da quelli che parlavano e leggevano il greco comune.
Dopo le sue conquiste Alessandro aveva grandiosi progetti per la ricostruzione di Babilonia, volendo farne la capitale del suo impero. Questa sua ambizione però non si concretizzò. Riguardo a questa città Geova aveva detto: “Non sarà mai più abitata, né sarà popolata di generazione in generazione”.Proprio come quando Dio devastò Sodoma e Gomorra e le città vicine”, dichiara Geova, “nessuno vi abiterà e nessuno si stabilirà lì …E Babilonia diverrà mucchi di pietre, un covo di sciacalli, qualcosa di cui inorridire e qualcosa da deridere; rimarrà disabitata” (Geremia 50:39,40; 51:37). Nel 323 a.C., a soli 32 anni, Alessandro morì di malaria proprio a Babilonia senza poter realizzare il suo disegno. Accadde esattamente quello che Geova aveva predetto mediante Daniele, “Il capro si esaltò moltissimo, ma appena fu diventato potente, il grande corno si ruppe” (Daniele 8:8). Oggi della potente Babilonia non rimangono altro che polverosi mucchi di pietre, rovine in un paesaggio desolato: muta ma eloquente testimonianza dell’infallibile accuratezza della profetica Parola di Geova.

al suo posto spuntarono quattro corna notevoli” – Daniele 8:8
La profezia di Daniele sul capro, però, non si concludeva con la rottura del “grande corno” che “aveva fra gli occhi”, cioè con la morte di Alessandro che quel “grande corno” rappresentava. Essa continuava dicendo: “al suo posto spuntarono quattro corna notevoli … Quanto alle quattro corna sorte al posto del corno rotto, da questa nazione sorgeranno quattro regni, ma non avranno la sua stessa potenza” (Daniele 8:8,22). Come si adempirono queste parole profetiche?
Alessandro il Grande morì improvvisamente senza lasciare un successore idoneo. Suo fratello, Filippo Arrideo, fu acclamato da una parte dell’esercito come suo successore ma, affetto da epilessia e da turbe mentali, si mostrò incapace di governare e venne assassinato. L’impero venne quindi affidato a dei reggenti in attesa che il figlio legittimo di Alessandro il Grande, cioè Alessandro IV, nato dopo la morte del padre, diventasse adulto ma, all’età di dodici anni, anche questi venne assassinato da Cassandro, figlio di uno dei generali di Alessandro il Grande. Stessa sorte toccò a Eracle, l’altro figlio illegittimo di Alessandro il Grande, ucciso da un altro generale del padre, Polipercònte, nel tentativo di ingraziarsi Cassandro. Morto ogni legittimo pretendente al trono di Alessandro il Grande, iniziò tra i suoi generali la lotta per la successione. Il conflitto si concluse con la spartizione dell’impero tra quattro generali dell’esercito macedone: Cassandro si prese la Macedonia e la Grecia; Lisimaco governò la Tracia europea e l’Asia Minore; a Seleuco I Nicatore, toccarono Babilonia, la Media, la Siria, la Persia e le province orientali fino all’Indo; Tolomeo I Lago prese l’Egitto, la Libia e la Palestina. Così, proprio come era stato profetizzato da Geova Dio con circa 200 anni di anticipo, dall’unico grande regno di Alessandro sorsero quattro regni ellenistici.

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da questa nazione sorgeranno quattro regni
Due secoli prima della nascita di Alessandro il Grande, quando dominava Babilonia e i medi e i persiani non erano ancora diventati una potenza mondiale, Daniele, profeta di Geova, ricevette una visione profetica che tracciava a grandi linee la futura storia mondiale. Daniele la mise per iscritto. Questa profezia, che cominciò ad adempiersi solo due secoli più tardi, conteneva informazioni specifiche su ciò che sarebbe accaduto ad Alessandro e al suo regno. Daniele vide “un capro” che “veniva da ovest”, con tale rapidità che percorreva “la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Esso raggiunse il montone con due corna che, l’angelo disse, rappresentava “i re di Media e di Persia”. Il capro “assalì il montone e gli ruppe le due corna”. A Daniele venne quindi detto che “il capro peloso” rappresentava “il re di Grecia” (cfr. Daniele 8:5-8,20,21). Quel capo peloso “aveva fra gli occhi un corno notevole” che rappresentava “il primo re”, cioè Alessandro il Grande. A proposito di questi a Daniele fu detto: “Il capro si esaltò moltissimo, ma appena fu diventato potente, il grande corno si ruppe; al suo posto spuntarono quattro corna notevoli” e che in “quanto alle quattro corna sorte al posto del corno rotto, da questa nazione sorgeranno quattro regni, ma non avranno la sua stessa potenza” (Daniele 8:8,21,22). Così, dunque, come era stato predetto il dominio mondiale di Alessandro fu di breve durata. All’apice della sua vittoriosa carriera, a soli 32 anni, fu colpito da febbre malarica e morì a Babilonia nel 323 a.C. In seguito il vasto impero di Alessandro venne diviso fra quattro suoi generali: 1) Cassandro in Macedonia e in Grecia; 2) Lisimaco in Asia Minore e nella Tracia europea; 3) Seleuco Nicatore in Babilonia, Media, Siria, Persia e nelle province orientali fino all’Indo; (4) Tolomeo I (figlio di Lago) in Egitto, Libia e Palestina. Anche questa profezia biblica pronunciata circa 200 anni prima si era immancabilmente adempiuta: dall’unico grande regno di Alessandro sorsero quattro regni ellenistici.
Le dinastie fondate da due di questi generali, Seleuco I Nicatore e Tolomeo I Lago, ebbero sul paese del popolo di Daniele un effetto più profondo che quelle degli altri due. Il paese di Giuda, infatti, venne a trovarsi al confine con il regno dei seleucidi a nord, con la Siria, e al confine con il regno dei tolomei a sud, con l’Egitto. Al momento della spartizione del regno di Alessandro il Grande, il paese di Giuda si trovò sotto la dominazione tolemaica. In Egitto Alessandro aveva fatto costruire una città che portava il suo nome, Alessandria. Col tempo divenne la principale città dell’Egitto e, sotto i tolomei, divenne la capitale del loro regno. Lì si era costituita una importante colonia ebraica formata dai discendenti di fuggiaschi rifugiatisi in Egitto dopo la caduta di Gerusalemme nelle mani dei babilonesi nel 607 a.C. Alcuni di questi, come Filone, si lasciarono influenzare dalla popolarità dei pensatori greci, da Platone in particolare, e cercarono di conciliare le convinzioni degli ebrei con le idee filosofiche greche. Poi, nel 198 a.C. il paese di Giuda venne conquistato dai seleucidi. Nel tentativo di unire Giuda e la Siria in una comune cultura ellenica, i governanti seleucidi promossero la religione, la lingua, la letteratura e i costumi greci. In questo modo cominciarono ad affermarsi a poco a poco dottrine un tempo sconosciute agli ebrei, come quella dell’immortalità dell’anima e l’idea di un inferno di tormento dopo la morte e vennero gettate le basi per il successivo sviluppo della dottrina apostata della trinità.
Tra queste due dinastie, infine, iniziò una lunga lotta per la supremazia. Quel conflitto doveva durare fino ai nostri giorni e intrecciarsi spesso con la storia del popolo di Dio. Per questa ragione, Geova predisse specificamente avvenimenti dei loro rispettivi domini. Sono descritti nel capitolo 11 del libro biblico di Daniele, ma di questo mi occuperò in un prossimo post. Sarà davvero elettrizzante confrontare gli sviluppi storici dei due regni con gli avvincenti particolari rivelati in questa profezia.
Tornando alla statua sognata da Nabucodonosor, descritta e interpretata dal profeta Daniele sotto ispirazione divina nel capitolo 2 del suo libro, finora, con l’ausilio dell’altra profezia di Daniele capitolo 8, è stato possibile individuare cosa rappresentavano: 1) la testa d’oro, cioè l’impero babilonese, 2) il petto e le braccia d’argento, cioè l’impero medo-persiano e 3) il ventre e le cosce di rame, cioè l’impero greco. Restano da scoprire ancora cosa simboleggiavano: 4) le gambe di ferro e 5) i piedi di ferro e argilla … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XII

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE “ – 2a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Nabucodonosor fu uno dei più importanti governanti dell’antica Babilonia. Sotto di lui l’impero babilonese raggiunse la sua massima espansione e il suo maggior splendore. Nella Bibbia viene principalmente ricordato perché fu il regnante al quale Geova Dio permise di rovesciare, nel 607 a.C., l’antico regno di Giuda che in quel tempo rappresentava il dominio divino sulla terra. Forte dei suoi successi Nabucodonosor se ne vantò dicendo: “Non è questa Babilonia la Grande, che io stesso ho costruito come casa reale con la mia forza e il mio potere e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30). Tuttavia due anni dopo aver rovesciato il regno davidico, cioè nel 606/605 a.C., a Nabucodonosor accadde qualcosa che lo turbò non poco. Dio gli mandò un sogno straordinario che il sovrano non riusciva ricordare ma che letteralmente lo terrorizzò. Nessuno dei saggi, dei maghi, degli stregoni di Babilonia convocati dal re fu in grado di ricordare al monarca il sogno né di darne la spiegazione. Ci riuscì un esule ebreo, uno dei principi della casa reale di Davide che Nabucodonosor aveva portato come ostaggi a Babilonia. Si chiamava Daniele. Questi però nel ricordare al re il sogno e nel darne l’interpretazione non se ne attribuì alcun merito ma disse umilmente: “nei cieli esiste un Dio che rivela i segreti; egli ha fatto sapere al re Nabucodònosor quello che dovrà avvenire nella parte finale dei giorni” (Daniele 2:28).
Da queste parole si comprende che il sogno e il relativo adempimento aveva a che fare con avvenimenti mondiali dal tempo di Nabucodonosor ai nostri giorni e oltre. Geova Dio infatti stava profeticamente svelando la successione delle potenze politiche nel corso dei secoli in relazione al governo della terra. Tale dominio spetta di diritto al Suo Creatore, ma ora Dio lasciava che governi umani dominassero incontrastati la scena politica mondiale senza subire l’interferenza da parte di un suo regno rappresentativo (cfr. Ezechiele 21:25-27). Quali sarebbero state queste potenze mondiali? Il sogno lo rivelava è vero, ma per non lasciar dubbi nel corso del tempo Geova, ‘il rivelatore dei segreti’, mediante altre profezie aggiunse particolari che avrebbero permesso la certa identificazione di tali governi. L’adempimento di tali profezie non solo trovò pieno riscontro nella successiva storia secolare ma mostra inconfutabilmente che i libri della Bibbia, dove esse vennero scritte, furono redatti sotto ispirazione divina e che la loro intera raccolta può esser considerata a pieno titolo Parola di Dio! (cfr. 2Pietro 1:21)

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La città di Babilonia fu una delle più grandi metropoli dell’antichità. Si stima che si estendesse su una superficie di circa 1000 ettari e fu certamente una città molto popolosa tanto da poter essere definita una “megalopoli” dell’antichità. Divenne anche un centro commerciale e industriale di scambi mondiali fra i popoli dell’Oriente e dell’Occidente, sia via terra che via mare. Babilonia raggiunse il suo massimo splendore nel VI secolo a.C., durante il regno di Nabucodonosor II che ne estese l’impero fino a dominare gran parte del Medio Oriente. Lo stesso re se ne vantò dicendo: “Non è questa Babilonia la Grande, che io stesso ho costruito come casa reale con la mia forza e il mio potere e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30).
In quel tempo Babilonia non era solo la potenza politica dominante la scena internazionale, dopo aver sconfitto e assoggettato l’Assiria, ma le era stato concesso da Geova Dio anche il potere di rovesciare la dinastia davidica dei re d’Israele che rappresentava il dominio divino sulla terra (cfr. 1Cronache 29:23). Questo avvenne nel 607 a.C. quando Nabucodonosor distrusse Gerusalemme e il suo bel tempio, centro dell’adorazione di Geova sulla terra, catturò Sedechia, re del regno di Giuda, portandolo in catene a Babilonia, dove infine morì in una casa di detenzione, e uccise tutti i suoi figli. Da quell’anno in poi nessun re umano della dinastia davidica sedette più sul “trono di Geova” a Gerusalemme. Nel profetizzare questo avvenimento, mediante il profeta Ezechiele, Geova aveva fatto scrivere: “O malvagio capo d’Israele ferito a morte, è arrivato il tuo giorno, il momento della tua punizione finale. Questo è ciò che il Sovrano Signore Geova dice: ‘Rimuovi il turbante e togli la corona … non apparterrà a nessuno finché non arrivi colui che ha il diritto legale, e a lui darò ciò che gli spetta” (Ezechiele 21:25-27). Colui che aveva “il diritto legale” a ricevere di nuovo la corona come rappresentante del dominio divino, come spiegò l’angelo Gabriele alla vergine ebrea Maria, non era altri che il Figlio di Dio, Gesù Cristo (cfr. Luca 1:32,33).
Due anni dopo aver rovesciato il regno davidico, cioè nel 606/605 a.C., a Nabucodonosor accadde qualcosa di straordinario in relazione con la storia del dominio mondiale. Dio gli mandò un sogno terrificante che tanto angosciò il sovrano da impedirgli di dormire. Nessuno dei saggi, dei maghi, degli stregoni di Babilonia convocati dal re fu in grado di ricordare al monarca il sogno né di darne la spiegazione. Infine un principe ebreo tenuto in ostaggio a Babilonia si propose di interpretare il sogno. Questo principe di stirpe reale fu Daniele della tribù di Giuda (cfr. Daniele 1:6). Dopo aver pregato Geova suo Dio, e aver ricevuto da questi la descrizione del sogno, Daniele si accinse a rivelarlo al re insieme al suo significato. Con molta umiltà, non attribuendosi alcun merito, Daniele disse al re: “nei cieli esiste un Dio che rivela i segreti; egli ha fatto sapere al re Nabucodònosor quello che dovrà avvenire nella parte finale dei giorni” (Daniele 2:28). Si comprende quindi che Daniele era pronto a rivelare non solo il futuro dell’impero babilonese, ma anche una sintesi degli avvenimenti mondiali dal tempo di Nabucodonosor ai nostri giorni e oltre.
Tu, o re, guardavi, ed ecco una statua immensa … La testa della statua era d’oro fino” – Daniele 2:31,32
Questa fu la descrizione del sogno: “Tu, o re, guardavi, ed ecco una statua immensa. Quella statua, enorme e di uno splendore straordinario, si ergeva di fronte a te e aveva un aspetto terrificante. La testa della statua era d’oro fino, il petto e le braccia erano d’argento, il ventre e le cosce erano di rame,  le gambe erano di ferro, e i piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla. Mentre continuavi a guardare, una pietra fu tagliata, ma non da mani umane, e colpì la statua ai piedi di ferro e argilla, e li frantumò … il ferro, l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furono frantumati tutti insieme e diventarono come la pula sull’aia d’estate, e il vento li portò via senza lasciarne traccia. Ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un grande monte che riempì l’intera terra” (Daniele 2:31-35).

statua
una pietra fu tagliata, ma non da mani umane, e colpì la statua
La pietra della visione fu tagliata “non da mani umane” e dopo aver colpito e frantumato la statua “diventò un grande monte che riempì l’intera terra”. Nel simbolismo biblico spesso i monti rappresentano regni o governi al potere. Ad esempio dell’impero babilonese in Geremia 51:25 è scritto: “Io sono contro di te, o monte distruttivo”, dichiara Geova, “contro di te, che distruggi l’intera terra. Stenderò la mia mano contro di te e ti rotolerò giù dalle rupi; farò di te un monte bruciato”. Parlando del suo regno il re Davide disse: “O Geova, mentre godevo del tuo favore, mi rendesti forte come una montagna” (Salmo 30:7). Profetizzando come Israele avrebbe trionfato sui nemici che cercavano di impedire la ricostruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme il profeta Isaia disse: “Ecco, ho fatto di te una trebbia, una trebbia nuova dai denti acuminati. Trebbierai i monti e li stritolerai, e ridurrai i colli come pula” (Isaia 41:15). Chi rappresentò, dunque, quel “grande monte che riempì l’intera terra”?
Quale era il significato del sogno? Daniele proseguì dicendo: “Tu, o re – il re dei re a cui l’Iddio del cielo ha dato il regno, il potere, la forza e la gloria, nelle cui mani ha dato gli uomini dovunque vivano, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e a cui ha dato il dominio su tutti loro – tu sei la testa d’oro. Ma dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore a te, e un altro regno ancora, un terzo, di rame, che governerà l’intera terra. Il quarto regno sarà forte come il ferro. Infatti, come il ferro frantuma e polverizza ogni cosa, così, proprio come ferro che fa a pezzi, frantumerà e farà a pezzi tutti questi. E dal momento che hai visto i piedi e le dita in parte d’argilla di vasaio e in parte di ferro, il regno sarà diviso; in esso comunque ci sarà qualcosa della durezza del ferro, dato che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida. E siccome le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, il regno sarà in parte forte e in parte fragile. Dal momento che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida, essi si mischieranno con il popolo, ma non staranno uniti l’uno all’altro, proprio come il ferro non si amalgama con l’argilla” (Daniele 2:37-43).
Con questa rivelazione, Geova Dio volle indicare in successione i “regni” o le potenze politiche che da allora in poi avrebbero esercitato il loro dominio sulla terra senza interferenza da parte di un regno tipico che rappresentava la sua sovranità sulla terra. La testa d’oro, infatti, simboleggiava la potenza babilonese allora dominante, che si era distinta proprio abbattendo il tipico regno di Dio con la distruzione della sua capitale, Gerusalemme, e del suo tempio. Dopo quella babilonese doveva sorgere un’altra potenza che, seppure “inferiore” a quella babilonese, ne avrebbe preso il posto sulla scena mondiale. Questa venne simboleggiata dal petto e dalle braccia d’argento della statua, materiali di valore inferiore all’oro. Comunque l’inferiorità del secondo regno rispetto al primo raffigurato dalla testa d’oro non sarebbe stata data dalla sua potenza o estensione. Va ricordato che il sogno aveva a che fare con il legittimo dominio della terra che appartiene a Dio (cfr. Salmo 24:1-3) e che quel dominio, rappresentato a quel tempo dal regno di Giuda, era stato abbattuto dai babilonesi, non dalla successiva potenza, in questo senso, quindi, il suo regno sarebbe stato “inferiore”. Quale sarebbe stata la seconda potenza?
il petto e le braccia erano d’argento … dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore a te” – Daniele 2:32,39
Circa 200 anni prima, il profeta di Dio Isaia aveva predetto questo regno, fornendo persino il nome del suo re vittorioso; nel libro biblico che porta il suo nome si legge: “Questo è ciò che dice Geova … colui che dice di Gerusalemme: ‘Sarà abitata’, e delle città di Giuda: ‘Saranno ricostruite, e ne riparerò le rovine’; colui che dice alle acque profonde: ‘Prosciugatevi. Farò seccare tutti i vostri fiumi’; colui che dice di Ciro: ‘È il mio pastore, ed eseguirà completamente il mio volere’ … Questo è ciò che Geova dice al suo unto, a Ciro, che ha preso per la destra per assoggettargli le nazioni, per disarmare i re, per spalancare davanti a lui i battenti, così che le porte non rimarranno chiuse” (Isaia 44:24-28; 45:1-3). Queste parole, pronunciate intorno al 732 a.C., quando Babilonia ancora non era assurta a potenza politica mondiale e né Ciro esisteva, si adempirono nel 539 a.C. La notte del 5 ottobre di quell’anno le truppe medo-persiane al comando di Ciro il Grande espugnarono Babilonia e uccisero il re Baldassarre. Il racconto di quella conquista venne fatto dallo storico greco Senofonte. In un suo libro scrisse che Ciro scavò dei canali per deviare il fiume Eufrate che attraversava la città: “poi, quando seppe che si doveva presto celebrare a Babilonia una certa festa, durante la quale l’intera Babilonia era solita bere e gozzovigliare per tutta la notte, non appena fece buio Ciro prese un folto gruppo di uomini e aprì lo sbocco dei canali presso il fiume … e il letto del fiume, nel tratto che attraversava la città, divenne praticabile” (Ciropedia, VII). Il fiume però era costeggiato da alte mura. Le sentinelle babilonesi avrebbero potuto chiudere le porte di bronzo di quelle mura e i persiani sarebbero stati presi in trappola e sottoposti a una pioggia di proiettili dall’alto. Come i soldati medo-persiani riuscirono ad entrare in città?
Una cinquantina di anni prima, nel 580 a.C., mediante un altro suo profeta Geova aveva predetto con altri particolari quello stesso avvenimento. Da Geremia fece scrivere: “Farò inebriare i suoi principi e i suoi saggi, i suoi governatori e i suoi governanti delegati e i suoi uomini potenti, e devono dormire di un sonno di durata indefinita, da cui non si sveglieranno” (Geremia 51:57). Esattamente così avvenne! Distratti dalla festa, i babilonesi non avevano chiuso quelle porte, proprio come era stato profetizzato da Isaia. Una volta entrati nella città gli invasori medo-persiani incontrarono pochissima resistenza da parte dei babilonesi storditi dai festeggiamenti. La città fu presa quasi senza combattere. Anche questo era stato predetto! “Gli uomini potenti di Babilonia han cessato di combattere. Se ne sono stati a sedere nei luoghi fortificati. La loro potenza è venuta meno. Son divenuti donne” aveva scritto ancora l’ispirato profeta (Geremia 51:30). Così, “All’improvvisoin un solo giorno”, la superba Babilonia cadde nelle mani dei medi e dei persiani al comando di Ciro il Grande! (cfr. Isaia 47:9) La Medo-Persia divenne, dopo Egitto, Assiria e Babilonia, la quarta delle potenze mondiali indicate nella Bibbia, la seconda di quelle elencate dal sogno profetico di Nabucodonosor.
Per inciso, la profezia di Isaia sulla caduta di Babilonia è così accurata che alcuni critici della Bibbia hanno ipotizzato che debba essere stata scritta dopo quell’avvenimento da autori ignoti. Tali ipotesi è del tutto inaccettabile! Nel suo libro il profeta cita avvenimenti e rispettive date di cui fu testimone che lo collocano in un tempo che va dall’829 a.C., data di inizio del regno del re di Giuda Uzzia, fino al regno del re Ezechia, conclusosi verso il 717 a.C. (cfr. Isaia 1:1; 6:1). Che Isaia fu l’autore di ciò che scrisse non venne mai messo in dubbio dai suoi connazionali e fu attestato sia da Gesù che dai suoi apostoli che citarono molte delle sue profezie attribuendole al profeta stesso e non a scrittori postumi (cfr. Matteo 3:3; 4:14-16; 12:17-21; Luca 4:17-19; Giovanni 12:38-41; Romani 10:16).
Dopo la caduta di Babilonia per almeno due anni governò su di essa “Dario il Medo” (questo nome molto probabilmente era il titolo regale di Gubaru, o Gobria come lo chiama Senofonte nella sua Ciropedia, il generale dell’esercito medo-persiano che comandò le operazioni di conquista della città per conto di Ciro). Quindi, nel 537 a.C. Ciro assunse personalmente pieni poteri sul regno dei caldei e uno dei suoi primi atti fu quello di emanare un decreto che liberava dalla schiavitù gli ebrei e li autorizzava a tornare a Gerusalemme per riedificare la città e il tempio di Geova. Questo fu un atto di riconoscenza da parte sua nei confronti del Dio di Israele, poiché era stato messo a conoscenza della profezia di Isaia che lo indicava come conquistatore di Babilonia. Così nell’autunno di quell’anno gli ebrei liberati tornarono a Gerusalemme, iniziando subito i lavori di riedificazione. Erano passati esattamente 70 anni dalla distruzione della città per mano dei Babilonesi, esattamente il tempo profetizzato da Geova Dio mediante il suo profeta Geremia (cfr. Geremia 25:11; 29:10; Daniele 9:1,2; Esdra 1:1-5; 3:1).
Comunque nel primo anno di regno di Dario il medo Geova Dio mediante un angelo comunicò a Daniele che dopo Dario ci sarebbero stati “altri tre re … in Persia, e il quarto ammasserà più ricchezze di tutti gli altri. E appena sarà diventato forte grazie alle sue ricchezze, solleverà ogni cosa contro il regno di Grecia” (Daniele 11:1,2). Come si adempirono queste parole?
vidi un montone … cozzare a ovest, a nord e a sud” – Daniele 8:4
Il primo re fu Ciro. Sotto sotto di lui l’impero medo-persiano si estese ulteriormente a ovest raggiungendo il Mar Egeo. Egli morì nel 530 a.C. e gli succedette il secondo re, cioè il figlio Cambise II (l’Assuero di cui si parla in Esdra 4:6) il quale continuò l’opera di espansione del padre occupando tutto l’Egitto giungendo fino al confine con la Nubia. Alla sua morte, avvenuta nel 522 a.C., il regno dei medi e dei persiani passò nelle mani del terzo re, Dario I, detto il Grande. Sotto di lui l’impero ebbe un ulteriore periodo di espansione poiché estese il dominio persiano fino all’India a est, alla Tracia e alla Macedonia a ovest. In maniera straordinaria anche questo periodo di espansione dell’impero medo-persiano era stato predetto da Geova diversi anni prima, e ancor prima che la Persia prendesse il posto dell’impero babilonese come potenza mondiale! Dal profeta Daniele fece scrivere: “io, Daniele, ebbi una visione dopo quella che avevo avuto in precedenza. Ebbi la visione e, mentre guardavo, ero nella fortezza di Susa, nella provincia di Èlam. Ebbi la visione e mi trovavo presso il corso d’acqua Ulài. Quando alzai lo sguardo, vidi un montone stare davanti al corso d’acqua, e aveva due corna. Le due corna erano alte, ma un corno era più alto dell’altro, e il più alto era quello spuntato dopo. Vidi il montone cozzare a ovest, a nord e a sud, e nessuna bestia gli poteva resistere; non c’era nessuno che potesse liberare chi era in suo potere. Faceva quello che voleva e si esaltava” (Daniele 8:1-4). Daniele ebbe la visione “Nel terzo anno del regno di Baldassarre il re”. Un antico testo cuneiforme, detto “Storia in versi di Nabonedo”, rivela che Nabonedo, re di Babilonia, nominò come suo co-regnante il figlio Baldassarre nel terzo anno del suo regno, che durò dal 555 al 539 a.C. Pertanto il terzo anno di Baldassarre corrisponde al 552 a.C., fu quindi quell’anno che Daniele ebbe la visione.

capro

aveva due corna … un corno era più alto dell’altro … era quello spuntato dopo
Quel “montone” raffigurava proprio l’impero medo-persiano. La profezia diceva espressamente: “Il montone con due corna che hai visto rappresenta i re di Media e di Persia” (Daniele 8:20). Le sue “due corna” raffiguravano i due regni dei medi e dei persiani e quello “più alto … spuntato dopo” certamente il regno persiano, poiché, come dimostrano le testimonianze storiche, anche se i medi si affacciarono per primi sulla storia del medio oriente, poi vennero a trovarsi sotto l’egemonia persiana. Attraverso campagne di conquista effettuate dai suoi governanti, l’impero persiano fu esteso verso ovest fino alla Macedonia, verso nord, fino alla Tracia, all’Anatolia e alla Partia, verso est fino all’India e verso sud fino alla Nubia.
Dario I morì nel 486 a.C. e gli successe il quarto re, suo figlio Serse (l’Assuero di cui si parla in Ester 1:1). Fu durante il regno di questo re che Satana il Diavolo usò la potenza medo-persiana per sterminare il popolo di Dio. Il libro di Ester, infatti, narra di un complotto ordito dal primo ministro persiano Aman. Questi aveva architettato lo sterminio di tutti gli ebrei che vivevano nel vasto impero persiano e aveva stabilito la data in cui attuarlo. Fu solo grazie all’intervento di Geova che il suo popolo fu ancora una volta protetto dall’ostilità manifestata dal seme di Satana (cfr. Ester 1:1-3; 3:8,9; 8:3,9-14). Durante il suo regno Dario I aveva tentato più volte di invadere la Grecia ma il suo esercito, sbaragliato nella famosa battaglia di Maratona del 490 a.C, si era dovuto ritirare in Asia Minore. Dopo la sua morte il figlio Serse sferrò di nuovo un attacco per terra e per mare contro la Grecia. Erodoto, storico greco del V secolo a.C., scrisse che “di tutte le spedizioni … questa fu di gran lunga la più imponente”. Nella sua testimonianza precisa che gli equipaggi delle navi ammontavano in tutto a 517.610 uomini. I soldati di fanteria, poi, erano 1.700.000, quelli di cavalleria 80.000. A questi, si aggiungevano gli Arabi che conducevano i cammelli e i Libici che guidavano i carri, calcolandone il numero in 20.000 uomini. Sicché, messi insieme, gli effettivi della flotta e dell’esercito di terra raggiungevano il numero di 2.317.610 uomini (Erodoto, Le Storie, VII, traduzione di Luigi Annibaletto, Mondadori, Milano, 1982). Proprio come era stato predetto, Serse, il quarto re, sollevò “ogni cosa contro il regno di Grecia”.
è stato pronunciato un messaggio e io sono venuto a riferirtelo” – Daniele 8:23
A Serse successe il figlio Artaserse I Longimano nel 475 a.C. Il racconto biblico dice che nel suo 20° anno di regno, cioè nel 455 a.C., Artaserse emanò un decreto che autorizzava Neemia, il suo coppiere ebreo, poi divenuto governatore degli ebrei, a tornare a Gerusalemme per provvedere alla ricostruzione delle mura e delle porte della città (cfr. Neemia 2:1-8). Questo avvenimento era stato predetto da Geova che “nel 1° anno di Dario, figlio di Assuèro, discendente dei medi”, cioè nel 538 a.C. mandò da Daniele un suo angelo per comunicargli che “dall’emanazione dell’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il Condottiero, passeranno 7 settimane, e anche 62 settimane … dopo le 62 settimane il Messia sarà stroncato, senza nulla per sé … Lui terrà in vigore il patto per i molti per una settimana, e alla metà della settimana farà cessare sacrificio e offerta” (Daniele 9:24-27). Con più di cinquecento anni di anticipo Geova indicò la data della venuta del promesso “seme” o Messia sulla terra (cfr. Genesi 3:15; 22:18). Questa importante profezia trovò il suo adempimento nel periodo che andò dall’autunno del 29 alla primavera del 33 d.C., cioè dal battesimo di Gesù e la sua unzione come re messianico alla sua morte,  e fino al 36 d.C. quando divenne evidente che la posizione di favore degli ebrei davanti a Dio in base al patto abramico giunse alla fine con l’estensione del patto stesso a persone di tutte le nazioni (per una completa informazione sulla profezia e sul suo adempimento vedi il mio post del 6 febbraio 2011 – UNA STORIA FINITA – IX parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/02/06/a-storia-finita-ix-parte/).
Secondo la storia secolare, Artaserse I Longimano regnò fino al 424 a.C. Alla sua morte scoppiò una spietata guerra per la successione tra i suoi figli, conflitto che vide uscire vincitore Oco, un figlio illegittimo di Artaserse che salì al trono col nome di Dario II; questi molto probabilmente è il Dario menzionato in Neemia 12:22. Dario II regnò fino al 404 a.C. e gli successe suo figlio Artaserse II il quale regnò fino al 359 a.C. Alla sua morte il potere passò al figlio Artaserse III che regnò fino al 338 a.C. facendosi la reputazione del più sanguinario di tutti i sovrani persiani. Seguirono poi Arse (o Arseta) che regnò due anni e Dario III (Codomano) che regnò ancora per cinque anni, fino al 330 a.C. Tutti questi anni, dalla morte di Artaserse I Longimano a quella di Dario III, ucciso da un infedele satrapo del suo regno, furono caratterizzati da instabilità, rivolte, repressioni, assassini che portarono gradualmente il potente impero persiano alla sua fine.
Una nuova potenza mondiale si affacciava alla storia, la quinta di quelle specificamente menzionate nella Bibbia (dopo Egitto, Assiria, Babilonia e Medo-Persia), la terza di quelle elencate dal sogno profetico di Nabucodonosor, rappresentata dal ventre e dalle cosce di rame della statua. La citata visione descritta in Daniele capitolo 8 infatti continuava mostrando “un capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Questo “capro aveva fra gli occhi un corno notevole” e “Si avvicinava al montone con due corna … correva verso di lui con tutta la sua furia”. Quindi Daniele lo vide “scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli. Allora il capro lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7).
Quale potenza politica venne rappresentata in questo modo? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM) edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
A partire da questo post le citazioni della TNM sono prese dalla versione tradotta in italiano della revisione in inglese della stessa pubblicata nel 2013. Il testo rivisto è stato pubblicato in italiano lo scorso 16 dicembre 2017. Come viene specificato nella prefazione, l’obiettivo della revisione è stato quello di “produrre un testo che fosse non solo fedele agli originali ma anche chiaro e facile da leggere”. Questo perché negli ultimi 50 anni le lingue parlate dagli uomini hanno registrato dei cambiamenti rilevanti che hanno imposto l’adozione di novità stilistiche e lessicali al fine di utilizzare un linguaggio moderno e comprensibile, di chiarire meglio certe espressioni bibliche nonché di migliorare la leggibilità del testo.

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XI

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE “ – 1a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Esiste un Dio nei cieli che è il Rivelatore dei segreti”, spiegò un antico servitore di Geova Dio ad un arrogante governante mondiale (Daniele 2:28). Quell’uomo, Daniele, si apprestava a ricordare al monarca babilonese Nabucodonosor II un sogno e a spiegargli il suo significato profetico. Fu molto appropriato che Daniele illustrasse al re quel sogno perché ne era il protagonista principale. Il sogno riguardava la marcia delle potenze politiche che avrebbero dominato la scena mondiale nel corso della storia e Nabucodonosor era il governante di una di quelle potenze. Si, Geova, il Dio di Daniele, stava per predire con molto anticipo importanti avvenimenti futuri relativi allo sviluppo del suo proposito di produrre un “seme” umano dalla sua organizzazione celeste paragonata a una donna. Mediante quel “seme” intendeva restaurare il suo proposito originale di fare dell’intera terra un paradiso, un luogo di delizie, dove far vivere per sempre le sue creature umane, un progetto che aveva dovuto temporaneamente accantonare a causa della ribellione della prima coppia umana e della creatura spirituale che la istigò (cfr. Genesi 1:28,29; 2:15-17; 3:1-6,14-19).
Il quadro della storia mondiale che Dio presentava riguardava principalmente quelle nazioni che, dominando la scena mondiale, si sarebbero opposte in modo particolare a Geova e al suo popolo, dimostrando di appartenere al seme contrario, quello dell’odiato serpente, o di ciò che esso rappresentava, cioè la creatura spirituale ribelle a cui vennero attribuiti i nomi di Satana (ebraico ha satàn, oppositore) e  Diavolo (greco diábolos, calunniatore). Mediante tali nazioni questa malvagia creatura spirituale avrebbe cercato in ogni modo di impedire la nascita del “seme” divino che, in base alla promessa edenica, avrebbe dovuto ‘schiacciargli la testa’.
La storia iniziò con la potenza egiziana, con la quale Satana tentò di spazzare via il popolo di Dio e impedire così la comparsa del “seme” promesso, spingendo il faraone a uccidere tutti i bambini maschi degli israeliti (cfr. Esodo 1:15,16). Proseguì quindi con la nazione assira che attaccò il regno settentrionale di Israele deportando i suoi abitanti e sostituendoli nelle loro città con popolazioni idolatre e immorali (cfr. 2Re 17:24). La terza potenza fu quella babilonese che attaccò il regno meridionale di Giuda, distruggendo Gerusalemme e lasciando il paese desolato per settanta anni, interrompendo la dinastia reale davidica. Il loro ruolo nella storia del popolo di Dio e il loro destino, predetti da Dio con molti anni in anticipo e regolarmente adempiuti, costituiscono una prova dell’attendibilità della profezia biblica e della sua ispirazione divina. Vengono esaminati, seppur in maniera sintetica, in questo post. Ma ci sono altre nazioni che nel corso della storia, fino ai nostri giorni, hanno avuto un ruolo e un destino simili. Di queste mi occuperò nei prossimi post.

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Subito dopo la ribellione della prima coppia umana Geova Dio pronunciò una importante profezia destinata a costituire il tema della sua Parola scritta, la Bibbia. Rivolgendosi a colui che diede inizio alla ribellione, Satana il Diavolo, disse: “io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei. Egli ti schiaccerà la testa e tu gli schiaccerai il calcagno” (Genesi 3:15). Nel corso dei secoli gradualmente rivelò particolari per identificare sia la “donna” che il suo “seme”: quella “donna” simbolica rappresenta l’organizzazione celeste di Dio, composta da creature spirituali (cfr. Isaia 54:1-8; 66:7; Galati 4:21-31; Ebrei 12:22). In seguito Dio rivelò che il “seme” sarebbe stato un discendente di Abraamo, sarebbe appartenuto alla nazione di Israele, sarebbe stato della tribù di Giuda e discendente del re Davide (cfr. Genesi 22:15-18; 49:10; Salmo 89:3,4; Luca 1:30-33). Dunque quel “seme” è Cristo Gesù, il “primogenito” e “unigenito” tra le creature spirituali di Dio (cfr. Giovanni 1:14; 3:16; Colossesi 1:15,16; Ebrei 1:5,6 – per maggiori particolari su questa profezia vedi il mio post del 1 dicembre 2010, UNA STORIA FINITA – IV parte, https://gi1967.wordpress.com/2010/12/01/una-storia-finita-iv-parte/). Gesù costituisce la parte principale del “seme”, poiché Dio dispose che il “seme” avesse anche da una parte secondaria formata da un ristretto numero di persone “comprate di fra il genere umano” da affiancare a Cristo nel Regno celeste, lo strumento con cui Dio “schiaccerà la testa” a Satana (cfr. Luca 12:32; Romani 16:20; Rivelazione o Apocalisse 14:1-5).
Ma quella profezia indicava che anche Satana avrebbe prodotto un seme. Tale seme avrebbe mostrato inimicizia, o odio, nei confronti del “seme” della donna fino a “schiacciargli il calcagno”, cioè a procuragli ferite che implicavano spargimento di sangue. Da chi è composto il seme del serpente? Da tutti quelli che come Satana nutrono odio verso Dio e si oppongono al suo popolo. Nel corso del tempo Satana ha organizzato il suo seme in regni, o governi di varia natura utilizzandoli per i suoi propri fini (cfr. Luca 4:5,6). Tra tutti questi, però, sono  relativamente pochi i governi umani che nel corso della storia hanno influito in modo significativo sul popolo di Dio, sia che si trattasse dell’antica nazione di Israele o della congregazione dei cristiani uniti a Cristo che lo rappresentano sulla terra (cfr. 2Corinti 5:20). La successione di tali governi, il loro ruolo nella storia del popolo di Dio e il loro destino furono predetti da Dio con molti secoli in anticipo. Nella Bibbia troviamo le sorprendenti profezie pronunciate su ognuna di queste nazioni a riprova della sua ispirazione divina.
gli dèi senza valore d’Egitto certamente tremeranno a causa di lui” – Isaia 19:1
La prima di tali nazioni fu senza dubbio l’Egitto. Nelle Scritture Ebraiche (o Vecchio Testamento) l’Egitto viene di solito chiamato Mizraim (Mitsràyim) a motivo della preminenza o prevalenza dei discendenti di Mizraim, figlio di Cam, nella regione. (cfr. Genesi 10:6; 50:11). Misr è tuttora il nome arabo dell’Egitto. La discendenza da Cam, terzo figlio di Noè, il quale nell’episodio che portò alla maledizione di suo figlio Canaan mostrò di avere egli stesso delle cattive inclinazioni (cfr. Genesi 9:20-27), certamente influì sullo sviluppo storico e religioso della nazione e sul suo conflitto con il popolo di Israele. La religione egiziana era caratterizzata da un diffuso politeismo. Ogni città e villaggio aveva la propria divinità locale, a cui era riservato il titolo di “Signore, o Protettore, della Città”. Spesso il dio veniva raffigurato sposato con una dea che gli dava un figlio, “così da formare una triade divina o trinità in cui il padre, fra l’altro, non sempre era il capo, ma si accontentava a volte del ruolo di principe consorte, mentre la divinità principale del luogo rimaneva la dea” (New Larousse Encyclopedia of Mythology, 1968, p. 10). Ciascun “Signore o Protettore” dimorava nel proprio tempio dove era venerato e servito dai rispettivi sacerdoti. Vi ricordano qualcosa tali pratiche? … …
Come già ampiamente spiegato nel precedente post la nazione egiziana fu la prima ad opprimere la stirpe di Abraamo che Dio aveva scelto come suo popolo (cfr. Isaia 43:1-3,10,21). Questa era scesa in Egitto come un popolo libero ma venne ridotta in schiavitù dagli egiziani proprio come Geova aveva profetizzato al suo capostipite quando, nel 1943 a.C., si trasferì nel paese di Canan dopo aver lasciato la sua città d’origine, Ur di Caldea, dietro comando divino (cfr. Genesi 15:13-16). Servendosi della potenza egiziana, Satana tentò di spazzare via il popolo di Dio, e impedire così la comparsa del “seme” promesso, spingendo il faraone a uccidere tutti i bambini maschi degli israeliti (cfr. Esodo 1:15,16). Geova intervenne e sventò quel piano liberando il suo popolo dalla schiavitù.
Per costringere il faraone a mandare liberi gli israeliti Dio colpì l’Egitto con dieci tremende piaghe ciascuna delle quali era rivolta contro i falsi dèi egiziani a prova che il conflitto era di natura religiosa. Trasformando l’acqua vitale del Nilo in sangue disonorò Hapi, dio del Nilo (1a piaga); l’invasione delle rane, ritenute simbolo della fertilità dagli egiziani (2a piaga), umiliò la dea-rana Heqt; quando i sacerdoti egiziani, che praticavano la magia, non riuscirono a far diventare culici la polvere della terra (3a piaga), Thot, signore della magia e Geb, dio della terra, si dimostrarono del tutto impotenti; Buto, una dea protettrice, e il dio Horus si dimostrarono incapaci di controllare la parte del paese sotto la loro tutela, il Basso Egitto, quando grandi sciami di tafani invasero quella regione (4a piaga); che umiliazione per Hathor, una dea con la testa di giovenca, e Nut, la dea del cielo, pure rappresentata da una giovenca, quando la pestilenza (5a piaga), fece morire ogni sorta di bestiame; né Thot, che si credeva possedesse formule magiche per guarire i malati, né Amon-Ra, dio della medicina, poterono impedire che i foruncoli (6a piaga) colpissero sia uomini che bestie; gli dèi Shu, Reshpu e Tefnut regolavano il tempo atmosferico, ma nessuno di loro riuscì a impedire che tuoni e grandine (7a piaga) si abbattessero sul paese rovinando la vegetazione; Min, dio delle messi, non riuscì a fermare l’invasione delle locuste che divorarono tutto il raccolto (8a piaga); Ra, il dio sole, Sekhmet, dea col disco solare, e Thot, il dio-luna, videro spegnersi letteralmente le loro luci quando le tenebre offuscarono il paese (9a piaga); infine la morte del primogenito del faraone, insieme a tutti i primogeniti egiziani (10a piaga) rappresentò la morte del dio-sole Ra, di cui il faraone era ritenuto progenie, e dimostrò l’inefficienza degli dèi Bes e Buto, protettori della casa reale, i quali avrebbero dovuto difendere il re.

israel-slaves

Sir Edward John Poynter, “Israele in Egitto”, Guildhall Library, City of London
Chi è Geova, perché io debba ubbidire alla sua voce?
La “fornace di ferro”, così l’Egitto venne definito dagli scrittori biblici (cfr. Deuteronomio 4:20; Geremia 11:4). Il soggiorno di Israele in Egitto rimase impresso in modo indelebile nella memoria della nazione. I loro antenati erano arrivati lì nel 1728 a.C. come persone libere ma col tempo, temendo la loro crescita numerica, gli egiziani li assoggettarono a una dura schiavitù. Sotto quella spietata oppressione gli israeliti invocarono l’aiuto del loro Dio il quale rispose alle loro invocazioni di soccorso suscitando un liberatore, Mosè. Quando questi si recò dal faraone per chiedere la liberazione del suo popolo si sentì rispondere: “Chi è Geova, perché io debba ubbidire alla sua voce e mandare via Israele? Non conosco affatto Geova e, per di più, non manderò via Israele” (Esodo 5:2). Quindi, aggiungendo il danno all’ingiuria, il faraone aumentò il carico di lavoro degli schiavi Israeliti. Per tutta risposta Dio disse a Mosè: “Ora vedrai che farò a Faraone, perché a motivo di una mano forte li manderà via e a motivo di una mano forte li caccerà dal suo paese”. (Esodo 6:1). Così il faraone imparò a conoscere Geova! Dopo dieci terribili piaghe con le quali Dio umiliò il faraone e tutti gli dèi egiziani quell’orgoglioso sovrano fu costretto a liberare il popolo di Israele. E quando nella sua testardaggine cambiò idea gettandosi all’inseguimento degli israeliti con tutti i suoi carri e guerrieri, vennero tutti sommersi dalle acque del Mar Rosso. Quella liberazione miracolosa venne ricordata per secoli dagli israeliti come una prova evidente della divinità di Geova. Ciò che accadde loro in Egitto venne scritto nella Legge (cfr. Esodo 20:2,3; Deuteronomio 5:12-15); fu la ragione per cui celebravano, e tuttora osservano, la Pasqua (cfr. Esodo 12:1-27; Deuteronomio 16:1-3); servì loro di norma nei rapporti coi residenti forestieri (cfr. Esodo 22:21; Levitico 19:33,34) e coi poveri che si erano venduti schiavi (Levitico 25:39-43,55; Deuteronomio 15:12-15). I popoli dei paesi vicini provarono un timore reverenziale venendo a conoscenza della potenza manifestata da Dio contro l’Egitto, e questo spianò a Israele la via della conquista di Canaan, anche a distanza di secoli (cfr. Giosuè 2:10,11; 9:9; 1Samuele 4:7,8). L’Egitto colpito dalle piaghe è oggi una figura del sistema politico mondiale che ha tentato di esaltarsi al di sopra del legittimo Sovrano universale, Geova Dio, e che presto cadrà sotto le piaghe dell’ira di Dio (cfr. Rivelazione o Apocalisse 15:1).
Una volta arrivati nella terra promessa e conquistato il paese, gli israeliti per diversi secoli non ebbero più relazione con l’Egitto che finì per esser travagliato da molte difficoltà interne, con più “dinastie” che regnavano contemporaneamente. Tale instabilità politica fu predetta da Geova Dio mediante i suoi profeti. Il profeta Isaia, infatti, parlò di una guerra civile che avrebbe afflitto il paese dicendo: “dichiarazione solenne contro l’Egitto: Ecco, Geova cavalca una nube veloce ed entra in Egitto. E gli dèi senza valore d’Egitto certamente tremeranno a causa di lui, e il medesimo cuore d’Egitto si struggerà in mezzo a esso.E certamente inciterò egiziani contro egiziani, e certamente guerreggeranno ciascuno contro il suo fratello, e ciascuno contro il suo compagno, città contro città, regno contro regno.E lo spirito dEgitto deve divenire perplesso in mezzo a esso, e io confonderò il suo proprio consiglio. E di sicuro ricorreranno agli dèi senza valore e agli incantatori e ai medium spiritici e a quelli che per mestiere predicono gli avvenimenti. E certamente consegnerò lEgitto in mano a un duro padrone, e forte sarà il re che dominerà su di loro, è lespressione del vero Signore, Geova degli eserciti” (Isaia 19:2-4).
Quel “duro padrone” si fece avanti nel VII secolo a.C. nella persona del re assiro Esar-Addon (o Esarhaddon). Questi invase l’Egitto, conquistò Menfi nel Basso Egitto e portò molti in esilio. Dopo la morte di Esar-Addon ci fu una breve rivolta egiziana, ma il suo successore, il figlio Assurbanipal, dopo aver represso la rivolta, tornò all’attacco e saccheggiò la città di Tebe (la biblica No-Amon – cfr. Naum 3:8-10) nell’Alto Egitto, dove si trovavano i principali tesori dei templi egiziani. Per capire pienamente il riferimento biblico alla ‘durezza’ della conquista assira, basta leggere la descrizione della punizione inflitta da Assurbanipal a una città ribelle: “Innalzai una colonna presso la porta della città e scorticai tutti i capi della rivolta, e con la loro pelle rivestii la colonna; alcuni murai all’interno della colonna, alcuni infilzai su pali sopra la colonna … tagliai gli arti dei funzionari, dei funzionari reali che si erano ribellati … Molti prigionieri fra loro arsi nel fuoco, e molti presi vivi come prigionieri. Ad alcuni tagliai le mani e le dita, e ad altri tagliai il naso, gli orecchi e le dita, a molti cavai gli occhi. Feci una colonna coi viventi e un’altra con le teste, e legai le loro teste a pali tutt’attorno alla città. Bruciai nel fuoco i loro giovani e le loro ragazze …Venti uomini catturai vivi e murai nelle mura del palazzo … Il resto di loro [dei loro guerrieri] feci morire di sete nel deserto dell’Eufrate” (Daniel David Luckenbill, Ancient Records of Assyria and Babylonia, 1926, vol. I, pp. 145, 147, 153, 162). Da quel momento l’Egitto cessò di essere una nazione sovrana cadendo sotto la dominazione di altre potenze; nell’ordine, Assiria, Babilonia, Medo-Persia, Grecia e infine Roma.
chiederò conto per il frutto dell’insolenza del cuore del re d’Assiria” – Isaia 10:12
La seconda nazione che per la sua forte avversione verso il popolo di Dio venne espressamente citata nelle profezie della Bibbia fu dunque l’Assiria. Il suo nome derivò da Assur, il secondo figlio di Sem e nipote di Noè (cfr. Genesi 10:22). Quando, poco dopo il Diluvio, la falsa adorazione cominciò di nuovo a prendere piede sulla terra, Assur venne deificato dai suoi discendenti, divenendo la loro principale divinità. La Bibbia, poi, rivela che in quel tempo la ribellione religiosa contro Geova Dio iniziò un pronipote di Noè, cioè con Nimrod, figlio di Cus, a sua volta figlio di Cam, terzo figlio di Noè (cfr. 1Cronache 1:4,8,10). Nimrod venne definito “potente cacciatore in opposizione a Geova” (cfr. Genesi 10:8-12) e viene descritto come un guerriero e uomo violento. È particolarmente ricordato per la costruzione della torre di Babele, simbolo della sua ribellione contro Dio (cfr. Genesi 10:10; 11:1-9). Il racconto biblico dice che Nimrod estese il suo dominio anche sul territorio abitato dai discendenti di Assur dove edificò varie città, tra cui Ninive che divenne capitale dell’Assiria (cfr. Genesi 10:11). Molto probabilmente fu proprio questo legame con quel violento ribelle che spinse gli assiri a farsi una reputazione di brutalità senza pari. Parlando di Ninive, sotto ispirazione divina il profeta Naum la descrisse come una “città di spargimento di sangue … piena d’inganno e rapina” (cfr. Naum 1:1; 3:1). Riferendosi agli assiri, William Burnet Wright, membro del Consiglio Nazionale delle Chiese Congregazionali degli Stati Uniti, nel suo libro Ancient Cities ha scritto: “Era dovere della nazione combattere, e i sacerdoti fomentavano incessantemente la guerra. Essi vivevano in gran parte del bottino della vittoria … Quella razza di predoni era estremamente religiosa”. Gli assiri avevano ereditato la loro religione da Babele o Babilonia. Un noto dizionario biblico infatti afferma: “Sotto molti aspetti la religione assira differiva poco da quella babilonese, da cui derivava” (The Illustrated Bible Dictionary, a cura di James Dixon Douglas e Norman Hillyer ). Nel British Museum a Londra si trova esposto un sigillo assiro che mostra il loro dio nazionale Assur con tre teste. La credenza in triadi di dèi era infatti comune nel loro culto.
Tiglat-Pileser III (o Pul) è il primo re assiro menzionato per nome nella Bibbia (cfr. 1Cronache 5:26). Considerato uno dei più grandi sovrani d’Assiria, salì al trono dopo un periodo di decadenza e ristabilì la potenza dell’Impero portandola all’apice del suo splendore. La sua politica espansionistica lo spinse a penetrare in Palestina invadendo il regno settentrionale di Israele rendendolo suo tributario. Menaem, re d’Isarele, gli pagò un tributo di “mille talenti d’argento” (circa 5.300.000 euro attuali) per ingraziarselo (cfr. 2Re 15:19,20). In seguito invase anche il regno meridionale di Giuda causando grande afflizione al paese e costringendo il re Acaz a “spogliare la casa di Geova” per pagargli il tributo (cfr. 2Cronache 28:20,21). Il suo successore fu Salmaneser V. Questi scoprì che il re di Israele, Oshea, cospirava contro di lui insieme al re d’Egitto, pertanto penetrò in Palestina e assediò Samaria, la capitale del regno, per tre anni, fino a che la città ben fortificata cadde, e gli israeliti furono portati in esilio in Mesopotamia e in Media (cfr. 2Re 17:4-6). Così nel 740 a.C., dopo 257 anni ebbe fine il regno delle dieci tribù di Israele.
Otto anni dopo, nel 732 a.C., il nuovo re d’Assiria, Sennacherib, iniziò una campagna militare per tenere a bada le popolazioni che minacciavano la rivolta contro la dominazione assira. Tra i governanti che rifiutavano la sua egemonia c’era Ezechia, re di Giuda. Sennacherib quindi attaccò Giuda, assediando ed espugnando molte città fortificate e villaggi. Ezechia allora mandò un’ambasciata agli assiri a Lachis offrendosi di pagare qualsiasi tributo Sennacherib avesse imposto (cfr. 2Re 18:13, 14). Sennacherib mandò una delegazione composta da tre funzionari a intimare al re e alla popolazione di Gerusalemme di arrendersi e quindi di consentire a farsi portare in esilio. Ma il messaggio degli assiri era particolarmente sprezzante nei confronti di Ezechia per la fiducia che questi aveva nel suo Dio affermando che Geova si sarebbe mostrato impotente come gli dèi dei paesi che erano già caduti davanti alla potenza assira (cfr. 2Re 18:17-35; 2Cronache 32:15-19). Chiamato in causa dalla sfida lanciata dal vanesio re assiro e dalle richieste di aiuto del re di Giuda, Geova mandò un suo angelo il quale, in una sola notte, abbatté “centottantacinquemila uomini nel campo degli assiri”, costringendo Sennacherib a ritirarsi “con la vergogna in faccia al suo proprio paese” (2Cronache 32:21). Come Geova aveva predetto mediante il suo profeta Isaia, gli assiri non tirarono neanche una freccia né elevarono un bastione d’assedio contro Gerusalemme (cfr. Isaia 37:33-37).

Rabsache

“Ezechia non vi illuda, dicendo: ‘Geova stesso ci libererà – Isaia 36:18
Dopo la morte del re Salomone, nel 997 a.C. la nazione d’Israele si divise in due regni: Il regno di Israele, formato da dieci delle dodici tribù (cioè Ruben, Simeone, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issachar, Zabulon, Efraim e Manasse), con capitale Samaria, e il regno di Giuda, formato dalle restanti due tribù, Giuda e Beniamino, con capitale Gerusalemme. Sotto la guida di re infedeli, il regno di Israele iniziò a praticare una degradante forma di idolatria (cfr. 2Re 17:7-17). Come conseguenza Geova ritirò la sua protezione su quella popolazione che iniziò a vivere un periodo di instabilità politica, guerre e sofferenze finché, nel 740 a.C. quel regno venne attaccato dagli assiri e scomparve. Il regno di Giuda non fu da meno e col tempo si rese anch’esso colpevole di una grave apostasia. A motivo di ciò subì diverse invasioni da parte dei popoli vicini. Un suo malvagio re, Acaz, per proteggersi da queste invasioni Tiglat-Pileser III re d’Assiria perché venisse in suo aiuto. Quest’azione poco saggia portò Giuda sotto il gravoso giogo dell’Assiria (cfr. 2Cronache 28:5-21). Suo figlio, Ezechia, ripristinò la vera adorazione e si ribellò al re d’Assiria. Perciò Sennacherib, nel frattempo asceso al trono assiro, invase Giuda e conquistò molte città fortificate. Quando il suo esercito assediò anche Gerusalemme, Rabsache, uno dei generali che lo comandava, gridò sotto le mura della città: “Non vi inganni Ezechia, poiché egli non vi può liberare dalla mia mano.E non vi faccia Ezechia confidare in Geova, dicendo: Immancabilmente Geova ci libererà, e questa città non sarà data in mano al re dAssiria… non ascoltate Ezechia, poiché egli vi illude, dicendo: ‘Geova stesso ci libererà’. Hanno gli dèi delle nazioni liberato affatto ciascuno il suo proprio paese dalla mano del re dAssiria? Dove sono gli dèi di Amat e di Arpad? Dove sono gli dèi di Sefarvaim, di Ena e di Ivva? Hanno essi liberato Samaria dalla mia mano? Chi fra tutti gli dèi dei paesi ha liberato il proprio paese dalla mia mano, così che Geova liberi Gerusalemme dalla mia mano?” (Isaia 36:13-20). Ancora una volta il conflitto rivestì una connotazione religiosa, costituendo una sfida contro il Dio di Israele e di Giuda, Geova. Ezechia, con una accorata preghiera implorò Geova di prestare orecchio alle minacce dell’assiro e concluse la preghiera con le parole: “E ora, o Geova nostro Dio, salvaci dalla sua mano, affinché tutti i regni della terra conoscano che tu solo, o Geova, sei Dio” (cfr. Isaia 37:15-20). In risposta a tale supplica, Geova mandò un angelo che colpì il fior fiore delle truppe di Sennacherib: 185.000 uomini perirono in una sola notte.
È rilevante il fatto che gli avvenimenti sopra descritti erano stati predetti da Geova Dio un centinaio di anni prima che si verificassero. Mediante Isaia, che iniziò il suo servizio come profeta di Dio nel 829 a.C. (cfr. Isaia 1:1), Geova pronunciò il suo giudizio sia contro l’apostata regno settentrionale di Israele che contro il regno di Giuda a causa dell’infedeltà dei loro governanti. Fece scrivere dal profeta: “Aha, l’assiro, la verga per la mia ira, e il bastone che è nella loro mano per la mia denuncia!Lo manderò contro una nazione apostata, e contro il popolo del mio furore gli darò comando, perché prenda molte spoglie e prenda molta preda e ne faccia un luogo da calpestare come largilla delle strade.Benché egli non sia così, si sentirà propenso; benché il suo cuore non sia così, tramerà, perché nel suo cuore è di annientare, e di stroncare non poche nazioni.Poiché dirà: Non sono i miei principi nello stesso tempo re?  Non è Calno proprio come Carchemis? Non è Amat proprio come Arpad? Non è Samaria proprio come Damasco? Ogni volta che la mia mano ha raggiunto i regni del dio senza valore le cui immagini scolpite sono più di quelle che stanno a Gerusalemme e a Samaria,non sarà che proprio come avrò fatto a Samaria e ai suoi dèi senza valore, così farò anche a Gerusalemme e ai suoi idoli?” (Isaia 10:5-11).
Ma per mezzo dello stesso profeta predisse anche la fine dell’impero assiro! Scrisse ancora Isaia sotto ispirazione divina: “E deve accadere che quando Geova avrà terminato tutta la sua opera sul monte Sion e a Gerusalemme, chiederò conto per il frutto dell’insolenza del cuore del re d’Assiria e per la presunzione dell’alterigia dei suoi occhi.Poiché egli ha detto: Di sicuro agirò col potere della mia mano, e con la mia sapienza, poiché in effetti ho intendimento; e rimuoverò le linee di confine dei popoli, e certamente saccheggerò le loro cose accumulate, e abbatterò gli abitanti proprio come un potente” (Isaia 10:12,13). L’umiliante sconfitta di Sennacherib segnò l’inizio della fine dell’impero assiro. Tornato a Ninive egli si trovò a far fronte alla ribellione delle tribù dei medi che attaccarono ciò che rimaneva del suo esercito, infine venne ucciso da due dei suoi figli. Tutto questo mentre una nuova potenza iniziava ad apparire sull’orizzonte, quella babilonese.
Geova Dio suscitò altri due profeti per preannunciare la fine di quell’impero. Sotto ispirazione divina il profeta Naum predisse che la sua capitale, Ninive, sarebbe stata predata, che le sue porte sarebbero state aperte ai nemici e che le sue guardie sarebbero fuggite (cfr. Naum 3:7,13,17,19). L’altro profeta, Sofonia, scrisse che la città sarebbe divenuta “una distesa desolata, una regione arida come il deserto” (cfr. Sofonia 2:13-15). Queste profezie si adempirono nel 632 a.C. quando la città cadde nelle mani delle forze congiunte dei babilonesi e dei medi e l’impero assiro pervenne a una fine ingloriosa. Una cronaca babilonese di quegli avvenimenti afferma che i vincitori “presero gran bottino dalla città e dal tempio” e ridussero Ninive “a un cumulo di rovine” (Albert Kirk Grayson, Assyrian and Babylonian Chronicles). Dove un tempo sorgeva Ninive, sulla sponda orientale del fiume Tigri, di fronte all’odierna città di Mosul, in Iraq, oggi non restano che cumuli di rovine in mezzo a una distesa desolata, esattamente come Geova Dio fece profetizzare più di 2.600 anni fa!
chiederò conto al re di Babilonia e a quella nazione … del loro errore” – Geremia 25:12
Babilonia o Babele venne fondata da Nimrod che, come detto, era un pronipote di Noè (cfr. Genesi 10:8-10). August Wilhelm Karl Knobel, teologo tedesco del XIX secolo, che fu professore di teologia all’Università di Breslavia e specialista di esegesi dell’Antico Testamento, nel suo commentario Die Völkertafel der Genesis: ethnographische Untersuchungen (La genealogia della genesi: studi etnografici) definì Nimrod “il primo governante postdiluviano”. Egli diede vita ad un sistema politico-religioso che si proponeva di soppiantare il legittimo dominio di Dio sull’umanità, stabilendo un modello per tutte le successive alleanze tra politica e religione (cfr. Genesi 11:4). Col tempo Babilonia divenne il più importante centro religioso dell’antichità sostenuto da una potente classe clericale. Una iscrizione cuneiforme scavata in Medio Oriente afferma: “Nell’insieme ci sono a Babilonia 53 templi degli dèi principali, 55 cappelle di Marduk, 300 cappelle delle deità terrestri, 600 delle deità celesti, 180 altari della dea Ishtar, 180 degli dèi Nergal e Adad e 12 altri altari di diversi dèi” (The Bible As History, Werner Keller, New York – 1956). Per quanto riguarda la sua storia politica, dopo aver soggiogato l’Assiria, nel 625 a.C. l’esercito babilonese al comando di Nabucodonosor II sconfisse anche il faraone egiziano Neco nella battaglia di Carchemis; Babilonia divenne così la nuova potenza dominante del Medio Oriente.
Dal suo stesso inizio Babilonia fu nemica di Geova Dio e del suo popolo. Il suo fondatore, Nimrod, che fu definito, ricordiamolo, “potente cacciatore in opposizione a Geova”, disse che intendeva vendicarsi con Dio per il Diluvio e la distruzione dei loro antenati; perciò iniziò a costruire una torre così alta che le acque non l’avrebbero potuta raggiungere se mai Dio avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, I, 114, 115 – cfr. Genesi 10:8-10; 11:1-9). Da Babilonia, in seguito, vennero gli invasori nella Terra Promessa, ai giorni di Abraamo il patriarca e di Melchisedec il re-sacerdote di Salem. Questi, fecero prigioniero Lot, nipote di Abraamo, costringendo il patriarca ad inseguirli per liberarlo e recuperare il bottino che avevano preso nel paese (cfr. Genesi 14:1-20).
All’epoca di Nabucodonosor II il regno meridionale di Giuda con la sua capitale Gerusalemme si erano gradualmente e definitamente allontanati dall’adorazione di Geova facendo alleanze politiche con popoli pagani che li circondavano, adottandone perfino le pratiche idolatriche. Più volte Geova aveva mandato i suoi profeti ad avvisarli e a supplicarli di tornare alla vera adorazione, non solo non vennero ascoltati ma furono perseguitati, imprigionati e addirittura uccisi. Perciò Geova usò Nabucodonosor come suo strumento per riversare la sua indignazione contro le infedeli Giuda e Gerusalemme. Mediante il profeta Geremia dichiarò il suo giudizio: ““Per la ragione che non ubbidiste alle mie parole,ecco, mando e certamente prenderò tutte le famiglie del nord”, è l’espressione di Geova, “sì, mandando a chiamare Nabucodorosor re di Babilonia, mio servitore, e certamente le farò venire contro questo paese e contro i suoi abitanti e contro tutte queste nazioni all’intorno; e certamente li voterò alla distruzione e ne farò oggetto di stupore e qualcosa a cui fischiare e luoghi devastati a tempo indefinito … E tutto questo paese deve divenire un luogo devastato, un oggetto di stupore, e queste nazioni dovranno servire il re di Babilonia per settant’anni”” (Geremia 25:8-11; cfr. anche Isaia 3:1-8). Queste parole profetiche ebbero il loro completo adempimento nel 607 a.C. quando i babilonesi, dopo varie vicissitudini vissute con gli ultimi due re sul trono di Giuda, Ioiachim e Sedechia, assediarono Gerusalemme, penetrarono nella città desolandola, uccisero gran parte dei suoi abitanti e portarono i sopravvissuti prigionieri a Babilonia (cfr. 2Re 24:1; 25:1-10). La punizione si estese anche alle nazioni circonvicine – Moab, Ammon, Tiro, Edom e altre – che avevano perfidamente esultato e schernito il popolo di Dio quando i babilonesi distrussero Gerusalemme; esse ne subirono la stessa sorte.
Tuttavia per amore del suo nome e del suo proposito di produrre dalla discendenza di Abraamo un “seme” mediante il quale avrebbe benedetto tutte le nazioni della terra (cfr. Genesi 22:18), Geova non abbandonò completamente il suo popolo sotto la schiavitù babilonese. Perciò mediante Geremia pure profetizzò: “‘E deve accadere che quando i settant’anni si saranno compiuti chiederò conto al re di Babilonia e a quella nazione’, è l’espressione di Geova, ‘del loro errore, sì, al paese dei caldei, e certamente ne farò distese desolate a tempo indefinito.E di sicuro farò venire su quel paese tutte le mie parole che ho pronunciato contro di esso, sì, tutto ciò che è scritto in questo libro che Geremia ha profetizzato contro tutte le nazioni.Poiché anche essi stessi, molte nazioni e grandi re, li hanno sfruttati come servitori; e certamente li ripagherò secondo la loro attività e secondo lopera delle loro mani’” (Geremia 25:12-14).
Queste parole profetiche iniziarono ad adempiersi nel 539 a.C. Quell’anno le forze congiunte dei medi e dei persiani mossero contro la città di Babilonia, cinta da altissime e larghe mura e apparentemente inespugnabile. Fiducioso nella sicurezza della città il re Baldassarre, nipote di Nabucodonosor, la notte del 5 ottobre del 539 a.C. stava festeggiando con tutti i funzionari del suo regno. Durante il banchetto il re si fece portare i vasi d’oro che suo nonno aveva asportato dal tempio di Geova a Gerusalemme all’epoca della distruzione della città e con blasfemo disprezzo “il re e i suoi grandi, le sue concubine e le sue mogli secondarie vi bevvero.Bevvero vino, e lodarono gli dèi doro e dargento, di rame, di ferro, di legno e di pietra” (Daniele 5:3,4). All’improvviso, davanti agli occhi di Baldassarre, apparve vicino al muro una mano che si muoveva. Essa scrisse sul muro le fatidiche parole “MENE, MENE, TECHEL e PARSIN” (Daniele 5:5,25). Nessuno tra i saggi, i maghi e gli astrologi di Babilonia, interpellati dal re, fu in grado di decifrare quel messaggio. Ci riuscì un profeta ebreo, Daniele, il quale, sotto ispirazione divina, fu in grado di leggere e interpretare quelle parole. Egli disse al re: “ti sei esaltato contro il Signore dei cieli, e ti hanno portato davanti perfino i vasi della sua casa; e tu stesso e i tuoi grandi, le tue concubine e le tue mogli secondarie vi avete bevuto vino, e hai lodato semplici dèi d’argento e d’oro, di rame, di ferro, di legno e di pietra, che non vedono nulla né odono nulla né conoscono nulla; ma non hai glorificato l’Iddio nella cui mano è il tuo alito e a cui appartengono tutte le tue vie.Di conseguenza è stato mandato d’innanzi a lui il dorso di una mano, ed è stata tracciata questa medesima scrittura … Questa è l’interpretazione della parola: MENE, Dio ha contato [i giorni del] tuo regno e vi ha posto fine.TECHEL, sei stato pesato nella bilancia e sei stato trovato mancante.PERES, il tuo regno è stato diviso e dato ai medi e ai persiani” (Daniele 25:23-28).
Quella notte stessa gli eserciti medo-persiani entrarono in Babilonia, penetrarono nel salone del banchetto, sopraffacendo le guardie, uccisero Baldassarre e tutti i suoi commensali, conquistarono la città e posero fine all’impero babilonese. Come ci riuscirono? Circa 200 anni prima Geova Dio l’aveva predetto. Dal suo profeta Isaia aveva fatto scrivere: “Questo è ciò che Geova ha detto al suo unto, a Ciro, di cui ho preso la destra, per soggiogare dinanzi a lui le nazioni, affinché io sciolga anche i fianchi dei re; per aprire davanti a lui gli usci a due battenti, così che nemmeno le porte saranno chiuse: ‘Davanti a te andrò io stesso e raddrizzerò le scabrosità del paese. Spezzerò le porte di rame, e taglierò le sbarre di ferro. E di sicuro ti darò i tesori nelle tenebre e i tesori nascosti nei nascondigli, affinché tu conosca che io sono Geova, Colui che ti chiama per nome’” (Isaia 45:1-3). Per adempiere questa profezia, Geova mise nella mente di Ciro il Persiano l’idea di deviare le acque dell’Eufrate in un bacino locale. Una volta svuotato il letto del fiume, le truppe di Ciro, col favore delle tenebre, marciarono lungo il greto del fiume fin dentro la città. Le porte di rame delle mura elevate sugli argini del fiume, “gli usci a due battenti”, erano state lasciate inspiegabilmente aperte così i soldati medo-persiani poterono entrare in città.

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Rembrandt, Festino di Baldassarre, National Gallery, London
ti sei esaltato contro il Signore dei cieliil tuo regno è dato ai medi e ai persiani” 
Quattro semplici parole scritte su una parete intonacata. Eppure quelle quattro parole spaventarono un potente sovrano e lo sconvolsero. Annunciavano la deposizione di due re (Nabonedo, re di Babilonia, e suo figlio Baldassarre, coreggente), la morte di uno di loro (Baldassarre) e la fine di una grande potenza mondiale (Babilonia). Quelle parole causarono l’umiliazione di un riverito ordine religioso (i sacerdoti babilonesi). Soprattutto esaltarono la pura adorazione di Geova e riaffermarono la sua sovranità in un momento in cui la maggioranza della gente mostrava poca considerazione per entrambe. Quell’avvenimento è ricco di significato per noi. In quanto centro di false pratiche religiose, l’antica Babilonia è un appropriato simbolo di tutta la falsa religione mondiale, incluso il cristianesimo apostata. Raffigurato nel libro biblico di Rivelazione o Apocalisse come una meretrice assetata di sangue, questo conglomerato mondiale di falsità viene chiamato “Babilonia la Grande” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:5). Come l’antica Babilonia cadde in una sola notte, così “Babilonia la Grande” cadrà “Poiché i suoi peccati si sono ammassati fino al cielo, e Dio si è rammentato dei suoi atti d’ingiustizia … Poiché in cuor suo continua a dire: ‘Siedo regina, e non sono vedova e non vedrò mai lutto’.Perciò in un sol giorno verranno le sue piaghe: morte e lutto e carestia, e sarà completamente bruciata col fuoco, perché Geova Dio, che l’ha giudicata, è forte” (Rivelazione o Apocalisse 18: 5-8). È solo questione di tempo, poco tempo ormai! (cfr. Abacuc 2:3).
Dopo quella notte, per circa due anni Dario il Medo, alleato di Ciro, regnò su Babilonia (cfr. Daniele 25:31). Alla fine del secondo anno del suo regno, nel 537 a.C., Ciro re di Persia assunse pieni poteri sull’ex impero babilonese, dando così vita alla quarta potenza dominante, quella Medo-Persiana. L’accurato racconto biblico a questo punto narra: “E nel primo anno di Ciro re di Persia, affinché si adempisse la parola di Geova dalla bocca di Geremia [cioè che l’esilio sarebbe durato settant’anni (cfr. Geremia 25:12; 29:10,14)], Geova destò lo spirito di Ciro re di Persia, così che egli fece passare un bando per tutto il suo regno, e anche per iscritto, dicendo: ‘Ciro re di Persia ha detto questo: “Geova l’Iddio dei cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque fra voi è di tutto il suo popolo, il suo Dio sia con lui. Salga dunque a Gerusalemme, che è in Giuda, e riedifichi la casa di Geova l’Iddio d’Israele – egli è il vero Dio – la quale era a Gerusalemme”’” (Esdra 1:1-3). Circa 50.000 esiliati si misero allora in marcia. Compirono un viaggio di quasi 1.600 km. per tornare a Gerusalemme. Il settimo mese di quell’anno, il mese di etanim o tishri (settembre-ottobre del nostro calendario), “i figli d’Israele erano nelle loro città. E il popolo si raccoglieva come un sol uomo a Gerusalemme” (Esdra 3:1). I predetti 70 anni di desolazione scaddero esattamente al momento stabilito da Dio. Quali sorprendenti adempimenti delle profezie bibliche!
Ma la storia continua … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – X

“IL TUO SEME DIVERRÀ RESIDENTE FORESTIERO IN UN PAESE NON LORO … E QUESTI CERTAMENTE LI AFFLIGERANNO PER QUATTROCENTO ANNI”

Genesi 15:3

Anteprima
Nessun uomo può accuratamente predire il futuro nei particolari. È qualcosa che va oltre le possibilità umane. Geova Dio, il Creatore dell’universo, invece, non solo può predire certi avvenimenti ma può addirittura influire sugli eventi per farli adempiere secondo la Sua volontà. Come ha fatto scrivere, Egli è “Colui che annuncia dal principio il termine, e da molto tempo fa le cose che non sono state fatte; Colui che dice: ‘Il mio proprio consiglio avrà effetto, e farò tutto ciò che è il mio diletto’” (Isaia 46:10). La Bibbia contiene centinaia di profezie che Dio stesso ha ispirato a scrivere trasmettendole a uomini fidati per mezzo del suo spirito santo o, a volte, per mezzo di messaggeri angelici guidati dallo spirito (cfr. 2Pietro 1:21; Ebrei 2:2). L’adempimento di tutte queste profezie rappresenta una chiara testimonianza del fatto che la Bibbia è “ispirata da Dio”, è veramente la sua Parola scritta e non il frutto di miti o fantasticherie umane, ed è “utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia, affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
Inizio qui l’esame di alcune delle più significative profezie bibliche che hanno lasciato tracce indelebili nella storia dell’umanità e nella storia dei rapporti dell’uomo con il suo Creatore. Circa quattromila anni fa, esattamente nel 1943 a.C. Dio rese noto a un suo fedele servitore, Abraamo, il suo piano per fare in modo che lui e i suoi discendenti avessero, nei successivi quattro secoli un ruolo nell’adempimento del suo proposito. Nella circostanza descrisse con dovizia di particolari la futura nascita di un “seme” di Abraamo, la sua crescita ed espansione, le difficoltà che avrebbe incontrato prima di stabilirsi definitivamente in una terra assegnata da Dio. Il completo adempimento di questa profezia si ebbe dopo quattrocento anni e segnò il trionfo della teocrazia su tutti coloro che le erano ostili.
Ma le profezie bibliche non riguardano solo il passato. Molte di queste includono aspetti che ci riguardano da molto vicino, perché trovano il loro maggiore adempimento nei nostri giorni e noi stessi ne siamo testimoni, sia che vogliamo riconoscerlo o no! Geova Dio, il Sovrano Universale, dopo averlo profeticamente annunciato e operato per realizzarlo, porterà definitivamente a termine il suo proposito di riportare tutta la terra e l’intera razza umana sotto il suo giusto dominio, poiché questo è il fine della profezia.

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Nel precedente post ho mostrato con alcuni esempi quanto è importante la cronologia biblica per fissare nel tempo gli avvenimenti narrati in questo prezioso libro e, soprattutto, quanto è storicamente attendibile il suo calcolo del tempo. Questo aspetto è importante anche per avvalorare un’altra caratteristica peculiare e fondamentale della Bibbia, che prova la sua ispirazione divina: la profezia. Storia e profezia, infatti, sono quasi sempre messe in relazione l’una all’altra.
Secondo uno dei più autorevoli dizionari italiani, la profezia è la “predizione di eventi futuri, derivante da ispirazione divina” e in particolare, per quanto riguarda la Bibbia, è “l’annuncio della volontà di Jahvè, manifestazione, attraverso un profeta, dei disegni divini” (Treccani, Vocabolario on line). Sicuramente questo costituisce un aspetto notevole della profezia biblica sebbene il senso fondamentale dei termini nelle lingue originali in cui è stato scritto il libro, ebraico e greco, (i relativi verbi sono l’ebraico navàʼ e il greco profetèuo) va oltre l’annuncio di cose avvenire, poiché può riguardare anche un insegnamento morale ispirato, nonché l’espressione di un comando o di un giudizio di Dio (cfr. ad esempio Isaia 65:13-16; Luca 6:20-25; Giovanni 4:17-19).
Ricollegandoci a quanto scritto su Abraamo nel post precedente, sappiamo dalla cronologia biblica che egli, dopo aver lasciato la sua città natale, Ur di Caldea, per comando divino, ed essersi diretto a nord lungo la carovaniera che univa la penisola arabica a quella anatolica, attraversò l’Eufrate nelle vicinanze di Haran ed entrò in Canaan, la terra indicatagli da Dio come meta del suo lungo viaggio, nel 1943 a.C. Allora Abraamo aveva 75 anni (cfr. Genesi 12:4). Giunto nel nuovo paese, Dio gli disse: “Darò questo paese al tuo seme”, poi aggiunse: “il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni.Ma la nazione che serviranno io la giudicherò, e dopo ciò ne usciranno con molti beni … Ma alla quarta generazione torneranno qui, perché l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento” (cfr. Genesi 12:7; 15:13-16). Come si adempirono queste parole profetiche?
certamente la benedirò e anche ti darò da lei un figlio” – Genesi 17:16
Circa undici anni dopo essere entrato in Canaan, nel 1932 a.C., quando aveva 86 anni, Abraamo ebbe un figlio da Agar, la schiava egiziana di sua moglie Sara, al quale diede nome Ismaele (cfr. Genesi 16:16). Riguardo a questo bambino Geova disse Abraamo: “certamente lo benedirò e lo renderò fecondo e lo moltiplicherò moltissimo. Certamente produrrà dodici capi principali e davvero lo farò divenire una grande nazione” (Genesi 17:20). Tuttavia Dio specificò che non sarebbe stato Ismaele il “seme” della promessa poiché disse ad Abraamo: “In quanto a Sarai tua moglie, non la devi chiamare col nome di Sarai [che significa “litigiosa”], perché il suo nome è Sara [che significa “principessa”].E certamente la benedirò e anche ti darò da lei un figlio; e certamente la benedirò ed essa diverrà nazioni; re di popoli verranno da lei” (Genesi 17:15,16). Nonostante lo scetticismo di Abraamo che riteneva se stesso e la moglie, rispettivamente di 100 anni e 90 anni, ormai troppo vecchi per avere figli (cfr. Genesi 17:17), dopo altri quattordici anni, nel 1918 a.C., Sara partorì ad Abraamo un figlio al quale fu messo nome Isacco (cfr. Genesi 17:19; 21:1-3).
Quando Isacco aveva 5 anni, nel 1913 a.C., venne fatta una festa per lo svezzamento del bambino. Ma non filò tutto liscio. In Genesi 21:9,10 si legge che “Sara notava che il figlio di Agar l’egiziana, che essa aveva partorito ad Abraamo, si prendeva gioco.Diceva dunque ad Abraamo: Caccia questa schiava e suo figlio, poiché il figlio di questa schiava non sarà erede con mio figlio, con Isacco!” Ismaele, che aveva allora 19 anni, prendeva in giro il piccolo Isacco. Quello non era un innocente gioco da ragazzi; l’apostolo Paolo, infatti, spiegò chiaramente e sotto ispirazione divina che il comportamento di Ismaele, il quale era mezzo egiziano per via della madre, nei confronti di Isacco non era un gioco da bambini ma una vera e propria “persecuzione” (cfr. Galati 4:29). Alcuni commentatori biblici ritengono che le parole di Sara “il figlio di questa schiava non sarà erede con mio figlio” indichi che Ismaele scherniva Isacco riguardo all’eredità. Sara sapeva bene che a Isacco era stato assegnato un ruolo chiave nel proposito di Geova e agì per salvaguardare quella promessa. Dio stesso intervenne in suo favore dicendo ad Abraamo: “Ascolta la sua voce, perché per mezzo di Isacco verrà quello che sarà chiamato tuo seme” (Genesi 21:12).
Fu quindi in quell’anno che iniziarono a contarsi i “quattrocento anni” di afflizione del “seme” menzionati nella promessa fatta da Dio ad Abraamo. Questo lungo periodo di differimento dell’occupazione del paese di Canaan da parte del “seme” di Abraamo avrebbe consentito a quel “seme” di crescere fino a formare un popolo di molti componenti, abbastanza numeroso da cacciare gli Amorrei che occupavano il paese. Chi erano gli amorrei? Discendenti di Canaan, nipote di Noè che si rese responsabile di un’azione abominevole nei confronti del nonno il quale, per questo motivo, lo maledisse (cfr. Genesi 9:20-24; 10:15-18). I suoi discendenti in maniera simile si fecero una reputazione particolarmente sordida di immoralità e depravazione, attestata sia dalla storia biblica che da quella secolare. Geova Dio esercitò pazienza nei loro confronti finché la loro malvagità non fosse divenuta così grande da meritare il suo giudizio e l’espulsione dal paese.

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In quanto a Sarai tua moglie … certamente la benedirò e anche ti darò da lei un figlio
Nel 1943 a.C., dopo aver lasciato la sua città natale, Ur di Caldea su comando di Dio, Abraamo attraversò il fiume Eufrate a sud della cittadina di Haran ed entrò nel paese di Canaan. Aveva allora 75 anni e rimase in quel paese come residente forestiero, dimorando in tende, fino alla sua morte avvenuta alla veneranda età di 175 anni, nel 1843 a.C. (cfr. Genesi 25:7,8). Quando entrò in Canaan Dio gli promise che avrebbe dato quel paese al suo “seme”, una promessa che allora sembrò piuttosto bizzarra al vecchio patriarca poiché la moglie, Sara, era sterile. Tuttavia 25 anni dopo Dio mantenne la sua promessa e Sara partorì ad Abraamo un figlio a cui venne dato nome Isacco. Cinque anni dopo, in occasione dello svezzamento di Isacco, sua madre Sara notò che Ismaele, l’altro figlio che Abraamo aveva avuto da Agar, la schiava egiziana di Sara, si prendeva gioco di Isacco e lo vessava riguardo all’eredità. Su richiesta di Sara e su suggerimento di Dio stesso, il quale  confermò che Isacco era il “seme” della promessa (cfr. Genesi 21:12), Abraamo mandò via Agar con il figlio. Era il 1913 a.C. e quell’avvenimento segnò l’inizio di un periodo profetico di quattrocento anni durante i quali i discendenti di Abraamo avrebbero continuato a vivere come residenti forestieri senza prendere possesso del paese e in più sarebbero stati afflitti da un popolo che li avrebbe ridotti in schiavitù (cfr. Genesi 12:7; 15:13-16).
Dio Onnipotente ti benedirà e ti renderà fecondo e ti moltiplicherà” – Genesi 28:3
Quando Isacco compì quaranta anni, cioè nel 1878 a.C., prese moglie. Sposò Rebecca, una sua cugina, anch’essa adoratrice del vero Dio, Geova (cfr. Genesi 25:20). Per venti anni Rebecca rimase sterile. Isacco implorava Geova di dargli un figlio finché le sue preghiere vennero esaudite e Rebecca rimase incinta. Così nel 1858 a.C., all’età di sessant’anni, Isacco fu doppiamente benedetto con la nascita dei gemelli Esaù e Giacobbe (cfr. Genesi 25:21-26). Fra i due Geova scelse Giacobbe per la linea di discendenza del “seme” di Abraamo e lo rese noto facendolo benedire dal padre Isacco il quale gli disse: “Dio Onnipotente ti benedirà e ti renderà fecondo e ti moltiplicherà, e certamente diverrai una congregazione di popoli.E darà a te la benedizione di Abraamo, a te e al tuo seme con te, perché tu prenda possesso del paese delle tue residenze come forestiero, che Dio ha dato ad Abraamo” (Genesi 28:3,4).
Nel 1781 a.C., all’età di settantasette anni, Giacobbe, per sfuggire alla vendetta di Esaù suo fratello, che rivendicava i diritti di primogenitura dopo averglieli venduti, si trasferì ad Haram presso lo zio Labano, fratello di sua madre. Lì vi rimase per venti anni sposando le due figlie di Labano, Lea e Rachele. Nel 1761 a.C. Giacobbe tornò a Canaan da Isacco. Fu durante il viaggio di ritorno che gli fu dato il soprannome di “Israele”. Un angelo di Dio con il quale si trovò a contendere gli disse: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe ma Israele, poiché hai conteso con Dio e con gli uomini così che alla fine hai prevalso” (Genesi 32:28). Da allora in poi, i discendenti di Giacobbe furono chiamati Israeliti. Sulla via del ritorno incontrò anche suo fratello Esaù con il quale fece pace; avevano entrambi novantasette anni. Dopo l’incontro si separarono di nuovo andando ciascuno per la sua strada per rincontrarsi 23 anni dopo, nel 1738 a.C., in occasione della morte di Isacco loro padre alla veneranda età di 180 anni (cfr. Genesi 35:29).
In Canaan Giacobbe si impegnò a crescere la sua numerosa famiglia, composta da 12 figli oltre le mogli e le concubine. La sua dimora nel paese non fu mai stabile; come residente forestiero dimorò in tende che piantò in diverse località, da Succot a Sichem, a Betel, a Betleem (Efrata), a Ebron (cfr. Genesi 33:17,18; 35:1-4,16-20,27; 37:1). Circa dieci anni dopo la morte di Isacco un’estesa carestia costrinse Giacobbe a mandare dieci dei suoi figli in Egitto a procurarsi dei cereali. Lì essi incontrarono il loro fratello Giuseppe che molti anni prima avevano venduto come schiavo. Grazie all’amorevole benignità di Giuseppe ci fu una riconciliazione con i suoi fratelli a seguito della quale Giacobbe con l’intera famiglia e tutti i loro beni e il bestiame furono invitati a trasferirsi in Egitto, nel fertile paese di Gosen nella regione del delta del Nilo, perché la grande carestia era destinata a durare altri cinque anni (cfr. Genesi 45:4-13). Dopo il suo arrivo in Egitto Giacobbe fu condotto alla corte del faraone dove salutò il sovrano benedicendolo. Quando gli fu chiesta la sua età, Giacobbe rispose che aveva centotrent’anni anni (cfr. Genesi 47:7-10). Pertanto il suo trasferimento in Egitto avvenne nel 1728 a.C. Conseguentemente il tempo della dimora dei discendenti di Abraamo in Canaan prima della discesa in Egitto fu di 215 anni (dal 1943 al 1728 a.C.).
gli egiziani resero i figli d’Israele schiavi sotto la tirannia” – Esodo 1: 13
In Genesi 47:27,28 si legge: “E Israele continuò a dimorare nel paese d’Egitto, nel paese di Gosen; e vi si stabilirono e furono fecondi e crebbero fino a divenire moltissimi. E Giacobbe seguitò a vivere nel paese d’Egitto diciassette anni, tanto che i giorni di Giacobbe, gli anni della sua vita, furono centoquarantasette anni”. In Esodo 1:6,7 si legge ancora: “Alla fine Giuseppe morì, e anche tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. E i figli d’Israele divennero fecondi e sciamavano; e continuarono a moltiplicarsi e a divenire molto potenti a ritmo assai straordinario, così che il paese ne fu pieno”. Quali furono le ragioni di quella rapida crescita? Quando i suoi parenti arrivarono in Egitto, il Faraone disse a Giuseppe: “Fa dimorare tuo padre e i tuoi fratelli nel meglio del paese. Falli dimorare nel paese di Gosen” (Genesi 47:6). A motivo di ciò gli israeliti ebbero abbondanza di cibo, condizione che favorì il loro stato di salute fisica e la sopravvivenza neonatale. Perfino quando divennero schiavi degli egiziani essi avevano a disposizione sufficiente cibo. Infatti, dopo la liberazione dalla schiavitù, essi ricordavano il pane, il pesce, i cetrioli, i cocomeri, i porri, le cipolle, l’aglio e le pentole di carne che mangiavano quando erano schiavi (cfr. Esodo 16:3; Numeri 11:5).
La loro crescita impensierì molto gli egiziani. Il racconto prosegue dicendo: “A suo tempo sorse sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe. E diceva al suo popolo: “Ecco, il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. Suvvia! Agiamo accortamente con loro, affinché non si moltiplichino, e di sicuro accada che, nel caso si abbatta su di noi una guerra, anch’essi si aggiungano certamente a quelli che ci odiano e combattano contro di noi e salgano dal paese. Posero dunque su di loro capi di lavori forzati allo scopo di opprimerli con i loro pesi … Ma più li opprimevano, più si moltiplicavano e più si estendevano, così che provavano un morboso terrore a causa dei figli d’Israele. Di conseguenza gli egiziani resero i figli d’Israele schiavi sotto la tirannia” (Esodo 1:8-13).
Sotto quella dura oppressione gli israeliti invocarono l’aiuto del loro Dio. In Esodo 2:23-25 si legge: “i figli d’Israele continuarono a sospirare a causa della schiavitù e a gridare lamentandosi, e la loro invocazione di aiuto saliva al vero Dio a causa della schiavitù.A suo tempo Dio udì i loro gemiti e Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, Isacco e Giacobbe.Dio guardò dunque i figli d’Israele e Dio osservò”. Come Geova rispose alle loro invocazioni di aiuto? Suscitò un liberatore, un uomo della “quarta generazione” del “seme” di Abraamo, un pronipote di Levi, terzo figlio di Giacobbe e di Lea, di nome Mosè. Questi nacque nel 1593 a.C., salvato miracolosamente dal genocidio decretato dal faraone che aveva ordinato di uccidere ogni maschio ebreo appena nato, venne adottato dalla figlia del faraone e “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” diventando “potente in parole e in opere” (cfr. Esodo 2:1-10). Tuttavia, essendo stato allattato e allevato dalla propria madre ebrea, Mosè fu sempre consapevole delle sue origini israelite condividendone la fede (cfr. Ebrei 11:24-26).
lascia che io ti mandi da Faraone, e tu fa uscire il mio popolo, i figli dIsraele, dallEgitto” – Esodo 3: 10
All’età di quarant’anni mentre osservava i carichi che gli ebrei suoi fratelli portavano, vide un egiziano colpire un ebreo. Per difendere l’israelita uccise l’egiziano e lo seppellì nella sabbia. Temendo di subire l’avverso giudizio del faraone, fuggì dall’Egitto rifugiandosi nel deserto di Madian (cfr. Esodo 2:11-15; Atti 7:23,24). Li rimase per altri quaranta anni ospite di Ietro, un capo di una numerosa famiglia araba, sposando una delle sue figlie, Zipora. Quell’esperienza di vita nel deserto gli risultò molto utile in seguito, quando dovette condurre il popolo di Israele nella terra promessa attraverso la penisola desertica del Sinai. Infatti, quarant’anni dopo, mentre conduceva il gregge di suo suocero sul monte Horeb (o Sinai), Geova, mediante un suo angelo, gli parlò dicendo: “ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido a causa di quelli che lo costringono al lavoro; perché conosco bene le pene che soffre.E mi accingo a scendere per liberarlo dalla mano degli egiziani e per farlo salire da quel paese a un paese buono e spazioso, a un paese dove scorre latte e miele, al luogo dei cananei e degli ittiti e degli amorrei e dei ferezei e degli ivvei e dei gebusei.E ora, ecco, il grido dei figli dIsraele è giunto a me, e ho anche visto loppressione con cui gli egiziani li opprimono.E ora vieni e lascia che io ti mandi da Faraone, e tu fa uscire il mio popolo, i figli dIsraele, dallEgitto” (Esodo 3:7-10; Atti 7:30-34).
Così Mosè venne ufficialmente nominato da Dio quale condottiero d’Israele per liberare il popolo dalla schiavitù egiziana e condurlo nel paese della promessa abramica. Mosè, da uomo fedele, eseguì alla lettera tutte le istruzioni che Geova gli diede e grazie alla Sua guida e con la potenza che lo spirito di Dio gli diede si mostrò all’altezza di quell’immane compito. Ci vollero ben dieci dure piaghe con cui Geova colpì l’Egitto per piegare l’ostinato faraone ma alla fine questi cedette e lasciò andare libero il popolo d’Israele. Mosè aveva allora ottant’anni (cfr. Esodo 7:7), era quindi il 1513 a.C. e si concludeva l’adempimento della profezia pronunciata da Dio nel 1913 a.C., riportata all’inizio di questa disamina, relativa ai quattrocento anni di afflizione e di residenza forestiera del “seme” di Abraamo prima di occupare stabilmente il paese che Dio aveva promesso di dargli.
alla quarta generazione torneranno qui” – Genesi 15:16
È bene a questo punto ricordare gli aspetti principali di tale profezia. Dio disse ad Abraamo:
Darò questo paese al tuo seme. Quando pronunciò queste parole Abraamo aveva 75 anni e sua moglie Sara ne aveva 65, per di più era sterile. Di sicuro Abraamo si chiese come Dio avrebbe adempiuto la sua promessa, tanto che lo interrogò dicendo: “Sovrano Signore Geova, che mi darai, visto che me ne vado senza figli … non mi hai dato seme, ed ecco, un figlio della mia casa mi succede come erede” (Genesi 15:2,3). Venticinque anni dopo Geova adempì la sua promessa ravvivando le capacità generative di Sara a 90 anni così che partorì ad Abraamo un figlio, Isacco, riguardo al quale Dio disse: “per mezzo di Isacco verrà quello che sarà chiamato tuo seme” (Genesi 21:12).
il tuo seme diverrà residente forestiero … li affliggeranno per quattrocento anni.Quando Isacco aveva 5 anni, nel 1913 a.C., il suo fratellastro Ismaele, che Abraamo aveva avuto dalla schiava egiziana di Sara, iniziò a prendersi gioco di lui riguardo alla eredità. Iniziò allora il predetto periodo di afflizione di quattrocento anni. Successivamente suo figlio Giacobbe fu costretto a trasferirsi con tutta la famiglia in Egitto per sopravvivere a una grave carestia. In Egitto i suoi discendenti crebbero di numero in maniera straordinaria tanto che gli egiziani, temendo che prendessero il sopravvento, li ridussero in schiavitù (da una conta fatta al momento dell’esodo risultò che gli “uomini robusti a piedi” che uscirono dal paese erano 600.000. Questo numero non includeva donne, bambini e ragazzi – cfr. Esodo 12:37. Secondo alcune stime si ritiene che in tutto quelli che uscirono dall’Egitto erano circa tre milioni di persone).
la nazione che serviranno io la giudicherò, e dopo ciò ne usciranno con molti beni. Esattamente allo scadere dei quattrocento anni, nel 1513 a.C., Geova suscitò un liberatore, Mosè, e con molte piaghe costrinse gli egiziani a liberare gli Israeliti discendenti di Abraamo, Isacco e Giacobbe. Quando li lasciarono andare “i figli d’Israele fecero secondo la parola di Mosè in quanto chiesero agli egiziani oggetti d’argento e oggetti d’oro e mantelli.E Geova diede favore al popolo agli occhi degli egiziani, così che questi concessero loro ciò che fu chiesto; e spogliarono gli egiziani” (Esodo 12:35). Non solo, come aveva predetto, Geova liberò gli israeliti ma fece in modo che venissero ripagati di tutti gli anni di duro lavoro mentre erano in schiavitù sotto gli egiziani (cfr. Esodo 3:21,22). Essi erano entrati nel paese col consenso del faraone non come prigionieri di guerra resi schiavi, ma come popolo libero. La schiavitù era stata ingiusta, per cui i beni che gli egiziani elargirono loro al momento della liberazione furono considerati un giusto compenso per i duri anni di lavori forzati e le ingiustizie subite per mano degli egiziani.
alla quarta generazione torneranno qui. Nell’intero periodo di 400 anni dalla promessa fatta ad Abraamo fino all’Esodo ci furono più di quattro generazioni, anche considerando la longevità di cui secondo la Bibbia gli uomini godevano in quel tempo. Ma gli israeliti rimasero effettivamente in Egitto solo 215 anni, dal 1728 a.C., quando Giacobbe discese nel paese, fino al 1513 a.C.. Le “quattro generazioni” dopo il loro arrivo in Egitto si possono calcolare in questo modo, usando come esempio una sola tribù d’Israele, la tribù di Levi, terzo figlio di Giacobbe e Lea: (1) Levi, (2) suo figlio Cheat, (3) suo figlio Amram e (4) suo figlio Mosè (cfr. Esodo 6:16,18,20).
perché l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento. Gli amorrei, discendenti di Canaan, un nipote di Noè, costituivano la più importante delle undici tribù che si erano stabilite nel paese (amorrei , ittiti, gebusei, ghirgasei, ivvei, archei, sinei, arvadei, zemarei, amatei, sidoni) tanto che spesso con quel nome venivano indicate tutte quelle tribù. Essi si fecero una reputazione particolarmente sordida di immoralità e depravazione, di corruzione fisica e morale, una popolazione sanguinaria fino al punto di arrivare a sacrificare i propri figli bruciandoli sugli altari dei loro falsi dei. Quel riferimento al loro ‘errore che non era ancora giunto a compimento’, oltre ad attestare la pazienza di Dio verso i malvagi, risponde alle critiche di molti denigratori che accusano Dio di essere a sua volta un sanguinario che approvò le guerre degli Israeliti e la distruzione dei loro nemici. Dio semplicemente usò gli Israeliti come strumento di esecuzione del suo avverso giudizio contro quelle persone così degradate e irrecuperabili, dopo aver pazientato per 400 anni prima di intervenire per porre fine alla loro malvagità. Egli non fece uccidere indiscriminatamente gli abitanti della terra promessa ma eseguì, per mezzo degli Israeliti, il suo giudizio contro di loro!

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quel medesimo giorno … Geova fece uscire i figli d’Israele dal paese d’Egitto
Nel 1513 a.C. Mosè condusse gli israeliti fuori dall’Egitto. Erano passati esattamente quattrocento anni da che Geova Dio aveva promesso al loro antenato Abraamo di fare del suo “seme” una nazione a cui avrebbe dato in eredità il paese di Canaan al termine di quel periodo profetico. Mosè, discendente di Levi, terzo figlio di Giacobbe, nipote di Abraamo, con coraggio portò all’orgoglioso Faraone egiziano l’ordine divino di liberare la gente di Israele. Dopo aver subito ben dieci terribili piaghe quell’ostinato governante dovette inchinarsi al volere di Dio e lasciare andar via dal paese gli schiavi israeliti (cfr. Esodo 12:30-33). Così la notte del 14 nisan di quell’anno (secondo il calendario ebraico) “avvenne che Geova fece uscire i figli d’Israele dal paese d’Egitto insieme ai loro eserciti” (Esdodo 12:51; cfr. anche 12:3-13) e il popolo liberato si mise in cammino verso la terra promessa. Lasciando l’Egitto, gli israeliti non si diedero alla fuga in un caotico parapiglia, ma partirono in maniera ordinata. Una gran folla di non israeliti uscì con loro, scegliendo di condividere la sorte del popolo di Geova, l’Iddio che operava miracoli e che era più potente di tutti gli dèi d’Egitto (cfr. Esodo 12:38). Da calcoli abbastanza attendibili si stima che le persone che lasciarono l’Egitto furono circa tre milioni. Gli stranieri attraversarono il deserto insieme a Israele e infine si stabilirono nella terra promessa come ‘residenti forestieri’. Nella Legge che diede alla nazione Geova fece scrivere diverse norme a favore di tali residenti forestieri (cfr. Levitico 19:9,10; 24:22; 25:6; Deuteronomio 1:16,17; 24:14,17; 27:19). Una bella lezione per tanti sedicenti adoratori di Dio odierni che alzano barricare contro gli stranieri che si stabiliscono nella loro nazione.
i tuoi medesimi nemici sono in tumulto … Le tende di Edom e gli ismaeliti” – Salmo 83:2-6
Ci sono poi altri aspetti secondari della profezia che furono adempiuti.
Ad esempio, quando Abraamo mandò via la schiava Agar e suo figlio Ismaele, Geova gli disse: “certamente lo benedirò e lo renderò fecondo e lo moltiplicherò moltissimo. Certamente produrrà dodici capi principali e davvero lo farò divenire una grande nazione” e, ancor prima aveva detto di lui “diverrà una zebra d’uomo. La sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti sarà contro di lui; e risiederà davanti alla faccia di tutti i suoi fratelli” (Genesi 16:12). Come si adempirono queste parole? Agar con il figlio si trasferì nel deserto di Paran, che occupava la parte centrale e nordorientale della penisola del Sinai. Col tempo Agar trovò per suo figlio una sposa egiziana dalla quale Ismaele ebbe 12 figli (Nebaiot, Chedar, Adbeel, Mibsam, Misma, Duma, Massa, Adad, Tema, Ietur, Nafis e Chedema), che divennero i capi principali dei vari clan ismaeliti, i quali componevano la “grande nazione” araba (cfr. Genesi 21:21; 25:13-16). Gli Ismaeliti erano nomadi, beduini che abitavano in tende, proprio come il loro padre che era stato “una zebra d’uomo”, cioè uno che vagava senza posa nel deserto di Paran e si procurava da vivere con arco e frecce (cfr. Genesi 21:20). Essi divennero noti per essere violenti, bellicosi e intrattabili come il loro padre Ismaele, di cui era stato detto: “La sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti sarà contro di lui”. L’animosità di Ismaele nei confronti di Isacco pare sia stata tramandata ai suoi discendenti al punto di portarli a odiare il Dio di Isacco (cfr. Salmo 83:1, 2, 5, 6). Questo spiegherebbe anche l’eterna rivalità che tutt’oggi prevale tra arabi e israeliani nonché la lotta che persone di etnia e religione araba hanno intrapreso contro il mondo intero. Non a caso Maometto (arabo Muḥammad), fondatore nel VII secolo d.C. della religione islamica, asseriva di essere un discendente ismaelita di Abraamo.
Esaù, o Edom (Rosso) dal soprannome che gli venne conferito alla nascita a motivo del colorito molto rosso della sua peluria, gemello di Giacobbe e primogenito di Isacco e Rebecca, perse i suoi diritti di primogenitura vendendoli al proprio fratello per un piatto di lenticchie e del pane (cfr. Genesi 25:29-34). Questa sua totale mancanza di apprezzamento spinse Geova Dio a scegliere suo fratello Giacobbe per la linea di discendenza del promesso “seme” di Abraamo. Nella sua prescienza Geova già prima della nascita aveva individuato l’indole carnale e materialistica di Esaù tanto che quando i gemelli lottavano nel grembo materno, in risposta alla domanda di Rebecca sul significato di ciò, Dio le rivelò che due gruppi nazionali si sarebbero separati dalle sue parti interiori, e che il maggiore (Esaù) avrebbe servito il minore (Giacobbe – cfr. Genesi 25:22,23). Questa scelta fu confermata da Isacco allorché, sul letto di morte, si accinse, sotto ispirazione divina, a benedire i figli. Riguardo a Esaù disse: “Ecco, la tua dimora si troverà lontano dai fertili suoli della terra, e lontano dalla rugiada dei cieli di sopra. E vivrai della tua spada, e servirai tuo fratello. Ma certamente accadrà che, quando diverrai irrequieto, in realtà scuoterai il suo giogo dal tuo collo” (Genesi 27:39,40). Come si adempirono queste parole profetiche?
Dopo essersi separato da suo fratello, Esaù si stabilì con la sua famiglia nel paese di Seir (cfr. Genesi 36:8). Seir era una regione montuosa tra il Mar Morto e il golfo di Aqaba. Era una terra arida “lontano dai fertili suoli … lontano dalla rugiada dei cieli” dove Esaù, insieme a 400 uomini che aveva al suo comando, “visse della sua spada”. Il paese, infatti, era abitato dagli sceicchi orei che furono spodestati con le armi da Esaù e i suoi uomini, i quali diedero al paese il nome di Edom. Sebbene fossero imparentati con gli israeliti per via della loro discendenza abraamica (attraverso Esaù figlio di Isacco) gli edomiti avevano anche una forte connotazione cananea a motivo delle mogli cananee di Esaù. Essi furono degli irriducibili nemici di Israele. Quando gli israeliti uscirono dall’Egitto, Mosè chiese rispettosamente un salvacondotto per percorrere la “strada regia” in territorio edomita, ma la richiesta fu respinta e il re di Edom schierò un potente esercito per impedire qualsiasi intrusione israelita (cfr. Numeri 20:14-21). La loro avversione contro Israele fu costante finché Davide, circa cinque secoli dopo, con alcune campagne militari contro di loro non li assoggettò al suo dominio (cfr. 2Samuele 8:14; 1Cronache 18:13). Così, in adempimento delle parole profetiche di Geova alla nascita di Esaù e alla morte di Isacco, i suoi discendenti divennero servitori dei discendenti di Giacobbe. Dopo la fine della sovranità nazionale di Israele ad opera del re babilonese Nabucodonosor nel 607 a.C., gli edomiti “divennero irrequieti”, sottraendosi al duro giogo israelita, azione che raggiunse l’apice quando la famiglia edomita (o idumenea) degli Erode iniziò a governare la Giudea. I loro nomi: Antipa I, Antipa II, Erode il Grande ed Erode Antipa. Sotto il regno di Erode il Grande vennero uccisi tutti i bambini di Betleem e dintorni nel tentativo di eliminare il bambino Gesù, il vero “seme” della promessa abraamica. Sotto il regno di suo figlio, Erode Antipa, l’uomo Gesù venne messo a morte.
Colui che annuncia dal principio il termine” – Isaia 46:10
Qualcuno però, a questo punto, potrebbe obiettare che Mosè, l’autore di detti racconti, li mise per iscritto dopo il 1513 a.C., quindi potrebbe chiedersi dove prese tutte queste informazioni o come possiamo esser certi che non furono il frutto della sua fantasia? Nel diciottesimo secolo Campegius Vitringa, teologo ed esegeta biblico riformato olandese, professore di lingue orientali e poi di teologia all’Università di Franeker, una delle più antiche dei Paesi Bassi, rifletté proprio su questa domanda. A quale conclusione pervenne? Basandosi sull’uso dell’espressione “questa è la storia di …”, riportata undici volte in Genesi (cfr. Genesi 2:4; 5:1; 6:9; 10:1; 11:10,27; 25:12,19; 36:1,9; 37:2) si convinse che tale espressione identificava un documento già esistente. Non fu l’unico. In anni più recenti altri sono pervenuti a una conclusione simile, come l’archeologo britannico Percy John Wiseman il quale, commentando la stessa espressione, scrisse nel suo libro New Discoveries in Babylonia About Genesis: “È il periodo conclusivo di ciascuna sezione, e indica perciò una narrazione già riportata … Di norma si riferisce allo scrittore della storia, o al proprietario della tavoletta che la contiene”. Sebbene non si possa del tutto escludere che Mosè ottenesse parte delle sue informazioni dalle registrazioni di scritti precedenti, poiché l’evidenza archeologica indica che la scrittura esisteva già da un considerevole tempo prima di quello di Mosè, c’è anche da considerare che a causa della lunga durata della vita degli uomini di quel periodo le informazioni potevano essere arrivate a Mosè anche per mezzo della tradizione orale. Ma Mosè avrebbe potuto riceverle anche per diretta rivelazione da Dio. E non è improbabile che Mosè usò tutt’e tre queste fonti. In ogni caso la cosa importante non è tanto la fonte immediata, ma il fatto che Geova Dio per mezzo del suo spirito guidò il profeta Mosè onde scrivesse questo fidato racconto (cfr. 2Pietro 1:21).
Come detto all’inizio di questa trattazione, storia, cronologia e profezia vanno di pari passo nella narrazione biblica dandole una connotazione logica e coerente. L’accuratezza del racconto storico, la dovizia di particolari nella narrazione, dai nomi dei vari personaggi, alle date precise, ai luoghi geografici indicati, le circostanze descritte il cui riscontro spesso è dato dalla storia secolare, attestano al di là di ogni dubbio che non si tratta di semplici miti ma di testimonianze autentiche. Dimostrano soprattutto che il Dio della Bibbia è “Colui che annuncia dal principio il termine, e da molto tempo fa le cose che non sono state fatte; Colui che dice: ‘Il mio proprio consiglio avrà effetto, e farò tutto ciò che è il mio diletto’” (Isaia 46:10). Egli ha la capacità di predire avvenimenti che si verificano a distanza di decenni o persino di secoli e di farli adempiere in armonia con la sua volontà (cfr. Isaia 55:11). Le sue profezie forniscono una prova convincente che la Bibbia non è semplice opera di uomini ma “quale veracemente è … la parola di Dio” (cfr. 1Tessalonicesi 2.13).
Ma c’è ancora dell’altro da considerare al riguardo … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – IX

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 5a parte

Luca 1:1

Anteprima
Una cronologia accurata richiede che sia stabilito un punto nel corso del tempo da cui contare avanti o indietro le varie unità di tempo (ore, giorni, mesi, anni). Nel caso della Bibbia si è potuto stabilire due di questi punti, uno relativo alle narrazioni storiche contenute nelle Scritture Ebraiche (impropriamente dette Vecchio Testamento) e l’altro relativo alla storia delle Scritture Greche-Cristiane (o Nuovo Testamento). Queste due date vengono considerate “fondamentali” perché corrispondono ad un particolare avvenimento menzionato sia nella Bibbia che nella storia secolare. La prima è il 539 a.C. che corrisponde all’anno della caduta della città di Babilonia per mano dei medi e dei persiani guidati da Ciro. Nella Bibbia questo avvenimento è narrato in Daniele 5:30 ed è confermato da varie fonti storiche extrabibliche come il Canone Tolemaico e le narrazioni di Diodoro Siculo, Sesto Giulio Africano ed Eusebio. L’altra data è il 29 d.C., anno in cui secondo la Bibbia Giovanni Battista iniziò il suo ministero battezzando anche Gesù (cfr. Luca 3:1-7,21). Secondo il racconto biblico quello era il 15° anno di regno di Tiberio Cesare dopo che questi era succeduto all’imperatore Augusto. Secondo la storia secolare, Augusto morì nell’agosto del 14 d.C. e Tiberio venne eletto imperatore dal Senato romano il 15 settembre successivo, pertanto il suo 15° anno di regno cadeva il 29 d.C., esattamente come indicato nel vangelo di Luca.
In questo post mi limito a considerare le date di alcuni avvenimenti storici narrati nella Bibbia come esempio dell’accuratezza storica della Parola di Dio anche nel calcolo del tempo. Perché questo è un fattore importante? Perché molte profezie contenute nella Bibbia si fondano sull’accuratezza della cronologia che ci permette di conoscere, come vedremo quando tratterò questo aspetto della Parola di Dio, “i tempi e le stagioni” fissate da Dio per l’adempimento del suo proposito riguardo alla terra e al genere umano, come è scritto: “egli cambia i tempi e le stagioni, rimuove i re e stabilisce i re, dà sapienza ai saggi e conoscenza a quelli che conoscono il discernimento. Rivela le cose profonde e le cose nascoste, conoscendo ciò che è nelle tenebre; e presso di lui dimora in effetti la luce” (Daniele 2:21,22).

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Nel post precedente ho parlato della conquista di Babilonia da parte del re persiano Ciro II. Secondo le testimonianze storiche questo avvenimento accadde nell’anno 539 a.C. Ad esempio la Cronaca di Nabonedo, tavoletta cuneiforme conservata presso il British Museum di Londra e considerata il più completo documento cuneiforme esistente sulla caduta di Babilonia, dice che la città fu presa dall’esercito di Ciro la notte del sedicesimo giorno del mese di Tshritu (Tishri dell’antico calendario ebraico), corrispondente all’11/12 ottobre del calendario giuliano o al 5/6 ottobre del calendario gregoriano. Dalla tavoletta, però, non è possibile ricavare con certezza l’anno poiché la parte dove probabilmente era scritto risulta danneggiata. Comunque i traduttori dell’iscrizione hanno inserito nel testo il riferimento al “diciassettesimo anno” di Nabonedo (che gli storici ritengono cadesse nel 539 a.C.). Perché? Hanno fatto riferimento ad altre fonti storiche, come il Libro contro Arpione dello storico ebreo Giuseppe Flavio in cui lo scrittore, citando il sacerdote babilonese Beroso, riferisce che Ciro prese Babilonia nel diciassettesimo anno del regno di Nabonedo. Avendo questi iniziato a regnare nel 556 a.C., il suo diciassettesimo anno di regno corrisponde al 539 a.C.
Pure altre fonti, incluso il Canone Tolemaico, additano l’anno 539 a.C. come data della caduta di Babilonia. Antichi storici come Diodoro Siculo, Sesto Giulio Africano ed Eusebio, ad esempio, hanno scritto che il primo anno di Ciro come re di Persia corrispondeva al primo anno della 55a Olimpiade (560/59 a.C.) mentre il suo ultimo anno corrispondeva al secondo anno della 65a Olimpiade (531/30 a.C. – Jack Finegan, Handbook of Biblical Chronology, 1964, pagg. 112, 168-170). C’è qui da puntualizzare che gli anni delle olimpiadi decorrevano approssimativamente dal l° luglio al seguente 30 giugno. Poiché tutte le tavolette cuneiformi  attribuiscono a Ciro un dominio su Babilonia di nove anni, questo confermerebbe la data accettata da tutti gli storici per l’inizio del suo dominio sopra Babilonia nel 539 a.C.
io stesso, Daniele, compresi … il numero degli anni … per compiere le devastazioni di Gerusalemme, cioè settant’anni” – Daniele 9:1,2
La data ben attestata di questo avvenimento interessa particolarmente gli studenti della Bibbia. Viene infatti considerata una data fondamentale (*) perché le date di molti altri avvenimenti menzionati nelle Sacre Scritture si possono determinare in relazione al numero di anni in cui si verificarono prima o dopo la caduta di Babilonia. Vediamo in che modo …
In Daniele 9:1,2 si legge: “Nel primo anno di Dario figlio di Assuero del seme dei medi, che era stato fatto re sul regno dei caldei,nel primo anno del suo regno io stesso, Daniele, compresi dai libri il numero degli anni riguardo ai quali la parola di Geova era stata rivolta a Geremia il profeta, per compiere le devastazioni di Gerusalemme, cioè settant’anni”. Dunque, sulla base di questa testimonianza, dopo la conquista della città per almeno un anno governò su Babilonia “Dario figlio di Assuero del seme dei medi” prima che il conquistatore Ciro assumesse pieni poteri (sull’identità e sul ruolo di Dario vi rimando al mio precedente post). Pertanto, essendo stata Babilonia catturata nell’autunno del 539 a.C., Ciro iniziò il suo primo anno effettivo di regno sulla città nell’autunno del 538 a.C. e questo concorderebbe con le testimonianze storiche succitate che datano l’ultimo anno del suo regno nel 530 a.C., esattamente dopo nove anni dall’inizio.
Nel libro di Esdra poi leggiamo: “E nel primo anno di Ciro re di Persia, affinché si adempisse la parola di Geova dalla bocca di Geremia, Geova destò lo spirito di Ciro re di Persia, così che egli fece passare un bando per tutto il suo regno, e anche per iscritto, dicendo:Ciro re di Persia ha detto questo: ‘Geova l’Iddio dei cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda” (Esdra 1:1,2). Il primo anno del regno di Ciro sui caldei va dunque dall’autunno del 538 a.C. all’autunno del 537 a.C. Durante questo “primo anno” Ciro emanò un decreto che autorizzava gli ebrei esiliati a Babilonia a tornare in Giudea per riedificare la città di Gerusalemme. Ciro emanò il suo decreto subito dopo l’inizio del suo regno o, tuttalpiù, nei primi mesi del 537 a.C. poiché il racconto di Esdra dice che subito dopo “i capi dei padri di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti si levarono, pure ognuno di cui il vero Dio aveva destato lo spirito, per salire a riedificare la casa di Geova, che era a Gerusalemme”, che il viaggio di ritorno verso Gerusalemme durò circa quattro mesi (cfr. Esdra 7:9) e infine che “Quando arrivò il settimo mese, i figli d’Israele erano nelle loro città. E il popolo si raccoglieva come un sol uomo a Gerusalemme” (Esdra 3:1). Pertanto la desolazione in cui Giuda e Gerusalemme s’erano venute a trovare dopo la conquista babilonese si concluse nell’autunno del 537 a.C. Questo avvenimento segnò la fine di un periodo profetico molto importante nel quadro delle profezie bibliche.
Daniele sopracitato afferma che dallo studio delle profezie comprese che la desolazione di Gerusalemme doveva durare 70 anni. La profezia di Geremia da lui indicata, messa per iscritto “nel quarto anno di Ioiachim figlio di Giosia, re di Giuda”, cioè nel 625 a.C. (cfr. Geremia 36:1,2), diceva infatti: ““Per la ragione che non ubbidiste alle mie parole,ecco … prenderò tutte le famiglie del nord”, è l’espressione di Geova “sì … Nabucodorosor re di Babilonia, mio servitore, e certamente le farò venire contro questo paese e contro i suoi abitanti e contro tutte queste nazioni all’intorno; e certamente li voterò alla distruzione e ne farò oggetto di stupore e qualcosa a cui fischiare e luoghi devastati a tempo indefinito … E tutto questo paese deve divenire un luogo devastato, un oggetto di stupore, e queste nazioni dovranno servire il re di Babilonia per settant’anni”” e ancora: “Poiché Geova ha detto questo: ‘Secondo il compimento di settant’anni a Babilonia vi rivolgerò la mia attenzione, e certamente realizzerò verso di voi la mia buona parola riconducendovi in questo luogo’” (Geremia 25:11,12; 29:10). Tornando, quindi, indietro di 70 anni dall’autunno del 537 a.C. si arriva all’autunno del 607 a.C., data di inizio della desolazione del paese di Giuda e di Gerusalemme. Fu allora che Geova permise a Nabucodonosor di interrompere la dinastia reale del re Davide i cui re, si diceva, sedevano sul trono di Geova, cioè rappresentavano il dominio divino sulla terra (cfr. 1Cronache 29:23). Da allora in poi nessun re di discendenza davidica avrebbe regnato a Gerusalemme finché non sarebbe venuto “colui che ha il diritto legale” di ricevere il potere regale (cfr. Ezechiele 21:25-27). Quanto tempo sarebbe passato prima che questo avvenisse? Geova Dio ispirò lo stesso profeta Daniele a profetizzarne il tempo. La profezia si trova in Daniele capitolo 4 (per la sua trattazione vedi il mio post del 3 settembre 2011, UNA STORIA FINITA – XXIII parte (https://gi1967.wordpress.com/2011/09/03/una-storia-finita-xxiii-parte/).

Deportazionedeigiudei

Per la ragione che avete fatto ricordare il vostro errore … sarete presi anche dalla mano
Nel 607 a.C. i babilonesi al comando del re Nabucodonosor assediarono Gerusalemme e deportarono prigionieri i suoi abitanti e tutti gli abitanti del paese di Giuda. Geova Dio stesso aveva decretato tale avvenimento a causa dell’infedeltà e dell’apostasia di quel popolo (cfr. Ezechiele 21:23,24). Perché è importante ricordare con esattezza l’anno in cui Giuda e Gerusalemme rimasero desolate a seguito dell’attacco babilonese? Decretando tale avvenimento Geova fece scrivere dal suo profeta Ezechiele: “in quanto a te, o ferito a morte, malvagio capo principale d’Israele … il Sovrano Signore Geova ha detto questo: ‘Rimuovi il turbante, e togli la corona. Questa non sarà la stessa. Innalza pure ciò che è basso, e abbassa pure l’alto.Una rovina, una rovina, una rovina ne farò. Anche in quanto a questa, certamente non diverrà di nessuno finché venga colui che ha il diritto legale, e a lui lo devo dare’” (Ezechiele 21:25-27). Il “malvagio capo principale d’Israele” di cui si parla è l’ultimo re della dinastia davidica che si sedette sul “trono di Geova” a Gerusalemme, Sedechia. Il suo “alto” regno che rappresentava il dominio di Dio sulla terra fu ‘abbassato’ essendo distrutto nel 607 a.C. mentre il “basso” dominio dell’uomo venne ‘innalzato’ potendo assumere il controllo della terra senza l’interferenza di un regno di Dio tipico (cfr. Deuteronomio 28:15,43). Gesù fece riferimento a questo innalzamento del dominio umano sulla terra quando, parlando proprio della perdita del ruolo dominante della Gerusalemme terrena nel proposito di Dio, disse: “Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finché i tempi fissati delle nazioni non siano compiuti” (Luca 21:24). Esprimendosi in questo modo egli fece riferimento alla profezia di Daniele che parlava di “sette tempi” concessi ai governanti umani prima che Dio ristabilisse di nuovo il suo dominio sull’intera terra nelle mani di ‘colui che ne aveva il diritto legale’ (Daniele 4:25; cfr. anche Daniele 2:44). Quanto, dunque, sarebbero durati quei “sette tempi” profetici iniziati nel 607 a.C.? Chi era ‘colui che aveva il diritto legale’ di ricevere nelle mani tale dominio?
io stesso ti devo dare gli anni del loro errore fino al numero di trecentonovanta giorni … un giorno per un anno” – Ezechiele 4:5,6
La storia dei re di Israele e Giuda veniva accuratamente registrata nella nazione. Nella Bibbia, infatti, vengono specificamente menzionati il “libro dei fatti dei giorni dei re d’Israele” (1Re 14:19) e il “libro dei fatti dei giorni dei re di Giuda” (1Re 15:7). Questi libri erano scrupolosamente conservati tra le registrazioni del tempio per l’importanza che rivestivano non solo dal punto di vista storico ma soprattutto per l’aspetto spirituale. Le informazioni in esse contenute costituirono importanti fonti storiche per molti scrittori biblici precristiani come, ad esempio, Geremia ed Esdra per testimoniare i rapporti tra la nazione e il suo Dio, Geova, e anche per gli scrittori cristiani, come Matteo e Luca che le utilizzarono per stilare le genealogie di Gesù (l’uno attraverso il padre adottivo Giuseppe e l’altro attraverso la madre Maria, entrambi discendenti della casa reale davidica) al fine di dimostrare che era colui che aveva “il diritto legale” al trono di Davide (cfr. Matteo 1:6-16; Luca 3:23-31).
Da suddetti libri è possibile ricostruire la storia di Israele dal 607 a.C. al tempo della divisione del regno dopo la morte del re Salomone. Attingendo da essi e sotto ispirazione divina il profeta Geremia fu spinto a scrivere i libri biblici di 1° e 2° Re, che abbracciano un periodo di circa cinque secoli di storia ebraica. Il paragone fra i regni dei re di Israele e di Giuda riportati in questi due libri indica che il tempo trascorso tra la distruzione di Gerusalemme nel 607 a.C., che sancì anche la fine della dinastia reale di Davide con l’uccisione da parte dei babilonesi dell’ultimo re che si sedette su quel trono, Sedechìa, e la divisione della nazione in due regni, il Regno di Israele e il Regno di Giuda dopo la morte del re Salomone, fu di 390 anni. Una conferma del corretto calcolo di questo periodo si trova in una profezia messa per iscritto dal profeta Ezechiele a cavallo tra il VII e VI secolo a.C. Un esame di tale profezia, riportata nel capitolo 4, versetti 1-13, del libro di Ezechiele indica che si riferisce proprio al tempo in cui Gerusalemme sarebbe stata assediata e i suoi abitanti resi prigionieri. In essa si dice che l’errore sia della casa di Israele che della casa di Giuda prima della loro fine sarebbe stato tollerato da Dio per complessivi 390 giorni profetici (corrispondenti a 390 anni – cfr. Ezechiele 4:6). Pertanto contando indietro tale periodo dal 607 a.C. si arriva al 997 a.C., anno in cui Geroboamo, figlio di Nebat, uno dei funzionari reali della tribù di Efraim, dopo la morte di Salomone ruppe con la casa di Davide e “separava Israele dal seguire Geova, e li fece peccare con un grande peccato” (2 Re 17:21).
Il racconto biblico spiega perché la nazione di Israele venne divisa in due regni. Nel 2° libro dei Re si narra che subito dopo la morte del re Salomone ascese al trono come suo discendente il figlio Roboamo. Egli assunse subito un atteggiamento arrogante e tirannico nei confronti della popolazione che gli alienò completamente la maggioranza d’essa. Infatti, quando una delegazione del popolo, di cui Geroboamo era il portavoce, lo supplicò di revocare alcune misure oppressive imposte dal padre egli chiese consiglio in merito agli anziani del paese che gli suggerirono di prestare ascolto al grido del popolo e di ridurre i loro pesi, dimostrando così di essere un re saggio, che il popolo avrebbe amato. Roboamo, però, respinse quel maturo consiglio e si rivolse ai giovani con i quali era cresciuto che, al contrario, gli consigliarono di non ridurre ma di aumentare il lavoro imposto alla popolazione. Dieci delle dodici tribù risposero a questa crudeltà acclamando re Geroboamo che divenne così il primo governante del regno settentrionale di Israele con capitale Sichem; in seguito però la capitale fu trasferita a Samaria. Due sole tribù, Giuda e Beniamino rimasero fedeli a Roboamo e costituirono il regno di Giuda con capitale Gerusalemme.
il quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dei figli d’Israele dal paese d’Egitto … Salomone … edificava la casa di Geova” – 1Re 11:42
In 1Re 11:42 si legge: “i giorni che Salomone aveva regnato a Gerusalemme su tutto Israele furono quarant’anni”. Da ciò si deduce che il suo regno, finito come detto nel 997 a.C., era iniziato nel 1037 a.C. Questa data è importante per calcolare un altro periodo della storia di Israele. Infatti in 1Re 6:1 è scritto che “il quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dei figli d’Israele dal paese d’Egitto, nel quarto anno, nel mese di ziv, cioè il secondo mese, dopo che Salomone era divenuto re su Israele, che egli edificava la casa di Geova”. Dunque la storia dice che Salomone iniziò a edificare il magnifico tempio di Gerusalemme il secondo mese del quarto anno del suo regno, cioè nell’aprile-maggio del 1034 a.C. Questo, come dice il versetto suindicato, corrispose anche al “quattrocentottantesimo anno dopo l’uscita dei figli d’Israele dal paese d’Egitto”. Pertanto, tornando indietro nel tempo di quattrocento anni arriviamo al 1513 a.C., data dell’uscita degli israeliti dal paese d’Egitto e della loro liberazione dalla schiavitù egiziana. Questo avvenimento, come indica Deuteronomio 16:1, si verificò nel mese di abib-nisan di quell’anno. In quella circostanza Geova ritenne di dover apportare una variazione al modo di calcolare gli anni. Fino ad allora questi erano contati dall’autunno, all’autunno successivo e il mese autunnale di tishri-etanim era considerato il primo mese dell’anno, questo perché, essendo l’economia della nazione prevalentemente agricola, il tempo era determinato dalle fasi di tale attività: l’inizio con la semina, in autunno, e la fine con la raccolta degli ultimi frutti a fine estate/inizio autunno (cfr. Esodo 23:16; 34:22). Dio, dunque, disse agli israeliti: “Questo mese sarà per voi il principio dei mesi. Sarà per voi il primo dei mesi dell’anno” (Esodo 12:1). Stabilì poi le feste che gli israeliti avrebbero dovuto celebrare come parte della loro adorazione a Dio, a partire dalla prima, la Pasqua, da osservare il quattordicesimo giorno di abib-nisan (marzo-aprile), per ricordare la liberazione dalla schiavitù egiziana, a cui doveva seguire, nella settimana successiva, la “festa dei pani non fermentati”, fino all’ultima, la “festa delle capanne”, detta anche “festa della raccolta”, da osservare dal 15 al 21 del settimo mese successivo, tishrietanim (settembre.ottobre), dando così una connotazione sacra a questo modo di calcolare l’anno (cfr. Esodo 23:14-43). Tuttavia Dio permise agli israeliti di continuare a calcolare l’anno anche secondo la precedente disposizione tanto che in effetti il popolo d’Israele continuò a usare il duplice sistema di un calendario sacro e un calendario secolare o agricolo. Tuttora il capodanno ebraico o Rosh ha-Shanàh si festeggia nella data che corrisponde al primo giorno del mese autunnale di tishrietanim. Comunque il cambiamento di far iniziare l’anno in primavera anziché in autunno comportò una perdita o un guadagno di sei mesi in qualche punto del calcolo del tempo biblico.

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Calendario sacro ebraico in vigore dal 1513 a.C. (cfr. Esodo 12:1; 23:14-43)

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Tavoletta di Ghezer – Museo delle Antichità di Istanbul
Questo mese sarà per voi il principio dei mesi. Sarà per voi il primo dei mesi dell’anno” 
Nel 1908 fu scoperto presso Ghezer, un’antica città della pianura costiera della Palestina, situata a circa 30 km a NO di Gerusalemme, una tavoletta scritta in caratteri paleo-ebraici, l’unico esemplare di una specie di antico calendario ebraico, che si ritiene risalga al X secolo a.C., più o meno al tempo del re Davide e di suo figlio Salomone. Oggi è conservata presso il Museo delle Antichità di Istanbul. Si tratta di un calendario che descrive le attività agricole a partire dall’autunno. Menziona in breve due mesi per conservare, due per seminare e due per la crescita primaverile, seguiti da un mese per la raccolta del lino, uno per la raccolta dell’orzo e uno per la mietitura generale, quindi due mesi per sfrondare le viti e infine un mese per la frutta estiva. Il suo contenuto ricorda diversi avvenimenti narrati nella Bibbia in relazione all’anno agricolo, attestandone l’autenticità storica come, tanto per fare un esempio, quanto viene riportato nel libro biblico di Deuteronomio, capitolo 8, versi da 7 a 9, dove si legge: “Poiché Geova tuo Dio sta per introdurti in un buon paese, un paese di valli di torrenti d’acqua, di sorgenti e di acque degli abissi che scaturiscono nella pianura della valle e nella regione montagnosa,un paese di frumento e orzo e viti e fichi e melograni, un paese di olivi da olio e di miele,un paese nel quale non mangerai il pane con scarsità”.
la dimora dei figli d’Israele, che avevano dimorato in Egitto, fu di quattrocentotrent’anni” – Esodo 12:40
In Esodo 12:40,41 Mosè spiega: “la dimora dei figli d’Israele, che avevano dimorato in Egitto, fu di quattrocentotrent’anni.E avvenne alla fine dei quattrocentotrentanni, sì, in quel medesimo giorno avvenne che tutti gli eserciti di Geova uscirono dal paese dEgitto”. Come devono essere intese queste parole? Due antichi manoscritti ci aiutano a comprenderle. Il Codice Alessandrino rende così il versetto 40: “la dimora dei figli d’Israele che essi e i loro padri dimorarono nel paese d’Egitto e nel paese di Canaan fu di quattrocentotrent’anni”. Anche il Pentateuco samaritano dice: “la dimora dei figli d’Israele nel paese di Canaan e nel paese d’Egitto fu di quattrocentotrent’anni”. Infine lo storico ebreo Giuseppe Flavio scrive in Antichità giudaiche, Libro II, cap. XV: “Lasciarono l’Egitto nel mese di xanthicos [nome macedone dato al mese di nisan] … 430 anni dopo la venuta del nostro antenato Abraamo in Canaan”. Cosa dimostrano questi testi? Che i 430 anni indicati in Esodo 12:40 vanno calcolati dall’anno in cui Abraamo, dopo aver lasciato la sua città natale di Ur su comando di Geova, attraversò l’Eufrate ed entrò in Canaan (cfr. Genesi 12:1-5). Questo avvenimento è quindi databile nell’anno 1943 a.C. e trova conferma anche nelle scritture cristiane, nel libro biblico di Galati, scritto dall’apostolo Paolo fra il 50 e il 52 d.C. il quale, facendo riferimento al patto stipulato da Dio con Abramo, scrisse: “ In quanto al patto precedentemente convalidato da Dio, la Legge che è venuta all’esistenza quattrocentotrent’anni dopo non lo annulla, in modo da abolire la promessa” (Galati 3:17). In base al racconto biblico questo periodo di 430 anni va equamente suddiviso: 215 anni dal momento in cui Abramo arriva in Canaan fino alla discesa di suo nipote Giacobbe in Egitto; 215 anni trascorsi dai loro discendenti nel paese d’Egitto. Essi sono così contati; dal tempo in cui Abraamo attraversò l’Eufrate fino alla nascita di Isacco passarono 25 anni (cfr. Genesi 12:4; 21:5); dalla nascita di Isacco alla nascita di Giacobbe ci furono altri 60 anni (cfr. Genesi 25:26); dalla nascita di Giacobbe alla sua discesa in in Egitto passarono altri 130 anni (cfr. Genesi 47:9); totale 215 anni.
L’esame della cronologia biblica così accuratamente esposta ci porta indietro nel tempo fino a stabilire l’anno della creazione di Adamo, ma qui mi fermo. Lo scopo di questo post è solo quello di dimostrare con pochi ma significativi esempi l’accuratezza storica della Parola di Dio anche sotto questo aspetto. I fatti sopradescritti sono riportati in un modo così circostanziato dagli scrittori biblici che è impossibile solo pensare che possano essere semplici miti o manipolazioni storiche. I nomi dei personaggi citati e le relative date sono storicamente certificati da archivi di stato accuratamente conservati. Molti di questi si possono ritrovare nelle narrazioni di storici secolari al di sopra di ogni sospetto di faziosità, quali, ad esempio, Diodoro Siculo, Sesto Giulio Africano, Eusebio, Tolomeo e tanti altri. Ma molti denigratori della Bibbia spesso non l’hanno mai letta o non hanno mai fatto degli studi accurati e approfonditi per verificare la sua attendibilità storica rimanendo cocciutamente attaccati a luoghi comuni o chiusi nel loro pregiudizio.
Peccato, perché così sfugge loro un fatto molto importante. Il profeta Daniele fu infatti ispirato a scrivere anche queste parole: “Egli cambia i tempi e le stagioni, rimuove i re e stabilisce i re, dà sapienza ai saggi e conoscenza a quelli che conoscono il discernimento. Rivela le cose profonde e le cose nascoste, conoscendo ciò che è nelle tenebre; e presso di lui dimora in effetti la luce” (Daniele 2:21,22). Nella sua posizione di Sovrano universale, Geova Dio si erge molto al di sopra della nostra terra, con la sua rotazione, i suoi periodi di luce e di tenebre, i suoi cicli lunari e il suo anno solare. Nondimeno nella sua Parola, la Bibbia, Dio ci viene incontro mettendo le sue azioni e i suoi propositi in relazione con tali misurazioni del tempo, consentendo così alle sue creature terrene di capire a che punto si trovano rispetto al suo grandioso calendario degli eventi. Tutti quelli che apprezzano la sua Parola e la considerano con la dovuta attenzione sono avvantaggiati potendo conoscere in anticipo ciò che il futuro riserva loro e prendere sagge decisioni per la loro vita, poiché, come è ancora scritto: “Geova non farà alcuna cosa a meno che non abbia rivelato la sua questione confidenziale ai suoi servitori” (Amos 3:7).

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Note:
(*) L’altra data è il 29 d.C., anno in cui secondo la Bibbia Giovanni Battista iniziò il suo ministero battezzando anche Gesù (cfr. Luca 3:1-7,21). Secondo il racconto biblico quello era il 15° anno di regno di Tiberio Cesare dopo che questi era succeduto all’imperatore Augusto. Secondo la storia secolare, Augusto morì nell’agosto del 14 d.C. e Tiberio venne eletto imperatore dal Senato romano il 15 settembre successivo, pertanto il suo 15° anno di regno cadeva il 29 d.C., esattamente come indicato nel vangelo di Luca.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – VIII

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 4a parte

Luca 1:1

Anteprima
La veracità della Bibbia ha subito nei secoli molti attacchi. In particolare durante i secoli XVIII e XIX diversi studiosi, molti dei quali appartenevano a chiese cosiddette ‘cristiane’, hanno creato un metodo di studio della Bibbia noto come critica letteraria. Questi critici insegnano che la Bibbia è composta in gran parte di miti e leggende. Il risultato? … il New Dictionary of Theology edito da James Packer, Sinclair Ferguson e David Wright sostiene che oggi quasi tutti i biblisti, benché si dicano cristiani, “parlano della Scrittura solo come di un’opera umana”.
Un esempio di tale tendenza viene fornito dai commenti negativi che tali studiosi hanno fatto su uno dei libri biblici più attaccato dalla critica letteraria, il libro di Daniele. Per quale motivo? Il libro contiene sorprendenti profezie che si sono poi adempiute nei minimi particolari per cui a molti è sembrato impossibile che possano essere state scritte tanto in anticipo sui tempi del loro adempimento. Il libro di Daniele, peraltro, traccia la storia di una delle regioni storicamente più fertile dell’antichità, quella che si estende dall’Egitto ad ovest, sale lungo la riva orientale del Mediterraneo fino al nord della penisola arabica per riscendere ad est fino al Golfo Persico, per questo definita “Fertile Mezzaluna”. È qui infatti che si svilupparono le prime grandi nazioni dell’antichità: Egitto, Assiria, Babilonia, Medo-Persia. Non sempre il racconto biblico coincide con la narrazione secolare per cui i critici sono più orientati a dar credito agli storici secolari che a quelli biblici. In questo post vengono presi in esame due esempi al riguardo: quello relativo al Baldassarre, re di Babilonia quando questa fu conquistata dai Medi e Persiani, la cui esistenza venne messa in dubbio fino alla metà del XIX secolo, e quello di Dario il medo, la cui identificazione ha diviso gli studiosi fino ai nostri giorni. Un attento esame della storia di questi due personaggi, che hanno ricoperto un ruolo rilevante nella narrazione biblica, attesta inconfutabilmente che la Bibbia dice la verità e che la sua storia è accurata e degna di fiducia, come ebbe modo di constatare uno dei più grandi scienziati della storia umana, Sir Isaac Newton, il quale una volta disse: “Trovo segni più sicuri di autenticità nella Bibbia che in qualsivoglia storia profana” (Richard Watson, Two Apologies, Londra, 1820).

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Tra tutti i 39 libri che compongono l’Antico Testamento o, più propriamente detti, le Scritture Ebraiche della Bibbia, il libro di Daniele è stato uno dei più attaccati dalla critica letteraria. Perché? Il libro contiene sorprendenti profezie che si sono poi adempiute nei minimi particolari per cui a molti sembra impossibile che possano essere state scritte tanto in anticipo sui tempi del loro adempimento. I critici pensano che il libro non fu scritto da Daniele, un principe ebreo esiliato a Babilonia a cavallo tra il VII e VI secolo a.C., cioè al tempo della prima diaspora del popolo ebreo, ma da qualcun altro secoli dopo. Ad esempio Porfirio, filosofo, teologo e astrologo greco vissuto nel II secolo d.C., affermò che il libro era stato scritto da un ebreo nel II secolo a.C.
Gli attacchi al libro di Daniele si sono susseguiti nel corso del tempo, fino ai nostri giorni. Infatti nella New Encyclopædia Britannica si legge che “il libro [di Daniele] era generalmente considerato storia vera, contenente profezie autentiche … in realtà fu scritto in un successivo periodo di crisi nazionale, quando gli ebrei subivano dura persecuzione sotto [il re di Siria] Antioco IV Epifane”. Quindi data il libro tra il 167 e il 164 a.C. asserendo che il suo scrittore non profetizza il futuro, ma semplicemente presenta “eventi che per lui sono storia passata come profezie di avvenimenti futuri”.
In questa fase non mi dilungherò tanto nel considerare l’aspetto profetico del libro di Daniele, tema sul quale tornerò con dei post specifici che analizzeranno in generale questa importante e fondamentale caratteristica di tutta la Bibbia. Prenderò quindi in considerazione alcuni racconti storici riportati nel libro al fine di dare una ulteriore prova dell’attendibilità della Parola di Dio sotto questo aspetto.
Riguardo a Baldassarre il re, fece un grande banchetto” – Daniele 5:1
In Daniele capitolo 5, si parla di “Baldassarre il re”, e di “Nabucodonosor suo padre” (vv. 2,3). In effetti Nabucodonosor era il nonno di Baldassarre che era figlio di Nabonedo, genero di Nabucodonosor, avendone sposato la figlia Nitocri (*).  Baldassarre regnava a Babilonia quando la città venne conquistata dai Medi e Persiani nel 539 a.C. Per molto tempo i critici contestarono questo punto, perché il nome di Baldassarre non figurava in nessun posto se non nella Bibbia mentre antichi storici indicavano solo Nabonedo quale successore di Nabucodonosor e ultimo re babilonese. Tra questi il più famoso fu il prof. Ferdinand Hitzig, un critico biblico tedesco del XIX secolo formatosi presso la prestigiosa Università di Heidelberg, la più antica della Germania e tuttora una delle maggiori d’Europa, il quale nel suo commento sul Libro di Daniele disse che Baldassarre era frutto della fantasia dello scrittore.
Tuttavia nel 1854 ad Ur, antica città caldea, scavi effettuati da John Ellor Taylor, console inglese a Bassora, portarono alla luce dei piccoli cilindri di argilla, oggi conservati presso il British Museum di Londra, che risultarono essere documenti cuneiformi del re Nabonedo. Uno di questi conteneva una preghiera per “Bel-šar-usur, mio figlio maggiore” (Paul-Alain Neaulieu, The Reign of Nabonidus, King of Babylon 556-539 B.C., 1989). Non c’erano dubbi, era il Baldassarre del libro di Daniele, lo stesso prof. Hitzig dovette convenirne.
Negli anni a seguire gli scavi archeologici effettuati nella zona portarono alla luce altri documenti cuneiformi riferiti a Nabonedo. Nel 1924 venne pubblicata la decifrazione di un antico testo cuneiforme, detto “Storia in versi di Nabonedo” grazie al quale sono state portate alla luce preziose informazioni che avvalorano la posizione regale che Baldassarre aveva a Babilonia. Il testo indica che Nabonedo trasferì la sua residenza all’oasi di Tema nel deserto arabico per 10 anni, lasciando sul trono babilonese suo figlio Bel-shar-usur (Baldassarre). Dice infatti: “Egli affidò l’‘accampamento’ al (figlio) maggiore, il primogenito [Baldassarre], le truppe ovunque nel paese sottopose al suo (comando). Lasciò andare (ogni cosa), a lui affidò il regno e, lui stesso [Nabonedo] partì per un lungo viaggio, e le forze (militari) di Akkad marciavano con lui; egli si volse verso Tema, (molto più) a ovest” (James Bennett Pritchard, Ancient Near Eastern Texts, 1974).
Questo fatto viene confermato da un altro importante documento denominato “Cronaca di Nabonedo”. Si tratta di una tavoletta cuneiforme conservata sempre presso il British Museum di Londra che dice tra l’altro: “Il re (era) a Tema (mentre) il principe, gli ufficiali e il suo esercito (erano) in Akkad [Babilonia]” (Albert Kirk Grayson, Assyrian and Babylonian Chronicles, 1975). Quindi appare chiaro che Nabonedo per gran parte del suo regno rimase lontano da Babilonia, e, pur non abbandonando la posizione di sovrano supremo, delegò in sua assenza l’autorità amministrativa al figlio Baldassarre in qualità di co-regnante. Ciò spiegherebbe un altro particolare storico narrato nel libro di Daniele. Durante un banchetto  al quale Baldassarre aveva invitato tutti i “grandi “ del suo regno tutto d’un tratto apparve una mano che cominciò a scrivere alcune parole sulla parete del palazzo. Terrorizzato egli chiamò tutti i saggi del regno perché interpretassero il messaggio scritto, ma inutilmente. Sua madre gli diede quindi un valido consiglio indicando Daniele l’unico in grado di fornire la spiegazione (cfr. Daniele 5:5-12). In quella circostanza Baldassarre fece una promessa: “L’uomo che leggerà questa scrittura e me ne mostrerà la medesima interpretazione sarà vestito di porpora, con una collana d’oro intorno al collo, e governerà come il terzo nel regno” (v. 7). Perché Baldassarre offrì a Daniele il terzo posto nel regno? … semplice! … il primo lo aveva suo padre Nabonedo il re, il secondo l’aveva lui stesso quale coreggente, a Daniele non avrebbe potuto che offrire il terzo. Perciò Raymond Philip Dougherty, professore di Letteratura Biblica della Yale University, facendo un paragone fra il libro di Daniele e altri scritti di storia antichi, disse: “Si può interpretare che il racconto delle Scritture sia superiore perché impiega il nome Baldassarre, perché attribuisce a Baldassarre il potere reale e perché riconosce che esisteva nel regno un governo dualistico” (Raymond Philip Dougherty, Nabonidus and Belshazzar, 1929).

Daniel_45

in quanto a te … Baldassarre, non hai umiliato il tuo cuore
La notte del 5 ottobre 539 a.C. il re babilonese Baldassarre diede un grande banchetto per mille dei suoi grandi, come riferisce il capitolo 5 di Daniele. Quella notte la sua città era minacciata dagli eserciti assedianti di Ciro il Persiano e del suo alleato Dario il Medo. Il re e i suoi abitanti però si sentivano al sicuro poiché consideravano inespugnabili le altre mura della città. Gli storici Erodoto e Senofonte dichiarano inoltre che la città aveva abbondanti scorte e quindi nessuno si preoccupava che potesse mancare il necessario. Erodoto poi descrive l’aspetto festoso della città quella notte, fra danze e piaceri e abbondanti libagioni.
Durante il banchetto e sotto l’effetto del vino, Baldassarre chiese che gli venissero portati i vasi del tempio di Gerusalemme affinché lui, i suoi ospiti, le sue mogli e le sue concubine potessero usarli mentre lodavano gli dèi di Babilonia. Ovviamente questa richiesta non era dovuta a mancanza di recipienti per bere, ma piuttosto costituiva un deliberato oltraggio da parte di questo re pagano verso il Dio degli israeliti, Geova (cfr. Daniele 5:2-4). All’improvviso apparve una mano che cominciò a scrivere sulla parete del palazzo alcune parole. Terrorizzato Baldassarre chiamò tutti i suoi saggi perché interpretassero il messaggio scritto, ma inutilmente. Intervenne quindi la regina sua madre che gli consigliò di chiamare Daniele poiché era l’unico in grado di fornire la spiegazione (cfr. Daniele 5:5-12). L’anziano profeta lesse e interpretò la scritta vergata sulla parete. Le parole erano “MENE, MENE, TECHEL e PARSIN” (cfr. Daniele 5:24,25) Cosa significavano? La traduzione alla lettera era ““una mina, una mina, un siclo e mezzi sicli”. Ciascuna parola corrispondeva a una unità di misura di peso con valore monetario. Che arcano! Anche se i saggi babilonesi fossero riusciti a decifrare i caratteri, non sorprende che non potessero interpretarli. Sotto l’influsso dello spirito santo di Dio, Daniele spiegò dapprima al re il motivo di quella visione, dicendo: “in quanto a te … Baldassarre, non hai umiliato il tuo cuore … Ma ti sei esaltato contro il Signore dei cieli … Di conseguenza è stato mandato d’innanzi a lui il dorso di una mano, ed è stata tracciata questa medesima scrittura … MENE, MENE, TECHEL e PARSIN”, Quindi ne rese noto il significato dicendo : “Questa è l’interpretazione della parola: MENE, Dio ha contato i giorni del tuo regno e vi ha posto fine. TECHEL, sei stato pesato nella bilancia e sei stato trovato mancante.PERES, il tuo regno è stato diviso e dato ai medi e ai persiani” (Daniele 5 26-28). Quella notte stessa l’esercito medo-persiano entrò in Babilonia, conquistò la città e uccise Baldassarre. Secondo la “Cronaca di Nabonedo” le truppe di Ciro entrarono in Babilonia senza combattere, adempiendo in modo straordinario una profezia biblica pronunciata oltre 150 prima (cfr. Isaia 44:26–45:7).
Baldassare aveva voluto esaltare i suoi falsi dèi al di sopra del Dio di Israele, Geova! Egli aveva dimenticato che qualche decennio prima suo nonno Nabucodonosor aveva sfidato in maniera simile il Dio di Israele e ne era uscito umiliato, così da esser costretto a riconoscere che “il suo dominio è un dominio a tempo indefinito e il suo regno è di generazione in generazione.E tutti gli abitanti della terra sono considerati semplicemente come nulla, ed egli fa secondo la sua propria volontà fra lesercito dei cieli e gli abitanti della terra. E non esiste nessuno che possa fermare la sua mano o che gli possa dire: ‘Che cosa hai fatto? … tutte le sue opere sono verità e le sue vie sono giustizia, e perché può umiliare quelli che camminano nell’orgoglio” (Daniele 4:34,35,37).
Dario il medo stesso ricevette il regno – Daniele 5:31
Un altro personaggio ritenuto di fantasia dai critici letterari è “Dario il medo” di cui si parla nei capitoli 5, 6 e 9 di Daniele. Perché? Nessun riferimento a lui è stato ancora trovato in fonti extrabibliche, e non è menzionato da storici secolari anteriori a Giuseppe Flavio. Secondo Daniele Dario “ricevette il regno” dopo la conquista di Babilonia da parte degli eserciti di Ciro il Persiano, succedendo quindi a Baldassarre (cfr. Daniele 5:31). Questo avvenne nell’autunno del 539 a.C.
Gli studiosi hanno tentato di identificare Dario con vari personaggi, ad esempio con Cambise II, figlio di Ciro o con “Ciassarre figlio di Astiage”, come afferma Senofonte, un presunto zio di Ciro. Ma entrambe le ipotesi sono piuttosto deboli da sostenere, nel primo caso perché il racconto di Daniele dice che Dario il medo aveva “circa sessantadue anni” quando ricevette il regno su Babilonia e difficilmente questa età corrisponderebbe a quella di Cambise II in quel tempo, nel secondo caso perché Daniele afferma che Dario il medo era “figlio di Assuero” (cfr. Daniele 9:1) e non di Astiage il quale, secondo la testimonianza di Erodoto (storico greco più o meno contemporaneo di Senofonte), morì senza figli.
Chi era, dunque, Dario il medo? Senofonte nella sua Ciropedia, in cui narra la presa di Babilonia da parte di Ciro, parla di un certo Gobria che diventò governatore di Babilonia dopo la conquista della città. La succitata “Cronaca di Nabonedo” anche parla di Gubaru (Gobria) “il suo governatore” che “insediò (sotto)governatori in Babilonia” (James Bennett Pritchard, Ancient Near Eastern Texts, 1974). Altri testi cuneiformi indicano che Gubaru rimase in vita e per 14 anni fu governatore non solo della città di Babilonia ma dell’intera regione e anche della “regione oltre il fiume” [Eufrate], che includeva Siria, Fenicia e Palestina fino al confine con l’Egitto. Quindi Gubaru governava una regione che si estendeva per tutta la lunghezza della Fertile Mezzaluna, più o meno come l’impero babilonese, la stessa governata da Dario il medo. Ha scritto al riguardo Albert Ten Eyck Olmstead, professore di Storia Orientale presso l’University of Chicago: “Su tutta questa vasta estensione di terra fertile, Gobria [o Gubaru] governava quasi come monarca indipendente” (Albert Ten Eyck Olmstead, History of the Persian Empire, 1948). Nello stesso libro poi dichiara: “Nei rapporti con i sudditi babilonesi, Ciro era ‘re di Babilonia, re delle nazioni’ … Ma era il satrapo Gobria che rappresentava l’autorità sovrana dopo la partenza del re” (Op. cit)
William Foxwell Albright, archeologo e linguista statunitense, Direttore della scuola americana di ricerca orientale della Johns Hopkins University, ha pure affermato: “Mi sembra molto probabile che Gobria [Gubaru] abbia effettivamente assunto la dignità regale, insieme al nome ‘Dario’, forse un antico titolo reale iraniano, mentre Ciro era impegnato in una campagna in Oriente” (Journal of Biblical Literature, 1921, vol. XL, p. 112). Infine John Clement Whitcomb, che è stato docente presso il Grace Theological Seminary’s Old Testament and Christian Theology Departments dell’Indiana (USA), nel suo libro Darius the Mede, fa notare che, secondo la Cronaca di Nabonedo, Gubaru, in quanto governatore distrettuale di Ciro, “nominò … (governatori distrettuali) a Babilonia”, esattamente come viene descritto in Daniele 6:1,2 che dice: “Sembrò bene a Dario, e stabilì sul regno centoventi satrapi, che dovevano essere sull’intero regno;e su di loro tre alti funzionari, uno dei quali fu Daniele, perché questi satrapi facessero loro rapporto di continuo e il re non subisse perdita”.
Pertanto diversi studiosi, comparando reperti archeologici con la narrazione biblica, sono concordi nell’affermare che Dario il Medo fosse in realtà un viceré che governava sul regno dei caldei ma subordinato a Ciro, il supremo monarca dell’impero persiano. Questi fanno anche notare che il libro di Daniele dice che Dario “ricevette il regno” e che era stato “fatto re sul regno dei caldei” a riprova che era subordinato a un altro monarca (cfr. Daniele 5:31; 9:1). Di fronte a tali fatti difficilmente il “Dario il medo” biblico può essere definito un personaggio immaginario.

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Il tuo Dio che servi con costanza, egli stesso ti libererà
Quale successore al trono di Baldassarre, Dario il Medo aveva ora il difficile compito di organizzare il suo vasto impero. Una delle prime cose che fece fu di nominare 120 satrapi, ciascuno dei quali governava un importante distretto dell’impero. Sopra di loro nominò tre alti funzionari incaricati di controllare il loro operato e Daniele fu uno di questi. Il racconto biblico dice che “Daniele si distingueva costantemente sugli alti funzionari e sui satrapi, dato che in lui c’era uno spirito straordinario; e il re intendeva innalzarlo su tutto il regno” perché “non c’era alcun pretesto né cosa corrotta che potessero trovare, dato che egli era degno di fiducia e in lui non si trovava nessuna negligenza né cosa corrotta” (Daniele 6:3,4). Questo fece fremere dalla rabbia gli altri funzionari e i satrapi che vedevano in lui un freno al dilagare della corruzione e del peculato che praticavano. Perciò questi uomini invidiosi cospirarono fra loro per “trovare qualche pretesto contro Daniele riguardo al regno” (v. 4). Una cricca formata da alcuni di loro si recò, dunque, da Dario con una proposta il cui scopo era intrappolare Daniele. Chiesero al re di “stabilire uno statuto reale e mettere in vigore un interdetto, che chiunque faccia richiesta ad alcun dio o uomo per trenta giorni salvo che a te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni” (v. 7). Senza pensare a Daniele, Dario firmò il decreto, un documento che “secondo la legge dei medi e dei persiani … non si annulla” (v. 8).
Tuttavia quando Daniele venne a conoscenza della legge che limitava le preghiere entrò a casa sua, nella camera in terrazza che aveva le finestre aperte verso Gerusalemme e, com’era sua abitudine, si mise a pregare Dio. Ma i cospiratori lo spiavano e subito si recarono da Dario a riferire e per chiedergli di applicare la legge. Il re rimase estremamente turbato e cercò per tutto il giorno di liberare Daniele da quella colpa. Alla fine però dovette cedere alle insistenze dei cospiratori e ordinò di gettare Daniele nella fossa dei leoni dicendogli queste parole: “Il tuo Dio che servi con costanza, egli stesso ti libererà” (v. 16). Profondamente turbato il re rimase sveglio tutta la notte, digiunando. All’alba Dario si recò in tutta fretta alla fossa dei leoni e chiamò con voce mesta Daniele. Con suo immenso sollievo Daniele gli rispose dicendo: “Il mio proprio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni, e non mi hanno ridotto in rovina” (v. 22). Il re allora diede ordine di tirarlo fuori dalla fossa e di gettarci dentro tutti quelli che avevano accusato Daniele con i loro familiari, i quali “non avevano raggiunto il fondo della fossa che i leoni se ne impadronirono, e stritolarono tutte le loro ossa” (v. 24). Quindi Dario emanò un proclama che diceva: “in ogni dominio del mio regno, si deve tremare e si deve temere davanti all’Iddio di Daniele. Poiché egli è l’Iddio vivente e Colui che dura fino a tempi indefiniti, e il suo regno è un regno che non sarà ridotto in rovina, e il suo dominio è per sempre. Egli salva e libera e compie segni e meraviglie nei cieli e sulla terra, poiché ha salvato Daniele dalla zampa dei leoni” (Daniele 6:25-27).
Cosa provano gli esempi sopradescritti?
Innanzitutto che Daniele è un personaggio storico e non di fantasia e che la dovizia di particolari della sua narrazione non solo contribuisce a ricreare uno spaccato di vita credibile del tempo in cui visse ma attesta anche che fu testimone oculare dei fatti descritti (cfr. Luca 1:1).
Indicano altresì che i numerosi casi in cui personaggi o avvenimenti menzionati nella Bibbia, un tempo rifiutati come ‘non storici’ dai critici, ma poi risultati storici al di là di ogni smentita, dovrebbero consigliare a chi legge la Parola di Dio di non dare troppo peso alle critiche sfavorevoli che vengono rivolte contro di essa.
Inoltre c’è sempre da tenere presente un fattore importante che spesso giustifica la mancanza di informazioni nei documenti secolari. Il libro di Daniele ce lo ricorda. Esso mostra che Dario affidò a Daniele un alto incarico nel governo, cosa che dispiacque molto agli altri alti funzionari. Il loro complotto contro Daniele fu sventato, e Dario fece mettere a morte gli accusatori di Daniele e le loro famiglie, provocando così il malcontento degli altri funzionari (cfr. Daniele 6:3-24). Il proclama con cui Dario ordinava poi a tutti i sudditi del suo regno di “temere davanti all’Iddio di Daniele” deve inevitabilmente aver causato profonda insoddisfazione e risentimento fra il potente clero babilonese (cfr. Daniele 6:25-27). Dato che gli scribi agivano senz’altro sotto la direttiva dei summenzionati elementi, non è affatto strano che le registrazioni siano state successivamente alterate e le prove riguardo a Dario eliminate. È risaputo che azioni del genere sono avvenute nella storia dell’epoca.
La veracità della Bibbia ha subito molti attacchi, ma nessuno di questi l’ha minata o indebolita minimamente. La sua storia si è sempre dimostrata accurata e degna di fiducia. Leggendola possiamo imparare importanti lezioni per rafforzare la nostra fede in Geova le cui leggi, i rammemoratori, gli ordini, i comandamenti e le decisioni giudiziarie in essa contenuti e la saggezza che ne deriva sono “da desiderare più dell’oro, sì, di molto oro raffinato”, perché significa vita (cfr. Salmo 19:7-10).

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Note:
(*) In ebraico e in aramaico, lingue delle Scritture Ebraiche (o Antico Testamento) non esistono termini per “nonno” o “nipote”. Pertanto, con il termine “padre” a volte si indicava un nonno o un antenato (cfr. Genesi 28:10,13; Matteo 1:1).
Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – VII

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 3a parte

Luca 1:1

Anteprima
Una delle accuse più comuni che viene fatta alle narrazioni bibliche è che sono semplici miti, cioè narrazioni fantastiche giunte a noi dal lontano passato. Sebbene dobbiamo riconoscere che molti di essi sono frutto della fantasia, dobbiamo anche constatare che altri si basano sulla realtà. Questi infatti sono alla base di credenze e riti ancora vivi nelle religioni moderne, e non per un semplice caso! Spesso e volentieri c’è un nucleo di verità nel mito, un fatto storico, un personaggio o un avvenimento, che è stato successivamente esagerato o trasfigurato, dando vita al mito stesso. Ma c’è un fondo di verità! Prendiamo ad esempio uno di questi fatti storici, il racconto biblico della creazione. Ci sono un’infinità di miti sulla creazione, ma neppure in uno troviamo la semplice logica del racconto biblico della creazione contenuto in Genesi capitoli 1 e 2. Oppure esaminiamo il racconto biblico del Diluvio narrato in Genesi capitoli da 6 a 8. In ogni parte della terra, dalla Cina al Messico, dalle pianure tropicali del sud alle alte terre del nord esistono leggende di un diluvio ciascuna con una versione locale ma che hanno in comune elementi che riconducono tutti ad un unico racconto, quello biblico, avvalorandone la veridicità.
In questo post mi occuperò di un racconto considerato dai più una semplice leggenda, quello narrato nei capitoli 10 e 11 di Genesi relativo ad un uomo il cui operato, secondo la Bibbia, ebbe conseguenze su tutte le future generazioni, noi inclusi. Il suo nome è Nimrod, ed è indicato come il primo uomo, dopo il Diluvio, a fondare un regno che oltre ad essere di natura politica rivestiva una forte connotazione religiosa, tanto che viene detto che era “in opposizione a Geova”, il Dio della Bibbia, il Creatore della terra e dell’intero universo. Le caratteristiche di questo regno trovano un forte riscontro sulla storia delle generazioni successive, fino ai nostri giorni, per cui è impossibile tacciarlo di semplice mito; la sua forte influenza sullo sviluppo della società umana negli scorsi 4.000 anni costituisce quel “fondo di verità”, sul quale alcuni possono anche aver lavorato per trasformarlo in mito, ma non ne hanno inficiato l’attendibilità storica. Nel racconto, peraltro, troviamo una forte motivazione ad esaminare attentamente la nostra posizione rispetto alla religione, poiché questo è il vero motivo per cui Geova Dio l’ha fatto scrivere nella Sua Parola.

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Nel libro biblico di Genesi, ai capitoli da 6 a 8, troviamo il racconto del Diluvio noetico, uno dei racconti biblici oggetto di molte critiche e definito da molti semplice leggenda. La Bibbia narra che causò una catastrofica distruzione di uomini e animali mediante una pioggia torrenziale nel 2370 a.C., ai giorni di Noè. Quel cataclisma, il peggiore di tutta la storia umana, fu mandato da Geova Dio perché uomini malvagi avevano riempito la terra di violenza mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della razza umana. Il giusto Noè e la sua famiglia, otto anime in tutto, insieme agli animali scelti, sopravvissero in un’immensa arca o cassa costruita da quelle persone su progetto fornito da Dio stesso nell’arco di circa 50 anni (cfr. Genesi capitolo 6). I più benpensanti, non potendo negare alcune evidenze, affermano che invece di un disastro mondiale si trattò di un’improvvisa inondazione o nubifragio locale, affermazione che stride molto con i particolari del racconto (è del tutto irragionevole pensare che Noè dedicasse tanti anni per costruire un immenso natante con una capacità di 40.000 m3 per portare in salvo la sua famiglia e pochi animali da una semplice inondazione locale!). Se lo riterrò opportuno mi dedicherò con un apposito post a trattare questo argomento. Per ora mi interessa considerare qualcosa che successe circa 180 anni dopo il Diluvio, narrato nei successivi capitoli 10 (vv. 8-12) e 11 (vv. 1-9) di Genesi e sulle conseguenze che ebbe sul futuro di tutta l’umanità.
Cus generò Nimrod … il primo a divenire potente sulla terra” – Genesi 10:8
In tali versetti si parla di un uomo, un pronipote di Noè, il cui nome è Nimrod. Si dice che era figlio di Cus, il primogenito di Cam, uno dei tre figli di Noè che sopravvissero insieme a lui al Diluvio (cfr. Genesi 10:1,6,8). La particolareggiata testimonianza sulle persone vissute in quel periodo riportata nel capitolo 10 di Genesi accredita l’attendibilità del racconto essendo perfettamente in linea con uno dei metodi scientifici, quello prosopografico, usato nello studio della storia antica in modo particolare. Fatta questa rassicurante premessa, possiamo passare al racconto in questione.
La narrazione biblica descrive Nimrod come il fondatore e il sovrano del primo impero venuto all’esistenza dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:10-12). Il suo regno includeva “Babele ed Erec e Accad e Calne, nel paese di Sinar” (Genesi 10:10). Perciò fu sotto il suo regno che ebbe inizio la costruzione della città di Babele e della sua famosa torre. Viene anche definito “potente cacciatore in opposizione a Geova” (Genesi 10:9). Sul perché di tale dichiarazione, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nella seconda metà del I secolo d.C. e che fu lui stesso un testimone oculare di parte della storia biblica, scrisse: “Nimrod trasformò gradatamente il governo in una tirannia, non vedendo altro modo per sviare gli uomini dal timor di Dio, se non quello di tenerli costantemente in suo potere. Disse inoltre che intendeva vendicarsi con Dio, se mai avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo; perciò avrebbe costruito una torre così alta che le acque non l’avrebbero potuta raggiungere, e avrebbe vendicato la distruzione dei loro antenati. La folla fu assai pronta a seguire la decisione di Nimrod, considerando un atto di codardia il sottomettersi a Dio; e si accinsero a costruire la torre … ed essa sorse con una velocità inaspettata” (Antichità giudaiche, I, 114, 115).
Dopo la costruzione di Babele Nimrod estese il suo dominio all’Assiria dove costruì “Ninive e Reobot-Ir e Cala e Resen fra Ninive e Cala: questa è la grande città” (Genesi 10:11,12). Poiché il nome dell’Assiria deriva da quello di Assur, figlio di Sem, secondogenito di Noè (cfr. Genesi 10:21), Nimrod, nipote di Cam, deve aver invaso il territorio semita. Pertanto il termine appioppatogli di “potente cacciatore” non dovette riferirsi solo alla caccia agli animali, ma anche alle sue guerre di conquista contro gli uomini. La Cyclopædia di M’Clintock e Strong osserva infatti: “Che la potente caccia non si limitasse agli animali è evidente dalla stretta connessione con l’edificazione di otto città … Ciò che Nimrod fece come cacciatore fu il preludio di ciò che fece poi come conquistatore … i monumenti assiri raffigurano molte scene di caccia, e la parola è spesso impiegata in riferimento a campagne militari … Pertanto caccia e battaglia, che nello stesso paese in epoche successive furono così intimamente legate, potrebbero essere qui associate o coincidere. Il senso allora sarebbe che Nimrod fu il primo a fondare un regno dopo il diluvio, per unificare la frammentaria autorità patriarcale e consolidarla sotto di sé come unico capo e signore; e tutto questo in opposizione a Geova, trattandosi di una violenta ingerenza del potere camitico in territorio semita” (Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature,Vol. II, pg. 109).
Nimrod potente cacciatore in opposizione a Geova” – Genesi 10:9
Quanto è storicamente attendibile il racconto di Nimrod e della torre di Babele e, soprattutto, perché è stato riportato nella Bibbia?
Una delle più importanti enciclopedie americane, la Collier’s Encyclopedia, afferma: “Gli studiosi hanno tentato, ma invano di riconoscere Nimrod in vari re, eroi o dèi dell’antichità, fra cui Merodac (o Marduk), un dio assiro-babilonese, Gilgamesh, un eroe babilonese famoso come cacciatore e Orione, un cacciatore della mitologia classica”. Tuttavia in tutto il mondo antico ritroviamo prove della sua esistenza nei miti e nelle leggende di molte popolazioni. È infatti risaputo che alla base del mito e della leggenda di solito si può trovare un evento storico. Ad esempio l’evento del Diluvio si trova nei ricordi di molte antiche popolazioni. Nel libro Myths of Creation, Philip Freund ha calcolato che esistano più di 500 leggende del Diluvio, narrate da più di 250 tribù e popoli. Tali leggende hanno tutte in comune alcuni punti basilari del racconto biblico: menzionano giganti violenti che vivevano sulla terra prima del Diluvio (cfr. Genesi 6:1-4); che un uomo fu avvertito dell’approssimarsi di un diluvio di origine divina (cfr. Genesi 6:13); che esso provocò una distruzione globale (cfr. Genesi 7:19,22); che un uomo sopravvisse alla catastrofe insieme a una o più persone rifugiandosi in una imbarcazione da lui stesso costruita (cfr. Genesi 8:15-18); che i sopravvissuti cominciarono a ripopolare la terra (cfr. Genesi 9:1; 10:1). Semplice coincidenza? …
Uno dei tanti miti racconta la storia di una regina di nome Semiramide che conquistò la Media, l’Egitto e l’Etiopia, e fece costruire le mura di Babilonia e i famosi giardini pensili, una delle sette meraviglie del mondo antico. Secondo la leggenda Semiramide si sposò con Cus, nipote di Noè, da cui ebbe un figlio che chiamò Nimrod. Di lei hanno scritto, seppur con diverse motivazioni, Erodoto di Alicarnasso, scrittore greco del 5° secolo a.C., Beroso, sacerdote babilonese del 3° secolo a.C. nonché Giustino, filosofo e apologeta palestinese del 2° secolo d.C. e Agostino di Ippona, filosofo, teologo, padre e dottore della Chiesa, del 4°/5° secolo d.C. Sempre secondo il mito, Semiramide non fu solo la madre di Nimrod ma ne divenne anche la moglie. Dopo la sua morte Nimrod fu venerato come fondatore, costruttore e primo re della città di Babele e organizzatore del primo impero babilonese, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che venisse deificato con il nome di Marduk. Semiramide, poi, avrebbe partorito un figlio chiamato Tammuz e siccome non poteva aver concepito Tammuz dopo la morte di Nimrod, il suo concepimento venne ritenuto miracoloso e vi si vide la rinascita di Nimrod/Marduk. Nacque così l’immagine della madre con il figlio dio incarnato in braccio. Vi vedete qualche figura venerata tutt’oggi come tale? …. Allo stesso tempo Tammuz e suo padre Nimrod vennero considerati un’unica entità perché Tammuz non era altro che Nimrod incarnatosi miracolosamente. Due persone in un’unica sostanza … non ritrovate questo concetto in qualche dogma attuale? …
Questo Nimrod, quindi, è una figura chiave non solo nella storia popolare, divenendo parte della tradizione di molti paesi del Vicino Oriente, dove il suo nome è tutt’ora presente nelle forme Nimrud o Nimroud, e ritrovandolo in tante poesie didascaliche in sumerico-accadico che narrano le sue epiche gesta, ma soprattutto della storia biblica. Perché? Egli propose un sistema politico che si proponeva di soppiantare il legittimo dominio di Dio sull’umanità, assumendo così dei risvolti religiosi. Il biblista Carl Friedrich Keil, ha scritto di lui: “Il nome stesso, Nimrod, da [maràdh], ‘ci ribelliamo’, indica qualche tipo di resistenza violenta a Dio. È così caratteristico che può essere stato dato soltanto dai suoi contemporanei, diventando così un nome proprio” (Carl F. Keil e Franz Delitzsch, Commentary on the Old Testament). La torre che sotto la direttiva di Nimrod gli abitanti di Babele si apprestarono a costruire doveva essere una testimonianza del carattere religioso del suo regno. L’Encyclopædia Judaica dice al riguardo: “Gli studiosi sono d’accordo che l’edificio a cui si fa riferimento in Genesi 11 è evidentemente una ziqqurat, o torre mesopotamica del tempio. La ziqqurat … era l’elemento centrale dei grandi templi costruiti in tutte le importanti città mesopotamiche”. Il successivo sviluppo della città conferma questa caratteristica. Babele o Babilonia nel corso di tutta la sua storia si distinse specialmente come centro religioso, la cui influenza si estese in molte direzioni. Mischiando politica e religione Nimrod stabilì il modello per tutte le successive alleanze.

Torre di Babele

Gli archeologi hanno portato alla luce nei pressi di Sinar diverse torri templari a gradini simili a piramidi. La Bibbia racconta che i costruttori della torre di Babele utilizzarono mattoni invece di pietre, e bitume come calcina (cfr. Genesi 11:3,4). La New Encyclopædia Britannica dice che in Mesopotamia la pietra era “rara se non del tutto assente” mentre il bitume, una sostanza che deriva dal petrolio, abbonda nella zona, dove fuoriesce dal suolo e poi indurisce. Pertanto nei tempi biblici era apprezzato per le sue proprietà leganti ed era particolarmente “adatto per edifici costruiti con mattoni cotti” poiché li rendeva impermeabili permettendo alle strutture di resistere nel corso del tempo. La stessa enciclopedia poi afferma: “I più antichi documenti scritti, gli unici fossili linguistici che l’uomo può sperare di avere, risalgono solo a circa 4.000 o 5.000 anni fa”. Dove sono stati rinvenuti questi “fossili linguistici” o “documenti scritti”? Sempre nella bassa Mesopotamia, nel sito dell’antica Sinar, proprio dove, secondo la narrazione biblica, Dio confuse l’unica lingua fino ad allora parlata dagli uomini costringendoli a smettere di edificare la torre che nelle loro intenzioni doveva arrivare fino al cielo e rappresentare la loro ribellione contro la volontà di Dio. Ancora una volta le prove tangibili a disposizione concordano con la narrazione biblica.
Geova li disperse di là per tutta la superficie della terra” – Genesi 11:8
Le conseguenze di tale commistione politico-religiosa sono perdurate nei secoli. Infatti, quando Nimrod e i suoi sostenitori intrapresero la costruzione della torre di Babele, che nelle loro intenzioni doveva rappresentare la ribellione contro Geova, Dio manifestò la Sua disapprovazione. In che modo? Leggiamo nel racconto biblico: “Pertanto Geova li disperse di là per tutta la superficie della terra, e un po’ alla volta smisero di edificare la città. Perciò le fu dato il nome di Babele [da balàl, che significa “confondere”], perché là Geova aveva confuso la lingua di tutta la terra” (Genesi 11:5-9). Dio arrestò la loro presuntuosa impresa infrangendo la loro unità d’azione, e lo fece confondendo la loro lingua comune. Se ne deduce che in origine tutti gli abitanti della terra parlavano la stessa lingua. Uno studioso di lingue antiche, Henry Rawlison, membro dell’Accademia dei Lincei, scrisse in merito alla diffusione delle lingue antiche: “Se dovessimo lasciarci guidare dalla semplice intersezione dei sentieri linguistici, e indipendentemente da ogni riferimento alla storia biblica, saremmo ugualmente portati a fissare nella pianura di Sinar l’epicentro da cui si irradiarono le varie linee” (The Journal of the Royal Asiatic Society of Great Britain and Ireland, Londra, 1855, vol. 15, p. 232). Secondo alcune stime oggi in tutta la terra si parlano circa 3.000 diverse lingue e idiomi locali.
L’intervento divino rese impossibile qualsiasi lavoro coordinato e provocò la dispersione di quei ribelli in tutte le parti della terra. Espandendosi in diverse parti della terra i vari gruppi linguistici portarono con sé le loro teorie religiose. Col passar del tempo queste idee, sebbene fossero essenzialmente le stesse, subirono l’influenza delle tradizioni e degli avvenimenti locali. Così da una sola religione sorsero ben presto centinaia di versioni. Attualmente, secondo alcune stime ci sono al mondo 19 religioni principali, che raccolgono più dell’86% della popolazione mondiale, e circa 10.000 religioni minori. Tra le religioni principali, quelle che fanno riferimento al Dio della Bibbia (cristianesimo e ebraismo) sono a loro volta suddivise in oltre 41.000 confessioni diverse, ciascuna con le proprie dottrine e regole di condotta. Mi pare che il nome Babele, che significa ‘confusione’, ben si addice a questo stato di cose!
Perciò le fu dato il nome di Babele” – Genesi 11:9
In lingua accadica Bab-ilu significava “Porta di Dio”. Ma Mosè, lo scrittore di Genesi, fa derivare Babele dal verbo ebraico balài che significa “confondere”, dando così a Babele il significato di “confusione” (cfr. SyVg)
Quali furono alcune delle principali caratteristiche della religione di Babele o Babilonia?
Una studiosa, Petra Eisele, nel suo libro Babilonia – Storia di una mitica città dell’antichità afferma: “Nessuna delle religioni che conosciamo può mettere insieme tanti dèi quanti ne aveva quella sumerico-assiro-babilonese”. Nel libro parla di 500 dèi, dicendo che alcuni degli elenchi più estesi contengono fino a 2.500 nomi. Molti di questi erano venerati localmente come ‘protettori’ della città … Vi viene in mente qualcosa di simile praticato anche oggi? … La New Larousse Encyclopedia of Mythology aggiunge: “i teologi ufficiali di Babilonia fissarono in maniera più o meno precisa la gerarchia degli dèi, dividendoli in triadi”.
Come già sopra accennato, dopo la sua morte Nimrod venne deificato e venerato in una triade di cui facevano parte Semiramide e il figlio Tammuz e, all’interno della stessa triade Nimrod e Tammuz erano considerati un’unica entità perché Tammuz non era altro che Nimrod incarnatosi miracolosamente. Questo stesso concetto lo ritroviamo in molte religioni pagane dell’antichità, egiziane, greche, etrusche, romane, galliche, iraniche, induiste e buddiste nonché nel ‘cristianesimo’ cattolico-ortodosso-protestante. Non dovremo pertanto stupirci di leggere dichiarazioni come queste: “Le origini [della trinità] sono interamente pagane” (Arthur Weigall, The Paganism in Our Christianity, Londra 1928); “Il trinitarismo del IV secolo non rispecchiava accuratamente il primitivo insegnamento cristiano circa la natura di Dio; al contrario, rappresentava una deviazione da tale insegnamento” (Encyclopedia Americana Vol. 27, 1956); “Nei seminari cattolici sono pochi gli insegnanti di teologia trinitaria che prima o poi non si sono sentiti chiedere: ‘Ma come si fa a predicare la Trinità?’ E se da un lato la domanda è sintomatica di confusione da parte degli studenti, dall’altro è forse altrettanto sintomatica di un’analoga confusione da parte dei docenti” (New Catholic Encyclopedia, Washington 1967).
Tornando a Semiramide, la sua figura della madre con il figlio/dio incarnato divenne oggetto di culto in tutto il mondo conosciuto. In Egitto venne rappresentata da Iside con il bambino Horus; presso i greci venne raffigurata da Cerere, la Grande Madre con il bambino al seno; a Roma con la dea Fortuna con in braccio il puer Giove; in India la madre era Devaki e il bambino Krishna. Questa immagine, dopo l’istituzione della ‘chiesa universale’ da parte di Costantino nel IV secolo d.C., entrò a far parte della tradizione ‘cristiana’ con il culto di Maria e il bambino Gesù. Epifanio di Salamina, vescovo e dottore della Chiesa Armena del IV secolo d.C., nella sua opera Panarion, con cui condannava diverse eresie, scrisse: “Certe donne addobbano una specie di carro o di portantina e, dopo avervi steso sopra un telo di lino, in un certo giorno festivo dell’anno vi pongono dinanzi per alcuni giorni una pagnotta che offrono nel nome di Maria. Poi tutte le donne mangiano di quel pane” Egli collegò tale usanza a quanto è scritto nel libro biblico di Geremia, capitolo 7 verso 18, dove Dio fece scrivere: “I figli raccolgono la legna, e i padri accendono il fuoco, e le mogli intridono la pasta per fare torte di sacrificio alla ‘regina dei cieli’; e si versano libazioni ad altri dèi allo scopo di offendermi”. “Regina del cielo” era il titolo di Semiramide, dea moglie e madre del re babilonese Nimrod … sapete oggi a chi viene attribuito? …
Quelli che abitano la terra si sono inebriati col vino della sua fornicazione

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Le processioni religiose sono una caratteristica di molte religioni. Per cattolici, buddisti, induisti e seguaci di altre fedi religiose costituiscono la tradizione e la devozione. Così come lo erano nell’antichità per gli egiziani, per gli assiri, per i greci, per i romani. Dove ebbe origine questa tradizione? Nel Museo di Pergamo a Berlino è stata ricostruita la “Strada delle processioni” di Babele o Babilonia, costruita dal re Nabucodonosor II per il dio Marduk. Su un ciottolo preso da essa si legge questa iscrizione: “Nabucodonosor, re di Babilonia, figlio di Nabopolassar, re di Babilonia son io. La strada di Babele ho lastricata con i ciottoli di Shadu per la processione del grande Signore Marduk”. Alla fine della strada c’è una ricostruzione a grandezza naturale della Porta di Ishtar, un altro imponente rammemoratore dell’antica Babilonia. Ishtar, era la dea del sesso e della fertilità e veniva adorata come “dea madre” e “regina dei cieli”.

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Robert Koldewey, capo degli scavi delle rovine di Babilonia, raccontò: “Una volta vidi l’immagine d’argento, più grande del formato naturale, della Vergine Maria carica di anelli, pietre preziose, oro e argento come offerte votive, portata da quattordici uomini su una lettiga fuori della Cattedrale di Siracusa … Una processione in onore di Marduk, io penso, dovette sembrare come questa quando il dio era portato in trionfo fuori di Esagila, forse attraverso i periboli (cortili sacri) e lungo la grande Via delle Processioni di Babilonia” (C. W. Ceram [Kurt Wilhelm Marek], Gods, Graves, and Scholars, New York; 1954). “Babilonia ... è un paese dimmagini scolpite” (Geremia 50:35,38).
Gli adoratori pagani di Babele o Babilonia credevano anche nell’immortalità dell’anima umana. Lo indicavano seppellendo insieme ai morti oggetti che avrebbero usato nell’altra vita. Essi infatti credevano che la morte fosse solo un passaggio a un altro tipo di vita, in un ipotetico aldilà. In seguito i filosofi greci elaborarono questo concetto, asserendo che gli uomini hanno un’anima immortale. Geova Dio aveva chiaramente detto alla prima coppia di ribelli, Adamo ed Eva, che avessero disubbidito alle sue norme sarebbero morti. Ma la creatura spirituale che fomentò quella ribellione disse che ‘positivamente non sarebbero morti’ (cfr. Genesi 3:1-5). Riprendendo questa menzogna i fautori di una vita dopo la morte affermarono che una invisibile parte interiore delle persone, chiamata ‘anima’, continuava a vivere per sempre. Nimrod la riprese per convincere le persone a combattere e morire per la sua brama di potere. Durante la guerra del Vietnam il cardinale cattolico Francis Spellman disse alle madri dei soldati americani che piangevano i loro figli morti nella cattedrale di St. Patrick a New York che morire in battaglia faceva parte del piano di Dio per popolare il regno dei cieli. In maniera simile al funerale di un soldato ucciso in azione, il pastore di una chiesa luterana che celebrò il servizio, il rev. Martin Haerther, disse: “Quando un soldato muore facendo il suo dovere in una guerra giusta non solo è una morte gloriosa al servizio del paese ma è una fine benedetta per lui … sono sicuro che gli angeli erano lì a portare la sua anima in cielo e ora vive in pace”. Questa falsa dottrina, nata a Babele dopo il Diluvio e successivamente adottata da tutte le false religioni del mondo, ha spinto le popolazioni a praticare il culto dei morti, a credere nell’inferno, nel purgatorio e in molte altre cose.
sulla sua fronte era scritto un nome … “Babilonia la Grande, la madre delle meretrici” – Rivelazione o Apocalisse 17:5
Nell’ultimo libro della Bibbia, Rivelazione o Apocalisse, si parla di una donna simbolica, il cui nome è: “Babilonia la Grande” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:1-5). Viene descritta come una prostituta vestita di porpora e scarlatto, riccamente adornata. Viene pure raffigurata seduta su “molte acque” che rappresentano “popoli e folle e nazioni e lingue” (cfr. vv. 1,15). Viene anche detto che “si glorificò e visse nel lusso sfrenato” (cfr. 18:7). Cosa rappresenta?
Anche su questo c’è molta ‘confusione’. La Chiesa Cattolica ha sempre sostenuto che rappresentasse la Roma pagana, basandosi su quanto scritto nel versetto 9 dello stesso capitolo, dove si parla dei sette monti su cui la prostituta sarebbe anche seduta, identificandoli con i sette colli di Roma. Recentemente però, a seguito della spaccatura verificatasi nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II tra conservatori e progressisti, la frangia conservatrice ritiene che la prostituta apocalittica rappresenti la falsa Chiesa Cattolica sorta dopo il Concilio. Sul versante protestante invece si ritiene che la descrizione dell’Apocalisse rispecchi in pieno la Chiesa Cattolica Romana, con tutta la sua lussuria e i suoi misteri. La cosa strana però è che dopo questa dura condanna la seguono sulla strada dell’ecumenismo camminando a braccetto con lei nelle cerimonie dedicate a tale operazione, come avviene nel caso delle periodiche riunioni ad Assisi.
La Parola di Dio però ci fornisce elementi inequivocabili per la sua vera identificazione.
Il simbolo di una meretrice o fornicatrice ricorre spesso nelle Scritture Ebraiche (VT). La nazione d’Israele fu avvertita di non stringere relazioni con le nazioni di Canaan perché questo l’avrebbe indotta ‘prostituirsi’, con i loro dèi (cfr. Esodo 34:12-16, CEI). Quando poi i regni di Israele e Giuda apostatarono dalla vera adorazione di Geova Dio vennero condannare per aver commesso prostituzione con le nazioni politiche e i loro dèi (cfr. Geremia 3:6-10; Ezechiele 16:28,29). Un uso simile viene fatto nelle Scritture Greche Cristiane (NT). La chiesa cristiana venne paragonata a una vergine promessa sposa a Cristo (cfr. 2Corinti 11:2), perciò il discepolo Giacomo venne ispirato a scrivere di non commettere adulterio spirituale mediante l’amicizia del mondo (cfr. Giacomo 4:4). La prostituzione di “Babilonia la Grande” è di natura simile, infatti è detto che con lei “han commesso fornicazione i re della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:2). I capi religiosi del mondo si sono sempre immischiati, e continuano a farlo, nella politica delle nazioni per acquistare potere e vantaggi. Si sono presentati addirittura candidati per le alte cariche governative. Amano essere al centro dell’attenzione; spesso sui mass-media si vedono immagini che li ritraggono in compagnia di importanti uomini politici. La loro ingerenza negli affari politici mondiali ha anche recato indicibili sofferenze al genere umano. Oltre le guerre di religione che decimarono la popolazione europea a cavallo del XVI e XVII secolo, ricordiamo l’appoggio dato sia da autorevoli esponenti della Chiesa Cattolica e delle chiese protestanti al governo nazista di Hitler, a quello fascista di Mussolini, nonché il supporto che la Chiesa Ortodossa sta dando al governo comunista in Russia. Neanche possiamo dimenticare il ruolo degli Iman nella politica e nelle guerre degli stati islamici o la rilevante parte avuta dai monaci guerrieri buddisti nella storia militare del Giappone. Questi solo per fare alcuni esempi. I rapporti fra religione e politica sono stati causa di guerre, persecuzioni e sventure su vasta scala in tutti i passati 4.000, dalla loro nascita in Babele fino ai nostri giorni.
Un altro aspetto caratteristico di “Babilonia la Grande” è il fatto che è “ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Rivelazione o Apocalisse 17:6). Come l’antica Babele o Babilonia fu una irriducibile nemica del popolo di Dio, la simbolica “Babilonia la Grande” è animata dalla stessa inimicizia nei confronti di chi vuole fare la volontà di Dio. È significativo che Gesù addossò ai capi religiosi del suo tempo la responsabilità di “tutto il sangue giusto versato sulla terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria” (cfr. Matteo 23:29-35). Anche se queste parole furono rivolte ai capi religiosi ebrei, in seguito i capi religiosi del cristianesimo apostata, cattolico e protestante, mostrarono gli stessi sentimenti di odio nei confronti di tutti coloro che nel corso dei secoli cercarono di vivere in armonia con i princìpi biblici. Basta ricordare la Grande Inquisizione o le citate guerre di religione che decimarono la popolazione europea. Durante la I e II Guerra Mondiale molti sinceri studiosi della Parola di Dio vennero imprigionati e uccisi a causa della loro neutralità cristiana. Tutt’oggi vengono imprigionati e vessati da vari regimi totalitari e spesso dietro pressione delle autorità religiose di quei paesi, come sta accadendo in Russia.
Nella visione apocalittica “Babilonia la Grande” viene descritta “vestita di porpora e scarlatto, ed era adorna di oro e pietra preziosa e perle” e vivere “nel lusso sfrenato” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:4; 18:7). Le istituzioni religiose del mondo hanno accumulato beni e ricchezze di ogni genere. I loro luoghi di culto sono pieni di oggetti preziosi il cui valore spesso è inestimabile. Possiedono terreni, immobili, azioni delle più grandi aziende operanti nel mercato mondiale ed investimenti presso i più importanti istituti bancari della terra. I loro esponenti indossano abiti preziosi e vivono una vita dispendiosa mentre la grande maggioranza del popolo dei loro fedeli soffre sotto il loro iniquo dominio.
Per tutti questi aspetti comuni a tutte le religioni della terra, grandi e piccole, non si può identificare l’apocalittica “Babilonia la Grande” in un’unica entità religiosa. Essa rappresenta invece l’insieme di tutte le false religioni del mondo sorte sul modello l’antica religione babilonica. Questo è il retaggio del genere umano prodotto da quel potente cacciatore che circa 4.000 anni fa, non avendo la benedizione del Creatore, non poté completare la sua torre: Nimrod. Questo è il motivo per cui Geova Dio ha fatto scrivere nella Sua Parola la sua storia. Una storia vera, non semplice leggenda, come testimoniò Ernst Böklen, filologo tedesco esperto di mitologia, che scrisse: “ci sono moltissime probabilità che Genesi 11 e storie simili originate da altri popoli si basino su effettive reminiscenze storiche”. Una storia che serve soprattutto a noi oggi per valutare quale tipo di religione stiamo seguendo, perché l’avvertimento dato da Dio riguardo a “Babilonia la Grande” dice: “Uscite da essa, o popolo mio, se non volete partecipare con lei ai suoi peccati, e se non volete ricevere parte delle sue piaghe. Poiché i suoi peccati si sono ammassati fino al cielo, e Dio si è rammentato dei suoi atti d’ingiustizia … Quanto si glorificò e visse nel lusso sfrenato, tanto datele di tormento e lutto. Poiché in cuor suo continua a dire: ‘Siedo regina, e non sono vedova e non vedrò mai lutto’. Perciò in un sol giorno verranno le sue piaghe: morte e lutto e carestia, e sarà completamente bruciata col fuoco, perché Geova Dio, che l’ha giudicata, è forte” (Rivelazione o Apocalisse 18:4-8).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

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