LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XXI

“LA TUA PAROLA È UNA LAMPADA PER IL MIO PIEDE E UNA LUCE SUL MIO CAMMINO”

Salmo 119:105

Anteprima
La Bibbia non solo provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro. Non c’è al mondo nessun altro libro con queste caratteristiche. Perché? Un suo scrittore affermò: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Come dimostrato nei precedenti post, la sua ispirazione divina è attestata dalle numerose profezie in essa contenute e regolarmente adempiute. Racconta migliaia di anni di storia umana pienamente attestata da documenti ufficiali nonché dalle ricerche archeologiche. È l’unico libro che dà una spiegazione logica e plausibile sull’origine della vita umana, sulla causa dei problemi dell’umanità nonché sulla loro completa risoluzione (cfr. Romani 5:12; Geremia 10:23; Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Inoltre, pur non essendo stata scritta per essere un libro di scienze, tutte le informazioni scientifiche che contiene sono precise, accrescendone il valore.
Pur essendo un libro molto antico e in gran parte scritto su materiale degradabile, è sopravvissuto al deterioramento del tempo e a vari tentativi di distruzione da parte degli oppositori. Fatto ancora più straordinario, è giunto fino ai nostri giorni nel suo testo originale pressoché integro resistendo ai tentativi di manipolazioni delle profonde verità in esso contenute. In definitiva ha tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un libro che viene dal Creatore dell’universo e della vita. Infine contiene un’accurata descrizione del suo divino Autore, facendoci conoscere le sue qualità, il suo pensiero, la sua volontà nonché il suo nome, Geova, il cui significato, da lui stesso rivelato, cioè:  “Egli fa divenire” (*), è fonte di speranza per tutto il genere umano poiché ci assicura che egli diventerà qualunque cosa decida per adempiere il suo proposito e manterrà sempre la sua parola (cfr. Esodo 3:10-14).

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Lo storico William Hardy McNeill, Professore Emerito dell’Università di Chicago, dopo aver esplorato la storia del mondo in termini dell’effetto che le civiltà hanno avuto l’una sull’altra, fece questa osservazione: “L’avventura dell’uomo sulla faccia di questo pianeta è stata una serie quasi ininterrotta di crisi e sconvolgimenti dell’ordine stabilito della società” (The Rise of the West: A History of Human Community). Questa dichiarazione attesta la correttezza di quanto scrisse circa 2.500 anni fa un ispirato profeta e storico biblico: “So bene, o Geova, che l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). Già allora si poteva constatare che l’uomo non ha la capacità di autogovernarsi, non è stato creato per “dirigere i suoi passi”. Perciò è del tutto ragionevole pensare che il nostro amorevole Creatore abbia provveduto un libro per dare istruzioni e guida all’umanità. La Bibbia è questo libro! Essa soddisfa ogni nostro bisogno di direttiva saggia; come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
La Bibbia è davvero un libro eccezionale. Si, lo è per molte ragioni! Innanzi tutto è antichissima; non ci aspetteremmo che la Parola di Dio per tutta l’umanità fosse stata scritta di recente, non è vero? Sebbene si iniziò a scriverla circa 3.500 anni fa e su materiali deperibili, quali il papiro, pelli di animali o pergamena, il suo testo è stato conservato fino ai nostri giorni; nel corso dei secoli ne sono state prodotte miliardi di copie, tanto che oggi è difficile trovare un luogo della terra, per quanto isolato, in cui non ci sia una Bibbia. È stato infatti calcolato che ne sono state stampate in tutto circa cinque miliardi di copie in oltre 3.300 lingue o idiomi (cfr. http://www.corriereuniv.it/cms/2014/03/la-classifica-dei-10-libri-piu-venduti-nella-storia/; http://resources.wycliffe.net/statistics/2017%20Scripture%20and%20Language%20Statistics_IT.pdf). Non è ciò che ci aspetteremmo da un libro che è veramente opera di Dio?
deve copiare per sé in un libro questa Legge” – Deuteronomio 17:18
Il fatto, poi, che la Bibbia sia sopravvissuta per tanto tempo è qualcosa di sorprendente, visto ciò che è accaduto agli scritti di nazioni contemporanee degli israeliti che per 1.500 furono i destinatari e i custodi di questo prezioso libro. Per esempio i fenici, vissuti nel primo millennio a.C., erano vicini degli israeliti. Questi mercanti e navigatori diffusero il loro sistema di scrittura alfabetica in tutta l’area del Mediterraneo. Inoltre si arricchirono grazie all’esteso commercio del papiro con l’Egitto e il mondo greco. Ma un’importante rivista di divulgazione scientifica dice dei fenici: “I loro scritti, tracciati soprattutto su fragili papiri, si sono disintegrati con il tempo; quindi le nostre conoscenze sui Fenici sono dovute soprattutto ai racconti, ovviamente parziali, dei loro nemici. La letteratura fenicia, molto ricca a quanto si tramanda, è andata completamente perduta nell’antichità” (National Geographic – Ottobre 2004).
E che dire degli scritti degli egizi? I geroglifici che scolpirono o dipinsero sulle pareti dei templi e altrove sono conosciuti. Gli egizi sono famosi anche per avere utilizzato il papiro come materiale scrittorio. Tuttavia, in merito agli scritti degli egizi su papiro, Kenneth Anderson Kitchen, Professore emerito di egittologia presso l’Università di Liverpool, ha dichiarato: “Si calcola che il 99 per cento dei papiri scritti tra il 3000 circa e l’inizio dell’epoca greco-romana sia andato completamente distrutto”. Lo stesso si può dire dei documenti romani scritti su papiro. Come mai, allora, i libri della Bibbia che furono scritti in origine su un materiale delicato, come quello usato da fenici, egizi e romani, sono sopravvissuti dando origine al libro più diffuso del mondo? Secondo James Kugel, Professore emerito presso il Dipartimento biblico dell’Università Bar Ilan in Israele e presso l’Università di Harvard negli USA, la ragione va trovata nel fatto che gli scritti originali furono copiati “tantissime volte nel periodo stesso della stesura della Bibbia”.
Molti israeliti, infatti, amavano leggere le Scritture e riconoscevano che erano la Parola di Dio, perciò la preservarono con cura e ne fecero numerose copie. Perfino ai re di Israele era stato comandato di “copiare per sé in un libro” la “Legge custodita dai sacerdoti levitici” (cfr. Deuteronomio 17:18). La trascrizione era affidata alla minuziosità di scribi altamente qualificati. Di uno di questi, Esdra, vissuto nel V secolo a.C., è infatti detto che “era un copista esperto nella Legge di Mosè data da Geova” (cfr. Esdra 7:6). Fu ai suoi giorni che iniziò ad affermarsi un gruppo di copisti delle Scritture chiamati Soferim; questo nome derivò dal verbo ebraico saphàr che significa contare. Questi, infatti, contavano tutte le lettere della Legge assicurando un alto grado di accuratezza nella trasmissione delle Scritture Ebraiche. Purtroppo, a causa di una stolta tradizione rabbinica che iniziò a diffondersi nel paese (cfr. Matteo 15:6-9), i Soferim apportarono intenzionalmente alcuni cambiamenti al testo originale. Il più grave di questi fu quello di sostituire il nome personale di Dio, YHWH [in italiano Geova] con il termine Adonay [in italiano Signore]. Fortunatamente, però, nella loro meticolosità questi scribi indicarono a margine dove avevano fatto cambiamenti permettendo così a studiosi successivi di sapere quello che diceva il testo originale. A tal proposito Robert Gordis, Professore presso il Jewish Theological Seminary of America nonché presidente della Rabbinical Assembly e del Synagogue Council of America, ha scritto nel suo libro The Biblical Text in the Making che nel I secolo d.C., prima della distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 ad opera dei romani, “I custodi del testo biblico trovarono un antico manoscritto redatto meticolosamente e ne fecero il fondamento della loro opera. Ne fecero l’archetipo da cui si dovevano produrre tutte le copie ufficiali e mediante cui potevano da quel momento in poi essere corretti tutti i manoscritti che erano in mani private”. Tale manoscritto venne chiamato “Rotolo dei recinti del Tempio” e servì da modello per la revisione di nuove copie.
Successivamente, a partire dal VI secolo d.C. si affermò una nuova generazione di copisti chiamati baalei ha-masoreth (“maestri della tradizione”) o masoreti. Come spiega ancora il Professor Gordis, i masoreti “contarono le lettere della Scrittura, determinarono la lettera centrale e il versetto centrale della Torah, stabilirono la lettera centrale della Bibbia nel complesso, compilarono lunghi elenchi di forme bibliche rare ed eccezionali, elencarono il numero di casi in cui ricorrevano migliaia di parole bibliche, tutto per evitare che il testo accettato fosse modificato e impedire agli scribi di introdurvi cambiamenti”. Tale meticolosa opera di copiatura contribuì a garantire l’accuratezza del testo e impedì la scomparsa della Bibbia stessa, nonostante i nemici avessero tentato con disperata insistenza di distruggerla.
la parola di Geova dura in eterno” – 1Pietro 1:25
Si, perché quello che rende ancora più notevole questa grande diffusione della Bibbia è il fatto che i suoi nemici hanno ripetutamente cercato di distruggerla. Un tempo le Bibbie venivano spesso bruciate, e non di rado chi era sorpreso a leggere la Bibbia veniva condannato a morte. Ma la Parola di Dio è sopravvissuta a tutti questi attacchi. Nel 168 a.C., per esempio, il re di Siria Antioco IV cercò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche che riuscì a trovare in Palestina. Una fonte ebraica dell’epoca riferisce: “Gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco”. Nella Jewish Encyclopedia si legge: “Gli ufficiali assolsero l’incarico con estremo rigore … Chi era trovato in possesso di un libro sacro … veniva condannato a morte”. Nonostante questo, gli ebrei in Palestina e quelli che vivevano in altri paesi conservarono copie delle Scritture.
Poi nel 303 d.C. l’imperatore romano Diocleziano pensò di soffocare il cristianesimo distruggendone gli scritti sacri. Decretò, quindi, che in ogni parte dell’impero tutte le Bibbie fossero date pubblicamente alle fiamme. Ma non tutte le copie andarono perse e quelle rimaste continuarono ad essere riprodotte. Infatti sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono probabilmente trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano. Una si trova a Roma (il Codex Vaticanus 1209, conservato nella Biblioteca Vaticana), l’altra (il Codex Sinaticus) è conservata nella British Library di Londra. Geova custodì la sua Parola a dispetto di tutti i tentativi fatti per distruggerla.
I rotoli originari delle Scritture vennero scritti in ebraico, per quanto riguarda i 39 libri da Genesi a Malachia (Scritture Ebraiche o VT), e in greco koinè, per quando riguarda i 27 libri da Matteo a Rivelazione o Apocalisse (Scritture Greche Cristiane o NT). L’ebraico come lingua principale biblica durò circa undici secoli, poi morì come lingua, venendo sostituito dall’aramaico parlato dal popolo comune. Ma i capi religiosi giudaici si rifiutarono di scrivere la traduzione aramaica delle Scritture Ebraiche per impedire al popolo di leggerle. Il primo scrittore delle Scritture cristiane, l’evangelista Matteo, scrisse dapprima il suo vangelo in aramaico poi, giacché il greco koinè era divenuto la lingua internazionale, lo tradusse in greco. Successivamente tutti i restanti libri delle Scritture cristiane vennero scritti in greco. Era infatti volere di Dio che la sua Parola dovesse essere compresa da tutti; essa doveva vivere, e non venir seppellita nelle lingue morte e nascosta alla conoscenza del popolo comune.
Col passar del tempo il latino divenne la lingua parlata da gran parte del popolo comune. Si cominciò quindi a tradurre in latino le Sacre Scritture. Queste traduzioni raggiunsero l’apice con la Vulgata di Girolamo, un monaco romano considerato “Padre della Chiesa” nel cattolicesimo. La Chiesa Cattolica considerò quindi il latino una lingua “sacra”. Ma con la decadenza dell’impero romano, anche la lingua latina cessò di essere la lingua del popolo cosicché la gente comune non riusciva più a leggere le Scritture. L’astuta gerarchia cattolica ne approfittò per fare ciò che avevano già tentato di fare i capi religiosi giudaici, impedire alla gente comune di leggere le Scritture. Iniziò così una lotta senza quartiere tra le gerarchie ecclesiastiche e alcuni sinceri studiosi delle Scritture che volevano tradurre la Parola di Dio nelle lingue volgari. Seguirono secoli di violente persecuzioni contro chiunque si azzardava a violare i diktat della gerarchia cattolica. I traduttori o possessori di bibbie vennero braccati in tutta l’Europa come fossero animali selvaggi. Uomini coraggiosi come John Wycliffe, William Tyndale, Jan Hus, solo per fare qualche nome, ma ce ne furono molti altri, vennero catturati, processati, torturati e bruciati sul rogo, spesso con le copie della Bibbia legate al collo. Nel 1559 il papa Paolo IV mise la Bibbia tradotta nelle lingue volgari nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica.
Nel quindicesimo secolo l’invenzione della stampa mutò il volto della civiltà; destinò anche alla sconfitta i malvagi disegni della gerarchia cattolica contro la Bibbia. La prima pubblicazione che uscì dalla macchina stampatrice dell’inventore Giovanni Gutenberg fu proprio la Bibbia. Col tempo vennero pubblicate versioni stampate nelle lingue correnti dei principali Paesi europei. La gerarchia ecclesiastica aveva perduto la sua lotta contro una Bibbia vivente per il popolo comune. Sebbene essa fosse riuscita a distruggere molte migliaia di copie della Parola di Dio, la stampa la sconfisse producendo più copie di quanto essa potesse distruggere. Si, come scrisse l’apostolo Pietro: “la parola di Geova dura in eterno” (1Pietro 1:25).

Apprezzarono la Bibbia – Video tratto da JW Broadcasting
Le parole di Geova sono pure” – Salmo 12:6
Alcuni pensano che in così tanto tempo da che si iniziò a scriverla e il passaggio attraverso molte traduzioni dalle lingue originali a quelle volgari abbia influito negativamente sulla sua trasmissione per cui possano esserci stati errori di trascrizioni o addirittura manipolazioni. Seppure è vero che alcune delle antiche copie della Bibbia giunte fino a noi contengono piccoli errori e lievi discordanze, oggi abbiamo a disposizione migliaia di frammenti, manoscritti e antiche traduzioni (circa 6.000 delle Scritture Ebraiche o VT e circa 5.000 delle Scritture Greche Cristiane o NT) che hanno permesso ai biblisti di mettere a confronto e studiare scrupolosamente il testo biblico. Il loro lavoro ha confermato il contenuto della stragrande maggioranza dei passi biblici. I pochi versetti riguardo ai quali rimane qualche incertezza non cambiano il messaggio biblico nel suo insieme. Studi come questi convincono chi esamina la Bibbia con sincerità che il testo che abbiamo oggi è fedele a quello originariamente ispirato dal suo divino autore, Geova Dio.
Un classico esempio di perfetta conservazione del testo originale è costituito dai cosiddetti Rotoli del Mar Morto. Scoperti tra il 1947 e il 1955, erano conservati dentro otri di terracotta rinvenuti in alcune caverne lungo le rive del Mar Morto, questi antichi documenti includono copie di libri delle Scritture Ebraiche. Risalgono a 100-200 anni prima della nascita di Gesù. Uno è un rotolo di pelle in buono stato di conservazione che contiene l’intero libro di Isaia (1QIsa), risalente alla fine del II secolo a.C. Prima di questa scoperta, la più antica copia disponibile del libro di Isaia in ebraico era stata fatta quasi 1.000 anni dopo la nascita di Gesù (il Codice di Aleppo risalente al 930 d.C.). Il confronto fra queste due copie di Isaia rivelò solo piccolissime differenze, per la maggior parte piccole variazioni di ortografia! Ciò significa che in più di 1.000 anni di copiatura non c’era stato nessun effettivo cambiamento!
Per quanto riguarda la manipolazione, è vero, ci sono stati dei tentativi di cambiare la Parola di Dio. Un esempio notevole è quello dei versetti di 1 Giovanni 5:7,8. Nella traduzione fatta nel 1607 da Giovanni Diodati, un teologo italiano nato in Svizzera e di fede protestante, si legge al v. 7: “Perciocchè tre son quelli che testimoniano nel cielo: il Padre, e la Parola, e lo Spirito Santo; e questi tre sono una stessa cosa”. Ma queste parole mancano in tutte le più antiche copie della Bibbia. Frederick Henry Ambrose Scrivener, un importante esperto di critica testuale del Nuovo Testamento e membro del Comitato di revisione che produsse la Versione Riveduta della Bibbia in inglese scrisse al riguardo: “Non esitiamo a dichiarare la nostra convinzione che le parole in questione non furono scritte da S. Giovanni: che furono originariamente introdotte in copie latine in Africa da una glossa marginale, dove erano state collocate come pia e ortodossa annotazione sul v. 8: che dal latino finirono in due o tre tardi codici greci, e da lì nel testo greco stampato, dove non avevano alcun diritto di trovarsi”. È evidente che furono aggiunte da qualcuno che cercava di sostenere la falsa dottrina della Trinità. Poiché è chiaro che non fanno parte della Parola di Dio, queste parole non compaiono nelle Bibbie più recenti, sia cattoliche che protestanti.
Sir Frederic George Kenyon, paleografo e accademico britannico esperto di manoscritti biblici, presidente della British Academy nonché Direttore e Bibliotecario capo del British Museum, nel suo libro The Story of the Bible affermò che chiunque “può prendere in mano l’intera Bibbia e dire senza timore o esitazione di avere in mano la vera Parola di Dio, trasmessa senza perdite sostanziali di generazione in generazione nel corso dei secoli”. Perciò chiunque dica che oggi la Bibbia non contiene le stesse informazioni che conteneva in origine semplicemente non conosce i fatti. La Bibbia stessa contiene la promessa di Dio che la sua Parola sarebbe stata mantenuta pura perché potessimo usarla oggi. Scrisse infatti un ispirato scrittore di Salmi circa 3.000 anni fa: “Le parole di Geova sono pure; sono come argento raffinato in una fornace di terra e purificato sette volte” (Salmo 12:6). A un altro profeta, circa 2.500 anni fa, venne assicurato che il suo scritto ispirato sarebbe stato tenuto segreto “sino al tempo della fine. Molti lo esamineranno attentamente, e la vera conoscenza diventerà abbondante” (Daniele 12:4). E lo stesso apostolo Giovanni, 1.900 anni fa, fu spinto a scrivere questa ammonizione: “A chiunque ascolta le parole della profezia contenuta in questo rotolo io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli aggiungerà le piaghe descritte in questo rotolo; e se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del rotolo di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte degli alberi della vita e della città santa descritti in questo rotolo” (Rivelazione o Apocalisse 22:18,19). Nel corso dei secoli Geova Dio ha fatto in modo che la sua Parola fosse protetta non solo dagli errori dei copisti, ma anche dai tentativi di altri di farvi delle aggiunte.
uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” – 2Pietro 1:21
Per concludere questa serie di post si può a piena ragione affermare che la Bibbia, benché scritta da uomini, è “Parola di Dio”. Contiene il messaggio di Dio per le sue creature umane. Fra i molti modi che Dio usò per trasmettere questo messaggio vi fu la dettatura diretta, come nel caso dei Dieci Comandamenti e di tutte le leggi e i regolamenti dettati a Mosè con il comando “Scrivi queste parole” (cfr. Esodo 34:27). In altre occasioni Geova si servì di sogni, visioni e trance per comunicare il suo messaggio agli uomini. Le immagini che comunicavano il messaggio o proposito di Dio vennero impresse nella mente di coloro che poi le misero per iscritto, come nel caso delle visioni narrate nel libro di Daniele o nella Rivelazione (o Apocalisse) dell’apostolo Giovanni al quale fu detto “Quello che vedi scrivilo in un rotolo” (cfr. Rivelazione 1:1, 11; cfr. anche Abacuc 2:2).
Una considerevole parte della Bibbia è narrazione storica e racconta le vicende di persone, famiglie, tribù e nazioni. Queste informazioni vennero attinte da racconti storici già esistenti riportati in fonti ufficiali della nazione di Israele, come il “libro delle Guerre di Geova” (cfr. Numeri 21:14,15), o il “libro dei fatti storici dei re d’Israele” (cfr. 1Re 14:19; 2Re 1:18; 2Cronache 20:34) o il “libro dei fatti storici dei re di Giuda” (cfr. 1Re 14:29; 2Re 24:5) o di altre nazioni, come il “libro dei fatti storici dei re di Media e di Persia” (cfr. Ester 10:2).
Oltre alla storia la Bibbia contiene un gran numero di saggi detti e consigli. Gli scrittori attinsero alla propria e all’altrui esperienza, sulla base dello studio e dell’osservanza delle Scritture loro disponibili. Un saggio scrittore, il re Salomone, scrisse infatti: “Il congregatore non solo è diventato saggio, ma ha anche insegnato di continuo al popolo quello che sapeva; ha meditato e ha fatto un’attenta ricerca per raccogliere molti proverbi.Il congregatore ha cercato di trovare parole piacevoli e di mettere per iscritto accurate parole di verità” (Ecclesiaste 12:9,10). In ogni caso, lo spirito di Dio ebbe un ruolo determinate, come è scritto: “nessuna profezia è mai venuta dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” (2Pietro 1:21). Questo vuol dire che quanto scritto nella Bibbia non fu il risultato dell’analisi e dell’interpretazione da parte degli scrittori delle tendenze e degli avvenimenti umani. Piuttosto, la mente dello scrittore fu spronata dallo spirito di Dio ed egli fu spinto a esprimere il messaggio ispirato, generalmente con le sue parole. Per cui le parole furono quelle dello scrittore, ma il messaggio fu quello di Geova Dio.
Che Dio impiegasse uomini per scrivere la sua “Parola” è una prova della sua grande sapienza nel provvedere proprio quello di cui noi creature imperfette abbiamo bisogno. Avrebbe potuto impiegare gli angeli per scriverla. Ma come, noi creature umane imperfette, avremmo potuto identificarci in un racconto che contenesse le espressioni di creature spirituali perfette la cui esperienza e conoscenza sono di gran lunga superiori alle nostre? Come essi avrebbero potuto rappresentare la vita nel modo in cui noi la conosciamo, con le sue gioie, i suoi timori, le sue delusioni e i suoi dolori? Quindi, servendosi di uomini Geova Dio fece in modo che la sua “Parola” avesse il calore, la varietà e l’attrattiva che solo il tocco umano poteva darle.
Quando ascoltarono leggere per la prima volta la Bibbia, gli antichi abitanti della città macedone di Tessalonica l’accettarono “quale veracemente è, come la parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Oggi molte persone sincere, leggendo la Bibbia si sono fatte la stessa convinzione. Che dire di te che stai leggendo questo post, hai mai letto la Bibbia? Se non, perché non inizi a farlo? Un suo ispirato scrittore disse: “La tua parola è una lampada per il mio piede e una luce sul mio cammino” (Salmo 119:105). Non solo la Bibbia provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro, cosa che nessuna scienza umana non può provvedere. La Parola di Dio promette un felice futuro a chi è disposto a crederci. Rivela un meraviglioso nuovo ordine di cose in cui regneranno pace, prosperità, salute, vita eterna e gioia in un paradiso esteso a tutta la terra (cfr. Salmo 37:10,11,29). Ti piacerebbe viverci? … …

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Note:
– (*) La Bibbia dà grande importanza al nome di Dio. Gli scrittori biblici lo menzionarono più di 7.200 volte nei loro libri. Purtroppo, nel tempo una sciagurata superstizione ebraica l’ha fatto sparire dalle copie della Bibbia, pratica adottata anche dal cristianesimo apostata. Il nome di Dio venne riportato negli scritti originali nella forma del tetragramma ebraico יהוה, traslitterato in YHWH o Yahweh. Nella lingua italiana il nome di Dio viene comunemente scritto Geova (cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/geova/). Questo nome non glie lo ha dato nessun essere umano, ma è Dio stesso che l’ha scelto e, come tutti i nomi ebraici, ha un significato. Nel libro di Esodo, scritto per ispirazione divina da Mosè nel deserto del Sinai circa 3.500 anni fa, si legge “Mosè disse al vero Dio: “Supponiamo che io vada dagli israeliti e dica loro: ‘L’Iddio dei vostri antenati mi ha mandato da voi’. E supponiamo che mi chiedano: ‘Qual è il suo nome?’ Che cosa devo rispondere?” Allora Dio disse a Mosè: “Io Diverrò Ciò Che Scelgo Di Divenire” [o “Io Mostreò D’essere Ciò Che Mostrerò D’essere”]. E aggiunse: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Io Diverrò mi ha mandato da voi’”. Dopodiché Dio disse ancora una volta a Mosè: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Geova, l’Iddio dei vostri antenati, l’Iddio di Abraamo, l’Iddio di Isacco e l’Iddio di Giacobbe, mi ha mandato da voi’. Questo è il mio nome per sempre, e così dovrò essere ricordato di generazione in generazione” (Esodo 3:13-15). Diverse traduzioni cattoliche e protestanti riportano al v. 14 questa dicitura: “Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»” mentre al v. 15 hanno sostituito il nome Geova con il termine “Signore” (cfr. VR, CEI, Di). Per giustificare tale mistificazione gli editori della Nuova Versione Riveduta (NVR) della Società Biblica di Ginevra, nella sua prefazione hanno scritto: “Per quanto concerne la traduzione del Tetragramma (YHWH), abbiamo preferito ricorrere alla tradizione orale (tanto in lingua ebraica quanto in lingua greca) quella corrispondente a: «SIGNORE». Questo termine risulta scritto in carattere maiuscoletto perché il lettore possa distinguerlo facilmente dalla parola Signore che, invece, è la traduzione del termine ebraico «’adhonai». Laddove ricorre «’adhonai Yhwh» abbiamo reso tale espressione con «il Signore Dio» per evitare la ripetizione”. Per quanto riguarda il significato, in ebraico il nome Geova deriva da un verbo che significa “divenire” e secondo vari studiosi riflette la forma causativa di quel verbo ebraico. Per tale motivo il Comitato di traduzione della Traduzione del Nuovo Mondo, citata in questo post, è giunto alla conclusione che il nome di Dio significhi “Egli fa divenire”, significato che meglio si accorda con il ruolo di Geova quale Creatore di tutte le cose e Realizzatore del suo proposito.
– Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XX

            “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”             2a parte

Levitico 17:11

Anteprima
Il sangue è sempre stato considerato essenziale per la vita. 3.500 anni fa il Creatore della vita rivelò: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Per questo motivo Dio, la fonte della vita stabilì anche delle regole per il buon uso del sangue. Dopo aver autorizzato l’uomo a mangiare anche carne animale, gli diede questo comando: “Ma la carne che ha ancora in sé la vita, il suo sangue, non dovete mangiarla” (Genesi 9;4). Pertanto il sangue non doveva entrare nel regime alimentare dell’uomo. Il motivo venne reso chiaro da Dio stesso quando affermò: “io l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso.Per questo motivo ho detto … Nessuno di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11,12). Pertanto Dio ha dato un valore sacro al sangue stabilendo per lo stesso solo un uso sacrificale.
Comprendiamo quindi che il comando di Dio relativo al sangue non era una mera legge dietetica, come molti sono indotti a pensare, ma esprimeva un fondamentale principio: la santità della vita! In altre parole la vita è sacra perché è un dono di Dio e il sangue che la rappresenta similmente deve esser considerato sacro! Il concetto di sacro o santo nella parola di Dio, la Bibbia, dà l’idea di qualcosa di separato, riservato, esclusivo. Significa quindi che Dio ha riservato per se il diritto di decidere sulla vita di ogni sua creatura, non ha concesso a nessun altro questa facoltà! Così non mangiando sangue, né versandolo per motivi diversi da quello sacrificale, gli uomini mostrano il dovuto rispetto per la santità della vita e per la Fonte della vita, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9).
Purtroppo nel corso dei secoli gran parte del genere umano non ha mostrato tale rispetto. L’ha fatto versando nei campi di battaglia il sangue vitale di milioni di persone; l’ha fatto mangiando sangue animale sotto forma di sanguinacci, salsicce di sangue o mischiandolo con altri alimenti o mangiando animali strangolati e non dissanguati. Nei tempi moderni si è diffusa una nuova pratica, quella di trasfonderlo direttamente nelle vene. Tale pratica ha assunto una vasta applicazione nella medicina moderna. Questo perché è stata diffusa l’idea che “il sangue salva la vita”, ma pochi riflettono su quante vite abbia mancato di salvare ed anche quanto danno abbia recato in campo medico. Questo si è potuto fare anche grazie al totale supporto dal clero del cristianesimo apostata che spesso organizza la raccolta di sangue presso le proprie strutture religiose. In tal modo ha dato una giustificazione morale a una pratica che è in aperto contrasto con l’ispirato comando apostolico espresso nel libro biblico di Atti 15:28,29 di “astenersi … dal sangue”.
Nel post non mi dilungo tanto sui problemi e sui danni connessi con la pratica della trasfusione, primo, perché, come studioso delle Sacre Scritture mi interessa soprattutto considerare la questione dal punto di vista del suo divino Autore e Creatore della vita e del sangue, secondo, perché non ho le competenze mediche per farlo in prima persona, quindi posso solo affidarmi a ciò che altri più competenti in materia hanno dichiarato o scritto al riguardo, ricerca che chiunque può fare consultando la letteratura in formato cartaceo o digitale disponibile sull’argomento.

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Siamo nell’XI secolo a.C. Un giovane re ebreo, Davide, è impegnato in una guerra di liberazione del paese dalle ultime popolazioni cananee, come era stato decretato da Geova, il suo Dio (cfr. Ezechiele 25:2-17). In una circostanza venne a trovarsi nella regione di Sefela, un fertile bassopiano a metà strada circa fra Betlemme e Lachis detto anche Valle dei Refaìm, occupata dai filistei, una etnia che, immigrata dalle isole dell’Egeo, si era stabilita sulla fascia costiera della terra di Canaan e che si era sempre mostrata una irriducibile oppositrice del popolo di Dio. Lì, su un crinale che costeggiava la valle, sorgeva l’antica città di Adullam che dominava l’’ingresso Nord nella valle, posizione che conferiva alla città una notevole importanza strategica. Nella zona, di origine calcarea, vi erano anche numerose caverne. Quel territorio era ben noto a Davide in quanto nell’adolescenza vi aveva esercitato l’attività di pastore.
In quella circostanza Davide si era rifugiato in una caverna insieme ai suoi uomini più valorosi in attesa di attaccare i filistei. Ad un certo punto espresse questo forte desiderio: “Se solo potessi avere un sorso d’acqua della cisterna che è vicino alla porta di Betlemme!”. Betlemme era la sua città natale, ma era occupata da una guarnigione dei filistei. Tre dei suoi uomini ascoltarono le sue parole e “si aprirono a forza un varco nell’accampamento filisteo, attinsero acqua dalla cisterna vicino alla porta di Betlemme e la portarono a Davide”. Un notevole atto di coraggio e di devozione da parte di quegli uomini! Quale fu però la reazione di Davide? “si rifiutò di berla e la versò a terra davanti a Geova”. Perché? … Lui stesso lo spiegò: “Dal punto di vista del mio Dio è inconcepibile che io faccia questo! Dovrei bere il sangue di questi uomini che hanno rischiato la vita? Perché è stato a rischio della vita che me l’hanno portata” (1Cronache 11:15-19).
l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi” – Levitico 17:11
Questo episodio non è un semplice aneddoto della vita di Davide che Dio ha voluto farci conoscere. L’apostolo cristiano Paolo fu ispirato da Dio a scrivere queste parole: “Tutta la Scrittura [pertanto anche il racconto di 1Cronache] è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Quale lezione, dunque, Dio ha voluto insegnarci attraverso questo racconto?
Davide conosceva bene la Legge che Geova aveva dato a Israele, lui stesso aveva dovuto farsene una copia dopo esser stato nominato re (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Secondo quella Legge “la vita della carne è nel sangue” e l’unico uso che Geova aveva autorizzato del sangue era sacrificale. Infatti, a tale dichiarazione Dio aveva aggiunto: “l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Con queste parole il nostro Creatore e Datore di vita dichiarò esplicitamente quella che era la sua decisione: il sangue, che rappresenta la vita proveniente da lui, doveva essere usato solo in un modo, nei sacrifici. Così Dio ha attribuito un valore al sangue, riservandolo come sacro. Il re Davide dimostrò di aver ben compreso il principio che stava alla base del comando di Dio e giustamente paragonò l’acqua che quegli uomini gli avevano portato a rischio della propria vita al loro sangue e la considerò sacra, perciò non la bevve ma “la versò a terra davanti a Geova”.
il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” – Levitico 4:31
Sotto quella Legge il popolo di Israele doveva sacrificare degli animali e spargere il loro sangue sull’altare dei sacrifici per coprire i propri peccati. Essa recitava: “Se qualcuno del popolo pecca senza volerlo e si rende colpevole facendo una delle cose che Geova vieta di fare,o si rende conto di aver commesso un peccato, deve portare come sua offerta un capretto sano, una femmina, per il peccato che ha commesso … Il sacerdote prenderà con il dito un po’ di sangue e lo metterà sui corni dell’altare degli olocausti, e verserà il resto del sangue alla base dell’altare … il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” (Levitico 4:27-31). Perché era necessario fare questo?
La spiegazione Dio stesso l’ha fatta scrivere nella sua Parola. In essa vi leggiamo: “per mezzo di un solo uomo [Adamo] il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte si è estesa a tutti gli uomini perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12; cfr. anche Genesi 3:1-19). Di conseguenza, “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23).
Il genere umano è stato venduto sotto la schiavitù del peccato dal suo progenitore, Adamo. Perciò tutti gli esseri umani alla nascita ereditano la tendenza a peccare, cioè a violare in qualche modo la legge divina. Quindi, a causa di questi peccati meriterebbero di morire, anche se non direttamente responsabili di questa colpa. Nella sua immeritata benignità Dio, per venire in loro soccorso, ha disposto il provvedimento dei sacrifici animali. Così la vita degli animali sacrificati, rappresentata dal loro sangue, veniva offerta a Dio in sostituzione di quella umana peccatrice permettendo in tal modo il perdono del peccato, proprio come avveniva nel caso degli antichi israeliti.
Tuttavia c’era una questione importante da tenere presente, ed era questa: “con questi sacrifici ogni anno viene rinnovato il ricordo dei peccati, perché è impossibile che il sangue di tori e capri elimini i peccati … Ogni sacerdote si presenta ogni giorno per compiere il servizio sacro e per offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non sono mai in grado di eliminare completamente i peccati” (Ebrei 10:3,11). La vita degli animali sacrificati non valeva quella umana, perciò non avrebbe mai potuto dare al genere umano quella condizione perfetta e indenne dagli effetti del peccato come quella che Adamo aveva prima di peccare. Permetteva solo un temporaneo perdono dal peccato, per questo i sacrifici animali dovevano essere ripetuti ogni volta che qualcuno peccava. Come si poteva ovviare a questa limitazione?
Cristo … si è manifestato … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” Ebrei 9:24-26
Questa è la spiegazione biblica. Nel Salmo 49:7 si legge: “nessuno … potrà mai redimere un fratello, né dare a Dio un riscatto per lui”. Secondo queste parole, non c’è un uomo perfetto e giusto, neppure uno tra tutto il genere umano. Per questa ragione, nessun discendente di Adamo avrebbe potuto liberare il suo simile dalla schiavitù al peccato e dalla morte. Ci voleva un provvedimento straordinario che riparasse all’errore del progenitore umano ma soddisfacesse anche la perfetta giustizia di Dio. Egli, infatti, non poteva perdonare i peccati del genere umano senza soddisfare la giustizia, senza avere cioè una base legale.
Di nuovo Dio venne in soccorso del genere umano e dispose che un suo figlio spirituale, una creatura angelica, nascesse come uomo perfetto sulla terra, esattamente come lo era stato Adamo prima del peccato (cfr. 1Corinti 15:45) e sacrificasse la sua vita, mediante il versamento del suo sangue con una morte sacrificale, per riscattare dalla schiavitù al peccato tutto il genere umano discendente dal ribelle Adamo. Quell’uomo è Gesù, il Cristo. Perciò la Bibbia ancora dice “Cristo, quando è venuto … è entrato una volta per sempre nel luogo santo, non con il sangue di capri e di giovani tori, ma con il proprio sangue, facendoci ottenere una liberazione eternanon è entrato in un luogo santo fatto da mani umane, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per presentarsi ora davanti a Dio per noi.E non lo ha fatto per offrire sé stesso più volte, come il sommo sacerdote che ogni anno entra nel luogo santo con sangue che non è suo … Invece si è manifestato una volta per sempre adesso, alla conclusione dei sistemi di cose, per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” (Ebrei 9:11,12,24-26).
La perfetta vita umana di Gesù fu offerta come sacrificio espiatorio, servì cioè a pagare un “riscatto corrispondente” (cfr. 1Timoteo 2:5,6; cfr. anche Deuteronomio 19:21). C’è infatti da ricordare che la norma di Dio sul sangue diceva che “è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Pertanto per redimere una vita perfetta come quella persa da Adamo, secondo giustizia ci voleva un’altra vita perfetta, quella di Cristo, appunto, la quale procurò “una liberazione eterna”. Grazie a quel sacrificio ora Geova Dio, il Giudice Supremo, può giustamente avere misericordia per i peccatori che riconoscono questa disposizione e vi esercitano fede, come è ancora scritto: “proprio come per una sola colpa uomini di ogni tipo sono stati condannati, così grazie a un solo atto di giustificazione uomini di ogni tipo vengono dichiarati giusti per la vita” (Romani 5:18). I sacrifici animali disposti dalla Legge mosaica erano quindi “un’ombra delle benedizioni future”, cioè stabilirono un quadro profetico del sacrificio di Cristo Gesù e vennero aboliti alla sua morte (cfr. Ebrei 7:18,22; 10:1).

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Cristo, quando è venuto … si è manifestato una volta per sempre … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso
Nell’antico Israele, quando si celebrava il Giorno di espiazione, il sommo sacerdote entrava nella parte più sacra del tempio, il centro dell’adorazione di Dio, portandovi il sangue di animali sacrificati. Questo era un modo simbolico per chiedere a Dio di coprire i peccati del popolo. Questo era l’unico uso del sangue consentito dalla Legge che Dio aveva dato a quel popolo. Tuttavia quei sacrifici non eliminavano completamente il peccato, per cui dovevano essere ripetuti di anno in anno. Nondimeno, questo uso del sangue costituiva un modello profetico ricco di significato. Infatti, uno degli insegnamenti principali della Bibbia è che Dio avrebbe infine provveduto un unico sacrificio perfetto in grado di espiare pienamente i peccati di tutti i credenti. Questo provvedimento viene definito nella sua Parola scritta, la Bibbia, come un “riscatto” (cfr. Efesini 1:7) e si impernia sul sacrificio del promesso Messia o Cristo. È quindi chiaro perché è necessario considerare il sangue dal punto di vista di Dio. In armonia col suo diritto quale Creatore, egli ha stabilito qual è l’unico modo in cui esso può essere usato, per i sacrifici che dovevano coprire i peccati del popolo.
Non mangiando sangue, né animale né umano, gli antichi israeliti ottennero indubbiamente anche dei benefìci di carattere igienico (cfr. Isaia 48:17), ma non era quello l’aspetto più importante. Il motivo fondamentale per cui non dovevano sostenere la loro vita col sangue era che questo sarebbe stato un atto sacrilego agli occhi di Dio. Dovevano astenersi dal sangue non perché fosse contaminato, ma perché era prezioso per ottenere il perdono. Infatti, dopo la sua morte sacrificale Gesù venne risuscitato dal Padre e tornò in cielo “per presentarsi ora davanti a Dio per noi” (Ebrei 9:24. Lì presentò il valore del sangue del suo sacrificio. Mediante il sangue di Gesù ora tutto il genere umano può ottenere il completo e durevole perdono dei propri peccati. Altrimenti, come è ancora scritto, “meriterà una punizione molto più severa chi ha calpestato il Figlio di Dio, ha considerato di poco conto il sangue del patto” (Ebrei 10:29). È solo esercitando fede nel valore del sacrificio di Cristo che si può salvare la vita col sangue (cfr. Romani 5:9). Quindi, mostrando rispetto per questa disposizione di Dio, cioè ubbidendo ai suoi comandi relativi al sangue, di non uccidere i nostri simili, di non mangiarlo e di non usarlo in modo illecito nemmeno in campo sanitario, non ci limiteremo a vivere solo per il presente ma mostreremo di stimare altamente la vita, incluse le nostre future prospettive di vita eterna resa possibile dal sangue versato da Cristo.
a noi è sembrato bene di non aggiungervi nessun altro peso, all’infuori di queste cose necessarie: astenersi … dal sangue, da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Queste verità divinamente rivelate ci aiutano ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue. Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio che, come creatore della vita, ha il diritto di limitare ciò che gli esseri umani possono fare col sangue. Egli ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita perfetta e immune dal peccato e dai suoi mortiferi effetti, una vita eterna. Ogni creatura umana dovrebbe quindi considerare il sangue allo stesso modo in cui lo considera Dio!
Quella espressa in Levitico 17:11 non era, quindi, una semplice norma dietetica, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, né un rito religioso privo di senso ma, come ampiamente considerato, implicava un importantissimo principio morale: il sangue rappresentava la vita che viene da Dio. E una cosa degna di nota è che, quando Dio enunciò per la prima volta il suo comando sull’uso del sangue, subito dopo il Diluvio, dopo aver autorizzato Noè e i suoi familiari a nutrirsi anche di carne animale, ma non del suo sangue, specificò che sebbene si potesse uccidere un animale per nutrirsene, non si poteva uccidere l’uomo. Disse infatti: “se il vostro sangue viene versato, ne chiederò conto. Ne chiederò conto a ogni creatura vivente; chiederò conto a ogni uomo della vita di suo fratello. Se qualcuno sparge il sangue di un uomo, il suo sangue sarà sparso da un uomo, perché Dio ha fatto luomo a sua immagine” (Genesi 9:3-6). Perciò, se il sangue animale che rappresentava la vita deve essere considerato sacro e non deve essere usato per alimentare la vita, tanto più la vita e il sangue dell’uomo si devono considerare e trattare come ancora più sacri. In altre parole, se il sangue animale non deve essere preso come sostentamento, questo vale ancor più per il sangue umano.
Questo fu il motivo per cui nel 49 d.C., in quello che viene considerato il I Concilio apostolico a Gerusalemme, gli apostoli e altri cristiani spiritualmente qualificati, dovendo decidere quali disposizioni della Legge mosaica avevano ancora una valenza per i cristiani, dissero, tra l’altro, che bisognava astenersi “dal sangue e da ciò che è strangolato” (cfr. Atti 15:28,29). Astenersi da ciò che era strangolato è facile da capire, perché se si strangola un animale a scopo nutritivo, il suo sangue rimane nel corpo e quindi viene mangiato insieme alla carne, contravvenendo alla norma divina. Ma perché venne genericamente specificato anche di astenersi “dal sangue”? Non era una inutile ripetizione rispetto all’astenersi “da ciò che è strangolato” o viceversa?
È chiaro che quel comando andava oltre una mera consuetudine alimentare, abbracciava un campo di attività umana molto più ampio. Ad esempio, in quei giorni, tra i non cristiani c’era l’abitudine di correre nelle arene per succhiare il sangue dei gladiatori vinti poiché c’era la convinzione che potesse curare alcune malattie, come l’epilessia (cfr. Tertulliano, Apologeticum, 9). In Egitto “il sangue fu considerato il rimedio sovrano per la lebbra” (Reay Tannahill, Flesh and Blood). Tali pratiche oggi non sono più in uso ma il concetto di usare sangue nella terapia di alcune malattie è rimasto ed è largamente diffuso nella medicina moderna. Però non è cambiato neanche il decreto apostolico, ispirato da Dio, di “astenersi dal sangue”. Tutt’oggi questo comando è valido per chiunque, come l’antico re Davide, vuol fare la volontà di Dio.
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
So che molti, sull’onda dell’emotività, non condividono questo aspetto del comando di Dio sul sangue, ma non esiste una alternativa! E l’emotività non è mai stata una buona alleata per prendere sagge decisioni. A ciò va aggiunta la martellante e spesso ingannevole pubblicità, non scevra dal profitto, di associazioni finalizzate alla raccolta di sangue per usi terapeutici. Per questo la Parola di Dio ci incoraggia ad usare la “facoltà di ragionare” per “comprendere a fondo … la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” dei principi divini espressi attraverso le sue norme (cfr. Romani 12:1; Efesini 3:18). Proviamo, perciò, a ragionare su queste parole ispirate da Dio a un suo profeta: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare” (Isaia 48:17). Tutte le norme che Geova ha fatto scrivere nella sua Parola, inclusa quella sull’uso del sangue, sono sempre per il bene delle sue creature. Anche se possono sembrare restrittive o inadeguate ai tempi, non è così e nel metterle in pratica si riceve comunque e sempre un beneficio.
Per esempio, la trasfusione di sangue viene considerata da molti, operatori sanitari inclusi, la panacea di molte malattie e di molte situazioni chirurgiche di particolare complessità. Lo slogan molto diffuso è: “il sangue salva la vita”. Spesso, però, accade che in tali situazioni, pazienti regolarmente trasfusi, muoiono ugualmente. Perché? Semplicemente perché la trasfusione non è che uno dei presidi terapeutici a disposizione dei medici, come tanti altri, può avere successo oppure no. Nessun medico in situazioni di estrema gravità potrà mai dare la garanzia che la trasfusione salverà una vita. Peraltro è un trattamento sanitario non indenne da grossi rischi! Lo dimostra il fatto che negli anni passati solo nel nostro paese 60.000 persone hanno contratto gravi malattie, dall’HIV alle gravi patologie epatiche, dall’AIDS al citomegalovirus, e tante altre, attraverso sangue infetto trasfuso. Di queste circa 9.000 sono già decedute. E lo Stato italiano è stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a risarcire i danni ai cittadini infettati. Anche se negli anni recenti i controlli sul sangue da trasfusione sono migliorati, i rischi di contrarre malattie sono sempre latenti e continuano a mietere vittime.
A motivo di ciò parecchi studi sono stati fatti alla ricerca di sostituti del sangue o di metodiche alternative all’emotrasfusione. I buoni risultati ottenuti hanno consentito di ridurre notevolmente l’uso della trasfusione con notevoli benefici per i pazienti. Tanto per fare un altro esempio, nella chirurgia oncologica si è scoperto che la trasfusione di sangue può aumentare la velocità di riproduzione della malattia, perciò medici coscienziosi hanno iniziato a limitarne l’uso accrescendo le probabilità di sopravvivenza del paziente. Sull’uso della trasfusione in chirurgia vorrei citare un’esperienza vissuta in prima persona. Nel settembre del 1986 in una clinica romana si svolse un convegno internazionale sulle metodiche alternative alla trasfusione di sangue. Nella sua relazione l’allora Direttore del Centro Trasfusionale della Croce Rossa, il compianto Dott. Pasquale Angeloni, affermò che fino ad una perdita di quattro unità di sangue (circa un litro di sangue) non è necessario trasfondere poiché il corpo umano è in grado di sopportarla. Lui redarguì il fatto che nelle sale operatorie spesso venivano usate solo una o due unità di sangue, sottovalutando i rischi di tale pratica. Nella sua arringa contro tale scriteriato uso della trasfusione e per rimarcarne l’insensatezza ad un certo punto esclamò: “se il vostro chirurgo pensa di perdere più di quattro unità di sangue, cambiate chirurgo!” Questo episodio la dice lunga sulla cultura che domina in questo campo. Patricia Ford, fondatrice e direttrice del Centro di Medicina e Chirurgia senza Sangue del Pennsylvania Hospital, negli anni recenti ha dichiarato: “Nella cultura medica esiste l’idea radicata che le persone muoiono se non hanno un certo valore ematico, e che il sangue è il salvavita per eccellenza … per la maggioranza dei pazienti e nella maggioranza dei casi semplicemente non è così” (Sarah C.P. Williams, Against the FlowWhats Behind the Decline in Blood Transfusions?, Stanford Medicine Magazine, 2013).

Video tratto da JW Broadcasting
sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria” – Salmo 139:14
Ogni persona che sinceramente si interessa della volontà del suo Creatore dovrebbe ben riflettere sulla dichiarazione di un ispirato scrittore biblico che, nel Salmo 139:13-16, rivolgendosi a Dio disse: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre. Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene. Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola”. Nello stabilire le sue norme, inclusa quella sul corretto uso del sangue, il nostro Onnisapiente Creatore ha usato la sua perfetta conoscenza del nostro corpo, conoscenza che nessuno scienziato umano può vantare. Dio ne conosce i limiti nonché le sue meravigliose capacità di superare anche situazioni di criticità. Per questo possiamo aver completa fiducia che tutto ciò che ci comanda è per il nostro bene!
Comandando alle sue creature umane di “astenersi dal sangue”, il Creatore dell’uomo, il più grande Medico che comprende il funzionamento del corpo dell’uomo come non lo comprende nessun altro medico umano, volle non solo ubbidienza dall’uomo, ma intese preservare coloro che avrebbero ubbidito a questa legge dalle numerose infermità che possono colpire gli uomini come diretta conseguenza dell’uso improprio del sangue. Un noto giornale a diffusione internazionale riportava qualche anno fa questa notizia: “La chirurgia senza sangue (ovvero gli interventi eseguiti senza l’utilizzo di sangue donato) viene praticata da anni su pazienti che rifiutano le trasfusioni per motivi religiosi. Ora è una prassi a cui gli ospedali ricorrono sempre più estesamente … I chirurghi che difendono la chirurgia senza sangue affermano che, oltre a ridurre i costi relativi all’acquisto, alla conservazione, al trattamento, all’analisi e alla trasfusione del sangue, tale tecnica riduce il rischio di infezioni e complicazioni da trasfusione che costringono i pazienti a una degenza ospedaliera più lunga” (Wall Street Journal, 8 aprile 2013).
I medici possono ancora sostenere che valga la pena di correre il rischio se vi è qualche possibilità di salvare una vita. I capi religiosi possono approvare la loro tesi affermando, spesso per compiacenza, che la legge di Dio non si applica quando si tratta della vita. La loro posizione ricorda molto quella di una ribelle creatura angelica che circa 2.600 anni fa dichiarò con sfrontatezza: “Pelle per pelle. L’uomo darà tutto ciò che ha per la sua vita” (Giobbe 2:4). Ma si sbagliava, l’umile e ubbidiente Giobbe, oggetto della controversia tra Geova Dio e Satana il Diavolo su questo argomento, mostrò che quest’ultimo era un bugiardo, e anche Gesù Cristo, con la sua condotta di fedele ubbidienza a Dio fino alla morte, ne diede notevole prova. Allo stesso modo sbagliano oggi gli uni e gli altri. Quando la morte s’avvicina non è il momento di vacillare o di volgere le spalle a Dio. È il momento di riporre completa fiducia in Colui che ha nelle sue mani il potere della vita (cfr. Salmo 36:9).
Pertanto i veri cristiani pur preoccupandosi della loro salute fisica, prima di tutto e più seriamente si preoccupano della loro salute spirituale e della posizione di cui godono dinanzi al Creatore. Sono consapevoli che l’unico sangue che salva la vita è il sangue versato in sacrificio da Cristo Gesù. Perciò esercitano fede nel valore del sangue sparso da Gesù e nella vita eterna che esso rende possibile. Credono con tutto il cuore che chi serve fedelmente Dio, anche se, malauguratamente, dovesse perdere la vita per sostenere la giustezza delle sue norme, sarà ricompensato con la vita eterna, come promise Gesù stesso dicendo: “Chi esercita fede in me, anche se muore, tornerà a vivere e chiunque vive ed esercita fede in me non morirà mai”. Appropriatamente Gesù concluse la sua dichiarazione chiedendo: “Tu ci credi?” (Giovanni 11:25,26).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013 (italiano 2017), edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIX

         “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”          1a parte

Levitico 17:11

Anteprima
William Blackstone, giurista e accademico britannico, docente della prestigiosa Università di Oxford, nel redigere il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, un modello di ordinamento giuridico (common law) diffuso in tutti i paesi anglofoni, i cui princîpi costituirono la base per la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America, affermò che la vita è “l’immediato dono di Dio”. Tale dichiarazione concordava pienamente con quanto aveva scritto, circa 2.700 anni prima, un ispirato scrittore biblico, il re Davide, il quale rivolgendosi a Dio disse: “Tu sei la fonte della vita” (Salmo 36:9). Perciò, anche se, per nascita, veniamo in possesso di questo dono senza chiederlo, ciò nondimeno, ne siamo considerati responsabili dalla sua divina Fonte. Siamo quindi chiamati a vivere in modo degno di questo sacro dono, responsabilità che la stragrande maggioranza del genere umano purtroppo non ha adempiuto.
Fin dall’inizio della sua storia l’uomo non ha mostrato rispetto per il dono della vita. È una storia piena di delitti, violenza, guerre, immoralità, vizi e pratiche degradanti, teorie e concetti che hanno considerato l’uomo come un prodotto animale negandogli la dignità che gli spetta come creazione di Dio, fatto a “sua immagine”, cioè dotato dei suoi stessi attributi, quali  giustizia, amore, sapienza e potenza  che lo appartarono da tutte le altre forme di vita terrena affinché potesse esercitar dominio su di loro e rappresentare visibilmente il suo Creatore sulla terra. (cfr. Genesi 1:27,28).
Tutte queste nefandezze hanno indotto molti a considerare la vita come qualche cosa di poco valore anziché un prezioso dono di cui prendersi cura. Tuttavia il nostro amorevole Creatore, Geova Dio, non ci ha abbandonato ad un triste destino. Mediante la sua Parola scritta, la Bibbia, ci ha spiegato qual è il vero significato della vita facendoci conoscere la verità riguardo alla sua origine, al suo scopo, alle sue prospettive future. Ci ha dato anche buoni consigli, norme e sani princîpi atti a migliorare di molto la nostra salute mentale e fisica facendoci evitare azioni e pratiche che danneggiano la vita. Perciò ci ha rivolto questo caloroso invito: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).

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L’inizio della storia umana fu contrassegnato da una grande tragedia familiare che coinvolse i primi due figli di Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Si chiamavano Caino, il primogenito, e Abele (cfr. Genesi 4:1,2). Crescendo, Caino divenne agricoltore e Abele divenne pastore. Certamente, messi al corrente dei fatti che avevano portato alla cacciata dei loro genitori dal giardino di Eden, provavano entrambi tutta la frustrazione che derivava dall’impronta dell’imperfezione che avevano ereditato da quella coppia ribelle. Perciò cercavano di ottenere il favore di quel Dio di cui avevano sentito parlare offrendogli in sacrificio i prodotti delle loro attività: Caino “presentò dei prodotti della terra” mentre Abele “presentò dei primogeniti del suo gregge, incluso il loro grasso”. Ma le loro offerte produssero risultati diversi perché “Geova guardò con approvazione Abele e la sua offerta,ma non guardò con alcuna approvazione Caino e la sua offerta” (cfr. Genesi 4:3-5).
Sui motivi di tale differenza il racconto non dice molto, comunque gli ispirati scrittori cristiani diedero alcune spiegazioni. In Ebrei 11:4, ad esempio, si legge: “Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio di valore maggiore di quello di Caino, e grazie a tale fede ebbe la conferma di essere giusto, perché Dio approvò i suoi doni”; Abele si avvicinò a Dio mostrando di avere fede nella sua promessa di produrre un “seme” che avrebbe “schiacciato la testa” al simbolico serpente, Satana il Diavolo ed ebbe la sua approvazione (cfr. Genesi 3:15; Rivelazione o Apocalisse 12:9). E Caino? In 1Giovanni 3:12 si legge: “Caino ebbe origine dal Malvagio e uccise suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste”. Il racconto di quegli avvenimenti, infatti, riporta la sua reazione: “Caino si infuriò e si sentì avvilito”; perciò Geova gli disse: “Se cambi atteggiamento e agisci bene, non otterrai di nuovo la mia approvazione? Ma se non cambi atteggiamento, il peccato è in agguato davanti alla porta, ansioso di prendere il sopravvento su di te. E tu, riuscirai a dominarlo?” (Genesi 4:5-7). Egli divenne geloso del successo di suo fratello e non ascoltò il consiglio di Dio di fare il bene; spinto dalla gelosia non riuscì a padroneggiarsi e “mentre erano nei campi Caino aggredì suo fratello Abele e lo uccise” (Genesi 4:8).
è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” – Atti 17:25
Rivolgendosi a Caino dopo il suo delitto Dio gli disse: “Che cosa hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). È a questo punto, quindi, che Geova Dio rivelò per la prima volta la stretta relazione che intercorre tra la vita e il sangue, nonché la loro santità, o sacralità. A conferma di ciò, nella sua ispirata Parola fece poi scrivere: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Così Dio attribuì un valore al sangue, riservandolo come sacro. Ai suoi occhi il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio (cfr. Ebrei 12:24).
La sacralità della vita, e del sangue che la rappresenta, è uno dei fondamentali pricìpi sostenuti e insegnati dalla Bibbia. L’ispirato autore del Salmo 36:9 scrisse: “Tu sei la fonte della vita”. Circa mille anni dopo anche un ispirato scrittore cristiano riferendosi a Dio affermò: “è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25). Dunque la vita di ogni essere umano ha origine da Dio, è un suo prezioso dono, perciò è sacra!
Che Geova considera la vita come qualcosa di sacro, da non sciupare lo si capisce dalle sue ripetute condanne dell’omicidio e dei sentimenti che spesso portano a commetterlo. Il sesto dei dieci comandamenti che diede alla nazione di Israele diceva esplicitamente: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13*). Coerentemente, quando gli israeliti si stabilirono nella terra promessa Dio raccomandò loro “Non dovete contaminare il paese nel quale vivete, perché il sangue contamina il paese e non ci può essere espiazione per il sangue che vi è stato sparso se non mediante il sangue di colui che l’ha sparso” (Numeri 35:33). Perciò il profondo rispetto per il dono della vita influisce sul modo in cui gli uomini impiegano la propria vita ed è un fondamento di vera pace e sicurezza.
il sangue contamina il paese” – Numeri 35:33
Purtroppo nel corso della sua storia il genere umano non ha mostrato tale rispetto. Ciò ha prodotto violenti guerre inducendo molti a divenire incalliti e insensibili verso la sofferenza umana e la perdita della vita, con gran spargimento di sangue. Un noto giornalista e storico militare canadese ha scritto: “La guerra è una delle principali istituzioni della civiltà dell’uomo, e la sua storia è lunga quanto quella della civiltà” (Gwynne Dyer, War). Per secoli uomini e nazioni hanno parlato di pace, discusso di pace, firmato centinaia di trattati di pace, tuttavia hanno continuato a inventare e produrre armi di distruzione da usare nelle loro guerre. Spesso i paesi che finanziano le conferenze per la pace sono proprio i maggiori produttori di armi. I forti interessi commerciali che ci sono in questi paesi promuovono la produzione di armi micidiali, tra cui diaboliche mine terrestri che uccidono o mutilano ogni anno migliaia di civili, fra adulti e bambini. Alla base di tutto questo ci sono l’avidità e la corruzione. Tangenti e mazzette sono una costante del traffico internazionale di armi. Molti politici si arricchiscono così.
Le disastrose guerre combattute in ogni tempo hanno causato la perdita di milioni e milioni di vite umane, una perdita irrimediabile dal punto di vista umano perché nessun uomo può ridonare la vita una volta che è stata perduta. Nel dicembre 1995 Joseph Rotblat, fisico polacco e premio Nobel per la pace ha voluto indicare la soluzione del problema dicendo: “Il solo modo per impedire una nuova corsa agli armamenti è abolire completamente la guerra”. Quanto lutto e dolore il genere umano avrebbe potuto risparmiarsi se avesse dato ascolto a questo consiglio biblico scritto circa 2.700 anni fa: “Venite, saliamo al monte di Geova, alla casa dell’Iddio di Giacobbe. Egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo nei suoi sentieri” … Egli sarà giudice fra le nazioni e metterà le cose a posto per molti popoli. Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falcetti per potare. Le nazioni non alzeranno la spada l’una contro l’altra, né impareranno più la guerra” (Isaia 2:3,4). Nel tempo solo un limitato numero di persone ha messo in pratica questo consiglio, anche se il più delle volte è costato loro la vita. Tutt’oggi solo un gruppo di fedeli servitori di Geova Dio ha fatto di questo consiglio uno stile di vita, per questo pur appartenendo a varie nazioni, razze e lingue della terra, si rifiutano di imparare a fare la guerra e di impugnare le armi contro chiunque altro, considerandolo appartenente alla stessa famiglia umana. Né conoscete qualcuno?
Egli ci insegnerà le sue vie” –Isaia 2:3
E che dire del danno causato dal razzismo? Un tema, purtroppo sempre più attuale. Wen-Shing Tseng, fondatore e presidente dell’Associazione Mondiale di Psichiatria Culturale, nel suo Manuale di psichiatria culturale ha scritto che i sentimenti di superiorità razziale hanno “fornito una giustificazione ideologica alla conquista coloniale delle terre e alla schiavitù degli individui considerati ‘inferiori’”. Per questo motivo nei secoli passati circa 11 milioni e mezzo di persone furono deportati come schiavi da un continente all’altro; molti di essi persero la vita durante il trasferimento o a causa del duro lavoro a cui vennero obbligati. Nazionalismo, tribalismo, l’idea che una nazione, razza o tribù sia superiore alle altre, odi profondi repressi per secoli in questo tempo stanno tornando a galla per alimentare altre guerre e altri conflitti. Federico Mayor, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, in merito a questa tendenza già a suo tempo affermò: “Anche dove un tempo prevaleva la tolleranza, si sta notando una maggiore tendenza alla xenofobia, e si odono sempre più spesso dichiarazioni scioviniste o razziste che parevano ormai superate”. Il risultato di allora? Gli orrendi massacri nell’ex Iugoslavia e il tribale bagno di sangue nel Ruanda. Tale tendenza oggi ha raggiunto picchi incontrollabili, non passa giorno senza notizie di perdita di vite umane a causa del nazionalismo e del razzismo. Anche in questo caso quanto dolore e lutto il genere umano poteva risparmiarsi dando ascolto al punto di vista biblico che afferma: “Dio non è parziale,ma in ogni nazione accetta chi lo teme e fa ciò che è giusto”; “Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra, e ha fissato i tempi stabiliti e definito i confini entro cui gli uomini devono abitare” (Atti 10:34,35; 17:26).
Cinquant’anni fa, il 28 agosto 1963, Martin Luther King, leader americano del movimento per i diritti civili, pronunciò nel suo discorso più famoso queste parole: “I have a dream” (Ho un sogno). Con quella frase espresse il suo sogno: la speranza che un giorno la gente potesse vivere in una società libera dal pregiudizio razziale. Finora quel sogno non si è realizzato, perché? La Bibbia ce lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). L’uomo non ha la capacità di risolvere i problemi che lui stesso si crea. Ha bisogno di una guida che sia al di sopra dell’ideologia, dell’egoismo, dell’avidità intrinseca nella sua personalità imperfetta. Geova Dio ci ha dato questa guida, è la sua Parola scritta, la Bibbia. Mettendone in pratica i princìpi oggi milioni di persone in tutta la terra hanno superato ogni divisione nazionalistica e razziale considerandosi parte di una fratellanza mondiale.

Video tratto da JW Broadcasting (https://www.jw.org/it/pubblicazioni/video/#it/mediaitems/VODActivitiesSpecialEvents/docid-502012383_1_VIDEO)
Periodicamente in tutto il mondo milioni di persone affluiscono in stadi, sale congressi e vari luoghi di raduno. Appartengono ad ogni nazione, razza, ceto sociale e sono di ogni età, dagli adolescenti alle persone più anziane. Senza alcun pregiudizio siedono l’una accanto all’altra, si stringono la mano, si abbracciano, si scambiano gentilezze. Per quale motivo si radunano? Per essere ammaestrate per mezzo della Parola di Dio. Hanno imparato attraverso il suo studio a conoscere il valore educativo della Bibbia e ne apprezzano la sapienza, la semplicità e la sua capacità di cambiare in meglio la loro vita. Lo studio della Parola di Dio le ha rese qualificate per appartenere ad una fratellanza internazionale, una fratellanza che non potrà mai essere infranta da divisivi interessi nazionali, razziali, sociali o religiosi, che li ha uniti come una sola persona in un vincolo indissolubile, un vero miracolo moderno, opera dell’ispiratore della Bibbia, Geova Dio, come è scritto: “saranno istruiti da Geova, e grande sarà la pace” (Isaia 54:13). Quindi è vero che: “Godono di pace in abbondanza quelli che amano la tua legge; niente può farli inciampare” (Salmo 119:165).
l’uomo non è padrone della sua via” – Geremia 10:23
L’aborto, cioè l’interruzione della vita di un nascituro, è uno degli argomenti più scottanti del nostro tempo, e alimenta infuocati dibattiti di carattere politico, sociale, medico e teologico. In ogni parte della terra i sostenitori del “movimento per la vita” si battono per i diritti dei nascituri. In contrasto il “movimento per la libertà di scelta” si trincera dietro la libertà e il diritto di scelta da parte della donna. I due fronti opposti si danno battaglia alle elezioni, nelle aule dei tribunali, nelle chiese, addirittura nelle strade. Milioni di persone vengono coinvolte in questo tiro alla fune, confuse dagli argomenti appassionati di entrambe le parti. Secondo dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 1995 al 2003 nel mondo sono stati praticati 41,6 milioni di aborti. C’è però da considerare che tale dato non tiene conto degli aborti effettuati illegalmente (http://www.le scienze.it/news/2007/10/12/news/l_oms_fa_il_punto_sull_aborto-581498/). Nel nostro paese, che vanta “radici cristiane” e in cui il 96% della popolazione dichiara di essere “cristiana”, da quando è entrata in vigore la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza sono stati eseguiti circa sei milioni di aborti legali (http://www.centrodiaiutoallavitadicassino.it/da-sapere/i-numeri-dell-aborto-in-italia/).
La facoltà di tramandare la vita è un grande privilegio che ci è stato dato dal nostro Creatore. Alla prima coppia umana disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Genesi 1:28). Pertanto la cosa importante non è il modo in cui gli uomini considerano la questione, ma ciò che al riguardo dice Dio, il Datore della vita. Qual è, dunque, il suo punto di vista? Uno scrittore di salmi fu da Dio ispirato a scrivere: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre.Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene.Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra.I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola” (Salmo 139:13-16). A conferma di ciò, Geova disse a un altro ispirato scrittore biblico: “Prima che io ti formassi nel grembo ti conobbi, e prima che tu nascessi ti consacrai” (Geremia 1:5).
Si, l’interesse di Dio alla vita umana comincia prima della nascita, fin dal momento del suo concepimento. Questo è del tutto in armonia con i fatti, come documenta una nota enciclopedia, la quale afferma che proprio al tempo del concepimento “comincia la storia dell’individuo, come entità distinta e biologica” (Encyclopædia Britannica – 1959, Vol. 7, pag. 110). Quanto Geova Dio ritiene preziosa la vita del nascituro e la sua protezione è ulteriormente attestato da una norma della Legge che diede al popolo di Israele. Vi era scritto: “Se lottando tra di loro degli uomini urtano una donna incinta e lei partorisce prematuramente ma non ci sono conseguenze fatali, il responsabile dovrà pagare i danni secondo quanto gli imporrà il marito della donna; e dovrà pagare tramite i giudici.Ma se ci sono conseguenze fatali, allora devi dare vita per vita” (Esodo 21:22,23). Pertanto, se in una lotta fra due uomini, una donna incinta era ferita o ne risultava un aborto, si dovevano applicare rigorose pene. In caso di procurato aborto chi causava l’incidente doveva essere messo a morte. È quindi chiaro che Dio considera sacra la vita fin dal momento del concepimento e chiede conto a chi volontariamente la sopprime (cfr. Giobbe 31:13-15).
D’altra parte, il profondo rispetto per la volontà di Dio riguardo alla vita del nascituro reca vero beneficio. Rende i genitori pienamente responsabili della vita che sta per nascere e pone un freno alla promiscuità sessuale con tutti i suoi cattivi effetti, malattie veneree, gravidanze indesiderate, figli illegittimi, famiglie divise e tensione mentale a causa di coscienza impura. Tutto questo contribuisce alla pace familiare e sociale.
Cosa potrò rispondergli quando mi chiederà conto?” – Giobbe 31:14
“Non ho chiesto io di venire al mondo”, oppure “la vita è mia e ci faccio quello che mi pare”. Non so a voi, ma a me è capitato più volte di sentire frasi come queste. Chi ragiona in questo modo non pensa di dover dar conto a qualcuno, e specialmente a Dio, del modo in cui impiega la propria vita. E spesso quando accade qualcosa di spiacevole queste stesse persone danno la colpa a Dio per non aver fatto nulla per evitare che accadesse. A questi, ma anche a noi tutti, la Bibbia dice: “vi esorto … a presentare il vostro corpo in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio … smettete di farvi modellare da questo sistema di cose, ma siate trasformati rinnovando la vostra mente, così da accertarvi della volontà di Dio, di ciò che è buono, perfetto e gradito a lui” (Romani 12:1,2). Come si può notare ancora una volta viene messo in risalto il princìpio di santità che dovrebbe indurci a mostrare rispetto per il dono della vita. In quali altri modi si può mettere in pratica questo consiglio? Esaminiamone alcuni alla luce delle norme bibliche.
In Proverbi 23:20,21 si legge: “Non essere fra quelli che bevono molto vino e fra quelli che si ingozzano di carne,perché lubriacone e lingordo si ridurranno in povertà”. Qui viene raccomandata la moderazione nel mangiare e nel bere. Ad esempio, bere un buon bicchiere di vino non è sbagliato, viene raccomandato anche nella Bibbia (cfr. 1Timoteo 5:23). Quello che la Parola di Dio condanna è l’abuso o l’ubriachezza. E con buona ragione! L’ubriachezza nuoce al corpo, fa agire le persone in maniera insensata e può anche renderle pericolose per altri. Secondo un report dell’Istituto Superiore di Sanità, l’abuso di alcol è la causa di oltre 200 diverse malattie e incidenti che causano ogni anno numerosi morti e feriti ed è classificato come il terzo fattore di rischio di malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione. L’elevato livello di consumo di alcol rilevato nella Regione europea dell’Oms ha portato nel corso degli anni a un incremento di decessi attribuibili al consumo di bevande alcoliche a causa di patologie croniche (come la cirrosi epatica, le malattie cardiovascolari e il cancro) e a cause di morte violente (incidenti stradali, omicidi e suicidi).
Spesso ciò che spinge le persone verso l’alcolismo è il deprimente effetto della situazione mondiale. Le sue guerre, i suoi delitti, la sua inflazione e la sua povertà, la sua tensione e le sue pressioni contribuiscono a rendere assillanti i problemi personali e con il tempo distruggono la dignità e lo scopo nella vita delle persone che ne diventano vittime. E nello sforzo di sfuggire ai problemi della vita, sempre più persone ricorrono anche alle droghe. Molti cercano piacere usando droghe “forti” come eroina, cocaina, cannabis, anfetamine e altre diavolerie del genere. Secondo l’ Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, nel mondo ci sono attualmente circa 270 milioni di consumatori di droghe. L’uso di queste droghe li conduce facilmente alla perdita di padronanza di sé, dando luogo a effetti simili a quelli che si vedono in una persona ubriaca. La vendita illecita delle droghe è una delle maggiori fonti di entrata per la delinquenza organizzata e molti consumatori iniziano essi stessi a delinquere, commettendo furti, dandosi alla prostituzione o divenendo spacciatori, per mantenere il vizio. Migliaia di famiglie in cui un componente diviene un drogato vengono letteralmente sconvolte e le madri incinte trasmettono il vizio ai loro bambini, che a volte muoiono subendo le agonie dell’astensione. Chi ha riguardo per la propria vita e desidera impiegarla in armonia con la volontà di Dio di sicuro non vorrà avere nulla a che fare con tale pratica.
C’è un altro aspetto del vizio di usare droghe che viene sottovalutato ma che ha a che fare con la mancanza di rispetto per il dono della vita: è l’uso del tabacco e, in alcuni paesi, della noce di betel e delle foglie della pianta di coca. Una gran quantità di persone fuma sigarette o prodotti simili o mastica tabacco, noce di betel o foglie di coca, pur sapendo che questi prodotti danneggiano il corpo e la mente. Come già accennato tale pratica è classificata al primo posto come fattore di rischio di malattia e morte prematura. Milioni e milioni di persone in tutta la terra ogni anno si ammalano e muoiono di cancro polmonare, disturbi cardiaci, bronchite ed enfisema connessi con il vizio del fumo. Nonostante ciò tutte queste persone continuano a fumare. Perché?
La Bibbia, fra l’altro, mette tale pratica in relazione con una attività in antitesi al princìpio della santità della vita, quella demonica. Questo perché il vizio del fumo rende dipendenti di una delle sostanze che creano più dipendenza: la nicotina, la componete di droga del tabacco, e prepara la via per cadere sotto la sfera di influenza dei demoni, cioè di esseri spirituali malvagi il cui scopo è controllare la mente delle persone per spingerle verso la rovina fisica e spirituale. Al tempo in cui venne scritta la Bibbia le droghe erano conosciute per il loro legame con la magia, la stregoneria, lo spiritismo. Infatti, un noto dizionario biblico osserva: “Nella stregoneria l’uso delle droghe, sia semplici che potenti, fu in genere accompagnato da incantesimi e ricorso ai poteri occulti … per fare impressione al richiedente con le risorse e i poteri misteriosi dello stregone” (Expository Dictionary of New Testament Words, di William Edwy Vine). Riguardo al capo dei demoni, e quindi alla loro indole, la Bibbia avverte: “Lui fu omicida fin dal principio” (Giovanni 8:44). Le morti causate dal vizio del fumo l’attestano! Perciò la Bibbia ci aiuta ad avere il giusto punto di vista sull’argomento quando dice: “Se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui al quale ubbidite” (Romani 6:16). Quando i pensieri e le azioni di una persona sono dominati dal forte desiderio di tabacco, presto questa diventa schiava di tale pratica degradante. Non viene corrotto il corpo ma anche lo spirito, ovvero l’ inclinazione mentale dominante di chi ne diviene schiavo. Perciò l’esortazione biblica è: “purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, operando per raggiungere la piena santità nel timore di Dio”, perché “chi pratica tali cose non erediterà il Regno di Dio” (2Corinti 7:1; Galati 5:20).

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MOSTRIAMO RISPETTO PER LA VITA

  • Non togliendo la vita a un nascituro
  • Abbandonando le abitudini impure
  • Sradicando dal cuore ogni forma di odio o pregiudizio per i nostri simili
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
Quelli sopra esposti sono solo alcuni esempi della netta superiorità dei princìpi e delle norme morali della Bibbia che, se non ci fossero altre prove di autenticità come, ad esempio, quelli esposti nei post precedenti, basterebbero a distinguerla come prodotto della mente divina. Mediante il suo profeta Isaia, già circa 2.700 anni fa Dio fece scrivere: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare. Se solo prestassi attenzione ai miei comandamenti! Allora la tua pace diverrebbe proprio come un fiume, e la tua giustizia come le onde del mare” (Isaia 48:17,18). Mediante la Bibbia Geova Dio ci istruisce sul miglior modo di vivere la nostra vita per evitare molti guai che il permissivismo umano causa. I princìpi basilari della Bibbia non sono difficili da capire. Tuttavia non sono né semplici luoghi comuni né materia d’interesse puramente teorico. Sono verità profonde ed essenziali che se messe in pratica “rendono saggio l’inesperto” contribuendo a migliorare di molto la salute mentale e fisica della popolazione della terra (cfr. Salmo 19:7). Sul risultato di questa scelta Geova stesso dice: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).
Ma il tema scelto per questo post è “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE” ed è basato sul versetto di Levitico 17:11. Il contesto di questo versetto richiama un importante aspetto in cui si deve mostrare rispetto per la santità della vita che, per la particolare importanza che ha assunto nei nostri giorni, merita di essere considerato a parte ….

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(*) – Alcune traduzioni usano la parola “uccidere” in Esodo 20:13 anziché “assassinare”. Ma il termine “uccidere” non rende esattamente il pensiero di Dio. L’ispirato scrittore biblico di Esodo infatti usa la parola trəṣā. Riguardo a questo termine il lessico di parole ebraiche di James Strong dichiara: “trəṣā … specialmente assassinare” (Strongs Exhaustive Bible Concordance – H7523). Spiegandone, quindi, il senso un noto dizionario afferma: “uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Third New International Dictionary di Merriam-Webster). Questo caso era diverso dall’omicidio involontario o accidentale o dipendente dall’esecuzione di una condanna emessa a carico di un assassino volontario. In tal caso l’uccisione di una persona non era considerato un assassinio, non violava il sesto comandamento (cfr. Numeri 35:6-31).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVIII

“IO SONO GEOVA. COLUI CHE ESERCITA … DIRITTO E GIUSTIZIA SULLA TERRA”

Geremia 9:24

Anteprima
Thomas Jefferson, 3° Presidente degli Stati Uniti, considerato uno dei padri fondatori della nazione Americana, in una circostanza affermò: “la giustizia è istintiva e innata … fa parte della nostra costituzione fisica quanto i sentimenti, la vista o l’udito”. Si, ogni essere umano desidera essere trattato con giustizia. Per soddisfare tale bisogno nel corso della loro storia gli uomini hanno scritto centinaia di migliaia di norme atte a regolare ogni aspetto della loro vita ma, nonostante le buone intenzioni, non è mai riuscito ad appagare pienamente il proprio desiderio di giustizia. Perché? La Bibbia lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). C’è una incapacità innata che impedisce agli uomini di esercitare diritto e giustizia, questa è data dalla sua imperfezione acquisita dopo la ribellione contro il suo Creatore e le sue norme di giustizia. Perciò un antico uomo di fede, sotto ispirazione divina, scrisse riguardo all’operato degli uomini: “hanno agito rovinosamente … è il loro proprio difetto” (Deuteronomio 32:5).
L’uomo non fu fatto dal suo Creatore per agire indipendentemente da Lui. Ha bisogno della sua guida per avere successo e felicità. La sventurata condizione in cui l’uomo si è venuto a trovare per aver rifiutato le giuste vie di Dio venne così descritta da un altro uomo di fede: “Tutta la creazione continua a gemere insieme e ad essere in pena insieme fino ad ora” (Romani 8:22). Molti di questi ‘gemiti’ e ‘pene’ sono stati causati dalla mancanza di giustizia fra gli uomini. Invece riguardo la nostro Creatore, Geova Dio, è detto che “ama giustizia e diritto” e che “tutte le sue vie sono giustizia” (cfr. Salmo 35:5; Deuteronomio 32:4). La Bibbia contiene molte prove che Geova “è colui che esercita … diritto e giustizia sulla terra” (Geremia 9:24). In essa vi è incorporato un codice di leggi che Dio diede al popolo di Israele in qualità di suo Governante e Legislatore, dopo la sua liberazione dalla schiavitù egiziana, che per sapienza ed equa applicazione della giustizia si è dimostrato superiore a qualsiasi altra norna scritta dall’uomo. Nel contempo la genuinità e il successo della Legge divina provano che la Bibbia è davvero un libro superiore, è Parola di Dio e non dell’uomo, è il regalo perfetto che Geova fatto alle sue creature umana per aiutarle ad affrontare le difficoltà derivanti dalla sua innata imperfezione (cfr. Giacomo 1:17).
Nel post che segue vengono presi in esame due esempi di come la giustizia divina può garantire la pace sociale nonché il rispetto e la dignità della vita umana.

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“Nulla avviene fra gli uomini che non sia in nome del diritto, nulla senza invocare la giustizia” – Pierre-Joseph Proudhon, uomo politico, pensatore ed economista francese del XIX secolo
“Che il Signore vi strafulmini tutti”. Così scrive sul suo blog una scrittrice che si dichiara atea (cfr. http://www.ritapani.it/che-il-signore-vi-strafulmini-tutti/). A chi si riferisce? A tutti quei “cristiani”, a suo parere ipocriti, che si scambiano il segno di pace in chiesa ma poi si disinteressano dei poveri derelitti della terra cavalcando sentimenti razzisti e xenofobi. C’è una frase che mi ha particolarmente colpito delle sue esternazioni, quando afferma “Dio non esiste, purtroppo … e a me un poco dispiace. Mi piacerebbe se fosse come lo descrivono i cristiani … un Dio vendicativo, uno di quelli che le mani te le brucia appena tieni un rosario in mano, che ti invia la punizione divina appena ne nomini il nome invano, appena compi un atto aberrante del quale un domani dovrai rendere conto”.
Traspare da queste parole il desiderio, si, di una giustizia divina contro tutte le ipocrisie, le “buffonate”, come le definisce lei, le menzogne e gli atti di crudeltà commessi da dette persone, ma appare, purtroppo, anche una concezione della giustizia di Dio come mera applicazione della punizione per la trasgressione, un semplice atto aspro e inflessibile contro la violazione di una legge o di un principio. Un concetto, questo, figlio della stessa ignoranza di cui la scrittrice accusa gli ipocriti cristiani: quella di chi ‘non sa leggere e comprendere le scritture’.
Forse vi chiederete cosa c’entra questo argomento con il tema di questa serie di post, LA BIBBIA:PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? Nel libro biblico dei Proverbi, al capitolo 16, verso 25, si legge: “Esiste una strada che all’uomo sembra giusta, ma alla fine porta alla morte”. Cosa intese dire l’ispirato scrittore del libro? Nient’altro che la maggioranza delle persone si preoccupa della giustizia solo nel contesto di ciò che ritiene retto dal proprio punto di vista, ignorando spesso anche i più elementari bisogni degli altri. La Bibbia le descrive in questo modo: “hanno zelo per Dio, ma non secondo una conoscenza accurata, perché, non conoscendo la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). Tali persone in genere appoggiano solo a parole le leggi e le norme del paese in cui vivono ma cercano di aggirarle ogni qualvolta sia possibile a favore dei propri interessi, con il risultato di una società divisa, confusa e perplessa mentre per il bene comune, per la pace e la sicurezza dell’intera famiglia umana, abbiamo urgente bisogno di una legge o di una norma giusta e retta che sia accettata e rispettata da tutti. Ma nessuna legge o norma proposta da un uomo, per quanto sia intelligente o sincero, ha potuto soddisfare tale bisogno perché, come è ancora scritto: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi”, perché “non c’è nessun giusto, nemmeno uno; non c’è nessuno che sia saggio” sulla terra, “perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Geremia 10:23; Romani 3:10,23).
Pertanto, per trovare una norma che sia accettabile e utile per tutti dobbiamo rivolgerci a qualcuno che trascenda i confini razziali, culturali e politici e che non sia ostacolato dalla scarsa lungimiranza e dalla fragilità umana. Senza dubbio l’unico a essere qualificato è l’onnipotente Creatore, Geova Dio, che dichiara: “come i cieli sono più alti della terra, così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri dei vostri pensieri” (Isaia 55:9). Egli viene anche descritto come “un Dio di fedeltà che non è mai ingiusto; egli è giusto e retto” (Deuteronomio 32:4). Ma quali garanzie abbiamo che esiste una giustizia di Dio e che questa è superiore a qualsiasi norma o regola umana?
quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge?” – Deuteronomio 4:8
La storia, non solo biblica, attesta che nell’antichità Geova Dio scelse un popolo tra tutti quelli che erano sulla terra, la nazione di Israele discesa dai patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe, con il quale potesse stabilire un modello di governo basato sulla giustizia e sul diritto. Questo popolo era sottoposto a dura schiavitù dalla potenza mondiale allora dominante, l’Egitto. Dio lo liberò con la sua potenza e lo portò attraverso il deserto a risiedere in terra di Canaan in base a un’antica promessa fatta al suo capostipite (cfr. Genesi 15:18-20 *). Subito dopo la liberazione, si pose la questione del governo della nazione. Come sarebbe stata governata?
Mentre gli israeliti erano accampati ai piedi del Sinai, Dio rivolse loro queste parole: “Voi stessi avete visto quello che ho fatto agli egiziani per portarvi su ali d’aquila e condurvi da me. Ora, se ubbidirete scrupolosamente alla mia voce e rispetterete il mio patto, diventerete fra tutti i popoli la mia speciale proprietà; l’intera terra infatti appartiene a me. Voi diventerete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Come risposta  tutto il popolo disse: “Siamo pronti a fare tutto quello che Geova ha detto” (Esodo 19:4-6,8). Fu così costituita una teocrazia, Geova Dio stesso sarebbe stato il loro Governante e Legislatore, nonché il loro Giudice supremo (cfr. Isaia 33:22). A questo scopo diede agli israeliti un codice giuridico e stabilì su di essi uomini fidati che ne garantissero l’osservanza.
Quel codice era il più completo codice di leggi posseduto da qualsiasi nazione antica, e non faceva alcuna distinzione fra legge civile e legge penale, entrambe si fondevano con le leggi morali e religiose. I Dieci Comandamenti ne costituivano l’ossatura; a questi furono aggiunti altri 600 circa fra leggi, statuti, regolamenti e decisioni giudiziarie con i quali regolava nei minimi particolari i rapporti dell’uomo con Dio e con il prossimo. Questo fatto è davvero eccezionale se si fa il raffronto con codici moderni che sono costituiti da migliaia di leggi; solo per fare un esempio, alla fine del XX secolo le leggi federali degli Stati Uniti riempivano oltre 150.000 pagine di codici e ogni due anni si aggiungono circa 600 altre leggi. Quindi in termini di voluminosità, la montagna di leggi umane fa apparire minuscola la Legge di Dio, eppure quel codice guidava gli israeliti in aspetti della vita che le leggi moderne non prendono neanche in considerazione. Roland Guérin de Vaux, un sacerdote domenicano che diresse l’Ecole Biblique, una scuola teologica cattolica francese a Gerusalemme, e apprezzato biblista, nel suo libro Institutions de l’Ancien Testament (Le Istituzioni dell’Antico Testamento) ha scritto al riguardo: “La legge israelitica, nonostante tutte le rassomiglianze di forma e di contenuto, differisce fondamentalmente dalle clausole dei ‘trattati’ e dagli articoli dei ‘codici’ orientali: è una legge religiosa … Nessun codice orientale è paragonabile con la legge israelitica, riferita tutta intera a Dio come a suo autore. Se contiene e mescola spesso prescrizioni etiche e rituali, è perché riguarda tutto il campo dell’Alleanza divina, la quale regola non soltanto i rapporti degli uomini con Dio, ma anche quelli degli uomini tra di loro”. Non c’è quindi da meravigliarsi se Mosè, il mediatore e primo garante dell’osservanza di quel patto tra Geova Dio e gli israeliti, dicesse ai suoi connazionali: “quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge che oggi metto davanti a voi?”  (Deuteronomio 4:8).
Devi scegliere tra il popolo uomini capaci che temono Dio” – Esodo 18:21
Gli uomini incaricati di far rispettare quel codice dalla popolazione erano scelti sotto la guida di Dio e il criterio seguito nella scelta era quello stabilito mentre la nazione era in cammino attraverso il deserto, cioè: “uomini capaci che temono Dio, uomini fidati che odiano il guadagno disonesto” (Esodo 18:21). Da questi uomini Dio pretendeva saggezza e discrezione, onestà e imparzialità di giudizio, comandando loro: “dovete giudicare con giustizia fra un uomo e suo fratello o uno straniero residente. Non dovete essere parziali nel giudizio. Dovete udire il piccolo come il grande. Non vi dovete far intimidire dagli uomini” (Deuteronomio 1:16,17); “Non devi pervertire la giustizia, né essere parziale o farti corrompere con regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e distorce le parole dei giusti.Il tuo obiettivo devessere solo e soltanto la giustizia” (Deuteronomio 16:19,20); “Non devi maltrattare né opprimere lo straniero residente … e devi amarlo come te stesso, perché anche voi avete risieduto da stranieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22:21; Levitico 19:34); “Non devi fare preferenze per il povero né riservare un trattamento di favore al ricco” (Levitico 19:15). Dio diede loro anche questo monito: “State attenti a quello che fate, perché non giudicate per l’uomo ma per Geova; ed egli è con voi quando emettete un giudizio. Ora il timore di Geova sia su di voi. State attenti a come agite, perché presso Geova nostro Dio non c’è ingiustizia, né parzialità, né corruzione” (2Cronache 19:6,7).
Anche quando, durante la vita dell’ultimo giudice, Samuele, in Israele ci fu una crisi di governo perché gli israeliti, influenzati dalle nazioni nemiche circonvicine, tutte governate da re, pensarono di aver bisogno anch’essi di un re umano, Geova non abbandonò il suo progetto di giustizia teocratica. Pur acconsentendo alla richiesta del popolo, scelse personalmente i loro re. Di questi, infatti, sta scritto che sedevano “sul trono di Geova in Israele” (cfr. 1Cronache 29:23). Essi erano ancora soggetti  alla più alta volontà e alla direttiva governativa del vero Sovrano dello stato, il loro Dio, Geova. Affinché ciascuno di essi se lo ricordasse, Dio diede loro questo comando: “Quando si insedia sul trono del suo regno, deve copiare per sé in un libro questa Legge custodita dai sacerdoti levitici. Deve tenerla con sé e leggerla tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere Geova suo Dio e a osservare tutte le parole di questa Legge e queste norme mettendole in pratica.Così il suo cuore non si esalterà al di sopra dei suoi fratelli e lui non devierà da questi comandamenti né a destra né a sinistra, in modo da rimanere a lungo a capo del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele” (Deuteronomio 17:19,20). Sì, Geova voleva che coloro che avevano l’autorità di giudicare nella sua teocrazia non si esaltassero né deviassero dalle sue giuste norme ma che le loro azioni fossero sempre conformi alla sua Legge.
Mi preme ora esaminare due aspetti emblematici che attestano come quella Legge era migliore di qualsiasi altra norma che gli uomini si sono dati nei secoli: uno nel campo della pace e della giustizia sociale, l’altro relativo alla giustizia penale. Riguardano, peraltro, due argomenti di grande attualità e, oltre a esaltare la superiorità della giustizia divina su quella umana, dimostrano come la Bibbia, che contiene quel codice, si può inconfutabilmente considerare “Parola di Dio” e non dell’uomo!
Il paese dev’essere ripartito … in proporzione al numero dei registrati” – Numeri 26:53-56
La disuguaglianza sociale e la povertà sono sempre state un problema devastante per l’intera società umana. Nel corso della sua storia hanno sempre causato terribili problemi: ribellioni, sommosse, guerre, forti immigrazioni, aumento della delinquenza, analfabetismo, fame, malattie, mortalità infantile e altre nefandezze del genere. Secondo dati UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) e WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), oggi circa 2 miliardi di persone vivono in condizione di “povertà estrema”, tra questi circa 600 milioni di bambini. Lo scorso anno 6,9 milioni di bambini sotto i 5 anni, circa 800 ogni ora, sono morti in tutto il mondo per cause connesse con la povertà (malnutrizione, scarsità di cure, ecc.). Nonostante i continui sforzi internazionali per assistere le vittime, la situazione è in continuo peggioramento. Questo perché la causa principale di questi problemi, cioè la tendenza della gente, in particolare di quella appartenente alle classi più agiate, e dei governi a favorire e proteggere i propri interessi, è talmente insita nella natura umana da annullare ogni coscienzioso sforzo fatto al riguardo, quindi il risultato, come scrisse sotto ispirazione divina il saggio re Salomone, è che “l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno” (Ecclesiaste 8:9).
L’antico Israele non fu immune da questi problemi. Dio infatti previde che, a causa dell’egoismo esistente in questo mondo, molti israeliti sarebbero divenuti poveri, mentre alcuni si sarebbero arricchiti e avrebbero voluto egoisticamente conservare le loro ricchezze a spese dei loro connazionali. Perciò comandò loro: “i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò ti do questo comandamento, e ti dico: ‘Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese’” (Deuteronomio 15:7-11). Come, quindi, Geova Dio affrontò il problema in qualità di governante e legislatore,?
Quando gli israeliti arrivarono nel paese di Canaan Egli diede a Mosè queste istruzioni: “Il paese dev’essere ripartito tra loro come eredità in proporzione al numero dei nomi elencati.Ai gruppi più grandi devi aumentare leredità e ai gruppi più piccoli devi ridurla. A ciascun gruppo devessere data leredità in proporzione al numero dei registrati.In ogni caso, il paese devessere ripartito a sorte. Riceveranno l’eredità secondo i nomi delle tribù dei loro padri.Ogni eredità sarà determinata a sorte e ripartita tra i gruppi più grandi e quelli più piccoli” (Numeri 26:53-56). Dunque a ciascuna delle 12 tribù che costituivano la nazione venne assegnato, a sorte, un territorio la cui espansione era adeguata al numero dei suoi componenti. Nel libro di Giosuè, nei capitoli da 13 a 21, potete leggere tutti i particolari di tale ripartizione. Alla fine Dio stabilì anche questo vincolo legale: “Nessuna eredità degli israeliti deve passare da una tribù all’altra, perché gli israeliti devono tenersi stretta l’eredità della tribù dei loro antenati.E ogni figlia che possieda uneredità tra le tribù dIsraele deve sposare un discendente della tribù di suo padre, così che gli israeliti restino in possesso dell’eredità dei loro antenati.Nessuna eredità deve passare da una tribù allaltra, perché le tribù dIsraele devono tenersi stretta la propria eredità” (Numeri 36:7-9). In questo modo si sarebbe evitato che gli appartenenti di una tribù potessero arricchirsi a danno di qualche altra tribù creando grandi latifondi che avrebbero minato l’unità della nazione e costretto la popolazione comune ad affollarsi nelle città.
Una volta definiti con precisione i confini delle tribù, si passò all’assegnazione, all’interno d’essi, degli appezzamenti di terra alle singole famiglie, cosa che non fu stabilita a sorte ma sotto la guida di un apposito comitato, composto dal Sommo Sacerdote, Eleazaro, da Giosuè, in qualità di rappresentante governativo di Dio, e dai capi principali delle 12 tribù (cfr. Numeri 34:16,29). Pertanto ogni singola famiglia ricevette un pezzo di terra atto a soddisfare le proprie necessità, la cui grandezza venne determinata in proporzione al numero dei componenti la famiglia, e ogni appezzamento venne delimitato da segnali di confine. Per legge fu quindi vietato qualsiasi spostamento dei segnali confine, chiunque l’avesse fatto sarebbe stato maledetto (cfr. Deuteronomio 19:14; 27;17).
il 50o anno … diventerà per voi un Giubileo: ognuno tornerà alla sua proprietà … alla sua famiglia” – Levitico 25:10
Poteva però accadere che a causa di rovesci finanziari un uomo era costretto a vendere la sua eredità terriera per pagare i debiti, oppure, a motivo di questi, una famiglia o qualche familiare doveva essere venduto schiavo a un vicino più prospero. Come fece Dio a controllare questa tendenza verso il dissesto familiare e nazionale? Nella sua Legge Geova decretò questo fondamentale princìpio: “La terra non si dovrà vendere su base permanente, perché la terra è mia. Infatti, dal mio punto di vista voi siete stranieri residenti e forestieri” (Levitico 25:23). Pertanto stabilì ciò che fu chiamato Giubileo, o anno del Giubileo che veniva celebrato ogni 50 anni (cfr. Levitico 25:10). Cosa accadeva quell’anno? Il decreto diceva “Se tuo fratello che vive accanto a te diventa povero e deve vendersi a te, non devi costringerlo a lavorare come schiavo.Devessere trattato come un lavoratore salariato, come un forestiero. Dovrà servire presso di te fino allanno del Giubileo.Allora ti lascerà, lui e i suoi figli con lui, e tornerà dalla sua famiglia. Dovrà tornare alla proprietà dei suoi antenati”. Perciò nell’anno del Giubileo ciascun uomo rientrava in possesso della sua eredità. La terra gli era restituita gratis e tutti gli ebrei che si erano venduti come schiavi erano liberati perché si ristabilissero nella parte di terra data loro da Dio (Levitico 25:28, 39-41).
La restituzione delle eredità terriere non era affatto un’ingiustizia verso quelli che le avevano acquistate né significava mostrare parzialità a favore dei poveri. La Legge di Dio infatti stabiliva una scala di valori fondiari calcolati in base al numero di anni rimasti fino al Giubileo (cfr. Levitico 25:15,16). Chi comprava la terra, quindi, pagava il suo uso e il valore dei raccolti fino al Giubileo e quando questo arrivava restituiva la terra al suo proprietario originale, in questo modo non perdeva nulla. Pertanto, grazie alla disposizione giubilare, i valori delle proprietà rimanevano stabili. Non c’era inflazione né c’erano le classi estremamente ricche e quelle estremamente povere. Nessuna famiglia restava povera in perpetuo. A ogni uomo, e a ogni famiglia, era accordata la giusta dignità umana.
In quanto alla terra stessa, poi, il Giubileo doveva essere un anno di riposo per essa. La Legge disponeva che ogni settimo anno era un anno sabatico per la terra, durante il quale doveva restare incolta. Così il quarantanovesimo anno era un anno sabatico, ma in aggiunta ad esso il cinquantesimo anno era altresì un anno sabatico per la terra, cosicché essa aveva un altro anno per riprendere vita (cfr. Numeri 25:1-12). In questo modo, non solo gl’israeliti avevano l’opportunità di rimettersi materialmente e ricominciare a vivere su nuove basi, in possesso della proprietà e allo stesso livello con i loro simili, ma anche la terra aveva l’opportunità di riprendere la sua forza produttiva. L’intera disposizione venne accettata da tutta la nazione perché risultò giusta e misericordiosa ed evitò qualsiasi violenta rivoluzione e spargimento di sangue per poter stabilire la pace e la giustizia sociale. Il corno del Giubileo diede quindi squilli di pace e di gioia in tutto il paese.

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La Legge data da Dio a Israele richiedeva una sicura applicazione della giustizia, ma prevedeva anche di mostrare compassione a quelli che erano nel bisogno. Ogni sette anni, nell’anno sabatico, tutti i debiti venivano annullati, perciò era anche chiamato “l’anno della remissione” o “del condono” (cfr. Deuteronomio 15:1,2). Inoltre, come sopra descritto,  nell’anno del Giubileo (il cinquantesimo) tutti i terreni ereditari che erano stati venduti venivano restituiti ai legittimi proprietari (cfr. Levitico 25:13), così anche se un uomo sperperava le sue sostanze, i suoi discendenti non perdevano per sempre l’eredità e questo dava stabilità all’intera nazione. I poveri erano ulteriormente tutelati dal provvedimento della “spigolatura”. In cosa consisteva?
non devi raccogliere la spigolatura della tua messe” – Levitico 19:9
La disposizione giubilare, però, non sempre venne osservata dalla popolazione. Israele si comportò spesso come “un popolo di collo duro”, come “una generazione ostinata e ribelle, una generazione dal cuore instabile e dallo spirito infedele a Dio”, restìo ad osservare quella Legge perfetta (cfr. Deuteronomio 9:13; Salmo 78:8). Come conseguenza la disuguaglianza e la povertà crebbero in mezzo alla nazione, tuttavia nella sua Legge Geova aveva stabilito un principio a salvaguardia del benessere dei singoli individui che ne sarebbero divenuti vittime. In Levitico 19:9,10 si legge: “quando mietete la messe della vostra terra, non devi mietere completamente l’orlo del tuo campo, e non devi raccogliere la spigolatura della tua messe. Inoltre non devi radunare i racimoli della tua vigna, e non devi raccogliere l’uva sparsa della tua vigna. Li devi lasciare per l’afflitto e per il residente forestiero”. Quindi, quando un agricoltore israelita raccoglieva la messe o i frutti del suo campo doveva permettere ai bisognosi di raccogliere quello che i mietitori lasciavano. Egli non doveva mietere i campi fino all’orlo né tornare a racimolare l’uva dopo la vendemmia o a raccogliere le olive rimaste sui rami dopo la bacchiatura né tornare a prendere i covoni di grano lasciati inavvertitamente nei campi (cfr. anche Deuteronomio 24:19)..
Questa era una disposizione amorevole a favore dei poveri, dei residenti forestieri, degli orfani e delle vedove. Ma ne beneficiava l’intera società israelita in quanto stimolava chi vi ricorreva a coltivare uno spirito operoso, perché la spigolatura era un lavoro duro in quanto obbligava a lavorare ore e ore sotto il sole per raccogliere il cibo per il giorno. Faceva sì che i poveri non soffrissero la fame e non diventassero un peso per la comunità e risparmiava loro l’umiliazione di dover mendicare o fare affidamento sulle elemosine. Lasciava poi liberi gli israeliti di decidere quanto lasciare per i bisognosi, ad esempio quanto larghe dovevano essere le fasce non mietute ai bordi dei campi. In questo modo insegnava agli agricoltori ad avere compassione e considerazione per chi era in difficoltà, incoraggiava la generosità e dava loro l’opportunità di mostrare gratitudine al loro Dio e Provveditore di buoni raccolti perché, come era scritto: “chi mostra favore al povero … glorifica il suo Fattore” (cfr. Proverbi 14:31).
darete ai leviti sei città di rifugio … perché vi fugga l’omicida” – Numeri 35:6
Quando gli israeliti arrivarono in Canaan Dio diede loro anche questo comando: “Dovete scegliere città facilmente raggiungibili perché servano da città di rifugio, dove possa fuggire l’omicida che ha ucciso qualcuno involontariamente” (Numeri 35:11). Perché questo comando?
Geova Dio considera sacra la vita umana fin dal momento del suo concepimento (cfr. Salmo 139:13-16). Egli considera sacro anche il sangue perché è intimamente connesso con i processi vitali. In Levitico 17:14, infatti, si legge: “l’anima di ogni sorta di carne è il suo sangue mediante l’anima in esso”. Perciò all’inizio della storia umana decretò: “richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo” (Genesi 9:5,6). Quando diede la sua Legge ad Israele molto più esplicitamente comandò: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13). C’è qui da notare che nel testo ebraico il termine usato è tirtsàch, correttamente tradotto “assassinare”, e non il termine taharògh, che significa “uccidere”; sulla sostanziale differenza dei due termini un noto dizionario internazionale afferma: “Assassinare significa uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Webster’s Third New International Dictionary).
In nazioni diverse da Israele era concesso il diritto di asilo ad assassini e altri criminali che si rifugiavano in uno spazio sacro o presso una cosa sacra. Tanto per fare un esempio, avveniva nel tempio della dea Artemide nell’antica Efeso. Con la fine delle religioni pagane nel 4° e 5° secolo d.C., il diritto di asilo passò alle chiese del cristianesimo apostata, che lo collegava al potere d’intercessione riconosciuto ai vescovi. Ma fra gli israeliti gli assassini non potevano contare su nessun diritto d’asilo, l’omicida volontario doveva esser messo a morte in base al principio “vita per vita” (cfr. Levitico 24:17-20). Questo principio stabiliva l’equivalenza, o equilibrio, nelle questioni giudiziarie, in altre parole nelle cause penali la punizione doveva corrispondere al reato.  Comunque Dio riconosceva misericordiosamente che non tutti i reati erano intenzionali. Se un uomo uccideva qualcuno involontariamente, non doveva pagare vita per vita. A questo scopo, in tutto il paese erano state costituite le sei città, dette “di rifugio”, perché vi doveva “fuggire l’omicida che senza intenzione colpiva a morte un’anima” (cfr. Numeri 35:9-15). C’è da notare che questo provvedimento riguardava gli omicidi involontari commessi sia dagli israeliti per nascita, sia dai residenti forestieri in Israele o dagli avventizi di altre nazioni che dimoravano nel paese.
L’omicida involontario doveva fuggire in una di quelle città per evitare l’immediata vendetta da parte di un parente stretto della vittima. Una volta conseguita questa immunità temporanea, veniva riaccompagnato nel luogo dove era avvenuta l’uccisione per subire il processo davanti agli anziani che avevano giurisdizione su quel territorio. Se dimostrava la sua involontarietà gli veniva risparmiata la vita dopodiché veniva riaccompagnato alla città di rifugio dove doveva risiedere fino alla morte del Sommo Sacerdote (cfr. Numeri 35:25-28). Lì avrebbe dovuto imparare un mestiere, lavorare e fare qualcosa di utile per la comunità. In questo modo gli si rammentava che aveva causato la morte di qualcuno, che si era comportato con negligenza se non addirittura con indifferenza nei confronti di una vita umana provocandone la morte accidentale e che era stato trattato con misericordia, il che l’avrebbe spinto ad essere a sua volta misericordioso con gli altri.
Tale provvedimento impediva i giudizi sommari che consideravano l’omicida colpevole prima ancora del processo (cfr. Numeri 35:12). Le persone dovevano partire sempre dal presupposto che l’omicida fosse innocente dell’accusa di omicidio volontario e addirittura dovevano aiutarlo a mettersi in salvo durante la fuga verso la città di rifugio. Inoltre questo provvedimento era esattamente il contrario di ciò che si fa oggi rinchiudendo gli assassini o i delinquenti in prigioni e penitenziari, dove vengono mantenuti a spese della collettività e spesso peggiorano stando in compagnia di altri criminali. Il principio valeva per tutti i reati commessi: in Israele non c’erano prigioni munite di sbarre e mura di cinta dove i delinquenti erano mantenuti e sorvegliati a spese della comunità. Chi veniva preso a commettere un reato doveva lavorare, rendendosi utile al prossimo e, nella maggioranza dei casi, per risarcire la vittima del danno arrecato (cfr. Esodo 22:1-9).

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Nelle antiche nazioni pagane c’erano luoghi religiosamente sacri, come templi, altari, boschetti dove era provveduto asilo e protezione contro la punizione per qualche delitto. Sotto il manto della religione vi trovavano riparo ogni sorta di criminali. Il famoso tempio di Artemide (o Diana) ad Efeso era un luogo pagano di asilo o rifugio. Fra i Greci ed i Romani il numero di questi luoghi di rifugio si moltiplicò grandemente, ma si abusò del privilegio di asilo e ciò condusse a un grande aumento di criminali. Nel paese d’Israele le città di rifugio erano in numero limitato e non provvedevano asilo all’omicida volontario, ma soltanto a chi avesse ucciso involontariamente. Geova Dio aveva detto a quel popolo: “Se un uomo si infuria contro il suo prossimo e lo uccide intenzionalmente, devi metterlo a morte anche se dovesse rifugiarsi vicino al mio altare” (Esodo 21:14). Si, Dio non proteggeva i criminali volontari né con la sua legge né con le cose sacre della sua organizzazione. Ma se un uomo uccideva qualcuno o ne provocava la morte accidentalmente, involontariamente, senza alcuna premeditazione, poteva fuggire in una città di rifugio affinché la sua vita fosse risparmiata fino a che non fosse stato processato e non avesse dimostrato di non aver avuto alcuna intenzione di uccidere e nessun odio micidiale. Questo era un misericordioso provvedimento di Geova per aiutare l’omicida involontario a sfuggire dalla vendetta di qualche parente dell’ucciso. Un provvedimento generalmente recepito dalla popolazione che provava compassione per chi era inseguito dal vendicatore del sangue, perché tutti sapevano che a chiunque poteva capitare di commettere involontariamente un reato simile e di aver bisogno di rifugio e misericordia.  
In conclusione, la Legge di Dio si è dimostrata superiore a quella umana in quanto a sapienza ed equa applicazione della giustizia ed è stata una grande benedizione per Israele. Essa rifletteva la più grande qualità del suo Legislatore: l’amore. Nessun sistema giuridico, antico o moderno, ha mai previsto qualcosa del genere, ma quella Legge incoraggiava l’amore sopra ogni altra cosa. Gli israeliti dovevano mostrare questo amore non solo gli uni agli altri, ma anche ai residenti forestieri in mezzo a loro. Dovevano mostrare amore ai poveri e agli afflitti, assistendoli sul piano economico e non approfittando della loro condizione disagiata. Dovevano trattare con benignità e considerazione persino gli animali. Quella Legge divenne parte integrante della Bibbia attestandone l’ispirazione divina, come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Quale Dio e Creatore, avente per diritto sovranità su tutta la terra, e anche quale “Giudice di tutta la terra” (Genesi 18:25), Geova aveva assegnato il paese di Canaan alla discendenza di Abraamo (cfr. Genesi 12:5-7; 15:17-21). Detenendo in qualità di Sovrano il potere esecutivo, Dio ordinò agli israeliti di procedere all’esproprio coatto del territorio occupato dai condannati cananei e all’esecuzione della condanna a morte da lui pronunciata contro di loro a motivo della loro irrecuperabile malvagità che li rese responsabili di azioni orribili, tra cui incesto, omosessualità, bestialità, sacrifici di bambini e grave idolatria (cfr. Levitico 18:221-25; Deuteronomio 9:1-5).

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVII

“PER GEOVA UN GIORNO È COME MILLE ANNI”

2Pietro 3:8

Anteprima
Circa 2.000 anni fa un apostolo cristiano, Paolo, scrisse, sotto ispirazione divina, ad un zelante giovane queste parole: “custodisci quello che ti è stato affidato, evitando i discorsi vuoti che violano ciò che è santo e le contraddizioni di quella che è falsamente chiamata “conoscenza”. Per ostentare tale conoscenza alcuni hanno deviato dalla fede” (1Timoteo 6:20,21). Perché l’apostolo sentì la necessità di fare questa raccomandazione? In quel tempo la cultura era dominata dalla filosofia greca. Socrate, Platone e Aristotele aveva fatto numerosi discepoli e molti di essi si consideravano persone istruite e intellettualmente superiori alla maggioranza dei cristiani. Di conseguenza l’èlite intellettuale dell’epoca pensava che ciò che i cristiani credevano fosse semplice “stoltezza” o, come dice un’altra traduzione, “assurdo” (cfr. 1Corinti 1:23, PdS). A questa iniziavano ad associarsi alcuni cristiani apostati che per avidità e per amore del prestigio personale tentavano di introdurre nella chiesa cristiana propri concetti e dogmi di natura filosofica che distorcevano le verità rivelate nella Parola di Dio (cfr. Romani 16:17,18; 2Pietro 2:1-3). Oggi viviamo in una situazione simile.  Da una parte abbiamo un gruppo di scienziati e docenti universitari che, spesso usando termini comprensibili solo agli ‘addetti ai lavori’, negano dogmaticamente l’esistenza di Dio. Di fronte ci sono esponenti religiosi altrettanto arroganti i quali, facendo appello alle emozioni con la loro retorica, propagandano teorie personali sulla creazione che nulla hanno a che vedere con il racconto biblico. Così si è alimentata l’impressione generale che sia difficile conciliare scienza e fede religiosa, la quale, nei migliori dei casi, ha spinto molte persone ragionevoli a lasciar perdere l’argomento e comunque ha gettato ombre sulla Bibbia quale fonte fidata di informazioni al riguardo.
Se però ci si prende la briga di esaminare i fatti si può notare che i contrasti tra i due campi, ad un attenta analisi risulta che spesso sono generati da intellettuali appartenenti a diverse discipline scientifiche i quali sostengono con foga che le persone intelligenti e istruite devono per forza accettare la teoria dell’evoluzione come un fatto, anche laddove esistono seri dubbi sulla sua validità scientifica, nonché da gruppi religiosi fondamentalisti che, con altrettanta veemenza, sostengono che la Bibbia insegna cose che invece non insegna affatto. Un esempio tipico di tale conflitto è la controversia in atto da oltre cent’anni fra coloro che credono nel processo evolutivo e quelli che invece sostengono il cosiddetto creazionismo, in particolare certi gruppi evangelici i quali, nel tentativo di contestare la validità scientifica di alcuni princìpi della teoria evoluzionistica, si sono spinti oltre ciò che è scritto nella Bibbia adottando una interpretazione letterale del suo racconto della creazione, in particolare relativamente alla durata dei giorni creativi, del tutto estranea ai fatti astronomici, fisici e geologici, provocando l’avversa reazione non solo del mondo scientifico ma anche di quello giuridico e sociale. Quale è stato il risultato di tutto ciò? I fondamentalisti religiosi hanno ottenuto il contrario di ciò che si proponevano mettendo in cattiva luce a motivo delle loro credenze settarie non solo il concetto di creazione ma l’intera Parola di Dio e allontanando da essa molte persone sincere. Però, è bene ribadirlo, non è la Bibbia in contrasto con la scienza ma una ristretta e fuorviata interpretazione della stessa da parte di chi, partendo da una prestabilita interpretazione settaria ha cercato prove da adattare alle proprie idee andando “oltre ciò che era scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).

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Giorni creativi 1

Una comune obiezione mossa contro l’accettazione del racconto biblico della creazione è l’idea che Dio facesse la terra in sei giorni di ventiquattro ore. Questa tesi è supportata da gruppi religiosi fondamentalisti, per lo più di estrazione evangelica, sulla base di una lettura letterale del racconto. Ma è questo che veramente insegna la Bibbia?
Tempo fa parlavo di religione con una giovane signora. Questi sono stati, più o meno, i termini della nostra conversazione: “io sono Testimone di Geova e lei?”, “io sono pastafariana”, “eh!? … vuol dire rastafariana? (un movimento politico-religioso popolare soprattutto in Giamaica che predica il ritorno nella terra d’origine dei negri deportati in America e la fine della dominazione dei bianchi)”, “no, no, pastafariana”, …. “ammetto la mia ignoranza, mai sentita nominare … chi è il vostro dio?”, “il nostro dio è un piatto tradizionale americano, gli spaghetti con le polpette”, “noooooo dai … mi sta prendendo in giro!”, “per niente! … la mia è una vera e propria religione, si informi meglio”. Beh! … anche se non proprio convinto, la mia curiosità era tanta! Così tornato a casa mi sono messo davanti al PC, ho digitato il termine “pastafariano” e cosa è uscito fuori? In sintesi, questo:
“Il pastafarianesimo (Flying Spaghetti Monsterism o Pastafarianism in inglese) è una religione fondata da Bobby Henderson, laureatosi in fisica all’Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze come un’alternativa alla teoria dell’evoluzione … In una lettera aperta inviata al Kansas State Board of Education, Henderson professò di credere in un creatore sovrannaturale molto somigliante a degli spaghetti con le polpette … Sostenne anche che la sua teoria era altrettanto valida quanto quella del disegno intelligente e chiese che le venissero dedicate un numero pari di ore di lezione in classe … spiegò che poiché il movimento a sostegno del disegno intelligente utilizza riferimenti ambigui a un non meglio precisato “progettista intelligente”, ogni entità concepibile poteva rivestire questo ruolo” (https://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo).
Ecco che viene fuori la questione del creazionismo! Nel post precedente ho esaminato come una errata, letterale interpretazione delle Sacre Scritture da parte delle gerarchie della Chiesa Cattolica ha allontanato tanti persone, di scienza e non, dalla Parola di Dio, come è accaduto con il caso di Galileo Galilei, condannato dalla Chiesa perché sosteneva, e a ragione, l’eliocentrismo Copernicano invece del sistema geocentrico Aristotelico-Tolemaico. Ora mi preme esaminare e provare come lo stesso errore, fatto dal fondamentalismo evangelico, ha dato vita ad uno scetticismo e a una contestazione parodistica delle immutabili e fondate verità espresse nella Bibbia dal suo divino Autore.
Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati” – Genesi 2:4
Cos’è il creazionismo contestato da Bobby Henderson ed altri uomini di scienza?
Nel 1982 presso la corte federale di Little Rock, nell’Arkansas (USA) si celebrò un processo che aveva come punto di discussione una legge dello stato in virtù della quale la “scienza della creazione” doveva essere insegnata nelle scuole pubbliche insieme all’evoluzione. Quella legge era supportata e difesa da teologi di varie confessioni evangeliche, insegnanti, diversi scienziati e politici che costituivano quel movimento politico-religioso definito “Maggioranza Morale”, nonché dal Procuratore Generale dello stato; contro aveva altri scienziati e l’Unione Americana per le Libertà Civili. Cosa sostenevano i fautori del creazionismo? In sintesi affermavano che vi erano limiti ai cambiamenti entro le specie di organismi viventi creati in origine, e che le mutazioni e la selezione naturale (i paletti della teoria evoluzionistica darwiniana) non erano sufficienti per cambiare una specie in un’altra. Sostenevano anche che la terra e tutte le cose viventi su di essa sono il risultato di un recente atto creativo, e che tutti gli strati geologici con i loro fossili derivano da un unico Diluvio universale. Nonostante fossero stati particolarmente attenti nell’omettere, nel testo della legge, qualsiasi riferimento a Dio o alla Bibbia per superare gli impedimenti costituzionali all’insegnamento della religione nelle scuole (cosa, purtroppo, totalmente disattesa nel nostro paese), i loro scritti e le testimonianze presentate al processo di Little Rock rivelavano che la creazione e il Diluvio a cui ci si riferiva erano quelli descritti nel libro biblico di Genesi (cfr. Genesi capitoli 1,2,6-8). Inoltre, sebbene il tempo della creazione non era specificamente indicato nella legge, hanno ammesso che il termine “recente” usato in riferimento all’atto creativo significava forse 6.000 anni fa, comunque non più di 10.000.
Quest’ultimo aspetto fu determinante per l’esito del processo. La dottrina che la terra e perfino l’universo abbiano meno di 10.000 anni, infatti, contraddice tutte le scoperte della scienza moderna ed è così lontana dalla verità da attirarsi le critiche della maggioranza degli scienziati. Ad esempio, i geologi hanno dimostrato con le loro misurazioni che i processi geologici si estendono molto al di là di questo ristretto periodo di tempo essendo quantificati in milioni di anni. Gli astronomi hanno calcolato che le distanze tra stelle e galassie sono così immense che perfino la loro luce, che viaggia a 300.000 chilometri al secondo, impiega miliardi di anni per giungere ai loro telescopi, pertanto devono esistere da molto più tempo dei 10.000 anni stimati dai creazionisti.
I fisici, per contro, citano elementi radioattivi presenti in natura, come l’uranio e il torio, la cui vita viene calcolata in miliardi di anni. Questi fatti e tanti altri hanno convinto il giudice del processo che la “scienza della creazione”, così com’era definita nella legge su cui si dibatteva, non aveva i requisiti per essere considerata alla stessa stregua dell’evoluzione e che i fautori del creazionismo erano partiti da una interpretazione settaria del racconto creativo contenuto nel libro biblico di Genesi, cercando poi le prove per sostenerla. Pertanto quella legge venne considerata solo uno sconsiderato tentativo di introdurre le loro idee sulla creazione nel programma delle scuole pubbliche e venne dichiarata anticostituzionale.
Sorge a questo punto una domanda importante per tutti quelli che esercitano fece in un Creatore: il fallimento del creazionismo significa che la creazione è solo un’invenzione? Significa che la Bibbia non è attendibile nel suo racconto creativo?
In principio Dio creò i cieli e la terra” – Genesi 1:1
Un esame delle testimonianze rese in tribunale rende evidente che le prove scientifiche a favore della creazione in realtà non furono poste a chiaro confronto con l’evoluzione. Sono state invece messe da parte a causa di scontri su questioni secondarie, e in particolare su i due dogmi del creazionismo che erano stati codificati nella legge, cioè: 1) che la creazione abbia avuto luogo solo alcune migliaia di anni fa; 2) che tutti gli strati geologici siano stati formati dal Diluvio biblico. Nessuno di questi dogmi è veramente determinante ai fini della questione centrale se gli organismi viventi siano stati creati o no. Sono semplici dottrine accettate dai seguaci di alcune chiese, in particolare dagli avventisti del settimo giorno, che costituirono il nucleo del gruppo che appoggiò la legge. Pertanto, quando queste credenze settarie vennero incorporate nella legge come qualcosa da insegnare obbligatoriamente nelle scuole pubbliche americane, quella legge venne condannata a essere dichiarata incostituzionale.
Ogni studioso della Bibbia ben informato sa bene che essa dice chiaramente che i cieli e la terra e tutto ciò che è in essi furono creati da Dio, ma non dice quando quelle cose furono create. Al processo, invece, tutti quelli che testimoniarono a difesa della legge credevano che i sei giorni creativi narrati nella Genesi erano compresi in un periodo di 144 ore (6g x 24h) in base ad un insegnamento fondamentalista che perfino la scienza del diciassettesimo secolo non aveva mai contestato. Tuttavia tale insegnamento non ha retto allo sviluppo della ricerca scientifica. Per di più, la Bibbia non sostiene affatto tale insegnamento!
Il primo versetto di Genesi, infatti, dice semplicemente: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. Stop! … non vengono indicati limiti temporali in questa dichiarazione. Poi al successivo versetto due afferma: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque”. Anche qui nessuna indicazione temporale. Solo ai successivi versetti 3-5 si comincia a parlare dell’attività del primo giorno creativo. Perciò, indipendentemente da quanto sono lunghi i giorni creativi, i versetti 1 e 2 descrivono cose che erano già state fatte che non rientrano nel periodo di tempo che abbraccia i giorni creativi. In altre parole l’incipit di Genesi dimostra che l’universo, incluso il pianeta Terra, esisteva già da tempo imprecisato prima che avessero inizio i giorni creativi. Quindi, se i geologi affermano che la terra ha 4 miliardi di anni, o gli astronomi vogliono attribuire all’universo 20 miliardi di anni, un serio studioso della Bibbia non ha nulla da eccepire al riguardo, è del tutto possibile e non contrasta con il racconto della Bibbia la quale semplicemente non indica il tempo di quegli avvenimenti. E che dire dell’età e dell’origine degli strati geologici? Tutte le tesi dei creazionisti su questo soggetto che furono sottoposte ad esame critico durante il processo hanno avuto origine dal desiderio di conciliare l’esistenza degli strati geologici e dei fossili in essi contenuti, inclusi quelli dei dinosauri, con la loro pretesa che la terra aveva un’età compresa fra i sei e i diecimila anni. Ma, ancora, la Bibbia non dice assolutamente nulla sulla formazione degli strati sedimentari, se avvenisse al tempo del Diluvio o prima, pertanto l’interpretazione dei creazionisti era soltanto una forzatura che andava “oltre ciò che è scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).
Quale conclusione ispira l’esame del conflitto sorto tra scienziati e creazionisti?

Giorni creativi 2

In principio Dio creò i cieli e la terra
Quando fu questo “principio”? La Bibbia non lo dice! … 4 miliardi di anni fa, come affermano i geologi? … o 20 miliardi di anni fa, come sostengono gli astronomi? … è del tutto possibile! … tutto quello che il racconto biblico rivela, prima di iniziare a descrivere la creazione di Dio relativamente al nostro pianeta, è riassunto in queste semplici parole: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque” (Genesi 1:2). Chi cerca di stabilire limiti di tempo a questo racconto va “oltre ciò che è scritto”.
per Geova un giorno è come mille anni” – 2Pietro 3:8
La ricerca della verità sia in campo religioso che in quello scientifico deve basarsi su fatti e non su semplici teorie. Per conciliare la scienza e la Bibbia dobbiamo lasciare che siano i fatti a parlare, evitando congetture e supposizioni, ed esaminare come ciascun fatto è in armonia con gli altri e completa il quadro generale. Ad esempio, tanto per tornare con qualche particolare in più all’argomento sopra citato, quando la Bibbia parla di giorni, intende sempre giorni letterali di 24 ore? La parola giorno usata nelle Sacre Scritture deriva dal termine ebraico yohm o dal termine greco hemèra. Questi termini vengono usati sia in senso letterale che in senso figurato o anche simbolico, il contesto biblico permette di capire in che senso si deve intendere la parola “giorno”. Esaminiamone alcuni esempi:
Genesi 1:14: “Dio disse: “Ci siano fonti di luce nell’ampio spazio del cielo per separare il giorno dalla notte”. Come è noto, la terra compie una rotazione completa intorno al proprio asse in un periodo di 24 ore. Questo è il “giorno” letterale e consta di un periodo diurno e uno notturno. Comunque, il periodo di luce del giorno stesso, di circa 12 ore, è pure chiamato “giorno”, come è ancora scritto “Dio … chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”” (Genesi 1:5).
Genesi 2:4: “Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno in cui Geova Dio fece la terra e il cielo”. In questo caso si parla di tutti e sei i giorni creativi come di un solo “giorno”.
Salmo 90:4: “Mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri che è passato” – 2Pietro 3:8 : “non sfugga alla vostra attenzione, miei cari, che per Geova un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno”. Il concetto che Dio ha del tempo è molto diverso dal nostro. Per un uomo 1.000 anni rappresentano 365.242 singole unità di tempo di 24 ore costituite dall’alternarsi del giorno e della notte, ma per il Creatore sono un unico periodo di tempo ininterrotto paragonato a un “giorno” in cui egli comincia a svolgere una determinata attività e la porta a felice conclusione, come un uomo inizia un lavoro la mattina e lo termina alla fine della giornata.
Isaia 49:8: “Questo è ciò che Geova dice: “In un tempo di favore ti ho risposto, e in un giorno di salvezza ti ho aiutato”. Queste parole profetiche trovano il loro adempimento dalla venuta del Messia fino ai nostri giorni. Il termine “giorno” si riferisce a un periodo di migliaia di anni durante il quale Geova Dio mostra il suo favore a tutti coloro che divengono discepoli di Cristo (cfr. 2Corinti 6:2).
Zaccaria 14:8: “Quel giorno sgorgheranno da Gerusalemme acque vive, metà verso il mare orientale e metà verso il mare occidentale. Accadrà d’estate e d’inverno”. Anche qui il termine “giorno” indica un periodo di tempo più lungo di 24 ore, corrispondente al trascorrere delle stagioni, come l’estate e l’inverno.
Matteo 10:15; 11:22,24 : “In verità vi dico: nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma e Gomorra che per quella città”; “Ma vi dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per Tiro e Sidóne che per voi … Ma ti dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma che per te”. Atti 17:31: “Ha infatti stabilito un giorno in cui si propone di giudicare la terra abitata con giustizia mediante un uomo da lui designato, e ne ha dato garanzia a tutti risuscitandolo dai morti”. Come si evince il giudice costituito da Dio è Gesù Cristo. Inoltre Geova Dio ha stabilito di affiancare a Cristo degli uomini in qualità di giudici, come è anche scritto: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? … Non sapete che noi giudicheremo gli angeli?” (1Corinti 6:2,3). Riguardo a questi è ancora scritto: “Poi vidi dei troni, e a quelli che vi sedevano fu data l’autorità di giudicare … Vennero alla vita e regnarono con il Cristo per 1.000 anni” (Rivelazione o Apocalisse 20:4). Il Giorno del Giudizio, quindi, non è un giorno letterale di 24 ore ma abbraccia un periodo di 1.000 anni.
nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere” – Ebrei 4:6
C’è infine un’altra importante questione da considerare su questo argomento.
La settimana creativa descritta nel capitolo 1 di Genesi parla di sei giorni in cui Dio nel 1° giorno separò le tenebre dalla luce (cfr. vv. 3-5); nel 2° giorno creò il “cielo” o l’atmosfera terrestre (cfr. vv. 6-8); nel 3° giorno creò la verde vegetazione (cfr. vv. 9-13); nel 4° giorno fece in modo che i due “luminari” principali, il sole e la luna, già creati in precedenza (cfr. v. 1), divenissero visibili dalla terra (cfr.vv. 14-19); nel 5° giorno creò gli uccelli e le specie marine (cfr. vv. 20-23); nel 6° giorno creò gli animali terrestri e infine la specie umana, il primo uomo e la prima donna (cfr. vv. 24-31). Ma nel successivo capitolo 2 parla di un 7° giorno che conclude quella settimana. I versi 2 e 3 dicono infatti: “Il settimo giorno Dio aveva completato la sua opera, e nel settimo giorno iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro, perché in quel giorno iniziò a riposarsi da tutta la sua opera creativa, da tutto quello che si era proposto di fare”.
Che c’è di diverso rispetto agli altri sei giorni? … Avete notato? … Manca la frase conclusiva comune a tutti i giorni precedenti che ne indicava la fine, cioè: “E Dio vide che era buono. E si fece sera e si fece mattina e …”. Cosa ci aiuta a comprendere questo? … La mancanza di tali parole terminali sta ad indicare che il 7° “giorno” creativo non era ancora concluso al tempo in cui il profeta Mosè finì di scrivere il libro di Genesi, cioè circa 2.550 anni dopo l’inizio di quel giorno o nel 1473 a.C. Successivamente il re Davide, dopo altri 436 anni, o nel 1037 a.C., ricordando la mancanza di fede del popolo di Israele durante la sua peregrinazione verso la terra promessa, ispirato da Dio scrisse “i vostri antenati mi misero alla prova e mi sfidarono, pur avendo visto le mie opere … Così nella mia ira giurai: “Non entreranno nel mio riposo”” (Salmo 95:7-11; cfr. anche Ebrei 3:16-19). A quel tempo, quindi, il 7° giorno della settimana creativa ancora durava. Infine 10 secoli dopo, nel 61 d.C., l’apostolo cristiano Paolo venne divinamente ispirato a scrivere: “a proposito del settimo giorno, egli ha detto: “E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere”;e di nuovo: Non entreranno nel mio riposo. Siccome, dunque, alcuni devono ancora entrarvi, e quelli che per primi ricevettero la buona notizia non vi entrarono per disubbidienza… Quindi facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso esempio di disubbidienza” (Ebrei 4:6-11). Cosa si evince da queste parole? … Che il 7° “giorno”, che Dio aveva riservato affinché il suo proposito relativo alla terra e al genere umano si adempisse pienamente, era ancora in corso nel primo secolo d.C. ed era quindi urgente che i cristiani operassero in armonia con quel proposito anziché dedicarsi ad attività egoistiche se volevano goderne i benefici. E giacché le parole dell’apostolo Paolo si applicano anche agli odierni cristiani, ne consegue che Geova gode ancora del suo “giorno” di riposo dalla creazione fisica da quasi seimila anni.
Inoltre in Genesi 2:3 si legge che “Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro”. Ciò significa che Dio avrebbe dovuto ravvisare anche alla fine del 7° giorno “che era buono”. Ma questo fino ad oggi non lo ha potuto dire poiché a causa della ribellione della prima coppia umana il riposo di Dio è stato violato e il suo proposito per la terra non si è potuto realizzare. Per cui il 7° “giorno” continuerà ancora finché Dio, per mezzo del regno millenario di Cristo Gesù, “non avrà messo tutti i nemici sotto i suoi piedi” (1Corinti 15:24,25). Allora anche il 7° giorno sarà veramente santificato, poiché farà fiorire la pace e la giustizia su tutta la terra (cfr. Salmo 72:7,8; Isaia 9:7). È quindi evidente che, poiché il 7° giorno è parte integrante della settimana creativa, anche la durata di ciascuno degli altri sei giorni non può essere calcolata in un giorno di 24 ore ma è un periodo di tempo ancora più lungo, della durata di millenni.

Giorni creativi 3

Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro
Secondo la cronologia biblica Adamo fu creato nel 4026 a.C. mentre era ancora in corso il 6° giorno creativo. Poi, dopo un periodo di tempo non specificato, Dio creò la prima donna, Eva, perché fosse la moglie di Adamo, quindi finì il 6° giorno creativo (cfr. Genesi 1:24-31). A questo punto la Bibbia introduce un altro importante periodo di tempo dicendo che Dio “Il settimo giorno … iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto” (Genesi 2:2). Quindi Dio pronunciò una benedizione sul settimo “giorno” creativo (cfr. il v. 3) a garanzia che il suo proposito per la terra e per l’uomo si sarebbe realizzato in modo da poter dire anche alla fine di questo 7° giorno, come per gli altri sei, “che era buono”. Ci sarebbe voluto del tempo perché l’intera terra venisse soggiogata e trasformata in un paradiso abitato da una famiglia umana perfetta come Dio si era proposto (cfr. Genesi 1:28). Quanto sarebbe durato quel riposo? Circa 4.000 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo esortò i suoi fratelli in fece dicendo: “facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo” (Ebrei 4:11). Significa che a quel tempo il 7° giorno era ancora in corso. La ribellione del genere umano non mandò all’aria il proposito di Dio. Il suo giorno di riposo è tutt’ora in corso e non terminerà finché il proposito di Dio relativo al genere umano e alla terra non si sarà completamente realizzato alla fine del Regno millenario di Gesù Cristo che, per questo motivo, è chiamato il “Signore del sabato” (cfr. Matteo 6:8; Rivelazione o Apocalisse 20:1-6; 21:1-4).
Cosa risulta quindi da questa considerazione? … Nell’uso biblico il termine “giorno” indica un’unità di tempo di durata definita che può abbracciare sia un periodo di 24 ore oppure uno più lungo, corrispondente a una o più stagioni o anche a mille anni o a molti millenni, per cui i giorni creativi menzionati nella Bibbia possono benissimo essere durati migliaia d’anni ciascuno, e questo non contraddice affatto la scienza! Si, un attento e approfondito esame del racconto biblico della creazione e del contesto scritturale prova che la Bibbia è in perfetta armonia con le prove scientifiche fornite da astronomia, fisica e geologia. Pertanto i dogmi del creazionismo scientifico, di stampo evangelico, al pari con quelli della teoria dell’evoluzione pseudoscientifica, sono solo il frutto di speculazioni artefatte e preconcetti umani che nulla hanno a che vedere con i fatti. Ne consegue che la fede del cristiano nel racconto della creazione riportato in Genesi ha basi salde e non può essere scossa dalle attuali dispute religioso-scientifiche poiché, come è scritto, si basa sulla “chiara dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1). Qui il termine greco tradotto “chiara dimostrazione” è “èlegchos” che dà proprio l’idea di produrre prove che dimostrino qualcosa contrario alle apparenze. Nel nostro caso, le prove prodotte dal contesto scritturale confutano con fatti documentati ciò che è difficile a capirsi, come le tante sciocchezze sostenute dai fautori del creazionismo scientifico il cui unico e vero risultato è quello di aver allontanato molte persone da Dio e dalle verità rivelate nella sua Parola scritta.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVI

“NON C’È MAI STATO, NÉ PRIMA NÉ DOPO, UN GIORNO COME QUELLO”

 Giosuè 10:14

Anteprima
Molte persone, la maggioranza delle quali si dichiara anche ‘cristiana’, oggi sostengono che la Bibbia sia in contrasto con la scienza. Diversi uomini di scienza ritengono che conciliare scienza e religione sia impossibile. Dall’altra parte invece vi sono persone religiose che accusano la scienza di distruggere la fede. Molto spesso però, quando tra i due antagonisti è nato un conflitto, questo è sorto perché entrambe le parti hanno fatto asserzioni false o indimostrabili. Gli scienziati hanno avuto il torto di aver dato credito a teorie non provate, a volte frutto di pensieri filosofici, come quella del sistema geocentrico dell’universo, o, per arrivare a tempi più recenti, come quella dell’evoluzione della specie elaborata sempre su ipotesi, mai sui fatti documentati o dimostrabili. Dall’altra parte, per secoli i capi religiosi hanno insegnato leggende e dogmi errati che sono sia in contrasto con le scoperte della scienza moderna né, tantomeno, si basano sulla Scrittura ispirata. Un classico esempio è quello della Chiesa Cattolica che condannò Galileo Galilei, uno scienziato cattolico del XVI secolo, perché sosteneva, correttamente, che la terra ruota intorno al sole. Le affermazioni di Galileo non erano in alcun modo in contrasto con la Bibbia, ma erano in contrasto con ciò che la Chiesa insegnava a quel tempo andando oltre ciò che la Sacra Scrittura stessa diceva. Al tempo di Galileo quasi tutti credevano in Dio ed era anche pericoloso non crederci, poteva costare la vita. Così lo scienziato fu costretto ad abiurare. Col tempo però La Chiesa ha dovuto riconoscere i suoi errori e riabilitare Galileo. Questo è qualcosa su cui riflettere molto seriamente. Gli errori commessi in campo scientifico delle autorità ecclesiastiche, papi compresi a onta della loro presunta infallibilità, furono causati da una arrogante ed errata interpretazione dei testi biblici indotta dalla fusione del pensiero cristiano con la filosofia umana caldeggiata dai cosiddetti “Padri” della Chiesa. Purtroppo tali errori non hanno riguardato solo la scienza ma soprattutto la dottrina. Il sincretismo tra insegnamenti cristiani e filosofia umana ha annacquato la verità biblica, vanificandone la forza e la capacità di attirare le persone miti e sincere in cerca della verità. Inoltre ha contribuito a corrompere la cristallina purezza delle dottrine bibliche attraverso l’infiltrazione nell’insegnamento cristiano di dogmi e pratiche religiose di origine pagana, rendendo incerto il confine fra verità e falsità.

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IL VATICANO CANCELLA LA CONDANNA DI GALILEO”.

Con questo titolo si apriva la pagina della cultura del quotidiano italiano “la Repubblica” del 30 ottobre 1992. L’autore dell’articolo, il vaticanista Orazio La Rocca, iniziò il suo pezzo scrivendo:
“Dopo ben 359 anni, 4 mesi e 9 giorni Galileo Galilei torna ad essere nuovamente un “figlio legittimo” della Chiesa cattolica. Domani, infatti, il Vaticano cancellerà definitivamente la storica condanna “al silenzio” inflitta allo scienziato pisano il 22 giugno 1633 dal Sant’ Uffizio retto, a quel tempo, dal cardinale Roberto Bellarmino. Una condanna decisa nel vano tentativo di tappare la bocca al fondatore dell’astronomia e della fisica moderne, accusato di aver sposato quelle tesi copernicane che, in contrapposizione alle autorità ecclesiastiche di allora, sostenevano che è la Terra, insieme agli altri pianeti, a girare intorno al sole, e non viceversa. Galileo Galilei, come si sa, per salvarsi fu costretto a pronunciare la storica “abiura” davanti al tribunale vaticano, diventando automaticamente l’esempio tangibile di una delle più grandi ingiustizie perpetrate dalle autorità ecclesiastiche”.
Considerato da molti il “padre della scienza moderna”, Galileo Galilei era matematico, astronomo e fisico. A lui si devono importanti invenzioni che hanno dato un apporto fondamentale alla scienza, come il compasso geometrico, il cannocchiale, il termoscopio e il telescopio, grazie al quale scoprì che sulla Luna ci sono montagne e non era, come molti allora credevano, una sfera perfetta, che la Via Lattea è costituita da stelle, che il pianeta Giove ha dei satelliti nonché le fasi del pianeta Venere. Scoprendo corpi celesti fino ad allora mai osservati, Galileo si convinse di aver trovato una conferma della correttezza del sistema eliocentrico copernichiano. Ma i teologi dell’Inquisizione della Chiesa Cattolica avevano definito la tesi eliocentrica “filosoficamente stupida e assurda e formalmente eretica, in quanto contraddiceva in molti punti la dottrina della Sacra Scrittura sia nel senso letterale che nell’interpretazione unanime dei santi Padri e dei Dottori” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, a cura di Sergio Pagano, pubblicato da Archivio Segreto Vaticano nella collana Collectanea Archivi Vaticani, 1984). Perciò, nel 1633, lo scienziato fu chiamato a rispondere sulla sua tesi davanti al Tribunale dell’Inquisizione a Roma. Per ordine del papa Urbano VIII fu sottoposto a stringenti interrogatori e minacciato di tortura, quindi fu riconosciuto colpevole di “aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole … non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo”. Non volendo divenire un martire, Galileo fu costretto ad abiurare, perciò, dopo la lettura della sentenza, inginocchiato e vestito da penitente, dichiarò solennemente: “Abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie [le teorie copernicane], e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa” (Ferdinando Flora, Il processo di Galileo, Rizzoli, Milano, 1954).
Per i suddetti motivi, molti hanno concluso che questa vicenda è una prova dell’incompatibilità fra religione e scienza. Così nel corso dei secoli il “caso Galileo” ha allontanato molti dalla religione, facendo credere che essa sia per sua natura una minaccia al progresso scientifico. Le cose stanno realmente così?
Il sole rimase fermo in mezzo al cielo … per circa un giorno intero” – Giosuè 10:13
Il papa Urbano VIII e i teologi dell’Inquisizione romana avevano condannato la tesi copernicana avallata da Galileo asserendo che era contraria alla Bibbia. Essi si rifacevano basilarmente a quanto scritto nel libro biblico di Giosuè, al capitolo 10. Lì si narra che gli israeliti erano impegnati in battaglia contro gli amorrei, un popolo composto da varie tribù cananee, che Geova, il Dio di Israele, aveva giudicato e destinato alla distruzione a motivo della loro malvagità (cfr. Genesi 15:13-16). Dopo la distruzione di Gerico e della città di Ai, le tribù di Canaan avevano formato una forte alleanza per presentare un fronte unito contro Israele, ma un piccolo gruppo di ivvei, una delle tribù cananee, che abitavano nella città di Gabaon e in altre tre città ivvee, Chefira, Beerot e Chiriat-Iearim, rendendosi conto che, nonostante la loro forza militare e la grandezza della loro città, sarebbe stato inutile opporre resistenza, perché il Dio degli israeliti combatteva per loro, decisero di fare la pace con Israele. Considerandolo un tradimento, cinque re degli amorrei attaccarono i gabaoniti che chiesero aiuto alle forze israelite al comando di Giosuè (cfr. Giosuè 10:3-6). Grazie all’intervento di Geova Dio, il quale fece piovere sul nemico grossi chicchi di grandine che “fece più morti … che la spada degli israeliti”, le forze israelite riportarono una grande vittoria (cfr. Giosuè 10:11). Il racconto biblico dell’avvenimento si conclude con queste parole, che divennero l’oggetto della disputa tra la Chiesa Cattolica e Galileo: “Fu allora, il giorno in cui Geova sbaragliò gli amorrei davanti agli occhi degli israeliti, che Giosuè disse a Geova di fronte a Israele: “Sole, resta fermo su Gàbaon, e, luna, sulla Valle di Àialon”. Pertanto il sole rimase fermo e la luna non si mosse finché la nazione si fu vendicata dei suoi nemici. Non è forse scritto nel libro di Iashàr? Il sole rimase fermo in mezzo al cielo e non si affrettò a tramontare per circa un giorno intero. Non c’è mai stato, né prima né dopo, un giorno come quello, nel quale Geova ascoltò la voce di un uomo, perché Geova combatteva per Israele”” (Giosuè 10:12-14).
La richiesta di Giosuè fu motivata dal fatto che dopo un’intera giornata di battaglia in cui gli israeliti stavano prevalendo sui loro nemici, si stava avvicinando il calar delle tenebre che rischiava di impedire il conseguimento di una vittoria totale. Lo scrittore di quell’avvenimento nel riportarlo non intendeva di certo fare una dichiarazione scientifica sul moto planetario. Descrisse semplicemente ciò che tutti videro, cioè che il sole era immoto nei cieli, senza interrogarsi su cosa avesse determinato quel fenomeno, se era stata interrotta la rotazione della terra o in qualche altra maniera. Di certo Giosuè era un uomo di fede, non una cieca credulità ma una fede che si basava su fatti di cui lui stesso era stato testimone oculare, come quando assistette alla miracolosa divisione delle acque del Mar Rosso operata da Dio per permettere agli israeliti di scampare all’esercito del Faraone che l’inseguiva per sterminarlo dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana (cfr. Esodo capitolo 14). Perciò a lui non sembrava impossibile che quel Dio così potente, il Creatore dei cieli e della terra, potesse controllare i fenomeni della natura così da determinare il prolungamento della luce del sole sulla terra in quella particolare occasione. Quella descrizione dei fatti corrisponde, ne più ne meno, a ciò che noi stessi, che viviamo in un era scientifica, affermiamo quando diciamo che il sole sorge al mattino e tramonta la sera. Da un punto di vista strettamente scientifico è del tutto improprio dire che il sole “sorge” o “tramonta”, ma questi termini sono comuni e accurati se si tiene conto di come vede le cose l’uomo dalla terra. Allo stesso modo Giosuè non stava parlando di astronomia; riportò gli avvenimenti semplicemente come li vide.
Perciò i guai di Galileo non furono causati da ciò che diceva la Bibbia, ma da ciò che il clero cattolico, dal papa agli inquisitori romani, credeva di leggere nella Bibbia. Questo, in effetti, era anche il pensiero di Galileo, che scrisse a un allievo: “Se bene la Scrittura non può errare, possono non di meno errare i suoi interpetri et expositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo et frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre sul puro senso litterale” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, cit.). Il contrasto, dunque, stava fra la scienza e un’interpretazione ovviamente errata delle Scritture da parte delle autorità ecclesiastiche. Pertanto, riferendosi proprio al “caso Galileo”, diversi scienziati hanno sollevato dubbi sull’infallibilità della Chiesa e del papa e tra questi anche un famoso teologo cattolico, Hans Küng, il quale ha scritto che “numerosi ed indiscutibili” errori del “magistero ecclesiastico”, tra cui “la condanna di Galilei”, hanno messo in discussione il dogma dell’infallibilità (Hans Küng, Infallibile? una domanda, Anteo, Bologna, 1970).

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Pier Ilario Spolverini (1657-1734), Giosuè ferma il sole – Musei Civici di Palazzo Farnese, Piacenza
Ai giorni di Giosuè, Geova Dio fece fermare il sole e la luna, dando una stupefacente dimostrazione di potenza. Il racconto biblico lo presenta come un fatto del tutto eccezionale dicendo: “Non c’è mai stato, né prima né dopo, un giorno come quello, nel quale Geova ascoltò la voce di un uomo, perché Geova combatteva per Israele” (Giosuè 10:14). Le persone dalla mentalità scientifica credono nel rapporto ‘causa-effetto’, credono cioè che per ogni cosa esista una spiegazione perfettamente naturale. Anche chi studia seriamente la Bibbia accetta i princìpi scientificamente provati. Riconosce però che spesso la Bibbia parla di eventi miracolosi che non si possono spiegare scientificamente in base alla conoscenza attuale, come quello descritto da Giosuè (cfr. Giosuè 10:12, 13). Fenomeni del genere, comunque, sono presentati come il risultato della potenza di Dio che agisce in modo soprannaturale. Questo è un punto cruciale. Se la Bibbia asserisse che il moto apparente del sole attraverso il cielo si può interrompere senza ragione, contraddirebbe i fatti scientifici. Ma quando attribuisce simili avvenimenti alla potenza di Dio, anziché contraddire la scienza porta il discorso in un campo in cui la scienza non è ancora in grado di penetrare. Come ci si potrebbe aspettare da un libro ispirato dal Creatore, la Bibbia contiene informazioni scientificamente accurate chiaramente in anticipo sui tempi, pur non dilungandosi mai in spiegazioni scientifiche che sarebbero state prive di significato o sconcertanti per gli antichi. Pertanto la Bibbia non contiene nulla che contraddica i fatti scientifici conosciuti. Laddove qualcuno ci veda una contraddizione, spesso o è male informato o, come nel caso Chiesa-Galileo, va “oltre ciò che è scritto”, arrogandosi una capacità interpretativa che non le è concessa! (cfr. Genesi 40:8).
Egli … tiene sospesa la terra sul nulla” – Giobbe 26:7
Comunque non solo le autorità della Chiesa Cattolica si schierarono contro l’ipotesi eliocentrica ma anche i fautori della Riforma protestante, come Martin Lutero, Filippo Melantone e Giovanni Calvino. Lutero disse di Copernico: “Questo insensato vuol sovvertire l’intera scienza astronomica” (da: La rivoluzione copernicana. L’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, traduzione italiana di T. Gaino, Einaudi, Torino, 1972). Perché lo fecero? Wade Rowland, scrittore storico-scientifico canadese, nel suo libro Galileo’s Mistake afferma che la Riforma protestante si era scrollata di dosso il giogo papale, ma non si era “sottratta alla sostanziale autorità” di Aristotele e Tommaso d’Aquino, le cui idee venivano “accettate sia dai cattolici che dai protestanti”. Come mai?
Secoli prima che Copernico e Galileo nascessero, la visione geocentrica dell’universo era stata elaborata dagli antichi greci e fatta conoscere dal filosofo Aristotele nonché dall’astronomo-astrologo Claudio Tolomeo. A sua volta la concezione aristotelica fu influenzata dal matematico e filosofo greco Pitagora vissuto nel VI secolo a.C. Proprio partendo dal concetto pitagorico secondo cui il cerchio e la sfera sono figure perfette, Aristotele credeva che i cieli consistessero in una serie di sfere concentriche, disposte come gli strati di una cipolla. Ogni strato era cristallino e all’interno di questi giravano il Sole, la Luna e i pianeti mentre la terra si trovava al centro. Ma il sistema elaborato da Aristotele era frutto di una concezione filosofica, non scientifica.
Un grande estimatore di Aristotele fu il teologo Tommaso d’Aquino, “Dottore” della Chiesa Cattolica, il quale si adoperò per fondere la filosofia aristotelica con gli insegnamenti della sua Chiesa. Egli accettò il concetto aristotelico di un universo geocentrico perché anche lui leggeva in alcuni passi biblici più di quanto questi dicessero realmente. Per esempio, in Salmo 104:5 è scritto: “Hai fissato la terra su solide basi, nulla ormai potrà smuoverla nel tempo” (Parola del Signore). Tommaso d’Aquino, come anche Lutero e Calvino, vedevano in queste parole la conferma del pensiero aristotelico che riteneva inconcepibile l’idea che la terra si muovesse. Dimenticavano che in un altro passo biblico, Giobbe 26:7, molto tempo prima Dio aveva ispirato il suo scrittore, Mosè, a scrivere: “Egli distende il cielo del nord nel vuoto e tiene sospesa la terra sul nulla” o, secondo la versione del Pontificio Istituto Biblico: “ … tiene sospesa la terra nel vuoto”. Per la maggioranza dei ricercatori questo quadro rappresenta una visione straordinaria per quel tempo. Un dizionario teologico afferma: “Giobbe 26:7 descrive sorprendentemente il mondo allora conosciuto come sospeso nello spazio, anticipando così le future scoperte scientifiche” (Theological Wordbook of the Old Testament di Gleason L. Archer jr., Harris R. Laird e Bruce K. Waltke). Inoltre, dal contesto del Salmo 104:5, si comprende chiaramente che il suo ispirato scrittore, il re Davide, non aveva alcuna intenzione di descrivere la posizione della terra nell’universo. Non stava scrivendo un trattato astronomico, piuttosto voleva semplicemente spiegare, con un linguaggio poetico, che, in base al proposito di Dio, il pianeta Terra esisterà per sempre (cfr. anche Ecclesiaste 1:4).
Queste accurate dichiarazioni bibliche precedettero Aristotele di oltre 1.100 anni. Tuttavia le idee di Aristotele continuarono ad essere insegnate come fatti per circa 2.000 anni dopo la sua morte! Perché? Grazie ai pensatori e scrittori cattolici, come Tommaso d’Aquino, i quali, a partire dal II secolo d.C., iniziarono a interpretare gli insegnamenti biblici in termini filosofici, attingendo notevolmente dalla letteratura greca. Wade Rowland nel citato libro afferma che al tempo di Galileo “l’ibrido Aristotele della teologia dell’Aquinate era divenuto un pilastro dogmatico della Chiesa di Roma”. Questo anche perché in quel tempo non c’erano comunità scientifiche indipendenti e l’istruzione era perlopiù sotto il controllo della Chiesa romana, che in genere era la massima autorità in campo religioso e scientifico, e questa aveva privilegiato la filosofia greca non solo in campo scientifico ma anche dogmatico a scapito delle verità contenute nella Parola di Dio. Poiché ancor prima di dedicarsi all’astronomia Galileo aveva scritto un trattato sul moto che metteva in discussione molte ipotesi avanzate da Aristotele, lo scontro con la Chiesa divenne inevitabile. Egli, poi, credeva fermamente che la Bibbia è l’ispirata Parola di Dio e pensava che era stata scritta per gente comune, perciò rigettava l’interpretazione clericale delle Scritture influenzata dalla filosofia greca affermando che i riferimenti scritturali al moto apparente del sole non andavano presi alla lettera. Ma tutte le sue argomentazioni si rivelarono inutili davanti alla delittuosa arroganza delle autorità ecclesiastiche. Così fu condannato perché rigettava un’errata interpretazione delle Scritture basata sulla filosofia greca.

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Il sistema geocentrico Aristotelico-Tolemaico
La teoria aristotelica dell’universo si basava su queste principali caratteristiche: geocentrismo, finitezza dell’universo, negazione del vuoto. Oggi viene considerata al pari di una ‘teoria ingenua’ di un bambino o di una persona che ignora le scoperte della scienza moderna. La sua teoria infatti prendeva molto sul serio la testimonianza dei sensi (dicendo, ad esempio, che la terra non si muoveva) non dando alcuna importanza alla matematica per lo studio della natura; era puramente filosofica. Tuttavia è sembrata soddisfacente per quasi duemila anni, affermandosi su teorie rivali, quale quella eliocentrista, soprattutto durante il Basso Medioevo “cristiano”, grazie allo sforzo di fondere il cristianesimo con la filosofia greca da parte di scrittori e studiosi cattolici, come Tommaso d’Aquino, e alla colpevole e scellerata interpretazione letterale di alcuni passi biblici da parte delle autorità ecclesiastiche che andava ‘oltre ciò che era scritto’ nella Parola di Dio (cfr. 1Corinti 4:6).

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Il sistema eliocentrico Copernichiano-Galileiano
Nel 1543 Nicolò Copernico, matematico e astronomo polacco, pubblicò l’opera De Revoluzionibus Orbium Cœlestium (Rivoluzione dei mondi celesti), in cui affermava che l’universo era sferico e limitato e che i cieli si muovevano in moto circolare uniforme, ma sostenne che al centro dell’universo non vi era la Terra, bensì il Sole. Qualche anno dopo, nel 1609, Giovanni Keplero, astronomo tedesco, ruppe definitivamente l’idea della perfezione circolare delle orbite celesti e dimostrò che i pianeti si muovono intorno al sole su orbite ellittiche. Galileo dimostrò per via sperimentale che l’universo non era come l’aveva descritto Aristotele e, al tempo stesso, delineò un nuovo metodo di indagine scientifica, basato sull’esperienza, oltre che sul ragionamento matematico. Inoltre, da uomo di fede che credeva fermamente che la Bibbia era opera di Dio, al pari del “libro della Natura”, cioè del complesso delle le leggi che governano tutta la materia presente nell’universo, e che c’era perfetta coerenza tra la ricerca scientifica e la Parola di Dio quando accennava a fenomeni naturali, condannò l’interpretazione letterale delle autorità ecclesiaste di alcuni passi biblici.
ho stabilito … le leggi del cielo e della terra” – Geremia 33:25
Durante il processo Galileo ebbe a dire: “due verità non posson mai contrariarsi” (da: I documenti del processo di Galileo Galilei, cit.). Le due verità alle quali si riferiva erano la Bibbia e il “Libro della Natura”, cioè il complesso delle leggi che governano tutta la materia presente nell’universo. Secondo lui c’era perfetta coerenza tra la ricerca scientifica e la Bibbia quando accenna a fenomeni naturali. Era convinto che “la Scrittura Sacra e la natura procedono di pari dal Verbo Divino” (ibid.). D’altra parte la Bibbia stessa non si è mai posta in alternativa o in opposizione alla vera scienza, spesso è stato proprio il suo divino Autore, Geova Dio, a incoraggiare l’interesse per la scienza. Verso il 1600 a.C., infatti, Egli chiese a un fedele uomo: “Conosci forse le leggi dei cieli?” (Giobbe 38:33). Circa 1.000 anni dopo, nel VI secolo a.C., un altro scrittore biblico fu da Dio ispirato a scrivere: “Questo è ciò che Geova dice … ho stabilito il mio patto relativo al giorno e alla notte, le leggi del cielo e della terra” (Geremia 33:25). Davanti a queste affermazioni il biblista George Rawlinson, professore di Storia Antica presso la Oxford University ha osservato: “Il fatto che il mondo materiale sia governato da leggi è sostenuto quasi con lo stesso vigore dagli scrittori biblici e dalla scienza moderna” (The Historical Evidences of the Truth of the Scripture, opera apologetica delle letture presso la Oxford University).
Cosa impariamo da questa vicenda? Anche se la Bibbia non pretende di essere un testo scientifico quando parla dei fenomeni della natura fa asserzioni veramente accurate, anche a dispetto delle convinzioni erronee, benché apparentemente sensate, dell’epoca [non va, infatti, dimenticato che le scoperte di Galileo non solo non vennero accettate dalla Chiesa Cattolica ma neanche dai ricercatori del suo tempo]. E questo è davvero sorprendente! Per ogni persona di buon senso e riflessiva questa è un’ulteriore prova dell’ispirazione divina della Bibbia. Solo l’Onnipotente Creatore dell’universo, il saggio Legislatore che ha stabilito le leggi fisiche che regolano tutta la creazione, poteva rivelare in un tempo di scarsa conoscenza verità scientifiche scoperte solo dopo molti, molti secoli di ricerca e sperimentazione umana. Inoltre, come dimostra l’esempio preso in considerazione, laddove è sorto un contrasto tra le rivelazioni bibliche e la scienza, alla base c’è sempre stato una colpevole e scellerata interpretazione delle Scritture da parte delle chiese del cristianesimo apostata fondata sulla filosofia umana. Di ciò non dobbiamo meravigliarcene, già nel I secolo d.C. un apostolo cristiano, Paolo, fu ispirato da Dio a scrivere: “State attenti che nessuno vi prenda in trappola servendosi della filosofia e di vuoti inganni fondati sulle tradizioni umane, sui princìpi basilari del mondo, e non su Cristo” (Colossesi 2:8). A questo va infine aggiunta l’irresponsabile presa di posizione di molti che hanno rinunciato a ricercare Dio e le sue verità rivelate fidandosi ciecamente della tradizione umana senza aver attentamente esaminato di persona le prove sulla sua attendibilità o meno.
Che dire di noi? … siamo disposti a esaminare la questione obiettivamente anziché lasciarci influenzare da idee preconcette e dal sentito dire? …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XV

“IO SONO GEOVA … ANNUNCIO COSE NUOVE. PRIMA CHE COMINCINO A GERMOGLIARE VE LE FACCIO UDIRE” – 5a parte

Isaia 42:8,9

Anteprima
Il libro biblico di Daniele costituisce una parte notevole della Sacra Bibbia e del messaggio che Geova Dio mediante essa ha voluto trasmettere al genere umano. Esso verte principalmente sul tema del dominio mondiale. Le sue parti profetiche sono straordinarie per la dovizia dei particolari e per la loro accuratezza storica. Mostrano inequivocabilmente che il suo divino autore conosce il corso della storia secoli, persino millenni, in anticipo e ne ha fatto scrivere gli avvenimenti a beneficio di tutti quelli che gli riconoscono il diritto di esser considerato il Sovrano Universale e sono felici di sottomettersi alla Sua autorità. Come già ampiamente mostrato con i post precedenti, il libro di Daniele fornisce particolari relativi all’ascesa e alla caduta di potenze mondiali dal tempo dell’antica Babilonia sino al “tempo della fine”, cioè ai nostri giorni. La Parola di Dio menziona specificamente sette potenze, o imperi, che avrebbero dominato nel corso dei secoli la scena politica mondiale. Le prime due erano già passate al tempo di Daniele ed erano l‘Egitto e l’Assiria. Nel capitolo 2 del libro, Daniele descrive un sogno profetico dato da Dio al sovrano Babilonese Nabucodonosor. Il sogno riguardava una statua composta da diversi metalli ciascuno dei quali rappresentava una potenza politica che dal tempo di Daniele in poi avrebbe dominato la scena mondiale: la testa d’oro simboleggiava lo stesso re babilonese e il suo impero; petto e braccia d’argento rappresentavano la Media-Persia; il ventre e le cosce di rame simboleggiavano l’Impero Macedone (Grecia) di Alessandro il Grande; le gambe di ferro rappresentavano l’Impero Romano (cfr. Daniele 2:31-33,36-40). Nei capitoli 7 e 8 il profeta fornisce altri particolari sul dominio delle stesse potenze, che vengono rappresentate da bestie selvagge: un leone con ali d’aquila simboleggiava l’Impero Babilonese; un orso e un montone vennero usati per rappresentare l’Impero Medo-Persiano; un leopardo con quattro teste e un capro simboleggiavano l’Impero Macedone; una quarta bestia “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte … aveva 10 corna” rappresentava l’Impero Romano (cfr. Daniele 7:2-7,17; 8:2,5,20-22). Rimane da scoprire chi è la settima e ultima potenza mondiale. Questo ci interessa in modo particolare, perché? La parallela profezia riportata nell’ultimo libro biblico, Rivelazione o Apocalisse, al capitolo 13, dove le sette potenze mondiali vengono raffigurate da una grossa bestia con 7 teste e 10 corna che riprende le fattezze delle bestie descritte dal profeta Daniele (cfr. Daniele 13:1,2), trova il suo principale adempimento nel “giorno del Signore” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 1:10), cioè dal 1914 d.C. in poi, anno in cui Cristo Gesù ricevette pieni poteri e iniziò a regnare (per maggiori particolari su questa data vedi il mio post del 1 ottobre 2011, UNA STORIA FINITA – XXIV parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/10/01/una-storia-finita-xxiv-parte/). Secondo la visione apocalittica, ai giorni di Giovanni delle sette potenze mondiali, rappresentate dalle sette teste della bestia, cinque erano già passate (Egitto, Assiria, Babilonia, Media-Persia e Grecia), una era ancora presente, Roma, la settima doveva ancora arrivare e quando sarebbe arrivata sarebbe rimasta per poco tempo (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:8-10). Quando, dunque, sarebbe arrivato il tempo, chi avrebbe mostrato di essere la settima potenza mondiale della profezia biblica, quella rappresentata dai piedi parte di ferro e parte d’argilla nella statua sognata da Nabucodonosor? … …

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Quando esaminiamo la storia mondiale degli scorsi 2.500 anni non possiamo che meravigliarci nel constatare come essa corrisponde alle profezie bibliche nei minimi particolari. Quando, circa 600 anni prima della nascita di Gesù Cristo, Dio ispirò il suo profeta Daniele a scrivere alcune di tali profezie, in effetti predisse, con un linguaggio simbolico ben interpretabile nel contesto biblico, il susseguirsi di alcune potenze politiche che, nel corso del tempo, avrebbero dominato la scena mondiale. In particolare la profezia si riferiva a quegli imperi la cui storia si incrociava con quella del popolo di Dio. Secondo la Bibbia questi dovevano essere in tutto sette; nel libro di Rivelazione o Apocalisse che, al capitolo 17, tratta lo stesso argomento del profeta Daniele, si dice: “E ci sono sette re: cinque sono caduti, uno è e l’altro non è ancora arrivato; ma quando arriverà dovrà rimanere per poco tempo”. Al tempo in cui l’apostolo Giovanni fu ispirato da Dio a scrivere queste parole, verso la fine del I secolo d.C., le cinque potenze mondiali già “cadute” erano l’Egitto, l’Assiria, che avevano dominato la scena mondiale prima del tempo di Daniele, poi Babilonia, la Media-Persia e la Grecia, rappresentate nelle profezie da bestie selvagge come il leone (Babilonia), l’orso oppure un montone (Media-Persia), un leopardo con quattro teste oppure un capro (Grecia) – cfr. Daniele 7:4-6; 8:3-5,20,21. Quella che “era” al tempo dell’apostolo fu Roma, descritta come una bestia “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte” – cfr. Daniele 7:7; 8:23-25. Ma ce n’era ancora una, la settima, che “non era ancora arrivata”. Quale sarebbe stata quest’ultima? I particolari della profezia biblica e la relativa storia ce lo rivelano!

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Era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva 10 corna” – Daniele 7:7
Riguardo alla sesta potenza mondiale, Roma, la profezia di Daniele diceva della bestia che la rappresentava che era: “spaventosa, terribile ed eccezionalmente forte. Aveva grandi denti di ferro. Divorava e stritolava, e quello che rimaneva lo calpestava con le zampe. Era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva 10 corna” (Daniele 7:7). Divenuta potenza mondiale nel 30 a.C., dopo aver soggiogato l’ultimo dei quattro regni ellenistici derivati dall’impero di Alessandro il Grande, Roma superò tutti gli imperi precedenti non solo per l’estensione dei suoi domini, che includevano l’intera area mediterranea e col tempo si estesero fino alla Gran Bretagna, ma anche per l’efficienza della sua macchina militare e la fermezza con cui imponeva la legge romana alle province del suo vastissimo impero. Dominò la scena mondiale per oltre quattro secoli.
Ma l’angelo al quale il profeta si rivolse per avere la spiegazione della profezia aveva detto: “La quarta bestia è un quarto regno che ci sarà sulla terra. Sarà diverso da tutti gli altri regni e divorerà, calpesterà e stritolerà tutta la terra. Le 10 corna sono 10 re che sorgeranno da quel regno” (Daniele 7:23,24). Il processo di decadimento dell’impero iniziò dopo la morte dell’imperatore Marco Aurelio, avvenuta nel 180 d.C. Seguì, infatti, un periodo di crisi profonda dello stato romano, chiamato dagli storici “epoca dell’anarchia militare”, a indicare che l’impero di Roma era divenuto praticamente ingovernabile: erano infatti i soldati e gli ufficiali delle legioni a proclamare imperatore, in genere il proprio comandante sperando di ottenere così in cambio privilegi, avanzamenti nella carriera oppure terre e denaro. Tutto questo mentre la pressione dei barbari ai confini si faceva sempre più minacciosa. Tale periodo di crisi durò fino alla nomina, dell’imperatore Diocleziano, avvenuta nel 284 d.C. Diocleziano si rese subito conto che il governo di un impero immenso come quello di Roma non poteva essere gestito da un uomo solo. Pertanto, nel 293 d.C. varò un nuovo sistema di governo chiamato tetrarchia (cioè governo a quattro) in cui il potere veniva spartito tra due imperatori chiamati augusti, ciascuno dei quali era affiancato da un cesare destinato a succedergli. L’impero venne così diviso in quattro province con quattro diverse capitali: Nicomedia in Asia Minore, dove si stabilì lo stesso Diocleziano; Mediolanum (Milano), scelta da Massimiano, l’altro augusto; Sirmio, a ridosso del confine danubiano, scelta da uno dei cesari, Galerio e Treviri, sul confine renano, scelta dall’altro cesare, Costanzo Cloro.
La decisione di Diocleziano di porre la sua residenza in Oriente, a Nicomedia, diede avvio alla lenta e inesorabile decadenza di Roma quale capitale dell’Impero. La maggiore importanza strategica assunta dalla parte orientale dell’Impero si consolidò poi con la decisione dell’imperatore Costantino (306-337) di fondare una nuova capitale sulle rive del Bosforo. È così che, nel 330 d.C., nacque Costantinopoli, sul sito dell’antica Bisanzio. Dopo la morte di Costantino si scatenò la lotta per il potere tra i suoi eredi finché l’impero venne definitivamente diviso tra Impero Romano d’Occidente e Impero Romano d’Oriente. Le tribù barbare intanto avevano iniziato a dilagare nella parte occidentale dell’Impero. La città di Roma subì due “Sacchi”, nel 410 e nel 455 d.C. finché, nel 476 d.C., Odoacre, re dei Goti, depose Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’Occidente. Questo atto segnò la fine dell’Impero Romano d’Occidente. Nei territori dell’ex Impero Romano d’Occidente si formarono i Regni romano-germanici: il Regno Visigoto nella penisola iberica; il Regno dei Vandali in Africa settentrionale; il Regno Ostrogoto in Italia; i Regni Anglo-Sassoni in Gran Bretagna e il Regno Franco nelle Gallie. La storia dell’Impero d’Oriente proseguì invece fino al 1453, quando Costantinopoli venne conquistata dai Turchi che diedero vita all’Impero Ottomano. Tuttavia la potenza mondiale romana non finì completamente con la deposizione dell’ultimo imperatore di Roma nel 476 d.C. Per i secoli successivi la Roma papale, nata nel 380 d.C. con l’Editto di Tessalonica emanato dagli imperatori Teodosio, Graziano e Valentiniano,  continuò a esercitare potere politico, e soprattutto religioso, sull’Europa. Lo fece tramite il sistema feudale, in cui la maggior parte degli europei erano soggetti a un signore o re. E tutti i re riconoscevano l’autorità del papa. Così si formò il Sacro Romano Impero col suo centro nella Roma papale che dominò la scena mondiale per tutto quel lungo periodo della storia chiamato Medioevo. La frammentazione dell’impero romano venne indicata nella profezia di Daniele dalle “dieci corna” viste sulla testa della bestia che lo rappresentava (cfr. Daniele 7:7). Nella Bibbia, infatti, il dieci è il numero che indica completezza, pertanto le “dieci corna” della quarta bestia rappresentano tutti i regni che si formarono in seguito allo sfacelo della Potenza Mondiale di Roma.
Mentre osservavo le corna, spuntò fra loro un altro corno, piccolo” – Daniele 7:8
Secondo la profezia, la storia della quarta bestia doveva avere ulteriori sviluppi. Essa, infatti, diceva: “Mentre osservavo le corna, spuntò fra loro un altro corno, piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono tolte via” (Daniele 7:8). Spiegando il senso di queste parole, l’angelo disse al profeta: “dopo di loro [i “dieci re”] ne sorgerà un altro ancora, che sarà diverso dai primi e umilierà 3 re”. Chi è questo re, quando sorse e quali tre re doveva umiliare?
Durante il periodo della sua massima espansione, l’Impero Romano conquistò anche la Britannia, che divenne il confine nord-occidentale del suo dominio fino al V secolo d.C. allorché, nel 410 d.C., l’imperatore d’Occidente, Onorio, scrisse agli abitanti della Britannia che da quel momento avrebbero dovuto badare da soli a loro stessi e alla propria difesa. Dopo che i romani abbandonarono la Britannia, l’isola venne progressivamente popolata da stirpe germaniche provenienti dal continente. Gli invasori erano Angli, Sassoni, Juti e Frisoni, popolazioni che avevano tradizioni simili e che pian piano si fusero in un solo gruppo, che prese il nome di Anglosassoni. In questo periodo, il cosiddetto “cristianesimo romano” incontrò il “cristianesimo celtico”, che affondava le sue radici nella religione druidica, assumendone alcune pratiche, simboli, tipi di preghiera e forme sacramentali. Lo spirito celtico è sopravvissuto fino ad oggi, con la sua forte componente ascetica, e se ne trova memoria nella chiesa presbiteriana scozzese e in alcune sette ‘cristiane’ indipendenti di confessione primitiva, oltre ad esserne rimasta traccia iconografica in molte cappelle del Galles.
A partire dal decimo secolo d.C. la dominazione anglosassone venne sostituita da quella normanna proveniente dalla Francia che regnò fino al XV secolo d.C. quando venne scalzata dalla dinastia dei Tudor. Sotto i Tudor si definì lo scisma religioso della Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Agli inizi del seicento ai Tudor successe una nuova dinastia, quella degli Stuart. Infine anche quest’ultimi cedettero il passo a una nuova dinastia, gli Hannover sotto la cui egida si formò l’attuale Stato del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda che unisce sotto la propria sovranità le quattro principali nazioni: Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda.
Fino al XVI secolo l’Inghilterra era stata una potenza di secondo piano. La sua ricchezza era ben poca cosa rispetto a quella, ad esempio, dei Paesi Bassi. La sua popolazione era molto meno numerosa di quella francese. Le sue forze armate, marina inclusa, erano inferiori a quelle della Spagna. Insomma era un regno insignificante, il simbolico “piccolo corno” della quarta bestia che doveva fronteggiare, per mare e per terra, in Europa e nel mondo, lo strapotere di Spagna, Olanda e Francia, i “tre re” della profezia.
Nel 1588 Filippo II re di Spagna mosse contro l’Inghilterra la sua Invencible Armada per contrastarne la crescente potenza marittimo-commerciale. Questa flotta di 130 navi con a bordo oltre 24.000 uomini risalì la Manica, solo per essere sconfitta dalla marina britannica e venire annientata dai venti contrari e dalle furiose tempeste atlantiche. Fu l’evento che determinò il crollo definitivo della potenza marittima della Spagna e la nascita del primato navale e commerciale inglese.
Contemporaneamente al declino del dominio spagnolo sorse un nuovo stato, la Repubblica delle Sette Province Unite, oggi conosciuti come Paesi Bassi o Repubblica Olandese. Questi iniziarono una forte espansione coloniale e commerciale sia verso oriente (in India e in Indonesia) che verso le Americhe e arrivarono a possedere quella che era di gran lunga la più potente marina mercantile del mondo. Le loro navi dominavano i mari e grazie ai loro profitti facevano prestiti ai governi di tutta la terra. Nel 1651, però, a seguito del rifiuto da parte delle Province Unite di divenire di fatto uno stato del Commonwealth Britannico, il Parlamento inglese approvò un atto di navigazione teso a limitare l’attracco del naviglio estero presso tutti i porti britannici, compresi quelli delle colonie. Ciò di fatto escludeva dai traffici marittimi la flotta mercantile olandese che rappresentava la maggior fonte economica di quella nazione. A seguito di questo atto scaturirono quattro guerre che durarono per oltre un ventennio e il cui risultato finale fu il graduale e irrimediabile trasferimento dell’egemonia commerciale europea da Amsterdam verso Londra nonché la perdita di alcuni territori olandesi d’oltreoceano a favore dell’Inghilterra.
Tra il XII e il XVIII secolo tra il Regno d’Inghilterra e la Francia scoppiarono diversi conflitti per la supremazia in Europa e nei territori delle colonie. Tra tutti questi la Guerra dei sette anni, che si svolse tra il 1756 e il 1763 fu quella che spostò definitivamente l’ago della bilancia a favore dell’Inghilterra. La guerra coinvolse le principali potenze europee dell’epoca. Gli opposti schieramenti vedevano da un lato l’alleanza composta dal Regno di Gran Bretagna, Regno di Prussia, Elettorato di Hannover, altri Stati minori della Germania nord-occidentale e, dal 1762, il Regno del Portogallo. Dall’altro lato una coalizione composta dal Regno di Francia, Monarchia Asburgica, Sacro Romano Impero (principalmente l’Elettorato di Sassonia), Impero russo, Svezia e, dal 1762, la Spagna. Francesi e britannici fecero anche ricorso a svariati alleati locali tra le popolazioni native dell’India e dell’America settentrionale. La guerra si concluse con il trionfo della Gran Bretagna, che si assicurò i maggiori guadagni territoriali e politici: dalla Francia i britannici ottennero la cessione dell’odierno Canada e delle colonie francesi poste a oriente del fiume Mississippi oltre a vari altri territori in India, nei Caraibi e sulla costa del Senegal, mentre la Spagna fu costretta a cedere la colonia della Florida. La guerra segnò il definitivo tramonto del colonialismo francese in America settentrionale e l’avvio del declino dell’influenza della Francia in India, sancendo all’opposto l’affermarsi della Gran Bretagna come principale potenza marittima e coloniale. La supremazia inglese fu infine rafforzata dalla schiacciante vittoria riportata a Waterloo nel 1815 contro Napoleone, imperatore dei francesi.
I “tre re” della profezia di Daniele 7:24, erano quindi Spagna, Paesi Bassi (Olanda) e Francia. Entro il 1763 l’impero britannico aveva sconfitto le sue potenti rivali, di conseguenza la Gran Bretagna si affermò come la massima potenza coloniale e commerciale del mondo. Sì, il “piccolo corno” era cresciuto fino a diventare una potenza mondiale! Il suo dominio includeva un quarto della superficie della terra e un quarto della sua popolazione. Tuttavia non rappresentava ancora la settima potenza mondiale indicata nelle profezie bibliche.
In questo corno c’erano occhi d’uomo e una bocca che parlava con arroganza” – Daniele 7:8
Il “piccolo corno” era qualcosa di più dell’impero britannico. Nel 1776 le 13 colonie britanniche nel continente americano dichiararono la loro indipendenza dalla madrepatria e costituirono gli Stati Uniti d’America. La guerra che si sviluppò si concluse nel 1783 con il riconoscimento da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza e della sovranità degli Stati Uniti. Il nuovo Stato iniziò subito un processo di ampliamento del suo territorio attraverso la graduale colonizzazione delle regioni dell’Ovest. In questa marcia gli Stati Uniti liquidarono anche gli ultimi residui della presenza europea con l’acquisto della Louisiana dalla Francia (nel 1803), della Florida dalla Spagna (nel 1810), dell’Alasca dalla Russia (nel 1867). Attraverso la guerra con il Messico acquisirono altri importanti territori quali il Texas, la California e il Nuovo Messico. Dopo aver affrontato una drammatica guerra civile scoppiata sul tema cruciale della schiavitù, negli ultimi decenni del XIX secolo gli Stati Uniti conobbero un periodo di grandissima espansione economica nel segno di un processo di industrializzazione che portò il paese alla testa del capitalismo mondiale. Questa crescita eccezionale attirò enormi masse di emigrati dall’Europa e dal resto del mondo.
La profezia diceva ancora: “Diventerà molto potente, ma non grazie alle sue forze. Causerà una terribile distruzione, avrà successo e agirà con efficacia. Ridurrà in rovina i potenti” (Daniele 8:24). Durante il primo conflitto mondiale ci fu una svolta epocale nella politica mondiale. Gli Stati Uniti abbandonarono la loro tradizionale politica isolazionistica e entrarono direttamente in guerra, schierandosi con la propria enorme potenza industriale e finanziaria a fianco delle nazioni dell’Intesa, guidate dalla Gran Bretagna, contro gli Imperi centrali. Terminato il conflitto, nel 1919 il presidente Thomas Woodrow Wilson si fece promotore di un nuovo ordine internazionale con la creazione di una Società delle Nazioni il cui compito doveva essere quello di dirimere le controversie internazionali. Solo venti anni dopo, in adempimento di un’altra importante profezia biblica (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:8), quell’istituzione umana fallì totalmente con lo scoppio della II Guerra Mondiale. Nel dicembre 1941 il paese entrò di nuovo in guerra ed ebbe un ruolo di primo piano, insieme alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica, nel contenimento e poi nella sconfitta della Germania nazista. Dopo aver sconfitto anche la potenza giapponese nella guerra del Pacifico, causando una “terribile distruzione” sganciando due bombe atomiche su quel paese, gli Stati Uniti si affermarono come la prima potenza mondiale esercitando una indiscussa egemonia nella scena politica mondiale. Insieme alla Gran Bretagna, con cui ha sempre tenuto forti legami, a partire dalla I Guerra Mondiale ha quindi costituito una duplice potenza mondiale, la settima di quelle indicate dalla profezia biblica. Come un corno che ha “occhi d’uomo” questa duplice potenza mondiale si è mostrata accorta, astuta e parla “con arroganza” dettando la politica di buona parte del mondo.

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Nel 1914, all’inizio del “giorno del Signore”, la Gran Bretagna era a capo del più vasto impero della storia e gli Stati Uniti erano ormai la più grande potenza industriale del mondo. Durante la prima guerra mondiale gli Stati Uniti strinsero un’alleanza speciale con la Gran Bretagna. Fu a questo punto che la quinta potenza mondiale rappresentata dai piedi parte in ferro e parte in argilla nella statua vista in un sogno profetico dal re babilonese Nabucodonosor, o la settima testa della bestia descritta nella visione apocalittica (cfr. Daniele 2:33,41-43; Rivelazione o Apocalisse 1:10; 13:1), fece la sua comparsa come Potenza Mondiale Anglo-Americana.
i piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla” – Daniele 2:33
Nel sogno profetico della statua avuto dal re babilonese Nabucodonosor, la duplice Potenza Mondiale Anglo-Americana fu rappresentata dai piedi della statua parte in ferro e parte in argilla (cfr. Daniele 2:32,42,43). Ferro e argilla sono due elementi che non si amalgamano insieme e la presenza dell’argilla rende certamente più debole il ferro. Cosa significava questo nell’adempimento della profezia? Il versetto 42 dice che “il regno sarà in parte forte e in parte fragile”, e nel versetto 43 viene specificato che l’argilla  corrisponde alla progenie del genere umano o alla gente comune. All’interno della potenza mondiale anglo-americana le masse popolari avrebbero fatto sentire la loro voce con campagne per i diritti civili, sindacati e movimenti indipendentisti limitando la capacità della stessa di agire con la forza del ferro. Inoltre, contrapposizioni ideologiche e vittorie elettorali di stretta misura avrebbero indebolito la leadership degli uomini al potere i quali si sarebbero ritrovati senza un chiaro mandato per attuare i propri programmi. In ogni caso, comunque, la profezia afferma che benché sia più debole della potenza dalla quale deriva, quella rappresentata dalle gambe di ferro (la sesta potenza, l’Impero Romano), la Potenza Mondiale Anglo-Americana non sarà soppiantata in futuro da qualche altra potenza mondiale. La visione del profeta diceva infatti che essa “sarà stroncata senza l’intervento di mani umane” (Daniele 8:25). La parte finale del sogno di Nabucodonosor svela come questo avverrà. “Ai giorni di quei re l’Iddio del cielo istituirà un regno che non sarà mai distrutto. Questo regno non passerà nelle mani di nessun altro popolo; frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine, e sarà l’unico a durare per sempre. Infatti hai visto che dal monte fu tagliata una pietra, non da mani umane, e che essa frantumò il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro” (Daniele 2:44,45).

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Ai giorni di quei re l’Iddio del cielo istituirà un regno che non sarà mai distrutto. Questo regno non passerà nelle mani di nessun altro popolo; frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine, e sarà l’unico a durare per sempre. Infatti hai visto che dal monte fu tagliata una pietra, non da mani umane, e che essa frantumò il ferro, il rame, l’argilla, l’argento e l’oro. Il grande Dio ti ha fatto sapere, o re, quello che dovrà avvenire in futuro” – Daniele 2:44,45
Il “regno” di cui si parla qui è il Regno di Dio istituito nelle mani di suo Figlio, Cristo Gesù. È quel “regno” per cui miliardi di persone hanno pregato e pregano che “venga” per far fare la volontà di Dio, “come in cielo, così sulla terra” (cfr. Matteo 6:9,10). Per far fare la volontà di Dio sulla terra, questo “regno” dovrà eliminare tutti i nemici del dominio divino rappresentati dalle potenze mondiali indicate dai vari metalli della statua del sogno di Nabucodonosor. Nel corso del tempo queste hanno dominato la scena mondiale in antitesi al legittimo dominio di Dio, il Creatore e padrone della terra. Ora siamo arrivati al tempo concesso all’ultima di queste potenze mondiali, quella Anglo-Americana. Presto di verificherà lo scontro indicato nell’ultimo libro profetico della Bibbia, il libro di Rivelazione o Apocalisse. Al capitolo 16, versetti 14-16, è scritto che i re della terra vengono radunati “alla guerra del gran giorno dell’Iddio Onnipotente … nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn”. Il risultato della guerra è scontato! Quando “la pietra” del Regno di Dio colpirà la simbolica immagine dell’umano dominio della terra, “frantumerà tutti questi regni e metterà loro fine”. I governi umani controllati da Satana il Diavolo (cfr. Matteo 4:8,9) saranno completamente polverizzati, non esisteranno più e con essi cesseranno di esistere tutti quelli che li sostengono. Il vittorioso regno di Dio, raffigurato dalla pietra che colpì la simbolica immagine ai piedi, crescerà quindi come quella pietra e diverrà simile a un “ampio monte” che riempirà l’intera terra (cfr. Daniele 2:35).
La storia mostra inequivocabilmente che tutte le profezie della Bibbia che dovevano adempiersi in passato si sono avverate. Le cose sono andate esattamente nel modo predetto dalla Bibbia. Questa è una vigorosa prova del fatto che la Bibbia è la Parola di Dio. Per essere state così accurate, quelle dichiarazioni profetiche non potevano essere semplice frutto della sapienza umana. C’è poi un altro fattore da considerare: nella chiesa cristiana del I secolo alcuni avevano il dono di “distinguere le dichiarazioni ispirate” (cfr. 1Corinti 12:10). Avevano, cioè, il dono miracoloso di riconoscere le vere profezie e comprenderne il significato. Come tutti i doni dello spirito anche questa capacità col tempo è cessata (cfr. 1Corinti 13:8) ma è ragionevole credere che Dio renda ancora possibile il corretto intendimento delle profezie al popolo che si è scelto “per il suo nome” (cfr. Atti 15:14), specie nell’attuale “tempo della fine”, non in modo miracoloso, ma grazie a diligenti ricerche e studio, e al confronto delle profezie con la situazione e gli avvenimenti storici passati e in corso, come è stato ancora profetizzato: “Quanto a te, Daniele, tieni segrete queste parole e sigilla il libro, sino al tempo della fine. Molti lo esamineranno attentamente, e la vera conoscenza diventerà abbondante … Molti si purificheranno, si imbiancheranno e saranno raffinati. I malvagi agiranno malvagiamente e nessuno di loro capirà, ma quelli che hanno perspicacia capiranno” (Daniele 12: 4,10).

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Note:
Le informazioni di natura storica riportate in questo post e in quelli precedenti si basano su testi di storia di uso comune in formato cartaceo o prese da siti internet dedicati. Per gli aspetti profetici le informazioni sono state tratte dalle ricerche e dagli studi fatti sui testi biblici dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, pubblicati sulla letteratura liberamente distribuita da tale organizzazione e sul sito internet www.jw.org, consultabile in tutto il mondo libero, in più di 940 lingue.
Nota: Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato..
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