BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – IV

“SACRIFICAVANO A DEMÒNI NON A DIO”

Deuteronomio 32:17

Anteprima
Quanti dei miliardi di persone che professano una fede religiosa sanno chi è Nimrod? … Eppure svolse un ruolo determinante nello sviluppo della religione nel mondo. Vissuto a cavallo del XXII secolo a.C., Nimrod era un pronipote di Noè, figlio di Cus, figlio di Cam il secondogenito del patriarca. Circa 180 anni dopo il diluvio Nimrod guidò la rivolta contro l’unico vero Dio, Geova, colui che aveva preservato i suoi avi dalle acque distruttive del Diluvio. Come molti altri ribelli nella storia, del passato e odierna, da Adamo ai nostri giorni, Nimrod non volle riconoscere Geova come il Sovrano universale né sottomettersi alla sua autorità, e fondò un impero personale “in opposizione a Geova” (cfr. Genesi 10:9). In particolare si oppose al comando dato da Dio a Noè e a tutti i suoi discendenti di “riempire la terra”, cioè di spandersi su tutta la sua superficie della terra (cfr. Genesi 9:1). Nimrod e i suoi seguaci invece dissero: “Costruiamoci una città e una torre alta fino ai cieli, e facciamoci un nome, così non saremo dispersi su tutta la terra” (Genesi 11:4). Geova Dio non permise a quei ribelli di annullare il suo proposito e intervenne confondendo la loro lingua, costringendoli a disperdersi su tutta la terra (cfr. Genesi 11:5-9).
Quando in seguito Nimrod morì, gli abitanti di Babele iniziarono a venerarlo come fondatore, costruttore e primo re della loro città e organizzatore del primo impero babilonese, dando origine a una falsa adorazione, volta a venerare la creazione anziché il Creatore (cfr. Romani 1:22-25). Con la dispersione degli abitanti dopo la confusione della loro lingua, quel falso modello di adorazione venne esportato su tutta la superficie della terra. Col tempo gli dèi adorati da quei ribelli cominciarono a moltiplicarsi così che ogni luogo e ogni città ebbe il suo dio tutelare. Tali divinità di invenzione umana riflettevano le perversioni dei loro adoratori perciò la loro venerazione produceva avidità, contese e declino morale. Oltre a ciò diede origine a dogmi e pratiche religiose che hanno causato confusione in materia di fede, spingendo molte persone ad allontanarsi dal loro Creatore e dall’unica fonte di verità, la sua Parola scritta (cfr. Salmo 119:160). Tali dogmi erano delle vere e proprie menzogne alla cui origine c’era colui che nella Bibbia viene individuato con il “padre della menzogna”, Satana il Diavolo (cfr. Giovanni 8:44).
Quali sono alcuni di questi? … Ad esempio la dottrina della Trinità. Babele o Babilonia era piena di triadi di dèi poiché, come viene affermato in una nota enciclopedia biblica “I Babilonesi … non furono mai in grado di concepire un dio, un dio solo, un dio unico la cui esistenza stessa rende logicamente impossibile l’esistenza di ogni altra divinità. Il monoteismo trascende la comprensione spirituale della mente babilonese” (The International Standard Bible Encyclopaedia). Altra menzogna fu credere all’esistenza di una vita dopo la morte, sorta dopo la deificazione di Nimrod allorché Semiramide, sua madre e moglie, lo comparò a un albero sempreverde spuntato da un ceppo morto, simboleggiando il sorgere a nuova vita del morto Nimrod (Alexander Hislop, The Two Babilons). Tale dottrina aprì la strada alla falsa credenza in un inferno di fuoco, in un meno infuocato purgatorio, in un misterioso limbo nonché a pratiche demoniche come il culto dei morti, parlare e interrogare i morti, compiere esorcismi. Naturalmente con la dispersione delle persone a Babele tutte queste dottrine e pratiche seguirono i ribelli nelle loro peregrinazioni, per questo le ritroviamo comuni in molte religioni praticate dai vari popoli della terra, egiziani, assiri, greci, romani, ebrei apostati, cristiani apostati, islamici, indù, buddisti, animisti, ecc. Nel loro insieme tutte queste religioni hanno costituito un impero mondiale di falsa religione che, a motivo della loro origine, la Parola di Dio, la Bibbia, chiama con il nome simbolico di Babilonia la Grande, una prostituta spirituale (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:5).

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Quando i superstiti del diluvio, Noè e sua moglie, i suoi tre figli con le loro mogli, otto in tutto, misero piede fuori dell’arca, erano uniti in una sola religione, l’adorazione dell’unico vero Dio. Il racconto biblico dice infatti che “Noè eresse un altare a Geova; poi prese alcuni di tutti gli animali puri e di tutte le creature alate pure e offrì olocausti sull’altare.E Geova sentì un odore gradevole [lett. “riposante”]. Allora Geova disse in cuor suo: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo … Dopodiché Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui:Stringo ora il mio patto con voi e con i vostri discendenti dopo di voi … Stringo con voi questo patto: nessun essere vivente sarà più distrutto dalle acque di un diluvio, e la terra non sarà mai più ridotta in rovina da un diluvio”.E Dio aggiunse: Il segno del patto tra me e voi e ogni creatura vivente che è con voi, per tutte le generazioni future, è questo: metto nelle nuvole il mio arcobaleno, che servirà da segno del patto tra me e la terra.Ogni volta che porterò nuvole sopra la terra, larcobaleno apparirà nelle nuvole.E certamente ricorderò il mio patto tra me e voi e ogni creatura vivente; e le acque non diventeranno mai più un diluvio che distrugga ogni essere vivente’” (Genesi 8:20,21; 9:8-15).
Tutt’oggi, quando il sole splende dopo la pioggia, si vede nel cielo uno splendido arcobaleno. La sua bellezza e la serenità che trasmette dovrebbero ricordare a ciascun essere umano il motivo della sua apparizione e la necessità di mostrare riverenza a Colui che lo progettò. Di fronte a quella famiglia di devoti esseri umani decisi a compiere la sua volontà, Geova Dio dimenticò il dolore che l’umanità gli aveva causato riempiendo la terra di violenza, provò una sensazione piacevole, qualcosa di riposante e revocò la maledizione che aveva lanciato contro il suolo al tempo della ribellione di Adamo ed Eva, maledizione che ostacolava oltremodo l’attività agricola (cfr. Genesi 3:17-19). Grazie a quell’atto di pura adorazione compiuto dai superstiti del Diluvio oggi la terra non è più destinata a produrre “spine e triboli” come conseguenza della maledizione pronunciata nell’Eden. Quella maledizione sparì con le acque del diluvio. In molte parti della terra vi sono oggi luoghi di stupenda bellezza e magnificenza naturale, nonché altri luoghi che gli uomini hanno trasformato in magnifici parchi e giardini.
Tuttavia in quella circostanza Geova riconobbe anche che “l’uomo è incline a nutrire nel suo cuore pensieri cattivi fin dalla giovinezza” (Genesi 8:21), cioè che l’imperfezione ereditata da quei ribelli progenitori non era stata del tutto cancellata, pertanto rimaneva insita nella natura umana la tendenza a compiere il male. Così, mentre era ancora in vita il fedele Noè, circa 180 anni dopo il Diluvio, un suo pronipote, Nimrod, figlio di Cus, figlio di Cam il secondogenito di Noè, diede il via a una nuova ribellione contro Dio. La rivolta iniziò a Babele o Babilonia con la costruzione di una torre che, secondo le intenzioni dei suoi abitanti, doveva essere “alta fino ai cieli” così che “se Dio avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo, le acque non l’avrebbero potuta raggiungere e avrebbero vendicato la distruzione dei loro antenati” (cfr. Genesi 11:4; Giuseppe Flavio – Antichità giudaiche, I, 114, 115).
Alla morte di Nimrod i babilonesi iniziarono a venerarlo come fondatore, costruttore e primo re della loro città e organizzatore del primo impero babilonese, dando origine a una falsa adorazione, volta a venerare la creazione anziché il Creatore, pratica che poi si estese su tutta la terra (cfr. Romani 1:22-25). Col tempo la falsa religione ha causato confusione e contesa, allontanando le persone dai princìpi del vero Dio, e ha prodotto il declino morale e il decadimento che il mondo ha subìto da allora. Anche se Noè e il suo fedele figlio Sem continuarono a osservare la vera religione dell’adorazione di Geova tramandandola ai loro discendenti, tenendosi lontani dall’influenza della religione babilonica, la falsa religione si diffuse sopra la terra assumendo varie forme e apportando su se stessa il disfavore divino invece di benedizioni.
Pertanto, data la comune origine, tutta le varie ramificazioni della falsa religione mondiale manifestano caratteristiche ed hanno in comune dottrine e pratiche basilari elaborate e promosse nell’antica Babilonia. Quali sono alcune di queste?
Sacrificavano a demòni, non a Dio … dèi nuovi, venuti di recente” – Deuteronomio 32:17
Dopo la deificazione di Nimrod gli dèi di Babele o Babilonia cominciarono a moltiplicarsi. Fra questi sorsero diverse triadi di dèi o divinità. The International Standard Bible Encyclopaedia, edizione del 1955, Volume 1, afferma: “I Babilonesi, con tutte le loro meravigliose doti, non furono mai in grado di concepire un dio, un dio solo, un dio unico la cui esistenza stessa rende logicamente impossibile l’esistenza di ogni altra divinità. Il monoteismo trascende la comprensione spirituale della mente babilonese … né i Babilonesi né gli Assiri giunsero ad altezze simili a quelle che distinguono il libro ebraico di Salmi”. Secondo lo storico greco Ctesia di Cnido, del IV secolo a.C., a Babilonia il tempio eretto al dio Belus (o altrimenti chiamato Bel-Merodac o Baal o Marduk o Nimrod), aveva in cima tre statue, cioè quella di Bel-Merodac, di sua madre Rea (o Semiramide), e della sorella/moglie di Bel-Merodac, Beltis (o Belan). Circostanza confermata da un altro storico greco del I secolo a.C., Diodoro Siculo, che si avvalse come fonte proprio di Ctesia, secondo il quale a Babilonia la triade religiosa consisteva di due dee e del figlio, cioè Rea (o Semiramide), Merodac o Nimrod (Zeus per i greci) ed Hera (la Giunone greco/romana). Un’altra triade babilonese era quella formata da Sin (il dio-luna), Shamash (il dio-sole) e Ishtar, i dominatori dello zodiaco. Una terza triade era formata da Anu (dio del cielo), da Enlil (dio della terra, dell’aria e dell’uragano) e da Ea (dio delle acque). I babilonesi avevano persino triadi di demoni, come quella formata da Labartu, Labasu e Akhkhazu.
L’influenza della religione babilonese si fece sentire anche in Egitto, Assiria, Medo-Persia, Grecia e Roma nei secoli prima di Cristo, come pure al tempo di Cristo e dopo. Solo per fare un esempio, in Egitto esistevano triadi di divinità e persino triadi triple o “enneadi”. Una delle triadi più popolari era quella formata da Osiride, dalla sua consorte Iside e dal figlio Horus. Il dio supremo dell’Assiria, Assur, veniva raffigurato con tre teste. Nell’ Encyclopædia of Religion and Ethics, di James Hastings, erudito biblico e ministro della United Free Church of Scotland del secolo scorso, si legge: “Nella religione indiana, ad esempio, incontriamo il gruppo trinitario composto da Brahmā, Shiva e Viṣṇù; nella religione egiziana troviamo il gruppo trinitario formato da Osiride, Iside e Horus … E il concetto di un Dio trino non si riscontra solo nelle religioni storiche. In particolare richiama alla mente il concetto neoplatonico di Realtà suprema o ultima … rappresentata come triade”. La triade romana era formata da Giove (il dio supremo, dio del cielo e della luce), Giunone (la consorte di Giove preposta a tutto ciò che interessava particolarmente le donne) e Minerva (dea protettrice delle arti) e traeva a sua volta spunto dalla triade etrusca Tinia, Uni e Menrva.
Quale effetto ha avuto tale dottrina sui suoi adoratori? Essa costituisce un’aperta sfida alla sovranità e alla supremazia del solo vero Altissimo Dio, Geova (cfr. Esodo 20:3; Deuteronomio 6:4; Salmo 83:18; Isaia 45:5; Giovanni 17:3; 1Corinti 8:5,6; Galati 3:20). Serve appropriatamente allo scopo del Diavolo di allontanare le persone da Dio e dalla vera adorazione esposta nella sua Parola di verità, la Bibbia, nella quale né il termine trinità né il concetto è contenuto (cfr. Giovanni 8:44). La confusione che ne è derivata ha indebolito la fede in Dio e attenuato il senso di responsabilità di ubbidirgli in modo assoluto e rendergli esclusiva devozione (cfr. Esodo 20:3). Ha privato le persone dell’equilibrio e le ha rese religiosamente drogate  inducendole ad accettare con facilità molti dèi da placare o compiacere o a cui rivolgere suppliche, ad esempio, i cosiddetti “santi” dalle vite piene di disgrazie, malattie e morte, di esaltazione del dolore e della sofferenza come mezzi per piacere a Dio. Da questo alla paura dei demoni il passo è stato breve, tanto che ciò ha portato molti a una misera esistenza: una vita di paura. Riguardo agli adoratori delle triadi babilonesi Sir Ernest Alfred Thompson Wallis Budge, filologo e orientalista inglese, custode del Dipartimento di antichità egizie ed assire del British Museum, nel suo libro Babylonian Life and History ha scritto: “I demoni e i diavoli che rendevano misera la vita del Babilonese erano molti … I Babilonesi … andavano dal sacerdote, che spesso assumeva il carattere di un dio, ed esorcizzava i diavoli recitando incantesimi”. Vi ricorda qualcosa tale pratica? …

Egypte Louvre - Triade divina Horus Osiride ed Iside

Triade egiziana composta da Osiride, Iside e Horus

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Triade romana composta da Giove, Giunone e Minerva
In tutto il mondo antico, fin dal tempo di Babilonia, era comune l’adorazione pagana di triadi, cioè di gruppi di tre divinità. Questa influenza si fece sentire anche in Egitto, Grecia e Roma nei secoli prima di Cristo, come pure al tempo di Cristo e dopo. E dopo la morte degli apostoli queste credenze pagane cominciarono a infiltrarsi nel cristianesimo. Nel libro History of Christianity (Storia della Cristianità) Edward Gibbon, storico, scrittore e politico inglese del XVIII secolo, membro del Parlamento della Gran Bretagna, scrisse: “Se il paganesimo fu sconfitto dal cristianesimo, è altrettanto vero che il cristianesimo fu corrotto dal paganesimo. Il puro deismo dei primi cristiani … fu cambiato, dalla Chiesa di Roma, nell’incomprensibile dogma della trinità. Molte credenze pagane, inventate dagli egiziani e idealizzate da Platone, furono ritenute degne di fede e conservate”. Anche Lyman Abbot, teologo della Congregational Church, nel suo volume A Dictionary of Religious Knowledge afferma riguardo alla trinità: “è una dottrina corrotta presa a prestito dalle religioni pagane e innestata sulla fede cristiana”.
L’anima che pecca è quella che morirà” – Ezechiele 18:4
Nel racconto della creazione riportato nel libro biblico di Genesi si legge che Geova Dio diede alla prima coppia umana questo comando: “Puoi mangiare a volontà i frutti di ogni albero del giardino, ma il frutto dellalbero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarlo, perché nel giorno in cui lo mangerai sicuramente morirai” (Genesi 2:16,17). Su istigazione di un’altra creatura spirituale, un angelo ribelle (ebr. satàn, “oppositore”), Adamo ed Eva non ubbidirono a quel comando e meritarono di morire. Come era riuscito quel ribelle a convincerli a disubbidire? Dicendo loro: “Sicuramente non morirete … Dio sa che il giorno stesso in cui mangerete il frutto di quell’albero i vostri occhi si apriranno e voi sarete come lui, conoscendo il bene e il male” (Genesi 3:4,5). Questa rassicurazione di non morire si trasformò, dopo la morte di Adamo ed Eva, nella falsa speranza di una vita dopo la morte. Così i parenti dei deceduti iniziarono a mettere del cibo nelle tombe dei loro morti convinti che l’avrebbero consumato nell’oltretomba. Dopo il diluvio il concetto satanico di una vita dopo la morte venne ripreso a seguito della morte di Nimrod da Semiramide, sua madre e moglie, la quale dichiarò che Nimrod era divenuto un dio e pertanto doveva essere adorato. Secondo Hislop la donna asserì  che un grande albero sempre verde spuntasse durante la notte da un ceppo morto, simboleggiando il sorgere a nuova vita del morto Nimrod. Egli fa addirittura risalire a questo episodio l’usanza natalizia del ceppo e dell’albero affermando: “Ora il ceppo natalizio è il tronco morto di Nimrod, deificato come dio sole, ma troncato dai suoi nemici; l’albero di Natale è Nimrod redivivo – il dio ucciso che ritorna nuovamente in vita” (Alexander Hislop, The Two Babilons).
Dalla vita dopo la morte al concetto di immortalità il passo fu breve, come testimonia l’erudito biblico Morris Jastrow Jr, bibliotecario capo della Pennsylvania University che, nel suo libro The Religion of Babylonia and Assyria, scrisse: “Il problema dell’immortalità … fu oggetto di attenta considerazione da parte dei teologi babilonesi … La morte era il passaggio a un altro tipo di vita”. Con la dispersione della popolazione al tempo della torre di Babele questo concetto fu esportato in tutta la terra divenendo uno dei cardini delle religioni professate da assiri, egiziani, greci, romani, indù, buddisti, musulmani, ebrei e cristiani apostati. Tale idea diede inizio anche a tutta una serie di riti, cerimonie, usanze e tradizioni collegate al culto dei morti. In Grecia Socrate e Platone affinarono tale concetto facendone un insegnamento filosofico, rendendolo così più appetibile alle classi colte dei loro giorni e oltre. Scriveva Platone nella sua opera Fedone: “A nostro avviso, la morte è qualcosa? … Che altro è se non separazione dell’anima dal corpo? E il morire cos’è se non un distinguersi del corpo dall’anima, un isolarsi in sé, un separarsi dall’anima e, questa, a sua volta, dal corpo? … E l’anima, forse, non ha in sé la Morte? No. Ma, allora, l’anima è immortale. Sì, immortale”. Platone, quindi, era convinto di avere un’anima immortale che sopravviveva alla morte del corpo. E i suoi insegnamenti cominciarono presto a convincere altri che lo stimavano come filosofo. Non convinsero però l’apostolo cristiano Paolo il quale, divinamente ispirato, diede questo avvertimento: “State attenti che nessuno vi prenda in trappola servendosi della filosofia e di vuoti inganni fondati sulle tradizioni umane, sui princìpi basilari del mondo, e non su Cristo” (Colossesi 2:8).
Purtroppo dopo la morte di Paolo e degli altri apostoli la filosofia platonica venne accettata dagli apostati scrittori cristiani del II secolo. Uno di questi fu Origene, definito da Girolamo “il più grande maestro della Chiesa dopo gli Apostoli”. Di lui il filologo e saggista tedesco Werner Wilhelm ha scritto che “prese da Platone l’intero dramma cosmico dell’anima e lo incorporò nella dottrina cristiana” (Harvard Theological Review, XXVIII, 1935). Un altro fu Agostino d’Ippona. Come afferma la New Encyclopædia Britannica: “La sua mente fu il crogiolo in cui la religione del Nuovo Testamento si fuse nel modo più assoluto con la tradizione platonica della filosofia greca”  Nell’Encyclopædia Britannica si legge a questo proposito: “I platonisti cristiani davano la precedenza alla rivelazione e consideravano la filosofia platonica come il miglior strumento disponibile per capire e difendere gli insegnamenti della Scrittura e la tradizione della chiesa … Dalla metà del secondo secolo A.D., i cristiani che avevano una certa dimestichezza con la filosofia greca cominciarono a sentire il bisogno di esprimere la loro fede nei suoi termini, sia per propria soddisfazione intellettuale che per convertire i pagani istruiti. La filosofia che trovavano più adatta era il platonismo”. Questi, quindi, fecero quindi dell’immortalità dell’anima un dogma di fede nonostante la Parola di Dio insegnasse esplicitamente “L’anima [ebraico nèfesh, greco psychè] che pecca è quella che morirà” (Ezechiele 18:4).
La dottrina dell’immortalità dell’anima, peraltro, è la negazione di un vero insegnamento biblico, uno dei più importanti: il provvedimento di Dio del riscatto mediante Cristo, l’unico che garantisce alla maggioranza del genere umano non l‘immortalità ma la liberazione dalla schiavitù al peccato e la vita eterna (cfr. Colossesi 1:13,14). Infatti, le Scritture insegnano che la morte è la conseguenza diretta del peccato (cfr. Romani 5:12; 6:23). Insegnano anche che il sacrificio di Cristo è l’unico che annulla gli effetti del peccato (cfr. Giovanni 1:29; Ebrei 9:22-26) e che grazie ad esso la morte sarà annullata per sempre (cfr. 1Corinti 15:26,54-57). Per ultimo insegna anche che ci sarà una risurrezione dei morti (cfr. Giovanni 5:25-29; Atti 24:15). Se, dunque, nel proposito di Dio la morte deve essere annullata perché innaturale, che motivo avrebbe avuto di stabilire una vita dopo la morte? E se il destino finale delle creature umane era la vita dopo la morte in un ipotetico aldilà, perché una risurrezione delle stesse per farle tornare a vivere sulla terra? (cfr. Salmo 37:29 [36:29, CEI]; Matteo:5:5)

Serpente   Platone 1

La prima menzogna pronunciata da Satana in Eden, Platone ne fece un insegnamento filosofico
L’ideatore della menzogna è Satana il Diavolo. La sua menzogna, comunicata a Eva per mezzo di un serpente, finì per provocare la morte di lei e del marito Adamo e venne così smascherata. Ma da quel momento il “padre della menzogna” (cfr. Giovanni 8:44) ha continuato a mentire spudoratamente per conseguire i suoi scopi egoistici. Per coprire la sua prima menzogna ne ispirò un’altra ancora più diabolica: la vita oltre la morte, in pieno contrasto con l’insegnamento divino (cfr. Genesi 3:19; Ecclesiaste 9:5-10). Questa falsa dottrina ha portato gli uomini a credere in altre menzogne, quali l’esistenza di un luogo di tormento eterno per le anime dei cattivi, o di un luogo intermedio per l’espiazione delle proprie colpe, detto purgatorio, o alla possibilità di comunicare con i defunti, una pratica che mette chi ne fa uso in contatto con gli spiriti malvagi o demòni, e in una miriade di altri falsi insegnamenti. In tal modo viene messa in pericolo la vita futura di miliardi di persone che vengono spinte a credere alla vita oltre la morte da capi religiosi senza scrupoli, ipocriti, egoisti in cerca di vantaggi personali, potere o ricompense materiali. Nel corso della storia si è cercato di dare a questa menzogna perfino una veste intellettuale, come hanno fatto certi filosofi greci, o pseudo-scientifica attraverso le allucinazioni di persone morenti risvegliatesi da un coma. Tuttavia resta il fatto che la prima menzogna portò alla morte di coloro che ci credettero. Le parole che Satana pronunciò nell’Eden erano menzognere; le parole di Geova risultarono vere. Da allora è sempre stato così. Satana si è puntualmente dimostrato bugiardo e l’insegnamento divino immancabilmente vero. Perciò se ci atteniamo alla Parola di Dio, saremo sempre dalla parte vincente nella battaglia fra verità e menzogna.
nella Tomba … non ci sono né conoscenza né sapienza” – Ecclesiaste 5:10
Naturalmente l’insegnamento di un anima immortale richiedeva la risposta ad alcune fondamentali domande che ne conseguivano. Ad esempio, dove andavano le “anime” dei morti? In genere per sostenere una menzogna si prende un’altra menzogna, così avvenne. Mentre la Parola di Dio diceva ancor più esplicitamente: “i morti non sanno nulla … perché nella Tomba … non si lavora né si fanno piani, e non ci sono né conoscenza né sapienza” (Ecclesiaste 9:5,10), i babilonesi e tutti coloro che in seguito ne subirono l’influenza, incluso gli ebrei apostati e i pseudo-cristiani, hanno creduto e insegnato il contrario. Riguardo ai babilonesi The International Standard Bible Encyclopaedia, Volume 1, afferma: “Si supponeva che dopo la morte le anime degli uomini continuassero a esistere … Il luogo in cui sono andate è chiamato “paese senza ritorno”. Ivi abitavano in stanze buie in mezzo alla polvere e ai pipistrelli, coperte da una veste di piume, e sotto il dominio di Nergal ed Eresh-kigal … Pare che nel mondo futuro fossero fatte distinzioni tra i morti. Sembra che quelli che cadevano in battaglia godessero di speciale favore. Ricevevano acqua fresca da bere, mentre quelli che non avevano posteri a mettere offerte sulle loro tombe pativano molto e soffrivano molte privazioni”.
Gli egiziani svilupparono un concetto simile dell’aldilà. La New Encyclopædia Britannica afferma: “I testi funerari egizi descrivono la strada che porta all’altro mondo come irta di terrificanti pericoli: mostri spaventosi, laghi di fuoco, porte per cui non si può passare se non usando formule magiche, e un sinistro traghettatore ai cui malvagi intenti bisogna opporsi con la magia”. Gli antichi greci chiamavano Ade il reame dei morti. Salomon Reinach, archeologo e storico francese, nel suo libro Orpheus – Histoire générale des religions, ha scritto riguardo ad essi: “Una credenza molto diffusa era che [l’anima] entrasse nelle regioni infernali dopo aver attraversato il fiume Stige nella barca del vecchio traghettatore Caronte, che esigeva come tariffa un obolo [una moneta], che veniva posto in bocca al defunto … I greci inventarono persino un Limbo, la dimora dei bambini morti nell’infanzia, e un Purgatorio, dove una pena mite purificava le anime”. Credevano anche nel Tartaro, il luogo dove le anime “venivano tormentate in eterno” (World Book Encyclopedia). In Italia gli etruschi credevano anch’essi nella punizione dopo la morte; i romani, a seguire, adottarono lo stesso credo etrusco nonché i miti greci riguardo all’Ade che chiamarono Inferno.
Riassumendo, quindi, la dottrina dell’immortalità dell’anima umana, originò concettualmente nell’antica Babilonia, fu affinata dal filosofo pagano Platone e adottata da tutte le religioni la cui origine si rifà alla falsa religione babilonese. Tale dottrina aprì la strada alla credenza in un inferno di fuoco, in un meno infuocato purgatorio e in un misterioso limbo. Tali insegnamenti fanno leva sui timori delle persone e hanno contribuito a riempire le casse di templi e chiese disonorando il Dio di verità al quale tali cose non sono mai passate per la mente (cfr. Geremia 7:31).
Il sistema religioso mondiale è derivato dall’antica Babele o Babilonia, perciò è chiamato nella Bibbia “Babilonia la Grande, madre delle prostitute e delle cose ripugnanti della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:5). Un onesto confronto tra ciò che insegna la Parola di Dio e quello che insegna una religione può quindi aiutarci a comprendere se questa è fedele alla verità o se fa parte del sistema babilonico basato sulla menzogna e sull’inganno.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – III

“HANNO SCAMBIATO LA GLORIA DELL’IDDIO INCORRUTTIBILE CON QUALCOSA CHE SOMIGLIA NELL’ASPETTO ALL’UOMO CORRUT-TIBILE”

Romani 1:23

Anteprima
L’antica Babilonia fu famosa per la sua adorazione di dèi e dee pagani. Una fonte afferma che sacerdoti e fedeli “prodigavano attenzioni alle loro immagini sacre, considerando le statue come intermediari fra loro e gli dèi. Le statue venivano coperte di vesti costose, ornate di collane, braccialetti e anelli; giacevano su letti sontuosi e venivano portate in processione sulla terraferma e sull’acqua a piedi, su carri e su imbarcazioni private” (Las Grandes Religiones Ilustradas: Asirio-Babilónica, Mateu-Rizzoli, Barcellona, 1963). Babilonia, dunque, era un centro del culto idolatrico. La città era piena di templi, cappelle e altari dedicati al culto di una miriadi di divinità, le cui immagini erano ricoperte di vesti costose, ornate con monili di metalli e pietre preziose e portate in processione. Non solo la grande Babilonia ma ogni località del suo impero aveva la sua divinità tutelare, a cui era dedicato il suo tempio e a cui erano devoti i suoi abitanti.
Le divinità babilonesi avevano caratteristiche del tutto simili agli uomini che le avevano inventate. Erano avide, vendicative, violente, lussuriose, gelose, litigavano, piangevano, facevano sesso, si ubriacavano, si comportavano male. Tale depravazione rese i loro adoratori schiavi della paura che li spingeva a compiere azioni e riti atti a placare o compiacere le varie divinità. Coloro che esercitavano tali riti divennero personaggi rispettati e tenuti in alta stima: sacerdoti, capi, sciamani, guaritori, stregoni, medium venivano consultati per ogni sorta di problemi quali guarire o prevenire malattie, scongiurare influssi malefici e farsi vendetta. Questi diedero vita a un grande complesso di pratiche e riti superstiziosi atti ad esorcizzare i mali causati da dei e demoni. L’esorcismo è una pratica tutt’ora in vigore tra i moderni idolatri!
A Babilonia, inoltre, ogni grande tempio aveva il suo osservatorio astronomico. Lo studio dell’astronomia indusse quei superstiziosi idolatri a concludere che i corpi celesti avessero un ruolo importante nel causare eventi sulla terra. E dalla nozione secondo cui le stelle influivano sulle vicende terrene si passò facilmente all’idea che si potesse contare sugli astri per predire il futuro. Così diedero vita all’astrologia, la principale pratica divinatoria. Pratiche divinatorie, oltre all’astrologia (credere nell’influsso degli astri sulle vicende umane, leggi: oroscopo), molto diffuse divennero la chiromanzia (lettura della mano), la cartomanzia (lettura delle carte), la necromanzia (interrogazione dei morti), l’oniromanzia (interpretazione dei sogni), e altre pratiche simili. Tali pratiche e chi le metteva in atto erano fermamente condannati da Dio poiché strettamente collegate con le arti magiche, pertanto poneva coloro che vi si dedicavano sotto la malvagia influenza dei demoni.
Da Babilonia l’adorazione idolatrica si diffuse nel resto del mondo antico e moderno, in Egitto, Assiria, Persia, Grecia, Roma e Arabia nonché in oriente presso gli indù e i cinesi e in tutta la terra nei nostri giorni, influendo in maniera molto degradante sulla vita sociale e morale delle popolazioni che l’adottarono, le quali furono spinte a praticare la prostituzione sacra, l’incesto, la sodomia e la bestialità, l’adulterio, lo spiritismo con le sue sedute spiritiche, i suoi incantesimi e la sua divinazione, la menzogna, la rapina, l’avidità, l’oppressione dei poveri, lo spargimento di sangue innocente, come bruciare i figli in sacrificio agli dèi o mandandoli a morire in guerra, tanto da arrivare al punto di non provare nemmeno vergogna o umiliazione per tali atti detestabili. Tutte queste pratiche, insieme alle false dottrine, che avremo modo di considerare, rappresentano la linea di demarcazione tra la falsa religione, a cui diedero inizio i ribelli di Babele o Babilonia dopo il Diluvio noetico, e quella approvata da Geova Dio, il Creatore dell’uomo, descritta nella sua Parola, la Bibbia.

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A motivo della sua innata natura l’uomo ha sempre avvertito la necessità di conoscere ciò che sta dietro e oltre i fenomeni del mondo che lo circonda. Questo istinto naturale l’ha spinto a riconoscere l’esistenza di un Creatore o comunque a credere in qualche cosa di soprannaturale. Per questo motivo allontanandosi da Dio e dalla sua adorazione si è volto inevitabilmente all’adorazione di qualcos’altro. Questo è esattamente quello che è accaduto poco più di 4.000 anni fa nella città di Babele dove, dopo il Diluvio, gli uomini iniziarono di nuovo a ribellarsi a Dio. Il principale responsabile della ribellione fu Nimrod, un uomo violento e immorale, che si macchiò dell’assassinio sistematico di molti suoi simili, perciò venne definito “potente cacciatore in opposizione a Geova”, il Creatore dell’uomo (cfr. Genesi 10:9).
Dopo la sua morte violenta Nimrod venne deificato e venerato dai suoi concittadini col nome di Tammuz, i quali diedero anche vita a un numero incalcolabile di divinità, maschili e femminili, riempiendo il paese delle loro immagini veneradole come sacre. Con la deificazione di Nimrod, infatti, gli abitanti di Babele o Babilonia, come venne in seguito denominata la città, diedero inizio a una forma di adorazione in totale antitesi con quella praticata dopo il Diluvio da Noè e i suoi discendenti volta ad adorare l’unico vero Dio, il Creatore dell’intero universo e dell’uomo stesso, Geova. Quel nuovo tipo di adorazione era rivolta alla creazione anziché al Creatore perciò risultava vana, futile, inutile e del tutto dannosa per la razza umana (cfr. Isaia 44:9-20; Romani 118-23). Essa era caratterizzata per certi aspetti facilmente riconoscibili. Tra questi ci sono il reverenziale timore di spiriti divinizzati e di potenze soprannaturali, l’impiego di magia, divinazione mediante segni e presagi, astrologia e svariati metodi di predizione della sorte.
quelli che portano in giro immagini scolpite” – Isaia 45:20
Samuel Henry Hooke, studioso inglese e presidente della Society for Old Testament Study, nel suo libro Babylonian and Assyrian Religion, ha scritto: “Babilonia era la città in cui Marduk [Tammuz n.d.r.] deteneva il primato sugli altri dèi che vi venivano adorati … Al tempo di Nabucodonosor II a Babilonia c’erano non meno di 58 templi appartenenti a dèi specifici, per non menzionarne molti altri che non erano dedicati in questo modo”. Riguardo al tempio di Marduk, si dice che avesse 55 cappelle laterali. Non vi leggete una straordinaria somiglianza con molti edifici religiosi odierni, templi, chiese e cattedrali? … A conferma di ciò, un’antica iscrizione cuneiforme riportava questo rapporto: “Esistono in complesso a Babilonia 53 templi dei grandi dèi, 55 cappelle di Marduk, 300 cappelle per quelle divinità della Terra, 600 per le divinità del Cielo, 180 altari per la dea Ishtar, 180 per gli dèi Nergal e Adad e 12 per gli dèi restanti” (The Bible As History, di Werner Keller, New York, 1956, traduzione italiana di Guido Gentili: La Bibbia aveva ragione, Garzanti, 1977).
È chiaro che Babele o Babilonia era un centro del culto idolatrico. Nel volume 20 de Las Grandes Religiones Ilustradas: Asirio-Babilónica, (Mateu-Rizzoli, Barcellona, 1963), si legge che “sacerdoti e fedeli prodigavano attenzioni alle loro immagini sacre, considerando le statue come intermediari fra loro e gli dèi. Le statue venivano coperte di vesti costose, ornate di collane, braccialetti e anelli; giacevano su letti sontuosi e venivano portate in processione sulla terraferma e sull’acqua a piedi, su carri e su imbarcazioni private”. Vi ricordano qualcosa queste usanze? … Certamente sono collegate a un’altra caratteristica dell’adorazione idolatrica praticata dai babilonesi i quali credevano che ogni località avesse la sua divinità tutelare, a cui era dedicato il suo tempio e a cui erano devoti i suoi abitanti (cfr. The Encyclopedia Americana, Volume 2). Al tempo in cui gli israeliti occuparono la terra promessa dovettero affrontare il pericolo costituito da questa usanza che i cananei avevano ereditato dagli antichi caldei. Ebbero a che fare con il Baal di Peor, adorato da moabiti e madianiti, la cui venerazione costò la vita a migliaia di essi quando furono attirati in una festa idolatrica in onore di tale dio (cfr. Numeri 22:1–25:18). C’erano poi il Baal di Zefon, il Baal di Bamot, il Baal di Ermon, il Baal di Hazor. (cfr. Esodo 14:2; Numeri 22:41; Giudici 3:3; 2Samuele 13:23). A Babilonia il dio tutelare era Marduk, ad Ur c’era Sin, a Eridu c’era Ea, a Nippur c’era Enlil, a Cuta  c’era Nergal, a Borsippa c’era Nebo, a Erech c’era Anu, e così via. I conflitti che scoppiavano tra le varie città erano considerati non solo battaglie fra gli eserciti coinvolti ma vere e proprie guerre fra i rispettivi dèi e  l’iddio dell’esercito vittorioso era considerato vincitore sul dio dell’esercito o della città sconfitta. In effetti i veri vincitori erano Satana e i suoi demoni che si nascondevano dietro tali idoli (cfr. Daniele 10:20 dove angeli ribelli vengono indicati come “principi” che hanno autorità sulle nazioni). Da questa usanza derivò la venerazione del “santo patrono” tutt’ora in voga in alcune comunità “cristiane”. Ma la Parola di Dio avverte contro il pericolo costituito da tale forma di adorazione tutelare dicendo: “non abbiamo una lotta contro sangue e carne, ma contro i governi, contro le autorità, contro i governanti mondiali di queste tenebre, contro le malvagie forze spirituali che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:12).

processione babilonese

Babilonia idolatrica: la porta di Ishtar e la Via delle Processioni
Ishtar era la dea babilonese dell’amore, della fertilità, dell’erotismo e della guerra. Nel suo tempio si praticava la prostituzione sacra, ogni femmina doveva dare la sua verginità e il prezzo pagato da ogni adoratore maschile arricchiva i forzieri del tempio. Un noto commentario afferma riguardo ai babilonesi: “La prostituzione pubblica costituiva una considerevole parte della loro religione; ed erano abituati nelle loro preghiere pubbliche a chiedere che gli dèi moltiplicassero le loro prostitute! e per esprimere alle loro divinità la gratitudine per i favori ricevuti, si legavano, con voti, ad accrescere il numero di tali donne; poiché il commercio con loro non era considerato peccaminoso né vergognoso” (Adam Clarke, A Commentary and Critical Notes).
Da Babilonia il suo culto si diffuse in tutto il mondo antico, dove la dea assunse vari nomi, Iside (per gli egiziani), Astarte (per i fenici), Afrodite (per i greci), Venere (per i romani), e titoli quali “Regina del Cielo”, “Dea Madre”, “Santa Vergine”, “Vergine Madre” … vi ricordano qualcosa? … Nelle grandi feste, che attiravano centinaia di migliaia di adoratori, le sue immagini venivano portate attraverso le città in una sontuosa processione. A Babilonia le processioni partivano dalla porta di Isthar e, percorrendo la Via delle Processioni, arrivavano al Tempio di Marduck. Le pareti della struttura erano decorate in bassorilievo con rappresentazioni floreali e file alternate di tori e draghi mentre quelle che fiancheggiavano la Via erano decorate con figure di leoni. I leoni, da sempre collegati a forza e regalità, rappresentavano la dea Isthar, chiamata anche “Signora della battaglia” in quanto protettrice dell’esercito babilonese, mentre i tori rappresentavano Adad, dio della pioggia e i draghi Marduk, dio della creazione.
continua pure con i tuoi malefìci e con le tue molte stregonerie” – Isaia 47:12
L’adorazione idolatrica praticata a Babilonia rese la popolazione vittima della paura derivante dalle caratteristiche depravate dei loro dèi che erano del tutto simili agli uomini che li avevano inventati. Le divinità erano ritratte come esseri avidi, avevano un pessimo carattere, erano vendicative e sospettose e tra di loro esistevano odi violenti, “abbracciavano senza ritegno tutta la gamma delle emozioni umane comprese quelle più infime, lasciandosi andare in preda alla lussuria, alla licenziosità, alla gelosia, alla libidine … erano svergognatamente e irreprensibilmente umani: litigavano, piangevano, facevano sesso, si ubriacavano, si comportavano male con tutti, persino – o forse in particolare – con la propria famiglia” (Nel nome della croce, Catherine Nixey – Bollati Boringhieri, 2018). Gli idolatri adoratori di Babilonia furono spiritualmente avvelenati da tale timore che li privava dell’equilibrio e li spingeva a compiere azioni atte a placare o compiacere le varie divinità. Non conoscendo la vera causa di molti eventi quotidiani, essi credevano che la ripetizione di certe parole o formule, oppure l’esecuzione di qualche rito, potesse produrre particolari effetti desiderati. Coloro che esercitavano tali riti divennero personaggi rispettati e tenuti in alta stima: sacerdoti, capi, sciamani, guaritori, stregoni, medium venivano consultati per ogni sorta di problemi quali guarire o prevenire malattie, scongiurare influssi malefici e farsi vendetta. Questi diedero vita a un grande complesso di pratiche e riti superstiziosi.
Da questo alla paura dei demoni il passo fu breve. Sir Ernest Alfred Thompson Wallis Budge, egittologo, filologo e orientalista inglese nonché custode del Dipartimento di antichità egizie ed assire del British Museum, nel suo libro Babylonian Life and History descrive in questi termini l’effetto che il timore degli dei aveva sulla popolazione babilonese: “I demoni e i diavoli che rendevano misera la vita del Babilonese erano molti … Erano temuti più di tutto i Sette Spiriti Maligni, creatori di ogni male … Come v’erano triadi di dèi, così v’erano triadi di diavoli, per esempio, Labartu, Labasu e Akhkhazu. Il primo danneggiava i bambini piccoli, il secondo faceva venire la malattia del tremolio, e il terzo faceva diventare giallo e nero il viso di un uomo … I Babilonesi … andavano dal sacerdote, che spesso assumeva il carattere di un dio, ed esorcizzava i diavoli recitando incantesimi”. Vi fa venire in mente qualcosa tale pratica esorcistica? … Magia e stregoneria, inclusa la pratica esorcistica, furono sviluppate e praticate da tutti, dal re all’ultimo suddito. Essi credevano anche in una strega che si pensava “possedesse il potere di volare nell’aria su un bastone” (Philip Van Ness Myers, Ancient History). Così sappiamo anche dove ebbe origine la favola della vecchina che la notte del 6 gennaio porta i doni ai bambini, tanto cara alle famiglie “cristiane” …. Ecco perché, rivolgendosi a Babilonia con parole di condanna, Geova Dio fece scrivere: “continua pure con i tuoi malefìci e con le tue molte stregonerie, in cui ti sei affannata fin dalla giovinezza. Forse riuscirai a trarne qualche vantaggio; forse riuscirai a incutere paura … Ecco, sono come paglia: li brucerà il fuoco. (Isaia 47:12,14).
quelli che adorano i cieli e osservano le stelle” – Isaia 47:13
Nel libro biblico di Ezechiele, Geova Dio ispirò il suo profeta a riportare questo significativo episodio: “Il re di Babilonia si ferma al bivio, là dove la strada si biforca, per ricorrere alla divinazione. Scuote le frecce, interroga i suoi idoli ed esamina il fegato” (Ezechiele 21:21). La “divinazione” è una pratica impiegata per cercare di conoscere il futuro mediante segni e presagi. I babilonesi erano famosi per essa. Kurt Seligmann, noto esponente del movimento surrealista, ha scritto nel suo libro Magic, Supernaturalism and Religion (Pantheon ed., New York, 1974) che i babilonesi “erano maestri nelle arti divinatorie, e predicevano il futuro esaminando il fegato e le viscere di vittime animali, la fiamma e il fumo, nonché la brillantezza di pietre preziose; ricavavano pronostici dal mormorio delle fonti e dalla forma delle piante”.
Gli scavi effettuati in Mesopotamia hanno portato alla luce cataloghi stellari che risalgono al 1800 a.C. Basandosi su tali informazioni, i babilonesi erano in grado di predire diversi fenomeni astronomici, quali le eclissi lunari, il sorgere e il tramontare di costellazioni e certi movimenti dei pianeti. Poiché dalle loro osservazioni astronomiche risultava evidente che certi fenomeni terrestri sembravano sincroni con certi fenomeni celesti (ad esempio, il cambiamento delle stagioni seguiva da vicino il movimento del sole, le maree si alzavano e si abbassavano secondo le fasi lunari) divenne per loro naturale concludere che i corpi celesti avessero un ruolo importante nel causare questi e altri eventi sulla terra. Così dall’astronomia nacque l’astrologia, la principale pratica divinatoria, e dalla nozione secondo cui le stelle influivano sulle vicende terrene si passò facilmente all’idea che si potesse contare sugli astri per predire il futuro. I babilonesi, come molti nell’antichità, immaginavano che la terra fosse il centro dell’universo e che i pianeti e le stelle fossero fissati a una serie di sfere concentriche via via più grandi che le ruotavano attorno. Pensavano anche che il sole compisse un cammino fra le stelle e le costellazioni secondo un percorso specifico che completava in un anno. Chiamarono eclittica questo moto apparente del sole suddividendola in 12 zone o sezioni e credevano che ciascuna sezione fosse controllata da un dio diverso. Nacquero così i 12 segni dello zodiaco e si sviluppò il credo che ogni cosa, pubblica e privata, fosse determinata da queste divinità astrali. Da Babilonia, poi, l’astrologia fu portata in Egitto, Assiria, Persia, Grecia, Roma e Arabia nonché in oriente presso gli indù e i cinesi.
Tale pratica non era però approvata dal Creatore dell’uomo poiché strettamente collegata con le arti magiche, pertanto poneva chi vi era dedito sotto la malvagia influenza dei demoni. Perciò, pronunciando parole di condanna contro Babilonia, Geova Dio fece scrivere dal suo profeta: “Si alzino, ora, e ti salvino loro, quelli che adorano i cieli e osservano le stelle, che alla luna nuova svelano ciò che ti accadrà” (Ezechiele 47:13). Avete l’abitudine di leggere l’oroscopo o cercate di conoscere il vostro futuro attraverso pratiche divinatorie, quali la chiromanzia (lettura della mano), la cartomanzia (lettura delle carte), la necromanzia (interrogazione dei morti), l’oniromanzia (interpretazione dei sogni), e altre pratiche simili? Ora sapete cosa ne pensa Dio e quale rischio state correndo! …

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Segni dello zodiaco su bassorilievi babilonesi e pratiche divinatorie diffuse nel mondo
Che se ne rendano conto o no, le persone fanno molte cose che si collegano con pratiche o credenze superstiziose, alcune delle quali hanno a che fare con divinità o demòni. Anticamente le mitologie di tanti popoli, egiziani, greci, romani, cinesi e altri, traevano le loro radici da certe idee relative a dèi e spiriti che originarono da Babele o Babilonia e incidevano sensibilmente sulle questioni personali e nazionali. Con l’avvento del cristianesimo apostata la situazione non è cambiata! Sia nelle società primitive che in quelle moderne si è fatto e si fa tuttora ricorso a vari mezzi per dominare o placare gli spiriti malvagi e propiziarsi quelli buoni. Infatti, spesso quando le persone si ammalano o si trovano in altre gravi difficoltà, consultano medium, guaritori, sciamani ed esorcisti o ricorrono ad astrologi, pronosticatori, indovini e chiaroveggenti per essere aiutati o per conoscere il futuro per prendere importanti decisioni. Molti hanno fatto dello spiritismo, della magia nera e dell’occultismo la loro religione. Altri, pur dicendo di appartenere a una qualche religione, si dedicano ugualmente a queste pratiche. Comunque tutti hanno in comune certi aspetti facilmente riconoscibili. Tra questi ci sono il reverenziale timore di spiriti divinizzati e di potenze soprannaturali, l’impiego di magia, divinazione mediante segni e presagi, astrologia e svariati metodi di predizione della sorte. Molti considerano queste pratiche un gioco innocente ma, se esaminate a fondo, ci si rende conto che si fondano su credenze che hanno a che fare con l’adorazione idolatrica e demoniaca sviluppatasi dall’antica Babilonia, la culla della ribellione contro Geova Dio, il quale dà questo esplicito avvertimento: “chiunque fa queste cose è detestabile a Geova” (Deuteronomio 18:12).
Per inciso, poiché le pratiche divinatorie e chi le effettuava erano fermamente condannati da Dio, vi pare possibile che Egli usasse uomini dediti a tali pratiche nella realizzazione del suo proposito, come i “Magi” che andarono a visitare il bambino Gesù?  Chi erano, infatti, costoro? Il termine deriva dal greco màgos che, secondo The Expanded Vine’s Expository Dictionary of New Testament Words, significava “Mago, stregone, chi asserisce di avere poteri magici, cultore delle arti magiche”.  Tertulliano, apologeta cristiano del II secolo d.C. scrisse: “Conosciamo la mutua alleanza fra magia e astrologia. Gli interpreti delle stelle furono dunque i primi … a presentare [a Gesù] doni” (De idolatria, IX). Secondo l’evangelista Matteo, coloro che visitarono il piccolo Gesù erano proprio “astrologi” provenienti “dall’oriente” (cfr. Matteo 2:1,2). Se dunque non erano guidati da Dio, allora chi li manovrava se non il principale nemico di Dio e del bambino appena nato, Satana il Diavolo?! Questo perfido personaggio aveva tutto l’interesse a far uccidere il bambino poiché sapeva che era lui il “seme” della promessa edenica destinato a schiacciargli la testa (cfr. Genesi 3:15). Non a caso, infatti, mediante un segnale simile a una stella, li condusse, prima da Erode, il crudele re della Giudea che voleva sopprimere il bambino considerandolo una minaccia per il suo regno. Solo l’intervento di Dio che mandò un angelo ad avvertire i genitori di fuggire da Betlemme e gli astrologi di non tornare da Erode dopo aver visitato il bambino, sventò il piano satanico (cfr. Matteo 2 :1-15). Ora sapete chi inviò i “Magi”, chi mandò quella “stella” a guidarli e chi è il personaggio che attraverso questi viene onorato nelle rappresentazioni natalizie: Satana il Diavolo!
Da Babilonia, tutte le pratiche connesse con l’idolatria, o l’uso di immagini nell’adorazione, si diffusero nel resto del mondo antico e moderno, in Egitto, Assiria, Persia, Grecia, Roma e Arabia nonché in oriente presso gli indù e i cinesi e in tutta la terra nei nostri giorni, inclusi i paesi a maggioranza “cristiana”. Esse influirono in maniera molto degradante sulla vita sociale e morale delle popolazioni che le adottarono, le quali furono spinte a praticare la prostituzione sacra, l’incesto, la sodomia e la bestialità, l’adulterio, lo spiritismo con le sue sedute spiritiche e gli esorcismi, i suoi incantesimi e la sua divinazione, la menzogna, la rapina, l’avidità, l’oppressione dei poveri, lo spargimento di sangue innocente, come bruciare i figli in sacrificio agli dèi o mandandoli a morire in guerra, tanto da arrivare al punto di non provare nemmeno vergogna o umiliazione per tali atti detestabili. Tutte queste pratiche, insieme alle false dottrine, che avremo modo di considerare, rappresentano la linea di demarcazione tra la falsa religione, a cui diedero inizio i ribelli di Babele o Babilonia dopo il Diluvio noetico, e quella approvata da Geova Dio, il Creatore dell’uomo, descritta nella sua Parola, la Bibbia.

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Nota
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – II

“NON HANNO RITENUTO DI DOVER RICONOSCERE DIO, DIO LI HA LASCIATI IN BALÌA DI UNA MENTALITÀ DISAPPROVATA”

Romani 1:28

Anteprima
Circa 2.750 anni fa Geova comunicò agli abitanti di Israele che aveva una causa contro di loro perché nel loro paese non c’erano verità, amorevole benignità né conoscenza di Dio (cfr. Osea 4:1). Eppure quelle persone erano vincolate a Dio con un patto che li rendeva una sua “speciale proprietà” (cfr. Deuteronomio 7:6). Come mai il loro paese era ridotto così? Mediante il suo profeta Ezechiele Geova fece rilevare: “All’ingresso della porta settentrionale della casa di Geova … là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz … . All’ingresso del tempio di Geova, fra l’atrio e l’altare, c’erano circa 25 uomini che davano le spalle al tempio di Geova e avevano la faccia rivolta a est; questi si inchinavano al sole, verso est” (Ezechiele 8:14,16). Quegli israeliti erano divenuti soggetti all’influenza corruttrice della falsa religione babilonica.
Tammùz, infatti, non era altri che Nimrod, l’uomo che per primo si ribellò a Dio dopo il Diluvio edificando la città di Babele con la sua torre, divenendo un “potente cacciatore in opposizione a Geova” (cfr. Genesi 10:8,9). Dopo la sua morte venne venerato dai suoi concittadini come un dio. Dalla sua adorazione derivarono dottrine e pratiche religiose che esercitarono un’influenza molto degradante sul modo di vivere delle popolazioni dell’antichità e Babilonia costituì l’origine della confusione religiosa e il principio della violenza sulla terra dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:8-12; 11:8,9). La sua religione promosse anche ogni forma di violenza, illegalità e vizio, compresi demonismo, magia, incantesimi e stregoneria. Glorificò il sesso e promosse pervertite pratiche sessuali. Alcune caratteristiche comuni che si svilupparono dalla religione babilonese furono la credenza della vita in un mondo ultraterreno e la possibilità di scontare i propri peccati dopo la morte (leggi Purgatorio, secondo Alexander Hislop, ministro della Chiesa Libera della Scozia nel XIX secolo, autore del libro The Two Babilons), l’uso della croce come simbolo religioso (simbolo derivato dalla lettera T, corrispondente alla tau iniziale di Tammuz), simbolo sotto il quale si sono combattute le più brutali e cruenti guerre dell’umanità, in perfetta linea con la vita violenta del suo ispiratore. Altra popolare dottrina diffusa dalla religione babilonica fino ai nostri giorni è la trinità. Babilonesi, assiri, egiziani, greci, romani, tutti venerarono triadi di dei e dee, alcune delle quali rappresentate da una madre con in braccio un bambino, venerazione convertita in dogma religioso anche da un certo tipo di “cristianesimo” sviluppatosi dopo la morte di Gesù e dei suoi fedeli apostoli corrompendo la genuinità del vero insegnamento cristiano sull’identità di Geova Dio e sul ruolo di Cristo Gesù nell’adempimento del proposito divino.

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Illegalità e violenza sono state un pericolo sempre presente tra il genere umano e oggi più che mai in ogni nazione. Vengono attribuite a varie cause, come nazionalismo, razzismo, povertà e disoccupazione. Ma la principale radice è tutt’altro! Circa 2.750 anni, un ispirato scrittore biblico, il profeta Osea, pronunciando una profezia contro la nazione di Israele, che si era divisa in due regni, quello settentrionale d’Israele formato da dieci delle dodici tribù, e quello di Giuda formato dalle restanti due, disse coraggiosamente: “Giuramenti falsi, menzogne, assassinii, furti e adultèri dilagano, e si sparge sangue su sangue” (Osea 4:2). Più o meno nello stesso periodo un altro profeta, Geremia, scrisse della città di Gerusalemme: “In mezzo a lei non c’è altro che oppressione … Violenza e distruzione si sentono in lei; malattia e piaga sono di continuo davanti a me” (Geremia 6:6,7). Un terzo profeta, Ezechiele, diede conferma di tutto ciò scrivendo sotto ispirazione divina: “Il peccato della casa d’Israele e di Giuda è molto, molto grande. Il paese è cosparso di sangue e la città è piena di corruzione” (Ezechiele 9:9).
Eppure il popolo di Israele era stato scelto da Geova Dio per rappresentare il suo dominio sulla terra. Cosa aveva provocato quel degradato stato di cose? Osea spiegò: “Geova è in causa con gli abitanti del paese, perché nel paese non c’è verità né amore leale né conoscenza di lui” (Osea 4:1). Perciò la causa fondamentale era che il popolo aveva abbandonato la legge e la conoscenza di Dio. Ma questo non era tutto! Ezechiele scrisse: “All’ingresso della porta settentrionale della casa di Geova … là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz … . All’ingresso del tempio di Geova, fra l’atrio e l’altare, c’erano circa 25 uomini che davano le spalle al tempio di Geova e avevano la faccia rivolta a est; questi si inchinavano al sole, verso est” (Ezechiele 8:14,16). Oltre ad abbandonare la legge di Dio gli Israeliti erano divenuti soggetti all’influenza corruttrice della falsa religione babilonica. Perché si può dire questo?
là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz” – Ezechiele 8:14
Chi era questo dio Tammùz? La Sacra Bibbia annotata da Giuseppe Ricciotti, rifacendosi all’ufficiale versione latina Vulgata, chiama questo dio Adone. The International Standard Bible Encyclopedia (edizione del 1955, Volume 5) dice al riguardo: “Il nome Adone, con cui era nota ai Greci questa divinità, non è nient’altro che il fenicio אדון, ’Adhon … Egli era in origine un dio-sole sumero o babilonese, chiamato Dumuzi, marito di Ishtar, che corrisponde all’Afrodite [Venere] dei Greci. L’adorazione di queste divinità fu introdotta in Siria in tempi molto remoti coi nomi di Tammuz e Astarte, e compare tra i Greci nel mito di Adone e Afrodite, corrispondenti ad Osiride ed Iside nel panteon egiziano, il che indica quanto si diffuse questo culto. Il mito babilonese rappresenta Dumuzi, o Tammuz, come un bel pastore ucciso da un cinghiale, simbolo dell’inverno. Ishtar lo pianse a lungo e scese nell’aldilà per liberarlo dalle braccia della morte … Il cordoglio per Tammuz si celebrava a Babilonia il secondo giorno del quarto mese, che prese così il nome di Tammuz. . . . Le donne di Gebal [Siria] solevano rifugiarsi in questo tempio a metà estate per celebrare la morte di Adone o Tammuz, e in relazione a questa celebrazione sorsero i licenziosi riti che resero il culto tanto vergognoso da indurre Costantino il Grande a sopprimerlo”.
Alexander Hislop, ministro della Chiesa Libera della Scozia nel XIX secolo, nel suo libro The Two Babylons (Le due Babilonie), identifica Tammùz con Nimrod, che fondò la città di Babilonia circa 180 anni dopo il diluvio del giorno di Noè. Secondo la tradizione Nimrod morì di morte violenta e dopo la morte i suoi seguaci iniziarono a venerarlo come un dio. Ogni anno ne commemoravano la morte il secondo giorno del mese lunare che in suo onore fu chiamato Tammuz (*). Dice l’Hislop: “Il nome Tammuz, applicato a Nimrod … deriva da tam, “rendere perfetto”, e muz, “fuoco”, e significa “il fuoco perfezionatore””.  Poi aggiunge: “Di qui, anche, senza dubbio, deriva la necessità del fuoco del Purgatorio per “perfezionare” infine le anime degli uomini, e purificare tutti i peccati che hanno portato con sé nel mondo invisibile”. Egli afferma ancora: “Nella scrittura è chiamato (Ezechiele 8:14) col nome di Tammuz, ma tra gli scrittori classici è noto comunemente col nome di Bacco, cioè “Il Compianto”. Al lettore comune, il nome Bacco suggerisce solo l’idea di gozzoviglie e ubriachezze, ma ora è risaputo che fra tutte le abominazioni commesse durante le sue orge, il loro grande obiettivo era dichiaratamente “la purificazione delle anime”, e questo dalla colpa e dalla contaminazione del peccato”.

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La tradizione religiosa narra che Nimrod fu giustiziato per la sua ribellione contro Geova Dio. I seguaci di Nimrod considerarono la sua morte violenta una tragedia e una calamità, e lo deificarono. Ogni anno commemoravano la sua morte il secondo giorno del mese lunare chiamato Tammuz, quando le donne piangevano sul suo idolo. Fra gli antichi scrittori classici gli fu dato il nome Bacco, che significa “Pianto”, “Lamentato”. Questo piangere su di lui corrisponde anche a quello che si faceva sul leggendario Adone, un bel giovane amato da Venere o Ishtar e che fu ucciso da un cinghiale selvatico sui monti del Libano. Infatti, la Bibbia vulgata latina e la versione inglese di Douay della Bibbia usano in Ezechiele 8:14 il nome Adone invece di Tammuz. Così si comprende la ragione di questo piangere degli idolatri babilonesi su di lui. Inoltre, il fatto che Nimrod sia anche identificato dagli eruditi in Marduk, il principale dio dei Babilonesi, ci consente di capire perché i Giudei, che al tempo della visione di Ezechiele erano tributari di Babilonia, e in pericolo d’essere inghiottiti da quella Potenza Mondiale, furono indotti a intraprendere l’adorazione di Tammuz seguendo le pratiche di tale culto.
all’ingresso della porta interna che guarda a nord … si trovava l’idolatrico simbolo della gelosia” – Ezechiele 8:3
Continuando a descrivere il degrado religioso che travolse la popolazione di Israele, il profeta Ezechiele ispirato da Dio scrisse: “uno spirito mi sollevò fra la terra e i cieli e per mezzo di visioni divine mi portò a Gerusalemme, all’ingresso della porta interna che guarda a nord, dove si trovava l’idolatrico simbolo della gelosia che suscita gelosia” (Ezechiele 8:3). Cosa poteva essere questo “idolatrico simbolo” che “suscita gelosia”? È interessante notare ciò che è scritto in relazione a Tammuz, nell’ Expository Dictionary of New Testament Words del biblista e teologo inglese William Edwy Vine, sotto l’esponente “Croce” si legge: “La forma ebbe origine nell’antica Caldea, ed era usata come simbolo del dio Tammuz (essendo a forma del mistico Tau, iniziale del suo nome)”. Inoltre, nel suo libro Hislop aggiunge: “La croce così largamente adorata, o considerata un sacro emblema, era l’inequivocabile simbolo di Bacco, il Messia babilonese, poiché egli era rappresentato con una fascia intorno al capo avente delle croci” (ibid.). Il “segno della croce”, dunque, era il simbolo religioso di Tammuz. In base a queste testimonianze dovremmo pensare che, secondo quanto scritto dal profeta Ezechiele, in quel tempo ci fosse stato un tentativo di introdurre l’adorazione dell’idolatrica croce pagana nel tempio di Geova in Gerusalemme. Indubbiamente la croce era un simbolo sacro per le apostate donne giudee che contaminarono il tempio sedendovi e facendo cordoglio per il dio babilonese Tammuz. Come fu scandaloso che quelle donne israelite, sul pavimento del cortile interno del tempio, piangessero religiosamente la morte di Tammuz!
La croce, quindi, veniva adorata secoli prima della cosiddetta èra cristiana. Una vecchia edizione della Catholic Encyclopedia (1908) dichiarava: “Il segno della croce, rappresentato nella sua forma più semplice da due linee incrociate ad angoli retti, è di data molto anteriore, sia in Oriente che in Occidente, all’avvento del cristianesimo. Risale a un remotissimo periodo della civiltà umana”. Da Babilonia, poi, la sua venerazione si diffuse in tutta la terra. William Dool Killen, ministro della Chiesa presbiteriana in Irlanda e storico della chiesa, nel libro The Ancient Church scrisse: “Dalla più remota antichità la croce era venerata in Egitto e in Siria; era tenuta in ugual onore dai buddisti dell’Oriente; e, ciò che è ancora più straordinario, quando gli Spagnoli visitarono per la prima volta l’America, il ben noto segno fu trovato fra gli oggetti di adorazione nei templi di idoli di Anahuac. È pure rimarchevole che, verso l’inizio della nostra èra, i pagani erano abituati a fare il segno della croce sulla fronte celebrando qualcuno dei loro sacri misteri”. Dal III secolo d.C. in poi la croce è divenuta anche il simbolo del cristianesimo apostata.

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Tammuz era rappresentato dalla prima lettera del suo nome, che è un’antica tau, a forma di croce. Il “segno della croce” era il simbolo religioso di Tammuz. Non a caso Bacco, il nome romano che identificava il dio babilonese, veniva spesso raffigurato con una fascia sul capo con delle croci impresse.
Nimrod … diventò un potente cacciatore in opposizione a Geova” – Genesi 10:9
Nimrod … diventò un potente cacciatore in opposizione a Geova” è scritto in Genesi 10:9. Fu il padre della violenza dopo il Diluvio. Non solo uccise sfrenatamente animali, ma diede anche la caccia agli uomini e insegnò loro ad uccidersi a vicenda. Perciò l’adorazione di Nimrod quale dio Tammuz o Bacco avrebbe naturalmente indotto le persone ad agire come lui, secondo il principio che la persona imita il dio che adora, e coltiva le qualità, buone o cattive, attribuite a tale dio (cfr. Romani 6:16). I Babilonesi sostennero la violenza di Nimrod con la loro credenza che la vita nel profondo Aralu, la loro immaginaria dimora dei morti, era più tollerabile per i soldati che per il resto dell’umanità.
Riguardo a tale credenza in The International Standard Bible Encyclopaedia, Volume 1, si legge: “Si supponeva che dopo la morte le anime degli uomini continuassero a esistere … in questa oltretomba vi era l’acqua della vita, usata quando il dio Tammuz ritornò di nuovo sulla terra  … Pare che nel mondo futuro fossero fatte distinzioni tra i morti. Sembra che quelli che cadevano in battaglia godessero di speciale favore. Ricevevano acqua fresca da bere, mentre quelli che non avevano posteri a mettere offerte sulle loro tombe pativano molto e soffrivano molte privazioni”
Né più, né meno di quanto sostenuto circa 40 secoli dopo dal clero del cristianesimo apostata. Ad esempio, in occasione della Guerra del Vietnam il defunto cardinale cattolico Francis Spellman disse che le truppe degli Stati Uniti erano “soldati di Cristo” (Daily Observer dell’Ocean County, 3 novembre 1967), che combattevano una guerra per la civiltà, che “nulla di meno che la vittoria è inconcepibile” (Evening Sun di Baltimora, 27 dicembre 1966) e a chi dubitava della giustezza della causa statunitense rispose: “Il mio paese a ragione o a torto” (Times di New York, 29 dicembre 1966). Gli fece eco Martin Haerther, pastore luterano di Des Moines, nello Iowa, U.S.A. il quale a un funerale di un soldato ucciso in quella guerra affermò: “Quando un soldato muore nell’adempimento del dovere in una guerra giusta, non solo è una morte gloriosa al servizio del paese ma è per lui una fine benedetta … Sono sicuro che gli angeli erano lì per portare la sua anima in cielo e che ora è in pace” (Register di Des Moines, Iowa, 10 febbraio 1968). Diversi altri ministri religiosi di varie denominazioni “cristiane” si espressero con gli stessi termini.
Così sotto il simbolo della croce nei secoli si sono combattute le più violente e cruenti guerre dell’umanità, dalle Crociate alla guerra dei cent’anni, dalle guerre di conquista delle Americhe alla guerra degli Ottant’anni, dalle guerre di religione francesi alla guerra dei trent’anni, conflitti che decimarono le popolazioni coinvolte causando milioni e milioni di morti. L’orrore causato da questi conflitti spinse Henry Gordon Green, saggista ed editorialista del Toronto Star, il quotidiano a più alta diffusione del Canada, a scrivere: “ho il vago sospetto che la religione sia effettivamente qualcosa di cattivo per l’uomo e il suo mondo; che non rechi la pace e la fratellanza che professa di recare, ma che al contrario fomenti diffidenza, odio e guerre … Le guerre sante che hanno insanguinato tante pagine dei libri di storia sono ancora più sanguinose che mai. In Irlanda, in Israele e nell’Iran la radice dell’odio è sempre la religione, e in ognuno di questi paesi la gente è ancora disposta a uccidere e a farsi uccidere per la fede dei suoi padri”.

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Le hanno definite “guerre sante”, combattute sotto l’insegna della croce, hanno ucciso milioni e milioni di persone.
Dal 1095 al 1291 d.C. la Chiesa Cattolica promosse una serie di guerre religiose dette Crociate, termine che deriva da “croce”, in quanto i partecipanti alle spedizioni portavano cucito sulle vesti il simbolo della croce. Secondo alcune stime causarono in tutto circa 20 milioni di vittime (fonte: https://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/vittime-della-fede-cristiana/). Tra il XVI e il XVIII secolo, nelle guerre di conquista delle Americhe da parte delle nazioni “cristiane” d’Europa si calcola che persero la vita circa 60 milioni di indigeni. Intere nazioni, come gli aztechi, gli inca, i maya o le tribù indiane del Nord-America vennero letteralmente spazzate via. Nota significativa: quando il condottiero spagnolo Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano partì da Cuba per la conquista del Messico le insegne della sua armata recavano una croce rossa in campo nero sovrastata dalla scritta “Seguiamo con vera fede il segno della Santa Croce, perché con questo segno vinceremo” (Jean Terradas, Une Chrétienté d’outremer). Sbarcati in Messico quei Conquistadores dovettero rimanere molto sorpresi quando scoprirono che i loro nemici pagani veneravano una croce simile alla loro.
Dio li ha lasciati in balìa di una mentalità disapprovata” – Romani 1:28
Un aspetto significativo degli dèi inventati dagli uomini è che erano sorprendentemente simili agli uomini che li hanno inventati. Osservando questo fatto, nel suo libro The mind possessed: a physiology of possession, mysticism, and faith healing, lo psicologo William Walters Sargant scrive che l’uomo ha creato dèi a sua immagine, “riflettendo le sue varie immaginazioni, aspirazioni e timori”. L’apostolo cristiano Paolo andò oltre e scrisse, sotto ispirazione divina, che uomini hanno “hanno scambiato la gloria dell’Iddio incorruttibile con qualcosa che assomiglia nell’aspetto all’uomo corruttibile” (Romani 1:23). Pertanto gli dèi mitici rispecchiavano spesse volte le debolezze e le depravate qualità dell’uomo. Per esempio, in Egitto si credeva che vari dèi e dee soffrissero di dolori intestinali e mal di testa; erano sanguinari e fra loro c’erano ubriaconi e masturbatori. Nel suo libro Jews, Gods and History lo storico Max Isaac Dimont rileva che “gli dèi greci diedero un esempio di sfrenata libidine e perversione che finì per indebolire la fibra morale di quel popolo”. Quelli che adoravano tali dèi ne svilupparono le degradate caratteristiche. Scrisse ancora l’ispirato scrittore della lettera ai cristiani di Roma: “Siccome non hanno ritenuto di dover riconoscere Dio, Dio li ha lasciati in balìa di una mentalità disapprovata, così che fanno ciò che è indecente. Sono pieni di ogni ingiustizia, malvagità, avidità e cattiveria; sono colmi di invidia, assassinio, lite, inganno e malignità; sono pettegoli,maldicenti, odiano Dio, sono insolenti, superbi e gradassi; escogitano il male, sono disubbidienti ai genitori,insensati, sleali, snaturati e spietati” (Romani 1:28-31).
A Babilonia, Ishtar, la principale dea babilonese, era considerata la personificazione di quella forza della natura che dà la vita come Madre di Tutti, la dea della fertilità dalla quale proveniva il potere della riproduzione e della crescita per i prodotti dei campi, per tutti gli animali e per l’uomo. In quanto tale divenne anche dea dell’amore sessuale e la protettrice delle prostitute. In ogni tempio, infatti, c’erano “sacerdotesse sacre” le quali, sotto la supervisione di Ishtar, si offrivano agli uomini dando loro l’amore e la passione in vece della dea. E il “pagamento”, mediante prodotti e denaro, altro non era che l’offerta alla dea e non una contropartita per la “fornicazione” con le prostitute del tempio. Erodoto, poi, narra che le donne comuni almeno una volta nella vita dovevano “sedere nel tempio dell’amore e avere rapporti sessuali con uno sconosciuto … gli uomini passano e fanno la loro scelta. Non importa quale sia la somma di denaro che essi offrono: la donna non potrà mai rifiutare, perché compirebbero un peccato … Dopo il rapporto esse si sono santificate agli occhi della dea e se ne vanno a casa loro” (Erodoto, Storie, V. II).
La prostituzione “sacra” non riguardava solo le donne ma anche persone di sesso maschile, specialmente se adolescenti o giovani. Che questa fosse una pratica della falsa religione viene attestata nella Bibbia nel racconto di 2Re 23:7 dove si narra che il re Giosia “abbatté le case dei prostituti sacri” istituite nel tempio di Gerusalemme dagli israeliti apostati. Tale degenerazione sessuale, che comportava fornicazione, omosessualità e pedofilia, è certamente un parametro per individuare tutt’oggi la falsa religione di origine babilonica tra quelle esistenti nel mondo: dovendo giudicare una religione, quale caratteristiche mostra la condotta dei suoi seguaci e del suo clero in particolare? (cfr. Romani 1:26,27)

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            Rilievo in terracotta con rappresentazione di Ishtar, dea dell’amore sessuale e protettrice delle prostitute                  (XIX-XVIII secolo a.C.) – British Museum, Londra
venite … e facciamoci un nome” – Genesi 11:4
Gli uomini al tempo di Nimrod, stretti discendenti di Noè e dei suoi figli, conoscevano bene la promessa che Geova aveva fatto nel giardino di Eden riportata poi, sotto ispirazione divina da Mosè nel primo libro delle Sacre Scritture, Genesi, al capitolo 3 verso 15, allorché Dio disse al serpente istigatore della ribellione della prima coppia umana: “susciterò ostilità fra te e la donna, e fra la tua discendenza e la discendenza di lei. Lui ti schiaccerà la testa e tu lo colpirai al calcagno”. Perciò, secondo le leggende babilonesi, quando Nimrod divenne un “un potente cacciatore in opposizione a Geova”, innalzandosi come primo re di Babilonia, i Babilonesi nell’intento di farsi “un nome … su tutta la terra” applicarono a Nimrdod la profezia relativa alla discendenza della donna (cfr. Genesi 11:4). Ne conseguì che la madre di Nimrod, Rea (o Semiramide), venne considerata la madre di colui che avrebbe dovuto schiacciare la testa al simbolico serpente. Essa venne quindi riverita ed esaltata come dea. Questo portò all’adorazione della madre e del figlio. A questo riguardo, The Two Babylons dice: “I Babilonesi, nella loro religione popolare, adoravano sommamente una Dea Madre e un Figlio, che era rappresentato nei dipinti e nelle immagini come un neonato o un bambino nelle braccia di sua madre”. Vi fa venire in mente qualcosa questo? ….
Parallelamente si diffuse anche il culto della madre e del figlio. Dice ancora Hislop nel suo libro: “Da Babilonia, l’adorazione della Madre e del Bambino si diffuse sino alle estremità della terra. In Egitto, la Madre e il Bambino erano adorati coi nomi di Iside e Osiride. In India, anche fino ad oggi, come Isi e Iswara; in Asia, come Cibele e Deoius; nella Roma pagana, come Fortuna e Iuppiter-puer, o Giove fanciullo; in Grecia, come Cerere, la gran Madre, col bambino al seno, o come Irene, la dea della Pace, col fanciullo Plutone nelle braccia; e anche nel Tibet, in Cina, e in Giappone, i missionari gesuiti rimasero sbalorditi scoprendo la controparte della Madonna e del bambino che erano devotamente adorati come nella Roma pontificia; Shing Moo, la Santa Madre in Cina, era rappresentata con un bambino in braccio, e un’aureola intorno al capo … Vi è ragione di credere che l’originale di questa madre, adorata così largamente, fosse Semiramide, che, come ben si sa, fu adorata dai Babilonesi, e da altre nazioni orientali, e questo con il nome di Rea, la grande Dea “Madre”. Riguardo agli egiziani c’è infine da notare che nelle sculture e nei dipinti Iside compare molto spesso il simbolo sacro della croce ansata. Questo cosiddetto simbolo della vita è simile alla lettera T con sopra un anello ovale, e probabilmente rappresentava gli organi sessuali maschile e femminile uniti. Le divinità egiziane sono spesso raffigurate con la croce ansata in mano.

isidelactans            mater matuta dea del Mattino o dell'Aurora Firenze Museo Archeologico Nazionale

Isis lactans’, cioè Iside in forma di madre che allatta al seno il figlio Horus  e la ‘Mater Matuta‘ con in grembo un bambino, dea romana protettrice dell’aurora, della fecondità e della nascita
“I suoi fedeli la chiamano con i nomi più dolci: essa non è solo dea e signora ma anche madre misericordiosa, uditrice di preghiere, colei che intercede … colei che ha dato la vita all’universo e all’umanità”. Così viene descritta nell’enciclopedia Las Grandes Religiones Ilustradas: Asirio-Babilónica (Volume 20, Mateu-Rizzoli, Barcellona, 1963). Chi vi fa venire in mente questa descrizione? Forse la Vergine Maria? … La similitudine è molto appropriata, poiché questa, come informa la stessa enciclopedia, è la descrizione di Isthar, la “Signora dell’amore”, la dea babilonese della fertilità, dell’amore e della guerra, che veniva fatta dai suoi adoratori. Nell’iconografia, si afferma, “veniva rappresentata come una madre che allatta il suo neonato”. “Da Babilonia, l’adorazione della Madre e del Bambino si diffuse sino alle estremità della terra. In Egitto, la Madre e il Bambino erano adorati coi nomi di Iside e Osiride. In India, anche fino ad oggi, come Isi e Iswara; in Asia, come Cibele e Deoius; nella Roma pagana, come Fortuna e Iuppiter-puer, o Giove fanciullo; in Grecia, come Cerere, la gran Madre, col bambino al seno, o come Irene, la dea della Pace, col fanciullo Plutone nelle braccia; e anche nel Tibet, in Cina, e in Giappone, i missionari gesuiti rimasero sbalorditi scoprendo la controparte della Madonna e del bambino che erano devotamente adorati come nella Roma pontificia; Shing Moo, la Santa Madre in Cina, era rappresentata con un bambino in braccio e un’aureola intorno al capo, esattamente come se fosse stato impiegato un artista cattolico romano per erigerla” (The Two Babylons di Alexander Hislop).
Che cattivo inizio ebbero le nazioni! Anziché ereditare la verità dalle fortezze della vera adorazione, ereditarono la falsità e pratiche empie dal luogo dove ebbe origine tutta la falsa religione. Non è difficile, quindi, comprendere perché questa infiltrazione di falsa religione babilonica attirò il disfavore di Dio sul popolo di Israele. Essa esercitò un’influenza molto degradante sul modo di vivere dei Giudei. Babilonia era stata l’origine della confusione e il principio della violenza sulla terra dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:8-12; 11:8,9). La sua religione promosse ogni forma di illegalità e vizio, compresi demonismo, magia, incantesimi e stregoneria. Glorificò il sesso e promosse pervertite pratiche sessuali. Con l’avvento del cristianesimo e dopo la morte degli apostoli molte delle dottrine e pratiche babiloniche furono introdotte nell’insegnamento di Cristo corrompendone la genuinità ed esercitando un’influenza molto degradante sul modo di vivere di tanti cosiddetti “cristiani”. Ma di questo avremo modo di parlarne ancor più ampiamente nei prossimi post … …

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Note:
– Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Sebbene nella Bibbia non viene applicato in tal modo, dopo l’esilio babilonese gli ebrei diedero questo nome al quarto mese del loro calendario sacro, probabilmente solo per una questione di convenienza poiché erano allora un popolo soggiogato, obbligati a trattare con le potenze straniere che li dominavano e a render loro conto.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – I

“È CADUTA! BABILONIA LA GRANDE È CADUTA”

Rivelazione o Apocalisse 18:2

Babele o Babilonia fu la prima città costruita dagli uomini dopo il diluvio noetico, poco più di 4.000 anni fa (più o meno intorno al 2250 a.C. – cfr. Genesi 10:10). Dalla sua fondazione in un modo o nell’altro fu al centro della storia dell’uomo fino a diventare, all’inizio del VII secolo a.C., una delle più splendide città del mondo antico e la capitale di una grande potenza che dominò il mondo per oltre un secolo e mezzo. Ma anche dopo la caduta dell’impero che rappresentò rimase una città importante degli imperi che si susseguirono nel dominio della regione fino al IV secolo a.C. dopo di che gradualmente decadde fino a cessare di esistere. Tuttavia verso la fine del I secolo d.C. il suo nome riapparve al centro di una importante visione profetica descritta dall’apostolo cristiano Giovanni nella Rivelazione conclusiva della narrazione biblica o Apocalisse. Nella visione, con un linguaggio simbolico, venne paragonata ad una donna di malaffare sulla cui fronte “c’era scritto un nome, un mistero: “Babilonia la Grande, madre delle prostitute e delle cose ripugnanti della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:5).
Il suo nome però, oltre al suo ruolo politico, oggi richiama la nostra mente anche sull’importanza che ebbe come principale centro religioso dell’antichità, questo perchè alla base della sua fondazione ci fu proprio una motivazione religiosa e da allora la religione ha avuto un ruolo importante nella vita dell’umanità. La storia della religione è dunque antica quanto quella dell’uomo. Una autorevole enciclopedia dice: “stando alle scoperte degli studiosi non c’è mai stato, in nessun luogo e in nessun tempo, un popolo che non fosse in certo qual modo religioso” (The New Encyclopædia Britannica). Non solo risale a tempi remoti ma la religione è stata praticata con una grande varietà di forme: dai cacciatori di teste delle foreste del Borneo, agli eschimesi delle gelide regioni artiche, dai nomadi del deserto del Sahara, agli abitanti delle grandi metropoli del mondo, ogni popolo e ogni nazione della terra ha adorato il suo dio o i suoi dèi. Oggi siamo arrivati al punto di avere sulla terra migliaia di religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette e culti tribali (secondo alcune stime sono più di 30.500). Viene quindi naturale chiedersi: da dove provengono tutte queste religioni?
Quasi in ogni religione si trova una figura centrale a cui è attribuito il merito di averla fondata, ad esempio Maometto, Buddha, Confucio, Abramo, Gesù, solo per citarne alcuni tra i più noti. Tuttavia anche se tali uomini sono considerati fondatori nella maggioranza dei casi essi non crearono la religione in quanto i loro insegnamenti derivarono da idee religiose già esistenti oppure trasformarono e modificarono sistemi religiosi preesistenti che in qualche modo erano diventati inaccettabili. Ad esempio Maometto, profondamente turbato dall’idolatria e dall’immoralità di cui erano impregnate le pratiche religiose dei suoi contemporanei, asserì di aver ricevuto speciali rivelazioni da Dio (Allah), che divennero la base di un nuovo movimento religioso, l’Islām. Così Buddha, un principe indiano che provò sgomento vedendo le sofferenze e le condizioni deplorevoli che lo circondavano in una società dominata dall’induismo cercò nella meditazione e nell’ascetismo la soluzione ai dolorosi problemi della vita.
Comunque, addentrandoci nello studio della genesi delle religioni, non possiamo fare a meno di notare che per secoli gli uomini hanno, chi più chi meno, accettato le tradizioni religiose ricevute alla nascita e in cui sono stati allevati. Quasi tutti si sono accontentati delle spiegazioni tramandate dai loro antenati, pensando che la loro religione fosse la verità. Di rado c’era motivo di mettere in dubbio qualcosa o la necessità di indagare come, quando o perché erano cominciate le cose. Anzi, a causa delle limitazioni imposte dagli scarsi mezzi di comunicazione per molti secoli la maggioranza delle persone neanche sapeva dell’esistenza di altri sistemi religiosi.
Negli ultimi due secoli sono comparse sulla scena diverse teorie sull’origine della religione elaborate da antropologi, etnologi, filosofi e psicanalisti. Ma nessuna si è veramente distinta quale più credibile o plausibile delle altre perché non è mai stata prodotta alcuna prova o testimonianza storica che queste teorie fossero vere. Si sono dimostrate puro frutto dell’immaginazione o delle congetture di qualche studioso, presto sostituite di volta in volta da una nuova teoria. Nel libro World Religions: From Ancient History to the Present, curato ed edito da Geoffrey Parrinder, si legge: “In passato troppi teorici si sono preoccupati non semplicemente di definire o spiegare la religione, ma di fornire una giustificazione per disfarsene, con l’idea che, se veniva dimostrato che le forme più antiche si basavano su illusioni, si potevano in tal modo minare le religioni superiori e più recenti”. Questo spiega perché i vari ricercatori non hanno presentato nessuna spiegazione sostenibile. La premessa su cui hanno fondato le loro opinioni era sbagliata, seguendo le loro idee preconcette, date dall’avanzare dell’ateismo e dall’ampio consenso ottenuto dalla teoria dell’evoluzione, non hanno cercato una spiegazione ragionevole, il loro unico, vero intento era quello di disfarsi della religione e con questa di disfarsi di Dio.
Circa 2.000 anni fa un apostolo cristiano, Paolo visitò Atene che era allora una importante centro culturale con diverse scuole filosofiche, dagli epicurei agli stoici, dagli scettici ai neoplatonici, ognuna delle quali aveva la propria concezione della religione. Nell’Areòpago, dove abitualmente si riunivano gli intelletuali delle varie scuole per discutere le rispettive teorie, l’apostolo presentò loro un diverso punto di vista sull’argomento. Disse “l’Iddio che ha fatto il mondo e tutto ciò che è in esso … Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra, e ha fissato i tempi stabiliti e definito i confini entro cui gli uomini devono abitare, perché cerchino Dio, anche andando a tastoni, e davvero lo trovino, benché in realtà non sia lontano da ognuno di noi” (Atti 17:24-26). Con queste semplici parole volle dir loro che il vero Dio non poteva essere un’invenzione della fantasia umana, né la religione poteva essere una ricerca unilaterale compiuta dall’uomo per colmare un suo bisogno psicologico o soffocare un certo timore. Piuttosto, come suo Creatore, Dio aveva dotato l’uomo della capacità di pensare e della facoltà di ragionare, perciò era soltanto logico che avesse provveduto all’uomo anche uno strumento per relazionarsi con Lui in modo soddisfacente.

Aeròpago

Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini
Sin dall’inizio della storia scritta il pensiero umano è stato dominato dall’idea di “loro” e “noi”. Molti si sono convinti di essere le uniche persone normali che fanno tutto nel modo giusto. Questo è ciò che gli scienziati chiamano etnocentrismo, l’idea che il proprio popolo e il proprio modo di fare siano i soli che contano. Tale modo di pensare ha dato il via, tra il XVIII e il XIX secolo, alla tratta degli schiavi e milioni di africani sono stati catturati con la forza e costretti a diventare schiavi in Europa e nelle Americhe. Nel XX secolo ha prodotto altri tragici risultati: l’assassinio di milioni di persone sotto i regimi nazisti e fascisti, sanguinosi scontri sociali a causa dell’aparthaid praticato da alcune nazioni, l’odio sempre più diffuso nei confronti di milioni di migranti costretti ad abbandonare le terre natie a causa di conflitti armati e delle critiche condizioni economiche. Triste a dirsi tale pensiero è stato fomentato da “uomini di cultura”, quali ad esempio, il filosofo scozzese David Hume, che sosteneva la superiorità della razza bianca sulla nera, il francese Joseph Arthur de Gobineau che teorizzò la superiorità della razza ‘ariana’, tesi che trovò grande adesione in Germania da parte di Houston Stewart Chamberlain, filosofo britannico naturalizzato tedesco, e di Friedrich Wilhelm Nietzsche, considerato, a torto o a ragione, il teorico della “razza dominante” che lo rese popolare tra i nazisti. Anche la religione ha svolto la sua parte, specialmente quella cosiddetta “cristiana”. Diverse chiese sebbene parlassero di fratellanza cristiana universale, hanno promosso insegnamenti che accrescevano la controversia razziale, torcendo le Sacre Scritture e applicando, erroneamente, la maledizione contro Canaan alla schiavitù degli africani (cfr. Genesi 9:25). Ha scritto David Brion Davis, professore emerito di storia all’Università di Yale, un’autorità sulla schiavitù e la sua abolizione nel mondo occidentale, nel libro Slavery and Human Progress (Schiavitù e progresso umano) “Nessuna chiesa o setta moderna aveva cercato di scoraggiare tra i propri aderenti il possesso e nemmeno il traffico di schiavi neri”. Tutto questo a fronte del pensiero del Creatore dell’uomo che fu espresso 2.000 anni fa dall’ispirato apostolo cristiano Paolo davanti a un uditorio di intellettuali riuniti nell’Aeròpago di Atene: “Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra”.
Il punto chiave del discorso di Paolo fu quando affermò che Dio “da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini”. Questo concetto è di grande importanza perché, dicendo che tutta l’umanità proviene dal medesimo ceppo, si riconosce che vi è implicato molto più del semplice fatto che gli uomini sono imparentati biologicamente e geneticamente. Sono imparentati anche sotto altri aspetti. Prendiamo, ad esempio, l’origine del linguaggio: comparando le lingue e notando le loro somiglianze gli etimologi hanno potuto stabilire una comune origine di varie lingue. In maniera simile, comparando le dottrine, le leggende, i riti, le cerimonie, le istituzioni, si comprende che, anche se esteriormente appaiono diverse le une dalle altre, le numerose religioni oggi esistenti devono aver avuto una origine comune. Solo per fare un esempio: quanto appaiono diverse l’una dall’altro due religioni come il cattolicesimo romano in occidente dal buddismo in oriente. Eppure, da un esame obiettivo, non possiamo fare a meno di constatare le tante cose che hanno in comune. Sia il cattolicesimo che il buddismo sono saturi di riti e cerimonie, che comprendono l’uso di candele, incenso, acqua santa, immagini di santi, canti e libri di preghiere, del rosario e perfino del segno della croce. Entrambe le religioni mantengono comunità monastiche e sono note per il celibato religioso, abiti speciali, giorni sacri e cibi prescritti. La domanda, dunque, è: perché due religioni che sembrano così diverse hanno tante cose in comune?
Facendo lo stesso confronto con altre religioni rileviamo che dottrine quali l’immortalità dell’anima umana, la ricompensa celeste di tutti i buoni, il tormento eterno riservato ai malvagi in un oltretomba, il purgatorio, un dio trino o una divinità composta di più dèi, e una dea madre di dio o regina del cielo sono praticamente comuni a tutte le religioni. Cosa possiamo dedurre da tutto ciò? L’analogia fra i basilari concetti delle numerose religioni del mondo è una prova convincente che esse non ebbero inizio in maniera distinta e indipendente l’una dall’altra. Piuttosto, se torniamo abbastanza indietro nel tempo, possiamo vedere che le loro idee devono aver avuto una origine comune. Quale fu questa origine? Il racconto biblico della creazione dell’uomo e dei primordi della sua storia, il più attendibile che possiamo esaminare in contrasto con le varie teorie proposte dall’uomo, ci fornisce un quadro molto dettagliato sull’origine delle religioni, sul loro sviluppo e su come esse hanno influito sul comportamento e sulla storia dell’uomo e, cosa molto importante, possiamo essere aiutati a vedere più chiaramente la verità per quel che riguarda la religione e gli insegnamenti religiosi.

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“L’INIZIO DEL SUO REGNO FU BABELE”

Genesi 10:10 – CEI

Circa 16 secoli dopo la creazione di Adamo, avvenuta secondo la cronologia biblica nel 4026 a.C., il Creatore dell’uomo, Geova Dio, rivolse lo sguardo all’attività degli uomini e “vide quindi che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che nel loro cuore erano inclini a nutrire sempre e solo pensieri cattivi”, pertanto “la terra si era rovinata … ed era piena di violenza.Guardando la terra, infatti, Dio vide che era rovinata e che tutti si comportavano in modo corrotto” (Genesi 6:5,11,12). Il male compiuto dagli uomini in quel tempo stava mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della razza umana e l’adempimento del dichiarato proposito di Dio per la nostra terra (cfr. Genesi 1:28). Questo rese necessario l’intervento divino per eliminare dalla terra tutti quegli uomini che l’avevano riempita di violenza.
Dio cancellò dalla faccia della terra ogni essere vivente” – Genesi 7:23
Perciò dopo una paziente attesa, durata circa 120 anni, durante la quale fece avvertire le persone di ciò che stava per fare e prese provvedimenti per salvare alcune di esse la cui condotta era diversa dal resto dell’umanità, nell’anno 2370 a.C. Dio fece cadere sulla terra un’incessante pioggia torrenziale “per 40 giorni e 40 notti”, durante i quali “le acque aumentarono al punto che tutti i monti più alti sotto l’intero cielo furono coperti. Le acque si alzarono di 15 cubiti [circa 667 metri] al di sopra dei monti. E così morirono tutti gli esseri viventi che si muovevano sulla terra: le creature alate, gli animali domestici, gli animali selvatici, gli animali che brulicano e tutto il genere umano. Tutto ciò che si trovava sullasciutto e che aveva nelle narici lalito della vita morì. Così Dio cancellò dalla faccia della terra ogni essere vivente: uomini e animali, dagli animali striscianti alle creature alate dei cieli. Furono tutti cancellati dalla terra” (Genesi 7:12,19-23).
Le persone che sopravvissero a quella catastrofe mondiale furono in tutto otto: Noè e sua moglie, i loro tre figli, Sem, Cam e Iafet con le rispettive mogli. Il motivo per cui vennero salvati viene così spiegato: “Noè fu un uomo giusto. Si dimostrò integro tra i suoi contemporanei. Noè camminò con il vero Dio” (Genesi 6:9). Perché Noè si comportò in modo diverso dai suoi contemporanei? Suo padre, Lamec, nacque nell’anno 874 dalla creazione di Adamo e per 56 anni visse in contemporanea con lui (Adamo morì all’età di 930 anni – cfr. Genesi 5:3-25). Contrariamente ad Adamo che si era ribellato al suo Creatore, Lamec ebbe fede in Dio e ne diede prova quando, all’età di 182 anni, cioè nel 1056 A.M. (o nel 2970 a.C.), nacque il suo primo figlio al quale diede nome Noè che significa “riposo; consolazione”. In quella circostanza infatti disse: “Lui ci consolerà dal duro lavoro e dalle fatiche delle nostre mani a motivo del suolo che Geova ha maledetto” (Genesi 5:28). Queste parole profetiche si adempirono durante la vita di Noè, seicento anni dopo la sua nascita, quando, dopo il diluvio, Geova tolse dalla terra la maledizione pronunciata in occasione della ribellione di Adamo (cfr. Genesi 3:17; 8:21).
Seguendo l’esempio del padre, Noè confidò pienamente in Geova Dio e quando questi gli chiese di costruire un’arca (in effetti una cassa galleggiante) di tale ampiezza (circa 40.000 m3 di stazza) da contenere lui e la sua famiglia nonché basilari esemplari di animali terrestri e creature volatili dei cieli, “Noè fece tutto ciò che Dio gli aveva comandato. Fece proprio così” (Genesi 6:22). Inoltre fu anche “predicatore di giustizia”, dato che durante la costruzione dell’arca, che richiese da 40 a 50 anni di lavoro, con coraggio parlò ad altri della sua fede in Geova avvertendoli dell’imminente distruzione (cfr. 2Pietro 2:5). Il Diluvio, dunque, spazzò via dalla terra una generazione malvagia alla quale sopravvisse solo un pugno di persone, fedeli timorati di Dio, le quali, contrariamente ad una maggioranza corresponsabile, sostennero la sovranità universale di Geova loro Creatore nonostante la violenta depravazione che li circondava, l’indifferenza e gli scherni che dovettero subire (cfr. Matteo 24:38,39; cfr. 2Pietro 2:3,4). Il fedele Noè visse ancora 350 anni dopo il diluvio, ma prima che morisse dovette assistere ad un avvenimento che segnò la storia umana nei secoli successivi (cfr. Genesi 9:28,29).
da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini – Atti 17:26
Dopo il diluvio ai tre figli di Noè che erano sopravvissuti insieme a lui a quel tragico evento, Sem, Cam e Jafet, nacquero dei figli. Questi a loro volta generarono ciascuno propri figli. Così si iniziò a ripopolare la terra. Nel capitolo 10 di Genesi sono riportare le diverse etnie che in seguito si svilupparono: al versetto 32 si legge: “Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro linee di discendenza e in base alle loro nazioni. Da queste vennero le nazioni che si sparsero sulla terra dopo il diluvio”. Questo capitolo presenta quella che è comunemente chiamata “Tavola delle nazioni”. Infatti elenca 70 famiglie o nazioni discendenti dai figli di Noè, dando anche qualche indicazione del luogo dove infine si sparsero e si stabilirono. Dal loro esame si comprende che tre grandi rami di nazioni sarebbero discese dai figli e dai nipoti di Sem, Cam e Iafet: gli assiri, i caldei, gli ebrei, i siri e alcune tribù arabe discendono da Sem, 26 famiglie; gli etiopi, gli egiziani, i cananei e alcune tribù africane e arabe discendono da Cam, 30 famiglie; gli indoeuropei discendono da Iafet, 14 famiglie. Però la cosa fondamentale che risalta da questa descrizione è che gli uomini sono tutti imparentati fra loro e tutti nascono uguali davanti a Dio. Appropriatamente nel libro degli Atti degli apostoli, al capitolo 17 verso 26, si legge che “da un solo uomo [Dio] ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra” Questo fatto deve influire sul modo di considerare e trattare gli altri che troppo spesso consideriamo “diversi” da noi.
Dopo il diluvio naturalmente sulla terra c’era una sola religione, quella praticata da Noè e i suoi familiari i quali adoravano l’unico vero Dio, il Creatore della terra e della vita su di essa. Infatti, la loro prima azione quando rimisero i piedi sulla terra asciutta fu la costruzione di un altare che servì per offrire sacrifici di ringraziamento al loro Dio e Preservatore, Geova (cfr. Genesi 8:18-22). Ma oggi non è più così. Secondo alcune stime attualmente nel mondo ci sono più di 30.500 religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette e culti tribali. E la cosa ancor più sconcertante è che molte di queste seppur classificate sotto la stessa denominazione, ad esempio quella “cristiana”, la più grande per numero di aderenti, sono profondamente divise tra loro sia nella dottrina che nella pratica. Qual è la ragione di tale frammentazione? Per saperlo, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a Nimrod, figlio di Cus, figlio di Cam il secondogenito di Noè, dunque un pronipote di Noè. Il fatto risale a circa 180 anni dopo il Diluvio. All’epoca Noè, che aveva circa 780 anni, viveva fra migliaia di suoi discendenti che parlavano tutti la stessa lingua e vivevano insieme più o meno nella zona in cui lui e i suoi figli si erano stabiliti dopo il Diluvio, probabilmente non molto lontano dal luogo dove si era posata l’arca quando le acque si prosciugarono, cioè sui monti di Ararat, nell’odierna Turchia orientale (cfr. Genesi 8:4; 11:1).
“facciamoci un nome, così non saremo dispersi su tutta la terra” – Genesi 11:4
A un certo punto una parte di questa popolazione in crescita si spostò verso oriente e “scoprirono una pianura nella regione di Sìnar [zona compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate] e vi si stabilirono” (Genesi 11:2). Fu in questa valle che il gruppo decise di ribellarsi di nuovo a Dio. Come? Usciti dall’arca, Geova Dio ripeté a Noè e ai suoi figli lo stesso comando che in origine aveva dato ad Adamo ed Eva, la prima coppia umana, cioè: “crescete e moltiplicatevi; spandetevi sulla terra e moltiplicatevi in essa” (Genesi 9:7, NVR; cfr. anche Genesi 1:28). In contrasto con tale comando quelle persone “si dissero l’un l’altro: “Venite! Facciamoci dei mattoni e cuociamoli al fuoco … costruiamoci una città e una torre alta fino ai cieli, e facciamoci un nome, così non saremo dispersi su tutta la terra” (Genesi 11:3,4).
Il principale agitatore e capo della rivolta fu proprio Nimrod. La Bibbia lo definisce “potente cacciatore in opposizione a Geova” e dice pure che “fu il primo a diventare potente sulla terra” (Genesi 10:8,9). Nimrod era un guerriero, un uomo violento e divenne il primo governante umano dopo il Diluvio proclamandosi re e usando la forza per sottomettere gli altri. Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo, ha scritto di lui che “trasformò gradatamente il governo in una tirannia, non vedendo altro modo per sviare gli uomini dal timor di Dio, se non quello di tenerli costantemente in suo potere. Disse inoltre che intendeva vendicarsi con Dio, se mai avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo; perciò avrebbe costruito una torre così alta che le acque non l’avrebbero potuta raggiungere, e avrebbe vendicato la distruzione dei loro antenati” (G. Flavio – Antichità giudaiche, I, 114, 115). Comprendiamo quindi che la ribellione di Nimrod ebbe una portata assai più vasta della costituzione di un impero politico. La costruzione della torre divenne il simbolo della ribellione al dominio divino sulla terra.
Che tipo di città e di torre costruirono Nimrod e i suoi sudditi? La città, fu chiamata Babele, Gli scavi archeologici fatti nella zona, sebbene non siano riusciti a stabilire in maniera definitiva che alcuna delle antiche rovine fosse la torre fatta costruire da Nimrod a Babele, hanno trovato in Mesopotamia oltre una ventina di strutture apparentemente simili, denominate ziqqurat. Questo tipo di torre era una caratteristica dell’architettura religiosa di quella zona. Essa aveva una struttura piramidale con in cima un santuario. Secondo l’archeologo tedesco Walter Andrae, che effettuò molti scavi nel territorio all’inizio del XX secolo, il santuario in cima alla torre era considerato “la porta … attraverso cui l’Iddio del cielo scende la scalinata della ziqqurat per raggiungere la sua dimora terrena”. Le scoperte archeologiche confermano, dunque, che lì nacque un tipo di religione in netto contrasto con le verità rivelate da Dio nella sua Parola e totalmente contraria ai principi e alle norme stabilite dal Creatore per regolare i rapporti con le sue creature. Perciò Babele assunse un importante significato religioso divenendo nei secoli successivi e fino ai nostri giorni il simbolo della ribellione umana alla volontà di Dio.

TORRE BABELE 

confondiamo la loro lingua, così che non capiscano più luno la lingua dell’altro”
Si suppone che le lingue del mondo sono circa 7.000, di cui solo poche sono state analizzate. Alcune sono parlate da centinaia di milioni di persone, altre da meno di un migliaio. Sulla loro origine i linguisti hanno elaborato diverse teorie, spesso in contrasto tra loro. Alcuni hanno affermato che le lingue moderne derivano da un’unica lingua, la cosiddetta lingua madre che ritengono fosse parlata circa 100.000 anni fa; altri dicono che le lingue odierne siano riconducibili a un certo numero di lingue originarie in uso almeno 6.000 anni fa; altri ancora, condizionati dalla teoria dell’evoluzione, le fanno derivare dai grugniti animali. Tutte queste teorie hanno portato molti alla stessa conclusione del prof. William Tecumseh Sherman Fitch, biologo evoluzionista e scienziato cognitivo presso l’Università di Vienna, il quale, nel libro The Evolution of Language (L’evoluzione del linguaggio) ha scritto: “Non abbiamo ancora risposte pienamente convincenti”.
La rivista The Economist esaminandone la causa ha affermato: “A differenza dei biologi, i linguisti non hanno a disposizione fossili che facciano luce sul passato” perciò conclude che un linguista che basa le proprie conclusioni sull’evoluzione altro non fa che “calcoli basati su congetture”. Comunque, “fossili linguistici” in realtà esistono. La New Encyclopædia Britannica dice: “I più antichi documenti scritti, gli unici fossili linguistici che l’uomo può sperare di avere, risalgono solo a circa 4.000 o 5.000 anni fa”. Dove sono stati rinvenuti questi “fossili linguistici” o “documenti scritti”? Nella bassa Mesopotamia, nel sito dell’antica Sinar dove il racconto biblico dice che Dio confuse l’unica lingua parlata fino ad allora per impedire agli abitanti di Babele o Babilonia di portare avanti la loro ribellione contro il suo dichiarato proposito (cfr. Genesi 11:8,9).
 là Geova confuse la lingua di tutta la terra” – Genesi 11:9
Dio non sottovalutò il pericolo di quella ribellione e intervenne per salvaguardare il suo progetto per la terra. Il racconto storico dice che “Geova scese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini si erano messi a costruire. E Geova disse: “Sono un solo popolo e hanno una sola lingua, ed ecco quello che hanno cominciato a fare … Scendiamo, dunque, e confondiamo la loro lingua, così che non capiscano più l’uno la lingua dell’altro”. Da lì quindi Geova li disperse su tutta la terra, e un po’ alla volta smisero di costruire la città. Ecco perché fu chiamata Babele, perché là Geova confuse la lingua di tutta la terra, e da lì Geova disperse gli uomini su tutta la terra” (Genesi 11:5-9). Dio fece loro dimenticare la precedente, unica lingua originale. Cominciarono a parlare lingue completamente nuove, un gruppo una lingua e un altro gruppo un’altra lingua, senza che alcuno avesse la capacità di tradurre una lingua nell’altra. Così furono sventati i loro malvagi propositi. Alla città venne quindi dato un nome che faceva pensare all’esecuzione del giudizio di Dio su di essa. Il nome è tratto dal verbo balàl, che significa “mescolare, mischiare, confondere”. Il nome fu abbreviato da Balbél a Babél (Babele), che significa “Confusione”.
Riferendosi a quell’avvenimento Giuseppe Flavio dice “furono dispersi secondo le loro diverse lingue, e si stabilirono ovunque in colonie; e ogni colonia prese possesso del paese in cui Dio l’aveva condotta, così l’intero continente fu pieno di loro, tanto i paesi continentali che marittimi … Ma Nimrod, figlio di Cush, rimase a Babilonia a fare il tiranno” (ibid.). Agli abitanti di Babele non piaceva il vero significato attribuito a questo nome, per cui lo modificarono con Babilonia, in base a una tradizione locale secondo cui il nome della città era stato tratto dalle parole Bab (porta) e ilu (Dio). Affermavano quindi che il nome della loro città significava “Porta di Dio”, a riprova del significato religioso della loro ribellione. E Babilonia è il nome con il quale in seguito la chiamarono i traduttori della versione greca della Bibbia detta Versione dei Settanta risalente a II secolo a.C.; anche la versione Vulgata latina fatta nel IV secolo d.C. da Girolamo usò il nome Babilonia. Pertanto Babele e Babilonia sono la stessa cosa.
Ad ogni modo Dio fece trionfare il suo proposito originale di far vivere gli uomini su tutta la superficie della terra (cfr. Isaia 55:10,11). Ovunque andarono, quelle persone portarono con sé le loro credenze, le loro idee, le loro leggende e i loro miti religiosi. Nei millenni successivi le singole religioni si evolsero localmente e questo spiega le grandi differenze superficiali esistenti fra le religioni del mondo. Ma sotto sotto ci sono inequivocabili somiglianze, prova questa che provengono dalla stessa fonte, Babele o Babilonia.
Facendo riferimento a tali somiglianze, John Garnier, colonnello dei Royal Engineers britannici nonché autore di diversi testi teologici, nel suo libro The Worship of the Dead (Il culto dei morti) ha scritto: “Non solo egiziani, caldei, fenici, greci e romani, ma anche indù, buddisti cinesi e tibetani, goti, anglosassoni, druidi, messicani e peruviani, aborigeni australiani, e perfino i selvaggi delle isole dei Mari del Sud, devono aver tutti derivato i loro concetti religiosi da una fonte comune e da un centro comune. Troviamo ovunque le più sorprendenti coincidenze: nei riti, nelle cerimonie, nelle usanze, nelle tradizioni, come pure nei nomi dei rispettivi dèi e dee e nei rapporti intercorrenti fra questi”. Pertanto, quanto accadde a Babele circa 4.000 anni fa ha esercitato una enorme influenza sulla storia religiosa dell’intera umanità fino ai nostri giorni. Questo sarà il soggetto di questa nuova serie di post … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XXI

“LA TUA PAROLA È UNA LAMPADA PER IL MIO PIEDE E UNA LUCE SUL MIO CAMMINO”

Salmo 119:105

Anteprima
La Bibbia non solo provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro. Non c’è al mondo nessun altro libro con queste caratteristiche. Perché? Un suo scrittore affermò: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Come dimostrato nei precedenti post, la sua ispirazione divina è attestata dalle numerose profezie in essa contenute e regolarmente adempiute. Racconta migliaia di anni di storia umana pienamente attestata da documenti ufficiali nonché dalle ricerche archeologiche. È l’unico libro che dà una spiegazione logica e plausibile sull’origine della vita umana, sulla causa dei problemi dell’umanità nonché sulla loro completa risoluzione (cfr. Romani 5:12; Geremia 10:23; Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Inoltre, pur non essendo stata scritta per essere un libro di scienze, tutte le informazioni scientifiche che contiene sono precise, accrescendone il valore.
Pur essendo un libro molto antico e in gran parte scritto su materiale degradabile, è sopravvissuto al deterioramento del tempo e a vari tentativi di distruzione da parte degli oppositori. Fatto ancora più straordinario, è giunto fino ai nostri giorni nel suo testo originale pressoché integro resistendo ai tentativi di manipolazioni delle profonde verità in esso contenute. In definitiva ha tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un libro che viene dal Creatore dell’universo e della vita. Infine contiene un’accurata descrizione del suo divino Autore, facendoci conoscere le sue qualità, il suo pensiero, la sua volontà nonché il suo nome, Geova, il cui significato, da lui stesso rivelato, cioè:  “Egli fa divenire” (*), è fonte di speranza per tutto il genere umano poiché ci assicura che egli diventerà qualunque cosa decida per adempiere il suo proposito e manterrà sempre la sua parola (cfr. Esodo 3:10-14).

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Lo storico William Hardy McNeill, Professore Emerito dell’Università di Chicago, dopo aver esplorato la storia del mondo in termini dell’effetto che le civiltà hanno avuto l’una sull’altra, fece questa osservazione: “L’avventura dell’uomo sulla faccia di questo pianeta è stata una serie quasi ininterrotta di crisi e sconvolgimenti dell’ordine stabilito della società” (The Rise of the West: A History of Human Community). Questa dichiarazione attesta la correttezza di quanto scrisse circa 2.500 anni fa un ispirato profeta e storico biblico: “So bene, o Geova, che l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). Già allora si poteva constatare che l’uomo non ha la capacità di autogovernarsi, non è stato creato per “dirigere i suoi passi”. Perciò è del tutto ragionevole pensare che il nostro amorevole Creatore abbia provveduto un libro per dare istruzioni e guida all’umanità. La Bibbia è questo libro! Essa soddisfa ogni nostro bisogno di direttiva saggia; come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
La Bibbia è davvero un libro eccezionale. Si, lo è per molte ragioni! Innanzi tutto è antichissima; non ci aspetteremmo che la Parola di Dio per tutta l’umanità fosse stata scritta di recente, non è vero? Sebbene si iniziò a scriverla circa 3.500 anni fa e su materiali deperibili, quali il papiro, pelli di animali o pergamena, il suo testo è stato conservato fino ai nostri giorni; nel corso dei secoli ne sono state prodotte miliardi di copie, tanto che oggi è difficile trovare un luogo della terra, per quanto isolato, in cui non ci sia una Bibbia. È stato infatti calcolato che ne sono state stampate in tutto circa cinque miliardi di copie in oltre 3.300 lingue o idiomi (cfr. http://www.corriereuniv.it/cms/2014/03/la-classifica-dei-10-libri-piu-venduti-nella-storia/; http://resources.wycliffe.net/statistics/2017%20Scripture%20and%20Language%20Statistics_IT.pdf). Non è ciò che ci aspetteremmo da un libro che è veramente opera di Dio?
deve copiare per sé in un libro questa Legge” – Deuteronomio 17:18
Il fatto, poi, che la Bibbia sia sopravvissuta per tanto tempo è qualcosa di sorprendente, visto ciò che è accaduto agli scritti di nazioni contemporanee degli israeliti che per 1.500 furono i destinatari e i custodi di questo prezioso libro. Per esempio i fenici, vissuti nel primo millennio a.C., erano vicini degli israeliti. Questi mercanti e navigatori diffusero il loro sistema di scrittura alfabetica in tutta l’area del Mediterraneo. Inoltre si arricchirono grazie all’esteso commercio del papiro con l’Egitto e il mondo greco. Ma un’importante rivista di divulgazione scientifica dice dei fenici: “I loro scritti, tracciati soprattutto su fragili papiri, si sono disintegrati con il tempo; quindi le nostre conoscenze sui Fenici sono dovute soprattutto ai racconti, ovviamente parziali, dei loro nemici. La letteratura fenicia, molto ricca a quanto si tramanda, è andata completamente perduta nell’antichità” (National Geographic – Ottobre 2004).
E che dire degli scritti degli egizi? I geroglifici che scolpirono o dipinsero sulle pareti dei templi e altrove sono conosciuti. Gli egizi sono famosi anche per avere utilizzato il papiro come materiale scrittorio. Tuttavia, in merito agli scritti degli egizi su papiro, Kenneth Anderson Kitchen, Professore emerito di egittologia presso l’Università di Liverpool, ha dichiarato: “Si calcola che il 99 per cento dei papiri scritti tra il 3000 circa e l’inizio dell’epoca greco-romana sia andato completamente distrutto”. Lo stesso si può dire dei documenti romani scritti su papiro. Come mai, allora, i libri della Bibbia che furono scritti in origine su un materiale delicato, come quello usato da fenici, egizi e romani, sono sopravvissuti dando origine al libro più diffuso del mondo? Secondo James Kugel, Professore emerito presso il Dipartimento biblico dell’Università Bar Ilan in Israele e presso l’Università di Harvard negli USA, la ragione va trovata nel fatto che gli scritti originali furono copiati “tantissime volte nel periodo stesso della stesura della Bibbia”.
Molti israeliti, infatti, amavano leggere le Scritture e riconoscevano che erano la Parola di Dio, perciò la preservarono con cura e ne fecero numerose copie. Perfino ai re di Israele era stato comandato di “copiare per sé in un libro” la “Legge custodita dai sacerdoti levitici” (cfr. Deuteronomio 17:18). La trascrizione era affidata alla minuziosità di scribi altamente qualificati. Di uno di questi, Esdra, vissuto nel V secolo a.C., è infatti detto che “era un copista esperto nella Legge di Mosè data da Geova” (cfr. Esdra 7:6). Fu ai suoi giorni che iniziò ad affermarsi un gruppo di copisti delle Scritture chiamati Soferim; questo nome derivò dal verbo ebraico saphàr che significa contare. Questi, infatti, contavano tutte le lettere della Legge assicurando un alto grado di accuratezza nella trasmissione delle Scritture Ebraiche. Purtroppo, a causa di una stolta tradizione rabbinica che iniziò a diffondersi nel paese (cfr. Matteo 15:6-9), i Soferim apportarono intenzionalmente alcuni cambiamenti al testo originale. Il più grave di questi fu quello di sostituire il nome personale di Dio, YHWH [in italiano Geova] con il termine Adonay [in italiano Signore]. Fortunatamente, però, nella loro meticolosità questi scribi indicarono a margine dove avevano fatto cambiamenti permettendo così a studiosi successivi di sapere quello che diceva il testo originale. A tal proposito Robert Gordis, Professore presso il Jewish Theological Seminary of America nonché presidente della Rabbinical Assembly e del Synagogue Council of America, ha scritto nel suo libro The Biblical Text in the Making che nel I secolo d.C., prima della distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 ad opera dei romani, “I custodi del testo biblico trovarono un antico manoscritto redatto meticolosamente e ne fecero il fondamento della loro opera. Ne fecero l’archetipo da cui si dovevano produrre tutte le copie ufficiali e mediante cui potevano da quel momento in poi essere corretti tutti i manoscritti che erano in mani private”. Tale manoscritto venne chiamato “Rotolo dei recinti del Tempio” e servì da modello per la revisione di nuove copie.
Successivamente, a partire dal VI secolo d.C. si affermò una nuova generazione di copisti chiamati baalei ha-masoreth (“maestri della tradizione”) o masoreti. Come spiega ancora il Professor Gordis, i masoreti “contarono le lettere della Scrittura, determinarono la lettera centrale e il versetto centrale della Torah, stabilirono la lettera centrale della Bibbia nel complesso, compilarono lunghi elenchi di forme bibliche rare ed eccezionali, elencarono il numero di casi in cui ricorrevano migliaia di parole bibliche, tutto per evitare che il testo accettato fosse modificato e impedire agli scribi di introdurvi cambiamenti”. Tale meticolosa opera di copiatura contribuì a garantire l’accuratezza del testo e impedì la scomparsa della Bibbia stessa, nonostante i nemici avessero tentato con disperata insistenza di distruggerla.
la parola di Geova dura in eterno” – 1Pietro 1:25
Si, perché quello che rende ancora più notevole questa grande diffusione della Bibbia è il fatto che i suoi nemici hanno ripetutamente cercato di distruggerla. Un tempo le Bibbie venivano spesso bruciate, e non di rado chi era sorpreso a leggere la Bibbia veniva condannato a morte. Ma la Parola di Dio è sopravvissuta a tutti questi attacchi. Nel 168 a.C., per esempio, il re di Siria Antioco IV cercò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche che riuscì a trovare in Palestina. Una fonte ebraica dell’epoca riferisce: “Gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco”. Nella Jewish Encyclopedia si legge: “Gli ufficiali assolsero l’incarico con estremo rigore … Chi era trovato in possesso di un libro sacro … veniva condannato a morte”. Nonostante questo, gli ebrei in Palestina e quelli che vivevano in altri paesi conservarono copie delle Scritture.
Poi nel 303 d.C. l’imperatore romano Diocleziano pensò di soffocare il cristianesimo distruggendone gli scritti sacri. Decretò, quindi, che in ogni parte dell’impero tutte le Bibbie fossero date pubblicamente alle fiamme. Ma non tutte le copie andarono perse e quelle rimaste continuarono ad essere riprodotte. Infatti sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono probabilmente trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano. Una si trova a Roma (il Codex Vaticanus 1209, conservato nella Biblioteca Vaticana), l’altra (il Codex Sinaticus) è conservata nella British Library di Londra. Geova custodì la sua Parola a dispetto di tutti i tentativi fatti per distruggerla.
I rotoli originari delle Scritture vennero scritti in ebraico, per quanto riguarda i 39 libri da Genesi a Malachia (Scritture Ebraiche o VT), e in greco koinè, per quando riguarda i 27 libri da Matteo a Rivelazione o Apocalisse (Scritture Greche Cristiane o NT). L’ebraico come lingua principale biblica durò circa undici secoli, poi morì come lingua, venendo sostituito dall’aramaico parlato dal popolo comune. Ma i capi religiosi giudaici si rifiutarono di scrivere la traduzione aramaica delle Scritture Ebraiche per impedire al popolo di leggerle. Il primo scrittore delle Scritture cristiane, l’evangelista Matteo, scrisse dapprima il suo vangelo in aramaico poi, giacché il greco koinè era divenuto la lingua internazionale, lo tradusse in greco. Successivamente tutti i restanti libri delle Scritture cristiane vennero scritti in greco. Era infatti volere di Dio che la sua Parola dovesse essere compresa da tutti; essa doveva vivere, e non venir seppellita nelle lingue morte e nascosta alla conoscenza del popolo comune.
Col passar del tempo il latino divenne la lingua parlata da gran parte del popolo comune. Si cominciò quindi a tradurre in latino le Sacre Scritture. Queste traduzioni raggiunsero l’apice con la Vulgata di Girolamo, un monaco romano considerato “Padre della Chiesa” nel cattolicesimo. La Chiesa Cattolica considerò quindi il latino una lingua “sacra”. Ma con la decadenza dell’impero romano, anche la lingua latina cessò di essere la lingua del popolo cosicché la gente comune non riusciva più a leggere le Scritture. L’astuta gerarchia cattolica ne approfittò per fare ciò che avevano già tentato di fare i capi religiosi giudaici, impedire alla gente comune di leggere le Scritture. Iniziò così una lotta senza quartiere tra le gerarchie ecclesiastiche e alcuni sinceri studiosi delle Scritture che volevano tradurre la Parola di Dio nelle lingue volgari. Seguirono secoli di violente persecuzioni contro chiunque si azzardava a violare i diktat della gerarchia cattolica. I traduttori o possessori di bibbie vennero braccati in tutta l’Europa come fossero animali selvaggi. Uomini coraggiosi come John Wycliffe, William Tyndale, Jan Hus, solo per fare qualche nome, ma ce ne furono molti altri, vennero catturati, processati, torturati e bruciati sul rogo, spesso con le copie della Bibbia legate al collo. Nel 1559 il papa Paolo IV mise la Bibbia tradotta nelle lingue volgari nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica.
Nel quindicesimo secolo l’invenzione della stampa mutò il volto della civiltà; destinò anche alla sconfitta i malvagi disegni della gerarchia cattolica contro la Bibbia. La prima pubblicazione che uscì dalla macchina stampatrice dell’inventore Giovanni Gutenberg fu proprio la Bibbia. Col tempo vennero pubblicate versioni stampate nelle lingue correnti dei principali Paesi europei. La gerarchia ecclesiastica aveva perduto la sua lotta contro una Bibbia vivente per il popolo comune. Sebbene essa fosse riuscita a distruggere molte migliaia di copie della Parola di Dio, la stampa la sconfisse producendo più copie di quanto essa potesse distruggere. Si, come scrisse l’apostolo Pietro: “la parola di Geova dura in eterno” (1Pietro 1:25).

Apprezzarono la Bibbia – Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/mediaitems/VODBibleTranslations/docid-502017151_1_VIDEO)
Le parole di Geova sono pure” – Salmo 12:6
Alcuni pensano che in così tanto tempo da che si iniziò a scriverla e il passaggio attraverso molte traduzioni dalle lingue originali a quelle volgari abbia influito negativamente sulla sua trasmissione per cui possano esserci stati errori di trascrizioni o addirittura manipolazioni. Seppure è vero che alcune delle antiche copie della Bibbia giunte fino a noi contengono piccoli errori e lievi discordanze, oggi abbiamo a disposizione migliaia di frammenti, manoscritti e antiche traduzioni (circa 6.000 delle Scritture Ebraiche o VT e circa 5.000 delle Scritture Greche Cristiane o NT) che hanno permesso ai biblisti di mettere a confronto e studiare scrupolosamente il testo biblico. Il loro lavoro ha confermato il contenuto della stragrande maggioranza dei passi biblici. I pochi versetti riguardo ai quali rimane qualche incertezza non cambiano il messaggio biblico nel suo insieme. Studi come questi convincono chi esamina la Bibbia con sincerità che il testo che abbiamo oggi è fedele a quello originariamente ispirato dal suo divino autore, Geova Dio.
Un classico esempio di perfetta conservazione del testo originale è costituito dai cosiddetti Rotoli del Mar Morto. Scoperti tra il 1947 e il 1955, erano conservati dentro otri di terracotta rinvenuti in alcune caverne lungo le rive del Mar Morto, questi antichi documenti includono copie di libri delle Scritture Ebraiche. Risalgono a 100-200 anni prima della nascita di Gesù. Uno è un rotolo di pelle in buono stato di conservazione che contiene l’intero libro di Isaia (1QIsa), risalente alla fine del II secolo a.C. Prima di questa scoperta, la più antica copia disponibile del libro di Isaia in ebraico era stata fatta quasi 1.000 anni dopo la nascita di Gesù (il Codice di Aleppo risalente al 930 d.C.). Il confronto fra queste due copie di Isaia rivelò solo piccolissime differenze, per la maggior parte piccole variazioni di ortografia! Ciò significa che in più di 1.000 anni di copiatura non c’era stato nessun effettivo cambiamento!
Per quanto riguarda la manipolazione, è vero, ci sono stati dei tentativi di cambiare la Parola di Dio. Un esempio notevole è quello dei versetti di 1 Giovanni 5:7,8. Nella traduzione fatta nel 1607 da Giovanni Diodati, un teologo italiano nato in Svizzera e di fede protestante, si legge al v. 7: “Perciocchè tre son quelli che testimoniano nel cielo: il Padre, e la Parola, e lo Spirito Santo; e questi tre sono una stessa cosa”. Ma queste parole mancano in tutte le più antiche copie della Bibbia. Frederick Henry Ambrose Scrivener, un importante esperto di critica testuale del Nuovo Testamento e membro del Comitato di revisione che produsse la Versione Riveduta della Bibbia in inglese scrisse al riguardo: “Non esitiamo a dichiarare la nostra convinzione che le parole in questione non furono scritte da S. Giovanni: che furono originariamente introdotte in copie latine in Africa da una glossa marginale, dove erano state collocate come pia e ortodossa annotazione sul v. 8: che dal latino finirono in due o tre tardi codici greci, e da lì nel testo greco stampato, dove non avevano alcun diritto di trovarsi”. È evidente che furono aggiunte da qualcuno che cercava di sostenere la falsa dottrina della Trinità. Poiché è chiaro che non fanno parte della Parola di Dio, queste parole non compaiono nelle Bibbie più recenti, sia cattoliche che protestanti.
Sir Frederic George Kenyon, paleografo e accademico britannico esperto di manoscritti biblici, presidente della British Academy nonché Direttore e Bibliotecario capo del British Museum, nel suo libro The Story of the Bible affermò che chiunque “può prendere in mano l’intera Bibbia e dire senza timore o esitazione di avere in mano la vera Parola di Dio, trasmessa senza perdite sostanziali di generazione in generazione nel corso dei secoli”. Perciò chiunque dica che oggi la Bibbia non contiene le stesse informazioni che conteneva in origine semplicemente non conosce i fatti. La Bibbia stessa contiene la promessa di Dio che la sua Parola sarebbe stata mantenuta pura perché potessimo usarla oggi. Scrisse infatti un ispirato scrittore di Salmi circa 3.000 anni fa: “Le parole di Geova sono pure; sono come argento raffinato in una fornace di terra e purificato sette volte” (Salmo 12:6). A un altro profeta, circa 2.500 anni fa, venne assicurato che il suo scritto ispirato sarebbe stato tenuto segreto “sino al tempo della fine. Molti lo esamineranno attentamente, e la vera conoscenza diventerà abbondante” (Daniele 12:4). E lo stesso apostolo Giovanni, 1.900 anni fa, fu spinto a scrivere questa ammonizione: “A chiunque ascolta le parole della profezia contenuta in questo rotolo io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli aggiungerà le piaghe descritte in questo rotolo; e se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del rotolo di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte degli alberi della vita e della città santa descritti in questo rotolo” (Rivelazione o Apocalisse 22:18,19). Nel corso dei secoli Geova Dio ha fatto in modo che la sua Parola fosse protetta non solo dagli errori dei copisti, ma anche dai tentativi di altri di farvi delle aggiunte.
uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” – 2Pietro 1:21
Per concludere questa serie di post si può a piena ragione affermare che la Bibbia, benché scritta da uomini, è “Parola di Dio”. Contiene il messaggio di Dio per le sue creature umane. Fra i molti modi che Dio usò per trasmettere questo messaggio vi fu la dettatura diretta, come nel caso dei Dieci Comandamenti e di tutte le leggi e i regolamenti dettati a Mosè con il comando “Scrivi queste parole” (cfr. Esodo 34:27). In altre occasioni Geova si servì di sogni, visioni e trance per comunicare il suo messaggio agli uomini. Le immagini che comunicavano il messaggio o proposito di Dio vennero impresse nella mente di coloro che poi le misero per iscritto, come nel caso delle visioni narrate nel libro di Daniele o nella Rivelazione (o Apocalisse) dell’apostolo Giovanni al quale fu detto “Quello che vedi scrivilo in un rotolo” (cfr. Rivelazione 1:1, 11; cfr. anche Abacuc 2:2).
Una considerevole parte della Bibbia è narrazione storica e racconta le vicende di persone, famiglie, tribù e nazioni. Queste informazioni vennero attinte da racconti storici già esistenti riportati in fonti ufficiali della nazione di Israele, come il “libro delle Guerre di Geova” (cfr. Numeri 21:14,15), o il “libro dei fatti storici dei re d’Israele” (cfr. 1Re 14:19; 2Re 1:18; 2Cronache 20:34) o il “libro dei fatti storici dei re di Giuda” (cfr. 1Re 14:29; 2Re 24:5) o di altre nazioni, come il “libro dei fatti storici dei re di Media e di Persia” (cfr. Ester 10:2).
Oltre alla storia la Bibbia contiene un gran numero di saggi detti e consigli. Gli scrittori attinsero alla propria e all’altrui esperienza, sulla base dello studio e dell’osservanza delle Scritture loro disponibili. Un saggio scrittore, il re Salomone, scrisse infatti: “Il congregatore non solo è diventato saggio, ma ha anche insegnato di continuo al popolo quello che sapeva; ha meditato e ha fatto un’attenta ricerca per raccogliere molti proverbi.Il congregatore ha cercato di trovare parole piacevoli e di mettere per iscritto accurate parole di verità” (Ecclesiaste 12:9,10). In ogni caso, lo spirito di Dio ebbe un ruolo determinate, come è scritto: “nessuna profezia è mai venuta dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” (2Pietro 1:21). Questo vuol dire che quanto scritto nella Bibbia non fu il risultato dell’analisi e dell’interpretazione da parte degli scrittori delle tendenze e degli avvenimenti umani. Piuttosto, la mente dello scrittore fu spronata dallo spirito di Dio ed egli fu spinto a esprimere il messaggio ispirato, generalmente con le sue parole. Per cui le parole furono quelle dello scrittore, ma il messaggio fu quello di Geova Dio.
Che Dio impiegasse uomini per scrivere la sua “Parola” è una prova della sua grande sapienza nel provvedere proprio quello di cui noi creature imperfette abbiamo bisogno. Avrebbe potuto impiegare gli angeli per scriverla. Ma come, noi creature umane imperfette, avremmo potuto identificarci in un racconto che contenesse le espressioni di creature spirituali perfette la cui esperienza e conoscenza sono di gran lunga superiori alle nostre? Come essi avrebbero potuto rappresentare la vita nel modo in cui noi la conosciamo, con le sue gioie, i suoi timori, le sue delusioni e i suoi dolori? Quindi, servendosi di uomini Geova Dio fece in modo che la sua “Parola” avesse il calore, la varietà e l’attrattiva che solo il tocco umano poteva darle.
Quando ascoltarono leggere per la prima volta la Bibbia, gli antichi abitanti della città macedone di Tessalonica l’accettarono “quale veracemente è, come la parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Oggi molte persone sincere, leggendo la Bibbia si sono fatte la stessa convinzione. Che dire di te che stai leggendo questo post, hai mai letto la Bibbia? Se non, perché non inizi a farlo? Un suo ispirato scrittore disse: “La tua parola è una lampada per il mio piede e una luce sul mio cammino” (Salmo 119:105). Non solo la Bibbia provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro, cosa che nessuna scienza umana può provvedere. La Parola di Dio promette un felice futuro a chi è disposto a crederci. Rivela un meraviglioso nuovo ordine di cose in cui regneranno pace, prosperità, salute, vita eterna e gioia in un paradiso esteso a tutta la terra (cfr. Salmo 37:10,11,29). Ti piacerebbe viverci? … …

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Note:
– (*) La Bibbia dà grande importanza al nome di Dio. Gli scrittori biblici lo menzionarono più di 7.200 volte nei loro libri. Purtroppo, nel tempo una sciagurata superstizione ebraica l’ha fatto sparire dalle copie della Bibbia, pratica adottata anche dal cristianesimo apostata. Il nome di Dio venne riportato negli scritti originali nella forma del tetragramma ebraico יהוה, traslitterato in YHWH o Yahweh. Nella lingua italiana il nome di Dio viene comunemente scritto Geova (cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/geova/). Questo nome non glie lo ha dato nessun essere umano, ma è Dio stesso che l’ha scelto e, come tutti i nomi ebraici, ha un significato. Nel libro di Esodo, scritto per ispirazione divina da Mosè nel deserto del Sinai circa 3.500 anni fa, si legge “Mosè disse al vero Dio: “Supponiamo che io vada dagli israeliti e dica loro: ‘L’Iddio dei vostri antenati mi ha mandato da voi’. E supponiamo che mi chiedano: ‘Qual è il suo nome?’ Che cosa devo rispondere?” Allora Dio disse a Mosè: “Io Diverrò Ciò Che Scelgo Di Divenire” [o “Io Mostreò D’essere Ciò Che Mostrerò D’essere”]. E aggiunse: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Io Diverrò mi ha mandato da voi’”. Dopodiché Dio disse ancora una volta a Mosè: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Geova, l’Iddio dei vostri antenati, l’Iddio di Abraamo, l’Iddio di Isacco e l’Iddio di Giacobbe, mi ha mandato da voi’. Questo è il mio nome per sempre, e così dovrò essere ricordato di generazione in generazione” (Esodo 3:13-15). Diverse traduzioni cattoliche e protestanti riportano al v. 14 questa dicitura: “Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»” mentre al v. 15 hanno sostituito il nome Geova con il termine “Signore” (cfr. VR, CEI, Di). Per giustificare tale mistificazione gli editori della Nuova Versione Riveduta (NVR) della Società Biblica di Ginevra, nella sua prefazione hanno scritto: “Per quanto concerne la traduzione del Tetragramma (YHWH), abbiamo preferito ricorrere alla tradizione orale (tanto in lingua ebraica quanto in lingua greca) quella corrispondente a: «SIGNORE». Questo termine risulta scritto in carattere maiuscoletto perché il lettore possa distinguerlo facilmente dalla parola Signore che, invece, è la traduzione del termine ebraico «’adhonai». Laddove ricorre «’adhonai Yhwh» abbiamo reso tale espressione con «il Signore Dio» per evitare la ripetizione”. Per quanto riguarda il significato, in ebraico il nome Geova deriva da un verbo che significa “divenire” e secondo vari studiosi riflette la forma causativa di quel verbo ebraico. Per tale motivo il Comitato di traduzione della Traduzione del Nuovo Mondo, citata in questo post, è giunto alla conclusione che il nome di Dio significhi “Egli fa divenire”, significato che meglio si accorda con il ruolo di Geova quale Creatore di tutte le cose e Realizzatore del suo proposito.
– Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XX

            “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”             2a parte

Levitico 17:11

Anteprima
Il sangue è sempre stato considerato essenziale per la vita. 3.500 anni fa il Creatore della vita rivelò: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Per questo motivo Dio, la fonte della vita stabilì anche delle regole per il buon uso del sangue. Dopo aver autorizzato l’uomo a mangiare anche carne animale, gli diede questo comando: “Ma la carne che ha ancora in sé la vita, il suo sangue, non dovete mangiarla” (Genesi 9;4). Pertanto il sangue non doveva entrare nel regime alimentare dell’uomo. Il motivo venne reso chiaro da Dio stesso quando affermò: “io l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso.Per questo motivo ho detto … Nessuno di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11,12). Pertanto Dio ha dato un valore sacro al sangue stabilendo per lo stesso solo un uso sacrificale.
Comprendiamo quindi che il comando di Dio relativo al sangue non era una mera legge dietetica, come molti sono indotti a pensare, ma esprimeva un fondamentale principio: la santità della vita! In altre parole la vita è sacra perché è un dono di Dio e il sangue che la rappresenta similmente deve esser considerato sacro! Il concetto di sacro o santo nella parola di Dio, la Bibbia, dà l’idea di qualcosa di separato, riservato, esclusivo. Significa quindi che Dio ha riservato per se il diritto di decidere sulla vita di ogni sua creatura, non ha concesso a nessun altro questa facoltà! Così non mangiando sangue, né versandolo per motivi diversi da quello sacrificale, gli uomini mostrano il dovuto rispetto per la santità della vita e per la Fonte della vita, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9).
Purtroppo nel corso dei secoli gran parte del genere umano non ha mostrato tale rispetto. L’ha fatto versando nei campi di battaglia il sangue vitale di milioni di persone; l’ha fatto mangiando sangue animale sotto forma di sanguinacci, salsicce di sangue o mischiandolo con altri alimenti o mangiando animali strangolati e non dissanguati. Nei tempi moderni si è diffusa una nuova pratica, quella di trasfonderlo direttamente nelle vene. Tale pratica ha assunto una vasta applicazione nella medicina moderna. Questo perché è stata diffusa l’idea che “il sangue salva la vita”, ma pochi riflettono su quante vite abbia mancato di salvare ed anche quanto danno abbia recato in campo medico. Questo si è potuto fare anche grazie al totale supporto dal clero del cristianesimo apostata che spesso organizza la raccolta di sangue presso le proprie strutture religiose. In tal modo ha dato una giustificazione morale a una pratica che è in aperto contrasto con l’ispirato comando apostolico espresso nel libro biblico di Atti 15:28,29 di “astenersi … dal sangue”.
Nel post non mi dilungo tanto sui problemi e sui danni connessi con la pratica della trasfusione, primo, perché, come studioso delle Sacre Scritture mi interessa soprattutto considerare la questione dal punto di vista del suo divino Autore e Creatore della vita e del sangue, secondo, perché non ho le competenze mediche per farlo in prima persona, quindi posso solo affidarmi a ciò che altri più competenti in materia hanno dichiarato o scritto al riguardo, ricerca che chiunque può fare consultando la letteratura in formato cartaceo o digitale disponibile sull’argomento.

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Siamo nell’XI secolo a.C. Un giovane re ebreo, Davide, è impegnato in una guerra di liberazione del paese dalle ultime popolazioni cananee, come era stato decretato da Geova, il suo Dio (cfr. Ezechiele 25:2-17). In una circostanza venne a trovarsi nella regione di Sefela, un fertile bassopiano a metà strada circa fra Betlemme e Lachis detto anche Valle dei Refaìm, occupata dai filistei, una etnia che, immigrata dalle isole dell’Egeo, si era stabilita sulla fascia costiera della terra di Canaan e che si era sempre mostrata una irriducibile oppositrice del popolo di Dio. Lì, su un crinale che costeggiava la valle, sorgeva l’antica città di Adullam che dominava l’’ingresso Nord nella valle, posizione che conferiva alla città una notevole importanza strategica. Nella zona, di origine calcarea, vi erano anche numerose caverne. Quel territorio era ben noto a Davide in quanto nell’adolescenza vi aveva esercitato l’attività di pastore.
In quella circostanza Davide si era rifugiato in una caverna insieme ai suoi uomini più valorosi in attesa di attaccare i filistei. Ad un certo punto espresse questo forte desiderio: “Se solo potessi avere un sorso d’acqua della cisterna che è vicino alla porta di Betlemme!”. Betlemme era la sua città natale, ma era occupata da una guarnigione dei filistei. Tre dei suoi uomini ascoltarono le sue parole e “si aprirono a forza un varco nell’accampamento filisteo, attinsero acqua dalla cisterna vicino alla porta di Betlemme e la portarono a Davide”. Un notevole atto di coraggio e di devozione da parte di quegli uomini! Quale fu però la reazione di Davide? “si rifiutò di berla e la versò a terra davanti a Geova”. Perché? … Lui stesso lo spiegò: “Dal punto di vista del mio Dio è inconcepibile che io faccia questo! Dovrei bere il sangue di questi uomini che hanno rischiato la vita? Perché è stato a rischio della vita che me l’hanno portata” (1Cronache 11:15-19).
l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi” – Levitico 17:11
Questo episodio non è un semplice aneddoto della vita di Davide che Dio ha voluto farci conoscere. L’apostolo cristiano Paolo fu ispirato da Dio a scrivere queste parole: “Tutta la Scrittura [pertanto anche il racconto di 1Cronache] è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Quale lezione, dunque, Dio ha voluto insegnarci attraverso questo racconto?
Davide conosceva bene la Legge che Geova aveva dato a Israele, lui stesso aveva dovuto farsene una copia dopo esser stato nominato re (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Secondo quella Legge “la vita della carne è nel sangue” e l’unico uso che Geova aveva autorizzato del sangue era sacrificale. Infatti, a tale dichiarazione Dio aveva aggiunto: “l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Con queste parole il nostro Creatore e Datore di vita dichiarò esplicitamente quella che era la sua decisione: il sangue, che rappresenta la vita proveniente da lui, doveva essere usato solo in un modo, nei sacrifici. Così Dio ha attribuito un valore al sangue, riservandolo come sacro. Il re Davide dimostrò di aver ben compreso il principio che stava alla base del comando di Dio e giustamente paragonò l’acqua che quegli uomini gli avevano portato a rischio della propria vita al loro sangue e la considerò sacra, perciò non la bevve ma “la versò a terra davanti a Geova”.
il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” – Levitico 4:31
Sotto quella Legge il popolo di Israele doveva sacrificare degli animali e spargere il loro sangue sull’altare dei sacrifici per coprire i propri peccati. Essa recitava: “Se qualcuno del popolo pecca senza volerlo e si rende colpevole facendo una delle cose che Geova vieta di fare,o si rende conto di aver commesso un peccato, deve portare come sua offerta un capretto sano, una femmina, per il peccato che ha commesso … Il sacerdote prenderà con il dito un po’ di sangue e lo metterà sui corni dell’altare degli olocausti, e verserà il resto del sangue alla base dell’altare … il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” (Levitico 4:27-31). Perché era necessario fare questo?
La spiegazione Dio stesso l’ha fatta scrivere nella sua Parola. In essa vi leggiamo: “per mezzo di un solo uomo [Adamo] il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte si è estesa a tutti gli uomini perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12; cfr. anche Genesi 3:1-19). Di conseguenza, “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23).
Il genere umano è stato venduto sotto la schiavitù del peccato dal suo progenitore, Adamo. Perciò tutti gli esseri umani alla nascita ereditano la tendenza a peccare, cioè a violare in qualche modo la legge divina. Quindi, a causa di questi peccati meriterebbero di morire, anche se non direttamente responsabili di questa colpa. Nella sua immeritata benignità Dio, per venire in loro soccorso, ha disposto il provvedimento dei sacrifici animali. Così la vita degli animali sacrificati, rappresentata dal loro sangue, veniva offerta a Dio in sostituzione di quella umana peccatrice permettendo in tal modo il perdono del peccato, proprio come avveniva nel caso degli antichi israeliti.
Tuttavia c’era una questione importante da tenere presente, ed era questa: “con questi sacrifici ogni anno viene rinnovato il ricordo dei peccati, perché è impossibile che il sangue di tori e capri elimini i peccati … Ogni sacerdote si presenta ogni giorno per compiere il servizio sacro e per offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non sono mai in grado di eliminare completamente i peccati” (Ebrei 10:3,11). La vita degli animali sacrificati non valeva quella umana, perciò non avrebbe mai potuto dare al genere umano quella condizione perfetta e indenne dagli effetti del peccato come quella che Adamo aveva prima di peccare. Permetteva solo un temporaneo perdono dal peccato, per questo i sacrifici animali dovevano essere ripetuti ogni volta che qualcuno peccava. Come si poteva ovviare a questa limitazione?
Cristo … si è manifestato … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” Ebrei 9:24-26
Questa è la spiegazione biblica. Nel Salmo 49:7 si legge: “nessuno … potrà mai redimere un fratello, né dare a Dio un riscatto per lui”. Secondo queste parole, non c’è un uomo perfetto e giusto, neppure uno tra tutto il genere umano. Per questa ragione, nessun discendente di Adamo avrebbe potuto liberare il suo simile dalla schiavitù al peccato e dalla morte. Ci voleva un provvedimento straordinario che riparasse all’errore del progenitore umano ma soddisfacesse anche la perfetta giustizia di Dio. Egli, infatti, non poteva perdonare i peccati del genere umano senza soddisfare la giustizia, senza avere cioè una base legale.
Di nuovo Dio venne in soccorso del genere umano e dispose che un suo figlio spirituale, una creatura angelica, nascesse come uomo perfetto sulla terra, esattamente come lo era stato Adamo prima del peccato (cfr. 1Corinti 15:45) e sacrificasse la sua vita, mediante il versamento del suo sangue con una morte sacrificale, per riscattare dalla schiavitù al peccato tutto il genere umano discendente dal ribelle Adamo. Quell’uomo è Gesù, il Cristo. Perciò la Bibbia ancora dice “Cristo, quando è venuto … è entrato una volta per sempre nel luogo santo, non con il sangue di capri e di giovani tori, ma con il proprio sangue, facendoci ottenere una liberazione eternanon è entrato in un luogo santo fatto da mani umane, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per presentarsi ora davanti a Dio per noi.E non lo ha fatto per offrire sé stesso più volte, come il sommo sacerdote che ogni anno entra nel luogo santo con sangue che non è suo … Invece si è manifestato una volta per sempre adesso, alla conclusione dei sistemi di cose, per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” (Ebrei 9:11,12,24-26).
La perfetta vita umana di Gesù fu offerta come sacrificio espiatorio, servì cioè a pagare un “riscatto corrispondente” (cfr. 1Timoteo 2:5,6; cfr. anche Deuteronomio 19:21). C’è infatti da ricordare che la norma di Dio sul sangue diceva che “è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Pertanto per redimere una vita perfetta come quella persa da Adamo, secondo giustizia ci voleva un’altra vita perfetta, quella di Cristo, appunto, la quale procurò “una liberazione eterna”. Grazie a quel sacrificio ora Geova Dio, il Giudice Supremo, può giustamente avere misericordia per i peccatori che riconoscono questa disposizione e vi esercitano fede, come è ancora scritto: “proprio come per una sola colpa uomini di ogni tipo sono stati condannati, così grazie a un solo atto di giustificazione uomini di ogni tipo vengono dichiarati giusti per la vita” (Romani 5:18). I sacrifici animali disposti dalla Legge mosaica erano quindi “un’ombra delle benedizioni future”, cioè stabilirono un quadro profetico del sacrificio di Cristo Gesù e vennero aboliti alla sua morte (cfr. Ebrei 7:18,22; 10:1).

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Cristo, quando è venuto … si è manifestato una volta per sempre … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso
Nell’antico Israele, quando si celebrava il Giorno di espiazione, il sommo sacerdote entrava nella parte più sacra del tempio, il centro dell’adorazione di Dio, portandovi il sangue di animali sacrificati. Questo era un modo simbolico per chiedere a Dio di coprire i peccati del popolo. Questo era l’unico uso del sangue consentito dalla Legge che Dio aveva dato a quel popolo. Tuttavia quei sacrifici non eliminavano completamente il peccato, per cui dovevano essere ripetuti di anno in anno. Nondimeno, questo uso del sangue costituiva un modello profetico ricco di significato. Infatti, uno degli insegnamenti principali della Bibbia è che Dio avrebbe infine provveduto un unico sacrificio perfetto in grado di espiare pienamente i peccati di tutti i credenti. Questo provvedimento viene definito nella sua Parola scritta, la Bibbia, come un “riscatto” (cfr. Efesini 1:7) e si impernia sul sacrificio del promesso Messia o Cristo. È quindi chiaro perché è necessario considerare il sangue dal punto di vista di Dio. In armonia col suo diritto quale Creatore, egli ha stabilito qual è l’unico modo in cui esso può essere usato, per i sacrifici che dovevano coprire i peccati del popolo.
Non mangiando sangue, né animale né umano, gli antichi israeliti ottennero indubbiamente anche dei benefìci di carattere igienico (cfr. Isaia 48:17), ma non era quello l’aspetto più importante. Il motivo fondamentale per cui non dovevano sostenere la loro vita col sangue era che questo sarebbe stato un atto sacrilego agli occhi di Dio. Dovevano astenersi dal sangue non perché fosse contaminato, ma perché era prezioso per ottenere il perdono. Infatti, dopo la sua morte sacrificale Gesù venne risuscitato dal Padre e tornò in cielo “per presentarsi ora davanti a Dio per noi” (Ebrei 9:24). Lì presentò il valore del sangue del suo sacrificio. Mediante il sangue di Gesù ora tutto il genere umano può ottenere il completo e durevole perdono dei propri peccati. Altrimenti, come è ancora scritto, “meriterà una punizione molto più severa chi ha calpestato il Figlio di Dio, ha considerato di poco conto il sangue del patto” (Ebrei 10:29). È solo esercitando fede nel valore del sacrificio di Cristo che si può salvare la vita col sangue (cfr. Romani 5:9). Quindi, mostrando rispetto per questa disposizione di Dio, cioè ubbidendo ai suoi comandi relativi al sangue, di non uccidere i nostri simili, di non mangiarlo e di non usarlo in modo illecito nemmeno in campo sanitario, non ci limiteremo a vivere solo per il presente ma mostreremo di stimare altamente la vita, incluse le nostre future prospettive di vita eterna resa possibile dal sangue versato da Cristo.
a noi è sembrato bene di non aggiungervi nessun altro peso, all’infuori di queste cose necessarie: astenersi … dal sangue, da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Queste verità divinamente rivelate ci aiutano ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue. Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio che, come creatore della vita, ha il diritto di limitare ciò che gli esseri umani possono fare col sangue. Egli ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita perfetta e immune dal peccato e dai suoi mortiferi effetti, una vita eterna. Ogni creatura umana dovrebbe quindi considerare il sangue allo stesso modo in cui lo considera Dio!
Quella espressa in Levitico 17:11 non era, quindi, una semplice norma dietetica, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, né un rito religioso privo di senso ma, come ampiamente considerato, implicava un importantissimo principio morale: il sangue rappresentava la vita che viene da Dio. E una cosa degna di nota è che, quando Dio enunciò per la prima volta il suo comando sull’uso del sangue, subito dopo il Diluvio, dopo aver autorizzato Noè e i suoi familiari a nutrirsi anche di carne animale, ma non del suo sangue, specificò che sebbene si potesse uccidere un animale per nutrirsene, non si poteva uccidere l’uomo. Disse infatti: “se il vostro sangue viene versato, ne chiederò conto. Ne chiederò conto a ogni creatura vivente; chiederò conto a ogni uomo della vita di suo fratello. Se qualcuno sparge il sangue di un uomo, il suo sangue sarà sparso da un uomo, perché Dio ha fatto luomo a sua immagine” (Genesi 9:3-6). Perciò, se il sangue animale che rappresentava la vita deve essere considerato sacro e non deve essere usato per alimentare la vita, tanto più la vita e il sangue dell’uomo si devono considerare e trattare come ancora più sacri. In altre parole, se il sangue animale non deve essere preso come sostentamento, questo vale ancor più per il sangue umano.
Questo fu il motivo per cui nel 49 d.C., in quello che viene considerato il I Concilio apostolico a Gerusalemme, gli apostoli e altri cristiani spiritualmente qualificati, dovendo decidere quali disposizioni della Legge mosaica avevano ancora una valenza per i cristiani, dissero, tra l’altro, che bisognava astenersi “dal sangue e da ciò che è strangolato” (cfr. Atti 15:28,29). Astenersi da ciò che era strangolato è facile da capire, perché se si strangola un animale a scopo nutritivo, il suo sangue rimane nel corpo e quindi viene mangiato insieme alla carne, contravvenendo alla norma divina. Ma perché venne genericamente specificato anche di astenersi “dal sangue”? Non era una inutile ripetizione rispetto all’astenersi “da ciò che è strangolato” o viceversa?
È chiaro che quel comando andava oltre una mera consuetudine alimentare, abbracciava un campo di attività umana molto più ampio. Ad esempio, in quei giorni, tra i non cristiani c’era l’abitudine di correre nelle arene per succhiare il sangue dei gladiatori vinti poiché c’era la convinzione che potesse curare alcune malattie, come l’epilessia (cfr. Tertulliano, Apologeticum, 9). In Egitto “il sangue fu considerato il rimedio sovrano per la lebbra” (Reay Tannahill, Flesh and Blood). Tali pratiche oggi non sono più in uso ma il concetto di usare sangue nella terapia di alcune malattie è rimasto ed è largamente diffuso nella medicina moderna. Però non è cambiato neanche il decreto apostolico, ispirato da Dio, di “astenersi dal sangue”. Tutt’oggi questo comando è valido per chiunque, come l’antico re Davide, vuol fare la volontà di Dio.
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
So che molti, sull’onda dell’emotività, non condividono questo aspetto del comando di Dio sul sangue, ma non esiste una alternativa! E l’emotività non è mai stata una buona alleata per prendere sagge decisioni. A ciò va aggiunta la martellante e spesso ingannevole pubblicità, non scevra dal profitto, di associazioni finalizzate alla raccolta di sangue per usi terapeutici. Per questo la Parola di Dio ci incoraggia ad usare la “facoltà di ragionare” per “comprendere a fondo … la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” dei principi divini espressi attraverso le sue norme (cfr. Romani 12:1; Efesini 3:18). Proviamo, perciò, a ragionare su queste parole ispirate da Dio a un suo profeta: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare” (Isaia 48:17). Tutte le norme che Geova ha fatto scrivere nella sua Parola, inclusa quella sull’uso del sangue, sono sempre per il bene delle sue creature. Anche se possono sembrare restrittive o inadeguate ai tempi, non è così e nel metterle in pratica si riceve comunque e sempre un beneficio.
Per esempio, la trasfusione di sangue viene considerata da molti, operatori sanitari inclusi, la panacea di molte malattie e di molte situazioni chirurgiche di particolare complessità. Lo slogan molto diffuso è: “il sangue salva la vita”. Spesso, però, accade che in tali situazioni, pazienti regolarmente trasfusi, muoiono ugualmente. Perché? Semplicemente perché la trasfusione non è che uno dei presidi terapeutici a disposizione dei medici, come tanti altri, può avere successo oppure no. Nessun medico in situazioni di estrema gravità potrà mai dare la garanzia che la trasfusione salverà una vita. Peraltro è un trattamento sanitario non indenne da grossi rischi! Lo dimostra il fatto che negli anni passati solo nel nostro paese 60.000 persone hanno contratto gravi malattie, dall’HIV alle gravi patologie epatiche, dall’AIDS al citomegalovirus, e tante altre, attraverso sangue infetto trasfuso. Di queste circa 9.000 sono già decedute. E lo Stato italiano è stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a risarcire i danni ai cittadini infettati. Anche se negli anni recenti i controlli sul sangue da trasfusione sono migliorati, i rischi di contrarre malattie sono sempre latenti e continuano a mietere vittime.
A motivo di ciò parecchi studi sono stati fatti alla ricerca di sostituti del sangue o di metodiche alternative all’emotrasfusione. I buoni risultati ottenuti hanno consentito di ridurre notevolmente l’uso della trasfusione con notevoli benefici per i pazienti. Tanto per fare un altro esempio, nella chirurgia oncologica si è scoperto che la trasfusione di sangue può aumentare la velocità di riproduzione della malattia, perciò medici coscienziosi hanno iniziato a limitarne l’uso accrescendo le probabilità di sopravvivenza del paziente. Sull’uso della trasfusione in chirurgia vorrei citare un’esperienza vissuta in prima persona. Nel settembre del 1986 in una clinica romana si svolse un convegno internazionale sulle metodiche alternative alla trasfusione di sangue. Nella sua relazione l’allora Direttore del Centro Trasfusionale della Croce Rossa, il compianto Dott. Pasquale Angeloni, affermò che fino ad una perdita di quattro unità di sangue (circa un litro di sangue) non è necessario trasfondere poiché il corpo umano è in grado di sopportarla. Lui redarguì il fatto che nelle sale operatorie spesso venivano usate solo una o due unità di sangue, sottovalutando i rischi di tale pratica. Nella sua arringa contro tale scriteriato uso della trasfusione e per rimarcarne l’insensatezza ad un certo punto esclamò: “se il vostro chirurgo pensa di perdere più di quattro unità di sangue, cambiate chirurgo!” Questo episodio la dice lunga sulla cultura che domina in questo campo. Patricia Ford, fondatrice e direttrice del Centro di Medicina e Chirurgia senza Sangue del Pennsylvania Hospital, negli anni recenti ha dichiarato: “Nella cultura medica esiste l’idea radicata che le persone muoiono se non hanno un certo valore ematico, e che il sangue è il salvavita per eccellenza … per la maggioranza dei pazienti e nella maggioranza dei casi semplicemente non è così” (Sarah C.P. Williams, Against the FlowWhats Behind the Decline in Blood Transfusions?, Stanford Medicine Magazine, 2013).

Video tratto da JW Broadcasting (https://download-a.akamaihd.net/files/media_video/2d/ivae_I_r480P.mp4)
sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria” – Salmo 139:14
Ogni persona che sinceramente si interessa della volontà del suo Creatore dovrebbe ben riflettere sulla dichiarazione di un ispirato scrittore biblico che, nel Salmo 139:13-16, rivolgendosi a Dio disse: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre. Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene. Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola”. Nello stabilire le sue norme, inclusa quella sul corretto uso del sangue, il nostro Onnisapiente Creatore ha usato la sua perfetta conoscenza del nostro corpo, conoscenza che nessuno scienziato umano può vantare. Dio ne conosce i limiti nonché le sue meravigliose capacità di superare anche situazioni di criticità. Per questo possiamo aver completa fiducia che tutto ciò che ci comanda è per il nostro bene!
Comandando alle sue creature umane di “astenersi dal sangue”, il Creatore dell’uomo, il più grande Medico che comprende il funzionamento del corpo dell’uomo come non lo comprende nessun altro medico umano, volle non solo ubbidienza dall’uomo, ma intese preservare coloro che avrebbero ubbidito a questa legge dalle numerose infermità che possono colpire gli uomini come diretta conseguenza dell’uso improprio del sangue. Un noto giornale a diffusione internazionale riportava qualche anno fa questa notizia: “La chirurgia senza sangue (ovvero gli interventi eseguiti senza l’utilizzo di sangue donato) viene praticata da anni su pazienti che rifiutano le trasfusioni per motivi religiosi. Ora è una prassi a cui gli ospedali ricorrono sempre più estesamente … I chirurghi che difendono la chirurgia senza sangue affermano che, oltre a ridurre i costi relativi all’acquisto, alla conservazione, al trattamento, all’analisi e alla trasfusione del sangue, tale tecnica riduce il rischio di infezioni e complicazioni da trasfusione che costringono i pazienti a una degenza ospedaliera più lunga” (Wall Street Journal, 8 aprile 2013).
I medici possono ancora sostenere che valga la pena di correre il rischio se vi è qualche possibilità di salvare una vita. I capi religiosi possono approvare la loro tesi affermando, spesso per compiacenza, che la legge di Dio non si applica quando si tratta della vita. La loro posizione ricorda molto quella di una ribelle creatura angelica che circa 2.600 anni fa dichiarò con sfrontatezza: “Pelle per pelle. L’uomo darà tutto ciò che ha per la sua vita” (Giobbe 2:4). Ma si sbagliava, l’umile e ubbidiente Giobbe, oggetto della controversia tra Geova Dio e Satana il Diavolo su questo argomento, mostrò che quest’ultimo era un bugiardo, e anche Gesù Cristo, con la sua condotta di fedele ubbidienza a Dio fino alla morte, ne diede notevole prova. Allo stesso modo sbagliano oggi gli uni e gli altri. Quando la morte s’avvicina non è il momento di vacillare o di volgere le spalle a Dio. È il momento di riporre completa fiducia in Colui che ha nelle sue mani il potere della vita (cfr. Salmo 36:9).
Pertanto i veri cristiani pur preoccupandosi della loro salute fisica, prima di tutto e più seriamente si preoccupano della loro salute spirituale e della posizione di cui godono dinanzi al Creatore. Sono consapevoli che l’unico sangue che salva la vita è il sangue versato in sacrificio da Cristo Gesù. Perciò esercitano fede nel valore del sangue sparso da Gesù e nella vita eterna che esso rende possibile. Credono con tutto il cuore che chi serve fedelmente Dio, anche se, malauguratamente, dovesse perdere la vita per sostenere la giustezza delle sue norme, sarà ricompensato con la vita eterna, come promise Gesù stesso dicendo: “Chi esercita fede in me, anche se muore, tornerà a vivere e chiunque vive ed esercita fede in me non morirà mai”. Appropriatamente Gesù concluse la sua dichiarazione chiedendo: “Tu ci credi?” (Giovanni 11:25,26).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013 (italiano 2017), edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIX

         “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”          1a parte

Levitico 17:11

Anteprima
William Blackstone, giurista e accademico britannico, docente della prestigiosa Università di Oxford, nel redigere il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, un modello di ordinamento giuridico (common law) diffuso in tutti i paesi anglofoni, i cui princîpi costituirono la base per la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America, affermò che la vita è “l’immediato dono di Dio”. Tale dichiarazione concordava pienamente con quanto aveva scritto, circa 2.700 anni prima, un ispirato scrittore biblico, il re Davide, il quale rivolgendosi a Dio disse: “Tu sei la fonte della vita” (Salmo 36:9). Perciò, anche se, per nascita, veniamo in possesso di questo dono senza chiederlo, ciò nondimeno, ne siamo considerati responsabili dalla sua divina Fonte. Siamo quindi chiamati a vivere in modo degno di questo sacro dono, responsabilità che la stragrande maggioranza del genere umano purtroppo non ha adempiuto.
Fin dall’inizio della sua storia l’uomo non ha mostrato rispetto per il dono della vita. È una storia piena di delitti, violenza, guerre, immoralità, vizi e pratiche degradanti, teorie e concetti che hanno considerato l’uomo come un prodotto animale negandogli la dignità che gli spetta come creazione di Dio, fatto a “sua immagine”, cioè dotato dei suoi stessi attributi, quali  giustizia, amore, sapienza e potenza  che lo appartarono da tutte le altre forme di vita terrena affinché potesse esercitar dominio su di loro e rappresentare visibilmente il suo Creatore sulla terra. (cfr. Genesi 1:27,28).
Tutte queste nefandezze hanno indotto molti a considerare la vita come qualche cosa di poco valore anziché un prezioso dono di cui prendersi cura. Tuttavia il nostro amorevole Creatore, Geova Dio, non ci ha abbandonato ad un triste destino. Mediante la sua Parola scritta, la Bibbia, ci ha spiegato qual è il vero significato della vita facendoci conoscere la verità riguardo alla sua origine, al suo scopo, alle sue prospettive future. Ci ha dato anche buoni consigli, norme e sani princîpi atti a migliorare di molto la nostra salute mentale e fisica facendoci evitare azioni e pratiche che danneggiano la vita. Perciò ci ha rivolto questo caloroso invito: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).

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L’inizio della storia umana fu contrassegnato da una grande tragedia familiare che coinvolse i primi due figli di Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Si chiamavano Caino, il primogenito, e Abele (cfr. Genesi 4:1,2). Crescendo, Caino divenne agricoltore e Abele divenne pastore. Certamente, messi al corrente dei fatti che avevano portato alla cacciata dei loro genitori dal giardino di Eden, provavano entrambi tutta la frustrazione che derivava dall’impronta dell’imperfezione che avevano ereditato da quella coppia ribelle. Perciò cercavano di ottenere il favore di quel Dio di cui avevano sentito parlare offrendogli in sacrificio i prodotti delle loro attività: Caino “presentò dei prodotti della terra” mentre Abele “presentò dei primogeniti del suo gregge, incluso il loro grasso”. Ma le loro offerte produssero risultati diversi perché “Geova guardò con approvazione Abele e la sua offerta,ma non guardò con alcuna approvazione Caino e la sua offerta” (cfr. Genesi 4:3-5).
Sui motivi di tale differenza il racconto non dice molto, comunque gli ispirati scrittori cristiani diedero alcune spiegazioni. In Ebrei 11:4, ad esempio, si legge: “Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio di valore maggiore di quello di Caino, e grazie a tale fede ebbe la conferma di essere giusto, perché Dio approvò i suoi doni”; Abele si avvicinò a Dio mostrando di avere fede nella sua promessa di produrre un “seme” che avrebbe “schiacciato la testa” al simbolico serpente, Satana il Diavolo ed ebbe la sua approvazione (cfr. Genesi 3:15; Rivelazione o Apocalisse 12:9). E Caino? In 1Giovanni 3:12 si legge: “Caino ebbe origine dal Malvagio e uccise suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste”. Il racconto di quegli avvenimenti, infatti, riporta la sua reazione: “Caino si infuriò e si sentì avvilito”; perciò Geova gli disse: “Se cambi atteggiamento e agisci bene, non otterrai di nuovo la mia approvazione? Ma se non cambi atteggiamento, il peccato è in agguato davanti alla porta, ansioso di prendere il sopravvento su di te. E tu, riuscirai a dominarlo?” (Genesi 4:5-7). Egli divenne geloso del successo di suo fratello e non ascoltò il consiglio di Dio di fare il bene; spinto dalla gelosia non riuscì a padroneggiarsi e “mentre erano nei campi Caino aggredì suo fratello Abele e lo uccise” (Genesi 4:8).
è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” – Atti 17:25
Rivolgendosi a Caino dopo il suo delitto Dio gli disse: “Che cosa hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). È a questo punto, quindi, che Geova Dio rivelò per la prima volta la stretta relazione che intercorre tra la vita e il sangue, nonché la loro santità, o sacralità. A conferma di ciò, nella sua ispirata Parola fece poi scrivere: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Così Dio attribuì un valore al sangue, riservandolo come sacro. Ai suoi occhi il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio (cfr. Ebrei 12:24).
La sacralità della vita, e del sangue che la rappresenta, è uno dei fondamentali pricìpi sostenuti e insegnati dalla Bibbia. L’ispirato autore del Salmo 36:9 scrisse: “Tu sei la fonte della vita”. Circa mille anni dopo anche un ispirato scrittore cristiano riferendosi a Dio affermò: “è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25). Dunque la vita di ogni essere umano ha origine da Dio, è un suo prezioso dono, perciò è sacra!
Che Geova considera la vita come qualcosa di sacro, da non sciupare lo si capisce dalle sue ripetute condanne dell’omicidio e dei sentimenti che spesso portano a commetterlo. Il sesto dei dieci comandamenti che diede alla nazione di Israele diceva esplicitamente: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13*). Coerentemente, quando gli israeliti si stabilirono nella terra promessa Dio raccomandò loro “Non dovete contaminare il paese nel quale vivete, perché il sangue contamina il paese e non ci può essere espiazione per il sangue che vi è stato sparso se non mediante il sangue di colui che l’ha sparso” (Numeri 35:33). Perciò il profondo rispetto per il dono della vita influisce sul modo in cui gli uomini impiegano la propria vita ed è un fondamento di vera pace e sicurezza.
il sangue contamina il paese” – Numeri 35:33
Purtroppo nel corso della sua storia il genere umano non ha mostrato tale rispetto. Ciò ha prodotto violenti guerre inducendo molti a divenire incalliti e insensibili verso la sofferenza umana e la perdita della vita, con gran spargimento di sangue. Un noto giornalista e storico militare canadese ha scritto: “La guerra è una delle principali istituzioni della civiltà dell’uomo, e la sua storia è lunga quanto quella della civiltà” (Gwynne Dyer, War). Per secoli uomini e nazioni hanno parlato di pace, discusso di pace, firmato centinaia di trattati di pace, tuttavia hanno continuato a inventare e produrre armi di distruzione da usare nelle loro guerre. Spesso i paesi che finanziano le conferenze per la pace sono proprio i maggiori produttori di armi. I forti interessi commerciali che ci sono in questi paesi promuovono la produzione di armi micidiali, tra cui diaboliche mine terrestri che uccidono o mutilano ogni anno migliaia di civili, fra adulti e bambini. Alla base di tutto questo ci sono l’avidità e la corruzione. Tangenti e mazzette sono una costante del traffico internazionale di armi. Molti politici si arricchiscono così.
Le disastrose guerre combattute in ogni tempo hanno causato la perdita di milioni e milioni di vite umane, una perdita irrimediabile dal punto di vista umano perché nessun uomo può ridonare la vita una volta che è stata perduta. Nel dicembre 1995 Joseph Rotblat, fisico polacco e premio Nobel per la pace ha voluto indicare la soluzione del problema dicendo: “Il solo modo per impedire una nuova corsa agli armamenti è abolire completamente la guerra”. Quanto lutto e dolore il genere umano avrebbe potuto risparmiarsi se avesse dato ascolto a questo consiglio biblico scritto circa 2.700 anni fa: “Venite, saliamo al monte di Geova, alla casa dell’Iddio di Giacobbe. Egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo nei suoi sentieri” … Egli sarà giudice fra le nazioni e metterà le cose a posto per molti popoli. Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falcetti per potare. Le nazioni non alzeranno la spada l’una contro l’altra, né impareranno più la guerra” (Isaia 2:3,4). Nel tempo solo un limitato numero di persone ha messo in pratica questo consiglio, anche se il più delle volte è costato loro la vita. Tutt’oggi solo un gruppo di fedeli servitori di Geova Dio ha fatto di questo consiglio uno stile di vita, per questo pur appartenendo a varie nazioni, razze e lingue della terra, si rifiutano di imparare a fare la guerra e di impugnare le armi contro chiunque altro, considerandolo appartenente alla stessa famiglia umana. Né conoscete qualcuno?
Egli ci insegnerà le sue vie” –Isaia 2:3
E che dire del danno causato dal razzismo? Un tema, purtroppo sempre più attuale. Wen-Shing Tseng, fondatore e presidente dell’Associazione Mondiale di Psichiatria Culturale, nel suo Manuale di psichiatria culturale ha scritto che i sentimenti di superiorità razziale hanno “fornito una giustificazione ideologica alla conquista coloniale delle terre e alla schiavitù degli individui considerati ‘inferiori’”. Per questo motivo nei secoli passati circa 11 milioni e mezzo di persone furono deportati come schiavi da un continente all’altro; molti di essi persero la vita durante il trasferimento o a causa del duro lavoro a cui vennero obbligati. Nazionalismo, tribalismo, l’idea che una nazione, razza o tribù sia superiore alle altre, odi profondi repressi per secoli in questo tempo stanno tornando a galla per alimentare altre guerre e altri conflitti. Federico Mayor, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, in merito a questa tendenza già a suo tempo affermò: “Anche dove un tempo prevaleva la tolleranza, si sta notando una maggiore tendenza alla xenofobia, e si odono sempre più spesso dichiarazioni scioviniste o razziste che parevano ormai superate”. Il risultato di allora? Gli orrendi massacri nell’ex Iugoslavia e il tribale bagno di sangue nel Ruanda. Tale tendenza oggi ha raggiunto picchi incontrollabili, non passa giorno senza notizie di perdita di vite umane a causa del nazionalismo e del razzismo. Anche in questo caso quanto dolore e lutto il genere umano poteva risparmiarsi dando ascolto al punto di vista biblico che afferma: “Dio non è parziale,ma in ogni nazione accetta chi lo teme e fa ciò che è giusto”; “Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra, e ha fissato i tempi stabiliti e definito i confini entro cui gli uomini devono abitare” (Atti 10:34,35; 17:26).
Cinquant’anni fa, il 28 agosto 1963, Martin Luther King, leader americano del movimento per i diritti civili, pronunciò nel suo discorso più famoso queste parole: “I have a dream” (Ho un sogno). Con quella frase espresse il suo sogno: la speranza che un giorno la gente potesse vivere in una società libera dal pregiudizio razziale. Finora quel sogno non si è realizzato, perché? La Bibbia ce lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). L’uomo non ha la capacità di risolvere i problemi che lui stesso si crea. Ha bisogno di una guida che sia al di sopra dell’ideologia, dell’egoismo, dell’avidità intrinseca nella sua personalità imperfetta. Geova Dio ci ha dato questa guida, è la sua Parola scritta, la Bibbia. Mettendone in pratica i princìpi oggi milioni di persone in tutta la terra hanno superato ogni divisione nazionalistica e razziale considerandosi parte di una fratellanza mondiale.

Video tratto da JW Broadcasting (https://www.jw.org/it/pubblicazioni/video/#it/mediaitems/VODActivitiesSpecialEvents/docid-502012383_1_VIDEO)
Periodicamente in tutto il mondo milioni di persone affluiscono in stadi, sale congressi e vari luoghi di raduno. Appartengono ad ogni nazione, razza, ceto sociale e sono di ogni età, dagli adolescenti alle persone più anziane. Senza alcun pregiudizio siedono l’una accanto all’altra, si stringono la mano, si abbracciano, si scambiano gentilezze. Per quale motivo si radunano? Per essere ammaestrate per mezzo della Parola di Dio. Hanno imparato attraverso il suo studio a conoscere il valore educativo della Bibbia e ne apprezzano la sapienza, la semplicità e la sua capacità di cambiare in meglio la loro vita. Lo studio della Parola di Dio le ha rese qualificate per appartenere ad una fratellanza internazionale, una fratellanza che non potrà mai essere infranta da divisivi interessi nazionali, razziali, sociali o religiosi, che li ha uniti come una sola persona in un vincolo indissolubile, un vero miracolo moderno, opera dell’ispiratore della Bibbia, Geova Dio, come è scritto: “saranno istruiti da Geova, e grande sarà la pace” (Isaia 54:13). Quindi è vero che: “Godono di pace in abbondanza quelli che amano la tua legge; niente può farli inciampare” (Salmo 119:165).
l’uomo non è padrone della sua via” – Geremia 10:23
L’aborto, cioè l’interruzione della vita di un nascituro, è uno degli argomenti più scottanti del nostro tempo, e alimenta infuocati dibattiti di carattere politico, sociale, medico e teologico. In ogni parte della terra i sostenitori del “movimento per la vita” si battono per i diritti dei nascituri. In contrasto il “movimento per la libertà di scelta” si trincera dietro la libertà e il diritto di scelta da parte della donna. I due fronti opposti si danno battaglia alle elezioni, nelle aule dei tribunali, nelle chiese, addirittura nelle strade. Milioni di persone vengono coinvolte in questo tiro alla fune, confuse dagli argomenti appassionati di entrambe le parti. Secondo dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 1995 al 2003 nel mondo sono stati praticati 41,6 milioni di aborti. C’è però da considerare che tale dato non tiene conto degli aborti effettuati illegalmente (http://www.le scienze.it/news/2007/10/12/news/l_oms_fa_il_punto_sull_aborto-581498/). Nel nostro paese, che vanta “radici cristiane” e in cui il 96% della popolazione dichiara di essere “cristiana”, da quando è entrata in vigore la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza sono stati eseguiti circa sei milioni di aborti legali (http://www.centrodiaiutoallavitadicassino.it/da-sapere/i-numeri-dell-aborto-in-italia/).
La facoltà di tramandare la vita è un grande privilegio che ci è stato dato dal nostro Creatore. Alla prima coppia umana disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Genesi 1:28). Pertanto la cosa importante non è il modo in cui gli uomini considerano la questione, ma ciò che al riguardo dice Dio, il Datore della vita. Qual è, dunque, il suo punto di vista? Uno scrittore di salmi fu da Dio ispirato a scrivere: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre.Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene.Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra.I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola” (Salmo 139:13-16). A conferma di ciò, Geova disse a un altro ispirato scrittore biblico: “Prima che io ti formassi nel grembo ti conobbi, e prima che tu nascessi ti consacrai” (Geremia 1:5).
Si, l’interesse di Dio alla vita umana comincia prima della nascita, fin dal momento del suo concepimento. Questo è del tutto in armonia con i fatti, come documenta una nota enciclopedia, la quale afferma che proprio al tempo del concepimento “comincia la storia dell’individuo, come entità distinta e biologica” (Encyclopædia Britannica – 1959, Vol. 7, pag. 110). Quanto Geova Dio ritiene preziosa la vita del nascituro e la sua protezione è ulteriormente attestato da una norma della Legge che diede al popolo di Israele. Vi era scritto: “Se lottando tra di loro degli uomini urtano una donna incinta e lei partorisce prematuramente ma non ci sono conseguenze fatali, il responsabile dovrà pagare i danni secondo quanto gli imporrà il marito della donna; e dovrà pagare tramite i giudici.Ma se ci sono conseguenze fatali, allora devi dare vita per vita” (Esodo 21:22,23). Pertanto, se in una lotta fra due uomini, una donna incinta era ferita o ne risultava un aborto, si dovevano applicare rigorose pene. In caso di procurato aborto chi causava l’incidente doveva essere messo a morte. È quindi chiaro che Dio considera sacra la vita fin dal momento del concepimento e chiede conto a chi volontariamente la sopprime (cfr. Giobbe 31:13-15).
D’altra parte, il profondo rispetto per la volontà di Dio riguardo alla vita del nascituro reca vero beneficio. Rende i genitori pienamente responsabili della vita che sta per nascere e pone un freno alla promiscuità sessuale con tutti i suoi cattivi effetti, malattie veneree, gravidanze indesiderate, figli illegittimi, famiglie divise e tensione mentale a causa di coscienza impura. Tutto questo contribuisce alla pace familiare e sociale.
Cosa potrò rispondergli quando mi chiederà conto?” – Giobbe 31:14
“Non ho chiesto io di venire al mondo”, oppure “la vita è mia e ci faccio quello che mi pare”. Non so a voi, ma a me è capitato più volte di sentire frasi come queste. Chi ragiona in questo modo non pensa di dover dar conto a qualcuno, e specialmente a Dio, del modo in cui impiega la propria vita. E spesso quando accade qualcosa di spiacevole queste stesse persone danno la colpa a Dio per non aver fatto nulla per evitare che accadesse. A questi, ma anche a noi tutti, la Bibbia dice: “vi esorto … a presentare il vostro corpo in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio … smettete di farvi modellare da questo sistema di cose, ma siate trasformati rinnovando la vostra mente, così da accertarvi della volontà di Dio, di ciò che è buono, perfetto e gradito a lui” (Romani 12:1,2). Come si può notare ancora una volta viene messo in risalto il princìpio di santità che dovrebbe indurci a mostrare rispetto per il dono della vita. In quali altri modi si può mettere in pratica questo consiglio? Esaminiamone alcuni alla luce delle norme bibliche.
In Proverbi 23:20,21 si legge: “Non essere fra quelli che bevono molto vino e fra quelli che si ingozzano di carne,perché lubriacone e lingordo si ridurranno in povertà”. Qui viene raccomandata la moderazione nel mangiare e nel bere. Ad esempio, bere un buon bicchiere di vino non è sbagliato, viene raccomandato anche nella Bibbia (cfr. 1Timoteo 5:23). Quello che la Parola di Dio condanna è l’abuso o l’ubriachezza. E con buona ragione! L’ubriachezza nuoce al corpo, fa agire le persone in maniera insensata e può anche renderle pericolose per altri. Secondo un report dell’Istituto Superiore di Sanità, l’abuso di alcol è la causa di oltre 200 diverse malattie e incidenti che causano ogni anno numerosi morti e feriti ed è classificato come il terzo fattore di rischio di malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione. L’elevato livello di consumo di alcol rilevato nella Regione europea dell’Oms ha portato nel corso degli anni a un incremento di decessi attribuibili al consumo di bevande alcoliche a causa di patologie croniche (come la cirrosi epatica, le malattie cardiovascolari e il cancro) e a cause di morte violente (incidenti stradali, omicidi e suicidi).
Spesso ciò che spinge le persone verso l’alcolismo è il deprimente effetto della situazione mondiale. Le sue guerre, i suoi delitti, la sua inflazione e la sua povertà, la sua tensione e le sue pressioni contribuiscono a rendere assillanti i problemi personali e con il tempo distruggono la dignità e lo scopo nella vita delle persone che ne diventano vittime. E nello sforzo di sfuggire ai problemi della vita, sempre più persone ricorrono anche alle droghe. Molti cercano piacere usando droghe “forti” come eroina, cocaina, cannabis, anfetamine e altre diavolerie del genere. Secondo l’ Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, nel mondo ci sono attualmente circa 270 milioni di consumatori di droghe. L’uso di queste droghe li conduce facilmente alla perdita di padronanza di sé, dando luogo a effetti simili a quelli che si vedono in una persona ubriaca. La vendita illecita delle droghe è una delle maggiori fonti di entrata per la delinquenza organizzata e molti consumatori iniziano essi stessi a delinquere, commettendo furti, dandosi alla prostituzione o divenendo spacciatori, per mantenere il vizio. Migliaia di famiglie in cui un componente diviene un drogato vengono letteralmente sconvolte e le madri incinte trasmettono il vizio ai loro bambini, che a volte muoiono subendo le agonie dell’astensione. Chi ha riguardo per la propria vita e desidera impiegarla in armonia con la volontà di Dio di sicuro non vorrà avere nulla a che fare con tale pratica.
C’è un altro aspetto del vizio di usare droghe che viene sottovalutato ma che ha a che fare con la mancanza di rispetto per il dono della vita: è l’uso del tabacco e, in alcuni paesi, della noce di betel e delle foglie della pianta di coca. Una gran quantità di persone fuma sigarette o prodotti simili o mastica tabacco, noce di betel o foglie di coca, pur sapendo che questi prodotti danneggiano il corpo e la mente. Come già accennato tale pratica è classificata al primo posto come fattore di rischio di malattia e morte prematura. Milioni e milioni di persone in tutta la terra ogni anno si ammalano e muoiono di cancro polmonare, disturbi cardiaci, bronchite ed enfisema connessi con il vizio del fumo. Nonostante ciò tutte queste persone continuano a fumare. Perché?
La Bibbia, fra l’altro, mette tale pratica in relazione con una attività in antitesi al princìpio della santità della vita, quella demonica. Questo perché il vizio del fumo rende dipendenti di una delle sostanze che creano più dipendenza: la nicotina, la componete di droga del tabacco, e prepara la via per cadere sotto la sfera di influenza dei demoni, cioè di esseri spirituali malvagi il cui scopo è controllare la mente delle persone per spingerle verso la rovina fisica e spirituale. Al tempo in cui venne scritta la Bibbia le droghe erano conosciute per il loro legame con la magia, la stregoneria, lo spiritismo. Infatti, un noto dizionario biblico osserva: “Nella stregoneria l’uso delle droghe, sia semplici che potenti, fu in genere accompagnato da incantesimi e ricorso ai poteri occulti … per fare impressione al richiedente con le risorse e i poteri misteriosi dello stregone” (Expository Dictionary of New Testament Words, di William Edwy Vine). Riguardo al capo dei demoni, e quindi alla loro indole, la Bibbia avverte: “Lui fu omicida fin dal principio” (Giovanni 8:44). Le morti causate dal vizio del fumo l’attestano! Perciò la Bibbia ci aiuta ad avere il giusto punto di vista sull’argomento quando dice: “Se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui al quale ubbidite” (Romani 6:16). Quando i pensieri e le azioni di una persona sono dominati dal forte desiderio di tabacco, presto questa diventa schiava di tale pratica degradante. Non viene corrotto il corpo ma anche lo spirito, ovvero l’ inclinazione mentale dominante di chi ne diviene schiavo. Perciò l’esortazione biblica è: “purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, operando per raggiungere la piena santità nel timore di Dio”, perché “chi pratica tali cose non erediterà il Regno di Dio” (2Corinti 7:1; Galati 5:20).

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MOSTRIAMO RISPETTO PER LA VITA

  • Non togliendo la vita a un nascituro
  • Abbandonando le abitudini impure
  • Sradicando dal cuore ogni forma di odio o pregiudizio per i nostri simili
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
Quelli sopra esposti sono solo alcuni esempi della netta superiorità dei princìpi e delle norme morali della Bibbia che, se non ci fossero altre prove di autenticità come, ad esempio, quelli esposti nei post precedenti, basterebbero a distinguerla come prodotto della mente divina. Mediante il suo profeta Isaia, già circa 2.700 anni fa Dio fece scrivere: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare. Se solo prestassi attenzione ai miei comandamenti! Allora la tua pace diverrebbe proprio come un fiume, e la tua giustizia come le onde del mare” (Isaia 48:17,18). Mediante la Bibbia Geova Dio ci istruisce sul miglior modo di vivere la nostra vita per evitare molti guai che il permissivismo umano causa. I princìpi basilari della Bibbia non sono difficili da capire. Tuttavia non sono né semplici luoghi comuni né materia d’interesse puramente teorico. Sono verità profonde ed essenziali che se messe in pratica “rendono saggio l’inesperto” contribuendo a migliorare di molto la salute mentale e fisica della popolazione della terra (cfr. Salmo 19:7). Sul risultato di questa scelta Geova stesso dice: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).
Ma il tema scelto per questo post è “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE” ed è basato sul versetto di Levitico 17:11. Il contesto di questo versetto richiama un importante aspetto in cui si deve mostrare rispetto per la santità della vita che, per la particolare importanza che ha assunto nei nostri giorni, merita di essere considerato a parte ….

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(*) – Alcune traduzioni usano la parola “uccidere” in Esodo 20:13 anziché “assassinare”. Ma il termine “uccidere” non rende esattamente il pensiero di Dio. L’ispirato scrittore biblico di Esodo infatti usa la parola trəṣā. Riguardo a questo termine il lessico di parole ebraiche di James Strong dichiara: “trəṣā … specialmente assassinare” (Strongs Exhaustive Bible Concordance – H7523). Spiegandone, quindi, il senso un noto dizionario afferma: “uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Third New International Dictionary di Merriam-Webster). Questo caso era diverso dall’omicidio involontario o accidentale o dipendente dall’esecuzione di una condanna emessa a carico di un assassino volontario. In tal caso l’uccisione di una persona non era considerato un assassinio, non violava il sesto comandamento (cfr. Numeri 35:6-31).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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