LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – VIII

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 4a parte

Luca 1:1

Anteprima
La veracità della Bibbia ha subito nei secoli molti attacchi. In particolare durante i secoli XVIII e XIX diversi studiosi, molti dei quali appartenevano a chiese cosiddette ‘cristiane’, hanno creato un metodo di studio della Bibbia noto come critica letteraria. Questi critici insegnano che la Bibbia è composta in gran parte di miti e leggende. Il risultato? … il New Dictionary of Theology edito da James Packer, Sinclair Ferguson e David Wright sostiene che oggi quasi tutti i biblisti, benché si dicano cristiani, “parlano della Scrittura solo come di un’opera umana”.
Un esempio di tale tendenza viene fornito dai commenti negativi che tali studiosi hanno fatto su uno dei libri biblici più attaccato dalla critica letteraria, il libro di Daniele. Per quale motivo? Il libro contiene sorprendenti profezie che si sono poi adempiute nei minimi particolari per cui a molti è sembrato impossibile che possano essere state scritte tanto in anticipo sui tempi del loro adempimento. Il libro di Daniele, peraltro, traccia la storia di una delle regioni storicamente più fertile dell’antichità, quella che si estende dall’Egitto ad ovest, sale lungo la riva orientale del Mediterraneo fino al nord della penisola arabica per riscendere ad est fino al Golfo Persico, per questo definita “Fertile Mezzaluna”. È qui infatti che si svilupparono le prime grandi nazioni dell’antichità: Egitto, Assiria, Babilonia, Medo-Persia. Non sempre il racconto biblico coincide con la narrazione secolare per cui i critici sono più orientati a dar credito agli storici secolari che a quelli biblici. In questo post vengono presi in esame due esempi al riguardo: quello relativo al Baldassarre, re di Babilonia quando questa fu conquistata dai Medi e Persiani, la cui esistenza venne messa in dubbio fino alla metà del XIX secolo, e quello di Dario il medo, la cui identificazione ha diviso gli studiosi fino ai nostri giorni. Un attento esame della storia di questi due personaggi, che hanno ricoperto un ruolo rilevante nella narrazione biblica, attesta inconfutabilmente che la Bibbia dice la verità e che la sua storia è accurata e degna di fiducia, come ebbe modo di constatare uno dei più grandi scienziati della storia umana, Sir Isaac Newton, il quale una volta disse: “Trovo segni più sicuri di autenticità nella Bibbia che in qualsivoglia storia profana” (Richard Watson, Two Apologies, Londra, 1820).

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Tra tutti i 39 libri che compongono l’Antico Testamento o, più propriamente detti, le Scritture Ebraiche della Bibbia, il libro di Daniele è stato uno dei più attaccati dalla critica letteraria. Perché? Il libro contiene sorprendenti profezie che si sono poi adempiute nei minimi particolari per cui a molti sembra impossibile che possano essere state scritte tanto in anticipo sui tempi del loro adempimento. I critici pensano che il libro non fu scritto da Daniele, un principe ebreo esiliato a Babilonia a cavallo tra il VII e VI secolo a.C., cioè al tempo della prima diaspora del popolo ebreo, ma da qualcun altro secoli dopo. Ad esempio Porfirio, filosofo, teologo e astrologo greco vissuto nel II secolo d.C., affermò che il libro era stato scritto da un ebreo nel II secolo a.C.
Gli attacchi al libro di Daniele si sono susseguiti nel corso del tempo, fino ai nostri giorni. Infatti nella New Encyclopædia Britannica si legge che “il libro [di Daniele] era generalmente considerato storia vera, contenente profezie autentiche … in realtà fu scritto in un successivo periodo di crisi nazionale, quando gli ebrei subivano dura persecuzione sotto [il re di Siria] Antioco IV Epifane”. Quindi data il libro tra il 167 e il 164 a.C. asserendo che il suo scrittore non profetizza il futuro, ma semplicemente presenta “eventi che per lui sono storia passata come profezie di avvenimenti futuri”.
In questa fase non mi dilungherò tanto nel considerare l’aspetto profetico del libro di Daniele, tema sul quale tornerò con dei post specifici che analizzeranno in generale questa importante e fondamentale caratteristica di tutta la Bibbia. Prenderò quindi in considerazione alcuni racconti storici riportati nel libro al fine di dare una ulteriore prova dell’attendibilità della Parola di Dio sotto questo aspetto.
Riguardo a Baldassarre il re, fece un grande banchetto” – Daniele 5:1
In Daniele capitolo 5, si parla di “Baldassarre il re”, e di “Nabucodonosor suo padre” (vv. 2,3). In effetti Nabucodonosor era il nonno di Baldassarre che era figlio di Nabonedo, genero di Nabucodonosor, avendone sposato la figlia Nitocri (*).  Baldassarre regnava a Babilonia quando la città venne conquistata dai Medi e Persiani nel 539 a.C. Per molto tempo i critici contestarono questo punto, perché il nome di Baldassarre non figurava in nessun posto se non nella Bibbia mentre antichi storici indicavano solo Nabonedo quale successore di Nabucodonosor e ultimo re babilonese. Tra questi il più famoso fu il prof. Ferdinand Hitzig, un critico biblico tedesco del XIX secolo formatosi presso la prestigiosa Università di Heidelberg, la più antica della Germania e tuttora una delle maggiori d’Europa, il quale nel suo commento sul Libro di Daniele disse che Baldassarre era frutto della fantasia dello scrittore.
Tuttavia nel 1854 ad Ur, antica città caldea, scavi effettuati da John Ellor Taylor, console inglese a Bassora, portarono alla luce dei piccoli cilindri di argilla, oggi conservati presso il British Museum di Londra, che risultarono essere documenti cuneiformi del re Nabonedo. Uno di questi conteneva una preghiera per “Bel-šar-usur, mio figlio maggiore” (Paul-Alain Neaulieu, The Reign of Nabonidus, King of Babylon 556-539 B.C., 1989). Non c’erano dubbi, era il Baldassarre del libro di Daniele, lo stesso prof. Hitzig dovette convenirne.
Negli anni a seguire gli scavi archeologici effettuati nella zona portarono alla luce altri documenti cuneiformi riferiti a Nabonedo. Nel 1924 venne pubblicata la decifrazione di un antico testo cuneiforme, detto “Storia in versi di Nabonedo” grazie al quale sono state portate alla luce preziose informazioni che avvalorano la posizione regale che Baldassarre aveva a Babilonia. Il testo indica che Nabonedo trasferì la sua residenza all’oasi di Tema nel deserto arabico per 10 anni, lasciando sul trono babilonese suo figlio Bel-shar-usur (Baldassarre). Dice infatti: “Egli affidò l’‘accampamento’ al (figlio) maggiore, il primogenito [Baldassarre], le truppe ovunque nel paese sottopose al suo (comando). Lasciò andare (ogni cosa), a lui affidò il regno e, lui stesso [Nabonedo] partì per un lungo viaggio, e le forze (militari) di Akkad marciavano con lui; egli si volse verso Tema, (molto più) a ovest” (James Bennett Pritchard, Ancient Near Eastern Texts, 1974).
Questo fatto viene confermato da un altro importante documento denominato “Cronaca di Nabonedo”. Si tratta di una tavoletta cuneiforme conservata sempre presso il British Museum di Londra che dice tra l’altro: “Il re (era) a Tema (mentre) il principe, gli ufficiali e il suo esercito (erano) in Akkad [Babilonia]” (Albert Kirk Grayson, Assyrian and Babylonian Chronicles, 1975). Quindi appare chiaro che Nabonedo per gran parte del suo regno rimase lontano da Babilonia, e, pur non abbandonando la posizione di sovrano supremo, delegò in sua assenza l’autorità amministrativa al figlio Baldassarre in qualità di co-regnante. Ciò spiegherebbe un altro particolare storico narrato nel libro di Daniele. Durante un banchetto  al quale Baldassarre aveva invitato tutti i “grandi “ del suo regno tutto d’un tratto apparve una mano che cominciò a scrivere alcune parole sulla parete del palazzo. Terrorizzato egli chiamò tutti i saggi del regno perché interpretassero il messaggio scritto, ma inutilmente. Sua madre gli diede quindi un valido consiglio indicando Daniele l’unico in grado di fornire la spiegazione (cfr. Daniele 5:5-12). In quella circostanza Baldassarre fece una promessa: “L’uomo che leggerà questa scrittura e me ne mostrerà la medesima interpretazione sarà vestito di porpora, con una collana d’oro intorno al collo, e governerà come il terzo nel regno” (v. 7). Perché Baldassarre offrì a Daniele il terzo posto nel regno? … semplice! … il primo lo aveva suo padre Nabonedo il re, il secondo l’aveva lui stesso quale coreggente, a Daniele non avrebbe potuto che offrire il terzo. Perciò Raymond Philip Dougherty, professore di Letteratura Biblica della Yale University, facendo un paragone fra il libro di Daniele e altri scritti di storia antichi, disse: “Si può interpretare che il racconto delle Scritture sia superiore perché impiega il nome Baldassarre, perché attribuisce a Baldassarre il potere reale e perché riconosce che esisteva nel regno un governo dualistico” (Raymond Philip Dougherty, Nabonidus and Belshazzar, 1929).

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in quanto a te … Baldassarre, non hai umiliato il tuo cuore
La notte del 5 ottobre 539 a.C. il re babilonese Baldassarre diede un grande banchetto per mille dei suoi grandi, come riferisce il capitolo 5 di Daniele. Quella notte la sua città era minacciata dagli eserciti assedianti di Ciro il Persiano e del suo alleato Dario il Medo. Il re e i suoi abitanti però si sentivano al sicuro poiché consideravano inespugnabili le altre mura della città. Gli storici Erodoto e Senofonte dichiarano inoltre che la città aveva abbondanti scorte e quindi nessuno si preoccupava che potesse mancare il necessario. Erodoto poi descrive l’aspetto festoso della città quella notte, fra danze e piaceri e abbondanti libagioni.
Durante il banchetto e sotto l’effetto del vino, Baldassarre chiese che gli venissero portati i vasi del tempio di Gerusalemme affinché lui, i suoi ospiti, le sue mogli e le sue concubine potessero usarli mentre lodavano gli dèi di Babilonia. Ovviamente questa richiesta non era dovuta a mancanza di recipienti per bere, ma piuttosto costituiva un deliberato oltraggio da parte di questo re pagano verso il Dio degli israeliti, Geova (cfr. Daniele 5:2-4). All’improvviso apparve una mano che cominciò a scrivere sulla parete del palazzo alcune parole. Terrorizzato Baldassarre chiamò tutti i suoi saggi perché interpretassero il messaggio scritto, ma inutilmente. Intervenne quindi la regina sua madre che gli consigliò di chiamare Daniele poiché era l’unico in grado di fornire la spiegazione (cfr. Daniele 5:5-12). L’anziano profeta lesse e interpretò la scritta vergata sulla parete. Le parole erano “MENE, MENE, TECHEL e PARSIN” (cfr. Daniele 5:24,25) Cosa significavano? La traduzione alla lettera era ““una mina, una mina, un siclo e mezzi sicli”. Ciascuna parola corrispondeva a una unità di misura di peso con valore monetario. Che arcano! Anche se i saggi babilonesi fossero riusciti a decifrare i caratteri, non sorprende che non potessero interpretarli. Sotto l’influsso dello spirito santo di Dio, Daniele spiegò dapprima al re il motivo di quella visione, dicendo: “in quanto a te … Baldassarre, non hai umiliato il tuo cuore … Ma ti sei esaltato contro il Signore dei cieli … Di conseguenza è stato mandato d’innanzi a lui il dorso di una mano, ed è stata tracciata questa medesima scrittura … MENE, MENE, TECHEL e PARSIN”, Quindi ne rese noto il significato dicendo : “Questa è l’interpretazione della parola: MENE, Dio ha contato i giorni del tuo regno e vi ha posto fine. TECHEL, sei stato pesato nella bilancia e sei stato trovato mancante.PERES, il tuo regno è stato diviso e dato ai medi e ai persiani” (Daniele 5 26-28). Quella notte stessa l’esercito medo-persiano entrò in Babilonia, conquistò la città e uccise Baldassarre. Secondo la “Cronaca di Nabonedo” le truppe di Ciro entrarono in Babilonia senza combattere, adempiendo in modo straordinario una profezia biblica pronunciata oltre 150 prima (cfr. Isaia 44:26–45:7).
Baldassare aveva voluto esaltare i suoi falsi dèi al di sopra del Dio di Israele, Geova! Egli aveva dimenticato che qualche decennio prima suo nonno Nabucodonosor aveva sfidato in maniera simile il Dio di Israele e ne era uscito umiliato, così da esser costretto a riconoscere che “il suo dominio è un dominio a tempo indefinito e il suo regno è di generazione in generazione.E tutti gli abitanti della terra sono considerati semplicemente come nulla, ed egli fa secondo la sua propria volontà fra lesercito dei cieli e gli abitanti della terra. E non esiste nessuno che possa fermare la sua mano o che gli possa dire: ‘Che cosa hai fatto? … tutte le sue opere sono verità e le sue vie sono giustizia, e perché può umiliare quelli che camminano nell’orgoglio” (Daniele 4:34,35,37).
Dario il medo stesso ricevette il regno – Daniele 5:31
Un altro personaggio ritenuto di fantasia dai critici letterari è “Dario il medo” di cui si parla nei capitoli 5, 6 e 9 di Daniele. Perché? Nessun riferimento a lui è stato ancora trovato in fonti extrabibliche, e non è menzionato da storici secolari anteriori a Giuseppe Flavio. Secondo Daniele Dario “ricevette il regno” dopo la conquista di Babilonia da parte degli eserciti di Ciro il Persiano, succedendo quindi a Baldassarre (cfr. Daniele 5:31). Questo avvenne nell’autunno del 539 a.C.
Gli studiosi hanno tentato di identificare Dario con vari personaggi, ad esempio con Cambise II, figlio di Ciro o con “Ciassarre figlio di Astiage”, come afferma Senofonte, un presunto zio di Ciro. Ma entrambe le ipotesi sono piuttosto deboli da sostenere, nel primo caso perché il racconto di Daniele dice che Dario il medo aveva “circa sessantadue anni” quando ricevette il regno su Babilonia e difficilmente questa età corrisponderebbe a quella di Cambise II in quel tempo, nel secondo caso perché Daniele afferma che Dario il medo era “figlio di Assuero” (cfr. Daniele 9:1) e non di Astiage il quale, secondo la testimonianza di Erodoto (storico greco più o meno contemporaneo di Senofonte), morì senza figli.
Chi era, dunque, Dario il medo? Senofonte nella sua Ciropedia, in cui narra la presa di Babilonia da parte di Ciro, parla di un certo Gobria che diventò governatore di Babilonia dopo la conquista della città. La succitata “Cronaca di Nabonedo” anche parla di Gubaru (Gobria) “il suo governatore” che “insediò (sotto)governatori in Babilonia” (James Bennett Pritchard, Ancient Near Eastern Texts, 1974). Altri testi cuneiformi indicano che Gubaru rimase in vita e per 14 anni fu governatore non solo della città di Babilonia ma dell’intera regione e anche della “regione oltre il fiume” [Eufrate], che includeva Siria, Fenicia e Palestina fino al confine con l’Egitto. Quindi Gubaru governava una regione che si estendeva per tutta la lunghezza della Fertile Mezzaluna, più o meno come l’impero babilonese, la stessa governata da Dario il medo. Ha scritto al riguardo Albert Ten Eyck Olmstead, professore di Storia Orientale presso l’University of Chicago: “Su tutta questa vasta estensione di terra fertile, Gobria [o Gubaru] governava quasi come monarca indipendente” (Albert Ten Eyck Olmstead, History of the Persian Empire, 1948). Nello stesso libro poi dichiara: “Nei rapporti con i sudditi babilonesi, Ciro era ‘re di Babilonia, re delle nazioni’ … Ma era il satrapo Gobria che rappresentava l’autorità sovrana dopo la partenza del re” (Op. cit)
William Foxwell Albright, archeologo e linguista statunitense, Direttore della scuola americana di ricerca orientale della Johns Hopkins University, ha pure affermato: “Mi sembra molto probabile che Gobria [Gubaru] abbia effettivamente assunto la dignità regale, insieme al nome ‘Dario’, forse un antico titolo reale iraniano, mentre Ciro era impegnato in una campagna in Oriente” (Journal of Biblical Literature, 1921, vol. XL, p. 112). Infine John Clement Whitcomb, che è stato docente presso il Grace Theological Seminary’s Old Testament and Christian Theology Departments dell’Indiana (USA), nel suo libro Darius the Mede, fa notare che, secondo la Cronaca di Nabonedo, Gubaru, in quanto governatore distrettuale di Ciro, “nominò … (governatori distrettuali) a Babilonia”, esattamente come viene descritto in Daniele 6:1,2 che dice: “Sembrò bene a Dario, e stabilì sul regno centoventi satrapi, che dovevano essere sull’intero regno;e su di loro tre alti funzionari, uno dei quali fu Daniele, perché questi satrapi facessero loro rapporto di continuo e il re non subisse perdita”.
Pertanto diversi studiosi, comparando reperti archeologici con la narrazione biblica, sono concordi nell’affermare che Dario il Medo fosse in realtà un viceré che governava sul regno dei caldei ma subordinato a Ciro, il supremo monarca dell’impero persiano. Questi fanno anche notare che il libro di Daniele dice che Dario “ricevette il regno” e che era stato “fatto re sul regno dei caldei” a riprova che era subordinato a un altro monarca (cfr. Daniele 5:31; 9:1). Di fronte a tali fatti difficilmente il “Dario il medo” biblico può essere definito un personaggio immaginario.

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Il tuo Dio che servi con costanza, egli stesso ti libererà
Quale successore al trono di Baldassarre, Dario il Medo aveva ora il difficile compito di organizzare il suo vasto impero. Una delle prime cose che fece fu di nominare 120 satrapi, ciascuno dei quali governava un importante distretto dell’impero. Sopra di loro nominò tre alti funzionari incaricati di controllare il loro operato e Daniele fu uno di questi. Il racconto biblico dice che “Daniele si distingueva costantemente sugli alti funzionari e sui satrapi, dato che in lui c’era uno spirito straordinario; e il re intendeva innalzarlo su tutto il regno” perché “non c’era alcun pretesto né cosa corrotta che potessero trovare, dato che egli era degno di fiducia e in lui non si trovava nessuna negligenza né cosa corrotta” (Daniele 6:3,4). Questo fece fremere dalla rabbia gli altri funzionari e i satrapi che vedevano in lui un freno al dilagare della corruzione e del peculato che praticavano. Perciò questi uomini invidiosi cospirarono fra loro per “trovare qualche pretesto contro Daniele riguardo al regno” (v. 4). Una cricca formata da alcuni di loro si recò, dunque, da Dario con una proposta il cui scopo era intrappolare Daniele. Chiesero al re di “stabilire uno statuto reale e mettere in vigore un interdetto, che chiunque faccia richiesta ad alcun dio o uomo per trenta giorni salvo che a te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni” (v. 7). Senza pensare a Daniele, Dario firmò il decreto, un documento che “secondo la legge dei medi e dei persiani … non si annulla” (v. 8).
Tuttavia quando Daniele venne a conoscenza della legge che limitava le preghiere entrò a casa sua, nella camera in terrazza che aveva le finestre aperte verso Gerusalemme e, com’era sua abitudine, si mise a pregare Dio. Ma i cospiratori lo spiavano e subito si recarono da Dario a riferire e per chiedergli di applicare la legge. Il re rimase estremamente turbato e cercò per tutto il giorno di liberare Daniele da quella colpa. Alla fine però dovette cedere alle insistenze dei cospiratori e ordinò di gettare Daniele nella fossa dei leoni dicendogli queste parole: “Il tuo Dio che servi con costanza, egli stesso ti libererà” (v. 16). Profondamente turbato il re rimase sveglio tutta la notte, digiunando. All’alba Dario si recò in tutta fretta alla fossa dei leoni e chiamò con voce mesta Daniele. Con suo immenso sollievo Daniele gli rispose dicendo: “Il mio proprio Dio ha mandato il suo angelo e ha chiuso la bocca dei leoni, e non mi hanno ridotto in rovina” (v. 22). Il re allora diede ordine di tirarlo fuori dalla fossa e di gettarci dentro tutti quelli che avevano accusato Daniele con i loro familiari, i quali “non avevano raggiunto il fondo della fossa che i leoni se ne impadronirono, e stritolarono tutte le loro ossa” (v. 24). Quindi Dario emanò un proclama che diceva: “in ogni dominio del mio regno, si deve tremare e si deve temere davanti all’Iddio di Daniele. Poiché egli è l’Iddio vivente e Colui che dura fino a tempi indefiniti, e il suo regno è un regno che non sarà ridotto in rovina, e il suo dominio è per sempre. Egli salva e libera e compie segni e meraviglie nei cieli e sulla terra, poiché ha salvato Daniele dalla zampa dei leoni” (Daniele 6:25-27).
Cosa provano gli esempi sopradescritti?
Innanzitutto che Daniele è un personaggio storico e non di fantasia e che la dovizia di particolari della sua narrazione non solo contribuisce a ricreare uno spaccato di vita credibile del tempo in cui visse ma attesta anche che fu testimone oculare dei fatti descritti (cfr. Luca 1:1).
Indicano altresì che i numerosi casi in cui personaggi o avvenimenti menzionati nella Bibbia, un tempo rifiutati come ‘non storici’ dai critici, ma poi risultati storici al di là di ogni smentita, dovrebbero consigliare a chi legge la Parola di Dio di non dare troppo peso alle critiche sfavorevoli che vengono rivolte contro di essa.
Inoltre c’è sempre da tenere presente un fattore importante che spesso giustifica la mancanza di informazioni nei documenti secolari. Il libro di Daniele ce lo ricorda. Esso mostra che Dario affidò a Daniele un alto incarico nel governo, cosa che dispiacque molto agli altri alti funzionari. Il loro complotto contro Daniele fu sventato, e Dario fece mettere a morte gli accusatori di Daniele e le loro famiglie, provocando così il malcontento degli altri funzionari (cfr. Daniele 6:3-24). Il proclama con cui Dario ordinava poi a tutti i sudditi del suo regno di “temere davanti all’Iddio di Daniele” deve inevitabilmente aver causato profonda insoddisfazione e risentimento fra il potente clero babilonese (cfr. Daniele 6:25-27). Dato che gli scribi agivano senz’altro sotto la direttiva dei summenzionati elementi, non è affatto strano che le registrazioni siano state successivamente alterate e le prove riguardo a Dario eliminate. È risaputo che azioni del genere sono avvenute nella storia dell’epoca.
La veracità della Bibbia ha subito molti attacchi, ma nessuno di questi l’ha minata o indebolita minimamente. La sua storia si è sempre dimostrata accurata e degna di fiducia. Leggendola possiamo imparare importanti lezioni per rafforzare la nostra fede in Geova le cui leggi, i rammemoratori, gli ordini, i comandamenti e le decisioni giudiziarie in essa contenuti e la saggezza che ne deriva sono “da desiderare più dell’oro, sì, di molto oro raffinato”, perché significa vita (cfr. Salmo 19:7-10).

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Note:
(*) In ebraico e in aramaico, lingue delle Scritture Ebraiche (o Antico Testamento) non esistono termini per “nonno” o “nipote”. Pertanto, con il termine “padre” a volte si indicava un nonno o un antenato (cfr. Genesi 28:10,13; Matteo 1:1).
Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – VII

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 3a parte

Luca 1:1

Anteprima
Una delle accuse più comuni che viene fatta alle narrazioni bibliche è che sono semplici miti, cioè narrazioni fantastiche giunte a noi dal lontano passato. Sebbene dobbiamo riconoscere che molti di essi sono frutto della fantasia, dobbiamo anche constatare che altri si basano sulla realtà. Questi infatti sono alla base di credenze e riti ancora vivi nelle religioni moderne, e non per un semplice caso! Spesso e volentieri c’è un nucleo di verità nel mito, un fatto storico, un personaggio o un avvenimento, che è stato successivamente esagerato o trasfigurato, dando vita al mito stesso. Ma c’è un fondo di verità! Prendiamo ad esempio uno di questi fatti storici, il racconto biblico della creazione. Ci sono un’infinità di miti sulla creazione, ma neppure in uno troviamo la semplice logica del racconto biblico della creazione contenuto in Genesi capitoli 1 e 2. Oppure esaminiamo il racconto biblico del Diluvio narrato in Genesi capitoli da 6 a 8. In ogni parte della terra, dalla Cina al Messico, dalle pianure tropicali del sud alle alte terre del nord esistono leggende di un diluvio ciascuna con una versione locale ma che hanno in comune elementi che riconducono tutti ad un unico racconto, quello biblico, avvalorandone la veridicità.
In questo post mi occuperò di un racconto considerato dai più una semplice leggenda, quello narrato nei capitoli 10 e 11 di Genesi relativo ad un uomo il cui operato, secondo la Bibbia, ebbe conseguenze su tutte le future generazioni, noi inclusi. Il suo nome è Nimrod, ed è indicato come il primo uomo, dopo il Diluvio, a fondare un regno che oltre ad essere di natura politica rivestiva una forte connotazione religiosa, tanto che viene detto che era “in opposizione a Geova”, il Dio della Bibbia, il Creatore della terra e dell’intero universo. Le caratteristiche di questo regno trovano un forte riscontro sulla storia delle generazioni successive, fino ai nostri giorni, per cui è impossibile tacciarlo di semplice mito; la sua forte influenza sullo sviluppo della società umana negli scorsi 4.000 anni costituisce quel “fondo di verità”, sul quale alcuni possono anche aver lavorato per trasformarlo in mito, ma non ne hanno inficiato l’attendibilità storica. Nel racconto, peraltro, troviamo una forte motivazione ad esaminare attentamente la nostra posizione rispetto alla religione, poiché questo è il vero motivo per cui Geova Dio l’ha fatto scrivere nella Sua Parola.

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Nel libro biblico di Genesi, ai capitoli da 6 a 8, troviamo il racconto del Diluvio noetico, uno dei racconti biblici oggetto di molte critiche e definito da molti semplice leggenda. La Bibbia narra che causò una catastrofica distruzione di uomini e animali mediante una pioggia torrenziale nel 2370 a.C., ai giorni di Noè. Quel cataclisma, il peggiore di tutta la storia umana, fu mandato da Geova Dio perché uomini malvagi avevano riempito la terra di violenza mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della razza umana. Il giusto Noè e la sua famiglia, otto anime in tutto, insieme agli animali scelti, sopravvissero in un’immensa arca o cassa costruita da quelle persone su progetto fornito da Dio stesso nell’arco di circa 50 anni (cfr. Genesi capitolo 6). I più benpensanti, non potendo negare alcune evidenze, affermano che invece di un disastro mondiale si trattò di un’improvvisa inondazione o nubifragio locale, affermazione che stride molto con i particolari del racconto (è del tutto irragionevole pensare che Noè dedicasse tanti anni per costruire un immenso natante con una capacità di 40.000 m3 per portare in salvo la sua famiglia e pochi animali da una semplice inondazione locale!). Se lo riterrò opportuno mi dedicherò con un apposito post a trattare questo argomento. Per ora mi interessa considerare qualcosa che successe circa 180 anni dopo il Diluvio, narrato nei successivi capitoli 10 (vv. 8-12) e 11 (vv. 1-9) di Genesi e sulle conseguenze che ebbe sul futuro di tutta l’umanità.
Cus generò Nimrod … il primo a divenire potente sulla terra” – Genesi 10:8
In tali versetti si parla di un uomo, un pronipote di Noè, il cui nome è Nimrod. Si dice che era figlio di Cus, il primogenito di Cam, uno dei tre figli di Noè che sopravvissero insieme a lui al Diluvio (cfr. Genesi 10:1,6,8). La particolareggiata testimonianza sulle persone vissute in quel periodo riportata nel capitolo 10 di Genesi accredita l’attendibilità del racconto essendo perfettamente in linea con uno dei metodi scientifici, quello prosopografico, usato nello studio della storia antica in modo particolare. Fatta questa rassicurante premessa, possiamo passare al racconto in questione.
La narrazione biblica descrive Nimrod come il fondatore e il sovrano del primo impero venuto all’esistenza dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:10-12). Il suo regno includeva “Babele ed Erec e Accad e Calne, nel paese di Sinar” (Genesi 10:10). Perciò fu sotto il suo regno che ebbe inizio la costruzione della città di Babele e della sua famosa torre. Viene anche definito “potente cacciatore in opposizione a Geova” (Genesi 10:9). Sul perché di tale dichiarazione, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nella seconda metà del I secolo d.C. e che fu lui stesso un testimone oculare di parte della storia biblica, scrisse: “Nimrod trasformò gradatamente il governo in una tirannia, non vedendo altro modo per sviare gli uomini dal timor di Dio, se non quello di tenerli costantemente in suo potere. Disse inoltre che intendeva vendicarsi con Dio, se mai avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo; perciò avrebbe costruito una torre così alta che le acque non l’avrebbero potuta raggiungere, e avrebbe vendicato la distruzione dei loro antenati. La folla fu assai pronta a seguire la decisione di Nimrod, considerando un atto di codardia il sottomettersi a Dio; e si accinsero a costruire la torre … ed essa sorse con una velocità inaspettata” (Antichità giudaiche, I, 114, 115).
Dopo la costruzione di Babele Nimrod estese il suo dominio all’Assiria dove costruì “Ninive e Reobot-Ir e Cala e Resen fra Ninive e Cala: questa è la grande città” (Genesi 10:11,12). Poiché il nome dell’Assiria deriva da quello di Assur, figlio di Sem, secondogenito di Noè (cfr. Genesi 10:21), Nimrod, nipote di Cam, deve aver invaso il territorio semita. Pertanto il termine appioppatogli di “potente cacciatore” non dovette riferirsi solo alla caccia agli animali, ma anche alle sue guerre di conquista contro gli uomini. La Cyclopædia di M’Clintock e Strong osserva infatti: “Che la potente caccia non si limitasse agli animali è evidente dalla stretta connessione con l’edificazione di otto città … Ciò che Nimrod fece come cacciatore fu il preludio di ciò che fece poi come conquistatore … i monumenti assiri raffigurano molte scene di caccia, e la parola è spesso impiegata in riferimento a campagne militari … Pertanto caccia e battaglia, che nello stesso paese in epoche successive furono così intimamente legate, potrebbero essere qui associate o coincidere. Il senso allora sarebbe che Nimrod fu il primo a fondare un regno dopo il diluvio, per unificare la frammentaria autorità patriarcale e consolidarla sotto di sé come unico capo e signore; e tutto questo in opposizione a Geova, trattandosi di una violenta ingerenza del potere camitico in territorio semita” (Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature,Vol. II, pg. 109).
Nimrod potente cacciatore in opposizione a Geova” – Genesi 10:9
Quanto è storicamente attendibile il racconto di Nimrod e della torre di Babele e, soprattutto, perché è stato riportato nella Bibbia?
Una delle più importanti enciclopedie americane, la Collier’s Encyclopedia, afferma: “Gli studiosi hanno tentato, ma invano di riconoscere Nimrod in vari re, eroi o dèi dell’antichità, fra cui Merodac (o Marduk), un dio assiro-babilonese, Gilgamesh, un eroe babilonese famoso come cacciatore e Orione, un cacciatore della mitologia classica”. Tuttavia in tutto il mondo antico ritroviamo prove della sua esistenza nei miti e nelle leggende di molte popolazioni. È infatti risaputo che alla base del mito e della leggenda di solito si può trovare un evento storico. Ad esempio l’evento del Diluvio si trova nei ricordi di molte antiche popolazioni. Nel libro Myths of Creation, Philip Freund ha calcolato che esistano più di 500 leggende del Diluvio, narrate da più di 250 tribù e popoli. Tali leggende hanno tutte in comune alcuni punti basilari del racconto biblico: menzionano giganti violenti che vivevano sulla terra prima del Diluvio (cfr. Genesi 6:1-4); che un uomo fu avvertito dell’approssimarsi di un diluvio di origine divina (cfr. Genesi 6:13); che esso provocò una distruzione globale (cfr. Genesi 7:19,22); che un uomo sopravvisse alla catastrofe insieme a una o più persone rifugiandosi in una imbarcazione da lui stesso costruita (cfr. Genesi 8:15-18); che i sopravvissuti cominciarono a ripopolare la terra (cfr. Genesi 9:1; 10:1). Semplice coincidenza? …
Uno dei tanti miti racconta la storia di una regina di nome Semiramide che conquistò la Media, l’Egitto e l’Etiopia, e fece costruire le mura di Babilonia e i famosi giardini pensili, una delle sette meraviglie del mondo antico. Secondo la leggenda Semiramide si sposò con Cus, nipote di Noè, da cui ebbe un figlio che chiamò Nimrod. Di lei hanno scritto, seppur con diverse motivazioni, Erodoto di Alicarnasso, scrittore greco del 5° secolo a.C., Beroso, sacerdote babilonese del 3° secolo a.C. nonché Giustino, filosofo e apologeta palestinese del 2° secolo d.C. e Agostino di Ippona, filosofo, teologo, padre e dottore della Chiesa, del 4°/5° secolo d.C. Sempre secondo il mito, Semiramide non fu solo la madre di Nimrod ma ne divenne anche la moglie. Dopo la sua morte Nimrod fu venerato come fondatore, costruttore e primo re della città di Babele e organizzatore del primo impero babilonese, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che venisse deificato con il nome di Marduk. Semiramide, poi, avrebbe partorito un figlio chiamato Tammuz e siccome non poteva aver concepito Tammuz dopo la morte di Nimrod, il suo concepimento venne ritenuto miracoloso e vi si vide la rinascita di Nimrod/Marduk. Nacque così l’immagine della madre con il figlio dio incarnato in braccio. Vi vedete qualche figura venerata tutt’oggi come tale? …. Allo stesso tempo Tammuz e suo padre Nimrod vennero considerati un’unica entità perché Tammuz non era altro che Nimrod incarnatosi miracolosamente. Due persone in un’unica sostanza … non ritrovate questo concetto in qualche dogma attuale? …
Questo Nimrod, quindi, è una figura chiave non solo nella storia popolare, divenendo parte della tradizione di molti paesi del Vicino Oriente, dove il suo nome è tutt’ora presente nelle forme Nimrud o Nimroud, e ritrovandolo in tante poesie didascaliche in sumerico-accadico che narrano le sue epiche gesta, ma soprattutto della storia biblica. Perché? Egli propose un sistema politico che si proponeva di soppiantare il legittimo dominio di Dio sull’umanità, assumendo così dei risvolti religiosi. Il biblista Carl Friedrich Keil, ha scritto di lui: “Il nome stesso, Nimrod, da [maràdh], ‘ci ribelliamo’, indica qualche tipo di resistenza violenta a Dio. È così caratteristico che può essere stato dato soltanto dai suoi contemporanei, diventando così un nome proprio” (Carl F. Keil e Franz Delitzsch, Commentary on the Old Testament). La torre che sotto la direttiva di Nimrod gli abitanti di Babele si apprestarono a costruire doveva essere una testimonianza del carattere religioso del suo regno. L’Encyclopædia Judaica dice al riguardo: “Gli studiosi sono d’accordo che l’edificio a cui si fa riferimento in Genesi 11 è evidentemente una ziqqurat, o torre mesopotamica del tempio. La ziqqurat … era l’elemento centrale dei grandi templi costruiti in tutte le importanti città mesopotamiche”. Il successivo sviluppo della città conferma questa caratteristica. Babele o Babilonia nel corso di tutta la sua storia si distinse specialmente come centro religioso, la cui influenza si estese in molte direzioni. Mischiando politica e religione Nimrod stabilì il modello per tutte le successive alleanze.

Torre di Babele

Gli archeologi hanno portato alla luce nei pressi di Sinar diverse torri templari a gradini simili a piramidi. La Bibbia racconta che i costruttori della torre di Babele utilizzarono mattoni invece di pietre, e bitume come calcina (cfr. Genesi 11:3,4). La New Encyclopædia Britannica dice che in Mesopotamia la pietra era “rara se non del tutto assente” mentre il bitume, una sostanza che deriva dal petrolio, abbonda nella zona, dove fuoriesce dal suolo e poi indurisce. Pertanto nei tempi biblici era apprezzato per le sue proprietà leganti ed era particolarmente “adatto per edifici costruiti con mattoni cotti” poiché li rendeva impermeabili permettendo alle strutture di resistere nel corso del tempo. La stessa enciclopedia poi afferma: “I più antichi documenti scritti, gli unici fossili linguistici che l’uomo può sperare di avere, risalgono solo a circa 4.000 o 5.000 anni fa”. Dove sono stati rinvenuti questi “fossili linguistici” o “documenti scritti”? Sempre nella bassa Mesopotamia, nel sito dell’antica Sinar, proprio dove, secondo la narrazione biblica, Dio confuse l’unica lingua fino ad allora parlata dagli uomini costringendoli a smettere di edificare la torre che nelle loro intenzioni doveva arrivare fino al cielo e rappresentare la loro ribellione contro la volontà di Dio. Ancora una volta le prove tangibili a disposizione concordano con la narrazione biblica.
Geova li disperse di là per tutta la superficie della terra” – Genesi 11:8
Le conseguenze di tale commistione politico-religiosa sono perdurate nei secoli. Infatti, quando Nimrod e i suoi sostenitori intrapresero la costruzione della torre di Babele, che nelle loro intenzioni doveva rappresentare la ribellione contro Geova, Dio manifestò la Sua disapprovazione. In che modo? Leggiamo nel racconto biblico: “Pertanto Geova li disperse di là per tutta la superficie della terra, e un po’ alla volta smisero di edificare la città. Perciò le fu dato il nome di Babele [da balàl, che significa “confondere”], perché là Geova aveva confuso la lingua di tutta la terra” (Genesi 11:5-9). Dio arrestò la loro presuntuosa impresa infrangendo la loro unità d’azione, e lo fece confondendo la loro lingua comune. Se ne deduce che in origine tutti gli abitanti della terra parlavano la stessa lingua. Uno studioso di lingue antiche, Henry Rawlison, membro dell’Accademia dei Lincei, scrisse in merito alla diffusione delle lingue antiche: “Se dovessimo lasciarci guidare dalla semplice intersezione dei sentieri linguistici, e indipendentemente da ogni riferimento alla storia biblica, saremmo ugualmente portati a fissare nella pianura di Sinar l’epicentro da cui si irradiarono le varie linee” (The Journal of the Royal Asiatic Society of Great Britain and Ireland, Londra, 1855, vol. 15, p. 232). Secondo alcune stime oggi in tutta la terra si parlano circa 3.000 diverse lingue e idiomi locali.
L’intervento divino rese impossibile qualsiasi lavoro coordinato e provocò la dispersione di quei ribelli in tutte le parti della terra. Espandendosi in diverse parti della terra i vari gruppi linguistici portarono con sé le loro teorie religiose. Col passar del tempo queste idee, sebbene fossero essenzialmente le stesse, subirono l’influenza delle tradizioni e degli avvenimenti locali. Così da una sola religione sorsero ben presto centinaia di versioni. Attualmente, secondo alcune stime ci sono al mondo 19 religioni principali, che raccolgono più dell’86% della popolazione mondiale, e circa 10.000 religioni minori. Tra le religioni principali, quelle che fanno riferimento al Dio della Bibbia (cristianesimo e ebraismo) sono a loro volta suddivise in oltre 41.000 confessioni diverse, ciascuna con le proprie dottrine e regole di condotta. Mi pare che il nome Babele, che significa ‘confusione’, ben si addice a questo stato di cose!
Perciò le fu dato il nome di Babele” – Genesi 11:9
In lingua accadica Bab-ilu significava “Porta di Dio”. Ma Mosè, lo scrittore di Genesi, fa derivare Babele dal verbo ebraico balài che significa “confondere”, dando così a Babele il significato di “confusione” (cfr. SyVg)
Quali furono alcune delle principali caratteristiche della religione di Babele o Babilonia?
Una studiosa, Petra Eisele, nel suo libro Babilonia – Storia di una mitica città dell’antichità afferma: “Nessuna delle religioni che conosciamo può mettere insieme tanti dèi quanti ne aveva quella sumerico-assiro-babilonese”. Nel libro parla di 500 dèi, dicendo che alcuni degli elenchi più estesi contengono fino a 2.500 nomi. Molti di questi erano venerati localmente come ‘protettori’ della città … Vi viene in mente qualcosa di simile praticato anche oggi? … La New Larousse Encyclopedia of Mythology aggiunge: “i teologi ufficiali di Babilonia fissarono in maniera più o meno precisa la gerarchia degli dèi, dividendoli in triadi”.
Come già sopra accennato, dopo la sua morte Nimrod venne deificato e venerato in una triade di cui facevano parte Semiramide e il figlio Tammuz e, all’interno della stessa triade Nimrod e Tammuz erano considerati un’unica entità perché Tammuz non era altro che Nimrod incarnatosi miracolosamente. Questo stesso concetto lo ritroviamo in molte religioni pagane dell’antichità, egiziane, greche, etrusche, romane, galliche, iraniche, induiste e buddiste nonché nel ‘cristianesimo’ cattolico-ortodosso-protestante. Non dovremo pertanto stupirci di leggere dichiarazioni come queste: “Le origini [della trinità] sono interamente pagane” (Arthur Weigall, The Paganism in Our Christianity, Londra 1928); “Il trinitarismo del IV secolo non rispecchiava accuratamente il primitivo insegnamento cristiano circa la natura di Dio; al contrario, rappresentava una deviazione da tale insegnamento” (Encyclopedia Americana Vol. 27, 1956); “Nei seminari cattolici sono pochi gli insegnanti di teologia trinitaria che prima o poi non si sono sentiti chiedere: ‘Ma come si fa a predicare la Trinità?’ E se da un lato la domanda è sintomatica di confusione da parte degli studenti, dall’altro è forse altrettanto sintomatica di un’analoga confusione da parte dei docenti” (New Catholic Encyclopedia, Washington 1967).
Tornando a Semiramide, la sua figura della madre con il figlio/dio incarnato divenne oggetto di culto in tutto il mondo conosciuto. In Egitto venne rappresentata da Iside con il bambino Horus; presso i greci venne raffigurata da Cerere, la Grande Madre con il bambino al seno; a Roma con la dea Fortuna con in braccio il puer Giove; in India la madre era Devaki e il bambino Krishna. Questa immagine, dopo l’istituzione della ‘chiesa universale’ da parte di Costantino nel IV secolo d.C., entrò a far parte della tradizione ‘cristiana’ con il culto di Maria e il bambino Gesù. Epifanio di Salamina, vescovo e dottore della Chiesa Armena del IV secolo d.C., nella sua opera Panarion, con cui condannava diverse eresie, scrisse: “Certe donne addobbano una specie di carro o di portantina e, dopo avervi steso sopra un telo di lino, in un certo giorno festivo dell’anno vi pongono dinanzi per alcuni giorni una pagnotta che offrono nel nome di Maria. Poi tutte le donne mangiano di quel pane” Egli collegò tale usanza a quanto è scritto nel libro biblico di Geremia, capitolo 7 verso 18, dove Dio fece scrivere: “I figli raccolgono la legna, e i padri accendono il fuoco, e le mogli intridono la pasta per fare torte di sacrificio alla ‘regina dei cieli’; e si versano libazioni ad altri dèi allo scopo di offendermi”. “Regina del cielo” era il titolo di Semiramide, dea moglie e madre del re babilonese Nimrod … sapete oggi a chi viene attribuito? …
Quelli che abitano la terra si sono inebriati col vino della sua fornicazione

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Le processioni religiose sono una caratteristica di molte religioni. Per cattolici, buddisti, induisti e seguaci di altre fedi religiose costituiscono la tradizione e la devozione. Così come lo erano nell’antichità per gli egiziani, per gli assiri, per i greci, per i romani. Dove ebbe origine questa tradizione? Nel Museo di Pergamo a Berlino è stata ricostruita la “Strada delle processioni” di Babele o Babilonia, costruita dal re Nabucodonosor II per il dio Marduk. Su un ciottolo preso da essa si legge questa iscrizione: “Nabucodonosor, re di Babilonia, figlio di Nabopolassar, re di Babilonia son io. La strada di Babele ho lastricata con i ciottoli di Shadu per la processione del grande Signore Marduk”. Alla fine della strada c’è una ricostruzione a grandezza naturale della Porta di Ishtar, un altro imponente rammemoratore dell’antica Babilonia. Ishtar, era la dea del sesso e della fertilità e veniva adorata come “dea madre” e “regina dei cieli”.

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Robert Koldewey, capo degli scavi delle rovine di Babilonia, raccontò: “Una volta vidi l’immagine d’argento, più grande del formato naturale, della Vergine Maria carica di anelli, pietre preziose, oro e argento come offerte votive, portata da quattordici uomini su una lettiga fuori della Cattedrale di Siracusa … Una processione in onore di Marduk, io penso, dovette sembrare come questa quando il dio era portato in trionfo fuori di Esagila, forse attraverso i periboli (cortili sacri) e lungo la grande Via delle Processioni di Babilonia” (C. W. Ceram [Kurt Wilhelm Marek], Gods, Graves, and Scholars, New York; 1954). “Babilonia ... è un paese dimmagini scolpite” (Geremia 50:35,38).
Gli adoratori pagani di Babele o Babilonia credevano anche nell’immortalità dell’anima umana. Lo indicavano seppellendo insieme ai morti oggetti che avrebbero usato nell’altra vita. Essi infatti credevano che la morte fosse solo un passaggio a un altro tipo di vita, in un ipotetico aldilà. In seguito i filosofi greci elaborarono questo concetto, asserendo che gli uomini hanno un’anima immortale. Geova Dio aveva chiaramente detto alla prima coppia di ribelli, Adamo ed Eva, che avessero disubbidito alle sue norme sarebbero morti. Ma la creatura spirituale che fomentò quella ribellione disse che ‘positivamente non sarebbero morti’ (cfr. Genesi 3:1-5). Riprendendo questa menzogna i fautori di una vita dopo la morte affermarono che una invisibile parte interiore delle persone, chiamata ‘anima’, continuava a vivere per sempre. Nimrod la riprese per convincere le persone a combattere e morire per la sua brama di potere. Durante la guerra del Vietnam il cardinale cattolico Francis Spellman disse alle madri dei soldati americani che piangevano i loro figli morti nella cattedrale di St. Patrick a New York che morire in battaglia faceva parte del piano di Dio per popolare il regno dei cieli. In maniera simile al funerale di un soldato ucciso in azione, il pastore di una chiesa luterana che celebrò il servizio, il rev. Martin Haerther, disse: “Quando un soldato muore facendo il suo dovere in una guerra giusta non solo è una morte gloriosa al servizio del paese ma è una fine benedetta per lui … sono sicuro che gli angeli erano lì a portare la sua anima in cielo e ora vive in pace”. Questa falsa dottrina, nata a Babele dopo il Diluvio e successivamente adottata da tutte le false religioni del mondo, ha spinto le popolazioni a praticare il culto dei morti, a credere nell’inferno, nel purgatorio e in molte altre cose.
sulla sua fronte era scritto un nome … “Babilonia la Grande, la madre delle meretrici” – Rivelazione o Apocalisse 17:5
Nell’ultimo libro della Bibbia, Rivelazione o Apocalisse, si parla di una donna simbolica, il cui nome è: “Babilonia la Grande” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:1-5). Viene descritta come una prostituta vestita di porpora e scarlatto, riccamente adornata. Viene pure raffigurata seduta su “molte acque” che rappresentano “popoli e folle e nazioni e lingue” (cfr. vv. 1,15). Viene anche detto che “si glorificò e visse nel lusso sfrenato” (cfr. 18:7). Cosa rappresenta?
Anche su questo c’è molta ‘confusione’. La Chiesa Cattolica ha sempre sostenuto che rappresentasse la Roma pagana, basandosi su quanto scritto nel versetto 9 dello stesso capitolo, dove si parla dei sette monti su cui la prostituta sarebbe anche seduta, identificandoli con i sette colli di Roma. Recentemente però, a seguito della spaccatura verificatasi nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II tra conservatori e progressisti, la frangia conservatrice ritiene che la prostituta apocalittica rappresenti la falsa Chiesa Cattolica sorta dopo il Concilio. Sul versante protestante invece si ritiene che la descrizione dell’Apocalisse rispecchi in pieno la Chiesa Cattolica Romana, con tutta la sua lussuria e i suoi misteri. La cosa strana però è che dopo questa dura condanna la seguono sulla strada dell’ecumenismo camminando a braccetto con lei nelle cerimonie dedicate a tale operazione, come avviene nel caso delle periodiche riunioni ad Assisi.
La Parola di Dio però ci fornisce elementi inequivocabili per la sua vera identificazione.
Il simbolo di una meretrice o fornicatrice ricorre spesso nelle Scritture Ebraiche (VT). La nazione d’Israele fu avvertita di non stringere relazioni con le nazioni di Canaan perché questo l’avrebbe indotta ‘prostituirsi’, con i loro dèi (cfr. Esodo 34:12-16, CEI). Quando poi i regni di Israele e Giuda apostatarono dalla vera adorazione di Geova Dio vennero condannare per aver commesso prostituzione con le nazioni politiche e i loro dèi (cfr. Geremia 3:6-10; Ezechiele 16:28,29). Un uso simile viene fatto nelle Scritture Greche Cristiane (NT). La chiesa cristiana venne paragonata a una vergine promessa sposa a Cristo (cfr. 2Corinti 11:2), perciò il discepolo Giacomo venne ispirato a scrivere di non commettere adulterio spirituale mediante l’amicizia del mondo (cfr. Giacomo 4:4). La prostituzione di “Babilonia la Grande” è di natura simile, infatti è detto che con lei “han commesso fornicazione i re della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:2). I capi religiosi del mondo si sono sempre immischiati, e continuano a farlo, nella politica delle nazioni per acquistare potere e vantaggi. Si sono presentati addirittura candidati per le alte cariche governative. Amano essere al centro dell’attenzione; spesso sui mass-media si vedono immagini che li ritraggono in compagnia di importanti uomini politici. La loro ingerenza negli affari politici mondiali ha anche recato indicibili sofferenze al genere umano. Oltre le guerre di religione che decimarono la popolazione europea a cavallo del XVI e XVII secolo, ricordiamo l’appoggio dato sia da autorevoli esponenti della Chiesa Cattolica e delle chiese protestanti al governo nazista di Hitler, a quello fascista di Mussolini, nonché il supporto che la Chiesa Ortodossa sta dando al governo comunista in Russia. Neanche possiamo dimenticare il ruolo degli Iman nella politica e nelle guerre degli stati islamici o la rilevante parte avuta dai monaci guerrieri buddisti nella storia militare del Giappone. Questi solo per fare alcuni esempi. I rapporti fra religione e politica sono stati causa di guerre, persecuzioni e sventure su vasta scala in tutti i passati 4.000, dalla loro nascita in Babele fino ai nostri giorni.
Un altro aspetto caratteristico di “Babilonia la Grande” è il fatto che è “ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Rivelazione o Apocalisse 17:6). Come l’antica Babele o Babilonia fu una irriducibile nemica del popolo di Dio, la simbolica “Babilonia la Grande” è animata dalla stessa inimicizia nei confronti di chi vuole fare la volontà di Dio. È significativo che Gesù addossò ai capi religiosi del suo tempo la responsabilità di “tutto il sangue giusto versato sulla terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria” (cfr. Matteo 23:29-35). Anche se queste parole furono rivolte ai capi religiosi ebrei, in seguito i capi religiosi del cristianesimo apostata, cattolico e protestante, mostrarono gli stessi sentimenti di odio nei confronti di tutti coloro che nel corso dei secoli cercarono di vivere in armonia con i princìpi biblici. Basta ricordare la Grande Inquisizione o le citate guerre di religione che decimarono la popolazione europea. Durante la I e II Guerra Mondiale molti sinceri studiosi della Parola di Dio vennero imprigionati e uccisi a causa della loro neutralità cristiana. Tutt’oggi vengono imprigionati e vessati da vari regimi totalitari e spesso dietro pressione delle autorità religiose di quei paesi, come sta accadendo in Russia.
Nella visione apocalittica “Babilonia la Grande” viene descritta “vestita di porpora e scarlatto, ed era adorna di oro e pietra preziosa e perle” e vivere “nel lusso sfrenato” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:4; 18:7). Le istituzioni religiose del mondo hanno accumulato beni e ricchezze di ogni genere. I loro luoghi di culto sono pieni di oggetti preziosi il cui valore spesso è inestimabile. Possiedono terreni, immobili, azioni delle più grandi aziende operanti nel mercato mondiale ed investimenti presso i più importanti istituti bancari della terra. I loro esponenti indossano abiti preziosi e vivono una vita dispendiosa mentre la grande maggioranza del popolo dei loro fedeli soffre sotto il loro iniquo dominio.
Per tutti questi aspetti comuni a tutte le religioni della terra, grandi e piccole, non si può identificare l’apocalittica “Babilonia la Grande” in un’unica entità religiosa. Essa rappresenta invece l’insieme di tutte le false religioni del mondo sorte sul modello l’antica religione babilonica. Questo è il retaggio del genere umano prodotto da quel potente cacciatore che circa 4.000 anni fa, non avendo la benedizione del Creatore, non poté completare la sua torre: Nimrod. Questo è il motivo per cui Geova Dio ha fatto scrivere nella Sua Parola la sua storia. Una storia vera, non semplice leggenda, come testimoniò Ernst Böklen, filologo tedesco esperto di mitologia, che scrisse: “ci sono moltissime probabilità che Genesi 11 e storie simili originate da altri popoli si basino su effettive reminiscenze storiche”. Una storia che serve soprattutto a noi oggi per valutare quale tipo di religione stiamo seguendo, perché l’avvertimento dato da Dio riguardo a “Babilonia la Grande” dice: “Uscite da essa, o popolo mio, se non volete partecipare con lei ai suoi peccati, e se non volete ricevere parte delle sue piaghe. Poiché i suoi peccati si sono ammassati fino al cielo, e Dio si è rammentato dei suoi atti d’ingiustizia … Quanto si glorificò e visse nel lusso sfrenato, tanto datele di tormento e lutto. Poiché in cuor suo continua a dire: ‘Siedo regina, e non sono vedova e non vedrò mai lutto’. Perciò in un sol giorno verranno le sue piaghe: morte e lutto e carestia, e sarà completamente bruciata col fuoco, perché Geova Dio, che l’ha giudicata, è forte” (Rivelazione o Apocalisse 18:4-8).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – VI

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 2a parte

Luca 1:1

Anteprima
Avvicinandosi alla fine della sua vita, Giosuè, il condottiero che Geova Dio aveva scelto per guidare gli israeliti nelle conquista della Terra Promessa fece al popolo il suo ultimo ispirato discorso. Tra l’altro disse loro: “voi sapete bene con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che nemmeno una parola di tutte le buone parole che Geova vostro Dio vi ha proferito è venuta meno. Vi si sono avverate tutte. Nessuna parola d’esse è venuta meno” (Giosuè 23:14). Dio aveva promesso ai loro antenati Abraamo, Isacco e Giacobbe, di dare alla loro discendenza il paese di Canaan. La conquista del paese richiedeva di combattere contro i suoi abitanti, gli amorrei, i cananei, i ferezei, i gebusei, i ghirgasei, gli ittiti e gli ivvei, popolazioni che Dio aveva votato alla distruzione a causa della loro religione degradata che prevedeva riti idolatrici e demonici, immoralità sessuale e spargimenti di sangue innocente attraverso i sacrifici di bambini (cfr. Genesi 15:13-16; Levitico 18:25; Deuteronomio 7:1-4). Giosuè, che fu testimone oculare di quegli avvenimenti, mise per iscritto come Dio stesso intervenne in modo miracoloso per dare la vittoria agli eserciti israeliti man mano che si scontravano con le popolazioni residenti. Un esempio emblematico di ciò fu la conquista della prima città che gli israeliti incontrarono sul proprio cammino: Gerico, una città fortificata con alte mura e difesa da eserciti ben agguerriti (cfr. Numeri 13:25-33). Dopo aver fatto superare l’ostacolo del fiume Giordano in piena, Dio spiegò loro in che modo dovevano conquistare quella città. Il racconto di Giosuè narra che gli israeliti fecero esattamente quel che Dio aveva comandato loro e in soli sette giorni la città fu presa (cfr. Giosuè 3:9-17; 6:3-5).
La miracolosa caduta di Gerico ha dell’inverosimile per i fautori della “critica letteraria” della Bibbia, la maggioranza dei quali l’ha definita un romanzo completamente privo di storicità. Nonostante le loro critiche, del tutto prive di un solido fondamento, tali studiosi non hanno potuto non riconoscere che le varie fasi della narrazione biblica corrispondevano esattamente a quello che gli archeologi hanno scoperto scavando tra le rovine di Gerico. Un esauriente riassunto della querelle viene riportata in questo post e lo sottopongo alla valutazione dei lettori del blog perché se ne facciano un’idea.
Tutto questo viene qui esposto insieme ad un altro significativo esempio di come sempre più spesso storia secolare e storia biblica combacino perfettamente: il ritrovamento delle tavolette di Tell el-Amarna e la loro importanza nel supportare l’attendibilità della storia biblica. Mi preme però ricordare che la fiducia dei veri cristiani nell’attendibilità e nell’ispirazione divina del racconto biblico dipende non da vasi frantumati, mattoni rotti e muri sgretolati, ma dall’armoniosa verità spirituale nel suo insieme contenuta nella Bibbia. Sebbene la storia e le scoperte archeologiche avvalorano quanto viene raccontato in questo prezioso libro, sono la sua coerenza interna, la sua onestà, le profezie adempiute e molte altre caratteristiche che forniscono convincenti prove che “tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16).

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Marsia e una tavoletta di Tell el-Amarna (Parigi – Louvre)

Uno dei libri più contestati dai fautori della “critica letteraria” della Bibbia è il sesto della biblioteca divina, il libro di Giosuè. Questo libro è in realtà un racconto di come Dio adempì fedelmente le promesse fatte alla nazione d’Israele e ai loro antenati. Egli promise ripetutamente di dar loro il paese di Canaan, che per questo motivo venne chiamato Terra Promessa. Lo promise ad Abraamo (cfr. Genesi 13:15); a Isacco (cfr. Genesi 26:3); a Giacobbe (cfr. Genesi 35:12); infine anche a Mosè (cfr. Esodo 3:8). Ma, com’è accaduto per molti altri libri delle Scritture Ebraiche (o Vecchio Testamento), il libro di Giosuè è stato oggetto di aspre critiche. Alcuni lo hanno definito un romanzo, altri hanno affermato che sia completamente privo di storicità. Tali critiche, però, in ultima analisi sono risultate del tutto prive di una solida base. Peraltro la sua autenticità è vigorosamente sostenuta dai molti riferimenti che successivi scrittori biblici fanno agli avvenimenti narrati nel libro di Giosuè. I salmisti li menzionano più volte, come anche il governatore Neemia, il profeta Isaia, il primo martire cristiano Stefano, l’apostolo Paolo e il discepolo Giacomo (cfr. Salmi 44:1-3; 135:10-12; Neemia 9:22-25; Isaia 28:21; Atti 7:45; 13:19; Ebrei 11:30,31; Giacomo 2:25).
Circa 900 anni dopo gli avvenimenti narrati da Giosuè, il profeta Geremia narrò addirittura come si era adempiuta una maledizione che Giosuè a suo tempo aveva pronunciato sull’uomo che avesse ricostruito la città di Gerico (cfr. Giosuè 6:26; 1Re 16:34). La storia della conquista di questa città è emblematica per stabilire la fidatezza della narrazione biblica e l’autenticità della sua ispirazione divina. Giosuè, l’uomo che Dio impiegò per attuare e scrivere questa storia, quale successore di Mosè alla guida del popolo ebraico ricevette da Dio l’ordine di soggiogare gli abitanti cananei nella Terra Promessa, perché praticavano un’adorazione del sesso molto degradante e riti idolatrici e demonici, e contaminavano il paese con immoralità, malattie e spargimenti di sangue (cfr. Deuteronomio 20:15-18; Levitico 18:24-30). E Gerico fu la prima città che l’esercito d’Israele incontrò nel paese.
ti ho dato in mano Gerico e il suo re, gli uomini potenti e valorosi” – Giosuè 6:2
La storia si svolse circa 3.500 anni fa, esattamente nel 1473 a.C. Dopo 40 anni di peregrinazione nel deserto gli israeliti si trovavano “nelle pianure desertiche di Moab al di là del Giordano” (Numeri 22:1). Il loro peregrinaggio, decretato da Dio 40 anni prima come punizione per la loro mancanza di fede espressa quando dieci delle dodici spie inviate ad esplorare Canaan fecero un rapporto negativo, era giunto alla conclusione (cfr. (Numeri 13:1–14:38). Durante quei 40 anni tutti gli israeliti che non avevano esercitato fede erano morti e ora i loro figli, come Geova aveva profetizzato (cfr. Numeri 14:22,30,31), si apprestavano ad entrare nel paese. Davanti a loro si presentavano due ostacoli apparentemente insormontabili! Lo scioglimento delle nevi e le piogge primaverili avevano trasformato il Giordano in un fiume in piena, ci si chiedeva quindi come avrebbero fatto circa tre milioni di uomini, donne e bambini, con animali e provviste, ad attraversarlo. Poi, una volta attraversato il fiume, si sarebbero trovati di fronte la città fortificata di Gerico a sbarrare la via d’accesso al paese. Come avrebbero superato quegli ostacoli?
A questo punto la storia biblica narra:
Giosuè diceva ai figli d’Israele … Da questo conoscerete che un Dio vivente è in mezzo a voi, e che immancabilmente caccerà d’innanzi a voi i cananei e gli ittiti e gli ivvei e i ferezei e i ghirgasei e gli amorrei e i gebusei.Ecco, larca del patto del Signore dellintera terra passerà davanti a voi nel GiordanoE deve avvenire che nell’istante in cui le piante dei piedi dei sacerdoti che portano l’arca di Geova, il Signore dell’intera terra, si poseranno nelle acque del Giordano, le acque del Giordano saranno recise, le acque che scendono da sopra, e staranno ferme come una diga. E avvenne che … nell’istante in cui i portatori dell’Arca giunsero al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l’Arca si immersero nell’orlo delle acque … allora le acque che scendevano da sopra si fermavano. Si levarono come una diga molto lontano, ad Adam, città al lato di Zaretan, mentre quelle che scendevano verso il mare dell’Araba, il Mar Salato, si esaurirono. Furono recise e il popolo attraversò di fronte a Gerico.Nel frattempo i sacerdoti che portavano larca del patto di Geova stavano immobili sullasciutto in mezzo al Giordano intanto che tutto Israele passava sullasciutto, finché l’intera nazione ebbe terminato di passare il Giordano” (Giosuè 3:9-17).
Non c’è nulla di trascendentale in questo racconto! Gerico, infatti, si trova in una valle di riverso, un terreno instabile, soggetto a terremoti. Molte volte nella storia registrata, dicono i geofisici, i terremoti hanno causato frane e altre disfunzioni che hanno portato a un blocco del fiume Giordano per un giorno o due. Geova Dio, colui che ha il pieno controllo delle forze della natura, potrebbe aver benissimo utilizzato un terremoto in quella circostanza per fermare le acque del Giordano (cfr. Naum 1:3-6) .
Quando gli abitanti di Gerico sentirono parlare, o furono perfino testimoni, del miracoloso arresto del Giordano in piena, provarono grande timore e sbarrarono tutte le porte di accesso alla città (cfr. Giosuè 5.1; 6:1). Quindi un angelo mandato da Dio apparve a Giosuè e gli illustrò il piano per prendere la città:
voi tutti, uomini di guerra, dovete marciare intorno alla città, facendo il giro della città una volta. Devi fare così per sei giorni.E sette sacerdoti devono portare sette corni di montone, davanti all’Arca, e il settimo giorno dovete marciare intorno alla città sette volte e i sacerdoti devono suonare i corni. E deve avvenire che quando suonano il corno di montone, quando udite il suono del corno, tutto il popolo deve lanciare un grande grido di guerra; e le mura della città devono crollare, e il popolo deve salire, ciascuno diritto davanti a sé” (Giosuè 6:3-5).
Ubbidienti, per sei giorni, una volta al giorno, le forze militari israelite, seguite da sette sacerdoti che suonavano di continuo il corno, dai sacerdoti che portavano l’Arca e infine dalla retroguardia, marciarono intorno a Gerico. Quindi il settimo giorno marciarono intorno alla città sette volte. Nell’ultimo giro intorno a Gerico, al suono del corno il popolo lanciò un forte grido di guerra, e le mura della città crollarono. Gli israeliti allora irruppero nella città e votarono alla distruzione gli abitanti e tutti gli animali domestici (Giosuè 6:12-17,20). Invece, per la benignità manifestata nel nascondere le spie che Giosuè aveva inviato in precedenza ad esplorare la città e i suoi abitanti, Raab, una prostituta della città, e i suoi familiari, al sicuro nella casa di lei sulla parte delle mura che non era crollata, furono conservati in vita (cfr. Giosuè 2:1-24; 6:17). L’intera città fu quindi incendiata.

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Raab la meretrice non fu forse dichiarata giusta per le opere
Al termine dell’ultimo giro del settimo giorno, l’esercito israelita si fermò. I corni tacquero e si fece un gran silenzio. Nella città la tensione era palpabile. Poi Giosuè diede il segnale e un potente grido si levò nell’aria. Probabilmente le guardie sulle mura di Gerico pensarono che quello fosse uno strano modo di attaccare, ma presto dovettero ricredersi. Le possenti mura cominciarono a tremare e a oscillare sotto i loro piedi; poi si spaccarono e crollarono fragorosamente al suolo. Mentre la nuvola di polvere si diradava, però, una parte delle mura si stagliava intatta sullo sfondo. La casa di Raab, una meretrice, era rimasta in piedi, monumento solitario alla fede di una donna (cfr. Giacomo 2:25). Dio aveva rispettato l’accordo che le due spie inviate in precedenza da Giosuè, e che Raab aveva coraggiosamente nascosto nella sua casa, avevano fatto con lei e l’aveva protetta. Lei e la sua famiglia erano salvi! Quando videro quell’unica casa ergersi tra le mura in rovina, gli israeliti capirono che il loro Dio, Geova, era con quella donna. Lei e i suoi familiari furono risparmiati dalla distruzione che si abbatté su quella città malvagia. Dopo la battaglia, Raab ebbe il permesso di dimorare vicino all’accampamento di Israele. A suo tempo entrò a far parte del popolo ebraico e sposò un israelita entrando a far parte della linea di discendenza della famiglia di Gesù. È una delle quattro donne che hanno avuto il privilegio di essere inserite nella genealogia di Gesù menzionata dall’evangelista Matteo (cfr. Matteo 1:5). La sua storia dimostra che nessuno di noi è insignificante agli occhi di Geova. Lui ci vede tutti, legge il nostro cuore ed è felice quando nota anche solo una scintilla di fede, come quella che “accese” il cuore di Raab. Come dice la Bibbia: “la fede segue ciò che si ode” (Romani 10:17). Raab aveva udito resoconti attendibili sulla potenza e la giustizia di Geova Dio, e così aveva riposto fede e fiducia in lui. Oggi anche noi possiamo imparare dai racconti storici molto su Geova, il Dio della Bibbia. Riporremo fede in Lui studiando la sua Parola?
Per decenni gli studiosi hanno tentato di mettere in dubbio questo racconto. Ad esempio Kathleen Kenyon, un’archeologa britannica che ha scavato il sito archeologico di Gerico dal 1952 al 1958, era convinta che all’epoca dell’invasione israelita Gerico non esistesse nemmeno. Anzi sosteneva che la città fosse stata distrutta ben più di un secolo prima! Perciò, il racconto biblico di Giosuè e degli israeliti non godeva di alcun credito presso molti archeologi, la maggior parte dei quali influenzati dal lavoro della Kenyon. Prima ancora della ricercatrice inglese, un altro archeologo inglese, John Garstang, aveva scavato a Gerico dal 1930 al 1936. A quale conclusione era pervenuto? Nel suo libro Jericho and the Biblical Story affermò: “Sintetizzando, la caduta di Gerico ha avuto luogo come descritto nella narrazione biblica. La nostra manifestazione è limitata, però, a osservazioni di rilievo: le mura caddero apparentemente scosse da un terremoto e la città fu distrutta da un incendio, circa nel 1400 a.C. Questi sono i fatti fondamentali risultanti dalle nostre indagini. Il collegamento con Giosuè e gli Israeliti è solo circostanziale, ma sembra essere solido e senza difetto”. Naturalmente le sue conclusioni furono messe in discussione dalla Kathleen. Tuttavia anche lei dovette rilevare, oltre la fortificazione delle mura, che le “pareti e pavimenti erano anneriti o arrossati dal fuoco”, proprio come è narrato nel libro di Giosuè (cfr. Giosuè 6:24 – (Kathleen M. Kenyon, Excavations at Jericho, British School of Archaeology in Jerusalem, 1981).
Una ventina di anni dopo la Kenyon, un altro archeologo, il canadese Bryant Wood, Direttore dell’Associazione per le Ricerche Bibliche, riconosciuto come uno dei maggiori esperti sull’archeologia di Gerico, riesaminando i documenti prodotti sia dall’equipe di Garstang che da quella della Kenyon, rilevò diversi errori metodologici commessi da quest’ultima dando ragione a Garstang. In un articolo pubblicato sul New York Times del 22 febbraio 1990, Wood dichiarò che la Kenyon, la quale aveva basato la sua tesi sul fatto che non aveva trovato alcuna ceramica decorata attribuibile al periodo narrato nella Bibbia, “aveva cercato la ceramica sbagliata e nei luoghi sbagliati. La sua scavatura limitata era avvenuta in un quartiere povero della città” e questo poteva  “rappresentare la sua mancanza di trovare le costose ceramiche cipriote importate prevalenti tra molti cananei”. Nell’articolo Wood parlò anche di un’abbondanza di vasi e ciotole di argilla ritrovati sotto uno strato di cenere spesso un metro insieme a mattoni provenienti dal crollo di un muro e travi, tutti anneriti come da un incendio esteso a tutta la città. Egli ha datato i frammenti di ceramica intorno al 1410 a.C., con uno scarto possibile di 40 anni; questo è in buon accordo con la data in cui, secondo la Bibbia, si combatté la battaglia di Gerico: il 1473 a.C. Infine Wood fece notare come gli scavi rivelavano che le case dell’antica Gerico avevano abbondanti scorte di grano bruciacchiate nei depositi. Questo è interessante, poiché la Bibbia indica che Gerico cadde poco dopo il raccolto primaverile e senza un lungo assedio che la costringesse alla fame. Perciò tale particolare conferma altre due circostanze in armonia con il racconto biblico: 1) che l’assedio durò solo pochi giorni, sette secondo la narrazione, 2) che gli israeliti non presero come bottino i cereali di Gerico poiché Dio aveva comandato loro di non toccare nulla (cfr. Giosuè 6:17,18).
A sostegno dell’intero racconto biblico della conquista di Gerico, nello stesso articolo venne riportato il commento del dottor Amos Nur, un geofisico della Stanford University – CA, USA, il quale affermò: “La combinazione, distruzione di Gerico e stop del Giordano è così tipico dei terremoti in questa regione che solo pochi dubbi possono essere lasciati alla realtà di tali eventi narrati da Giosué”. E in una relazione redatta dallo stesso Nur insieme Ze’ev Reches del Weizmann Institut di Rehovot, in Israele e pubblicata sulla rivista New Scientist del 7 giugno 1979 i due affermano: “Fu probabilmente per un terremoto che le acque del Giordano si fermarono, permettendo a Giosuè e ai suoi uomini di attraversarlo. In 10 dei 30 terremoti documentati, inclusi quelli del 1834, 1906 e 1927, il Giordano smise di scorrere per uno o due giorni a causa di frane di fango prodotte da terremoti” e anche “Le rovine delle mura di Gerico … risultano essere cadute in una sola direzione, a indicare che fu un terremoto a farlo crollare”. Per questo motivo il dottor Ephraim Isaac, direttore dell’Istituto di studi semitici della Princeton University, NJ – USA, ha dichiarato: “Non c’è dubbio che parecchie informazioni che si trovano nella Bibbia contengono un briciolo di verità” (ibid.) … Briciolo di verità?
In un articolo pubblicato il 1° maggio 2008 sulla rivista dell’Associazione per le Ricerche Bibliche, intitolato: “Did the Israelites Conquer Jericho? A New Look at the Archaeological Evidence” il gia citato prof. Wood riassunse tali “briciole” in questi termini: ““La città era fortificata” (Giosuè 2:5,7,15; 6:5,20); “L’attacco è avvenuto poco dopo il raccolto nel tempo in primavera” (Giosuè 2:6; 3:15; 5:10); “Gli abitanti non hanno avuto la possibilità di fuggire con i loro prodotti alimentari” (Giosuè 6:1); “L’assedio è stato breve” (Giosuè 6:15); “Le pareti erano state livellate da un terremoto” (Giosuè 6:20); “La città non fu saccheggiata” (Giosuè 6:17,18); “La città fu bruciata” (Giosuè 6:24)””. Perciò concluse la sua lunga argomentazione dicendo: “la correlazione tra le testimonianze archeologiche e la narrazione biblica è sostanziale”.

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la città deve divenire una cosa votata alla distruzione
Nell’antichità era normale che gli aggressori assediassero le città fortificate. A prescindere dalla durata di un assedio, i vincitori saccheggiavano le ricchezze della città, inclusi gli eventuali viveri rimasti. Tra le rovine di Gerico, però, gli archeologi hanno rinvenuto ingenti scorte di cibo. A tal riguardo una pubblicazione specializzata afferma: “A parte le ceramiche, i cereali sono l’elemento più abbondante che è stato riportato alla luce … Questo non ha precedenti nella storia dell’archeologia in Palestina. È possibile ritrovare una o due giare di cereali, ma rinvenirne una tale quantità è un fatto del tutto eccezionale” (Biblical Archaeology Review). Stando alla descrizione biblica, gli israeliti avevano buoni motivi per non prendere come bottino i cereali di Gerico. Geova Dio aveva comandato loro di non toccare nulla (cfr. Giosuè 6:17,18). Gli israeliti attaccarono in primavera, poco dopo la mietitura, per cui le scorte di cereali erano abbondanti (cfr. Giosuè 3:15-17; 5:10). E il fatto che a Gerico fosse rimasta una grande quantità di cereali indica anche che l’assedio degli israeliti fu di breve durata, esattamente tutto come descrive la Bibbia.
A molti piace viaggiare e visitare i meravigliosi luoghi che la nostra Terra, pianeta unico nell’universo, ci presenta nonché le testimonianze della storia sullo sviluppo dell’umanità (cfr. Giobbe 38:4,7). Una visita che certamente non manca quando visitiamo importanti città è quella ai loro musei. Per chi si reca a Parigi una tappa generalmente obbligata è la visita al Louvre. Questo celebre Museo contiene circa 80.000 antichità orientali, 35.000 antichità egiziane e altrettante greche e romane nonché inestimabili collezioni di dipinti confiscati ai re e ai nobili francesi al tempo della rivoluzione o portate lì come bottino durante le guerre napoleoniche, oltre a quelle provenienti da donazioni private. Di sicuro ricorderete il dipinto più famoso in esso conservato, la “Monna Lisa” di Leonardo da Vinci davanti al quale sostano incantati i suoi circa 9 milioni di visitatori ogni anno.
Ci sono però nel sito altri reperti meno conosciuti dal grande pubblico, ma di inestimabile valore storico per gli studiosi. Ad esempio, nella galleria chiamata Salone delle Cariatidi è esposta una statua segnata “542 MARSIA” (vedi figura iniziale), una statua pagana risalente al terzo secolo a.C. che illustra il vero significato col quale si usavano nelle Scritture Greche Cristiane (il Nuovo Testamento) le parole stauros e xylon in riferimento all’esecuzione di Cristo, poiché Marsia è rappresentato mentre è scorticato vivo da Apollo sul tronco diritto di un albero, non su una croce (per maggiori informazioni su questo argomento vi rimando al mio post  del 19 aprile 2014 – LA TUA PAROLA È VERITÀ – XXXIII – https://gi1967.wordpress.com/2014/04/19/la-tua-parola-e-verita-xxiii/). Comunque dopo il Salone delle Cariatidi i visitatori possono accedere a un corridoio sotterraneo debolmente illuminato, chiamato Cripta di Sully. Qui in una cassa di vetro si possono osservare, tra gli altri manufatti, due delle famose tavolette di Tell el-Amarna, documenti storici di grande valore a sostegno dell’affidabilità del racconto storico biblico.
Davide catturava la fortezza di Sion” – 2Samuele 5:7
Tell el-Amarna e una località a circa 270 km a S del Cairo. Qui nel 1887 una contadina trovò per caso delle tavolette d’argilla che portarono alla scoperta di numerosi documenti in accadico (una scrittura cuneiforme) provenienti dagli archivi reali di Amenofi III e di suo figlio Ekhnaton. Le 379 tavolette pubblicate e conservate oltre che al Louvre anche nel British Museum di Londra, nel Pergamonmuseum di Berlino e nel Museo Egizio del Cairo, comprendono la corrispondenza inviata al faraone dai principi vassalli di numerose città-stato della Siria e della Palestina, tutte località menzionate nella Bibbia come Meghiddo (cfr. Giudici 5:19), Hazor (cfr. Giudici 4:2), Sichem (cfr. Giudici 21:19), Lachis (cfr. Giosuè 10:31,32), Ebron (cfr. Giosuè 10:36,37), Acco (cfr. Giudici 1:31), Acsaf (cfr. Giosuè 11:1), Gaza (cfr. Giudici 6:3,4), Sunem (la città natale dell’avvenente ragazza sulammita del cantico di Salomone – cfr. Cantico dei Cantici 6:13), e fra queste anche alcune lettere del governatore di Urusalim (Gerusalemme), e rivelano un quadro di violente faide e intrighi del tutto concorde con la descrizione che ne fanno le Sacre Scritture. Per esempio, la Bibbia dice che Gerusalemme fu governata da re cananei fino a quando, verso il 1070 a.C., Davide conquistò la città (cfr. Giosuè 10:1; 2Samuele 5:4-9). Per tanto tempo gli studiosi hanno messo in dubbio la storicità di questo racconto ma sei delle tavolette ritrovate a Tell el-Amarna erano state scritte da un certo Abdi-Heba, sovrano di Gerusalemme. Pertanto una rivista specializzata (Biblical Archaeology Review, maggio/giugno 1994) ha dichiarato: “Nelle tavolette di Tell el-Amarna, il diretto riferimento a Gerusalemme come città e non come proprietà terriera e ad Abdi-Heba come … sovrano, con tanto di residenza e 50 soldati egiziani di guarnigione a Gerusalemme, suggerisce l’idea che la città fosse un piccolo regno collinare … Possiamo essere certi, sulla base delle lettere di Tell el-Amarna, che all’epoca esisteva una città di una certa importanza per quel tempo”.
Per quanto riguarda l’aspetto dottrinale, invece, le tavolette di Tell el-Amarna confermano che uno dei principali insegnamenti del cristianesimo apostata, cioè che l’uomo sia fornito di un anima immortale che sopravvive alla morte del corpo, non è di origine biblica ma risale all’antica Babilonia. Si legge, infatti, in un testo storico: “Nel mondo antico Egitto, Persia e Grecia subirono l’influenza della religione di Babilonia … come risulta dalle tavolette di Tell el-Amarna, ci furono certo molte opportunità di intrusione di idee e usanze babilonesi nei culti egiziani.  In Persia il culto di Mithra rivela l’evidente influenza di concetti babilonici … La forte aggiunta di elementi semitici sia nell’antica mitologia greca che nei culti ellenici è ora così universalmente riconosciuta dagli eruditi da non richiedere ulteriori commenti. Questi elementi semitici sono in gran parte prettamente babilonesi” (Morris Jastrow jr, The Religion of Babylonia and Assyria). Perché questo riconoscimento è importante? Secondo la Bibbia la città di Babele, o Babilonia, fu fondata da Nimrod, pronipote di Noè. Questi non solo era un individuo “in opposizione a Geova”, ma lui e i suoi seguaci volevano farsi “un nome celebre” (cfr. Genesi 10:8-10; 11:1-4). Perciò, fondando la città e costruendovi una torre, Nimrod diede inizio a una religione diversa da quella approvata da Dio e praticata dai superstiti del Diluvio. Allorché Nimrod morì di morte violenta, i suoi seguaci iniziarono a venerarlo come fondatore, costruttore e primo re della loro città. Fu così che nacque l’idea che ci fosse un’anima immortale che sopravvivesse alla morte. Quando Dio poi sventò il piano dei costruttori della torre di Babele, confondendo la loro lingua e costringendoli a disperdersi “di là per tutta la superficie della terra” (cfr. Genesi 11:5-9), dovunque andassero, portarono con sé le loro credenze religiose. In questo modo gli insegnamenti religiosi babilonici — compreso quello dell’immortalità dell’anima — si diffusero in tutta la terra e divennero il fondamento delle principali religioni del mondo. Fu così che si diede inizio a un impero mondiale della falsa religione, che include il cristianesimo apostata, appropriatamente descritto nella Bibbia col nome di “Babilonia la Grande, la madre delle meretrici e delle cose disgustanti della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:5).
Cosa confermano, dunque, tutte queste testimonianza? Sempre più racconti biblici trovano il sostegno di moderne scoperte scientifiche e archeologiche, per cui obiettivamente si può affermare che la Bibbia è tutt’altro che una raccolta di falsità in cui di tanto in tanto si trova “un briciolo di verità”. Come dice la Bibbia stessa: “Sia Dio trovato verace, benché ogni uomo sia trovato bugiardo” (Romani 3:4).
E c’è dell’altro! … …
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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
Potete vedere un video sulla conquista di Gerico e altri avvenimenti narrati nel libro di Giosuè cliccando il link di seguito riportato (il video è tratto da: JW Broadcasting – TV Online)

https://tv.jw.org/#it/mediaitems/VODBibleAccounts/pub-ivnwf_x_VIDEO

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – V

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 1a parte

Luca 1:1

Anteprima
Molti accusano la Bibbia di essere un libro pieno di miti e leggende. Su quali basi viene formulata tale insinuazione? La più gettonata è la cosiddetta ‘critica letteraria’ (o ‘metodo storico-critico’) supportata perfino da studiosi che si dichiarano ‘cristiani’, non a caso viene insegnata in molti seminari teologici. Cos’è la ‘critica letteraria’? Con tale espressione generalmente ci si riferisce a uno studio della Bibbia basato su dettagli relativi all’autore, alla fonte del materiale e all’epoca in cui fu scritto ciascun libro. Come risultato i fautori di tale metodologia considerano la Bibbia poco più che il racconto dell’esperienza religiosa popolo ebraico mettendone in discussione l’ispirazione divina e il suo valore ai fini della salvezza.
Tale metodica fu sviluppata verso la fine del XIX secolo, in concomitanza con un’altra teoria, quella dell’evoluzione della specie, entrambe miranti a sminuire l’autorità della Bibbia non solo per quanto riguarda la sua veridicità storica ma soprattutto per inficiarne il suo valore morale e il suo messaggio di speranza. Paladini delle due teorie furono Charles Darwin, le cui ipotesi non hanno ancora trovato conferme scientifiche, e Julius Wellhausen di cui non è stata ancora rinvenuta nemmeno una delle presunte fonti documentali a supporto della sua tesi.
Al contrario, prendendo come esempio proprio quella parte della Bibbia più contestata dai seguaci di dette teorie, il Pentateuco (come vengono definiti i primi cinque libri della Bibbia), che contiene la storia delle origini dell’umanità e del popolo ebraico, si può rilevare non solo quanto la Bibbia possa essere in armonia con ciò che è scritto sui libri di testo scientifici (cosa che vedremo in seguito con un apposito post) ma quanto la storia in essa narrata corrisponde alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche del tempo e dei luoghi a cui si riferisce producendo un complesso di prove che dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la sua veridicità anche laddove, per motivi non certo dipendenti da una sua intrinseca carenza ma dovuti all’operato umano, non siano state trovate testimonianza dirette a suo supporto. Ad esempio il racconto di Mosè e della liberazione dalla schiavitù egiziana del popolo di Israele, anche se non sono state trovate testimonianza dirette, certamente dovute alla pratica dei governanti egiziani di non lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio e di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, sotto qualsiasi aspetto la si analizza corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile, e questa è proprio la conclusione a cui pervenne uno studioso al termine delle sue ricerche, il quale affermò: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango” (Jonathan Kirsch, Moses – A Life, Random House Publishing Group – 2009).
Esaminiamone alcuni aspetti …

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In un articolo pubblicato sulla pagina “Cultura e Scienza” del quotidiano La Repubblica del 22 novembre 1997 si leggeva:
“Molti studiosi ritengono che la Bibbia, pur basandosi in parte su fatti realmente accaduti, ne distorca lo svolgimento, aggiungendo personaggi e situazioni di fantasia. Quasi tutti concordano sulla veridicità del racconto biblico della storia del popolo di Israele a partire dall’epoca di Davide in poi, dato che esistono altre fonti a corroborare gli eventi. Ma tutto il periodo precedente è oggetto di acerrime diatribe, che vedono gli esperti schierati su fronti contrapposti e spesso impossibili da conciliare. Tralasciando il problema della Creazione, che vede ancor oggi, specialmente negli Usa, potenti gruppi creazionisti combattere l’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole di ogni ordine e grado, tutta la parte della Bibbia che riguarda i patriarchi, l’Esodo e la conquista della Palestina rimane in un limbo scientifico”.
Uno di tali “studiosi” è stato certamente Julius Wellhausen, un teologo, storico, orientalista, studioso biblico e islamista tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il quale elaborò la teoria dell’ipotesi documentale secondo cui i primi sei libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Giosuè) sarebbero stati scritti nel V secolo a.C., cioè circa mille anni dopo gli avvenimenti narrati, integrando fra loro racconti di epoche precedenti o tradizioni tramandate nel tempo in forma orale e poi messe per iscritto. Egli, quindi, considerò tutta la storia narrata nella prima parte delle Scritture Ebraiche “non storia letterale, ma tradizioni popolari del passato” (Encyclopædia Britannica, 1911, Vol. xi, pp. 580, 581). L’ipotesi di Wellhausen ha fatto scuola tra i critici della Bibbia svolgendo un ruolo molto importante per la nascita della critica storica nell’esegesi biblica. Perché?
Uno dei critici più famosi della tesi di Wellhausen, Gleason Leonard Archer, Jr., biblista e teologo, professore di Antico Testamento e lingue semitiche presso la Trinity Evangelical Divinity School di Deerfield, Illinois, USA, nonché membro del comitato di traduzione della New American Standard Bible e della New International Version – la Bibbia in inglese più diffusa e venduta nel XX secolo – ha così spiegato la ragione del successo di tale tesi: “la scuola di Wellhausen partì dal mero presupposto (la cui fondatezza i suoi seguaci non si sono preoccupati molto di dimostrare) che la religione d’Israele fosse di origine puramente umana come qualunque altra, e che dovesse essere spiegata come un semplice prodotto dell’evoluzione” (A Survey of Old Testament Introduction). In altre parole, Wellhausen e i suoi seguaci partirono dal presupposto che la Bibbia fosse solo la parola dell’uomo, e poi su ciò basarono i loro ragionamenti. Tale procedura era in linea con un’altra teoria che allora stava prendendo piede tra gli studiosi, quella dell’evoluzione umana elaborata da Charles Darwin ed entrambe servivano allo stesso scopo: l’evoluzione eliminava il bisogno di credere in un Creatore mentre la critica letteraria di Wellhausen implicava che non era necessario credere che la Bibbia fosse ispirata da Dio.
Oggi però entrambe le teorie vengono messe in discussione dalla maggioranza dei moderni studiosi per la mancanza di prove autentiche. Esaminerò più avanti la questione dell’evoluzione umana e in tale occasione anche i racconti storici sulla creazione narrati nel libro di Genesi, per ora concentrerò la mia ricerca sulla storia biblica e mi piace partire dalla dichiarazione di uno dei più grandi ed eclettici scienziati di tutti i tempi, Sir Isaac Newton che una volta disse: “Trovo segni più sicuri di autenticità nella Bibbia che in qualsivoglia storia profana” (Richard Watson, Two Apologies, Londra, 1820).
Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè” – 2Cronache 34:14
Parto dall’inizio della narrazione biblica sulla storia di Israele, proprio quella messa in discussione da Wellhausen e compagni. Esdra, studioso, esperto copista ebreo vissuto nel V secolo a.C., cioè in un periodo storicamente documentato secondo lo stesso Wellhausen, in uno dei libri biblici di cui fu autore, narrando i fatti relativi alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme, dopo la deportazione Babilonese, da parte del re Giosia, scrisse: “Or mentre traevano fuori il denaro che era stato portato alla casa di Geova, Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè.Ilchia rispose dunque e disse a Safan il segretario: “Nella casa di Geova ho trovato il medesimo libro della legge”. Allora Ilchia diede il libro a Safan … E Safan il segretario continuò a riferire al re, dicendo: “Ilchia il sacerdote mi ha dato un libro”. E Safan leggeva da esso davanti al re” (2Cronache 34:14-18). In quella circostanza Esdra non fece altro che confermare lo stesso avvenimento narrato da un altro scrittore biblico, Geremia, circa 180 prima (cfr. 2Re 22:8-10). Abbiamo pertanto due testimonianze storiche che il “libro della Legge”, cioè il Pentateuco, o i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) vennero scritti da Mosè. Chi era Mosè e in che periodo visse?
Il racconto biblico narra che Mosè era figlio di genitori ebrei immigrati in Egitto e ridotti in schiavitù dagli egiziani. Quando nacque la sua vita venne messa in pericolo dall’ordine del Faraone egiziano di uccidere i figli maschi degli israeliti appena nascevano (cfr. Esodo 1:15-22). Per evitare che fosse ucciso i genitori di Mosè lo misero in una cesta di papiro e lo affidarono alle acque del fiume Nilo. Qui venne ritrovato dalla figlia del Faraone che lo adottò come suo figlio (cfr. Esodo 2:1-10). Tutti miti? … Un noto commentario biblico osserva che fare il bagno nelle acque del fiume Nilo “era una pratica comune nell’antico Egitto” (Expositor’s Bible Commentary, edito da Sir William Robertson Nicoll); sul perché di tale pratica un altro dizionario afferma: “Il Nilo veniva adorato come emanazione … di Osiride, e alle sue acque era attribuita una particolare capacità di infondere vita e fertilità” (Frederic Charles Cook, Bible Commentary). Inoltre l’archeologa ed egittologa inglese Joyce Tyldesley nel libro Daughters of Isis: Women of Ancient Egypt spiega: “Le donne egizie avevano raggiunto la parità con gli uomini. Godevano degli stessi diritti sul piano civile ed economico, almeno in linea teorica, e … potevano adottare figli”. Tuttavia studiosi come Wellhausen considerano questi avvenimenti frutto dell’immaginazione perché, a loro parere, non esiste alcuna evidenza archeologica sugli anni in cui gli israeliti soggiornarono in Egitto. In un suo libro sull’argomento (Israel in Egypt), però, l’egittologo James Hoffmeier afferma: “I dati archeologici dimostrano chiaramente che l’Egitto era frequentato dalle popolazioni del Levante [i paesi del Mediterraneo orientale], soprattutto in conseguenza di fenomeni climatici che determinavano siccità … Pertanto, per un periodo che va grosso modo dal 1800 al 1540 a.C. l’Egitto fu una meta ambita per le migrazioni delle popolazioni dell’Asia occidentale di lingua semitica”. La cronologia biblica indica l’anno 1593 a.C. come data di nascita di Mosè e l’anno 1513 a.C. quale data della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana. Un altro studioso, Jonathan Kirsch, laureato in storia russa ed ebraica presso la California University – Santa Cruz, USA, nel suo libro Moses – A Life ha scritto: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango”. Se ne deduce che tutto ciò che la Bibbia narra riguardo al salvataggio di  Mosè, alla sua adozione e al suo ruolo nell’adempimento del proposito di Dio corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile.

Il mio libro di racconti biblici

La figlia di Faraone … provò compassione per lui, benché dicesse: “Questo è uno dei piccoli degli ebrei”” – Esodo 2:5,6
Per gli israeliti la nascita di un figlio maschio era motivo di grande allegrezza. Significava che la linea di discendenza si sarebbe perpetuata e che l’eredità terriera sarebbe rimasta in mano alla famiglia. Perciò quando ad Amram e a Iochebed nacque un figlio maschio la loro gioia fu grande. Tuttavia la sopravvivenza del bambino fu minacciata da un ordine emanato dal Faraone egiziano il quale, preoccupato per il rapido incremento demografico della popolazione ebraica in territorio egiziano, comandò che tutti i neonati di sesso maschile venissero messi a morte (cfr. Esodo 1:12,15-22). Pertanto Iochebed, la madre, fece una cesta con fusti di papiro, la cosparse di bitume e pece, quindi vi mise il suo bambino e la poggiò tra le canne sulla riva del fiume Nilo (cfr. Esodo 2:3). Intanto la figlia femmina di Iochebed, Miriam si appostò nei pressi per vedere cosa sarebbe successo. Quando arrivò la figlia del Faraone per bagnarsi nel Nilo, secondo l’usanza degli egiziani i quali credevano che le sue acque avessero il potere di rendere fecondi e persino di allungare la vita, si accorse subito del bambino e capì che era figlio di ebrei. Mossa a compassione prese con se il bambino e lo adottò come suo proprio figlio mettendogli nome Mosè, che significa “salvato dall’acqua” (cfr. Esodo 2:10). A parte la benignità umana, è possibile che la principessa egiziana fosse spinta a quel gesto dalla credenza popolare egiziana secondo cui per entrare in cielo bisognava aver compiuto buone azioni durante la vita. Circa 1660 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo fece riferimento a quell’episodio confermando la storicità del gesto compiuto da Amram e Iochebed di nascondere il loro bimbo e additandolo come un atto di fede (cfr. Ebrei 11:23). Entrambi quei genitori erano timorati di Geova Dio e dimostrarono fiducia nel suo potere salvifico, per questo vennero benedetti.
Io sono Geova tuo Dio fin dal paese d’Egitto” – Osea 13:4
Chi si chiede come mai non esistono testimonianze dirette sulla vita di Mosè in Egitto, della schiavitù degli israeliti e della loro liberazione, non dovrebbe dimenticare che in quel paese, come in molti paesi del Medio Oriente, la documentazione storica era inseparabilmente legata al sacerdozio, sotto la cui tutela erano istruiti gli scribi. Difficilmente, quindi, poteva essere riportato il completo fallimento degli dèi d’Egitto, che non erano riusciti a impedire la sciagura che per volere del Dio di Israele si era abbattuta sull’Egitto e sulla sua popolazione. Quegli avvenimenti sono stati deliberatamente omessi dai documenti egiziani. Tuttavia il soggiorno di Israele in Egitto rimase impresso in modo indelebile nella memoria della nazione, e la sua liberazione miracolosa da quel paese era ricordata di continuo come una prova evidente della divinità di Geova, il Dio di Israele (cfr. Esodo 19:4; Levitico 22:32,33; Deuteronomio 4:32-36; 2Re 17:36; Ebrei 11:23-29). Ciò che accadde agli israeliti in Egitto venne scritto nella Legge mosaica (cfr. Esodo 20:2,3; Deuteronomio 5:12-15); era la ragione per cui nei secoli successivi celebravano la Pasqua (cfr. Esodo 12:1-27; Deuteronomio 16:1-3), e servì loro di norma nei rapporti coi residenti forestieri (cfr. Esodo 22:21; Levitico 19:33, 34) e coi poveri che si erano venduti schiavi (cfr. Levitico 25:39-43,55; Deuteronomio 15:12-15); fornì il motivo legale per la scelta e la santificazione della tribù di Levi per il servizio sacerdotale nel santuario (cfr. Numeri 3:11-13). Inoltre i regni di Canaan e i popoli dei paesi vicini provavano un timore reverenziale a motivo delle notizie circa la potenza manifestata dal loro Dio contro l’Egitto, che aveva spianato a Israele la via della conquista del paese (cfr. Esodo 18:1,10,11; Deuteronomio 7:17-20; Giosuè 2:10,11; 9:9), e che fu ricordata per secoli (1Samuele 4:7,8). In tutto il corso della sua storia, la nazione d’Israele inneggiò a questi avvenimenti nei suoi cantici (cfr. Salmi 78:43-51; 105 e 106; 136:10-15). Come avrebbero potuto farlo se si fosse trattato solo di miti e leggende?
Infine, alcuni hanno espresso il proprio scetticismo sui 40 anni di permanenza del popolo di Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. L’idea che circa tre milioni di Israeliti, tanti erano secondo le cronache bibliche, siano vissuti per tutto quel periodo nel deserto sembra loro impossibile: dove trovarono l’acqua e il cibo necessario? (cfr. Esodo 12:37,38; Deuteronomio 29:2-6) C’è però da tener presente che prima di assumere il suo incarico di condottiero del popolo ebraico Mosè era vissuto per 40 anni nello stesso deserto al servizio, come pastore, del suocero, Ietro (cfr. Esodo 3:1; Atti 7:29,30). Pertanto conosceva bene le condizioni di vita nella zona e i luoghi in cui trovare acqua e viveri. Sebbene oggi non sia possibile tracciare con assoluta precisione l’itinerario dell’Esodo, dato che non si può stabilire con certezza l’ubicazione delle varie località menzionate nel racconto biblico, alcune di esse sono state generalmente identificate. Ad esempio Mara, uno dei primi luoghi in cui gli israeliti si accamparono nella penisola del Sinai, viene identificata con ʽEin Hawwara, 80 chilometri a SSE dell’odierna Suez (cfr. Esodo 15:23; Numeri 33:8). In quel luogo gli Israeliti trovarono l’acqua ma aveva un gusto sgradevole, per questo lo chiamarono Mara. Pur essendo stati solo da poco liberati dalla minaccia egiziana al Mar Rosso, quando si resero conto che l’acqua di quel luogo era imbevibile, mormorarono rivelando mancanza di fede. Allora, per ordine di Geova, Mosè gettò un albero nell’acqua ed essa diventò dolce. La Bibbia non specifica di che albero si trattasse e perciò non è possibile identificarlo ma Geova può aver indicato a Mosè un particolare tipo di albero che aveva la proprietà naturale di rendere l’acqua potabile, è infatti risaputo che la corteccia di alcuni alberi possiede questa caratteristica. Elim, la seconda località in cui si accamparono, viene tradizionalmente identificata con il Wadi Gharandel, circa 88 chilometri a SSE di Suez (cfr. Esodo 15:27; Numeri 33:9,10). Tale località è nota come luogo di rifornimento d’acqua, ricco di vegetazione e di palme, esattamente come la biblica Elim che aveva “dodici sorgenti d’acqua e settanta palme”.

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Luogo dove gli israeliti attraversarono il Mar Rosso

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Gli egiziani che vedete oggi non li vedrete più, no, mai più” – Esodo 14:13
Sul percorso effettuato dagli israeliti appena liberati dalla schiavitù egiziana gli studiosi hanno elaborato diverse ipotesi. La più gettonata è che, lasciata la città di Rameses da dove partirono, si diressero verso la regione del delta del Nilo e di lì passarono nella penisola del Sinai attraversando la zona acquitrinosa dei Laghi Amari, a Nord dell’attuale Suez. Tali ipotesi però non è supportata dalla dettagliata narrazione biblica. A quel tempo la capitale dell’Egitto era Menfi. Pertanto il punto di partenza della marcia dell’Esodo doveva essere abbastanza vicino a Menfi perché la notte di Pasqua Mosè potesse essere convocato dal faraone dopo mezzanotte e raggiungere poi Rameses in tempo per iniziare la marcia verso Succot prima che terminasse il 14° giorno di nisan (cfr. Esodo 12:29-31, 37). Sempre la narrazione biblica afferma poi che gli israeliti “partivano da Succot e si accampavano a Etham al margine del deserto” (Esodo 13:20). Lì Dio ordino a Mosè di ‘tornare indietro e accamparsi davanti a Piairot … presso il mare’. Piairot era una località situata nella stretta pianura che costeggia l’estremità sudorientale della catena montuosa del Gebel ʽAtaqah, circa 20 km a SO di Suez. Lo scopo di tale manovra era quello di far credere al Farone, che ci aveva ripensato sulla loro liberazione, che gli israeliti stessero “errando in confusione” (cfr. Esodo 14:1-3). Incoraggiato da questo pensiero il Faraone si lanciò all’inseguimento con 600 carri da guerra scelti, con tutti gli altri carri da guerra d’Egitto con il loro equipaggio di guerrieri, con la cavalleria e tutte le sue forze militari e raggiunse Israele a Piairot. Da un punto di vista strategico la posizione degli israeliti era pessima poiché erano stretti fra il mare e i monti, con gli egiziani che precludevano la ritirata. Ma Dio intervenne di nuovo comandando a Mosè di alzare la sua verga e le acque del mare si aprirono, lasciando il letto asciutto perché Israele potesse passare (cfr. Esodo 14:10-21). C’è da notare che in quel punto il fondo marino degrada dolcemente da entrambe le parti a motivo di banchi di sabbia che si estendono per oltre 3 km. La profondità massima verso il centro del percorso è di circa 15 m. La distanza da una riva all’altra è di 10 km circa. Per consentire la traversata degli israeliti, una popolazione di circa tre milioni di persone, in una sola notte il mare dovette aprirsi su un fronte piuttosto ampio, almeno da 1,5 a 3 km o più. Questo è confermato dal fatto che quando gli egiziani si lanciarono all’inseguimento con le loro ingenti forze si riversarono compatti nel letto asciutto del mare. Ancora una volta Geova intervenne togliendo le ruote dai loro carri e gettando gli egiziani in confusione. Quando, sul far del mattino tutti gli israeliti giunsero sani e salvi sulla riva orientale del Mar Rosso Mosè ricevette il comando di stendere la mano affinché le acque si richiudessero sugli egiziani. Mentre le pareti d’acqua si richiudevano, gli egiziani cercarono di fuggire verso la riva occidentale, ma le acque continuarono a convergere su di loro finché tutti i carri da guerra e la cavalleria dell’esercito del faraone furono completamente sommersi: non scampò nessuno. È ovvio che una travolgente inondazione del genere sarebbe stata impossibile in una palude. Inoltre in un acquitrino poco profondo i cadaveri non sarebbero stati trascinati dalle onde sulla spiaggia, come in effetti avvenne, tanto che “Israele vide gli egiziani morti sulla spiaggia del mare” (cfr. Esodo 14:22-31). Ancora una volta l’ispirato racconto biblico risulta più logico e accurato, sia nella storia che nella geografia, delle elucubrazioni di tanti studiosi.
Geova vi darà la sera carne da mangiare e la mattina pane a sazietà” – Esodo 16:8
In Esodo 16:11-18 si legge: “E Geova parlò ancora a Mosè, dicendo:Ho udito i mormorii dei figli dIsraele. Parla loro, dicendo: Fra le due sere mangerete carne e la mattina vi sazierete di pane; e certamente conoscerete che io sono Geova vostro Dio’”.Pertanto avvenne che la sera le quaglie salivano e coprivano il campo, e la mattina si era formato intorno al campo uno strato di rugiada.A suo tempo lo strato di rugiada evaporò, ed ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine a fiocchi, fine come la brina sulla terra.Quando i figli dIsraele la videro, si dicevano lun laltro: Che cos’è? Poiché non sapevano che cosera. Perciò Mosè disse loro: “È il pane che Geova vi ha dato come cibo.Questa è la parola che Geova ha comandato: Raccoglietene, ciascuno in proporzione a quanto mangia. Ne dovete prendere un omer per ciascun individuo secondo il numero di anime che ciascuno di voi ha nella sua tenda’”.E i figli d’Israele facevano così; e ne raccoglievano, alcuni radunandone molto e alcuni radunandone poco.Quando lo misuravano con lomer, chi ne aveva radunato molto non ne aveva davanzo e chi ne aveva radunato poco non ne mancava. Lo raccolsero ciascuno in proporzione a quanto mangiava”.
Quando gli israeliti la videro per la prima volta chiesero: “Che cos’è?” o letteralmente “Man hu?”, da cui l’origine del suo nome, “Manna”. Per 40 anni rappresentò il principale alimento della popolazione. Bianca “come il seme di coriandolo”, e dal “sapore come quello di sottili focacce al miele” (v. 31), si depositava a terra durante la notte e al mattino, quando il sole diventava caldo, si scioglieva. Ogni capofamiglia ne raccoglieva la quantità approssimativa necessaria alla famiglia e poi la misurava. Sia che se ne raccogliesse poca o molta, secondo la grandezza della famiglia, la quantità raccolta risultava essere sempre un omer (2,2 l) per persona. Non era un prodotto stagionale, dato che veniva raccolta tutti i giorni dell’anno escluso i sabati, e mentre tutti gli altri giorni, se veniva conservata fino all’indomani, faceva i vermi e cominciava a puzzare, l’omer di manna in più raccolto nel sesto giorno, da mangiare il sabato, non andava a male (cfr. Esodo cap. 16). Nessuna sostanza naturale oggi conosciuta corrisponde in ogni particolare alla descrizione biblica della manna e perciò non è possibile identificarla con un prodotto conosciuto. Fu un alimento provveduto in modo miracoloso dal loro Dio, Geova. Affinché le future generazioni potessero vedere la manna e ne conservassero la testimonianza, Aaronne, il fratello di Mosè, ricevette il comando di raccogliere in una giara un omer di manna. La giara fu quindi riposta nell’arca del patto e vi fu conservata per i secoli successivi, fino al tempo del re Davide. Durante il suo regno, infatti, Asaf, capo dei cantori e suonatore di clavicembali, che ebbe l’incarico di accompagnare con cantici il trasferimento dell’arca dalla città levitica di Ga-Rimmon, nel territorio della tribù di Dan, a Gerusalemme, definì la manna “il grano del cielo” (Salmo 78:24)
Che dire delle quaglie? Sono uccelli migratori che nidificano in molte zone dell’Asia occidentale e dell’Europa, e svernano nell’Africa settentrionale e in Arabia. Nel corso della migrazione grandi stormi attraversano le coste orientali del Mar Mediterraneo e sorvolano la penisola del Sinai. Secondo un dizionario biblico, “la quaglia, pur essendo un’ottima volatrice sui percorsi brevi, si affida al vento per coprire le grandi distanze: i cambiamenti nella direzione del vento la spingono a terra”, dove rimane stordita (Paul J. Achtemeier & Society of Biblical Literature, Il Dizionario della Bibbia, ed. italiana a cura di P. Capelli, Zanichelli, Bologna). Questo è quello che succede a interi stormi che, prima di riprendere il volo, devono riposare uno o due giorni, durante i quali diventano facile preda. Tutt’oggi dall’Egitto vengono esportate in Europa milioni di quaglie ogni anno per usi alimentari. Entrambe le volte in cui gli israeliti si nutrirono di quaglie era primavera. Anche se in quel periodo dell’anno le quaglie sorvolavano regolarmente la zona del Sinai, fu Geova Dio a far ‘levare un vento’ che le spinse nel campo israelita (cfr. Numeri 11:31).
un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede” – Luca 1:1
Questi pochi esempi testimoniano che gli avvenimenti narrati da Mosè circa 3.500 anni fa, anche se per alcuni versi non hanno una testimonianza diretta a causa della ritrosia dei governanti di quel tempo a lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio o dell’abitudine degli stessi di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, e in considerazione anche del fatto che la documentazione degli stessi eventi veniva comunque fatta su supporti papiracei, un materiale che aveva il grosso svantaggio di non essere molto resistente e perciò soggetto al deterioramento nel corso del tempo, ebbene, dette narrazioni corrispondono alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche di quel tempo e di quei luoghi. Detta evidenza cumulativa costituisce una tale mole di prove quale di rado si può addurre rispetto a qualsiasi avvenimento del lontano passato e dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la veridicità dell’antica storia biblica. Sotto nessun aspetto questa storia ha carattere mitico. È un’unica storia, narrata senza varianti, mentre i miti sono fluttuanti e multiformi; essa è indissolubilmente legata alla storia civile dell’epoca, che rappresenta costantemente con straordinaria accuratezza, mentre i miti distorcono o soppiantano la storia civile; è piena di particolari comuni, che i miti studiatamente evitano. Come si espresse uno degli ispirati autori biblici del I secolo, tutti gli scrittori dall’inizio alla fine “si sono accinti a compilare un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede,come ce li hanno tramandati coloro che dal principio furono testimoni oculari e divennero servitori del messaggio” affinché chiunque li leggesse potesse conoscere “appieno la certezza delle cose” (Luca 1:1,2,4).
Ma c’è ancora di più! … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – IV

“DEGLI UOMINI PARLARONO DA PARTE DI DIO”

2Pietro 1:21

Anteprima
La Bibbia fu scritta da una quarantina di uomini in un periodo di quasi sedici secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane, non erano diversi dalle altre persone. In una circostanza uno di essi, l’apostolo cristiani Paolo, ad alcuni che avevano scambiato lui e il suo compagno missionario Barnaba per degli dèi disse: “Anche noi siamo uomini e abbiamo le stesse infermità che avete voi” (Atti 14:15). Da un punto di vista umano molti scrittori biblici non furono uomini di eccezionale cultura e capacità. Fra loro vi furono uomini molto comuni, uomini dediti a occupazioni umili, come quella di pastore o di pescatore. Questo è fondamentalmente il motivo per cui molti cosiddetti ‘cristiani’ credono che la Bibbia è semplicemente un libro che parla di Dio ma scritto da uomini devoti e che, pertanto, non ha origine da Dio. Per essi l’espressione “Parola di Dio” usata in riferimento alla Bibbia ha quindi pochissimo significato.
Contrariamente a tale tendenza, nessuno degli scrittori biblici si è mai attribuito il merito di ciò che ha scritto ma tutti hanno ripetutamente dichiarato di aver scritto sotto la guida dello spirito santo o forza attiva di Dio. Il loro pensiero fu riassunto dall’apostolo cristiano Pietro che scrisse: “la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”. (2Pietro 1:21; cfr. anche 2Timoteo 3:16). Se analizziamo le storie individuali di quegli uomini ne ricaviamo buone ragioni per avere fiducia nei loro scritti. Perché? I loro racconti sono una onesta e accurata descrizione delle vicende narrate, riportate con rassicurante imparzialità e sincerità. Essi non hanno cercato di dissimulare i fatti, di far apparire le persone più giuste di quello che realmente furono. In maniera molto franca e aperta ne hanno raccontato le debolezze e mancanze, e non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi nel riferire episodi sgradevoli della loro vita.
Ogni storia si caratterizza per la sua peculiarità, dandoci un quadro generale dello scrittore, tuttavia una cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte! Nel post che segue vengono trattate, come semplici esempi e in maniera sintetica, le caratteristiche di alcuni di essi a conferma di quanto sopra esposto.

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Karl Barth, pastore riformato svizzero considerato uno dei più grandi teologi protestanti, nella sua opera Kirchliche Dogmatik (Chiesa Dogmatica) ha scritto: “I profeti e gli apostoli in quanto tali potevano commettere errori nel parlare e nello scrivere”. Con questa affermazione intese esprimere un pensiero molto comune tra tanti cosiddetti ‘cristiani’, cioè che la Bibbia è semplice opera di uomini e pertanto rispecchia l’imperfetto pensiero umano. In maniera simile James Barr, ministro della Chiesa di Scozia e Professore di Interpretazione della Sacra Scrittura presso l’Università di Oxford, nel libro The Bible in the Modern World (La Bibbia nel Mondo Moderno) ha scritto: “Il mio giudizio sulla formazione della tradizione biblica è che si tratta di un’opera umana. È l’esposizione fatta dall’uomo delle sue credenze”. Perciò, pur riconoscendo che gli scrittori della Bibbia erano uomini di grande spessore spirituale, molti li considerano soltanto comuni mortali che cercavano di spiegare profonde verità spirituali ma senza avere le cognizioni e la cultura che abbiamo attualmente. Di conseguenza tutta la Bibbia viene considerata antiquata e di scarsa utilità per i nostri giorni
Tale asserzione, però, contrasta con quella di molti scrittori biblici i quali hanno ripetute volte affermato che la Bibbia è “parola di Dio”. Questo è del tutto sorprendente poiché normalmente gli scrittori ci tengono a far sapere di essere stati loro a scrivere una particolare opera. Ma questo non è il caso di quelli che scrissero la Bibbia. Per esempio, nel Salmo 119, scritto dal re Davide e composto da 176 versetti, per ben 176 volte vien ribadito questo concetto con espressioni tipo “la legge di Geova”, “i suoi rammemoratori” o, sempre riferito a Dio, “i tuoi ordini”, “i tuoi regolamenti”, “i tuoi comandamenti”, “la tua parola”, “le tue decisioni giudiziarie” e altre simili. I profeti che misero per iscritto le Scritture Ebraiche proclamarono più di 300 volte: “Geova ha detto questo” (cfr. Amos 1:3; Michea 2:3; Naum 1:12), oppure iniziarono i loro scritti dicendo: “La parola di Geova che fu rivolta a …” (cfr.  Osea 1:1; Giona 1:1). L’apostolo Pietro, scrittore cristiano, riassunse i pensieri di tutti scrivendo: “Degli uomini parlarono da parte di Dio” (2Pietro 1:21). Un altro apostolo e scrittore cristiano, Paolo, aggiunse che “la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
Chi erano gli “uomini” che scrissero la Bibbia, e perché possiamo fidarci di loro?
Come già considerato nei precedenti post, a scrivere i 66 libri canonici che compongono la biblioteca divina furono in tutto 40 uomini vissuti tra il XV secolo a.C. e il I secolo d.C. Questi rientravano in varie categorie sociali e culturali. C’erano Re, come Davide, Salomone ed Ezechia (cfr. Proverbi 1:1; Ecclesiaste 1:1; Isaia 38:9); dei Funzionari di stato, come Daniele e Neemia (cfr. Daniele 2:49; 6:1-3; Neemia 1:11; 2:1,2); anche Comandanti militari, come Giosuè che ricoprì tale incarico quando gli israeliti si insediarono nella Terra Promessa e combatterono contro molti popoli nemici, o anche lo stesso Davide che guidò l’esercito Israelita nella guerra contro i filistei prima di divenire re (cfr. Giosuè 1:1,2; 11:5,6; 1Samuele 19:8; 23:1-5); alcuni Sacerdoti, come Geremia, Ezechiele ed Esdra (cfr. Geremia 1:1; Ezechiele 1:1-3; Esdra 7:10,11); un Medico, l’evangelista Luca (cfr. Colossesi 4:14); un Esattore di tasse, come l’evangelista Matteo (cfr. Marco 2:14); dei Pastori di greggi, come lo era stato Davide da giovane, e Amos (cfr. 1Samuele 16:11-13; 17:15,28,34; Amos 1:1); alcuni Pescatori, come gli apostoli Giovanni e Pietro (cfr. Matteo 4:18-22).
Che tipo di persone erano tutti questi? Esaminiamone alcuni esempi.
devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi” – Esodo 18:16
Prendiamo il primo scrittore, Mosè (1593-1473 a.C.). I produttori cinematografici, come quelli del film più famoso sulla sua vita, I Dieci Comandamenti, per far presa sul pubblico ne hanno sottolineato l’eroismo e il coraggio. Tuttavia la Bibbia lo descrive come  “il più mansueto di tutti gli uomini che erano sulla superficie del suolo” (Numeri 12:3). Perché? Egli fu disposto a riconoscere le sue debolezze e i suoi errori. Mise per iscritto la sua negligenza nel non far circoncidere suo figlio (cfr. Esodo 4:24-26). Narrò con schiettezza come in un’occasione non diede gloria a Dio, e la severità con cui Dio lo punì. (cfr. Numeri 20:2-12; Deuteronomio 1:37). Fu disposto ad accettare consigli, specie quando potevano essere utili per la nazione. Infatti, quando il suocero, Ietro, peraltro un non israelita, gli suggerì di delegare la sua autorità ad altri per alleggerire il suo proprio carico egli accettò il consiglio e nella circostanza disse anche: “devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi”. Così dimostrò di riconoscere che, sia lui che le persone che delegava, avevano il dovere di giudicare non secondo le proprie idee, ma secondo le decisioni di Geova e, soprattutto, che avevano la responsabilità di aiutare il popolo a conoscere e a rispettare le leggi di Dio (cfr. Esodo 18:5-7,13-27). Pur investito di molta autorità Mosè esercitò il potere sul popolo sempre con integrità morale, coraggio, compassione, sincero amore per la giustizia. Rifiutò di tollerare la malvagità e non scese mai a compromessi per quanto riguarda l’applicazione delle istruzioni che riceveva da Dio ma fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Le sue qualità morali traspaiono dai suoi scritti, come nel Salmo 97:10 in cui affermò: “O voi che amate Geova, odiate ciò che è male”.

Mosè

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 fece proprio come Geova gli aveva comandato” – Numeri 17:11
Cresciuto alla corte egiziana come figlio della figlia del potente Faraone, rinunciò alle ricchezze, al potere e ai privilegi che come membro della casa reale poteva ottenere, “scegliendo di essere maltrattato col popolo di Dio piuttosto che avere il temporaneo godimento del peccato,perché stimò il biasimo del Cristo come ricchezza maggiore dei tesori dEgitto” (Ebrei 11:25,26). Mosè fu scelto da Geova per condurre Israele fuori dall’Egitto. Sapeva che assolvere a questo incarico sarebbe stato difficile. Confidò pienamente in Dio sicuro che l’avrebbe aiutato. Mosè era molto colto, e la sua educazione quale componente della famiglia del faraone gli aveva senza dubbio conferito dignità, fiducia ed equilibrio e aveva accentuato le sue doti di organizzatore e comandante (cfr. Atti 7:22). Ma questo non bastava per essere preposto al popolo di Dio. Doveva essere addestrato e preparato a sopportare lo scoraggiamento, le delusioni e le difficoltà che avrebbe incontrato, e a risolvere con amorevole benignità, calma e vigore i numerosi problemi che una grande nazione avrebbe presentato. Nei 40 anni trascorsi in Madian dopo la sua fuga dall’Egitto Dio lo addestrò per mezzo dell’umile lavoro di pastore e, come Cristo, di cui fu una figura profetica, anche egli “imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Ebrei 5:8). Tale addestramento gli fu utile in seguito poiché fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Sotto la guida divina ci ha lasciato una notevolissima quantità di scritti. Si tratta di composizioni poetiche (cfr. il libro di Giobbe e il Salmo 90), narrazioni storiche (cfr. i libri di Genesi, Esodo e Numeri), importanti genealogie (cfr. Genesi, capitoli 5,11, 19,22,25) e un cospicuo corpus giuridico detto Legge mosaica (cfr. Esodo, capitoli 20-40; i libri di Levitico, Numeri e Deuteronomio). Questa Legge ispirata da Dio conteneva idee, leggi e princìpi di governo che erano di secoli in anticipo sui tempi. Solo per fare un esempio, stabiliva il principio della separazione tra Chiesa e Stato poiché al re non era permesso fungere anche da sacerdote; questa norma proteggeva la popolazione dall’intolleranza, dall’oppressione religiosa e dall’abuso di potere, una necessità che si avverte sempre più spesso anche nei nostri giorni (cfr. 2 Cronache 26:16-18).
io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me” – Salmo 51:4
Davide (1107-1037 a.C.). Questo pastore, musicista, poeta, soldato, statista, profeta e re è una figura di primissimo piano nelle Scritture Ebraiche. Focoso combattente sul campo di battaglia, perseverò nelle avversità, fu un valoroso condottiero il cui coraggio e la cui forza non vennero mai meno, eppure fu abbastanza umile da riconoscere i propri errori e pentirsi di gravi peccati. Era anche un uomo capace di provare tenera compassione e misericordia, amante della verità e della giustizia, e, soprattutto, aveva assoluta fiducia in Geova suo Dio. Di lui Geova stesso disse: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore, che farà tutte le cose che desidero” (cfr. Atti 13:22). Negli anni che trascorse facendo il pastore manifestò preziose qualità come la perseveranza, il coraggio e la prontezza nel cercare e salvare le pecore che si allontanavano dal gregge, senza esitare a uccidere un orso o un leone quando fu necessario proteggerle (cfr. 1Samuele 17:34-36). Questa esperienza lo preparò per il ruolo più grande quale pastore del popolo di Dio, il quale, come è scritto: “scelse dunque Davide suo servitore e lo prese dai recinti del gregge. Dal seguire le femmine che allattavano lo condusse per esser pastore su Giacobbe suo popolo e su Israele sua eredità” (Salmo78:70,71). Nell’episodio che lo vide combattere contro il gigante Golia mostrò tutta la sua lealtà alla sovranità di Dio dicendo al nemico: “Vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). La stessa lealtà e sottomissione la mostrò quando, braccato dal re Saul che, accecato dalla gelosia, cercava di sopprimerlo, ebbe l’occasione di ucciderlo ma gli risparmiò la vita dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova, stendendo la mano contro di lui, poiché è l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Davide aveva anche a cuore l’adorazione di Geova perciò pensò di pensò di costruire un grandioso tempio a Gerusalemme dedicato a questo scopo. Ma non gli fu permesso di costruirlo, perché Dio gli disse: “Hai sparso sangue in gran quantità, e hai fatto grandi guerre. Non edificherai una casa al mio nome, poiché hai sparso una gran quantità di sangue sulla terra dinanzi a me” (1Cronache 22:8; 28:3). Sarebbe stato suo figlio Salomone a costruire il tempio. Davide umilmente e lealmente accettò la decisione di Dio e fece tutti i preparativi affinché il figlio potesse portare a termine il progetto contribuendo dal suo patrimonio personale oro e argento per un valore di circa 800 milioni di euro. Nonostante le sue buone qualità, a motivo dell’imperfezione che tutti gli uomini ereditano alla nascita dai nostri antenati Adamo ed Eva, Davide commise alcuni errori e dei gravi peccati, come quando si rese responsabile di adulterio e di assassinio nei confronti di Betsabea e del marito Uria. Quando Geova lo smascherò tramite il profeta Natan, Davide non tentò di giustificarsi o minimizzare il suo peccato ma riconobbe le sue responsabilità e la gravità delle sue colpe dicendo: “io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me.Ho peccato contro di te, contro te solo, E ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi” (Salmo 51:3,4). Egli manifestò una giusta condizione di cuore pentendosi e implorando il perdono di Geova il quale, vedendo il suo sincero pentimento, gli mostrò misericordia risparmiandogli la vita. Tuttavia Davide non poté evitare del tutto la punizione poiché per bocca del suo profeta Geova sentenziò: “farò sorgere contro di te la calamità dalla tua propria casa” (2Samuele 12:1-12). Nel prosieguo della sua vita ebbe diversi e anche gravi problemi con i figli, ma la sua integrità non venne mai meno.
Davide

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 A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato” – Salmo 40:8
Il Salmo 51 contiene alcune delle più profonde e toccanti espressioni di fede mai scritte. Esprime un’ampia gamma di sentimenti che spaziano dal dolore al rimorso e al pentimento. Davide lo scrisse dopo che il profeta Natan smascherò il suo peccato con Betsabea. Aprì il suo cuore, esprimendo profondo dolore e implorando il perdono di Dio: “Lavami completamente dal mio errore, e purificami anche dal mio peccato. Poiché io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me”, scrisse. Poi aggiunse: “un cuore rotto e affranto, o Dio, tu non disprezzerai”. Solo un essere umano poteva esprimere con tanta angoscia i suoi sentimenti di colpa e la sua fede nella misericordia divina. Sebbene commettesse alcuni gravi errori, Dio disse di lui: “Ho trovato Davide … uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22). Questo perché per gran parte della sua esistenza Davide diede uno straordinario esempio in quanto al tenere conto della volontà e della santificazione del nome di Dio. Lo fece quando, ancora ragazzo, affrontò il campione dei filistei, Golia, dicendogli: “Tu vieni a me con una spada e con una lancia e con un giavellotto, ma io vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). Lo fece quando, già nominato da Dio quale successore del disubbidiente re Saul e perciò da questi perseguitato, pur avendo la possibilità di eliminarlo, aspettò che fosse Geova stesso a destituirlo dal suo incarico dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Lo fece anche quando tre dei suoi uomini si impegnarono in un’incursione nella città di Betleem, che era occupata dai filistei, e gli portarono l’acqua della cisterna di quella città che Davide aveva desiderato bere. Il racconto dice che “Davide non acconsentì a berla, ma la versò a Geova”. Come mai? Lui stesso spiegò: “È impensabile da parte mia, riguardo al mio Dio, far questo! Dovrei io bere il sangue di questi uomini a rischio delle loro anime? Poiché a rischio delle loro anime l’hanno portata”. (1Cronache 11:15-19). Egli mostrò di comprendere il principio su cui si basava la legge di Dio sul sangue: per lui quell’acqua era preziosa quanto il sangue dei tre uomini, e per questo era impensabile berla concludendo che doveva versarla a terra (cfr. Levitico 17:11; Deuteronomio 12:23,24). Si, Davide studiava la legge di Dio e meditava profondamente su di essa. Confidava nella sapienza dei comandamenti di Geova perciò si sforzava di vivere in completa armonia con la legge di Dio. Infatti cantò: “A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato, e la tua legge è dentro le mie parti interiori” (Salmo 40:8).
non appartiene all’uomo terreno la sua via” – Geremia 10:23
Geremia (VI sec. a.C.). Ricevette l’incarico di profeta da giovane, nel 647 a.C., un tempo in cui in Giuda molti si erano dati ad adorare falsi dei. Geova gli disse: “ti ho dato incarico in questo giorno di essere sulle nazioni e sui regni, per sradicare e per abbattere e per distruggere e per demolire, per edificare e per piantare” (Geremia 1:10). Non era un incarico facile, specialmente per un giovane inesperto, perché la maggior parte della popolazione di Giuda si era votata non solo all’idolatria ma anche alla sistematica violazione della Legge. Rendendosene conto Geremia disse a Dio: “Ohimè, o Sovrano Signore Geova! Ecco, realmente non so parlare, poiché non sono che un ragazzo” (Geremia 1:6). Comunque non si tirò mai indietro, continuò a confidare pienamente nell’aiuto di Dio per svolgere quel difficile incarico. Anche quando venne messo ai ceppi ed esposto al pubblico ludibrio, disse con fiducia: “Geova era con me come un terribile potente. Perciò i medesimi che mi perseguitano inciamperanno e non prevarranno. Certamente proveranno molta vergogna” (Geremia 20:11). Mentre i capi religiosi del suo tempo ostentavano la loro giustizia e davano più importanza al rituale che alla retta condotta e spingevano la nazione verso un falso senso di sicurezza invocando una pace che non sarebbe mai arrivata – esattamente come fanno oggi i capi religiosi del cristianesimo apostata – (cfr. Geremia 8:11), Geremia trasmise lealmente il pungente messaggio di Dio a quel popolo: “Si può forse rubare, assassinare e commettere adulterio e giurare falsamente e fare fumo di sacrificio a Baal e camminare dietro ad altri dèi che voi non avevate conosciuto … e dovete dire: ‘Saremo certo liberati’, malgrado il compiersi di tutte queste cose detestabili?” A quegli apostati che continuavano a considerarsi il ‘popolo eletto’ credendo che Dio avrebbe tollerato qualsiasi condotta egli pose questa significativa domanda: “Questa casa sulla quale è stato invocato il mio nome è divenuta ai vostri occhi una semplice spelonca di ladroni?” (Geremia 7:11). Quasi 700 anni più tardi la situazione non era migliorata; infatti Gesù usò proprio queste parole per condannare gli usurai e i commercianti che allora operavano nel tempio ricostruito (cfr. Marco 11:15-17). E oggi nel cristianesimo apostata la situazione non è certamente migliore! Basiliche e santuari sono diventati luogo di mercimonio religioso con la vendita di oggetti di culto al loro interno (cfr. Atti 19:23-27). Il coraggio e la perseveranza di Geremia furono pari all’amore che egli aveva per il suo popolo. Egli pianse per la calamità che si sarebbe abbattuta su Gerusalemme e supplicò governanti e popolo di ubbidire alla voce di Geova per continuare a vivere. Lui stesso, poi, non si considerò giusto ma si inserì nel novero di coloro che riconoscevano la malvagità della nazione (cfr. Geremia 14:20,21). Infine Geremia indicò chiaramente che per poter camminare saggiamente sulla nostra bella terra l’uomo ha bisogno di valori superiori alle filosofie umane, perciò scrisse: “So bene, o Geova, che non appartiene all’uomo terreno la sua via” (Geremia 10:23).
Geremia

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il mio cuore è tumultuoso dentro di me. Non posso tacere” – Geremia 4:19
la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”, scrisse l’apostolo Pietro (2Pietro 1:21). Geremia, incaricato da Geova di profetizzare la caduta dell’apostata Gerusalemme, era sicuro che quello che profetizzava si sarebbe adempiuto. Era un uomo di fede, che aveva studiato le Scritture e sapeva che la storia attestava la capacità di Geova di predire avvenimenti impossibili dal punto di vista umano, come ad esempio la liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto (cfr. Genesi 15:13,16). Conosceva anche le parole pronunciate da Giosuè agli Israeliti entrati nella terra promessa: “Sapete bene con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che nemmeno una parola di tutte le buone parole che Geova vostro Dio vi ha proferito è venuta meno. Vi si sono avverate tutte. Nessuna parola d’esse è venuta meno” (Giosuè 23:14). Lui stesso fu testimone dell’adempimento di molte profezie. Ad esempio predisse il destino di quattro re di Giuda:  Ioacaz, che sarebbe stato esiliato e non avrebbe fatto più ritorno in Giuda (cfr. Geremia 22:11,12); Ioiachim, che sarebbe stato sepolto “con la sepoltura di un asino” (cfr. Geremia 22:18,19; 36:30); Ioiachin o Ieconia, che sarebbe stato esiliato a Babilonia, dove sarebbe morto (cfr. Geremia 22:24-27; 24:1); Sedechia, che sarebbe stato consegnato nelle mani dei nemici, i quali non gli avrebbero mostrato compassione (cfr. Geremia 21:1-10). Poi predisse che Babilonia avrebbe esteso la sua influenza sul Regno di Giuda e sulle città e i popoli vicini, rendendoli vassalli (cfr. Geremia 25:15-29). Infine profetizzò in maniera particolareggiata la repentina caduta della stessa Babilonia (cfr. Geremia 50:38; 51:30). Predisse anche che gli ebrei avrebbero servito i babilonesi per 70 anni, poi Dio li avrebbe riportati nel loro paese (cfr. Geremia 25:8-11; 29:10). Tutte quelle profezie si adempirono nei dettagli dichiarati dal profeta. Geremia Aveva valide ragioni per confidare nell’attendibilità delle parole di Geova. Anche noi dovremmo averne, perché alcune delle dichiarazioni di Dio trasmesse per mezzo di Geremia si stanno adempiendo ora, o devono ancora adempiersi. Questo si comprende dal parallelismo di alcuni degli avvenimenti predetti da Geremia con quelli scritti sette secoli dopo dall’apostolo Giovanni. In particolare possiamo riferirci alla fine dell’antica Babilonia, predetta da Geremia con un secolo di anticipo e regolarmente avvenuta nel 539 a.C. e alla parallela profezia dell’apostolo sulla caduta della simbolica “Babilonia la Grande”, cioè dell’impero mondiale della falsa religione, avvenuta nell’anno 1919 d.C. quando alcuni cristiani sinceri iniziarono ad esaminare attentamente le Scritture e a smascherare, con una predicazione mondiale e lo stesso coraggio mostrato dal giovane profeta, tutti i falsi insegnamenti religiosi della tradizione umana, come la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno per i cattivi, la dottrina trinitaria, o l’osservanza di festività di origini pagane, come il Natale, e tanti altri, incluse le ingerenze nella politica e nell’avido sistema commerciale umano! (cfr. Rivelazione o Apocalisse 18:2-19). Proprio come a suo tempo Geremia, anche oggi i veri cristiani dicono “non posso tacere” (Geremia 4:19). Al pari di Geremia si rendono conto di vivere in un tempo di giudizio, perciò proclamano intrepidamente il messaggio di Geova per i nostri giorni.
Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” – Atti 5:29
Pietro (I sec. d.C.). Aveva un temperamento dinamico, non era timido o esitante e questo lo induceva a parlare per primo, a esprimersi quando altri rimanevano in silenzio e a essere impulsivo, a volte anche impetuoso. Per questo motivo fu anche più spesso corretto, ripreso o rimproverato. Non si limitava a parlare ma era anche un uomo d’azione; manifestò spirito d’iniziativa e coraggio, e anche grande attaccamento per il suo Signore. La notte che arrestarono Gesù, mentre i discepoli chiedevano al Maestro se dovevano combattere per evitare il suo arresto, senza aspettare la risposta Pietro agì staccando con la spada l’orecchio a un uomo, e per questo fu ripreso da Gesù (cfr. Matteo 26:31-35; Luca 22:49-51; Giovanni 18:10,11). Ma a volte era anche tormentato dalla paura. Quella stessa sera prima che Gesù fosse arrestato, mentre erano ancora tutti a tavola per celebrare la Pasqua ebraica (di lì in poi sostituita con la commemorazione della morte di Cristo o “cena del Signore” – cfr. Luca 22:19,20) Pietro dapprima mostrò d’esser molto sicuro di sé e di provare un senso di superiorità nei confronti degli altri undici affermando che, se anche tutti gli altri avessero inciampato, lui non l’avrebbe mai fatto, poiché era pronto ad andare in prigione con Gesù o anche a morire con lui. Sappiamo poi come andò a finire: prima che il gallo cantasse, dominato dalla paura lo rinnegò ben tre volte! Quando però Gesù lo guardò, egli uscì dal cortile della casa del sommo sacerdote e “pianse amaramente” (cfr. Luca 22:54-62). Dopo la risurrezione di Gesù, quando questi si manifestò ai suoi discepoli che stavano pescando nel Mar di Galilea (o di Tiberiade), appena essi lo riconobbero sulla spiaggia, ancora lui impulsivamente si tuffò e raggiunse la riva a nuoto, lasciando che gli altri portassero a riva la barca (cfr. Giovanni 21:1-8). Dopo l’ascensione di Gesù al cielo e dopo aver ricevuto forza dallo spirito santo, il giorno di Pentecoste, manifestò un atteggiamento del tutto diverso divenendo una delle “colonne” della chiesa primitiva (cfr. Galati 2:9). Ebbe un ruolo di primo piano nel diffondere il messaggio del regno usando le simboliche “chiavi” che Gesù gli aveva affidato per aprire la via del regno celeste dapprima agli ebrei, subito dopo la Pentecoste (cfr. Atti 2:1-41, 1a chiave), poi ai samaritani (cfr. Atti 8:14-17, 2a chiave), infine ai ‘gentili’ con la conversione del centurione romano Cornelio e della sua famiglia (cfr. Atti 10:1-48, 3a chiave). Quando, a motivo della testimonianza che davano, i governanti giudei fecero arrestare lui e Giovanni intimando loro di smettere di compiere l’opera di predicazione, a nome di tutti con coraggio Pietro dichiarò: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” e fu disposto a sopportare la fustigazione inflittagli dal Sinedrio (Atti 5:29,40,41). Comunque, anche se era molto rispettato e aveva una posizione preminente nella chiesa, Pietro non vantò mai il primato sugli altri cristiani, come falsamente gli viene attribuito dal cristianesimo apostata. Né mai si ritenne ‘infallibile’! In una circostanza, mentre si trovava ad Antiochia, l’apostolo Paolo lo riprese “a faccia a faccia, perché era condannato”, lo rimproverò pubblicamente, “davanti a tutti loro”, cioè ai cristiani di quella città, perché si vergognava di mangiare e anche di stare in compagnia dei cristiani gentili a motivo della presenza di certi cristiani ebrei che erano venuti da Gerusalemme (cfr. Galati 2:11-14). Pietro fu molto amato dai suoi conservi cristiani proprio per la sua “umanità”. Fu la sua natura calorosa e ardente che lo rese loro caro nonostante la sua impulsività e impetuosità. Era pronto a parlare come lo era ad agire. Diceva chiaramente quello che pensava, con una franchezza che tutt’oggi piace a moltissime persone. Spesso parlava a sproposito, è vero, e non sarà stato neanche un uomo molto istruito, ma certamente era un uomo intelligente, un pensatore. Già, perché più volte fece domande interessanti dimostrando di saper usare il cervello; ad esempio, dopo che Gesù ebbe narrato alla folla una parabola, Pietro gli chiese di spiegarla a lui e agli altri discepoli (cfr. Matteo 15:15). In un’altra circostanza, allorché Gesù chiese agli apostoli se anch’essi volevano lasciarlo come avevano fatto altri discepoli, fu proprio Pietro a dire: “Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiam conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6:68,69). Che commoventi parole di gratitudine e lealtà!
Pietro

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 tu, una volta tornato, rafforza i tuoi fratelli” – Luca 22:32
Simeone (ebraico) o Simone (greco) fu uno dei primissimi discepoli di Gesù. Quando suo fratello Andrea gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” non ebbe alcuna esitazione e iniziò a seguirlo. In quell’occasione Gesù lo soprannominò Cefa, equivalente semitico del nome greco Pietro che significa “pietra, pezzo di roccia” (cfr. Giovanni 1:35-42). Pietro manifestò senz’altro qualità simili a quelle della roccia rafforzando i suoi fratelli di fede e promuovendo tra i cristiani qualità come stabilità, risolutezza e affidabilità. Aveva a cuore la loro sorte. Nonostante il suo carattere impulsivo e qualche volta perfino impetuoso, quando si rivolgeva a loro teneramente li chiamava “diletti”, esortandoli calorosamente a non dimenticare ciò che era stato loro insegnato. Quando scrisse la sua prima lettera, intorno al 62/63 d.C., indirizzata ai cristiani del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, in maggioranza ‘gentili’, cioè non di stirpe ebraica, questi stavano affrontando prove infuocate a causa degli oppositori (cfr. 1Pietro 1:1,6,7). Pietro scrisse la sua lettera per incoraggiarli. Il suo intento era di aiutarli a raggiungere “il fine della loro fede, la salvezza delle loro anime” (1Pietro 1:9). In seguito, verso il 64 d.C., scrisse una seconda lettera perché incombeva su di loro una minaccia ancora più grave. Incominciavano a infiltrarsi nella chiesa cristiana i primi elementi corruttori, in adempimento della parabola ‘del grano e delle zizzanie’ pronunciata da Gesù (cfr. Matteo 13:24-30,36-42). Questi individui cercavano di sviare altri con falsi insegnamenti e con una condotta immorale (cfr. 2Pietro 2:1-3). Perciò Pietro si rivolse a quei cristiani dicendo: “desto le vostre chiare facoltà di pensare alla maniera di un rammemoratore, affinché ricordiate le parole dette in precedenza dai santi profeti e il comandamento del Signore e Salvatore per mezzo dei vostri apostoli” (2Pietro 3:1,2). Con queste parole li invitò a combattere l’apostasia religiosa volgendosi alle Scritture, sia quelle ebraiche (“le parole dette … dai santi profeti”), sia quelle cristiane (“il comandamento del Signore … per mezzo dei vostri apostoli”). Un sano modello valido tutt’oggi per poter riconoscere la verità tra le miriadi di dogmi e dottrine dichiarate ‘cristiane’ ma il più delle volte contrastanti l’una con l’altra (vedi ad esempio la venerazione di santi e madonne praticata dai ‘cristiani’ cattolici o ortodossi ma non dai ‘cristiani’ protestanti; o il cosiddetto ‘primato petrino’ proclamato dai ‘cristiani’ cattolici ma non riconosciuto né dai ‘cristiani’ ortodossi né da quelli protestanti: chi ha la verità?) Certamente Pietro aveva ascoltato Gesù pregare il Padre e dire: “la tua Parola è verità” (Giovanni 17:17) e ora lo ricordava ai suoi ‘diletti’ fratelli. Oggi abbiamo un motivo ancora più impellente per rivolgerci alla verità delle Scritture poiché, scrisse l’apostolo: “i cieli e la terra che sono ora son custoditi per il fuoco e sono riservati al giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi” e quel “giorno del giudizio”, secondo le profezie e la cronologia biblica è molto vicino. Perciò la raccomandazione dell’apostolo, che dovremmo far nostra, è: “state in guardia, affinché non siate trascinati … dall’errore di persone che sfidano la legge … ma continuate a crescere nell’immeritata benignità e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (cfr. 2Pietro 3:3-18).
Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno” – Atti 20:33
Paolo (I sec. d.C.). Fu sicuramente il più prolifico degli scrittori biblici, autore di ben 14 libri della biblioteca divina. Biblicamente nasce come persecutore dei discepoli di Gesù, anche se lo fece in buona fede per zelo mal riposto nella tradizione umana, essendo stato educato nel fariseismo. Ma quando venne a conoscenza della verità riguardo a Cristo e al suo ministero non esitò un solo istante a cambiare atteggiamento. Che fulgido esempio per tutti quelli che continuano ad essere attaccati alle tradizioni religiose che non hanno fondamento nella Parola di Dio a scapito della verità! (cfr. Matteo 15:6-9). Al contrario di Pietro, Paolo era una persona molto colta, “educato … ai piedi di Gamaliele”, cioè istruito da uno dei più grandi maestri rabbinici del I secolo. Ma non ne fece mai un vanto o motivo di prestigio personale; non cercò mai di far colpo sui suoi ascoltatori “con stravaganza di parola o di sapienza”, cioè facendo discorsi forbiti, usando parole di difficile comprensione per persone comuni, si adattava alle persone a cui predicava cercando  di non metterle in difficoltà (cfr. 1Corinti 2:1-5; 9:19-23; 2Corinti 6:3). S’impegnò con zelo nel predicare la buona notizia del regno, percorrendo migliaia di chilometri per mare e per terra, fondando molte comunità cristiane in Europa e in Asia Minore. Non si attribuì alcun merito di ciò, ma rese ogni onore a Dio come il vero responsabile di quella crescita (cfr. 1Corinti 3:5-9). Apprezzava molto il proprio ministero e lo riconosceva come un’espressione della misericordia di Dio e del Figlio suo. A un suo fedele compagno missionario scrisse infatti: “Per questo mi fu mostrata misericordia, affinché per mezzo di me … Cristo Gesù dimostrasse tutta la sua longanimità a modello di coloro che riporranno la loro fede in lui per la vita eterna” (1Timoteo 1:16). A motivo della persecuzione dei cristiani di cui era stato responsabile, non si riteneva degno di essere chiamato apostolo e riconosceva di essere tale solo per immeritata benignità di Dio, perciò si diede da fare più degli altri apostoli. Ma pur avendo ricevuto da Cristo autorità nel suo ministero, si rivolgeva agli altri sempre con amore. Era gentile e manifestava loro tenero affetto, esortandoli e consolandoli come un padre. Pur potendo ricevere aiuto materiale dagli altri, preferiva lavorare con le sue mani per non essere finanziariamente di peso a nessuno. Che monito sono le sue parole per gli opulenti e vanagloriosi rappresentanti del clero del cristianesimo apostata: “Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno. Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di quelli che erano con me.In ogni cosa vi ho mostrato che, faticando così, dovete assistere quelli che sono deboli, e dovete tenere presenti le parole del Signore Gesù, che egli stesso disse: C’è più felicità nel dare che nel ricevere’” (Atti 20:33-35). Infine, essendo imperfetto, come tutti, egli provava un continuo conflitto fra la mente e la carne peccaminosa affermando: “Trovo dunque nel mio caso questa legge: che quando desidero fare ciò che è giusto, ciò che è male è presente in me.Realmente mi diletto nella legge di Dio secondo luomo che sono interiormente,ma vedo nelle mie membra unaltra legge che combatte contro la legge della mia mente e mi conduce prigioniero alla legge del peccato che è nelle mie membra” (Romani 7:21-23). Ma non si arrese mai e disse: “Tratto con durezza il mio corpo e lo conduco come uno schiavo affinché, dopo aver predicato agli altri, io stesso non divenga in qualche modo disapprovato” (1Corinti 9:27).
Paolo

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 hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza” – Romani 10:2
Molte persone sono attaccate alle loro tradizioni religiose e non sono disposte a mettersi in discussione per quanto riguarda la verifica della conformità delle stesse alla verità e alla volontà di Dio. Queste persone dovrebbero riflettere seriamente sull’esempio dell’apostolo Paolo. Egli si rese responsabile di una campagna di crudele persecuzione contro i seguaci di Cristo, li arrestava e, quando si trattava di condannarli a morte, votava contro di loro. Durante i processi nelle sinagoghe cercava di costringerli ad abiurare. Estese la persecuzione ad altre città oltre Gerusalemme, e si procurò perfino un’autorizzazione scritta del sommo sacerdote per andare a scovare i discepoli di Cristo fino a Damasco in Siria. Perché lo faceva? Paolo apparteneva alla casta dei farisei fu educato dal dotto fariseo Gamaliele, questo fa pensare che fosse di una famiglia importante. Era anche cittadino romano dalla nascita, avendo forse suo padre ottenuto la cittadinanza per servizi resi allo stato romano. Egli stesso confessò: “circa la maniera di vivere fin dalla giovinezza che ho seguito dal principio fra la mia nazione e a Gerusalemme, tutti i giudeiche mi hanno precedentemente conosciuto dall’inizio sanno, se solo desiderano rendere testimonianza, che secondo la più rigorosa setta della nostra forma di adorazione io son vissuto da fariseo” (Atti 26:5).Questa potente setta imponeva la rigida osservanza della legge e della tradizione. Il cristianesimo era considerato in antitesi con quelle convinzioni, poiché insegnava una nuova via per ottenere la salvezza: tramite Gesù. Gli ebrei del I secolo si aspettavano che il Messia fosse un Re glorioso che li liberasse dal giogo romano. Per la loro mentalità era inconcepibile, inammissibile e ripugnante che un individuo condannato dal Grande Sinedrio con l’accusa di bestemmia e successivamente messo al palo come criminale maledetto potesse essere il Messia! Perciò Paolo si oppose a questo insegnamento con la massima intransigenza e per estirparlo ricorreva anche all’uso spietato della forza. Era certo che Dio voleva così, come egli stesso ammise: “Fino all’eccesso perseguitavo la congregazione di Dio e la devastavo, e … facevo nel giudaismo più progresso di molti della mia stessa età nella mia razza, essendo assai più zelante nelle tradizioni dei miei padri” (Galati 1:13,14). L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco pose fine a tutto questo. Da irriducibile nemico del cristianesimo, Paolo ne divenne all’improvviso un ardente sostenitore, tanto che gli ebrei di Damasco cercarono di mettere a morte lui. In una delle sue lettere confessò: “non son degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la congregazione di Dio. Ma per immeritata benignità di Dio io sono quello che sono. E la sua immeritata benignità verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma l’immeritata benignità di Dio che è in me” (1Corinti 15:9,10). Umilmente riconobbe che ciò che aveva imparato “nelle tradizioni dei suoi padri” non era conforme alla volontà di Dio e fu disposto a cambiare il suo atteggiamento. Dimostrò che essere sinceri e attivi nella propria religione non è una garanzia che si ha l’approvazione di Dio. Paolo era zelante e agiva secondo coscienza, ma non per questo aveva ragione. Il suo zelo infuocato era mal diretto. Per questo motivo in una delle sue lettere ispirate poi scrisse di alcuni: “rendo loro testimonianza che hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza; poiché, siccome non conoscevano la giustizia di Dio ma cercavano di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). In un’altra diede questa vigorosa esortazione: “Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente” (1 Tessalonicesi 5:21). Questo significa prendersi il tempo di acquistare accurata conoscenza della verità contenuta nella Parola di Dio e vivere poi in piena armonia con essa. Quindi, mentre si esamina la Bibbia ci si accorge di dover fare dei cambiamenti, bisogna farli senza indugio se si vuole ottenere il favore di Dio!
Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi” – 1Corinti 1:27
Ho voluto citare a campione questi pochi ma significativi esempi per rappresentare quale sorta di uomini fossero gli scrittori biblici. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane non erano diversi dalle altre persone. Molti di loro non furono uomini di eccezionale cultura e capacità ma persone comuni dedite a varie occupazioni. Si legge in una delle lettere di Paolo: “vedete la vostra chiamata, fratelli, che non furono chiamati molti saggi secondo la carne, non molti potenti, non molti di nobile nascita;ma Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi; e Dio scelse le cose deboli del mondo, per svergognare le forti;e Dio scelse le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, le cose che non sono, per ridurre a nulla le cose che sono,affinché nessuna carne si vanti dinanzi a Dio” (1Corinti 1:26-29). Una sola cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte!
I loro racconti sono degni di fede perché sono una onesta e accurata descrizione dei fatti, riportati con rassicurante imparzialità e sincerità; non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi, nel riferire fatti sgradevoli dandoci una buona ragione per avere fiducia nei loro scritti. Erano persone franche, sincere. Inoltre testimonia a loro favore una notevole coerenza nel seguire il tema centrale della Bibbia: il Regno di Dio. Pur essendo vissuti nell’arco di 1.600 anni, e appartenendo ad ogni ceto sociale e di diversa cultura, e non avendo avuto, ovviamente, tranne per alcuni vissuti nello stesso periodo, alcun rapporto diretto tra loro, ognuno di essi ha partecipato alla costruzione di un unico grande puzzle che ha gradualmente svelato i “sacri segreti” del proposito divino, aggiungendo ognuno, a suo tempo, particolari a mo’ di tasselli, così come lo spirito di Dio lo rivelava loro, per cui si può, sotto questo aspetto, certamente affermare: “nessuna profezia della Scrittura sorge da privata interpretazione … ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo” (1Pietro 1:21). Con l’impiego di scrittori umani Geova Dio ha voluto conferire alla sua Parola enorme calore ed efficacia. Gli scrittori erano uomini con sentimenti simili ai nostri. Essendo imperfetti, affrontarono prove e difficoltà come noi. In alcuni casi scrissero in prima persona, descrivendo i loro stessi sentimenti e sforzi. Perciò scrissero parole che nessun angelo avrebbe potuto esprimere. Si, la storia di quegli uomini, oltre a infonderci fiducia che la Bibbia è veramente parola di Dio, rivela in modo meraviglioso la natura umana e ciò che lo spirito di Dio può fare per le sue creature umane imperfette.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – III

“IN QUANTO ALLA PAROLA DEL NOSTRO DIO, DURERÀ A TEMPO INDEFINITO”

Isaia 40:8

Anteprima
Nel corso dei secoli minacce di vario genere avrebbero potuto far scomparire la Bibbia o il suo messaggio. Ad esempio molti capi politici e religiosi si sono serviti della propria autorità per impedire alle persone di possedere, diffondere o tradurre la Bibbia. A volte furono proprio quelle persone che ne dovevano avere cura a mostre il massimo disprezzo per essa, come nel caso del re di Giuda Ioiachìm che distrusse nel fuoco il rotolo della profezia che Geova Dio aveva fatto scrivere al profeta Geremia. Intorno al 168 a.C. Antioco IV Epifane, re della dinastia dei Seleucidi, cercò di imporre la religione greca agli ebrei e ordinò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche. Lo storico e teologo tedesco Heinrich Graetz nella sua Storia degli Ebrei ha scritto che i suoi funzionari “strappavano e bruciavano i rotoli della Legge ovunque li trovassero e uccidevano chiunque cercasse di trarre forza e consolazione dalla lettura di quegli scritti”. Circa quattro secoli dopo (nel 303 d.C.) fu l’imperatore romano Diocleziano a promulgare una serie di editti con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le proprietà dei cristiani fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati.
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. I farisei, una setta giudaica sorta nel II secolo a.C. che raggiunse l’apice del suo potere politico-religioso al tempo di Cristo contrastandone il ministero, nonché pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo d.C., considerati ‘Dottori della Chiesa’, elaborarono tutta una serie di regole, dottrine, dogmi e pratiche frutto delle loro elucubrazioni filosofiche dando vita a una tradizione umana che di fatto, come accusò Cristo Gesù stesso, rese “la parola di Dio senza valore” agli occhi delle masse dei fedeli che vennero così allontanati dalla verità insegnata dalla Bibbia (cfr. Matteo 15:6-9). Tutt’oggi il messaggio della Parola di Dio è sconosciuto alla stragrande maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ i quali sono ancora prigionieri delle falsità religiose prodotte dalla tradizione degli uomini.
Nonostante le minacce di re potenti e di ecclesiastici che si sono sviati, la Bibbia è sopravvissuta ad ogni tentativo di distruzione e rimane il libro più diffuso e più tradotto della storia. Ha persino plasmato le leggi e la lingua di diversi paesi, e tutt’oggi influisce positivamente sulla vita di milioni di persone. Sul perché di tale sorprendente risultato uno scrittore biblico ha scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi, perciò: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Correva l’anno 624 a.C. e su Giuda già da cinque anni regnava Ioiachìm, figlio del re Giosia che aveva purificato il paese dall’idolatria dei suoi predecessori distruggendo altari, pali sacri, immagini e statue dedicati all’adorazione di dio pagano Baal. Fu nel corso di tale opera di purificazione che venne anche ritrovato “il libro della legge di Geova per mano di Mosè”, cioè la copia originale della Legge scritta da Mosè sul monte Sinai nel 1513 a.C. (cfr. Levitico 26:46; 2Cronache 34:14,15). Giosia si mostrò molto gioioso per quel ritrovamento e dimostrò l’apprezzamento che aveva per la Legge di Geova disponendo che venisse letta a tutto il popolo al quale, poi, diede anche questo comando: “Tenete la pasqua a Geova vostro Dio secondo ciò che è scritto in questo libro del patto” (2Cronache 34:30; 2Re 23:21).
Suo figlio Ioiachìm però non seguì il suo esempio. Esercitò un malgoverno contrassegnato da ingiustizie, oppressione e assassinii (cfr. 2Cronache 36:5). Pertanto Geova Dio invitò il profeta Geremia a scrivere un messaggio di condanna contro di lui (cfr. Geremia 36:1-4). Ieudi, un funzionario del regno, fu incaricato di andare a prendere il rotolo scritto dal profeta, ma quando lesse al re il suo contenuto, questi lo tagliò a pezzi e lo bruciò, un pezzo per volta, finché distrusse l’intero rotolo (cfr. Geremia 36:21-24). Che mancanza di rispetto per l’ispirata parola di Dio! Per la prima volta nella storia una parte della Bibbia venne data alle fiamme, per di più da una persona che sotto la responsabilità di averne cura e rispettarla! (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Tuttavia questo non impedì che la profezia scritta nel rotolo si avverasse! Secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio il re Babilonese Nabucodonosor uccise Ioiachìm e ordinò che il suo cadavere fosse gettato fuori delle mura di Gerusalemme (Antichità giudaiche, X, 97). In questo modo si adempì la profezia di Geremia pronunciata contro di lui che diceva: “Perciò questo è ciò che Geova ha detto riguardo a Ioiachim figlio di Giosia, re di Giuda: ‘Non faranno lamento per lui: “Ohimè, fratello mio! E ohimè, sorella mia!” Non faranno lamento per lui: “Ohimè, o padrone! E ohimè, sua dignità!” Sarà sepolto con la sepoltura di un asino, essendo trascinato e gettato fuori, oltre le porte di Gerusalemme’” (Geremia 22:18,19).
Da allora, fino ai nostri giorni, sono stati fatti ripetuti tentativi per impedire la diffusione di questo prezioso libro, e spesso quelli che infierirono maggiormente contro di esso asserivano di essere servitori di Dio. Per secoli è stata portata avanti una efferata lotta mirante a impedire o scoraggiare la gente comune dal leggere la Bibbia e dal farne una forza operante nella propria vita. Nessun altro libro della storia è stato oggetto di simili assalti prolungati.
Nel 168 a.C. Antioco IV Epifane re di Siria, sotto la cui giurisdizione finì il territorio della Giudea dopo la conquista di Alessandro Magno, nel suo tentativo di ellenizzare il paese, tra le tante cose che fece per obbligare gli ebrei ad accettare religione, usi e costumi greci, ricercò ‘i libri della Legge’, li bruciò e dichiarò che chiunque fosse stato trovato in possesso delle Scritture sarebbe stato messo a morte. Una fonte storica ebraica dell’epoca infatti riferisce che “gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco. Se poi in casa di qualcuno si trovava il libro dell’alleanza o qualcuno si mostrava osservante della legge di Dio, l’ordine del re era di condannarlo a morte” (1Maccabei 1:56,57, TILC). Nonostante i suoi sforzi, Antioco IV Epifane non riuscì a eliminare del tutto le Scritture poiché all’epoca c’erano colonie ebraiche in molti paesi e ogni sinagoga aveva la propria collezione di rotoli. Molti di questi si salvarono dalla distruzione comandata dal re e sopravvissero alla sua morte, avvenuta nel 164 a.C., costituendo il modello per successive copie.
Un’altra figura di spicco che cercò di sopprimere le Scritture fu l’imperatore romano Diocleziano. Nel 303 d.C. promulgò una serie di editti sempre più severi nei confronti dei cristiani con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le loro proprietà fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati. Lo storico Eusebio di Cesarea, che visse durante quel periodo, riferisce: “Con i nostri stessi occhi abbiamo visto le case di preghiera rase al suolo dal tetto fino alle fondamenta, e le Scritture ispirate e sacre date alle fiamme in mezzo alle piazze (Storia ecclesiastica, VIII, 2, 1, traduzione di M. Ceva, Rusconi, Milano, 1979). Ma anche questo tentativo di eliminare del tutto la Parola di Dio risultò vano: i veri cristiani preferirono andare incontro alle torture e alla morte piuttosto che consegnare le loro copie delle Scritture perché fossero distrutte. Diocleziano terminò la sua vita nel 313 d.C. ma copie della Bibbia erano state accuratamente nascoste finché la persecuzione cessò e sopravvissero alla sua morte per essere poi riprodotte, infatti  sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano: il Codice Vaticano, fatto risalire alla prima metà del IV secolo d.C., oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana a Roma e il Codice Sinaitico, datato 330-360 d.C., attualmente conservato presso la British Library a Londra.
avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” – Matteo 15:6
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. Ad esempio Gesù disse agli scribi e farisei del suo tempo, cioè a quella classe di persone considerate maestri della Legge, “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”. Quelle persone avevano di fatto annullato la Parola di Dio, in che modo? Gesù applicò a loro una profezia scritta circa 700 anni prima dal profeta Isaia che diceva “insegnano come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:6-9; cfr. Isaia 29:13). Essi avevano fatto delle aggiunte alla Legge e avevano escogitato scappatoie per eluderla; costituirono così una serie di ‘tradizioni’ le quali altro non erano che uno sconcertante dedalo di regole minuziose e tecniche che rendevano gravoso seguire la Legge e opprimevano la popolazione (cfr. Matteo 23:4-33). Come risultato non solo essi non riconobbero in Gesù il promesso Messia, “il fine [o il vero obiettivo] della Legge” (cfr. Romani 10:4), ma lottarono accanitamente per impedire a chiunque altro di riconoscerlo e di ascoltarlo (cfr. Matteo 23:13; 1Tessalonicesi 2:14-16).
Sia Gesù, che tutti i suoi fedeli discepoli, resero vani tali tentativi confutando con molte citazioni bibliche le loro tradizioni di origine umana. Un esempio di ciò è dato dall’unico episodio dell’infanzia di Gesù narrato nei vangeli. È narrato in Luca 2:46: “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri e ad ascoltarli e interrogarli”. Secondo un noto lessico biblico (Great lexicon of the New Testament di Gerhard Kittel) le parole “ascoltarli e interrogarli” qui usate non si riferiscono alla semplice curiosità di un bambino ma ad un’istruttoria, a una indagine, a una disputa, tanto che nella versione biblica di Rotherham il successivo versetto 47 viene così tradotto: “tutti quelli che lo udivano erano fuori di sé, per il suo intendimento e le sue risposte”. Perciò Kittel scrive che “già da bambino Gesù avrebbe intrapreso la lotta nella quale i suoi avversari avrebbero dovuto in seguito soccombere”. Tutto questo trova conferma nel vangelo di Marco, dove si legge che “nessuno [dei farisei] aveva più il coraggio d’interrogarlo” (Marco 12:34). Quei falsi ‘maestri’ e tutta la popolazione che li seguiva infine pagarono a caro prezzo la loro lotta contro la parola profetica della Bibbia quando, nel 70 d.C., l’intero sistema giudaico venne distrutto dalle legioni romane al comando di Tito, Grazie ai discepoli di Gesù che obbedendo al suo comando di fuggire da Gerusalemme portarono via con se i rotoli della Legge, la Parola di Dio sopravvisse anche a quella catastrofe continuando a fare da riferimento per la vera fede! (cfr. Daniele 9:27; 12:11; Matteo 24:15-22; Luca 21:20-22; Atti 17:10,11; 2Timoteo 4:13)

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avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione
Nel II secolo a.C. i farisei – un nuovo gruppo sorto all’interno del giudaismo in contrapposizione con il sacerdozio – cominciarono a istituire delle tradizioni che secondo loro avrebbero permesso all’uomo della strada di essere santo quanto i sacerdoti. Ma Dio aveva comandato agli Israeliti: “Non dovete aggiungere alla parola che vi comando, né dovete togliere da essa, in modo da osservare i comandamenti di Geova vostro Dio che io vi comando” (Deuteronomio 4:2). Quelle tradizioni, dunque, erano un aggiunta arbitraria alla Legge. I farisei divennero i nuovi ‘dottori’ della Legge, assumendo un ruolo che non spettava loro. Ma non avendo il sostegno della Legge mosaica, elaborarono nuovi modi di interpretare le Scritture, con allusioni criptiche e altri metodi atti a sostenere le loro vedute. Quali principali custodi e promotori di quelle tradizioni, crearono una nuova autorità in Israele tanto che al tempo di Cristo rappresentavano una forza preponderante nel giudaismo. Per conferire maggiore autorevolezza alla loro attività cominciarono a asserire che tutte le loro tradizioni, inventate ed elaborate da uomini, erano state date a Mosè sul Sinai poiché Dio definì oralmente ciò che la Legge scritta non specificava. Pertanto sostenevano che Mosè aveva trasmesso la legge orale alle generazioni successive, non ai sacerdoti, ma ad altri uomini autorevoli di cui essi erano eredi. Gesù denunciò pubblicamente le loro false pretese accusandoli di essere solo degli ipocriti che avevano tolto valore alla Parola di Dio con le loro tradizioni orali (cfr. Matteo 15:6-9).
Dopo la morte di Cristo e dei suoi fedeli apostoli, come Gesù stesso aveva profetizzato con la parabola del grano e delle zizzanie, alcuni pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo ricalcarono le orme di quei farisei cominciando ad interpretare gli insegnamenti di Cristo in termini filosofici attingendo notevolmente dalla letteratura greca. Introdussero così nella neonata chiesa cristiana tutta una serie di dottrine, dogmi e pratiche che hanno plasmato in gran parte il pensiero ‘cristiano’ di oggi e tolto valore alla verità della Bibbia. Come quei farisei giudaici anch’essi hanno trasgredito il comando biblico di non aggiungere nulla al testo ispirato (cfr. Rivelazione o Apocalisse 22:18). Nessuna delle dottrine da loro elaborate trova fondamento nella Parola di Dio e spesso sono in netto contrasto con gli insegnamenti biblici.
si allontaneranno dalla fede … prestando attenzione … a insegnamenti di demoni” – 1Timoteo 4:1,2

I cristiani del I secolo mantennero viva la Bibbia usandola estesamente nelle loro adunanze religiose e nelle loro case. Chiunque diveniva cristiano era esortato a procurarsene una copia. Nondimeno, col tempo accadde qualcosa che sminuì l’influenza della Bibbia nella vita di coloro che professavano di crederci. Durante il suo ministero terreno, con la parabola del grano e delle zizzanie narrata in Matteo 13:24-30, 36-43, Gesù aveva predetto il sorgere di falsi cristiani, paragonati a infestanti “zizzanie”. L’apostolo Pietro, rifacendosi a tale predizione, verso il 64 d.C. avvertì i suoi fratelli di fede dicendo: “ci furono anche falsi profeti fra il popolo, come pure fra voi ci saranno falsi maestri” (2Pietro 2:1). In maniera simile l’apostolo Paolo disse: “So che dopo la mia partenza … fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30). Verso la fine del I secolo, l’ultimo apostolo ancora in vita in quel tempo, Giovanni, affermò: “è l’ultima ora, e, come avete udito che viene l’anticristo, così ora sono sorti molti anticristi; da cui acquistiamo la conoscenza che è l’ultima ora” (1Giovanni 2:18).

Finché gli apostoli rimasero in vita, in qualità di “schiavi” del padrone del campo [Gesù] della citata parabola, vigilarono affinché le zizzanie dell’apostasia non crescessero insieme al buon seme, ma quando essi si addormentarono nella morte, il “nemico”, Satana il Diavolo, ebbe via libera per suscitare falsi cristiani in mezzo alla chiesa (cfr. 2Tessalonicesi 2:6,7). Come lo fece? Sempre l’apostolo Paolo spiegò: “si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli espressioni ispirate e a insegnamenti di demoni, mediante lipocrisia di uomini che diranno menzogne, segnati nella loro coscienza come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:1,2). Proprio come era accaduto con gli scribi e i farisei ebrei, preminenti ‘maestri’, o teologi e filosofi “cristiani” vissuti tra il II e il V secolo d.C., i cosiddetti ‘Padri della Chiesa’, attingendo da dogmi e dottrine pagane, diedero vita a una ‘Tradizione’ o ‘Magistero’ frutto delle loro elucubrazioni filosofiche. Tali insegnamenti vennero posti sullo stesso piano delle Scritture o addirittura al di sopra di esse. Chi furono alcuni di questi?

Ad esempio, Origene (185-254 d.C.), il cui modo molto libero di affrontare l’interpretazione della Bibbia rese difficile distinguere la dottrina cristiana dalla filosofia greca. Nel suo libro De principiis descrisse Gesù come “il Figlio unigenito, che è nato, tuttavia senza alcun momento d’inizio. Questa generazione è eterna e perpetua”, un concetto, derivato dalla sua formazione filosofica nella scuola platonica, che pose la base per la successiva dottrina trinitaria. Ci fu poi Atanasio di Alessandria (295-373 d.C.) il quale sostenne la completa homoousia (stessa sostanza) dello Spirito Santo con il Padre e il Figlio, decretata dottrina cristiana nel Concilio di Nicea del 325 d.C. dall’imperatore pagano Costantino. Girolamo (347-420 d.C.), autore della versione biblica in latino Vulgata, il quale, dopo aver scritto nel prologo ai libri di Samuele e Re: “In certi volumi greci troviamo tuttora il nome di Dio, il Tetragramma [cioè, יהוה], espresso in caratteri antichi”, fece sparire del tutto il nome di Dio dal testo sostituendolo con i titoli “Signore” e “Dio”. Ambrogio da Milano (339-397 d.C.) che si adoperò di fornire ai latini istruiti una versione classica del cristianesimo. Di lui una nota enciclopedia dice: “aveva assorbito il più aggiornato sapere greco, cristiano e pagano – in particolare le opere … del pagano neoplatonico Plotino” (The New Encyclopædia Britannica, Micropædia, vol. 1, p. 320). Agostino di Ippona  (354-430 d.C.) seguì le sue orme. A lui si deve l’elaborazione di una concezione filosofica sull’immortalità dell’anima umana, una dottrina secondo cui una parte dell’uomo continua a vivere dopo la morte del corpo, del tutto in contrasto con l’insegnamento biblico riportato in Ezechiele 18:4.

Un dizionario di teologia afferma che leggendo i padri della Chiesa come Agostino o Ambrogio, “ci si accorge di qualcosa di nuovo rispetto alla tradizione biblica: è l’emergere di una escatologia greca, fondamentalmente diversa da quella giudeo-cristiana”, imperniata “sull’immortalità dell’anima, sul giudizio particolare, con la ricompensa o il castigo subito dopo la morte” (Nuovo dizionario di teologia, a cura di Giuseppe Barbaglio e Severino Dianich, Edizioni Paoline, Roma). In altre parole uomini di tale sorta cercarono di spiegare la rivelazione divina con la sapienza umana dimenticando che Dio “ha reso stolta la sapienza del mondo” (1Corinti 1:20). Così permisero che “ingannevoli espressioni ispirate e insegnamenti di demoni” prendessero piede nella chiesa cristiana (cfr. 1 Timoteo 4:1). Essi diedero vita ad una ‘Tradizione’, o ‘Magistero’, composta da insegnamenti, dogmi, dottrine e pratiche di origine umana quali, solo per fare alcuni esempi, la Trinità, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno chiamato ‘Inferno’ e del ‘Purgatorio’, il primato papale, la divisione tra clero e laicato, l’imposizione del celibato, il battesimo dei bambini, l’adorazione della Madonna e dei santi, l’adozione di festività pagane ‘cristianizzate’, come il Natale, e tante altre. Georges Auzou, docente di Sacra Scrittura al Grande Seminario di Rouen, in Francia, ha scritto nel suo libro La Parole de Dieu: “La tradizione precede, racchiude, accompagna e va oltre le Scritture … [Questo] ci aiuta a capire il motivo per cui la Chiesa non ha mai stabilito che la lettura o lo studio della Bibbia sia uno specifico dovere o un’assoluta necessità”. Come fecero gli scribi e i farisei al tempo di Gesù, anche questi “hanno reso la parola di Dio senza valore a causa della tradizione”.

in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” – Isaia 40:8

Comunque, secondo la parabola, del buon grano o “i figli del regno” sarebbero cresciuti contestualmente alle simboliche “zizzanie”. Nel corso del tempo, infatti, uomini di fede hanno tentato in ogni modo di difendere e diffondere le Scritture tra la popolazione e molti pagarono con la vita il loro impegno. Perché?

Con l’avanzare dell’apostasia, la versione biblica in latino di Girolamo divenne l’unica versione autorizzata circolante nell’impero romano. Quando questo cadde, gradualmente anche il latino venne meno finché cessò di essere parlato dalla stragrande maggioranza della popolazione divenendo prerogativa di una ristretta parte del clero che si ritrovò in pratica ad avere il monopolio dell’istruzione religiosa. La chiesa apostata finì per considerare il latino una lingua sacra e proibì la traduzione della Bibbia nelle nuove lingue volgari per impedire alla gente comune di avventurarsi in sfere che considerava suo esclusivo appannaggio. In questo modo gli esponenti del clero potevano continuare a esercitare il loro potere sulle masse. Essi erano consapevoli che molti insegnamenti della Chiesa non si basavano sulla Bibbia ma sulla tradizione. Questo è senza dubbio il motivo della loro riluttanza a rendere la Bibbia accessibile ai fedeli.

Quando il potere degli apostati venne istituzionalizzato dall’imperatore pagano romano Costantino, nel III secolo d.C., nacque quella organizzazione politico-religiosa che da allora è stata conosciuta con la denominazione di Chiesa Cattolica Romana la quale osteggiò con tutti i mezzi a sua disposizione, usando spesso anche la violenza, che la Bibbia venisse tradotta nelle lingue parlate dalla gente comune. I Sommi Pontefici di tale Chiesa negarono sempre a chiunque il permesso di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Ad esempio, nel 1079 Vratislao, re di Boemia, chiese al papa Gregorio VII il permesso di tradurre la Bibbia nella lingua dei suoi sudditi, ma la risposta del papa fu negativa. Successivamente, nel 1199, il papa Innocenzo III ordinò al vescovo di Metz in Germania di bruciare tutte le Bibbie che erano state tradotte in lingua tedesca e, nel 1229, il sinodo di Tolosa, in Francia, decretò che ai “laici” non era permesso avere nessun libro della Bibbia in lingua volgare. Nel 1233 un sinodo provinciale di Tarragona (Spagna) ordinò che tutti i libri del “Vecchio o Nuovo Testamento” fossero consegnati per essere bruciati. Questa lotta culminò nel 1559 quando il papa Paolo IV fece pubblicare un Indice dei libri proibiti, cioè un elenco delle opere di cui la Chiesa vietava ai cattolici la lettura, la vendita, la traduzione e il possesso perché considerate cattive o pericolose per la fede e l’integrità dei costumi. Questo Indice proibì le traduzioni della Bibbia in lingua volgare e qualche anno più tardi, nel 1596, in una versione aggiornata fu ancora più restrittivo: stabilì che non si dovevano più concedere autorizzazioni per la traduzione e la stampa di Bibbie in volgare e quelle esistenti dovevano essere distrutte. A causa di queste restrizioni, a partire dalla fine del Cinquecento si moltiplicarono i roghi con cui le Bibbie venivano bruciate sui sagrati delle chiese; nell’immaginario collettivo le Sacre Scritture divennero un libro degli eretici.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/home)

Molti uomini sinceri si rifiutarono di seguire questi editti. Ma simili scelte erano pericolose. Alcuni soffrirono terribilmente per aver commesso il ‘crimine’ di possedere una Bibbia. Ad esempio lo spagnolo Julián Hernández si impegnò a trasportare dalla Germania nel suo proprio paese un gran numero di Bibbie, nascoste in barili e imballate come vino renano. Fu però tradito e preso dall’Inquisizione cattolica, con quale risultato? Nell’opera Casiodoro de Reina, Spanish Reformer of the Sixteenth Century, di Gordon Kinder, si legge che i destinatari di quelle bibbie “furono tutti indiscriminatamente torturati, dopo di che contro la maggioranza d’essi vennero emesse diverse condanne. Juliano [Julián Hernández] fu messo al rogo, venti furono arrostiti sulla graticola, diversi furono imprigionati a vita, alcuni subirono la fustigazione pubblica, molti vennero assegnati alle galee”.

Nel libro Fifteenth Century Bibles, il suo autore Wendell Prime scrisse: “Trent’anni dopo l’invenzione della stampa, in Spagna l’Inquisizione andava a gonfie vele. Su 342.000 persone punite in quel paese 32.000 furono arse vive. Fu la Bibbia che procurò loro il fuoco del martirio. Questa macchina di distruzione fu altrettanto terribile in Italia, sia al nord che al sud. Gli arcivescovi, con l’aiuto dell’Inquisizione, furono un fuoco consumante sia per la Bibbia che per i suoi lettori. Nerone aveva fatto risplendere alcuni cristiani come luci del mondo dando loro fuoco, chiusi in sacchi, coperti di pece, usandoli come torce per illuminare la scena delle sue orge. Ma le strade delle città europee furono rischiarate dai falò di Bibbie. La Bibbia non fu come i suoi lettori che poterono essere ridotti in miseria, denudati, torturati, mutilati e scacciati. Anche una sola pagina rimasta poteva rifulgere nel buio di queste tenebre come una stella”. Poi aggiunse: “Alcune Bibbie furono preservate perché gli esuli le portarono con sé o le nascosero come pietre e metalli preziosi in tempi di miseria e di pericolo”.

Nonostante tanta violenta opposizione ricevuta nel corso della storia, la Bibbia è sopravvissuta trionfante, e continua ad influire sulla vita di milioni di persone. Perché? Perché non è una semplice raccolta di miti e detti popolari. L’apostolo Paolo, scrisse: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi. Essa è diversa da qualsiasi altra opera scritta perché è la Parola di Dio e, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – II

“NOI SIAMO TESTIMONI DI QUESTE COSE, E LO È ANCHE LO SPIRITO SANTO”

Atti 5:32

Anteprima
La Bibbia è una raccolta di 66 libri scritti nell’arco di 1.600 anni da 40 diversi scrittori. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri universalmente riconosciuto, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale. La stessa Chiesa, poi, avanza la pretesa di essere stata la curatrice di tale elenco o, per descriverlo in termini ‘tecnici’, del “canone” biblico. Tale termine deriva dall’ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura, e dal greco “kanòn”, generalmente usato nelle Scritture per indicare una “regola”. Pertanto vengono indicati per canonici quei libri considerati veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. In base a quali criteri è stata determinata la canonicità dei 66 libri biblici ritenuti tali e da chi?
Se la Bibbia è davvero Parola di Dio, e i libri che la compongono sono ispirati dal suo divino autore per far conoscere alle sue creature la sua volontà, non dovremmo aspettarci che Dio stesso, oltre alla stesura, ne abbia guidato anche la corretta catalogazione affinché non si creasse confusione tra gli scritti ispirati e quelli apocrifi? Pertanto non sarebbe logico anche aspettarsi che Dio stesso abbia stabilito i criteri per provare l’appartenenza di ciascun libro alla raccolta sacra e che gli stessi siano insiti in ogni libro? Così pure, se Dio ha usato lo spirito santo per redigere ciascun libro (cfr. 2Pietro 1:21) non è altrettanto logico pensare che mediante la stessa forza abbia guidato la raccolta dei vari scritti per la compilazione dell’intera biblioteca divina? … Ebbene, questo è proprio quello che è accaduto! … vediamo come …

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Alcuni giorni fa compiendo la mia opera pubblica per la predicazione del vangelo del Regno di Dio (cfr. Matteo 24:14; 28:19,10 e Atti 1:8) ho incontrato un sacerdote cattolico appartenente a un ordine canonicale che passeggiava in un parco del mio quartiere. La nostra conversazione si è subito indirizzata sulla Sacra Scrittura e sul suo messaggio. Tralascio i vari aspetti del nostro colloquio, ne riporto solo uno che è pertinente all’argomento di questa serie di post. Egli ha infatti affermato che se la Parola di Dio è arrivata fino a noi è grazie alla Chiesa Cattolica, la quale ne avrebbe anche curato il canone. Non so quanto fosse convinto di tale affermazione, poiché contrasta pienamente con la storia che invece attesta la strenua e violenta lotta della Chiesa contro la Bibbia, con migliaia e migliaia di copie bruciate sui sagrati delle chiese (per maggiori informazioni al riguardo cfr. il mio post del 14 giugno 2011, UNA STORIA FINITA – XVIII parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/06/14/una-storia-finita-xviii-parte/). Ma il punto che ora interessa è: chi ha fissato il canone biblico, cioè chi ha compilato il catalogo dei libri ispirati, degni di essere usati come regola di fede, dottrina e condotta?
in mano all’uomo c’era la canna per misurare” – Ezechiele 40:5
Come detto nel mio precedente post, la Bibbia è in effetti una collezione di antichi documenti ispirati da Dio composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri, il quale include solo i libri che rientrano nell’ambito e nella specializzazione della stessa. Il catalogo comprende comunemente 66 libri, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale.
Perché a questo catalogo si fa riferimento come al canone biblico? Tale parola origina dal termine ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura (cfr. Ezechiele 40:5). Lo scrittore cristiano Paolo usò lo stesso termine in greco, cioè kanòn, per indicare una “regola di condotta” (cfr. Galati 6:16). I libri canonici sono pertanto quelli veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. E se Dio li ha ispirati, non è logico pensare che abbia guidato anche la loro raccolta nella biblioteca divina in base a inequivocabili criteri da Lui stabiliti e insiti in ciascun libro? Quali sono, dunque, alcuni criteri divini che permettono di determinare la canonicità dei libri della Bibbia? Possiamo riassumerli in questo modo:
– Devono rivolgere gli uomini all’adorazione del suo ispiratore, cioè a Dio e suscitare profondo rispetto per la sua persona, per il suo nome, per la sua opera e per i suoi propositi relativi alla terra (cfr. Deuteronomio 6:4,5; Isaia 33:22; Matteo 6:9; 22:37).
– Non devono in alcun modo promuovere la superstizione o il culto delle creature, ma piuttosto devono incoraggiare ad amare e servire Dio (cfr. Esodo 20:3-6; Isaia 44:14-20; 46:5-7; Romani 1:21-25).
– Devono dar prova della loro ispirazione divina, di essere cioè il prodotto dello spirito santo (cfr. 2Samuele 23:2; Ezechiele 2:2; 2Timoteo 3:16; 1Pietro 1:21).
– Non devono essere in contrasto con l’armonia interna dell’intera raccolta ma, al contrario, ciascun libro deve dimostrare, mediante la sua affinità con gli altri, di essere opera del medesimo autore, Dio (cfr. 1Corinti 12:4-11; 1Timoteo 6:3).
– Devono essere accurati sia dal punto di vista storico che scientifico quando trattano argomenti attinenti a tali materie (per esempio cfr. Giobbe 26:7 e Isaia 40:22).
Inoltre, quando si parla di canone biblico, considerato il ragguardevole arco di tempo in cui i libri furono scritti, non si deve pensare che per accettare ciò che costituiva Scrittura ispirata si dovesse attendere fino al completamento della raccolta ispirata. Ad esempio, quando Mosè completò il Pentateuco (i primi cinque libri della raccolta) esso costituì il canone fino a quel tempo. I successivi libri man mano che vennero redatti si aggiunsero al canone già esistente, il quale forniva anche il modello dell’ispirazione divina. Solo per fare un ulteriore esempio, nel primo libro, Genesi, venne espresso il grandioso tema della Bibbia: la santificazione del nome di Geova e la rivendicazione della sua sovranità per mezzo di un “seme” promesso (cfr. Genesi 3:15). Tutti i successivi scritti vennero considerati ispirati e aggiunti al canone perché erano in armonia con questo tema, fornendo altri particolari sull’adempimento di tale promessa.
Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?” – Deuteronomio 18:20
I 39 libri delle Scritture Ebraiche (impropriamente detto Vecchio Testamento) contengono molte profezie che si collegano a detto tema. Basti pensare, solo per fare ancora alcuni esempi, alla promessa fatta ad Abraamo, dalla quale si comprende che il “seme” promesso sarebbe venuto dalla sua discendenza (cfr. Genesi 22:18); alla benedizione di Giacobbe su suo figlio Giuda che lo additava, fra i dodici figli, quale capostipite di una dinastia reale che avrebbe prodotto il “seme” promesso (cfr. Genesi 49:10); alla successiva promessa fatta da Dio a Davide, della tribù di Giuda, per un regno eterno da dare al suo “seme” (cfr.  2Samuele 7:11-16); al fatto che il promesso “seme” sarebbe stato un “profeta come Mosè” in quanto molti aspetti della sua vita terrena sarebbero stati simili a quella di Mosè (cfr. Deuteronomio 18:18. Vedi, ad esempio, le analogie tra Esodo 9:13-16 e Giovanni 17:4,6,26; tra Esodo 34:28 e Matteo 4:1,2; tra Esodo 19:3-9 ed Ebrei 8:6-13; tra Esodo 18:13 e Giovanni 5:22); al modo in cui il regno avrebbe rivendicato la sovranità di Geova Dio indicato dal profeta Daniele (cfr. Daniele 2:44; 7:13,14); alla indicazione del tempo della comparsa del promesso “seme” fatta ancora per mezzo di Daniele (cfr. Daniele 9:24-27); alle descrizioni delle benedizioni del regno fatte dal profeta Isaia (cfr. Isaia 9:6,7; 11:4-9; 25:8; 33:24; 35:5-7; 65:17) nonché alle centinaia di profezie messianiche che avrebbero dovuto aiutare il popolo ebraico a riconoscere il “seme” o il Messia promesso quando questi sarebbe apparso (cfr. ad esempio Michea 5:2; Geremia 31:15; Zaccaria 9:9; 11:12; Salmo 22;18; 41:9; Isaia 50:6; Giona 1:17).

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Le Scritture Ebraiche contengono molte profezie. Geova Dio stesso provvide la base per stabilire l’autenticità di una profezia, cioè per vedere se veniva davvero da Dio o no, e questo aiutava a determinare la canonicità di un libro profetico. Per mezzo di Mosè fece scrivere: “il profeta che ha la presunzione di pronunciare in mio nome una parola che io non gli ho comandato di pronunciare o che parla nel nome di altri dèi, quel profeta deve morire.E nel caso che tu dica nel tuo cuore: Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?quando il profeta parla nel nome di Geova e la parola non avviene o non si avvera, quella è la parola che Geova non ha pronunciato. Il profeta la pronunciò con presunzione” (Deuteronomio 18:20-22). Esaminando, quindi, ciascun libro profetico delle Scritture Ebraiche nel contesto dell’intera Bibbia e alla luce della storia secolare si può stabilire al di là di ogni dubbio se esso è ispirato o meno da Dio: se la profezia si è regolarmente adempiuta significa che era autentica e ispirata, in caso contrario quella sarebbe stata “la parola che Geova non ha pronunciato”!
è scritto” – cfr. Matteo 4:3-10; Luca 24:45-48; Marco 7:6,7; Giovanni 12:14,15; Atti 15:15-17
Ben 37 dei 39 libri delle Scritture Ebraiche furono citati da Gesù durante il suo ministero terreno o dai suoi fedeli apostoli. Questi ripetute volte dissero “è scritto”, facendo poi seguire a tale dichiarazione una citazione presa da libri delle Scritture Ebraiche. Anche tutte queste citazioni costituiscono un criterio valido per stabilire la loro canonicità. Per quanto riguarda i rimanenti due, Ester e Ecclesiaste (o Qohelet), molti fatti confermano la loro attendibilità e ispirazione divina. Il racconto di Ester esalta la devozione a Dio (es. narra di Mardocheo che rifiutò di inchinarsi per onorare un uomo, l’amalechita Aman, poichè Dio aveva condannato gli amalechiti allo sterminio – cfr. Ester 3:1-5), alimentando la fede che è Dio a dirigere il corso degli avvenimenti e può liberare il suo popolo dall’oppressione dei suoi nemici (cfr. Ester 4:14). Tutt’oggi gli ebrei osservano la festa di Purim, o delle Sorti, per commemorare la grande liberazione avvenuta al tempo di Ester narrata nel libro. Anche l’Ecclesiaste sostiene la vera adorazione di Geova Dio e gli insegnamenti presentati e i princìpi esposti nel libro sono del tutto in armonia con il resto delle Scritture (cfr. Ecclesiaste 5:7; 7:18; 12:13).
Il popolo ebreo fu per 1.500 anni destinatario e custode delle Scritture Ebraiche e fu quel popolo (e non la Chiesa Cattolica o qualsiasi altra denominazione che vorrebbe appropriarsene il merito) a fissarne il canone. Già nel V secolo a.C. il sacerdote ed esperto copista Esdra cominciò a raccogliere e catalogare i libri delle Scritture Ebraiche, facendone diverse copie per l’istruzione del popolo tornato dalla cattività babilonese (cfr. Esdra 7:6,10). Tale lavoro di catalogazione, secondo una consolidata tradizione ebraica, venne completato dal governatore Neemia verso la fine del V secolo d.C. in concomitanza con la redazione dell’ultimo libro del catalogo, Malachia, scritto e completato nel 443 a.C. Fu allora che venne definitivamente fissato l’intero canone delle Scritture Ebraiche. Questo, come già riportato nel mio precedente post, è ulteriormente confermato dalla testimonianza del libro Contro Arpione nel quale il suo autore, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo d.C., fece riferimento proprio al canone di tali scritti affermando: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”.
Questo era il catalogo o canone che fu accettato come Scrittura ispirata da Cristo Gesù e dalla primitiva chiesa cristiana. Solo da questi libri gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane fecero citazioni e, introducendole con espressioni del tipo “come è scritto”, confermarono che quegli scritti erano Parola di Dio (cfr. Romani 1:17; 2:24; 3:4,10; 4:17; 8:36; 9:13,33; 10:15; 11:8,26; 15:3,9,21). Essi non citarono mai nessuno dei presunti scritti ispirati compilati dopo il tempo di Neemia fino al tempo di Cristo (inclusi i “deuterocanonici” o apocrifi presi in considerazione dalla Chiesa Cattolica).
noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo” – Atti 5:32
Che dire della composizione del canone delle Scritture Greche Cristiane, il cosiddetto, impropriamente, Nuovo Testamento? Come ha affermato il sacerdote citato all’inizio, la Chiesa Cattolica si è arrogata il merito di aver compilato tale raccolta. Essa si rifà al Concilio di Cartagine  del 397 d.C. durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. Ma molti esperti biblisti non concordano con tale affermazione. Ad esempio Oskar Skarsaune, professore di storia della Chiesa presso la Norwegian School of Theology di Oslo, si è così espresso: “Quali scritti andassero inseriti nel Nuovo Testamento e quali no non fu mai deciso da qualche concilio ecclesiastico e tanto meno da un singolo individuo … Questo processo si era già praticamente concluso molto prima di Costantino e molto prima che fosse stabilita la sua chiesa del potere. È stata la chiesa dei martiri, non la chiesa del potere, a darci il Nuovo Testamento”.
A riprova di tale affermazione ci sono diversi cataloghi antichi datati anteriormente rispetto al summenzionato Concilio, molti dei quali concordano esattamente con l’elenco attuale di 27 libri. Tra questi il più significativo è il Frammento Muratoriano. Si tratta di un frammento di pergamena facente parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena prodotto nell’VIII secolo d.C. (il codice era un prototipo di libro formato da una serie di fogli piegati, riuniti e legati insieme sulla piegatura in uso dalla fine del I secolo d.C.) Questo codice fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori, eminente storico italiano, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nel 1740. Il Frammento è scritto in latino ma si suppone che l’originale, di cui è una copia, sia stato composto in greco vari secoli prima, intorno al 170 d.C. Il testo non è un semplice elenco dei libri delle Scritture Greche Cristiane ma contiene anche alcuni commenti sui libri stessi e sui relativi scrittori. Anche se è mutilo di alcune righe il Frammento Muratoriano elenca 24 degli attuali 27 libri mentre per i 3 mancanti, la lettera agli Ebrei, la 1a lettera di Pietro e quella di Giacomo, lo studioso Geoffrey Mark Hahneman, nel suo libro The Muratorian Fragment and the Development of the Canon, considera “ragionevole ipotizzare che il Frammento possa aver contenuto altri riferimenti ora perduti, e che Giacomo ed Ebrei (e 1Pietro) possano essere stati fra questi”. Il Frammento Muratoriano è quindi una conferma che la maggior parte dei libri che oggi formano le Scritture Greche Cristiane erano già considerati canonici nel II secolo, cioè almeno due secoli prima che Costantino, il pagano imperatore romano, desse ufficialmente vita alla Chiesa Cattolica. Come si è espresso un altro autorevole studioso di Nuovo Testamento della Biola University, CA, USA, “La chiesa non fissò il canone arbitrariamente; è più corretto dire che ci fu da parte della chiesa un riconoscimento dei libri che i cristiani consideravano da sempre una Parola autorevole di origine divina” (Ken Berding, Sundoulos, Spring 2007).

frammento-muratoriano

Milano, Biblioteca Ambrosiana: uno dei fogli del codice I 101 sup., il cosiddetto Canone Muratoriano (photo di V. Veronesi)
Il Frammento Muratoriano consiste in 85 linee di testo nei fogli 10 e 11 del codice. È scritto in latino e sembra opera di un copista non troppo attento. Alcuni degli errori introdotti dal copista, comunque, sono stati identificati grazie alla comparazione con parti dello stesso testo incluse in quattro manoscritti dell’XI e XII secolo conservati presso l’Abazia di Montecassino. Si suppone che l’originale sia stato composto in greco vari secoli prima del testo del Frammento, che ne sarebbe la traduzione latina. Questo in base a un preciso indizio contenuto nel testo. Il Frammento, infatti, menziona un libro non biblico, il Pastore, e dice che l’autore, Erma, lo aveva scritto “molto recentemente, ai nostri giorni, nella città di Roma”. Gli studiosi datano la redazione finale del Pastore di Erma tra il 140 e il 155 d.C., per cui si pensa che l’originale greco del Frammento Muratoriano sia stato scritto intorno al 170 d.C. Per quanto riguarda l’autore, sono stati proposti diversi nomi: Clemente Alessandrino, Melitone di Sardi e Policrate di Efeso; i più, però, propendono per Ippolito, che scrisse in greco e visse a Roma nel periodo in cui fu composto il contenuto del Frammento. Leggendo il testo si nota che nel manoscritto mancano le prime righe, e anche alla fine sembra interrompersi bruscamente. Il documento inizia menzionando il Vangelo di Luca, e dice che lo scrittore di questo libro biblico era medico (cfr. Colossesi 4:14). Viene detto che quello di Luca è il terzo Vangelo, per cui è facile pensare che la parte iniziale mancante facesse riferimento al Vangelo di Matteo e a quello di Marco. Questa conclusione trova ulteriore conferma nel fatto che il Frammento Muratoriano afferma che il quarto Vangelo è quello di Giovanni. Il Frammento ribadisce che il libro degli Atti degli Apostoli fu scritto da Luca per l’“eccellentissimo Teofilo” (cfr. Luca 1:3; Atti 1:1) Poi elenca le lettere dell’apostolo Paolo: ai Corinti (due), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (due), ai Romani, a Filemone, a Tito e a Timoteo (due). Sono menzionate come ispirate anche la lettera di Giuda e due lettere di Giovanni. La prima lettera dell’apostolo Giovanni è menzionata insieme al suo Vangelo. La lista dei libri considerati ispirati si conclude con l’Apocalisse, o Rivelazione. Il Frammento non menziona la lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro e quella di Giacomo, ma diversi studiosi concordano nell’ipotizzare che ci fossero nel documento altri riferimenti andati perduti e che i libri mancanti possano essere tra questi.
Comunque la canonicità dei libri della Bibbia, ovvero il loro diritto a essere inclusi nella biblioteca divina, non dipese tanto dal fatto che siano citati o meno in qualche antica lista. La Bibbia stessa dice che qualcosa di molto più importante, e potente, ebbe un ruolo in tutto ciò. Nella sua prima lettera scritta alla chiesa di Corinto l’apostolo Paolo affermò: “Ora ci sono varietà di doni, ma c’è lo stesso spirito … la manifestazione dello spirito è data a ciascuno per uno scopo utile.Per esempio, a uno è data per mezzo dello spirito parola di sapienza, a un altro parola di conoscenza secondo lo stesso spirito,a un altro fede mediante lo stesso spirito, a un altro doni di guarigioni mediante quellunico spirito,a un altro ancora operazioni di opere potenti, a un altro profezia, a un altro discernimento di espressioni ispirate, a un altro diverse lingue e a un altro interpretazione di lingue” (1Corinti 12:4-10).
Come si può notare, l’apostolo dice che ad alcuni venne dato dallo spirito santo il dono di “discernere le espressioni ispirate”. Cosa significa questo? Semplicemente che alcuni cristiani di quel tempo, così come alcuni antichi servitori di Dio nell’antico Israele, vennero dotati della capacità sovrumana di distinguere fra le espressioni che erano realmente ispirate da Dio e quelle che non lo erano. È evidente perciò che il canone degli scritti cristiani fu fissato molto presto e con la guida dello spirito santo. Nell’ultima parte del II secolo alcuni scrittori cominciarono a esprimersi sulla canonicità dei libri biblici, ma non furono loro a formare il canone: ciò che fecero fu solo attestare quello che Dio aveva già accettato attraverso i suoi rappresentanti, i quali erano guidati dal suo spirito; a conferma di questo l’apostolo fu ispirato ancora a scrivere: “E noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono quale governante” (Atti 5:32).
In conclusione possiamo dire che Geova Dio non solo ha ispirato e preservato la sua Parola nel corso dei secoli ma ha anche guidato per mezzo del suo spirito la raccolta delle varie parti. Pertanto si deve riconoscere che la Parola di Dio è composta in tutto da 66 libri di cui è stata riconosciuta l’ispirazione divina, 39 delle Scritture Ebraiche e 27 delle Scritture Greche Cristiane. Qualsiasi aggiunta sia stata fatta a questo elenco è stata arbitraria, frutto di mistificazione umana i cui autori dovranno rendere conto al suo divino Autore, Geova Dio.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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