LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVIII

“IO SONO GEOVA. COLUI CHE ESERCITA … DIRITTO E GIUSTIZIA SULLA TERRA”

Geremia 9:24

Anteprima
Thomas Jefferson, 3° Presidente degli Stati Uniti, considerato uno dei padri fondatori della nazione Americana, in una circostanza affermò: “la giustizia è istintiva e innata … fa parte della nostra costituzione fisica quanto i sentimenti, la vista o l’udito”. Si, ogni essere umano desidera essere trattato con giustizia. Per soddisfare tale bisogno nel corso della loro storia gli uomini hanno scritto centinaia di migliaia di norme atte a regolare ogni aspetto della loro vita ma, nonostante le buone intenzioni, non è mai riuscito ad appagare pienamente il proprio desiderio di giustizia. Perché? La Bibbia lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). C’è una incapacità innata che impedisce agli uomini di esercitare diritto e giustizia, questa è data dalla sua imperfezione acquisita dopo la ribellione contro il suo Creatore e le sue norme di giustizia. Perciò un antico uomo di fede, sotto ispirazione divina, scrisse riguardo all’operato degli uomini: “hanno agito rovinosamente … è il loro proprio difetto” (Deuteronomio 32:5).
L’uomo non fu fatto dal suo Creatore per agire indipendentemente da Lui. Ha bisogno della sua guida per avere successo e felicità. La sventurata condizione in cui l’uomo si è venuto a trovare per aver rifiutato le giuste vie di Dio venne così descritta da un altro uomo di fede: “Tutta la creazione continua a gemere insieme e ad essere in pena insieme fino ad ora” (Romani 8:22). Molti di questi ‘gemiti’ e ‘pene’ sono stati causati dalla mancanza di giustizia fra gli uomini. Invece riguardo la nostro Creatore, Geova Dio, è detto che “ama giustizia e diritto” e che “tutte le sue vie sono giustizia” (cfr. Salmo 35:5; Deuteronomio 32:4). La Bibbia contiene molte prove che Geova “è colui che esercita … diritto e giustizia sulla terra” (Geremia 9:24). In essa vi è incorporato un codice di leggi che Dio diede al popolo di Israele in qualità di suo Governante e Legislatore, dopo la sua liberazione dalla schiavitù egiziana, che per sapienza ed equa applicazione della giustizia si è dimostrato superiore a qualsiasi altra norna scritta dall’uomo. Nel contempo la genuinità e il successo della Legge divina provano che la Bibbia è davvero un libro superiore, è Parola di Dio e non dell’uomo, è il regalo perfetto che Geova fatto alle sue creature umana per aiutarle ad affrontare le difficoltà derivanti dalla sua innata imperfezione (cfr. Giacomo 1:17).
Nel post che segue vengono presi in esame due esempi di come la giustizia divina può garantire la pace sociale nonché il rispetto e la dignità della vita umana.

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“Nulla avviene fra gli uomini che non sia in nome del diritto, nulla senza invocare la giustizia” – Pierre-Joseph Proudhon, uomo politico, pensatore ed economista francese del XIX secolo
“Che il Signore vi strafulmini tutti”. Così scrive sul suo blog una scrittrice che si dichiara atea (cfr. http://www.ritapani.it/che-il-signore-vi-strafulmini-tutti/). A chi si riferisce? A tutti quei “cristiani”, a suo parere ipocriti, che si scambiano il segno di pace in chiesa ma poi si disinteressano dei poveri derelitti della terra cavalcando sentimenti razzisti e xenofobi. C’è una frase che mi ha particolarmente colpito delle sue esternazioni, quando afferma “Dio non esiste, purtroppo … e a me un poco dispiace. Mi piacerebbe se fosse come lo descrivono i cristiani … un Dio vendicativo, uno di quelli che le mani te le brucia appena tieni un rosario in mano, che ti invia la punizione divina appena ne nomini il nome invano, appena compi un atto aberrante del quale un domani dovrai rendere conto”.
Traspare da queste parole il desiderio, si, di una giustizia divina contro tutte le ipocrisie, le “buffonate”, come le definisce lei, le menzogne e gli atti di crudeltà commessi da dette persone, ma appare, purtroppo, anche una concezione della giustizia di Dio come mera applicazione della punizione per la trasgressione, un semplice atto aspro e inflessibile contro la violazione di una legge o di un principio. Un concetto, questo, figlio della stessa ignoranza di cui la scrittrice accusa gli ipocriti cristiani: quella di chi ‘non sa leggere e comprendere le scritture’.
Forse vi chiederete cosa c’entra questo argomento con il tema di questa serie di post, LA BIBBIA:PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? Nel libro biblico dei Proverbi, al capitolo 16, verso 25, si legge: “Esiste una strada che all’uomo sembra giusta, ma alla fine porta alla morte”. Cosa intese dire l’ispirato scrittore del libro? Nient’altro che la maggioranza delle persone si preoccupa della giustizia solo nel contesto di ciò che ritiene retto dal proprio punto di vista, ignorando spesso anche i più elementari bisogni degli altri. La Bibbia le descrive in questo modo: “hanno zelo per Dio, ma non secondo una conoscenza accurata, perché, non conoscendo la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). Tali persone in genere appoggiano solo a parole le leggi e le norme del paese in cui vivono ma cercano di aggirarle ogni qualvolta sia possibile a favore dei propri interessi, con il risultato di una società divisa, confusa e perplessa mentre per il bene comune, per la pace e la sicurezza dell’intera famiglia umana, abbiamo urgente bisogno di una legge o di una norma giusta e retta che sia accettata e rispettata da tutti. Ma nessuna legge o norma proposta da un uomo, per quanto sia intelligente o sincero, ha potuto soddisfare tale bisogno perché, come è ancora scritto: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi”, perché “non c’è nessun giusto, nemmeno uno; non c’è nessuno che sia saggio” sulla terra, “perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Geremia 10:23; Romani 3:10,23).
Pertanto, per trovare una norma che sia accettabile e utile per tutti dobbiamo rivolgerci a qualcuno che trascenda i confini razziali, culturali e politici e che non sia ostacolato dalla scarsa lungimiranza e dalla fragilità umana. Senza dubbio l’unico a essere qualificato è l’onnipotente Creatore, Geova Dio, che dichiara: “come i cieli sono più alti della terra, così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri dei vostri pensieri” (Isaia 55:9). Egli viene anche descritto come “un Dio di fedeltà che non è mai ingiusto; egli è giusto e retto” (Deuteronomio 32:4). Ma quali garanzie abbiamo che esiste una giustizia di Dio e che questa è superiore a qualsiasi norma o regola umana?
quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge?” – Deuteronomio 4:8
La storia, non solo biblica, attesta che nell’antichità Geova Dio scelse un popolo tra tutti quelli che erano sulla terra, la nazione di Israele discesa dai patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe, con il quale potesse stabilire un modello di governo basato sulla giustizia e sul diritto. Questo popolo era sottoposto a dura schiavitù dalla potenza mondiale allora dominante, l’Egitto. Dio lo liberò con la sua potenza e lo portò attraverso il deserto a risiedere in terra di Canaan in base a un’antica promessa fatta al suo capostipite (cfr. Genesi 15:18-20 *). Subito dopo la liberazione, si pose la questione del governo della nazione. Come sarebbe stata governata?
Mentre gli israeliti erano accampati ai piedi del Sinai, Dio rivolse loro queste parole: “Voi stessi avete visto quello che ho fatto agli egiziani per portarvi su ali d’aquila e condurvi da me. Ora, se ubbidirete scrupolosamente alla mia voce e rispetterete il mio patto, diventerete fra tutti i popoli la mia speciale proprietà; l’intera terra infatti appartiene a me. Voi diventerete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Come risposta  tutto il popolo disse: “Siamo pronti a fare tutto quello che Geova ha detto” (Esodo 19:4-6,8). Fu così costituita una teocrazia, Geova Dio stesso sarebbe stato il loro Governante e Legislatore, nonché il loro Giudice supremo (cfr. Isaia 33:22). A questo scopo diede agli israeliti un codice giuridico e stabilì su di essi uomini fidati che ne garantissero l’osservanza.
Quel codice era il più completo codice di leggi posseduto da qualsiasi nazione antica, e non faceva alcuna distinzione fra legge civile e legge penale, entrambe si fondevano con le leggi morali e religiose. I Dieci Comandamenti ne costituivano l’ossatura; a questi furono aggiunti altri 600 circa fra leggi, statuti, regolamenti e decisioni giudiziarie con i quali regolava nei minimi particolari i rapporti dell’uomo con Dio e con il prossimo. Questo fatto è davvero eccezionale se si fa il raffronto con codici moderni che sono costituiti da migliaia di leggi; solo per fare un esempio, alla fine del XX secolo le leggi federali degli Stati Uniti riempivano oltre 150.000 pagine di codici e ogni due anni si aggiungono circa 600 altre leggi. Quindi in termini di voluminosità, la montagna di leggi umane fa apparire minuscola la Legge di Dio, eppure quel codice guidava gli israeliti in aspetti della vita che le leggi moderne non prendono neanche in considerazione. Roland Guérin de Vaux, un sacerdote domenicano che diresse l’Ecole Biblique, una scuola teologica cattolica francese a Gerusalemme, e apprezzato biblista, nel suo libro Institutions de l’Ancien Testament (Le Istituzioni dell’Antico Testamento) ha scritto al riguardo: “La legge israelitica, nonostante tutte le rassomiglianze di forma e di contenuto, differisce fondamentalmente dalle clausole dei ‘trattati’ e dagli articoli dei ‘codici’ orientali: è una legge religiosa … Nessun codice orientale è paragonabile con la legge israelitica, riferita tutta intera a Dio come a suo autore. Se contiene e mescola spesso prescrizioni etiche e rituali, è perché riguarda tutto il campo dell’Alleanza divina, la quale regola non soltanto i rapporti degli uomini con Dio, ma anche quelli degli uomini tra di loro”. Non c’è quindi da meravigliarsi se Mosè, il mediatore e primo garante dell’osservanza di quel patto tra Geova Dio e gli israeliti, dicesse ai suoi connazionali: “quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge che oggi metto davanti a voi?”  (Deuteronomio 4:8).
Devi scegliere tra il popolo uomini capaci che temono Dio” – Esodo 18:21
Gli uomini incaricati di far rispettare quel codice dalla popolazione erano scelti sotto la guida di Dio e il criterio seguito nella scelta era quello stabilito mentre la nazione era in cammino attraverso il deserto, cioè: “uomini capaci che temono Dio, uomini fidati che odiano il guadagno disonesto” (Esodo 18:21). Da questi uomini Dio pretendeva saggezza e discrezione, onestà e imparzialità di giudizio, comandando loro: “dovete giudicare con giustizia fra un uomo e suo fratello o uno straniero residente. Non dovete essere parziali nel giudizio. Dovete udire il piccolo come il grande. Non vi dovete far intimidire dagli uomini” (Deuteronomio 1:16,17); “Non devi pervertire la giustizia, né essere parziale o farti corrompere con regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e distorce le parole dei giusti.Il tuo obiettivo devessere solo e soltanto la giustizia” (Deuteronomio 16:19,20); “Non devi maltrattare né opprimere lo straniero residente … e devi amarlo come te stesso, perché anche voi avete risieduto da stranieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22:21; Levitico 19:34); “Non devi fare preferenze per il povero né riservare un trattamento di favore al ricco” (Levitico 19:15). Dio diede loro anche questo monito: “State attenti a quello che fate, perché non giudicate per l’uomo ma per Geova; ed egli è con voi quando emettete un giudizio. Ora il timore di Geova sia su di voi. State attenti a come agite, perché presso Geova nostro Dio non c’è ingiustizia, né parzialità, né corruzione” (2Cronache 19:6,7).
Anche quando, durante la vita dell’ultimo giudice, Samuele, in Israele ci fu una crisi di governo perché gli israeliti, influenzati dalle nazioni nemiche circonvicine, tutte governate da re, pensarono di aver bisogno anch’essi di un re umano, Geova non abbandonò il suo progetto di giustizia teocratica. Pur acconsentendo alla richiesta del popolo, scelse personalmente i loro re. Di questi, infatti, sta scritto che sedevano “sul trono di Geova in Israele” (cfr. 1Cronache 29:23). Essi erano ancora soggetti  alla più alta volontà e alla direttiva governativa del vero Sovrano dello stato, il loro Dio, Geova. Affinché ciascuno di essi se lo ricordasse, Dio diede loro questo comando: “Quando si insedia sul trono del suo regno, deve copiare per sé in un libro questa Legge custodita dai sacerdoti levitici. Deve tenerla con sé e leggerla tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere Geova suo Dio e a osservare tutte le parole di questa Legge e queste norme mettendole in pratica.Così il suo cuore non si esalterà al di sopra dei suoi fratelli e lui non devierà da questi comandamenti né a destra né a sinistra, in modo da rimanere a lungo a capo del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele” (Deuteronomio 17:19,20). Sì, Geova voleva che coloro che avevano l’autorità di giudicare nella sua teocrazia non si esaltassero né deviassero dalle sue giuste norme ma che le loro azioni fossero sempre conformi alla sua Legge.
Mi preme ora esaminare due aspetti emblematici che attestano come quella Legge era migliore di qualsiasi altra norma che gli uomini si sono dati nei secoli: uno nel campo della pace e della giustizia sociale, l’altro relativo alla giustizia penale. Riguardano, peraltro, due argomenti di grande attualità e, oltre a esaltare la superiorità della giustizia divina su quella umana, dimostrano come la Bibbia, che contiene quel codice, si può inconfutabilmente considerare “Parola di Dio” e non dell’uomo!
Il paese dev’essere ripartito … in proporzione al numero dei registrati” – Numeri 26:53-56
La disuguaglianza sociale e la povertà sono sempre state un problema devastante per l’intera società umana. Nel corso della sua storia hanno sempre causato terribili problemi: ribellioni, sommosse, guerre, forti immigrazioni, aumento della delinquenza, analfabetismo, fame, malattie, mortalità infantile e altre nefandezze del genere. Secondo dati UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) e WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), oggi circa 2 miliardi di persone vivono in condizione di “povertà estrema”, tra questi circa 600 milioni di bambini. Lo scorso anno 6,9 milioni di bambini sotto i 5 anni, circa 800 ogni ora, sono morti in tutto il mondo per cause connesse con la povertà (malnutrizione, scarsità di cure, ecc.). Nonostante i continui sforzi internazionali per assistere le vittime, la situazione è in continuo peggioramento. Questo perché la causa principale di questi problemi, cioè la tendenza della gente, in particolare di quella appartenente alle classi più agiate, e dei governi a favorire e proteggere i propri interessi, è talmente insita nella natura umana da annullare ogni coscienzioso sforzo fatto al riguardo, quindi il risultato, come scrisse sotto ispirazione divina il saggio re Salomone, è che “l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno” (Ecclesiaste 8:9).
L’antico Israele non fu immune da questi problemi. Dio infatti previde che, a causa dell’egoismo esistente in questo mondo, molti israeliti sarebbero divenuti poveri, mentre alcuni si sarebbero arricchiti e avrebbero voluto egoisticamente conservare le loro ricchezze a spese dei loro connazionali. Perciò comandò loro: “i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò ti do questo comandamento, e ti dico: ‘Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese’” (Deuteronomio 15:7-11). Come, quindi, Geova Dio affrontò il problema in qualità di governante e legislatore,?
Quando gli israeliti arrivarono nel paese di Canaan Egli diede a Mosè queste istruzioni: “Il paese dev’essere ripartito tra loro come eredità in proporzione al numero dei nomi elencati.Ai gruppi più grandi devi aumentare leredità e ai gruppi più piccoli devi ridurla. A ciascun gruppo devessere data leredità in proporzione al numero dei registrati.In ogni caso, il paese devessere ripartito a sorte. Riceveranno l’eredità secondo i nomi delle tribù dei loro padri.Ogni eredità sarà determinata a sorte e ripartita tra i gruppi più grandi e quelli più piccoli” (Numeri 26:53-56). Dunque a ciascuna delle 12 tribù che costituivano la nazione venne assegnato, a sorte, un territorio la cui espansione era adeguata al numero dei suoi componenti. Nel libro di Giosuè, nei capitoli da 13 a 21, potete leggere tutti i particolari di tale ripartizione. Alla fine Dio stabilì anche questo vincolo legale: “Nessuna eredità degli israeliti deve passare da una tribù all’altra, perché gli israeliti devono tenersi stretta l’eredità della tribù dei loro antenati.E ogni figlia che possieda uneredità tra le tribù dIsraele deve sposare un discendente della tribù di suo padre, così che gli israeliti restino in possesso dell’eredità dei loro antenati.Nessuna eredità deve passare da una tribù allaltra, perché le tribù dIsraele devono tenersi stretta la propria eredità” (Numeri 36:7-9). In questo modo si sarebbe evitato che gli appartenenti di una tribù potessero arricchirsi a danno di qualche altra tribù creando grandi latifondi che avrebbero minato l’unità della nazione e costretto la popolazione comune ad affollarsi nelle città.
Una volta definiti con precisione i confini delle tribù, si passò all’assegnazione, all’interno d’essi, degli appezzamenti di terra alle singole famiglie, cosa che non fu stabilita a sorte ma sotto la guida di un apposito comitato, composto dal Sommo Sacerdote, Eleazaro, da Giosuè, in qualità di rappresentante governativo di Dio, e dai capi principali delle 12 tribù (cfr. Numeri 34:16,29). Pertanto ogni singola famiglia ricevette un pezzo di terra atto a soddisfare le proprie necessità, la cui grandezza venne determinata in proporzione al numero dei componenti la famiglia, e ogni appezzamento venne delimitato da segnali di confine. Per legge fu quindi vietato qualsiasi spostamento dei segnali confine, chiunque l’avesse fatto sarebbe stato maledetto (cfr. Deuteronomio 19:14; 27;17).
il 50o anno … diventerà per voi un Giubileo: ognuno tornerà alla sua proprietà … alla sua famiglia” – Levitico 25:10
Poteva però accadere che a causa di rovesci finanziari un uomo era costretto a vendere la sua eredità terriera per pagare i debiti, oppure, a motivo di questi, una famiglia o qualche familiare doveva essere venduto schiavo a un vicino più prospero. Come fece Dio a controllare questa tendenza verso il dissesto familiare e nazionale? Nella sua Legge Geova decretò questo fondamentale princìpio: “La terra non si dovrà vendere su base permanente, perché la terra è mia. Infatti, dal mio punto di vista voi siete stranieri residenti e forestieri” (Levitico 25:23). Pertanto stabilì ciò che fu chiamato Giubileo, o anno del Giubileo che veniva celebrato ogni 50 anni (cfr. Levitico 25:10). Cosa accadeva quell’anno? Il decreto diceva “Se tuo fratello che vive accanto a te diventa povero e deve vendersi a te, non devi costringerlo a lavorare come schiavo.Devessere trattato come un lavoratore salariato, come un forestiero. Dovrà servire presso di te fino allanno del Giubileo.Allora ti lascerà, lui e i suoi figli con lui, e tornerà dalla sua famiglia. Dovrà tornare alla proprietà dei suoi antenati”. Perciò nell’anno del Giubileo ciascun uomo rientrava in possesso della sua eredità. La terra gli era restituita gratis e tutti gli ebrei che si erano venduti come schiavi erano liberati perché si ristabilissero nella parte di terra data loro da Dio (Levitico 25:28, 39-41).
La restituzione delle eredità terriere non era affatto un’ingiustizia verso quelli che le avevano acquistate né significava mostrare parzialità a favore dei poveri. La Legge di Dio infatti stabiliva una scala di valori fondiari calcolati in base al numero di anni rimasti fino al Giubileo (cfr. Levitico 25:15,16). Chi comprava la terra, quindi, pagava il suo uso e il valore dei raccolti fino al Giubileo e quando questo arrivava restituiva la terra al suo proprietario originale, in questo modo non perdeva nulla. Pertanto, grazie alla disposizione giubilare, i valori delle proprietà rimanevano stabili. Non c’era inflazione né c’erano le classi estremamente ricche e quelle estremamente povere. Nessuna famiglia restava povera in perpetuo. A ogni uomo, e a ogni famiglia, era accordata la giusta dignità umana.
In quanto alla terra stessa, poi, il Giubileo doveva essere un anno di riposo per essa. La Legge disponeva che ogni settimo anno era un anno sabatico per la terra, durante il quale doveva restare incolta. Così il quarantanovesimo anno era un anno sabatico, ma in aggiunta ad esso il cinquantesimo anno era altresì un anno sabatico per la terra, cosicché essa aveva un altro anno per riprendere vita (cfr. Numeri 25:1-12). In questo modo, non solo gl’israeliti avevano l’opportunità di rimettersi materialmente e ricominciare a vivere su nuove basi, in possesso della proprietà e allo stesso livello con i loro simili, ma anche la terra aveva l’opportunità di riprendere la sua forza produttiva. L’intera disposizione venne accettata da tutta la nazione perché risultò giusta e misericordiosa ed evitò qualsiasi violenta rivoluzione e spargimento di sangue per poter stabilire la pace e la giustizia sociale. Il corno del Giubileo diede quindi squilli di pace e di gioia in tutto il paese.

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La Legge data da Dio a Israele richiedeva una sicura applicazione della giustizia, ma prevedeva anche di mostrare compassione a quelli che erano nel bisogno. Ogni sette anni, nell’anno sabatico, tutti i debiti venivano annullati, perciò era anche chiamato “l’anno della remissione” o “del condono” (cfr. Deuteronomio 15:1,2). Inoltre, come sopra descritto,  nell’anno del Giubileo (il cinquantesimo) tutti i terreni ereditari che erano stati venduti venivano restituiti ai legittimi proprietari (cfr. Levitico 25:13), così anche se un uomo sperperava le sue sostanze, i suoi discendenti non perdevano per sempre l’eredità e questo dava stabilità all’intera nazione. I poveri erano ulteriormente tutelati dal provvedimento della “spigolatura”. In cosa consisteva?
non devi raccogliere la spigolatura della tua messe” – Levitico 19:9
La disposizione giubilare, però, non sempre venne osservata dalla popolazione. Israele si comportò spesso come “un popolo di collo duro”, come “una generazione ostinata e ribelle, una generazione dal cuore instabile e dallo spirito infedele a Dio”, restìo ad osservare quella Legge perfetta (cfr. Deuteronomio 9:13; Salmo 78:8). Come conseguenza la disuguaglianza e la povertà crebbero in mezzo alla nazione, tuttavia nella sua Legge Geova aveva stabilito un principio a salvaguardia del benessere dei singoli individui che ne sarebbero divenuti vittime. In Levitico 19:9,10 si legge: “quando mietete la messe della vostra terra, non devi mietere completamente l’orlo del tuo campo, e non devi raccogliere la spigolatura della tua messe. Inoltre non devi radunare i racimoli della tua vigna, e non devi raccogliere l’uva sparsa della tua vigna. Li devi lasciare per l’afflitto e per il residente forestiero”. Quindi, quando un agricoltore israelita raccoglieva la messe o i frutti del suo campo doveva permettere ai bisognosi di raccogliere quello che i mietitori lasciavano. Egli non doveva mietere i campi fino all’orlo né tornare a racimolare l’uva dopo la vendemmia o a raccogliere le olive rimaste sui rami dopo la bacchiatura né tornare a prendere i covoni di grano lasciati inavvertitamente nei campi (cfr. anche Deuteronomio 24:19)..
Questa era una disposizione amorevole a favore dei poveri, dei residenti forestieri, degli orfani e delle vedove. Ma ne beneficiava l’intera società israelita in quanto stimolava chi vi ricorreva a coltivare uno spirito operoso, perché la spigolatura era un lavoro duro in quanto obbligava a lavorare ore e ore sotto il sole per raccogliere il cibo per il giorno. Faceva sì che i poveri non soffrissero la fame e non diventassero un peso per la comunità e risparmiava loro l’umiliazione di dover mendicare o fare affidamento sulle elemosine. Lasciava poi liberi gli israeliti di decidere quanto lasciare per i bisognosi, ad esempio quanto larghe dovevano essere le fasce non mietute ai bordi dei campi. In questo modo insegnava agli agricoltori ad avere compassione e considerazione per chi era in difficoltà, incoraggiava la generosità e dava loro l’opportunità di mostrare gratitudine al loro Dio e Provveditore di buoni raccolti perché, come era scritto: “chi mostra favore al povero … glorifica il suo Fattore” (cfr. Proverbi 14:31).
darete ai leviti sei città di rifugio … perché vi fugga l’omicida” – Numeri 35:6
Quando gli israeliti arrivarono in Canaan Dio diede loro anche questo comando: “Dovete scegliere città facilmente raggiungibili perché servano da città di rifugio, dove possa fuggire l’omicida che ha ucciso qualcuno involontariamente” (Numeri 35:11). Perché questo comando?
Geova Dio considera sacra la vita umana fin dal momento del suo concepimento (cfr. Salmo 139:13-16). Egli considera sacro anche il sangue perché è intimamente connesso con i processi vitali. In Levitico 17:14, infatti, si legge: “l’anima di ogni sorta di carne è il suo sangue mediante l’anima in esso”. Perciò all’inizio della storia umana decretò: “richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo” (Genesi 9:5,6). Quando diede la sua Legge ad Israele molto più esplicitamente comandò: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13). C’è qui da notare che nel testo ebraico il termine usato è tirtsàch, correttamente tradotto “assassinare”, e non il termine taharògh, che significa “uccidere”; sulla sostanziale differenza dei due termini un noto dizionario internazionale afferma: “Assassinare significa uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Webster’s Third New International Dictionary).
In nazioni diverse da Israele era concesso il diritto di asilo ad assassini e altri criminali che si rifugiavano in uno spazio sacro o presso una cosa sacra. Tanto per fare un esempio, avveniva nel tempio della dea Artemide nell’antica Efeso. Con la fine delle religioni pagane nel 4° e 5° secolo d.C., il diritto di asilo passò alle chiese del cristianesimo apostata, che lo collegava al potere d’intercessione riconosciuto ai vescovi. Ma fra gli israeliti gli assassini non potevano contare su nessun diritto d’asilo, l’omicida volontario doveva esser messo a morte in base al principio “vita per vita” (cfr. Levitico 24:17-20). Questo principio stabiliva l’equivalenza, o equilibrio, nelle questioni giudiziarie, in altre parole nelle cause penali la punizione doveva corrispondere al reato.  Comunque Dio riconosceva misericordiosamente che non tutti i reati erano intenzionali. Se un uomo uccideva qualcuno involontariamente, non doveva pagare vita per vita. A questo scopo, in tutto il paese erano state costituite le sei città, dette “di rifugio”, perché vi doveva “fuggire l’omicida che senza intenzione colpiva a morte un’anima” (cfr. Numeri 35:9-15). C’è da notare che questo provvedimento riguardava gli omicidi involontari commessi sia dagli israeliti per nascita, sia dai residenti forestieri in Israele o dagli avventizi di altre nazioni che dimoravano nel paese.
L’omicida involontario doveva fuggire in una di quelle città per evitare l’immediata vendetta da parte di un parente stretto della vittima. Una volta conseguita questa immunità temporanea, veniva riaccompagnato nel luogo dove era avvenuta l’uccisione per subire il processo davanti agli anziani che avevano giurisdizione su quel territorio. Se dimostrava la sua involontarietà gli veniva risparmiata la vita dopodiché veniva riaccompagnato alla città di rifugio dove doveva risiedere fino alla morte del Sommo Sacerdote (cfr. Numeri 35:25-28). Lì avrebbe dovuto imparare un mestiere, lavorare e fare qualcosa di utile per la comunità. In questo modo gli si rammentava che aveva causato la morte di qualcuno, che si era comportato con negligenza se non addirittura con indifferenza nei confronti di una vita umana provocandone la morte accidentale e che era stato trattato con misericordia, il che l’avrebbe spinto ad essere a sua volta misericordioso con gli altri.
Tale provvedimento impediva i giudizi sommari che consideravano l’omicida colpevole prima ancora del processo (cfr. Numeri 35:12). Le persone dovevano partire sempre dal presupposto che l’omicida fosse innocente dell’accusa di omicidio volontario e addirittura dovevano aiutarlo a mettersi in salvo durante la fuga verso la città di rifugio. Inoltre questo provvedimento era esattamente il contrario di ciò che si fa oggi rinchiudendo gli assassini o i delinquenti in prigioni e penitenziari, dove vengono mantenuti a spese della collettività e spesso peggiorano stando in compagnia di altri criminali. Il principio valeva per tutti i reati commessi: in Israele non c’erano prigioni munite di sbarre e mura di cinta dove i delinquenti erano mantenuti e sorvegliati a spese della comunità. Chi veniva preso a commettere un reato doveva lavorare, rendendosi utile al prossimo e, nella maggioranza dei casi, per risarcire la vittima del danno arrecato (cfr. Esodo 22:1-9).

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Nelle antiche nazioni pagane c’erano luoghi religiosamente sacri, come templi, altari, boschetti dove era provveduto asilo e protezione contro la punizione per qualche delitto. Sotto il manto della religione vi trovavano riparo ogni sorta di criminali. Il famoso tempio di Artemide (o Diana) ad Efeso era un luogo pagano di asilo o rifugio. Fra i Greci ed i Romani il numero di questi luoghi di rifugio si moltiplicò grandemente, ma si abusò del privilegio di asilo e ciò condusse a un grande aumento di criminali. Nel paese d’Israele le città di rifugio erano in numero limitato e non provvedevano asilo all’omicida volontario, ma soltanto a chi avesse ucciso involontariamente. Geova Dio aveva detto a quel popolo: “Se un uomo si infuria contro il suo prossimo e lo uccide intenzionalmente, devi metterlo a morte anche se dovesse rifugiarsi vicino al mio altare” (Esodo 21:14). Si, Dio non proteggeva i criminali volontari né con la sua legge né con le cose sacre della sua organizzazione. Ma se un uomo uccideva qualcuno o ne provocava la morte accidentalmente, involontariamente, senza alcuna premeditazione, poteva fuggire in una città di rifugio affinché la sua vita fosse risparmiata fino a che non fosse stato processato e non avesse dimostrato di non aver avuto alcuna intenzione di uccidere e nessun odio micidiale. Questo era un misericordioso provvedimento di Geova per aiutare l’omicida involontario a sfuggire dalla vendetta di qualche parente dell’ucciso. Un provvedimento generalmente recepito dalla popolazione che provava compassione per chi era inseguito dal vendicatore del sangue, perché tutti sapevano che a chiunque poteva capitare di commettere involontariamente un reato simile e di aver bisogno di rifugio e misericordia.  
In conclusione, la Legge di Dio si è dimostrata superiore a quella umana in quanto a sapienza ed equa applicazione della giustizia ed è stata una grande benedizione per Israele. Essa rifletteva la più grande qualità del suo Legislatore: l’amore. Nessun sistema giuridico, antico o moderno, ha mai previsto qualcosa del genere, ma quella Legge incoraggiava l’amore sopra ogni altra cosa. Gli israeliti dovevano mostrare questo amore non solo gli uni agli altri, ma anche ai residenti forestieri in mezzo a loro. Dovevano mostrare amore ai poveri e agli afflitti, assistendoli sul piano economico e non approfittando della loro condizione disagiata. Dovevano trattare con benignità e considerazione persino gli animali. Quella Legge divenne parte integrante della Bibbia attestandone l’ispirazione divina, come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Quale Dio e Creatore, avente per diritto sovranità su tutta la terra, e anche quale “Giudice di tutta la terra” (Genesi 18:25), Geova aveva assegnato il paese di Canaan alla discendenza di Abraamo (cfr. Genesi 12:5-7; 15:17-21). Detenendo in qualità di Sovrano il potere esecutivo, Dio ordinò agli israeliti di procedere all’esproprio coatto del territorio occupato dai condannati cananei e all’esecuzione della condanna a morte da lui pronunciata contro di loro a motivo della loro irrecuperabile malvagità che li rese responsabili di azioni orribili, tra cui incesto, omosessualità, bestialità, sacrifici di bambini e grave idolatria (cfr. Levitico 18:221-25; Deuteronomio 9:1-5).

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVII

“PER GEOVA UN GIORNO È COME MILLE ANNI”

2Pietro 3:8

Anteprima
Circa 2.000 anni fa un apostolo cristiano, Paolo, scrisse, sotto ispirazione divina, ad un zelante giovane queste parole: “custodisci quello che ti è stato affidato, evitando i discorsi vuoti che violano ciò che è santo e le contraddizioni di quella che è falsamente chiamata “conoscenza”. Per ostentare tale conoscenza alcuni hanno deviato dalla fede” (1Timoteo 6:20,21). Perché l’apostolo sentì la necessità di fare questa raccomandazione? In quel tempo la cultura era dominata dalla filosofia greca. Socrate, Platone e Aristotele aveva fatto numerosi discepoli e molti di essi si consideravano persone istruite e intellettualmente superiori alla maggioranza dei cristiani. Di conseguenza l’èlite intellettuale dell’epoca pensava che ciò che i cristiani credevano fosse semplice “stoltezza” o, come dice un’altra traduzione, “assurdo” (cfr. 1Corinti 1:23, PdS). A questa iniziavano ad associarsi alcuni cristiani apostati che per avidità e per amore del prestigio personale tentavano di introdurre nella chiesa cristiana propri concetti e dogmi di natura filosofica che distorcevano le verità rivelate nella Parola di Dio (cfr. Romani 16:17,18; 2Pietro 2:1-3). Oggi viviamo in una situazione simile.  Da una parte abbiamo un gruppo di scienziati e docenti universitari che, spesso usando termini comprensibili solo agli ‘addetti ai lavori’, negano dogmaticamente l’esistenza di Dio. Di fronte ci sono esponenti religiosi altrettanto arroganti i quali, facendo appello alle emozioni con la loro retorica, propagandano teorie personali sulla creazione che nulla hanno a che vedere con il racconto biblico. Così si è alimentata l’impressione generale che sia difficile conciliare scienza e fede religiosa, la quale, nei migliori dei casi, ha spinto molte persone ragionevoli a lasciar perdere l’argomento e comunque ha gettato ombre sulla Bibbia quale fonte fidata di informazioni al riguardo.
Se però ci si prende la briga di esaminare i fatti si può notare che i contrasti tra i due campi, ad un attenta analisi risulta che spesso sono generati da intellettuali appartenenti a diverse discipline scientifiche i quali sostengono con foga che le persone intelligenti e istruite devono per forza accettare la teoria dell’evoluzione come un fatto, anche laddove esistono seri dubbi sulla sua validità scientifica, nonché da gruppi religiosi fondamentalisti che, con altrettanta veemenza, sostengono che la Bibbia insegna cose che invece non insegna affatto. Un esempio tipico di tale conflitto è la controversia in atto da oltre cent’anni fra coloro che credono nel processo evolutivo e quelli che invece sostengono il cosiddetto creazionismo, in particolare certi gruppi evangelici i quali, nel tentativo di contestare la validità scientifica di alcuni princìpi della teoria evoluzionistica, si sono spinti oltre ciò che è scritto nella Bibbia adottando una interpretazione letterale del suo racconto della creazione, in particolare relativamente alla durata dei giorni creativi, del tutto estranea ai fatti astronomici, fisici e geologici, provocando l’avversa reazione non solo del mondo scientifico ma anche di quello giuridico e sociale. Quale è stato il risultato di tutto ciò? I fondamentalisti religiosi hanno ottenuto il contrario di ciò che si proponevano mettendo in cattiva luce a motivo delle loro credenze settarie non solo il concetto di creazione ma l’intera Parola di Dio e allontanando da essa molte persone sincere. Però, è bene ribadirlo, non è la Bibbia in contrasto con la scienza ma una ristretta e fuorviata interpretazione della stessa da parte di chi, partendo da una prestabilita interpretazione settaria ha cercato prove da adattare alle proprie idee andando “oltre ciò che era scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).

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Giorni creativi 1

Una comune obiezione mossa contro l’accettazione del racconto biblico della creazione è l’idea che Dio facesse la terra in sei giorni di ventiquattro ore. Questa tesi è supportata da gruppi religiosi fondamentalisti, per lo più di estrazione evangelica, sulla base di una lettura letterale del racconto. Ma è questo che veramente insegna la Bibbia?
Tempo fa parlavo di religione con una giovane signora. Questi sono stati, più o meno, i termini della nostra conversazione: “io sono Testimone di Geova e lei?”, “io sono pastafariana”, “eh!? … vuol dire rastafariana? (un movimento politico-religioso popolare soprattutto in Giamaica che predica il ritorno nella terra d’origine dei negri deportati in America e la fine della dominazione dei bianchi)”, “no, no, pastafariana”, …. “ammetto la mia ignoranza, mai sentita nominare … chi è il vostro dio?”, “il nostro dio è un piatto tradizionale americano, gli spaghetti con le polpette”, “noooooo dai … mi sta prendendo in giro!”, “per niente! … la mia è una vera e propria religione, si informi meglio”. Beh! … anche se non proprio convinto, la mia curiosità era tanta! Così tornato a casa mi sono messo davanti al PC, ho digitato il termine “pastafariano” e cosa è uscito fuori? In sintesi, questo:
“Il pastafarianesimo (Flying Spaghetti Monsterism o Pastafarianism in inglese) è una religione fondata da Bobby Henderson, laureatosi in fisica all’Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze come un’alternativa alla teoria dell’evoluzione … In una lettera aperta inviata al Kansas State Board of Education, Henderson professò di credere in un creatore sovrannaturale molto somigliante a degli spaghetti con le polpette … Sostenne anche che la sua teoria era altrettanto valida quanto quella del disegno intelligente e chiese che le venissero dedicate un numero pari di ore di lezione in classe … spiegò che poiché il movimento a sostegno del disegno intelligente utilizza riferimenti ambigui a un non meglio precisato “progettista intelligente”, ogni entità concepibile poteva rivestire questo ruolo” (https://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo).
Ecco che viene fuori la questione del creazionismo! Nel post precedente ho esaminato come una errata, letterale interpretazione delle Sacre Scritture da parte delle gerarchie della Chiesa Cattolica ha allontanato tanti persone, di scienza e non, dalla Parola di Dio, come è accaduto con il caso di Galileo Galilei, condannato dalla Chiesa perché sosteneva, e a ragione, l’eliocentrismo Copernicano invece del sistema geocentrico Aristotelico-Tolemaico. Ora mi preme esaminare e provare come lo stesso errore, fatto dal fondamentalismo evangelico, ha dato vita ad uno scetticismo e a una contestazione parodistica delle immutabili e fondate verità espresse nella Bibbia dal suo divino Autore.
Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati” – Genesi 2:4
Cos’è il creazionismo contestato da Bobby Henderson ed altri uomini di scienza?
Nel 1982 presso la corte federale di Little Rock, nell’Arkansas (USA) si celebrò un processo che aveva come punto di discussione una legge dello stato in virtù della quale la “scienza della creazione” doveva essere insegnata nelle scuole pubbliche insieme all’evoluzione. Quella legge era supportata e difesa da teologi di varie confessioni evangeliche, insegnanti, diversi scienziati e politici che costituivano quel movimento politico-religioso definito “Maggioranza Morale”, nonché dal Procuratore Generale dello stato; contro aveva altri scienziati e l’Unione Americana per le Libertà Civili. Cosa sostenevano i fautori del creazionismo? In sintesi affermavano che vi erano limiti ai cambiamenti entro le specie di organismi viventi creati in origine, e che le mutazioni e la selezione naturale (i paletti della teoria evoluzionistica darwiniana) non erano sufficienti per cambiare una specie in un’altra. Sostenevano anche che la terra e tutte le cose viventi su di essa sono il risultato di un recente atto creativo, e che tutti gli strati geologici con i loro fossili derivano da un unico Diluvio universale. Nonostante fossero stati particolarmente attenti nell’omettere, nel testo della legge, qualsiasi riferimento a Dio o alla Bibbia per superare gli impedimenti costituzionali all’insegnamento della religione nelle scuole (cosa, purtroppo, totalmente disattesa nel nostro paese), i loro scritti e le testimonianze presentate al processo di Little Rock rivelavano che la creazione e il Diluvio a cui ci si riferiva erano quelli descritti nel libro biblico di Genesi (cfr. Genesi capitoli 1,2,6-8). Inoltre, sebbene il tempo della creazione non era specificamente indicato nella legge, hanno ammesso che il termine “recente” usato in riferimento all’atto creativo significava forse 6.000 anni fa, comunque non più di 10.000.
Quest’ultimo aspetto fu determinante per l’esito del processo. La dottrina che la terra e perfino l’universo abbiano meno di 10.000 anni, infatti, contraddice tutte le scoperte della scienza moderna ed è così lontana dalla verità da attirarsi le critiche della maggioranza degli scienziati. Ad esempio, i geologi hanno dimostrato con le loro misurazioni che i processi geologici si estendono molto al di là di questo ristretto periodo di tempo essendo quantificati in milioni di anni. Gli astronomi hanno calcolato che le distanze tra stelle e galassie sono così immense che perfino la loro luce, che viaggia a 300.000 chilometri al secondo, impiega miliardi di anni per giungere ai loro telescopi, pertanto devono esistere da molto più tempo dei 10.000 anni stimati dai creazionisti.
I fisici, per contro, citano elementi radioattivi presenti in natura, come l’uranio e il torio, la cui vita viene calcolata in miliardi di anni. Questi fatti e tanti altri hanno convinto il giudice del processo che la “scienza della creazione”, così com’era definita nella legge su cui si dibatteva, non aveva i requisiti per essere considerata alla stessa stregua dell’evoluzione e che i fautori del creazionismo erano partiti da una interpretazione settaria del racconto creativo contenuto nel libro biblico di Genesi, cercando poi le prove per sostenerla. Pertanto quella legge venne considerata solo uno sconsiderato tentativo di introdurre le loro idee sulla creazione nel programma delle scuole pubbliche e venne dichiarata anticostituzionale.
Sorge a questo punto una domanda importante per tutti quelli che esercitano fece in un Creatore: il fallimento del creazionismo significa che la creazione è solo un’invenzione? Significa che la Bibbia non è attendibile nel suo racconto creativo?
In principio Dio creò i cieli e la terra” – Genesi 1:1
Un esame delle testimonianze rese in tribunale rende evidente che le prove scientifiche a favore della creazione in realtà non furono poste a chiaro confronto con l’evoluzione. Sono state invece messe da parte a causa di scontri su questioni secondarie, e in particolare su i due dogmi del creazionismo che erano stati codificati nella legge, cioè: 1) che la creazione abbia avuto luogo solo alcune migliaia di anni fa; 2) che tutti gli strati geologici siano stati formati dal Diluvio biblico. Nessuno di questi dogmi è veramente determinante ai fini della questione centrale se gli organismi viventi siano stati creati o no. Sono semplici dottrine accettate dai seguaci di alcune chiese, in particolare dagli avventisti del settimo giorno, che costituirono il nucleo del gruppo che appoggiò la legge. Pertanto, quando queste credenze settarie vennero incorporate nella legge come qualcosa da insegnare obbligatoriamente nelle scuole pubbliche americane, quella legge venne condannata a essere dichiarata incostituzionale.
Ogni studioso della Bibbia ben informato sa bene che essa dice chiaramente che i cieli e la terra e tutto ciò che è in essi furono creati da Dio, ma non dice quando quelle cose furono create. Al processo, invece, tutti quelli che testimoniarono a difesa della legge credevano che i sei giorni creativi narrati nella Genesi erano compresi in un periodo di 144 ore (6g x 24h) in base ad un insegnamento fondamentalista che perfino la scienza del diciassettesimo secolo non aveva mai contestato. Tuttavia tale insegnamento non ha retto allo sviluppo della ricerca scientifica. Per di più, la Bibbia non sostiene affatto tale insegnamento!
Il primo versetto di Genesi, infatti, dice semplicemente: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. Stop! … non vengono indicati limiti temporali in questa dichiarazione. Poi al successivo versetto due afferma: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque”. Anche qui nessuna indicazione temporale. Solo ai successivi versetti 3-5 si comincia a parlare dell’attività del primo giorno creativo. Perciò, indipendentemente da quanto sono lunghi i giorni creativi, i versetti 1 e 2 descrivono cose che erano già state fatte che non rientrano nel periodo di tempo che abbraccia i giorni creativi. In altre parole l’incipit di Genesi dimostra che l’universo, incluso il pianeta Terra, esisteva già da tempo imprecisato prima che avessero inizio i giorni creativi. Quindi, se i geologi affermano che la terra ha 4 miliardi di anni, o gli astronomi vogliono attribuire all’universo 20 miliardi di anni, un serio studioso della Bibbia non ha nulla da eccepire al riguardo, è del tutto possibile e non contrasta con il racconto della Bibbia la quale semplicemente non indica il tempo di quegli avvenimenti. E che dire dell’età e dell’origine degli strati geologici? Tutte le tesi dei creazionisti su questo soggetto che furono sottoposte ad esame critico durante il processo hanno avuto origine dal desiderio di conciliare l’esistenza degli strati geologici e dei fossili in essi contenuti, inclusi quelli dei dinosauri, con la loro pretesa che la terra aveva un’età compresa fra i sei e i diecimila anni. Ma, ancora, la Bibbia non dice assolutamente nulla sulla formazione degli strati sedimentari, se avvenisse al tempo del Diluvio o prima, pertanto l’interpretazione dei creazionisti era soltanto una forzatura che andava “oltre ciò che è scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).
Quale conclusione ispira l’esame del conflitto sorto tra scienziati e creazionisti?

Giorni creativi 2

In principio Dio creò i cieli e la terra
Quando fu questo “principio”? La Bibbia non lo dice! … 4 miliardi di anni fa, come affermano i geologi? … o 20 miliardi di anni fa, come sostengono gli astronomi? … è del tutto possibile! … tutto quello che il racconto biblico rivela, prima di iniziare a descrivere la creazione di Dio relativamente al nostro pianeta, è riassunto in queste semplici parole: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque” (Genesi 1:2). Chi cerca di stabilire limiti di tempo a questo racconto va “oltre ciò che è scritto”.
per Geova un giorno è come mille anni” – 2Pietro 3:8
La ricerca della verità sia in campo religioso che in quello scientifico deve basarsi su fatti e non su semplici teorie. Per conciliare la scienza e la Bibbia dobbiamo lasciare che siano i fatti a parlare, evitando congetture e supposizioni, ed esaminare come ciascun fatto è in armonia con gli altri e completa il quadro generale. Ad esempio, tanto per tornare con qualche particolare in più all’argomento sopra citato, quando la Bibbia parla di giorni, intende sempre giorni letterali di 24 ore? La parola giorno usata nelle Sacre Scritture deriva dal termine ebraico yohm o dal termine greco hemèra. Questi termini vengono usati sia in senso letterale che in senso figurato o anche simbolico, il contesto biblico permette di capire in che senso si deve intendere la parola “giorno”. Esaminiamone alcuni esempi:
Genesi 1:14: “Dio disse: “Ci siano fonti di luce nell’ampio spazio del cielo per separare il giorno dalla notte”. Come è noto, la terra compie una rotazione completa intorno al proprio asse in un periodo di 24 ore. Questo è il “giorno” letterale e consta di un periodo diurno e uno notturno. Comunque, il periodo di luce del giorno stesso, di circa 12 ore, è pure chiamato “giorno”, come è ancora scritto “Dio … chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”” (Genesi 1:5).
Genesi 2:4: “Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno in cui Geova Dio fece la terra e il cielo”. In questo caso si parla di tutti e sei i giorni creativi come di un solo “giorno”.
Salmo 90:4: “Mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri che è passato” – 2Pietro 3:8 : “non sfugga alla vostra attenzione, miei cari, che per Geova un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno”. Il concetto che Dio ha del tempo è molto diverso dal nostro. Per un uomo 1.000 anni rappresentano 365.242 singole unità di tempo di 24 ore costituite dall’alternarsi del giorno e della notte, ma per il Creatore sono un unico periodo di tempo ininterrotto paragonato a un “giorno” in cui egli comincia a svolgere una determinata attività e la porta a felice conclusione, come un uomo inizia un lavoro la mattina e lo termina alla fine della giornata.
Isaia 49:8: “Questo è ciò che Geova dice: “In un tempo di favore ti ho risposto, e in un giorno di salvezza ti ho aiutato”. Queste parole profetiche trovano il loro adempimento dalla venuta del Messia fino ai nostri giorni. Il termine “giorno” si riferisce a un periodo di migliaia di anni durante il quale Geova Dio mostra il suo favore a tutti coloro che divengono discepoli di Cristo (cfr. 2Corinti 6:2).
Zaccaria 14:8: “Quel giorno sgorgheranno da Gerusalemme acque vive, metà verso il mare orientale e metà verso il mare occidentale. Accadrà d’estate e d’inverno”. Anche qui il termine “giorno” indica un periodo di tempo più lungo di 24 ore, corrispondente al trascorrere delle stagioni, come l’estate e l’inverno.
Matteo 10:15; 11:22,24 : “In verità vi dico: nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma e Gomorra che per quella città”; “Ma vi dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per Tiro e Sidóne che per voi … Ma ti dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma che per te”. Atti 17:31: “Ha infatti stabilito un giorno in cui si propone di giudicare la terra abitata con giustizia mediante un uomo da lui designato, e ne ha dato garanzia a tutti risuscitandolo dai morti”. Come si evince il giudice costituito da Dio è Gesù Cristo. Inoltre Geova Dio ha stabilito di affiancare a Cristo degli uomini in qualità di giudici, come è anche scritto: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? … Non sapete che noi giudicheremo gli angeli?” (1Corinti 6:2,3). Riguardo a questi è ancora scritto: “Poi vidi dei troni, e a quelli che vi sedevano fu data l’autorità di giudicare … Vennero alla vita e regnarono con il Cristo per 1.000 anni” (Rivelazione o Apocalisse 20:4). Il Giorno del Giudizio, quindi, non è un giorno letterale di 24 ore ma abbraccia un periodo di 1.000 anni.
nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere” – Ebrei 4:6
C’è infine un’altra importante questione da considerare su questo argomento.
La settimana creativa descritta nel capitolo 1 di Genesi parla di sei giorni in cui Dio nel 1° giorno separò le tenebre dalla luce (cfr. vv. 3-5); nel 2° giorno creò il “cielo” o l’atmosfera terrestre (cfr. vv. 6-8); nel 3° giorno creò la verde vegetazione (cfr. vv. 9-13); nel 4° giorno fece in modo che i due “luminari” principali, il sole e la luna, già creati in precedenza (cfr. v. 1), divenissero visibili dalla terra (cfr.vv. 14-19); nel 5° giorno creò gli uccelli e le specie marine (cfr. vv. 20-23); nel 6° giorno creò gli animali terrestri e infine la specie umana, il primo uomo e la prima donna (cfr. vv. 24-31). Ma nel successivo capitolo 2 parla di un 7° giorno che conclude quella settimana. I versi 2 e 3 dicono infatti: “Il settimo giorno Dio aveva completato la sua opera, e nel settimo giorno iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro, perché in quel giorno iniziò a riposarsi da tutta la sua opera creativa, da tutto quello che si era proposto di fare”.
Che c’è di diverso rispetto agli altri sei giorni? … Avete notato? … Manca la frase conclusiva comune a tutti i giorni precedenti che ne indicava la fine, cioè: “E Dio vide che era buono. E si fece sera e si fece mattina e …”. Cosa ci aiuta a comprendere questo? … La mancanza di tali parole terminali sta ad indicare che il 7° “giorno” creativo non era ancora concluso al tempo in cui il profeta Mosè finì di scrivere il libro di Genesi, cioè circa 2.550 anni dopo l’inizio di quel giorno o nel 1473 a.C. Successivamente il re Davide, dopo altri 436 anni, o nel 1037 a.C., ricordando la mancanza di fede del popolo di Israele durante la sua peregrinazione verso la terra promessa, ispirato da Dio scrisse “i vostri antenati mi misero alla prova e mi sfidarono, pur avendo visto le mie opere … Così nella mia ira giurai: “Non entreranno nel mio riposo”” (Salmo 95:7-11; cfr. anche Ebrei 3:16-19). A quel tempo, quindi, il 7° giorno della settimana creativa ancora durava. Infine 10 secoli dopo, nel 61 d.C., l’apostolo cristiano Paolo venne divinamente ispirato a scrivere: “a proposito del settimo giorno, egli ha detto: “E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere”;e di nuovo: Non entreranno nel mio riposo. Siccome, dunque, alcuni devono ancora entrarvi, e quelli che per primi ricevettero la buona notizia non vi entrarono per disubbidienza… Quindi facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso esempio di disubbidienza” (Ebrei 4:6-11). Cosa si evince da queste parole? … Che il 7° “giorno”, che Dio aveva riservato affinché il suo proposito relativo alla terra e al genere umano si adempisse pienamente, era ancora in corso nel primo secolo d.C. ed era quindi urgente che i cristiani operassero in armonia con quel proposito anziché dedicarsi ad attività egoistiche se volevano goderne i benefici. E giacché le parole dell’apostolo Paolo si applicano anche agli odierni cristiani, ne consegue che Geova gode ancora del suo “giorno” di riposo dalla creazione fisica da quasi seimila anni.
Inoltre in Genesi 2:3 si legge che “Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro”. Ciò significa che Dio avrebbe dovuto ravvisare anche alla fine del 7° giorno “che era buono”. Ma questo fino ad oggi non lo ha potuto dire poiché a causa della ribellione della prima coppia umana il riposo di Dio è stato violato e il suo proposito per la terra non si è potuto realizzare. Per cui il 7° “giorno” continuerà ancora finché Dio, per mezzo del regno millenario di Cristo Gesù, “non avrà messo tutti i nemici sotto i suoi piedi” (1Corinti 15:24,25). Allora anche il 7° giorno sarà veramente santificato, poiché farà fiorire la pace e la giustizia su tutta la terra (cfr. Salmo 72:7,8; Isaia 9:7). È quindi evidente che, poiché il 7° giorno è parte integrante della settimana creativa, anche la durata di ciascuno degli altri sei giorni non può essere calcolata in un giorno di 24 ore ma è un periodo di tempo ancora più lungo, della durata di millenni.

Giorni creativi 3

Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro
Secondo la cronologia biblica Adamo fu creato nel 4026 a.C. mentre era ancora in corso il 6° giorno creativo. Poi, dopo un periodo di tempo non specificato, Dio creò la prima donna, Eva, perché fosse la moglie di Adamo, quindi finì il 6° giorno creativo (cfr. Genesi 1:24-31). A questo punto la Bibbia introduce un altro importante periodo di tempo dicendo che Dio “Il settimo giorno … iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto” (Genesi 2:2). Quindi Dio pronunciò una benedizione sul settimo “giorno” creativo (cfr. il v. 3) a garanzia che il suo proposito per la terra e per l’uomo si sarebbe realizzato in modo da poter dire anche alla fine di questo 7° giorno, come per gli altri sei, “che era buono”. Ci sarebbe voluto del tempo perché l’intera terra venisse soggiogata e trasformata in un paradiso abitato da una famiglia umana perfetta come Dio si era proposto (cfr. Genesi 1:28). Quanto sarebbe durato quel riposo? Circa 4.000 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo esortò i suoi fratelli in fece dicendo: “facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo” (Ebrei 4:11). Significa che a quel tempo il 7° giorno era ancora in corso. La ribellione del genere umano non mandò all’aria il proposito di Dio. Il suo giorno di riposo è tutt’ora in corso e non terminerà finché il proposito di Dio relativo al genere umano e alla terra non si sarà completamente realizzato alla fine del Regno millenario di Gesù Cristo che, per questo motivo, è chiamato il “Signore del sabato” (cfr. Matteo 6:8; Rivelazione o Apocalisse 20:1-6; 21:1-4).
Cosa risulta quindi da questa considerazione? … Nell’uso biblico il termine “giorno” indica un’unità di tempo di durata definita che può abbracciare sia un periodo di 24 ore oppure uno più lungo, corrispondente a una o più stagioni o anche a mille anni o a molti millenni, per cui i giorni creativi menzionati nella Bibbia possono benissimo essere durati migliaia d’anni ciascuno, e questo non contraddice affatto la scienza! Si, un attento e approfondito esame del racconto biblico della creazione e del contesto scritturale prova che la Bibbia è in perfetta armonia con le prove scientifiche fornite da astronomia, fisica e geologia. Pertanto i dogmi del creazionismo scientifico, di stampo evangelico, al pari con quelli della teoria dell’evoluzione pseudoscientifica, sono solo il frutto di speculazioni artefatte e preconcetti umani che nulla hanno a che vedere con i fatti. Ne consegue che la fede del cristiano nel racconto della creazione riportato in Genesi ha basi salde e non può essere scossa dalle attuali dispute religioso-scientifiche poiché, come è scritto, si basa sulla “chiara dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1). Qui il termine greco tradotto “chiara dimostrazione” è “èlegchos” che dà proprio l’idea di produrre prove che dimostrino qualcosa contrario alle apparenze. Nel nostro caso, le prove prodotte dal contesto scritturale confutano con fatti documentati ciò che è difficile a capirsi, come le tante sciocchezze sostenute dai fautori del creazionismo scientifico il cui unico e vero risultato è quello di aver allontanato molte persone da Dio e dalle verità rivelate nella sua Parola scritta.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVI

“NON C’È MAI STATO, NÉ PRIMA NÉ DOPO, UN GIORNO COME QUELLO”

 Giosuè 10:14

Anteprima
Molte persone, la maggioranza delle quali si dichiara anche ‘cristiana’, oggi sostengono che la Bibbia sia in contrasto con la scienza. Diversi uomini di scienza ritengono che conciliare scienza e religione sia impossibile. Dall’altra parte invece vi sono persone religiose che accusano la scienza di distruggere la fede. Molto spesso però, quando tra i due antagonisti è nato un conflitto, questo è sorto perché entrambe le parti hanno fatto asserzioni false o indimostrabili. Gli scienziati hanno avuto il torto di aver dato credito a teorie non provate, a volte frutto di pensieri filosofici, come quella del sistema geocentrico dell’universo, o, per arrivare a tempi più recenti, come quella dell’evoluzione della specie elaborata sempre su ipotesi, mai sui fatti documentati o dimostrabili. Dall’altra parte, per secoli i capi religiosi hanno insegnato leggende e dogmi errati che sono sia in contrasto con le scoperte della scienza moderna né, tantomeno, si basano sulla Scrittura ispirata. Un classico esempio è quello della Chiesa Cattolica che condannò Galileo Galilei, uno scienziato cattolico del XVI secolo, perché sosteneva, correttamente, che la terra ruota intorno al sole. Le affermazioni di Galileo non erano in alcun modo in contrasto con la Bibbia, ma erano in contrasto con ciò che la Chiesa insegnava a quel tempo andando oltre ciò che la Sacra Scrittura stessa diceva. Al tempo di Galileo quasi tutti credevano in Dio ed era anche pericoloso non crederci, poteva costare la vita. Così lo scienziato fu costretto ad abiurare. Col tempo però La Chiesa ha dovuto riconoscere i suoi errori e riabilitare Galileo. Questo è qualcosa su cui riflettere molto seriamente. Gli errori commessi in campo scientifico delle autorità ecclesiastiche, papi compresi a onta della loro presunta infallibilità, furono causati da una arrogante ed errata interpretazione dei testi biblici indotta dalla fusione del pensiero cristiano con la filosofia umana caldeggiata dai cosiddetti “Padri” della Chiesa. Purtroppo tali errori non hanno riguardato solo la scienza ma soprattutto la dottrina. Il sincretismo tra insegnamenti cristiani e filosofia umana ha annacquato la verità biblica, vanificandone la forza e la capacità di attirare le persone miti e sincere in cerca della verità. Inoltre ha contribuito a corrompere la cristallina purezza delle dottrine bibliche attraverso l’infiltrazione nell’insegnamento cristiano di dogmi e pratiche religiose di origine pagana, rendendo incerto il confine fra verità e falsità.

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IL VATICANO CANCELLA LA CONDANNA DI GALILEO”.

Con questo titolo si apriva la pagina della cultura del quotidiano italiano “la Repubblica” del 30 ottobre 1992. L’autore dell’articolo, il vaticanista Orazio La Rocca, iniziò il suo pezzo scrivendo:
“Dopo ben 359 anni, 4 mesi e 9 giorni Galileo Galilei torna ad essere nuovamente un “figlio legittimo” della Chiesa cattolica. Domani, infatti, il Vaticano cancellerà definitivamente la storica condanna “al silenzio” inflitta allo scienziato pisano il 22 giugno 1633 dal Sant’ Uffizio retto, a quel tempo, dal cardinale Roberto Bellarmino. Una condanna decisa nel vano tentativo di tappare la bocca al fondatore dell’astronomia e della fisica moderne, accusato di aver sposato quelle tesi copernicane che, in contrapposizione alle autorità ecclesiastiche di allora, sostenevano che è la Terra, insieme agli altri pianeti, a girare intorno al sole, e non viceversa. Galileo Galilei, come si sa, per salvarsi fu costretto a pronunciare la storica “abiura” davanti al tribunale vaticano, diventando automaticamente l’esempio tangibile di una delle più grandi ingiustizie perpetrate dalle autorità ecclesiastiche”.
Considerato da molti il “padre della scienza moderna”, Galileo Galilei era matematico, astronomo e fisico. A lui si devono importanti invenzioni che hanno dato un apporto fondamentale alla scienza, come il compasso geometrico, il cannocchiale, il termoscopio e il telescopio, grazie al quale scoprì che sulla Luna ci sono montagne e non era, come molti allora credevano, una sfera perfetta, che la Via Lattea è costituita da stelle, che il pianeta Giove ha dei satelliti nonché le fasi del pianeta Venere. Scoprendo corpi celesti fino ad allora mai osservati, Galileo si convinse di aver trovato una conferma della correttezza del sistema eliocentrico copernichiano. Ma i teologi dell’Inquisizione della Chiesa Cattolica avevano definito la tesi eliocentrica “filosoficamente stupida e assurda e formalmente eretica, in quanto contraddiceva in molti punti la dottrina della Sacra Scrittura sia nel senso letterale che nell’interpretazione unanime dei santi Padri e dei Dottori” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di Sergio Pagano, pubblicato da Archivio Segreto Vaticano nella collana Collectanea Archivi Vaticani, 1984). Perciò, nel 1633, lo scienziato fu chiamato a rispondere sulla sua tesi davanti al Tribunale dell’Inquisizione a Roma. Per ordine del papa Urbano VIII fu sottoposto a stringenti interrogatori e minacciato di tortura, quindi fu riconosciuto colpevole di “aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole … non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo”. Non volendo divenire un martire, Galileo fu costretto ad abiurare, perciò, dopo la lettura della sentenza, inginocchiato e vestito da penitente, dichiarò solennemente: “Abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie [le teorie copernicane], e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa” (Ferdinando Flora, Il processo di Galileo, Rizzoli, Milano, 1954).
Per i suddetti motivi, molti hanno concluso che questa vicenda è una prova dell’incompatibilità fra religione e scienza. Così nel corso dei secoli il “caso Galileo” ha allontanato molti dalla religione, facendo credere che essa sia per sua natura una minaccia al progresso scientifico. Le cose stanno realmente così?
Il sole rimase fermo in mezzo al cielo … per circa un giorno intero” – Giosuè 10:13
Il papa Urbano VIII e i teologi dell’Inquisizione romana avevano condannato la tesi copernicana avallata da Galileo asserendo che era contraria alla Bibbia. Essi si rifacevano basilarmente a quanto scritto nel libro biblico di Giosuè, al capitolo 10. Lì si narra che gli israeliti erano impegnati in battaglia contro gli amorrei, un popolo composto da varie tribù cananee, che Geova, il Dio di Israele, aveva giudicato e destinato alla distruzione a motivo della loro malvagità (cfr. Genesi 15:13-16). Dopo la distruzione di Gerico e della città di Ai, le tribù di Canaan avevano formato una forte alleanza per presentare un fronte unito contro Israele, ma un piccolo gruppo di ivvei, una delle tribù cananee, che abitavano nella città di Gabaon e in altre tre città ivvee, Chefira, Beerot e Chiriat-Iearim, rendendosi conto che, nonostante la loro forza militare e la grandezza della loro città, sarebbe stato inutile opporre resistenza, perché il Dio degli israeliti combatteva per loro, decisero di fare la pace con Israele. Considerandolo un tradimento, cinque re degli amorrei attaccarono i gabaoniti che chiesero aiuto alle forze israelite al comando di Giosuè (cfr. Giosuè 10:3-6). Grazie all’intervento di Geova Dio, il quale fece piovere sul nemico grossi chicchi di grandine che “fece più morti … che la spada degli israeliti”, le forze israelite riportarono una grande vittoria (cfr. Giosuè 10:11). Il racconto biblico dell’avvenimento si conclude con queste parole, che divennero l’oggetto della disputa tra la Chiesa Cattolica e Galileo: “Fu allora, il giorno in cui Geova sbaragliò gli amorrei davanti agli occhi degli israeliti, che Giosuè disse a Geova di fronte a Israele: “Sole, resta fermo su Gàbaon, e, luna, sulla Valle di Àialon”. Pertanto il sole rimase fermo e la luna non si mosse finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici. Non è forse scritto nel libro di Iashàr? Il sole rimase fermo in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per circa un giorno intero. Non c’è mai stato, né prima né dopo, un giorno come quello, nel quale Geova ascoltò la voce di un uomo, perché Geova combatteva per Israele”” (Giosuè 10:12-14).
La richiesta di Giosuè fu motivata dal fatto che dopo un’intera giornata di battaglia in cui gli israeliti stavano prevalendo sui loro nemici, si stava avvicinando il calar delle tenebre che rischiava di impedire il conseguimento di una vittoria totale. Lo scrittore di quell’avvenimento nel riportarlo non intendeva di certo fare una dichiarazione scientifica sul moto planetario. Descrisse semplicemente ciò che tutti videro, cioè che il sole era immoto nei cieli, senza interrogarsi su cosa avesse determinato quel fenomeno, se era stata interrotta la rotazione della terra o in qualche altra maniera. Di certo Giosuè era un uomo di fede, non una cieca credulità ma una fede che si basava su fatti di cui lui stesso era stato testimone oculare, come quando assistette alla miracolosa divisione delle acque del Mar Rosso operata da Dio per permettere agli israeliti di scampare all’esercito del Faraone che l’inseguiva per sterminarlo dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana (cfr. Esodo capitolo 14). Perciò a lui non sembrava impossibile che quel Dio così potente, il Creatore dei cieli e della terra, potesse controllare i fenomeni della natura così da determinare il prolungamento della luce del sole sulla terra in quella particolare occasione. Quella descrizione dei fatti corrisponde, ne più ne meno, a ciò che noi stessi, che viviamo in un era scientifica, affermiamo quando diciamo che il sole sorge al mattino e tramonta la sera. Da un punto di vista strettamente scientifico è del tutto improprio dire che il sole “sorge” o “tramonta”, ma questi termini sono comuni e accurati se si tiene conto di come vede le cose l’uomo dalla terra. Allo stesso modo Giosuè non stava parlando di astronomia; riportò gli avvenimenti semplicemente come li vide.
Perciò i guai di Galileo non furono causati da ciò che diceva la Bibbia, ma da ciò che il clero cattolico, dal papa agli inquisitori romani, credeva di leggere nella Bibbia. Questo, in effetti, era anche il pensiero di Galileo, che scrisse a un allievo: “Se bene la Scrittura non può errare, possono non di meno errare i suoi interpetri et expositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo et frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre sul puro senso litterale” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, cit.). Il contrasto, dunque, stava fra la scienza e un’interpretazione ovviamente errata delle Scritture da parte delle autorità ecclesiastiche. Pertanto, riferendosi proprio al “caso Galileo”, diversi scienziati hanno sollevato dubbi sull’infallibilità della Chiesa e del papa e tra questi anche un famoso teologo cattolico, Hans Küng, il quale ha scritto che “numerosi ed indiscutibili” errori del “magistero ecclesiastico”, tra cui “la condanna di Galilei”, hanno messo in discussione il dogma dell’infallibilità (Hans Küng, Infallibile? una domanda, Anteo, Bologna, 1970).

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Pier Ilario Spolverini (1657-1734), Giosuè ferma il sole – Musei Civici di Palazzo Farnese, Piacenza
Ai giorni di Giosuè, Geova Dio fece fermare il sole e la luna, dando una stupefacente dimostrazione di potenza. Il racconto biblico lo presenta come un fatto del tutto eccezionale dicendo: “Non c’è mai stato, né prima né dopo, un giorno come quello, nel quale Geova ascoltò la voce di un uomo, perché Geova combatteva per Israele” (Giosuè 10:14). Le persone dalla mentalità scientifica credono nel rapporto ‘causa-effetto’, credono cioè che per ogni cosa esista una spiegazione perfettamente naturale. Anche chi studia seriamente la Bibbia accetta i princìpi scientificamente provati. Riconosce però che spesso la Bibbia parla di eventi miracolosi che non si possono spiegare scientificamente in base alla conoscenza attuale, come quello descritto da Giosuè (cfr. Giosuè 10:12, 13). Fenomeni del genere, comunque, sono presentati come il risultato della potenza di Dio che agisce in modo soprannaturale. Questo è un punto cruciale. Se la Bibbia asserisse che il moto apparente del sole attraverso il cielo si può interrompere senza ragione, contraddirebbe i fatti scientifici. Ma quando attribuisce simili avvenimenti alla potenza di Dio, anziché contraddire la scienza porta il discorso in un campo in cui la scienza non è ancora in grado di penetrare. Come ci si potrebbe aspettare da un libro ispirato dal Creatore, la Bibbia contiene informazioni scientificamente accurate chiaramente in anticipo sui tempi, pur non dilungandosi mai in spiegazioni scientifiche che sarebbero state prive di significato o sconcertanti per gli antichi. Pertanto la Bibbia non contiene nulla che contraddica i fatti scientifici conosciuti. Laddove qualcuno ci veda una contraddizione, spesso o è male informato o, come nel caso Chiesa-Galileo, va “oltre ciò che è scritto”, arrogandosi una capacità interpretativa che non le è concessa! (cfr. Genesi 40:8).
Egli … tiene sospesa la terra sul nulla” – Giobbe 26:7
Comunque non solo le autorità della Chiesa Cattolica si schierarono contro l’ipotesi eliocentrica ma anche i fautori della Riforma protestante, come Martin Lutero, Filippo Melantone e Giovanni Calvino. Lutero disse di Copernico: “Questo insensato vuol sovvertire l’intera scienza astronomica” (da: La rivoluzione copernicana. L’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, traduzione italiana di T. Gaino, Einaudi, Torino, 1972). Perché lo fecero? Wade Rowland, scrittore storico-scientifico canadese, nel suo libro Galileo’s Mistake afferma che la Riforma protestante si era scrollata di dosso il giogo papale, ma non si era “sottratta alla sostanziale autorità” di Aristotele e Tommaso d’Aquino, le cui idee venivano “accettate sia dai cattolici che dai protestanti”. Come mai?
Secoli prima che Copernico e Galileo nascessero, la visione geocentrica dell’universo era stata elaborata dagli antichi greci e fatta conoscere dal filosofo Aristotele nonché dall’astronomo-astrologo Claudio Tolomeo. A sua volta la concezione aristotelica fu influenzata dal matematico e filosofo greco Pitagora vissuto nel VI secolo a.C. Proprio partendo dal concetto pitagorico secondo cui il cerchio e la sfera sono figure perfette, Aristotele credeva che i cieli consistessero in una serie di sfere concentriche, disposte come gli strati di una cipolla. Ogni strato era cristallino e all’interno di questi giravano il Sole, la Luna e i pianeti mentre la terra si trovava al centro. Ma il sistema elaborato da Aristotele era frutto di una concezione filosofica, non scientifica.
Un grande estimatore di Aristotele fu il teologo Tommaso d’Aquino, “Dottore” della Chiesa Cattolica, il quale si adoperò per fondere la filosofia aristotelica con gli insegnamenti della sua Chiesa. Egli accettò il concetto aristotelico di un universo geocentrico perché anche lui leggeva in alcuni passi biblici più di quanto questi dicessero realmente. Per esempio, in Salmo 104:5 è scritto: “Hai fissato la terra su solide basi, nulla ormai potrà smuoverla nel tempo” (Parola del Signore). Tommaso d’Aquino, come anche Lutero e Calvino, vedevano in queste parole la conferma del pensiero aristotelico che riteneva inconcepibile l’idea che la terra si muovesse. Dimenticavano che in un altro passo biblico, Giobbe 26:7, molto tempo prima Dio aveva ispirato il suo scrittore, Mosè, a scrivere: “Egli distende il cielo del nord nel vuoto e tiene sospesa la terra sul nulla” o, secondo la versione del Pontificio Istituto Biblico: “ … tiene sospesa la terra nel vuoto”. Per la maggioranza dei ricercatori questo quadro rappresenta una visione straordinaria per quel tempo. Un dizionario teologico afferma: “Giobbe 26:7 descrive sorprendentemente il mondo allora conosciuto come sospeso nello spazio, anticipando così le future scoperte scientifiche” (Theological Wordbook of the Old Testament di Gleason L. Archer jr., Harris R. Laird e Bruce K. Waltke). Inoltre, dal contesto del Salmo 104:5, si comprende chiaramente che il suo ispirato scrittore, il re Davide, non aveva alcuna intenzione di descrivere la posizione della terra nell’universo. Non stava scrivendo un trattato astronomico, piuttosto voleva semplicemente spiegare, con un linguaggio poetico, che, in base al proposito di Dio, il pianeta Terra esisterà per sempre (cfr. anche Ecclesiaste 1:4).
Queste accurate dichiarazioni bibliche precedettero Aristotele di oltre 1.100 anni. Tuttavia le idee di Aristotele continuarono ad essere insegnate come fatti per circa 2.000 anni dopo la sua morte! Perché? Grazie ai pensatori e scrittori cattolici, come Tommaso d’Aquino, i quali, a partire dal II secolo d.C., iniziarono a interpretare gli insegnamenti biblici in termini filosofici, attingendo notevolmente dalla letteratura greca. Wade Rowland nel citato libro afferma che al tempo di Galileo “l’ibrido Aristotele della teologia dell’Aquinate era divenuto un pilastro dogmatico della Chiesa di Roma”. Questo anche perché in quel tempo non c’erano comunità scientifiche indipendenti e l’istruzione era perlopiù sotto il controllo della Chiesa romana, che in genere era la massima autorità in campo religioso e scientifico, e questa aveva privilegiato la filosofia greca non solo in campo scientifico ma anche dogmatico a scapito delle verità contenute nella Parola di Dio. Poiché ancor prima di dedicarsi all’astronomia Galileo aveva scritto un trattato sul moto che metteva in discussione molte ipotesi avanzate da Aristotele, lo scontro con la Chiesa divenne inevitabile. Egli, poi, credeva fermamente che la Bibbia è l’ispirata Parola di Dio e pensava che era stata scritta per gente comune, perciò rigettava l’interpretazione clericale delle Scritture influenzata dalla filosofia greca affermando che i riferimenti scritturali al moto apparente del sole non andavano presi alla lettera. Ma tutte le sue argomentazioni si rivelarono inutili davanti alla delittuosa arroganza delle autorità ecclesiastiche. Così fu condannato perché rigettava un’errata interpretazione delle Scritture basata sulla filosofia greca.

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Il sistema geocentrico Aristotelico-Tolemaico
La teoria aristotelica dell’universo si basava su queste principali caratteristiche: geocentrismo, finitezza dell’universo, negazione del vuoto. Oggi viene considerata al pari di una ‘teoria ingenua’ di un bambino o di una persona che ignora le scoperte della scienza moderna. La sua teoria infatti prendeva molto sul serio la testimonianza dei sensi (dicendo, ad esempio, che la terra non si muoveva) non dando alcuna importanza alla matematica per lo studio della natura; era puramente filosofica. Tuttavia è sembrata soddisfacente per quasi duemila anni, affermandosi su teorie rivali, quale quella eliocentrista, soprattutto durante il Basso Medioevo “cristiano”, grazie allo sforzo di fondere il cristianesimo con la filosofia greca da parte di scrittori e studiosi cattolici, come Tommaso d’Aquino, e alla colpevole e scellerata interpretazione letterale di alcuni passi biblici da parte delle autorità ecclesiastiche che andava ‘oltre ciò che era scritto’ nella Parola di Dio (cfr. 1Corinti 4:6).

planetario copernicano

Il sistema eliocentrico Copernichiano-Galileiano
Nel 1543 Nicolò Copernico, matematico e astronomo polacco, pubblicò l’opera De Revoluzionibus Orbium Cœlestium (Rivoluzione dei mondi celesti), in cui affermava che l’universo era sferico e limitato e che i cieli si muovevano in moto circolare uniforme, ma sostenne che al centro dell’universo non vi era la Terra, bensì il Sole. Qualche anno dopo, nel 1609, Giovanni Keplero, astronomo tedesco, ruppe definitivamente l’idea della perfezione circolare delle orbite celesti e dimostrò che i pianeti si muovono intorno al sole su orbite ellittiche. Galileo dimostrò per via sperimentale che l’universo non era come l’aveva descritto Aristotele e, al tempo stesso, delineò un nuovo metodo di indagine scientifica, basato sull’esperienza, oltre che sul ragionamento matematico. Inoltre, da uomo di fede che credeva fermamente che la Bibbia era opera di Dio, al pari del “libro della Natura”, cioè del complesso delle le leggi che governano tutta la materia presente nell’universo, e che c’era perfetta coerenza tra la ricerca scientifica e la Parola di Dio quando accennava a fenomeni naturali, condannò l’interpretazione letterale delle autorità ecclesiaste di alcuni passi biblici.
ho stabilito … le leggi del cielo e della terra” – Geremia 33:25
Durante il processo Galileo ebbe a dire: “due verità non posson mai contrariarsi” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, cit.). Le due verità alle quali si riferiva erano la Bibbia e il “Libro della Natura”, cioè il complesso delle leggi che governano tutta la materia presente nell’universo. Secondo lui c’era perfetta coerenza tra la ricerca scientifica e la Bibbia quando accenna a fenomeni naturali. Era convinto che “la Scrittura Sacra e la natura procedono di pari dal Verbo Divino” (ibid.). D’altra parte la Bibbia stessa non si è mai posta in alternativa o in opposizione alla vera scienza, spesso è stato proprio il suo divino Autore, Geova Dio, a incoraggiare l’interesse per la scienza. Verso il 1600 a.C., infatti, Egli chiese a un fedele uomo: “Conosci forse le leggi dei cieli?” (Giobbe 38:33). Circa 1.000 anni dopo, nel VI secolo a.C., un altro scrittore biblico fu da Dio ispirato a scrivere: “Questo è ciò che Geova dice … ho stabilito il mio patto relativo al giorno e alla notte, le leggi del cielo e della terra” (Geremia 33:25). Davanti a queste affermazioni il biblista George Rawlinson, professore di Storia Antica presso la Oxford University ha osservato: “Il fatto che il mondo materiale sia governato da leggi è sostenuto quasi con lo stesso vigore dagli scrittori biblici e dalla scienza moderna” (The Historical Evidences of the Truth of the Scripture, opera apologetica delle letture presso la Oxford University).
Cosa impariamo da questa vicenda? Anche se la Bibbia non pretende di essere un testo scientifico quando parla dei fenomeni della natura fa asserzioni veramente accurate, anche a dispetto delle convinzioni erronee, benché apparentemente sensate, dell’epoca [non va, infatti, dimenticato che le scoperte di Galileo non solo non vennero accettate dalla Chiesa Cattolica ma neanche dai ricercatori del suo tempo]. E questo è davvero sorprendente! Per ogni persona di buon senso e riflessiva questa è un’ulteriore prova dell’ispirazione divina della Bibbia. Solo l’Onnipotente Creatore dell’universo, il saggio Legislatore che ha stabilito le leggi fisiche che regolano tutta la creazione, poteva rivelare in un tempo di scarsa conoscenza verità scientifiche scoperte solo dopo molti, molti secoli di ricerca e sperimentazione umana. Inoltre, come dimostra l’esempio preso in considerazione, laddove è sorto un contrasto tra le rivelazioni bibliche e la scienza, alla base c’è sempre stato una colpevole e scellerata interpretazione delle Scritture da parte delle chiese del cristianesimo apostata fondata sulla filosofia umana. Di ciò non dobbiamo meravigliarcene, già nel I secolo d.C. un apostolo cristiano, Paolo, fu ispirato da Dio a scrivere: “State attenti che nessuno vi prenda in trappola servendosi della filosofia e di vuoti inganni fondati sulle tradizioni umane, sui princìpi basilari del mondo, e non su Cristo” (Colossesi 2:8). A questo va infine aggiunta l’irresponsabile presa di posizione di molti che hanno rinunciato a ricercare Dio e le sue verità rivelate fidandosi ciecamente della tradizione umana senza aver attentamente esaminato di persona le prove sulla sua attendibilità o meno.
Che dire di noi? … siamo disposti a esaminare la questione obiettivamente anziché lasciarci influenzare da idee preconcette e dal sentito dire? …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XV

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE” – 5a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Il libro biblico di Daniele costituisce una parte notevole della Sacra Bibbia e del messaggio che Geova Dio mediante essa ha voluto trasmettere al genere umano. Esso verte principalmente sul tema del dominio mondiale. Le sue parti profetiche sono straordinarie per la dovizia dei particolari e per la loro accuratezza storica. Mostrano inequivocabilmente che il suo divino autore conosce il corso della storia secoli, persino millenni, in anticipo e ne ha fatto scrivere gli avvenimenti a beneficio di tutti quelli che gli riconoscono il diritto di esser considerato il Sovrano Universale e sono felici di sottomettersi alla Sua autorità. Come già ampiamente mostrato con i post precedenti, il libro di Daniele fornisce particolari relativi all’ascesa e alla caduta di potenze mondiali dal tempo dell’antica Babilonia sino al “tempo della fine”, cioè ai nostri giorni. La Parola di Dio menziona specificamente sette potenze, o imperi, che avrebbero dominato nel corso dei secoli la scena politica mondiale. Le prime due erano già passate al tempo di Daniele ed erano l‘Egitto e l’Assiria. Nel capitolo 2 del libro, Daniele descrive un sogno profetico dato da Dio al sovrano Babilonese Nabucodonosor. Il sogno riguardava una statua composta da diversi metalli ciascuno dei quali rappresentava una potenza politica che dal tempo di Daniele in poi avrebbe dominato la scena mondiale: la testa d’oro simboleggiava lo stesso re babilonese e il suo impero; petto e braccia d’argento rappresentavano la Media-Persia; il ventre e le cosce di rame simboleggiavano l’Impero Macedone (Grecia) di Alessandro il Grande; le gambe di ferro rappresentavano l’Impero Romano (cfr. Daniele 2:31-33,36-40). Nei capitoli 7 e 8 il profeta fornisce altri particolari sul dominio delle stesse potenze, che vengono rappresentate da bestie selvagge: un leone con ali d’aquila simboleggiava l’Impero Babilonese; un orso e un montone vennero usati per rappresentare l’Impero Medo-Persiano; un leopardo con quattro teste e un capro simboleggiavano l’Impero Macedone; una quarta bestia “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte … aveva 10 corna” rappresentava l’Impero Romano (cfr. Daniele 7:2-7,17; 8:2,5,20-22). Rimane da scoprire chi è la settima e ultima potenza mondiale. Questo ci interessa in modo particolare, perché? La parallela profezia riportata nell’ultimo libro biblico, Rivelazione o Apocalisse, al capitolo 13, dove le sette potenze mondiali vengono raffigurate da una grossa bestia con 7 teste e 10 corna che riprende le fattezze delle bestie descritte dal profeta Daniele (cfr. Daniele 13:1,2), trova il suo principale adempimento nel “giorno del Signore” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 1:10), cioè dal 1914 d.C. in poi, anno in cui Cristo Gesù ricevette pieni poteri e iniziò a regnare (per maggiori particolari su questa data vedi il mio post del 1 ottobre 2011, UNA STORIA FINITA – XXIV parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/10/01/una-storia-finita-xxiv-parte/). Secondo la visione apocalittica, ai giorni di Giovanni delle sette potenze mondiali, rappresentate dalle sette teste della bestia, cinque erano già passate (Egitto, Assiria, Babilonia, Media-Persia e Grecia), una era ancora presente, Roma, la settima doveva ancora arrivare e quando sarebbe arrivata sarebbe rimasta per poco tempo (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:8-10). Quando, dunque, sarebbe arrivato il tempo, chi avrebbe mostrato di essere la settima potenza mondiale della profezia biblica, quella rappresentata dai piedi parte di ferro e parte d’argilla nella statua sognata da Nabucodonosor? … …

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Quando esaminiamo la storia mondiale degli scorsi 2.500 anni non possiamo che meravigliarci nel constatare come essa corrisponde alle profezie bibliche nei minimi particolari. Quando, circa 600 anni prima della nascita di Gesù Cristo, Dio ispirò il suo profeta Daniele a scrivere alcune di tali profezie, in effetti predisse, con un linguaggio simbolico ben interpretabile nel contesto biblico, il susseguirsi di alcune potenze politiche che, nel corso del tempo, avrebbero dominato la scena mondiale. In particolare la profezia si riferiva a quegli imperi la cui storia si incrociava con quella del popolo di Dio. Secondo la Bibbia questi dovevano essere in tutto sette; nel libro di Rivelazione o Apocalisse che, al capitolo 17, tratta lo stesso argomento del profeta Daniele, si dice: “E ci sono sette re: cinque sono caduti, uno è e l’altro non è ancora arrivato; ma quando arriverà dovrà rimanere per poco tempo”. Al tempo in cui l’apostolo Giovanni fu ispirato da Dio a scrivere queste parole, verso la fine del I secolo d.C., le cinque potenze mondiali già “cadute” erano l’Egitto, l’Assiria, che avevano dominato la scena mondiale prima del tempo di Daniele, poi Babilonia, la Media-Persia e la Grecia, rappresentate nelle profezie da bestie selvagge come il leone (Babilonia), l’orso oppure un montone (Media-Persia), un leopardo con quattro teste oppure un capro (Grecia) – cfr. Daniele 7:4-6; 8:3-5,20,21. Quella che “era” al tempo dell’apostolo fu Roma, descritta come una bestia “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte” – cfr. Daniele 7:7; 8:23-25. Ma ce n’era ancora una, la settima, che “non era ancora arrivata”. Quale sarebbe stata quest’ultima? I particolari della profezia biblica e la relativa storia ce lo rivelano!

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Era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva 10 corna” – Daniele 7:7
Riguardo alla sesta potenza mondiale, Roma, la profezia di Daniele diceva della bestia che la rappresentava che era: “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte. Aveva grandi denti di ferro. Divorava e stritolava, e quello che rimaneva lo calpestava con le zampe. Era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva 10 corna” (Daniele 7:7). Divenuta potenza mondiale nel 30 a.C., dopo aver soggiogato l’ultimo dei quattro regni ellenistici derivati dall’impero di Alessandro il Grande, Roma superò tutti gli imperi precedenti non solo per l’estensione dei suoi domini, che includevano l’intera area mediterranea e col tempo si estesero fino alla Gran Bretagna, ma anche per l’efficienza della sua macchina militare e la fermezza con cui imponeva la legge romana alle province del suo vastissimo impero. Dominò la scena mondiale per oltre quattro secoli.
Ma l’angelo al quale il profeta si rivolse per avere la spiegazione della profezia aveva detto: “La quarta bestia è un quarto regno che ci sarà sulla terra. Sarà diverso da tutti gli altri regni e divorerà, calpesterà e stritolerà tutta la terra. Le 10 corna sono 10 re che sorgeranno da quel regno” (Daniele 7:23,24). Il processo di decadimento dell’impero iniziò dopo la morte dell’imperatore Marco Aurelio, avvenuta nel 180 d.C. Seguì, infatti, un periodo di crisi profonda dello stato romano, chiamato dagli storici “epoca dell’anarchia militare”, a indicare che l’impero di Roma era divenuto praticamente ingovernabile: erano infatti i soldati e gli ufficiali delle legioni a proclamare imperatore, in genere il proprio comandante sperando di ottenere così in cambio privilegi, avanzamenti nella carriera oppure terre e denaro. Tutto questo mentre la pressione dei barbari ai confini si faceva sempre più minacciosa. Tale periodo di crisi durò fino alla nomina, dell’imperatore Diocleziano, avvenuta nel 284 d.C. Diocleziano si rese subito conto che il governo di un impero immenso come quello di Roma non poteva essere gestito da un uomo solo. Pertanto, nel 293 d.C. varò un nuovo sistema di governo chiamato tetrarchia (cioè governo a quattro) in cui il potere veniva spartito tra due imperatori chiamati augusti, ciascuno dei quali era affiancato da un cesare destinato a succedergli. L’impero venne così diviso in quattro province con quattro diverse capitali: Nicomedia in Asia Minore, dove si stabilì lo stesso Diocleziano; Mediolanum (Milano), scelta da Massimiano, l’altro augusto; Sirmio, a ridosso del confine danubiano, scelta da uno dei cesari, Galerio e Treviri, sul confine renano, scelta dall’altro cesare, Costanzo Cloro.
La decisione di Diocleziano di porre la sua residenza in Oriente, a Nicomedia, diede avvio alla lenta e inesorabile decadenza di Roma quale capitale dell’Impero. La maggiore importanza strategica assunta dalla parte orientale dell’Impero si consolidò poi con la decisione dell’imperatore Costantino (306-337) di fondare una nuova capitale sulle rive del Bosforo. È così che, nel 330 d.C., nacque Costantinopoli, sul sito dell’antica Bisanzio. Dopo la morte di Costantino si scatenò la lotta per il potere tra i suoi eredi finché l’impero venne definitivamente diviso tra Impero Romano d’Occidente e Impero Romano d’Oriente. Le tribù barbare intanto avevano iniziato a dilagare nella parte occidentale dell’Impero. La città di Roma subì due “Sacchi”, nel 410 e nel 455 d.C. finché, nel 476 d.C., Odoacre, re dei Goti, depose Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’Occidente. Questo atto segnò la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Nei territori dell’ex Impero Romano d’Occidente si formarono i Regni romano-germanici: il Regno Visigoto nella penisola iberica; il Regno dei Vandali in Africa settentrionale; il Regno Ostrogoto in Italia; i Regni Anglo-Sassoni in Gran Bretagna e il Regno Franco nelle Gallie. La storia dell’Impero d’Oriente proseguì invece fino al 1453, quando Costantinopoli venne conquistata dai Turchi che diedero vita all’Impero Ottomano. Tuttavia la potenza mondiale romana non finì completamente con la deposizione dell’ultimo imperatore di Roma nel 476 d.C. Per i secoli successivi la Roma papale, nata nel 380 d.C. con l’Editto di Tessalonica emanato dagli imperatori Teodosio, Graziano e Valentiniano,  continuò a esercitare potere politico, e soprattutto religioso, sull’Europa. Lo fece tramite il sistema feudale, in cui la maggior parte degli europei erano soggetti a un signore o re. E tutti i re riconoscevano l’autorità del papa. Così si formò il Sacro Romano Impero col suo centro nella Roma papale che dominò la scena mondiale per tutto quel lungo periodo della storia chiamato Medioevo. La frammentazione dell’impero romano venne indicata nella profezia di Daniele dalle “dieci corna” viste sulla testa della bestia che lo rappresentava (cfr. Daniele 7:7). Nella Bibbia, infatti, il dieci è il numero che indica completezza, pertanto le “dieci corna” della quarta bestia rappresentano tutti i regni che si formarono in seguito allo sfacelo della Potenza Mondiale di Roma.
Mentre osservavo le corna, spuntò fra loro un altro corno, piccolo” – Daniele 7:8
Secondo la profezia, la storia della quarta bestia doveva avere ulteriori sviluppi. Essa, infatti, diceva: “Mentre osservavo le corna, spuntò fra loro un altro corno, piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono tolte via” (Daniele 7:8). Spiegando il senso di queste parole, l’angelo disse al profeta: “dopo di loro [i “dieci re”] ne sorgerà un altro ancora, che sarà diverso dai primi e umilierà 3 re”. Chi è questo re, quando sorse e quali tre re doveva umiliare?
Durante il periodo della sua massima espansione, l’Impero Romano conquistò anche la Britannia, che divenne il confine nord-occidentale del suo dominio fino al V secolo d.C. allorché, nel 410 d.C., l’imperatore d’Occidente, Onorio, scrisse agli abitanti della Britannia che da quel momento avrebbero dovuto badare da soli a loro stessi e alla propria difesa. Dopo che i romani abbandonarono la Britannia, l’isola venne progressivamente popolata da stirpe germaniche provenienti dal continente. Gli invasori erano Angli, Sassoni, Juti e Frisoni, popolazioni che avevano tradizioni simili e che pian piano si fusero in un solo gruppo, che prese il nome di Anglosassoni. In questo periodo, il cosiddetto “cristianesimo romano” incontrò il “cristianesimo celtico”, che affondava le sue radici nella religione druidica, assumendone alcune pratiche, simboli, tipi di preghiera e forme sacramentali. Lo spirito celtico è sopravvissuto fino ad oggi, con la sua forte componente ascetica, e se ne trova memoria nella chiesa presbiteriana scozzese e in alcune sette ‘cristiane’ indipendenti di confessione primitiva, oltre ad esserne rimasta traccia iconografica in molte cappelle del Galles.
A partire dal decimo secolo d.C. la dominazione anglosassone venne sostituita da quella normanna proveniente dalla Francia che regnò fino al XV secolo d.C. quando venne scalzata dalla dinastia dei Tudor. Sotto i Tudor si definì lo scisma religioso della Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Agli inizi del seicento ai Tudor successe una nuova dinastia, quella degli Stuart. Infine anche quest’ultimi cedettero il passo a una nuova dinastia, gli Hannover sotto la cui egida si formò l’attuale Stato del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda che unisce sotto la propria sovranità le quattro principali nazioni: Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda.
Fino al XVI secolo l’Inghilterra era stata una potenza di secondo piano. La sua ricchezza era ben poca cosa rispetto a quella, ad esempio, dei Paesi Bassi. La sua popolazione era molto meno numerosa di quella francese. Le sue forze armate, marina inclusa, erano inferiori a quelle della Spagna. Insomma era un regno insignificante, il simbolico “piccolo corno” della quarta bestia che doveva fronteggiare, per mare e per terra, in Europa e nel mondo, lo strapotere di Spagna, Olanda e Francia, i “tre re” della profezia.
Nel 1588 Filippo II re di Spagna mosse contro l’Inghilterra la sua Invencible Armada per contrastarne la crescente potenza marittimo-commerciale. Questa flotta di 130 navi con a bordo oltre 24.000 uomini risalì la Manica, solo per essere sconfitta dalla marina britannica e venire annientata dai venti contrari e dalle furiose tempeste atlantiche. Fu l’evento che determinò il crollo definitivo della potenza marittima della Spagna e la nascita del primato navale e commerciale inglese.
Contemporaneamente al declino del dominio spagnolo sorse un nuovo stato, la Repubblica delle Sette Province Unite, oggi conosciuti come Paesi Bassi o Repubblica Olandese. Questi iniziarono una forte espansione coloniale e commerciale sia verso oriente (in India e in Indonesia) che verso le Americhe e arrivarono a possedere quella che era di gran lunga la più potente marina mercantile del mondo. Le loro navi dominavano i mari e grazie ai loro profitti facevano prestiti ai governi di tutta la terra. Nel 1651, però, a seguito del rifiuto da parte delle Province Unite di divenire di fatto uno stato del Commonwealth Britannico, il Parlamento inglese approvò un atto di navigazione teso a limitare l’attracco del naviglio estero presso tutti i porti britannici, compresi quelli delle colonie. Ciò di fatto escludeva dai traffici marittimi la flotta mercantile olandese che rappresentava la maggior fonte economica di quella nazione. A seguito di questo atto scaturirono quattro guerre che durarono per oltre un ventennio e il cui risultato finale fu il graduale e irrimediabile trasferimento dell’egemonia commerciale europea da Amsterdam verso Londra nonché la perdita di alcuni territori olandesi d’oltreoceano a favore dell’Inghilterra.
Tra il XII e il XVIII secolo tra il Regno d’Inghilterra e la Francia scoppiarono diversi conflitti per la supremazia in Europa e nei territori delle colonie. Tra tutti questi la Guerra dei sette anni, che si svolse tra il 1756 e il 1763 fu quella che spostò definitivamente l’ago della bilancia a favore dell’Inghilterra. La guerra coinvolse le principali potenze europee dell’epoca. Gli opposti schieramenti vedevano da un lato l’alleanza composta dal Regno di Gran Bretagna, Regno di Prussia, Elettorato di Hannover, altri Stati minori della Germania nord-occidentale e, dal 1762, il Regno del Portogallo. Dall’altro lato una coalizione composta dal Regno di Francia, Monarchia Asburgica, Sacro Romano Impero (principalmente l’Elettorato di Sassonia), Impero russo, Svezia e, dal 1762, la Spagna. Francesi e britannici fecero anche ricorso a svariati alleati locali tra le popolazioni native dell’India e dell’America settentrionale. La guerra si concluse con il trionfo della Gran Bretagna, che si assicurò i maggiori guadagni territoriali e politici: dalla Francia i britannici ottennero la cessione dell’odierno Canada e delle colonie francesi poste a oriente del fiume Mississippi oltre a vari altri territori in India, nei Caraibi e sulla costa del Senegal, mentre la Spagna fu costretta a cedere la colonia della Florida. La guerra segnò il definitivo tramonto del colonialismo francese in America settentrionale e l’avvio del declino dell’influenza della Francia in India, sancendo all’opposto l’affermarsi della Gran Bretagna come principale potenza marittima e coloniale. La supremazia inglese fu infine rafforzata dalla schiacciante vittoria riportata a Waterloo nel 1815 contro Napoleone, imperatore dei francesi.
I “tre re” della profezia di Daniele 7:24, erano quindi Spagna, Paesi Bassi (Olanda) e Francia. Entro il 1763 l’impero britannico aveva sconfitto le sue potenti rivali, di conseguenza la Gran Bretagna si affermò come la massima potenza coloniale e commerciale del mondo. Sì, il “piccolo corno” era cresciuto fino a diventare una potenza mondiale! Il suo dominio includeva un quarto della superficie della terra e un quarto della sua popolazione. Tuttavia non rappresentava ancora la settima potenza mondiale indicata nelle profezie bibliche.
In questo corno c’erano occhi d’uomo e una bocca che parlava con arroganza” – Daniele 7:8
Il “piccolo corno” era qualcosa di più dell’impero britannico. Nel 1776 le 13 colonie britanniche nel continente americano dichiararono la loro indipendenza dalla madrepatria e costituirono gli Stati Uniti d’America. La guerra che si sviluppò si concluse nel 1783 con il riconoscimento da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza e della sovranità degli Stati Uniti. Il nuovo Stato iniziò subito un processo di ampliamento del suo territorio attraverso la graduale colonizzazione delle regioni dell’Ovest. In questa marcia gli Stati Uniti liquidarono anche gli ultimi residui della presenza europea con l’acquisto della Louisiana dalla Francia (nel 1803), della Florida dalla Spagna (nel 1810), dell’Alasca dalla Russia (nel 1867). Attraverso la guerra con il Messico acquisirono altri importanti territori quali il Texas, la California e il Nuovo Messico. Dopo aver affrontato una drammatica guerra civile scoppiata sul tema cruciale della schiavitù, negli ultimi decenni del XIX secolo gli Stati Uniti conobbero un periodo di grandissima espansione economica nel segno di un processo di industrializzazione che portò il paese alla testa del capitalismo mondiale. Questa crescita eccezionale attirò enormi masse di emigrati dall’Europa e dal resto del mondo.
La profezia diceva ancora: “Diventerà molto potente, ma non grazie alle sue forze. Causerà una terribile distruzione, avrà successo e agirà con efficacia. Ridurrà in rovina i potenti” (Daniele 8:24). Durante il primo conflitto mondiale ci fu una svolta epocale nella politica mondiale. Gli Stati Uniti abbandonarono la loro tradizionale politica isolazionistica e entrarono direttamente in guerra, schierandosi con la propria enorme potenza industriale e finanziaria a fianco delle nazioni dell’Intesa, guidate dalla Gran Bretagna, contro gli Imperi centrali. Terminato il conflitto, nel 1919 il presidente Thomas Woodrow Wilson si fece promotore di un nuovo ordine internazionale con la creazione di una Società delle Nazioni il cui compito doveva essere quello di dirimere le controversie internazionali. Solo venti anni dopo, in adempimento di un’altra importante profezia biblica (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:8), quell’istituzione umana fallì totalmente con lo scoppio della II Guerra Mondiale. Nel dicembre 1941 il paese entrò di nuovo in guerra ed ebbe un ruolo di primo piano, insieme alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica, nel contenimento e poi nella sconfitta della Germania nazista. Dopo aver sconfitto anche la potenza giapponese nella guerra del Pacifico, causando una “terribile distruzione” sganciando due bombe atomiche su quel paese, gli Stati Uniti si affermarono come la prima potenza mondiale esercitando una indiscussa egemonia nella scena politica mondiale. Insieme alla Gran Bretagna, con cui ha sempre tenuto forti legami, a partire dalla I Guerra Mondiale ha quindi costituito una duplice potenza mondiale, la settima di quelle indicate dalla profezia biblica. Come un corno che ha “occhi d’uomo” questa duplice potenza mondiale si è mostrata accorta, astuta e parla “con arroganza” dettando la politica di buona parte del mondo.

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Nel 1914, all’inizio del “giorno del Signore”, la Gran Bretagna era a capo del più vasto impero della storia e gli Stati Uniti erano ormai la più grande potenza industriale del mondo. Durante la prima guerra mondiale gli Stati Uniti strinsero un’alleanza speciale con la Gran Bretagna. Fu a questo punto che la quinta potenza mondiale rappresentata dai piedi parte in ferro e parte in argilla nella statua vista in un sogno profetico dal re babilonese Nabucodonosor, o la settima testa della bestia descritta nella visione apocalittica (cfr. Daniele 2:33,41-43; Rivelazione o Apocalisse 1:10; 13:1), fece la sua comparsa come Potenza Mondiale Anglo-Americana.
i piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla” – Daniele 2:33
Nel sogno profetico della statua avuto dal re babilonese Nabucodonosor, la duplice Potenza Mondiale Anglo-Americana fu rappresentata dai piedi della statua parte in ferro e parte in argilla (cfr. Daniele 2:32,42,43). Ferro e argilla sono due elementi che non si amalgamano insieme e la presenza dell’argilla rende certamente più debole il ferro. Cosa significava questo nell’adempimento della profezia? Il versetto 42 dice che “il regno sarà in parte forte e in parte fragile”, e nel versetto 43 viene specificato che l’argilla  corrisponde alla progenie del genere umano o alla gente comune. All’interno della potenza mondiale anglo-americana le masse popolari avrebbero fatto sentire la loro voce con campagne per i diritti civili, sindacati e movimenti indipendentisti limitando la capacità della stessa di agire con la forza del ferro. Inoltre, contrapposizioni ideologiche e vittorie elettorali di stretta misura avrebbero indebolito la leadership degli uomini al potere i quali si sarebbero ritrovati senza un chiaro mandato per attuare i propri programmi. In ogni caso, comunque, la profezia afferma che benché sia più debole della potenza dalla quale deriva, quella rappresentata dalle gambe di ferro (la sesta potenza, l’Impero Romano), la Potenza Mondiale Anglo-Americana non sarà soppiantata in futuro da qualche altra potenza mondiale. La visione del profeta diceva infatti che essa “sarà stroncata senza l’intervento di mani umane” (Daniele 8:25). La parte finale del sogno di Nabucodonosor svela come questo avverrà. “Ai giorni di quei re l’Iddio del cielo istituirà un regno che non sarà mai distrutto. Questo regno non passerà nelle mani di nessun altro popolo; frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine, e sarà l’unico a durare per sempre. Infatti hai visto che dal monte fu tagliata una pietra, non da mani umane, e che essa frantumò il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro” (Daniele 2:44,45).

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Ai giorni di quei re l’Iddio del cielo istituirà un regno che non sarà mai distrutto. Questo regno non passerà nelle mani di nessun altro popolo; frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine, e sarà l’unico a durare per sempre. Infatti hai visto che dal monte fu tagliata una pietra, non da mani umane, e che essa frantumò il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro. Il grande Dio ti ha fatto sapere, o re, quello che dovrà avvenire in futuro” – Daniele 2:44,45
Il “regno” di cui si parla qui è il Regno di Dio istituito nelle mani di suo Figlio, Cristo Gesù. È quel “regno” per cui miliardi di persone hanno pregato e pregano che “venga” per far fare la volontà di Dio, “come in cielo, così sulla terra” (cfr. Matteo 6:9,10). Per far fare la volontà di Dio sulla terra, questo “regno” dovrà eliminare tutti i nemici del dominio divino rappresentati dalle potenze mondiali indicate dai vari metalli della statua del sogno di Nabucodonosor. Nel corso del tempo queste hanno dominato la scena mondiale in antitesi al legittimo dominio di Dio, il Creatore e padrone della terra. Ora siamo arrivati al tempo concesso all’ultima di queste potenze mondiali, quella Anglo-Americana. Presto di verificherà lo scontro indicato nell’ultimo libro profetico della Bibbia, il libro di Rivelazione o Apocalisse. Al capitolo 16, versetti 14-16, è scritto che i re della terra vengono radunati “alla guerra del gran giorno dell’Iddio Onnipotente … nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn”. Il risultato della guerra è scontato! Quando “la pietra” del Regno di Dio colpirà la simbolica immagine dell’umano dominio della terra, “frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine”. I governi umani controllati da Satana il Diavolo (cfr. Matteo 4:8,9) saranno completamente polverizzati, non esisteranno più e con essi cesseranno di esistere tutti quelli che li sostengono. Il vittorioso regno di Dio, raffigurato dalla pietra che colpì la simbolica immagine ai piedi, crescerà quindi come quella pietra e diverrà simile a un “ampio monte” che riempirà l’intera terra (cfr. Daniele 2:35).
La storia mostra inequivocabilmente che tutte le profezie della Bibbia che dovevano adempiersi in passato si sono avverate. Le cose sono andate esattamente nel modo predetto dalla Bibbia. Questa è una vigorosa prova del fatto che la Bibbia è la Parola di Dio. Per essere state così accurate, quelle dichiarazioni profetiche non potevano essere semplice frutto della sapienza umana. C’è poi un altro fattore da considerare: nella chiesa cristiana del I secolo alcuni avevano il dono di “distinguere le dichiarazioni ispirate” (cfr. 1Corinti 12:10). Avevano, cioè, il dono miracoloso di riconoscere le vere profezie e comprenderne il significato. Come tutti i doni dello spirito anche questa capacità col tempo è cessata (cfr. 1Corinti 13:8) ma è ragionevole credere che Dio renda ancora possibile il corretto intendimento delle profezie al popolo che si è scelto “per il suo nome” (cfr. Atti 15:14), specie nell’attuale “tempo della fine”, non in modo miracoloso, ma grazie a diligenti ricerche e studio, e al confronto delle profezie con la situazione e gli avvenimenti storici passati e in corso, come è stato ancora profetizzato: “Quanto a te, Daniele, tieni segrete queste parole e sigilla il libro, sino al tempo della fine. Molti lo esamineranno attentamente, e la vera conoscenza diventerà abbondante … Molti si purificheranno, si imbiancheranno e saranno raffinati. I malvagi agiranno malvagiamente e nessuno di loro capirà, ma quelli che hanno perspicacia capiranno” (Daniele 12: 4,10).

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Note:
Le informazioni di natura storica riportate in questo post e in quelli precedenti si basano su testi di storia di uso comune in formato cartaceo o prese da siti internet dedicati. Per gli aspetti profetici le informazioni sono state tratte dalle ricerche e dagli studi fatti sui testi biblici dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, pubblicati sulla letteratura liberamente distribuita da tale organizzazione e sul sito internet www.jw.org, consultabile in tutto il mondo libero, in più di 940 lingue.
Nota: Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato..
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIV

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE” – 4a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Nel libro profetico di Daniele furono descritte diverse visioni che il profeta ricevette per indicare la successione dei governi politici che avrebbero dominato la scena mondiale in aperto contrasto con il dominio che spetta al legittimo proprietario della terra, il Sovrano universale Geova Dio (cfr. Deuteronomio 10:14; Salmo 89:11). Nel capitolo 2 del libro venne narrato un sogno profetico avuto dal re babilonese Nabucodonosor riguardante una statua composta da diversi metalli: la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi parte di ferro e parte di argilla. Ogni metallo rappresentava una Potenza Mondiale (cfr. Daniele 2:29-43).
Nel capitolo 7 dello stesso libro fu riportata la visione di 4 bestie selvagge: una simile a un leone, un’altra simile a un orso, la terza simile a un leopardo, la quarta è una bestia, mai vista, “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte” (cfr. Daniele 7:3-7). Anche queste bestie rappresentavano quattro Potenze Mondiali, a parere di tutti gli eruditi biblici le stesse rappresentate dalla statua del sogno del re babilonese (cfr. Daniele 7:17). Infine nel capitolo 8 la visione mostrò ancora delle bestie: un montone con due corna e un capro con un grande corno che si spezza dando origine ad altre quattro corna; da uno di queste poi spuntava un altro piccolo corno. Anche queste bestie e le relative corna rappresentavano delle Potenze Mondiali (cfr. Daniele 8:5-9,20-22).
Come ampiamente trattato nei post precedenti, le prime tre Potenze Mondiali rappresentate nelle profezie sono, nell’ordine, la Potenza Mondiale Babilonese, la Potenza Mondiale Medo-Persiana e la Potenza Mondiale Greca (Macedone). Le quattro corna che spuntavano dal corno spezzato del capro, che rappresentava la Potenza Mondiale Greca, simboleggiarono i quattro regni ellenistici che, dopo la morte di Alessandro il Grande, si divisero il suo impero. Ora sarà interessante indagare, in base alla storia, quale fu la quarta Potenza Mondiale rappresentata nelle visioni e, soprattutto vedere gli sviluppi del suo potere poiché, secondo la profezia, quest’ultimo aspetto ci riguarda molto da vicino, in quanto, come fu detto a Daniele, l’adempimento finale delle visioni doveva verificarsi al “tempo della fine”(cfr. Daniele 12:9,10). Con questo post iniziamo a esaminare questa storia, con l’identificazione del quarto re … …

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In adempimento della profezia biblica di Daniele capitolo 8, versi 5-8,21,22, l’impero di Alessandro Magno, in mancanza di successori diretti, venne suddiviso tra quattro suoi generali che diedero vita a quattro regni ellenistici: Cassandro si prese la Macedonia e la Grecia; Lisimaco governò la Tracia europea e l’Asia Minore; a Seleuco I Nicatore, toccarono la Siria, Babilonia, la Media, la Persia e le province orientali fino all’Indo; Tolomeo I Lago prese l’Egitto, la Libia e la Palestina. Ben presto, però, tra questi regni iniziò una lotta fratricida a causa delle mire espansionistiche dei loro governanti.
Cassandro diede inizio ad una dinastia reale detta antipatride che governò la Macedonia fino al 294 a.C. quando fu soppiantata da un’altra dinastia, detta antigonide, il cui capostipite fu un altro generale di Alessandro Magno, Antigono I Monoftalmo. Quest’ultimo, che aveva ottenuto da Alessandro il Grande, la satrapìa della Frigia, della Licia e della Panfilia, province dell’Asia minore, aveva tentato di ricostituire e ottenere il controllo del grande impero di Alessandro ma era stato sconfitto nella battaglia di Ipso, in Frigia, nel 301 a.C., dalla coalizione formata da Cassandro, Lisimaco e Seleuco I Nicatore. Suo figlio però, Demetrio I detto Poliorcete, che era sopravvissuto alla battaglia, nel 294 a.C., dopo essersi riconciliato con Seleuco I dandogli in sposa la figlia Stratonice,  attaccò e prese possesso della Grecia e della Macedonia. Nel 288 a.C. Demetrio nel tentativo di riconquistare i territori asiatici che erano stati sottratti al padre, attaccò Lisimaco ma  ne uscì sconfitto e venne costretto ad abbandonare la Macedonia. Il regno venne riconquistato circa 12 anni dopo, nel 276 a.C., dal figlio Antigono II Gonata. La dinastia antigonide rimase poi sul trono macedone fino a quando il dominio dell’area passò nelle mani di Roma dopo la battaglia di Pidna del 168 a.C. e la Macedonia diventò provincia romana.
Lisimaco dopo la battaglia di Ipso aveva accresciuto il suo potere ripudiando la moglie Amastri e sposando Arsinoe, figlia di Tolomeo I, rinsaldando così l’alleanza col re d’Egitto. Questa alleanza gli fu utile quando Demetrio I Poliorcete, figlio di Antigono I Monoftalmo, organizzando una potente flotta, iniziò una guerra di riconquista dei territori asiatici che erano stati sottratti al padre. Inizialmente Demetrio riuscì a realizzare parte del suo intento riconquistando la Cilicia. In seguito, però, Lisimaco riuscì a strappargli dapprima la Ionia poi, alleatosi con Seleuco, Tolomeo e Pirro re dell’Epiro, nel 288 a.C. attaccò la Macedonia annettendola al suo dominio. Ma nel 281 a.C., dopo essere stato tradito dal figlio, che voleva impadronirsi del suo trono, e da diversi funzionari del regno amici del figlio, Lisimaco dovette subire l’attacco da parte di Seleuco. Nella pianura di Corupedio, nei pressi della città di Sardi, si svolse la battaglia decisiva tra i due satrapi. Seleuco ebbe la meglio su Lisimaco che perse la vita e tutti i suoi territori in Asia. Lo stesso Seleuco, però, non ebbe sorte migliore. Mentre entrava in Tracia per conquistare i territori di Lisimaco venne ucciso a tradimento da Tolomeo Cerauno, figlio di Tolomeo I re d’Egitto, che si era finto suo alleato, il quale s’impadronì del regno di Tracia e Macedonia. Poco tempo dopo, però, anche Tolomeo Cerauno fu ucciso in combattimento e il trono macedone tornò alla dinastia antigonide che, come detto, governò fino all’intervento dell’impero romano.
A seguito di tali avvenimenti, solo due dei quattro regni ellenistici nati dalla dissoluzione del regno di Alessandro il Grande, conservarono la loro importanza: uno sotto Seleuco I Nicatore e l’altro sotto Tolomeo I Lago.
Seleuco I Nicatore da Babilonia di cui era satrapo, estese rapidamente il proprio dominio fino al Mediterraneo, a ovest, e all’India, a est. Diede vita a una vera e propria dinastia che governò una vasta regione dal 312 a.C. al 63 a.C. La dinastia seleucide diffuse in tutta la regione l’ellenismo, la cui influenza perdurò anche nei territori che ben presto sfuggirono al suo diretto dominio. Fondò importanti città come Antiochia di Siria, Laodicea, Aleppo e Seleucia. Sul piano religioso realizzò quella mescolanza di culti greci e orientali destinata a investire più tardi anche l’Occidente. I Seleucidi controllavano tutto il traffico carovaniero tra il Mediterraneo e l’Estremo Oriente disponendo di vastissime risorse finanziarie. Dopo la battaglia di Ipso su accennata, i discendenti di Seleuco I rivendicarono il possesso della Celesiria, una lunga valle racchiusa tra le catene del Libano e dell’Antilibano, scatenando una serie di guerre con la dinastia dei Tolomei d’Egitto. Tali guerre indebolirono entrambi gli schieramenti a vantaggio degli eserciti romani che iniziavano ad affacciarsi in Asia finché, nel 63 a.C., l’impero Seleucide fu annesso a quello romano e la Siria venne trasformata in una provincia romana.
Tolomeo I Lago diede anch’egli inizio a una lunga dinastia che dominò l’Egitto dal 305 a.C. al 30 a.C. I sovrani della dinastia tolemaica presero tutti il nome di Tolomeo e molti di loro sposarono le rispettive sorelle dando vita a una storia dinastica molto intricata. La loro storia si incrocia spesso con quella della dinastia Seleucide con la quale combatterono sanguinose guerre, con alterne vicende, per l’espansione dei rispettivi regni. Questo conflitto finì per assumere una rilevanza mondiale e viene specificamente preso in considerazione dalla profezia biblica, riportata in Daniele capitolo 11, il cui adempimento continua fino ai nostri giorni. L’impegno militare tra i discendenti delle due dinastie si concluse nel 194 a.C. quando la pace con la Siria venne suggellata con il matrimonio tra Tolomeo V e Cleopatra, figlia di Antioco III. Da quel momento in avanti l’Egitto entrò stabilmente nello spettro degli interessi politici romani e la dinastia dei Tolomei andò a esaurirsi fino ad arrivare a Tolomeo XV detto Cesarione e a sua madre Cleopatra VII, amante di Giulio Cesare, la cui rovina fu quella di schierarsi con Marco Antonio, divenuto poi anch’egli suo amante, per combattere contro Ottaviano Augusto nella lotta di successione apertasi dopo l’assassinio di Giulio Cesare. La battaglia di Azio del 31 a.C. e la morte di Marco Antonio segnarono la fine dell’indipendenza anche nominale dell’Egitto, che divenne anch’esso una provincia romana, e l’insediarsi stabile dei nuovi dominatori.
Il quarto regno sarà forte come il ferro” – Daniele 2:40
L’impero Macedone di Alessandro il Grande rappresentò la terza Potenza Mondiale indicata nella visione di Daniele capitolo 2, quello simboleggiato dal ventre e le cosce di rame della statua vista in sogno dal re babilonese Nabucodonosor. A seguire, la statua aveva “le gambe … di ferro” (cfr. Daniele 2:33). Cosa rappresentavano esse? Daniele disse: “Il quarto regno sarà forte come il ferro. Infatti, come il ferro frantuma e polverizza ogni cosa, così, proprio come ferro che fa a pezzi, frantumerà e farà a pezzi tutti questi” (cfr. Daniele 2:31-40). Cosa dice la storia al riguardo?
Da piccola cittadina laziale che era, Roma gradualmente crebbe in potenza conquistando importanti territori. In un primo tempo estese il suo controllo a tutta la penisola italiana. Poi sconfisse la potente Cartagine sulla costa settentrionale dell’Africa conquistando la supremazia nel Mediterraneo, sulla penisola iberica e su tutto il nord-Africa. Dopo aver sconfitto ogni possibile rivale in Occidente si volse verso Est conquistando l’Illiria, la regione corrispondente alla parte occidentale della penisola balcanica. Quindi le legioni di Roma rivolsero la loro attenzione alla Grecia trasformandola in una provincia romana. Poi, perseguendo le sue mire espansionistiche, Roma con astuzia si intromise nelle guerre siriache tra l’Impero Seleucide e il Regno Tolemaico d’Egitto in qualità di ‘arbitro’, imponendo loro gradualmente una sorta di sudditanza al suo potere finché questi, sfiniti dal conflitto, cedettero allo strapotere romano che li trasformò in proprie colonie. Roma divenne così la capitale del massimo impero mondiale dei tempi biblici. A conferma di ciò, lo stesso profeta Daniele ricevette un’altra visione, riportata al capitolo 7 del suo libro. Vide “quattro grosse bestie” che “uscivano dal mare”: “La prima era simile a un leone … la seconda, simile a un orso … un’altra bestia, simile a un leopardo” infine vide “una quarta bestia, spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte. Aveva grandi denti di ferro. Divorava e stritolava, e quello che rimaneva lo calpestava con le zampe. Era diversa da tutte le bestie precedenti” (Daniele 7: 2-7). Cosa rappresentavano le quattro bestie? L’angelo che portò la visione disse: “Queste grosse bestie, quattro di numero, sono quattro re che sorgeranno dalla terra” (Daniele 7:17). Dunque anche quelle bestie rappresentavano potenze mondiali. Quali? Tutti i biblisti concordano nel collegare la visione delle quattro bestie con il sogno di Nabucodonosor. Ad esempio The Wycliffe Bible Commentary di Charles F. Pfeiffer e Everett F. Harrison, il primo docente di letteratura antica presso la Central Michigan University di Mount Pleasant MI, e l’altro teologo presso il Fuller Theological Seminary di Pasadena CA, dice: “Generalmente si conviene che la successione dei quattro domini gentili … qui [in Daniele capitolo 7] è la stessa di quella contemplata nel capitolo 2”. Come ampiamento illustrato nei precedenti post, le prime tre potenze rappresentate erano l’Impero Babilonese, quello Medo-Persiano e l’impero Macedone di Alessandro il Grande. Come dimostra la storia, la quarta bestia o il quarto re “eccezionalmente forte” che “come il ferro frantuma e polverizza ogni cosa”, ‘frantumando e facendo a pezzi i precedenti’, non può che rappresentare la Potenza Mondiale Romana. Nel suo periodo d’oro, infatti, questo potente impero, soggiogando con la forza militare tutto quello che incontrava sul suo cammino, si estese dalla Gran Bretagna fino all’Egitto, e dal Portogallo fino alla Mesopotamia, inglobando tutti i territori delle potenze che l’avevano preceduta, Babilonia, Medo-Persia e Grecia, per un estensione complessiva di circa 8 milioni di chilometri quadrati, circondando completamente il Mediterraneo, così che venne dai romani chiamato Mare Nostrum.

Impero romano

vidi una quarta bestia … Era diversa da tutte le bestie precedenti
Secondo la tradizione, Roma venne fondata nel 753 a.C. Inizialmente la sua forma di governo fu la monarchia ma dal 509 a.C. i suoi abitanti, dopo aver deposto il re Tarquinio il Superbo instaurarono la repubblica. Iniziò da allora una fase lunga, complessa e decisiva della storia della città che, tra il V ed il II secolo a.C., si trasformò da piccola città a capitale di un potente Impero che, impegnandosi in guerre espansionistiche, estese il proprio dominio dapprima sull’intera Italia, quindi sull’Africa settentrionale, sulla penisola iberica, su quella balcanica, infine su tutto il Medio Oriente. Con l’annessione degli ultimi due regni ellenistici, quello Seleucida in Siria e quello Tolemaico su Egitto e Libia, nel 30 a.C. Roma istituì il più grande impero dell’antichità e, con riferimento alle profezie bibliche, la quarta Potenza Mondiale delle visioni ricevute dal profeta Daniele (cfr. Daniele 2:31-40 e 7: 2-7), la sesta della storia biblica, secondo la visione apocalittica dell’apostolo Giovanni (cfr. Rivelazione o Apocalisse 13:1: 17:9,10). L’impero romano superò tutti gli imperi precedenti non solo per l’estensione dei suoi domini, che includevano l’intera area mediterranea e col tempo si estesero fino alla Gran Bretagna, ma anche per l’efficienza della sua macchina militare e la fermezza con cui imponeva la legge romana alle province del suo vastissimo impero. Herbert George Wells, uno dei più popolari scrittori britannici, nel suo libro The Pocket History of the World la descrisse così: “Roma, questa nuova potenza che sorse per dominare il mondo occidentale nel II e I secolo a.C., era sotto molti aspetti diversa da qualsiasi grande impero che si fosse imposto fino a quel momento nel mondo civilizzato”.
Il re del nord verrà … e catturerà una città fortificata” – Daniele 11:15
Le potenze mondiali prese in esame dalle profezie bibliche non si caratterizzano soltanto per la loro aggressività e per il loro dominio su altre nazioni o popoli ma soprattutto per il fatto che tutte si sarebbero levate in opposizione al dominio di Dio sul genere umano esercitato mediante il Regno messianico. Vengono pure descritte in opposizione al “popolo del patto”, o ai “santi” di Dio, prima la nazione ebraica poi la chiesa cristiana. La Potenza Mondiale Romana ebbe un ruolo di primo piano sotto questo aspetto. Infatti la profezia di Daniele, riferendosi ancora ad essa, diceva: “Il re del nord verrà, costruirà una rampa d’assedio e catturerà una città fortificata … L’invasore farà quello che vorrà, e nessuno gli resisterà. Starà nel Paese Splendido, e la capacità di sterminare sarà nella sua mano” (Daniele 11:15,16). Il “re del nord”, come vedremo più dettagliatamente in un prossimo post sull’argomento, rappresentò in quel tempo proprio l’impero romano.
Nella suddivisione che seguì la caduta dell’impero di Alessandro il Grande, la Palestina, il “Paese Splendido” che Geova Dio, il creatore e padrone della Terra (cfr. Deuteronomio 10:14; Salmo 24:1), aveva assegnato al popolo di Israele in virtù del patto fatto con il loro capostipite, Abraamo (cfr. Genesi 15:18-21), venne consegnata alla dinastia dei Tolomei, sotto il regno d’Egitto. Ma nel 198 a.C., al culmine della quinta guerra siriaca tra Seleuicidi e Tolomei, Antioco III il Grande re di Siria, nella battaglia di Panion inflisse a Tolomeo V Epifane una sconfitta decisiva costringendo i Tolomei a cedere ai Seleucidi la Palestina e la Fenicia. Ma trent’anni dopo, nel 168 a.C., suo figlio, Antioco IV Epifane fece erigere un altare pagano sopra l’altare del tempio di Geova a Gerusalemme e su di esso fece offrire sacrifici al dio greco Zeus. Questo episodio fece scoppiare l’insurrezione dei Maccabei, una famiglia sacerdotale che viveva a Modin, una località a nord-ovest di Gerusalemme. La loro rivolta, in origine di natura religiosa, divenne ben presto una lotta politica per l’autodeterminazione ebraica. Giuda Maccabeo, il capo della rivolta, approfittando delle rivalità interne al regno di Antioco con una battaglia dopo l’altra, condotta con metodi di guerriglia moderni, riuscì ad avere la meglio sulle forze dei seleucidi, anche se più numerose delle sue, e tre anni dopo, nel 165 a.C., riprese il possesso del tempio e lo ridedicò all’adorazione di Geova. Tutt’oggi gli ebrei celebrano quell’avvenimento con la festa di Hanukkah, o festa della dedicazione, ogni anno il 24° giorno del mese di kislev (novembre-dicembre) del loro calendario.
Consapevoli della necessità di un appoggio alla loro lotta contro la dominazione seleucide, i Maccabei fecero un alleanza con Roma che entrò così nella scena della Palestina. L’ultimo uomo della famiglia dei Maccabei a capitanare la rivolta contro la Siria, Simone Maccabeo, riuscì a fare di Gerusalemme la capitale di una regione apparentemente autonoma e non soggetta a pagare tasse ad alcuna nazione gentile. Egli diede inizio ad una dinastia, detta degli Asmonei, che mantenne il potere civile e religioso della regione. Ma ben presto Gerusalemme venne lacerata da dissidi interni alimentati da ambizioni egoistiche e acuiti da fazioni religiose rivali, i sadducei, i farisei, gli zeloti e altri. Così una violenta disputa scoppiata tra Aristobulo II e suo fratello Giovanni Ircano, appartenenti a detta dinastia, provocò il ricorso all’arbitrato di Roma. Pertanto, nel 63 a.C. il condottiero romano Gneo Pompeo Magno, dopo aver conquistato la Siria seleucide, assediò e prese anche Gerusalemme, la “città fortificata” della profezia, così la Palestina divenne una provincia romana. Tra i due contendenti Pompeo scelse Giovanni Ircano, ritenendolo il più debole e quindi un alleato più malleabile e meno scomodo per Roma. Giovanni Ircano venne quindi nominato Sommo Sacerdote ma il potere politico venne dai romani affidato all’idumeo Antipatro, nominato procuratore di Giudea. Alla morte di quest’ultimo, nel 39 a.C. Roma nominò suo figlio Erode (il Grande) re della Giudea.
Erode il Grande si dimostrò uomo estremamente diffidente e sospettoso, capace di spietata crudeltà. Fece uccidere una delle sue mogli e alcuni dei suoi figli, nonché centinaia di oppositori sospettandoli di complottare per spodestarlo. Sotto il suo regno, nel 2 a.C. a Betlemme dalla discendenza del re Davide nacque Gesù (cfr. Matteo 1:6-16; Luca 3:23-31). La notizia della nascita del “re dei giudei”, portata dagli astrologi babilonesi, mise in agitazione Erode che emanò un decreto che ordinava la strage di tutti i bambini di Betlemme (cfr. Matteo 2:1-18). Circa un anno dopo Erode il Grande morì e il regno di Giuda passò a suo figlio Archelao (cfr. Matteo 2:19-23). Questi non resse a lungo; tirannico e spietato come il padre provocò la rivolta di giudei e samaritani, costringendo Cesare Augusto a rimuoverlo, dopodiché la Giudea venne governata da procuratori nominati direttamente da Roma, come Ponzio Pilato.
L’invasore farà quello che vorrà … la capacità di sterminare sarà nella sua mano” – Daniele 11:16
Sotto il governo di Pilato Gesù svolse il suo ministero terreno dall’autunno del 29 d.C., dopo il suo battesimo, fino alla sua morte nella primavera del 33 d.C. dichiarando “la buona notizia del regno di Dio” (cfr. Luca 4:43). La notte del 14 nisan di quell’anno Gesù venne arrestato e portato davanti ai sacerdoti Anna e Caiafa e poi davanti al Sinedrio per essere processato (cfr. Matteo 26:57-68). Di là all’alba fu condotto nel palazzo del “governatore”, da Pilato (cfr. Matteo 27:1,2). Saputo che Gesù era di Nazaret, Pilato tentò di passare il caso a Erode Antipa, terzo figlio di Erode il Grande, che era stato nominato tetrarca della Galilea. Fallito questo tentativo, Pilato cercò di fare in modo che la folla radunata davanti al suo palazzo chiedesse la liberazione di Gesù, secondo la consuetudine di rimettere in libertà un prigioniero in occasione della Pasqua. Ma la folla chiese a gran voce la liberazione di Barabba (cfr. Luca 23:5-19). Alla fine, venuto meno ogni tentativo di liberare Gesù, Pilato mise la carriera al di sopra della coscienza e della giustizia. Si fece portare dell’acqua e si lavò le mani, dichiarandosi innocente del sangue dell’uomo che era costretto a mandare a morte. Roma, la Potenza Mondiale che aveva stritolato la Potenza Mondiale Greca e aveva inghiottito i resti delle precedenti Potenze Mondiali Medo-Persiana e Babilonese, non mostrò alcun rispetto per il “regno dei cieli”, “il regno di Dio”, proclamato da Gesù Cristo, mettendo a morte su un palo di tortura il governante di quel regno, colui che nella profezia Daniele chiamò “il Condottiero del patto” (Daniele 11:22).
Nel corso del suo ministero Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giovanni 15:20). Dopo la morte del loro Signore, i cristiani del I secolo iniziarono anch’essi a predicare la buona notizia del regno di Dio con zelo e senza compromessi, al punto che solo una trentina di anni dopo l’apostolo Paolo poté dire che la buona notizia del regno era stata “predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Clossesi 1:23). Per la fine del I secolo i seguaci di Gesù avevano fatto discepoli in tutto l’impero romano: in Asia, Europa e Africa! Perfino alcuni della “casa di Cesare”, cioè vicini all’imperatore, erano diventati cristiani (cfr. Filippesi 4:22). Inoltre i seguaci di Gesù rendevano a Geova esclusiva devozione. Forse, più di ogni altra cosa, questo aspetto della loro adorazione era inaccettabile per Roma. I romani erano tolleranti verso le altre religioni, purché i loro seguaci partecipassero anche al culto dell’imperatore. Ma i primi cristiani non vi prendevano parte poiché sapevano di dover rendere conto a un’autorità più alta dello Stato romano, cioè a Geova Dio (cfr. Atti 5:29). Di conseguenza, per quanto potessero essere cittadini esemplari sotto tutti gli altri aspetti, venivano considerati nemici dello Stato.
Un’altra ragione per cui i cristiani fedeli divennero oggetto di odio nel mondo romano furono le perfide calunnie fatte circolare sul loro conto dai capi religiosi giudei, le quali trovavano facilmente credito. Essi venivano accusati di essere una “setta”, di dividere le famiglie e di essere contro lo Stato sociale  (cfr. Atti 17:5-8; 28:22). Per questo quando nel 64 d.C. gli venne attribuita la responsabilità dell’incendio di Roma, Nerone scelse come capro espiatorio i già diffamati cristiani. Questo scatenò un’ondata di persecuzione mirante a sterminarli. Una ulteriore ondata di persecuzione si verificò una ventina d’anni dopo, sotto l’imperatore Domiziano. Le persecuzioni dei cristiani continuarono fino alla fine del III secolo d.C., al tempo di Diocleziano la cui avversione per il cristianesimo viene indicata dagli storici come dell’“ultima grande persecuzione” e “la più violenta persecuzione”. In Frigia, Cappadocia, Mesopotamia, Fenicia, Egitto e nella maggioranza delle altre regioni dell’impero romano numerosi cristiani subirono il martirio.
L’ondata di brutalità che ne derivò produsse una categoria di persone bollate come lapsi (“scivolati”) o traditores (“consegnatori”), traditori di Dio e di Cristo che cercavano di aver salva la vita consegnando le proprie copie delle Scritture, facendo compromessi con l’idolatria romana e prestando servizio nell’esercito romano. Ricordano molto certi apostati moderni! La maggior parte di questi traditores erano uomini desiderosi di preminenza, che avevano costituito una classe clericale dominante mai istituita da Cristo, confermando ciò che era stato predetto dagli apostoli Paolo e Pietro, nonché da altri scrittori ispirati (cfr. Atti 20:29,30; 2Tessalonicesi 2:3,4; 2 Pietro 2:12).
Infine l’imperatore Costantino trovò più conveniente fondere paganesimo e cristianesimo in una nuova religione “universale” o “cattolica”, anziché combattere i cristiani. Nel 380 d.C., con l’editto di Tessalonica, conosciuto anche come Cunctos populos, gli imperatori Graziano, Teodosio I e Flavio Valentiniano (che all’epoca aveva solo nove anni) dichiaravano la religione “cattolica”, istituita secondo i canoni del credo niceno deciso da Costantino nell’omonimo Concilio del 325 d.C., religione ufficiale dell’impero. L’editto di Tessalonica avviò un processo in base al quale “per la prima volta una verità dottrinale veniva imposta come legge dello Stato e, di conseguenza, la dissidenza religiosa si trasformava giuridicamente in crimen publicum”, pertanto da quel momento “gli eretici potevano e dovevano essere perseguitati come pericolo pubblico e nemici dello Stato” (Giovanni Filoramo, La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, ed. Laterza 2011). Nei secoli successivi la Chiesa Cattolica applicò questo princìpio  mandando a morte milioni di persone che, alla luce delle Sacre Scritture, contestavano i suoi insegnamenti antiscritturali, accusandoli di eresia.

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hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi
Roma si fece una pessima reputazione per la persecuzione dei cristiani, specie durante i regni di Nerone e Domiziano. Lo storico romano Tacito scrisse: “Rivestiti di pelli di belve, furono fatti dilaniare dai cani, o, attaccati a croci, quando era calato il giorno venivano accesi come fiaccole notturne” (Annales, libro XV). I motivi della persecuzione erano principalmente due: 1) il grande zelo degli evangelizzatori cristiani nel convertire altri, 2) la loro irremovibile presa di posizione nel rendere a Dio, anziché a Cesare, le cose di Dio. Cosa spinse quei fedeli seguaci di Cristo ad affrontare quel brutale martirio? Il loro Signore era stato messo a morte perché parlava alla gente del Regno di Dio, di cui era il massimo rappresentante (cfr. Matteo 4:23; Luca 4:43). E il comando che diede ai suoi discepoli fu: “in qualunque città entriate … dite loro: ‘Il Regno di Dio si è avvicinato a voi” (Luca 10:9). Dopo la morte di Gesù quella “buona notizia del Regno” venne predicata in tutto l’impero (cfr. Colossesi 1:23).  Quel Regno era la disposizione di Dio per santificare il suo nome e ristabilire sulla terra il suo proposito originale, pertanto era in totale antitesi con i governi umani, incapaci di produrre pace, diritto e giustizia. La predicazione del Regno aveva quindi a che fare con la rivendicazione della Sovranità universale di Geova Dio. Sia Gesù che i suoi discepoli volevano sostenere lealmente la causa di Geova in questa grande contesa anche se ciò richiedeva sopportare una grande persecuzione.
vidi una quarta bestia … aveva 10 corna … spuntò fra loro un altro corno, piccolo” – Daniele 7:7,8
Alla fine del I secolo, a seguito della persecuzione avviata da Domiziano, l’apostolo Giovanni venne tenuto prigioniero nella colonia penale dell’isola di Patmos. Lì nel 96 d.C. ricevette da Cristo una visione che mise per iscritto nel libro di Rivelazione o Apocalisse. Vide “salire dal mare una bestia feroce con 10 corna e 7 teste; sulle corna aveva 10 diademi”. La spiegazione della visione che l’apostolo ricevette fu questa: “Le sette teste rappresentano sette monti … E ci sono sette re: cinque sono caduti, uno è e l’altro non è ancora arrivato; ma quando arriverà dovrà rimanere per poco tempo” (Rivelazione o Apocalisse 13:1: 17:9,10). Questa visione, simile a quelle del profeta Daniele, riguardava anch’essa la successione delle Potenze Mondiali nel dominio della terra. I cinque re che erano caduti al tempo di Giovanni erano: primo, la Potenza Mondiale Egiziana; secondo, la Potenza Mondiale Assira; terzo, la Potenza Mondiale Babilonese; quarto, la Potenza Mondiale Medo-Persiana; quinto, la Potenza Mondiale Greca. Quello che dominava al tempo dell’apostolo era il sesto re, cioè la Potenza Mondiale Romana. Tuttavia, doveva cadere anche la Sesta Potenza Mondiale, poiché l’angelo della rivelazione disse all’apostolo Giovanni: “Uno è, l’altro non è ancora arrivato”.
Questo significa che doveva ancora venire una settima potenza mondiale, per corrispondere alla settima testa della bestia selvaggia. Anche nella visione di Daniele capitolo 2, la statua, dopo le gambe di ferro che, come abbiamo visto, rappresentavano la Potenza Mondiale Romana, aveva un’altra parte costituita dai piedi “in parte di ferro e in parte d’argilla” (cfr. Daniele 2:33).  E la visione di Daniele capitolo 7, descriveva la quarta bestia “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte”, che sempre rappresentava la Potenza Mondiale Romana, con 10 corna. Poi, improvvisamente, il profeta vide spuntare tra le corna “un altro corno, piccolo”. Spiegando questo aspetto della visione l’angelo disse al profeta: “Le 10 corna sono 10 re che sorgeranno da quel regno; dopo di loro ne sorgerà un altro ancora, che sarà diverso dai primi e umilierà 3 re” (Daniele 7:24). Queste parole predicevano gli sviluppi futuri della Potenza Mondiale Romana, che avrebbero portato al sorgere della settima potenza mondiale della storia biblica. Nel giorno dell’apostolo Giovanni quella ‘settima testa’, o ‘settimo monte’ o ‘settimo re’ o anche ‘piccolo corno’, era ancora un mistero. Ma i secoli di storia del mondo dal giorno di Giovanni in poi hanno svelato questo mistero. Qual’è dunque la Settima Potenza Mondiale della profezia biblica? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIII

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE” – 3a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Attestando la grandezza dell’impero medo-persiano, la Bibbia parla del re “Assuero che regnava su 127 province, dall’India all’Etiopia” (Ester 1:1). Questo grande impero, rappresentato nella visione ricevuta dal profeta Daniele da un “montone” che cozzava “a ovest, a nord e a sud”, al quale “nessuna bestia gli poteva resistere” e “non c’era nessuno che potesse liberare chi era in suo potere”, ragion per cui “faceva quello che voleva e si esaltava” (Daniele 8:4), doveva cedere il passo a un altro impero, ancora più potente. Dopo la visione del simbolico “montone”, infatti, Daniele vide “un capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Questi “aveva fra gli occhi un corno notevole” e “si avvicinava al montone con due corna … correva verso di lui con tutta la sua furia”. Quindi il profeta lo vide “scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli … lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7). Cosa significava tutto questo? L’ispiratore di quella profezia ne rivelò anche il significato, non ci lasciò nel dubbio al riguardo (cfr. Daniele 2:28). Giova ricordare che quella visione venne ricevuta e messa per iscritto dal profeta “nel terzo anno del regno del re Baldassarre”, cioè nel 552 a.C. La prima parte, quella relativa all’impero medo-persiano, come ampiamente trattato nel mio precedente post, si adempì dal 539 a.C. con la conquista di Babilonia da parte del re persiano Ciro il Grande, fino al 330 a.C. con la morte di Dario III, l’ultimo governante a sedersi sul trono medo-persiano. Ora, più di 200 anni dopo che fu pronunciata, si adempiva la seconda parte della profezia, quella relativa all’impero che doveva soppiantare l’impero medo-persiano nel dominio mondiale. Sarà avvincente vedere nei particolari il suo adempimento e come dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la storia biblica è accurata, degna di fiducia e che può considerarsi una prova evidente della sua ispirazione divina!

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Quando alzai lo sguardo, vidi un montone stare davanti al corso d’acqua, e aveva due corna” (Daniele 8:3). Come ampiamente trattato nel mio precedente post, nell’adempimento di questa visione ricevuta dal profeta Daniele quel montone rappresentava l’impero Medo-Persiano che conquistò Babilonia sostituendola nel dominio mondiale. Tale interpretazione venne fornita dall’autore della visione, Geova Dio stesso, il quale mediante un suo angelo disse a Daniele: “Il montone con due corna che hai visto rappresenta i re di Media e di Persia” (Daniele 8:20). Daniele ricevette questa visione “Nel terzo anno del regno del re Baldassarre” (Daniele 8:1), cioè nel 552 a.C. La storia dimostra che tale visione iniziò ad adempiersi 13 anni dopo, dal 539 a.C. con la conquista di Babilonia da parte del re persiano Ciro il Grande, fino al 330 a.C. con la morte di Dario III, l’ultimo governante a sedersi sul trono medo-persiano.
Ma l’adempimento della visione del profeta non finiva lì, continuava dicendo: “Continuai a guardare, ed ecco, un capro veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo. Il capro aveva fra gli occhi un corno notevole. Si avvicinava al montone con due corna che avevo visto stare davanti al corso d’acqua; correva verso di lui con tutta la sua furia. Lo vidi scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli. Allora il capro lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7). Chi rappresentava il capro e come si sarebbe adempiuta questa parte della visione? Di nuovo Geova Dio stesso identificò chi era rappresentato dal capro dicendo: “Il capro peloso rappresenta il re di Grecia, e il grande corno che era fra i suoi occhi rappresenta il primo re” (Daniele 8:21).
Il capro peloso rappresenta il re di Grecia” – Daniele 8:21
Così, più di duecento anni prima, Geova Dio predisse che il “regno” simboleggiato dal ventre e dalle cosce di rame della statua del sogno che il profeta Daniele interpretò al re babilonese Nabucodonosor sarebbe stato la potenza mondiale greca. Come il rame è un metallo semiprezioso, inferiore all’argento, questa potenza mondiale sarebbe stata inferiore alla precedente potenza mondiale medo-persiana per il ruolo che avrebbe svolto in relazione al popolo che allora rappresentava il dominio di Dio sulla terra, Israele. Sotto questo aspetto, infatti, non fu onorata con nessun privilegio, come quello di liberare l’esiliato popolo di Geova dalla sua prigionia in Babilonia che ebbe il governante medo-persiano Ciro il Grande. Comunque quel terzo re avrebbe ‘dominato l’intera terra’ (cfr. Daniele 2:39). Ciò significava che il suo dominio sarebbe stato più esteso sia della potenza mondiale medo-persiana che di quella babilonese.
Il “primo re” di questo regno fu Alessandro III di Macedonia, detto il Grande. Con la velocità di un “capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”,  nel 334 a.C. egli intraprese la campagna di conquista dell’impero persiano. Penetrò in Asia attraverso i Dardanelli con circa 30.000 fanti e 5.000 cavalieri e invase i domini dell’impero persiano, 50 volte più grande del suo regno! Presso il fiume Granico, vicino all’attuale città di Biga in Turchia, Alessandro vinse la sua prima battaglia contro i persiani conquistando l’Asia Minore occidentale. Successivamente a Isso, all’estremità sudorientale della stessa regione, sbaragliò un esercito persiano ritenuto forte di mezzo milione di uomini, e il grande re Dario III di Persia fu costretto a fuggire, abbandonando la famiglia nelle mani di Alessandro. Questi poi, invece di inseguire i persiani in rotta, si diresse a sud lungo la costa del Mediterraneo impadronendosi delle basi usate dalla potente flotta persiana. Venne così a trovarsi di fronte alla città insulare di Tiro.
Questa città si era alleata con i nemici di Israele riguardo ai quali Geova aveva fatto scrivere nella sua Parola: “Con astuzia complottano contro il tuo popolo; cospirano contro i tuoi protetti. Dicono: “Su, annientiamo la loro nazione, affinché il nome d’Israele non sia più ricordato”. Hanno escogitato una strategia concorde; hanno stretto un’alleanza contro di te: le tende di Èdom e gli ismaeliti, Mòab e gli agareni, Ghèbal, Àmmon e Àmalec, la Filistèa insieme agli abitanti di Tiro” (Salmo 83:3-7). La perfidia di Tiro giunse al punto di fare schiavi Israeliti fuggiaschi che cercavano rifugio nella città e nelle sue vicinanze vendendoli a Greci ed Edomiti. Perciò, per mezzo dei suoi profeti, Geova pronunciò parole di condanna contro di essa, facendo scrivere: “che cosa avete contro di me, o Tiro e Sidóne e voi tutte regioni della Filistèa? … avete venduto ai greci gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme … vi ripagherò con lo stesso trattamento” (Gioele 3:4-7, scritto intorno all’820 a.C.), “non revocherò la mia decisione … Perciò manderò un fuoco sulle mura di Tiro, ed esso divorerà le sue torri fortificate” (Amos 1:9,10, scritto intorno all’804 a.C.), “Ecco, sono contro di te, o Tiro. Farò salire contro di te molte nazioni … Distruggeranno le mura di Tiro e demoliranno le sue torri. Raschierò via la sua terra e ne farò una nuda roccia.  Diventerà, in mezzo al mare, un luogo dove far asciugare le reti a strascico … demoliranno le tue mura e abbatteranno le tue belle case. Poi getteranno in acqua le tue pietre, il tuo legname e la tua terra”  (Ezechiele 26:3-5,12, scritto intorno al 591 a.C.), “Tiro si è costruita una fortezza … Ecco, Geova la spoglierà dei suoi averi e sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco” (Zaccaria 9:3,4, scritto intorno al 518 a.C.). Queste parole di condanna trovarono il loro adempimento finale proprio al tempo di Alessandro il Grande, nell’anno 332 a.C. Di fronte all’ostinato rifiuto di Tiro di arrendersi, egli pose l’assedio alla città, la conquistò e le diede fuoco. Dei suoi abitanti, oltre 8.000 furono massacrati in battaglia, altri 2.000 vennero uccisi come rappresaglia per la loro disperata resistenza e 30.000 furono venduti come schiavi, proprio come Geova aveva predetto secoli prima mediante i suoi profeti.

Antiche-rovine-di-Tiro

L’antica Tiro oggi: un mucchio di rovine
Geova … sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco
Alessandro il Grande di Macedonia, invadendo il Medio Oriente, chiese che le città della Fenicia, compresa Tiro, gli si sottomettessero. Mentre le altre città si arresero, Tiro si rifiutò di aprirgli le sue porte. In quel tempo la città era situata su un’isola a circa 800 metri dalla costa ed era protetta da massicce fortificazioni. La parte delle mura verso il continente raggiungeva l’altezza di ben 46 metri. Più di duecento anni prima Tiro aveva già subito l’attacco delle truppe babilonesi al comando di Nabucodonosor. I babilonesi dovettero affrontare un estenuante assedio durato circa tredici anni prima di conquistarla, tuttavia riuscirono a prendere solo la parte continentale della città mentre quella insulare riuscì a sfuggire alla cattura. Ma la parola profetica di Geova Dio diretta contro Tiro non aveva perduto efficacia. La città doveva ancora essere spogliata di tutta la sua gloria. Sotto ispirazione divina il profeta Zaccaria aveva predetto: “Geova la spoglierà dei suoi averi e sconfiggerà in mare il suo esercito, e sarà consumata dal fuoco” (Zaccaria 9:4), e il profeta Ezechiele scrisse addirittura che le sue pietre e la sua terra sarebbero state ‘gettate in acqua’ (cfr. Ezechiele 26:12). Quando Alessandro pose l’assedio alla città, non avendo una flotta, ordinò che l’antica Tiro continentale fosse demolita e le macerie fossero usate per costruire un molo o una strada rialzata fino alla città insulare. Tuttavia l’impresa si rivelò piuttosto ardua poiché i Tiri, usando navi incendiarie, riuscirono ad ostacolare i lavori. Avendo compreso di non poter conseguire il successo senza le navi, Alessandro radunò un’enorme flotta da Sidone, Rodi, Mallo, Soli, Licia, Macedonia e Cipro. Così gli abitanti di Tiro persero il libero accesso al mare e la caduta della città divenne inevitabile. Alessandro, inoltre, fece costruire macchine d’assedio galleggianti sulle quali furono montati arieti. Le sue forze avanzarono quindi verso i due porti di Tiro e ne scalarono le fortificazioni. Dopo un assedio di sette mesi, Tiro cadde e  gli uomini di Alessandro diedero la città alle fiamme. Ancora una volta la profezia biblica si dimostrò accurata e veritiera.
Con la decisiva e schiacciante sconfitta a Isso Alessandro il Grande succedette al persiano Dario III nel ruolo di governante mondiale. In relazione a questo ruolo nel 332 a.C. assoggettò al suo dominio anche la provincia di Giudea, inclusa Gerusalemme. In seguito conquistò anche l’Egitto. Qui, per commemorare il suo nome, vi fu fondata la città di Alessandria dove nel tempo di stabilì una considerevole popolazione giudaica. Le sue conquiste lo spinsero poi verso oriente dove si scontrò di nuovo con il persiano Dario III. I suoi 47.000 uomini attaccarono i persiani a Gaugamela, non lontano dalle rovine dell’ex capitale assira, Ninive, e sopraffecero il riorganizzato esercito persiano forte di 1.000.000 di uomini. Dario III riuscì ancora a fuggire ma venne poi assassinato dalla sua stessa gente. Sulle ali della vittoria, Alessandro occupò tutte le città dell’impero medo-persiano, Babilonia, Susa, Persepoli ed Ecbatana. Questo veloce conquistatore sottomise quindi il resto del dominio persiano, spingendosi a est fino all’Indo, nell’attuale Pakistan.

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Il capro peloso rappresenta il re di Grecia, e il grande corno … rappresenta il primo re
Alessandro diede quindi vita a una politica di ellenizzazione dei territori occupati e il greco comune (koinè) parlato dalle sue truppe divenne la lingua internazionale. Per diversi secoli questa lingua servì come mezzo di comunicazione internazionale tanto che, nel terzo secolo a.C., i Giudei di lingua greca in Alessandria d’Egitto cominciarono a tradurre le ispirate Scritture Ebraiche (il cosiddetto Vecchio Testamento) nel greco koinè. In seguito, nel I secolo d.C., ispirati scrittori cristiani scrissero in questa lingua i ventisette libri delle Scritture Cristiane (il cosiddetto Nuovo Testamento), da Matteo a Rivelazione (o Apocalisse). In questo modo tutta la Bibbia ispirata poté esser letta universalmente da quelli che parlavano e leggevano il greco comune.
Dopo le sue conquiste Alessandro aveva grandiosi progetti per la ricostruzione di Babilonia, volendo farne la capitale del suo impero. Questa sua ambizione però non si concretizzò. Riguardo a questa città Geova aveva detto: “Non sarà mai più abitata, né sarà popolata di generazione in generazione”.Proprio come quando Dio devastò Sodoma e Gomorra e le città vicine”, dichiara Geova, “nessuno vi abiterà e nessuno si stabilirà lì …E Babilonia diverrà mucchi di pietre, un covo di sciacalli, qualcosa di cui inorridire e qualcosa da deridere; rimarrà disabitata” (Geremia 50:39,40; 51:37). Nel 323 a.C., a soli 32 anni, Alessandro morì di malaria proprio a Babilonia senza poter realizzare il suo disegno. Accadde esattamente quello che Geova aveva predetto mediante Daniele, “Il capro si esaltò moltissimo, ma appena fu diventato potente, il grande corno si ruppe” (Daniele 8:8). Oggi della potente Babilonia non rimangono altro che polverosi mucchi di pietre, rovine in un paesaggio desolato: muta ma eloquente testimonianza dell’infallibile accuratezza della profetica Parola di Geova.

al suo posto spuntarono quattro corna notevoli” – Daniele 8:8
La profezia di Daniele sul capro, però, non si concludeva con la rottura del “grande corno” che “aveva fra gli occhi”, cioè con la morte di Alessandro che quel “grande corno” rappresentava. Essa continuava dicendo: “al suo posto spuntarono quattro corna notevoli … Quanto alle quattro corna sorte al posto del corno rotto, da questa nazione sorgeranno quattro regni, ma non avranno la sua stessa potenza” (Daniele 8:8,22). Come si adempirono queste parole profetiche?
Alessandro il Grande morì improvvisamente senza lasciare un successore idoneo. Suo fratello, Filippo Arrideo, fu acclamato da una parte dell’esercito come suo successore ma, affetto da epilessia e da turbe mentali, si mostrò incapace di governare e venne assassinato. L’impero venne quindi affidato a dei reggenti in attesa che il figlio legittimo di Alessandro il Grande, cioè Alessandro IV, nato dopo la morte del padre, diventasse adulto ma, all’età di dodici anni, anche questi venne assassinato da Cassandro, figlio di uno dei generali di Alessandro il Grande. Stessa sorte toccò a Eracle, l’altro figlio illegittimo di Alessandro il Grande, ucciso da un altro generale del padre, Polipercònte, nel tentativo di ingraziarsi Cassandro. Morto ogni legittimo pretendente al trono di Alessandro il Grande, iniziò tra i suoi generali la lotta per la successione. Il conflitto si concluse con la spartizione dell’impero tra quattro generali dell’esercito macedone: Cassandro si prese la Macedonia e la Grecia; Lisimaco governò la Tracia europea e l’Asia Minore; a Seleuco I Nicatore, toccarono Babilonia, la Media, la Siria, la Persia e le province orientali fino all’Indo; Tolomeo I Lago prese l’Egitto, la Libia e la Palestina. Così, proprio come era stato profetizzato da Geova Dio con circa 200 anni di anticipo, dall’unico grande regno di Alessandro sorsero quattro regni ellenistici.

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da questa nazione sorgeranno quattro regni
Due secoli prima della nascita di Alessandro il Grande, quando dominava Babilonia e i medi e i persiani non erano ancora diventati una potenza mondiale, Daniele, profeta di Geova, ricevette una visione profetica che tracciava a grandi linee la futura storia mondiale. Daniele la mise per iscritto. Questa profezia, che cominciò ad adempiersi solo due secoli più tardi, conteneva informazioni specifiche su ciò che sarebbe accaduto ad Alessandro e al suo regno. Daniele vide “un capro” che “veniva da ovest”, con tale rapidità che percorreva “la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Esso raggiunse il montone con due corna che, l’angelo disse, rappresentava “i re di Media e di Persia”. Il capro “assalì il montone e gli ruppe le due corna”. A Daniele venne quindi detto che “il capro peloso” rappresentava “il re di Grecia” (cfr. Daniele 8:5-8,20,21). Quel capo peloso “aveva fra gli occhi un corno notevole” che rappresentava “il primo re”, cioè Alessandro il Grande. A proposito di questi a Daniele fu detto: “Il capro si esaltò moltissimo, ma appena fu diventato potente, il grande corno si ruppe; al suo posto spuntarono quattro corna notevoli” e che in “quanto alle quattro corna sorte al posto del corno rotto, da questa nazione sorgeranno quattro regni, ma non avranno la sua stessa potenza” (Daniele 8:8,21,22). Così, dunque, come era stato predetto il dominio mondiale di Alessandro fu di breve durata. All’apice della sua vittoriosa carriera, a soli 32 anni, fu colpito da febbre malarica e morì a Babilonia nel 323 a.C. In seguito il vasto impero di Alessandro venne diviso fra quattro suoi generali: 1) Cassandro in Macedonia e in Grecia; 2) Lisimaco in Asia Minore e nella Tracia europea; 3) Seleuco Nicatore in Babilonia, Media, Siria, Persia e nelle province orientali fino all’Indo; (4) Tolomeo I (figlio di Lago) in Egitto, Libia e Palestina. Anche questa profezia biblica pronunciata circa 200 anni prima si era immancabilmente adempiuta: dall’unico grande regno di Alessandro sorsero quattro regni ellenistici.
Le dinastie fondate da due di questi generali, Seleuco I Nicatore e Tolomeo I Lago, ebbero sul paese del popolo di Daniele un effetto più profondo che quelle degli altri due. Il paese di Giuda, infatti, venne a trovarsi al confine con il regno dei seleucidi a nord, con la Siria, e al confine con il regno dei tolomei a sud, con l’Egitto. Al momento della spartizione del regno di Alessandro il Grande, il paese di Giuda si trovò sotto la dominazione tolemaica. In Egitto Alessandro aveva fatto costruire una città che portava il suo nome, Alessandria. Col tempo divenne la principale città dell’Egitto e, sotto i tolomei, divenne la capitale del loro regno. Lì si era costituita una importante colonia ebraica formata dai discendenti di fuggiaschi rifugiatisi in Egitto dopo la caduta di Gerusalemme nelle mani dei babilonesi nel 607 a.C. Alcuni di questi, come Filone, si lasciarono influenzare dalla popolarità dei pensatori greci, da Platone in particolare, e cercarono di conciliare le convinzioni degli ebrei con le idee filosofiche greche. Poi, nel 198 a.C. il paese di Giuda venne conquistato dai seleucidi. Nel tentativo di unire Giuda e la Siria in una comune cultura ellenica, i governanti seleucidi promossero la religione, la lingua, la letteratura e i costumi greci. In questo modo cominciarono ad affermarsi a poco a poco dottrine un tempo sconosciute agli ebrei, come quella dell’immortalità dell’anima e l’idea di un inferno di tormento dopo la morte e vennero gettate le basi per il successivo sviluppo della dottrina apostata della trinità.
Tra queste due dinastie, infine, iniziò una lunga lotta per la supremazia. Quel conflitto doveva durare fino ai nostri giorni e intrecciarsi spesso con la storia del popolo di Dio. Per questa ragione, Geova predisse specificamente avvenimenti dei loro rispettivi domini. Sono descritti nel capitolo 11 del libro biblico di Daniele, ma di questo mi occuperò in un prossimo post. Sarà davvero elettrizzante confrontare gli sviluppi storici dei due regni con gli avvincenti particolari rivelati in questa profezia.
Tornando alla statua sognata da Nabucodonosor, descritta e interpretata dal profeta Daniele sotto ispirazione divina nel capitolo 2 del suo libro, finora, con l’ausilio dell’altra profezia di Daniele capitolo 8, è stato possibile individuare cosa rappresentavano: 1) la testa d’oro, cioè l’impero babilonese, 2) il petto e le braccia d’argento, cioè l’impero medo-persiano e 3) il ventre e le cosce di rame, cioè l’impero greco. Restano da scoprire ancora cosa simboleggiavano: 4) le gambe di ferro e 5) i piedi di ferro e argilla … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XII

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE” – 2a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Nabucodonosor fu uno dei più importanti governanti dell’antica Babilonia. Sotto di lui l’impero babilonese raggiunse la sua massima espansione e il suo maggior splendore. Nella Bibbia viene principalmente ricordato perché fu il regnante al quale Geova Dio permise di rovesciare, nel 607 a.C., l’antico regno di Giuda che in quel tempo rappresentava il dominio divino sulla terra. Forte dei suoi successi Nabucodonosor se ne vantò dicendo: “Non è questa Babilonia la Grande, che io stesso ho costruito come casa reale con la mia forza e il mio potere e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30). Tuttavia due anni dopo aver rovesciato il regno davidico, cioè nel 606/605 a.C., a Nabucodonosor accadde qualcosa che lo turbò non poco. Dio gli mandò un sogno straordinario che il sovrano non riusciva ricordare ma che letteralmente lo terrorizzò. Nessuno dei saggi, dei maghi, degli stregoni di Babilonia convocati dal re fu in grado di ricordare al monarca il sogno né di darne la spiegazione. Ci riuscì un esule ebreo, uno dei principi della casa reale di Davide che Nabucodonosor aveva portato come ostaggi a Babilonia. Si chiamava Daniele. Questi però nel ricordare al re il sogno e nel darne l’interpretazione non se ne attribuì alcun merito ma disse umilmente: “nei cieli esiste un Dio che rivela i segreti; egli ha fatto sapere al re Nabucodònosor quello che dovrà avvenire nella parte finale dei giorni” (Daniele 2:28).
Da queste parole si comprende che il sogno e il relativo adempimento aveva a che fare con avvenimenti mondiali dal tempo di Nabucodonosor ai nostri giorni e oltre. Geova Dio infatti stava profeticamente svelando la successione delle potenze politiche nel corso dei secoli in relazione al governo della terra. Tale dominio spetta di diritto al Suo Creatore, ma ora Dio lasciava che governi umani dominassero incontrastati la scena politica mondiale senza subire l’interferenza da parte di un suo regno rappresentativo (cfr. Ezechiele 21:25-27). Quali sarebbero state queste potenze mondiali? Il sogno lo rivelava è vero, ma per non lasciar dubbi nel corso del tempo Geova, ‘il rivelatore dei segreti’, mediante altre profezie aggiunse particolari che avrebbero permesso la certa identificazione di tali governi. L’adempimento di tali profezie non solo trovò pieno riscontro nella successiva storia secolare ma mostra inconfutabilmente che i libri della Bibbia, dove esse vennero scritte, furono redatti sotto ispirazione divina e che la loro intera raccolta può esser considerata a pieno titolo Parola di Dio! (cfr. 2Pietro 1:21)

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La città di Babilonia fu una delle più grandi metropoli dell’antichità. Si stima che si estendesse su una superficie di circa 1000 ettari e fu certamente una città molto popolosa tanto da poter essere definita una “megalopoli” dell’antichità. Divenne anche un centro commerciale e industriale di scambi mondiali fra i popoli dell’Oriente e dell’Occidente, sia via terra che via mare. Babilonia raggiunse il suo massimo splendore nel VI secolo a.C., durante il regno di Nabucodonosor II che ne estese l’impero fino a dominare gran parte del Medio Oriente. Lo stesso re se ne vantò dicendo: “Non è questa Babilonia la Grande, che io stesso ho costruito come casa reale con la mia forza e il mio potere e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30).
In quel tempo Babilonia non era solo la potenza politica dominante la scena internazionale, dopo aver sconfitto e assoggettato l’Assiria, ma le era stato concesso da Geova Dio anche il potere di rovesciare la dinastia davidica dei re d’Israele che rappresentava il dominio divino sulla terra (cfr. 1Cronache 29:23). Questo avvenne nel 607 a.C. quando Nabucodonosor distrusse Gerusalemme e il suo bel tempio, centro dell’adorazione di Geova sulla terra, catturò Sedechia, re del regno di Giuda, portandolo in catene a Babilonia, dove infine morì in una casa di detenzione, e uccise tutti i suoi figli. Da quell’anno in poi nessun re umano della dinastia davidica sedette più sul “trono di Geova” a Gerusalemme. Nel profetizzare questo avvenimento, mediante il profeta Ezechiele, Geova aveva fatto scrivere: “O malvagio capo d’Israele ferito a morte, è arrivato il tuo giorno, il momento della tua punizione finale. Questo è ciò che il Sovrano Signore Geova dice: ‘Rimuovi il turbante e togli la corona … non apparterrà a nessuno finché non arrivi colui che ha il diritto legale, e a lui darò ciò che gli spetta” (Ezechiele 21:25-27). Colui che aveva “il diritto legale” a ricevere di nuovo la corona come rappresentante del dominio divino, come spiegò l’angelo Gabriele alla vergine ebrea Maria, non era altri che il Figlio di Dio, Gesù Cristo (cfr. Luca 1:32,33).
Due anni dopo aver rovesciato il regno davidico, cioè nel 606/605 a.C., a Nabucodonosor accadde qualcosa di straordinario in relazione con la storia del dominio mondiale. Dio gli mandò un sogno terrificante che tanto angosciò il sovrano da impedirgli di dormire. Nessuno dei saggi, dei maghi, degli stregoni di Babilonia convocati dal re fu in grado di ricordare al monarca il sogno né di darne la spiegazione. Infine un principe ebreo tenuto in ostaggio a Babilonia si propose di interpretare il sogno. Questo principe di stirpe reale fu Daniele della tribù di Giuda (cfr. Daniele 1:6). Dopo aver pregato Geova suo Dio, e aver ricevuto da questi la descrizione del sogno, Daniele si accinse a rivelarlo al re insieme al suo significato. Con molta umiltà, non attribuendosi alcun merito, Daniele disse al re: “nei cieli esiste un Dio che rivela i segreti; egli ha fatto sapere al re Nabucodònosor quello che dovrà avvenire nella parte finale dei giorni” (Daniele 2:28). Si comprende quindi che Daniele era pronto a rivelare non solo il futuro dell’impero babilonese, ma anche una sintesi degli avvenimenti mondiali dal tempo di Nabucodonosor ai nostri giorni e oltre.
Tu, o re, guardavi, ed ecco una statua immensa … La testa della statua era d’oro fino” – Daniele 2:31,32
Questa fu la descrizione del sogno: “Tu, o re, guardavi, ed ecco una statua immensa. Quella statua, enorme e di uno splendore straordinario, si ergeva di fronte a te e aveva un aspetto terrificante. La testa della statua era d’oro fino, il petto e le braccia erano d’argento, il ventre e le cosce erano di rame,  le gambe erano di ferro, e i piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla. Mentre continuavi a guardare, una pietra fu tagliata, ma non da mani umane, e colpì la statua ai piedi di ferro e argilla, e li frantumò … il ferro, l’argilla, il rame, l’argento e l’oro furono frantumati tutti insieme e diventarono come la pula sull’aia d’estate, e il vento li portò via senza lasciarne traccia. Ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un grande monte che riempì l’intera terra” (Daniele 2:31-35).

statua
una pietra fu tagliata, ma non da mani umane, e colpì la statua
La pietra della visione fu tagliata “non da mani umane” e dopo aver colpito e frantumato la statua “diventò un grande monte che riempì l’intera terra”. Nel simbolismo biblico spesso i monti rappresentano regni o governi al potere. Ad esempio dell’impero babilonese in Geremia 51:25 è scritto: “Io sono contro di te, o monte distruttivo”, dichiara Geova, “contro di te, che distruggi l’intera terra. Stenderò la mia mano contro di te e ti rotolerò giù dalle rupi; farò di te un monte bruciato”. Parlando del suo regno il re Davide disse: “O Geova, mentre godevo del tuo favore, mi rendesti forte come una montagna” (Salmo 30:7). Profetizzando come Israele avrebbe trionfato sui nemici che cercavano di impedire la ricostruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme il profeta Isaia disse: “Ecco, ho fatto di te una trebbia, una trebbia nuova dai denti acuminati. Trebbierai i monti e li stritolerai, e ridurrai i colli come pula” (Isaia 41:15). Chi rappresentò, dunque, quel “grande monte che riempì l’intera terra”?
Quale era il significato del sogno? Daniele proseguì dicendo: “Tu, o re – il re dei re a cui l’Iddio del cielo ha dato il regno, il potere, la forza e la gloria, nelle cui mani ha dato gli uomini dovunque vivano, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e a cui ha dato il dominio su tutti loro – tu sei la testa d’oro. Ma dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore a te, e un altro regno ancora, un terzo, di rame, che governerà l’intera terra. Il quarto regno sarà forte come il ferro. Infatti, come il ferro frantuma e polverizza ogni cosa, così, proprio come ferro che fa a pezzi, frantumerà e farà a pezzi tutti questi. E dal momento che hai visto i piedi e le dita in parte d’argilla di vasaio e in parte di ferro, il regno sarà diviso; in esso comunque ci sarà qualcosa della durezza del ferro, dato che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida. E siccome le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, il regno sarà in parte forte e in parte fragile. Dal momento che hai visto il ferro mischiato con l’argilla umida, essi si mischieranno con il popolo, ma non staranno uniti l’uno all’altro, proprio come il ferro non si amalgama con l’argilla” (Daniele 2:37-43).
Con questa rivelazione, Geova Dio volle indicare in successione i “regni” o le potenze politiche che da allora in poi avrebbero esercitato il loro dominio sulla terra senza interferenza da parte di un regno tipico che rappresentava la sua sovranità sulla terra. La testa d’oro, infatti, simboleggiava la potenza babilonese allora dominante, che si era distinta proprio abbattendo il tipico regno di Dio con la distruzione della sua capitale, Gerusalemme, e del suo tempio. Dopo quella babilonese doveva sorgere un’altra potenza che, seppure “inferiore” a quella babilonese, ne avrebbe preso il posto sulla scena mondiale. Questa venne simboleggiata dal petto e dalle braccia d’argento della statua, materiali di valore inferiore all’oro. Comunque l’inferiorità del secondo regno rispetto al primo raffigurato dalla testa d’oro non sarebbe stata data dalla sua potenza o estensione. Va ricordato che il sogno aveva a che fare con il legittimo dominio della terra che appartiene a Dio (cfr. Salmo 24:1-3) e che quel dominio, rappresentato a quel tempo dal regno di Giuda, era stato abbattuto dai babilonesi, non dalla successiva potenza, in questo senso, quindi, il suo regno sarebbe stato “inferiore”. Quale sarebbe stata la seconda potenza?
il petto e le braccia erano d’argento … dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore a te” – Daniele 2:32,39
Circa 200 anni prima, il profeta di Dio Isaia aveva predetto questo regno, fornendo persino il nome del suo re vittorioso; nel libro biblico che porta il suo nome si legge: “Questo è ciò che dice Geova … colui che dice di Gerusalemme: ‘Sarà abitata’, e delle città di Giuda: ‘Saranno ricostruite, e ne riparerò le rovine’; colui che dice alle acque profonde: ‘Prosciugatevi. Farò seccare tutti i vostri fiumi’; colui che dice di Ciro: ‘È il mio pastore, ed eseguirà completamente il mio volere’ … Questo è ciò che Geova dice al suo unto, a Ciro, che ha preso per la destra per assoggettargli le nazioni, per disarmare i re, per spalancare davanti a lui i battenti, così che le porte non rimarranno chiuse” (Isaia 44:24-28; 45:1-3). Queste parole, pronunciate intorno al 732 a.C., quando Babilonia ancora non era assurta a potenza politica mondiale e né Ciro esisteva, si adempirono nel 539 a.C. La notte del 5 ottobre di quell’anno le truppe medo-persiane al comando di Ciro il Grande espugnarono Babilonia e uccisero il re Baldassarre. Il racconto di quella conquista venne fatto dallo storico greco Senofonte. In un suo libro scrisse che Ciro scavò dei canali per deviare il fiume Eufrate che attraversava la città: “poi, quando seppe che si doveva presto celebrare a Babilonia una certa festa, durante la quale l’intera Babilonia era solita bere e gozzovigliare per tutta la notte, non appena fece buio Ciro prese un folto gruppo di uomini e aprì lo sbocco dei canali presso il fiume … e il letto del fiume, nel tratto che attraversava la città, divenne praticabile” (Ciropedia, VII). Il fiume però era costeggiato da alte mura. Le sentinelle babilonesi avrebbero potuto chiudere le porte di bronzo di quelle mura e i persiani sarebbero stati presi in trappola e sottoposti a una pioggia di proiettili dall’alto. Come i soldati medo-persiani riuscirono ad entrare in città?
Una cinquantina di anni prima, nel 580 a.C., mediante un altro suo profeta Geova aveva predetto con altri particolari quello stesso avvenimento. Da Geremia fece scrivere: “Farò inebriare i suoi principi e i suoi saggi, i suoi governatori e i suoi governanti delegati e i suoi uomini potenti, e devono dormire di un sonno di durata indefinita, da cui non si sveglieranno” (Geremia 51:57). Esattamente così avvenne! Distratti dalla festa, i babilonesi non avevano chiuso quelle porte, proprio come era stato profetizzato da Isaia. Una volta entrati nella città gli invasori medo-persiani incontrarono pochissima resistenza da parte dei babilonesi storditi dai festeggiamenti. La città fu presa quasi senza combattere. Anche questo era stato predetto! “Gli uomini potenti di Babilonia han cessato di combattere. Se ne sono stati a sedere nei luoghi fortificati. La loro potenza è venuta meno. Son divenuti donne” aveva scritto ancora l’ispirato profeta (Geremia 51:30). Così, “All’improvvisoin un solo giorno”, la superba Babilonia cadde nelle mani dei medi e dei persiani al comando di Ciro il Grande! (cfr. Isaia 47:9) La Medo-Persia divenne, dopo Egitto, Assiria e Babilonia, la quarta delle potenze mondiali indicate nella Bibbia, la seconda di quelle elencate dal sogno profetico di Nabucodonosor.
Per inciso, la profezia di Isaia sulla caduta di Babilonia è così accurata che alcuni critici della Bibbia hanno ipotizzato che debba essere stata scritta dopo quell’avvenimento da autori ignoti. Tali ipotesi è del tutto inaccettabile! Nel suo libro il profeta cita avvenimenti e rispettive date di cui fu testimone che lo collocano in un tempo che va dall’829 a.C., data di inizio del regno del re di Giuda Uzzia, fino al regno del re Ezechia, conclusosi verso il 717 a.C. (cfr. Isaia 1:1; 6:1). Che Isaia fu l’autore di ciò che scrisse non venne mai messo in dubbio dai suoi connazionali e fu attestato sia da Gesù che dai suoi apostoli che citarono molte delle sue profezie attribuendole al profeta stesso e non a scrittori postumi (cfr. Matteo 3:3; 4:14-16; 12:17-21; Luca 4:17-19; Giovanni 12:38-41; Romani 10:16).
Dopo la caduta di Babilonia per almeno due anni governò su di essa “Dario il Medo” (questo nome molto probabilmente era il titolo regale di Gubaru, o Gobria come lo chiama Senofonte nella sua Ciropedia, il generale dell’esercito medo-persiano che comandò le operazioni di conquista della città per conto di Ciro). Quindi, nel 537 a.C. Ciro assunse personalmente pieni poteri sul regno dei caldei e uno dei suoi primi atti fu quello di emanare un decreto che liberava dalla schiavitù gli ebrei e li autorizzava a tornare a Gerusalemme per riedificare la città e il tempio di Geova. Questo fu un atto di riconoscenza da parte sua nei confronti del Dio di Israele, poiché era stato messo a conoscenza della profezia di Isaia che lo indicava come conquistatore di Babilonia. Così nell’autunno di quell’anno gli ebrei liberati tornarono a Gerusalemme, iniziando subito i lavori di riedificazione. Erano passati esattamente 70 anni dalla distruzione della città per mano dei Babilonesi, esattamente il tempo profetizzato da Geova Dio mediante il suo profeta Geremia (cfr. Geremia 25:11; 29:10; Daniele 9:1,2; Esdra 1:1-5; 3:1).
Comunque nel primo anno di regno di Dario il medo Geova Dio mediante un angelo comunicò a Daniele che dopo Dario ci sarebbero stati “altri tre re … in Persia, e il quarto ammasserà più ricchezze di tutti gli altri. E appena sarà diventato forte grazie alle sue ricchezze, solleverà ogni cosa contro il regno di Grecia” (Daniele 11:1,2). Come si adempirono queste parole?
vidi un montone … cozzare a ovest, a nord e a sud” – Daniele 8:4
Il primo re fu Ciro. Sotto sotto di lui l’impero medo-persiano si estese ulteriormente a ovest raggiungendo il Mar Egeo. Egli morì nel 530 a.C. e gli succedette il secondo re, cioè il figlio Cambise II (l’Assuero di cui si parla in Esdra 4:6) il quale continuò l’opera di espansione del padre occupando tutto l’Egitto giungendo fino al confine con la Nubia. Alla sua morte, avvenuta nel 522 a.C., il regno dei medi e dei persiani passò nelle mani del terzo re, Dario I, detto il Grande. Sotto di lui l’impero ebbe un ulteriore periodo di espansione poiché estese il dominio persiano fino all’India a est, alla Tracia e alla Macedonia a ovest. In maniera straordinaria anche questo periodo di espansione dell’impero medo-persiano era stato predetto da Geova diversi anni prima, e ancor prima che la Persia prendesse il posto dell’impero babilonese come potenza mondiale! Dal profeta Daniele fece scrivere: “io, Daniele, ebbi una visione dopo quella che avevo avuto in precedenza. Ebbi la visione e, mentre guardavo, ero nella fortezza di Susa, nella provincia di Èlam. Ebbi la visione e mi trovavo presso il corso d’acqua Ulài. Quando alzai lo sguardo, vidi un montone stare davanti al corso d’acqua, e aveva due corna. Le due corna erano alte, ma un corno era più alto dell’altro, e il più alto era quello spuntato dopo. Vidi il montone cozzare a ovest, a nord e a sud, e nessuna bestia gli poteva resistere; non c’era nessuno che potesse liberare chi era in suo potere. Faceva quello che voleva e si esaltava” (Daniele 8:1-4). Daniele ebbe la visione “Nel terzo anno del regno di Baldassarre il re”. Un antico testo cuneiforme, detto “Storia in versi di Nabonedo”, rivela che Nabonedo, re di Babilonia, nominò come suo co-regnante il figlio Baldassarre nel terzo anno del suo regno, che durò dal 555 al 539 a.C. Pertanto il terzo anno di Baldassarre corrisponde al 552 a.C., fu quindi quell’anno che Daniele ebbe la visione.

capro

aveva due corna … un corno era più alto dell’altro … era quello spuntato dopo
Quel “montone” raffigurava proprio l’impero medo-persiano. La profezia diceva espressamente: “Il montone con due corna che hai visto rappresenta i re di Media e di Persia” (Daniele 8:20). Le sue “due corna” raffiguravano i due regni dei medi e dei persiani e quello “più alto … spuntato dopo” certamente il regno persiano, poiché, come dimostrano le testimonianze storiche, anche se i medi si affacciarono per primi sulla storia del medio oriente, poi vennero a trovarsi sotto l’egemonia persiana. Attraverso campagne di conquista effettuate dai suoi governanti, l’impero persiano fu esteso verso ovest fino alla Macedonia, verso nord, fino alla Tracia, all’Anatolia e alla Partia, verso est fino all’India e verso sud fino alla Nubia.
Dario I morì nel 486 a.C. e gli successe il quarto re, suo figlio Serse (l’Assuero di cui si parla in Ester 1:1). Fu durante il regno di questo re che Satana il Diavolo usò la potenza medo-persiana per sterminare il popolo di Dio. Il libro di Ester, infatti, narra di un complotto ordito dal primo ministro persiano Aman. Questi aveva architettato lo sterminio di tutti gli ebrei che vivevano nel vasto impero persiano e aveva stabilito la data in cui attuarlo. Fu solo grazie all’intervento di Geova che il suo popolo fu ancora una volta protetto dall’ostilità manifestata dal seme di Satana (cfr. Ester 1:1-3; 3:8,9; 8:3,9-14). Durante il suo regno Dario I aveva tentato più volte di invadere la Grecia ma il suo esercito, sbaragliato nella famosa battaglia di Maratona del 490 a.C, si era dovuto ritirare in Asia Minore. Dopo la sua morte il figlio Serse sferrò di nuovo un attacco per terra e per mare contro la Grecia. Erodoto, storico greco del V secolo a.C., scrisse che “di tutte le spedizioni … questa fu di gran lunga la più imponente”. Nella sua testimonianza precisa che gli equipaggi delle navi ammontavano in tutto a 517.610 uomini. I soldati di fanteria, poi, erano 1.700.000, quelli di cavalleria 80.000. A questi, si aggiungevano gli Arabi che conducevano i cammelli e i Libici che guidavano i carri, calcolandone il numero in 20.000 uomini. Sicché, messi insieme, gli effettivi della flotta e dell’esercito di terra raggiungevano il numero di 2.317.610 uomini (Erodoto, Le Storie, VII, traduzione di Luigi Annibaletto, Mondadori, Milano, 1982). Proprio come era stato predetto, Serse, il quarto re, sollevò “ogni cosa contro il regno di Grecia”.
è stato pronunciato un messaggio e io sono venuto a riferirtelo” – Daniele 8:23
A Serse successe il figlio Artaserse I Longimano nel 475 a.C. Il racconto biblico dice che nel suo 20° anno di regno, cioè nel 455 a.C., Artaserse emanò un decreto che autorizzava Neemia, il suo coppiere ebreo, poi divenuto governatore degli ebrei, a tornare a Gerusalemme per provvedere alla ricostruzione delle mura e delle porte della città (cfr. Neemia 2:1-8). Questo avvenimento era stato predetto da Geova che “nel 1° anno di Dario, figlio di Assuèro, discendente dei medi”, cioè nel 538 a.C. mandò da Daniele un suo angelo per comunicargli che “dall’emanazione dell’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il Condottiero, passeranno 7 settimane, e anche 62 settimane … dopo le 62 settimane il Messia sarà stroncato, senza nulla per sé … Lui terrà in vigore il patto per i molti per una settimana, e alla metà della settimana farà cessare sacrificio e offerta” (Daniele 9:24-27). Con più di cinquecento anni di anticipo Geova indicò la data della venuta del promesso “seme” o Messia sulla terra (cfr. Genesi 3:15; 22:18). Questa importante profezia trovò il suo adempimento nel periodo che andò dall’autunno del 29 alla primavera del 33 d.C., cioè dal battesimo di Gesù e la sua unzione come re messianico alla sua morte,  e fino al 36 d.C. quando divenne evidente che la posizione di favore degli ebrei davanti a Dio in base al patto abramico giunse alla fine con l’estensione del patto stesso a persone di tutte le nazioni (per una completa informazione sulla profezia e sul suo adempimento vedi il mio post del 6 febbraio 2011 – UNA STORIA FINITA – IX parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/02/06/a-storia-finita-ix-parte/).
Secondo la storia secolare, Artaserse I Longimano regnò fino al 424 a.C. Alla sua morte scoppiò una spietata guerra per la successione tra i suoi figli, conflitto che vide uscire vincitore Oco, un figlio illegittimo di Artaserse che salì al trono col nome di Dario II; questi molto probabilmente è il Dario menzionato in Neemia 12:22. Dario II regnò fino al 404 a.C. e gli successe suo figlio Artaserse II il quale regnò fino al 359 a.C. Alla sua morte il potere passò al figlio Artaserse III che regnò fino al 338 a.C. facendosi la reputazione del più sanguinario di tutti i sovrani persiani. Seguirono poi Arse (o Arseta) che regnò due anni e Dario III (Codomano) che regnò ancora per cinque anni, fino al 330 a.C. Tutti questi anni, dalla morte di Artaserse I Longimano a quella di Dario III, ucciso da un infedele satrapo del suo regno, furono caratterizzati da instabilità, rivolte, repressioni, assassini che portarono gradualmente il potente impero persiano alla sua fine.
Una nuova potenza mondiale si affacciava alla storia, la quinta di quelle specificamente menzionate nella Bibbia (dopo Egitto, Assiria, Babilonia e Medo-Persia), la terza di quelle elencate dal sogno profetico di Nabucodonosor, rappresentata dal ventre e dalle cosce di rame della statua. La citata visione descritta in Daniele capitolo 8 infatti continuava mostrando “un capro” che “veniva da ovest percorrendo la superficie di tutta la terra senza toccare il suolo”. Questo “capro aveva fra gli occhi un corno notevole” e “Si avvicinava al montone con due corna … correva verso di lui con tutta la sua furia”. Quindi Daniele lo vide “scagliarsi contro il montone, pieno di rabbia verso di lui. Assalì il montone e gli ruppe le due corna, e il montone non ebbe la forza di resistergli. Allora il capro lo gettò a terra e lo calpestò, e non c’era nessuno che potesse liberare il montone dal suo potere” (Daniele 8:5-7).
Quale potenza politica venne rappresentata in questo modo? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM) edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
A partire da questo post le citazioni della TNM sono prese dalla versione tradotta in italiano della revisione in inglese della stessa pubblicata nel 2013. Il testo rivisto è stato pubblicato in italiano lo scorso 16 dicembre 2017. Come viene specificato nella prefazione, l’obiettivo della revisione è stato quello di “produrre un testo che fosse non solo fedele agli originali ma anche chiaro e facile da leggere”. Questo perché negli ultimi 50 anni le lingue parlate dagli uomini hanno registrato dei cambiamenti rilevanti che hanno imposto l’adozione di novità stilistiche e lessicali al fine di utilizzare un linguaggio moderno e comprensibile, di chiarire meglio certe espressioni bibliche nonché di migliorare la leggibilità del testo.

 

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