LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XII

“DOVETE SANTIFICARE IL CINQUANTESIMO ANNO E PROCLAMARE LA LIBERTÀ NEL PAESE A TUTTI I SUOI ABITANTI”

Levitico 25:10

Anteprima
L’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Questo periodo è stato chiamato “Giubileo della misericordia”. Nella sua lettera al prelato a cui è stata affidata l’organizzazione dell’evento, il papa ha scritto: “Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa, aperta in ogni Cattedrale o nelle chiese stabilite dal Vescovo diocesano, e nelle quattro Basiliche Papali a Roma, come segno del desiderio profondo di vera conversione … Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo” … Quanto c’è di vero e di spirituale in queste affermazioni?
In un editoriale pubblicato sul settimanale Il Venerdì di Repubblica, del 2 settembre 2016, il giornalista-sacerdote Filippo Di Giacomo, dopo aver menzionato il flop a livello mondiale della partecipazione dei fedeli all’avvenimento, confinato a suo parere “nel folclore ecclesiale romano”, ipotizza un segno “molto forte” che il papa sta cercando di attuare per concludere l’anno giubilare con una chiara indicazione sul presunto rinnovamento della Chiesa romana più volte decantato. Secondo il giornalista tale atto potrebbe consistere in una specie di spendig review dei ricchi emolumenti percepiti all’interno della curia romana, un apparato “oneroso e … parassitario … intrecciato con quello della vanitosa e spendacciona Chiesa, di cui il Papa sarebbe nominalmente anche il capo, dando vita a un sistema che, secondo la relazione 2014 della Corte dei Conti, «ha contribuito a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un apparato che diviene sempre più gravoso per l’erario»”. (ibid.)
Tale interpretazione concorda con ciò che ha scritto il prof. Albero Melloni nel suo libro “Il giubileo. Una storia” secondo il quale alla base della proclamazione degli anni giubilari o “anni santi” ci sarebbe la volontà di centralizzare nella Chiesa di Roma (il Vaticano) la gestione economica delle indulgenze. Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari ma sta di fatto che l’amministrazione dell’evento è tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano.
Comunque, tralasciando questo aspetto, sul quale ognuno di noi può formarsi la sua personale opinione, poiché il citato prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, è proprio questo punto che ho voluto approfondire, e questo è il risultato della mia ricerca.

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In questi giorni si parla tanto del “Giubileo” per il fatto che l’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Nella tradizione cattolica l’idea di celebrare un anno giubilare nacque solo nel Medioevo prendendo spunto dal giubileo ebraico di cui si parla nelle Scritture Ebraiche della Bibbia (cfr. Levitico 25:1-46). Come vedremo nel proseguo di questa trattazione, però, il giubileo cattolico non ha nulla a che vedere con il Giubileo biblico, e appare assai paradossale che la Chiesa Cattolica prendesse a riferimento una prescrizione giudaica proprio in un tempo in cui infuriava il suo odio contro gli ebrei e i suoi predicatori scatenavano in tutta Europa una persecuzione su vasta scala contro di essi. Cosa spinse, dunque, la Chiesa Cattolica ad adottare tale consuetudine?
Nel suo libro “Il giubileo. Una storia”, il prof. Alberto Melloni, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, descrive il momento storico che portò il papa Bonifacio VIII ad indire, nel 1300, il primo giubileo della Chiesa Cattolica. Secondo lo studioso alla base della decisione papale ci fu la questione delle indulgenze e la necessità di stabilire la centralità della Chiesa di Roma (il Vaticano) nella loro gestione. Fino ad allora, infatti, i fedeli potevano ricevere l’indulgenza, o il perdono dei loro peccati, per svariati motivi. Nel libro, ad esempio, si fa riferimento alla concessione dell’indulgenza plenaria a chi si recava sulla tomba di Thomas Becket, arcivescovo inglese che ricoprì il ruolo di Lord Cancelliere del Regno di Inghilterra, assassinato per ordine del re Enrico II nella cattedrale di Canterbury, proclamato “santo” e ascritto al catalogo dei “martiri” della Chiesa Cattolica dal papa Alessandro III nel 1173. Similmente, scrive l’autore, era concessa l’indulgenza plenaria a chi visitava all’Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio nell’anniversario dell’incoronazione di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”. Anche Francesco d’Assisi aveva ottenuto dal papa Onorio III di concedere l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che si recavano alla Porziuncola, “elevata a ruolo di pellegrinaggio capace di produrre lo stesso “lucro” riservato a chi parte per la guerra santa”. (ibid.) Lo stesso Bonifacio VIII aveva poi concesso l’indulgenza plenaria a chi partiva per le crociate o si fosse armato contro i nemici papali, incombenza che poteva però essere commutata nel versamento di 300 libbre di tornesi (circa 150 kg di argento, pari a circa 80.000 Euro al valore attuale).
Pertanto il 22 febbraio del 1300 Bonifacio VIII, quello del girone dei simoniaci nell’Inferno dantesco, promulgò una bolla con la quale, con decorrenza retroattiva al 1 gennaio dello stesso anno, concedeva l’indulgenza plenaria a chi, durante quel periodo, si recava in pellegrinaggio alla presunta tomba di Pietro e Paolo a Roma per venerarne le reliquie (*). Sui reali motivi di tale indizione il prof. Melloni scrive che quando la bolla venne trasmessa ai vari metropoliti, insieme ad essa circolava una strofetta latina che recitava “Annus centus Romæ semper es t iubileus, crimina laxantur, cui pœnitet ista donantur; hoc declaravit Bonifacius et roboravit” (“L’anno cento sempre a Roma è giubileo, i crimini si cassano, e a chi si pente si condonano; questo dichiarò Bonifacio e lo sancì”)” testo che la satira popolare cambiò con “taxantur” al posto di “laxantur” per attestare “come il denaro ne fosse diventato il connotato”. (ibid.) Quando, infatti, le indulgenze comminate con l’anno santo, o giubilare, del 1500 vennero vendute porta a porta in Germania per pagare la fabbrica della basilica di S. Pietro, raccolta di fondi sulla quale, peraltro, frati e vescovi incassavano cospicue provvigioni, il monaco cattolico Martin Lutero si ribellò dando il via al movimento riformatore che portò allo scisma protestante.
Nel corso della storia, dal 1300 a oggi, i papi romani hanno indetto ben 30 anni giubilari o “santi”, sia ordinari, cioè legati a ricorrenze prestabilite, come quelli indetti ogni 25 anni a partire dal 1300, o straordinari perché indetti in occasione di qualche avvenimento di particolare importanza, come quello proclamato nel 1933 da papa Pio XI in occasione del diciannovesimo centenario della morte di Cristo o quello indetto quest’anno da papa Francesco in concomitanza con il 50° anno dalla fine del Concilio Vaticano II. La prassi non è cambiata perché tutt’oggi il pellegrinaggio a Roma occupa una posizione centrale della celebrazione ed è una delle opere principali richieste per ottenere l’indulgenza giubilare, anche se l’attuale papa ha disposto altre “chiese giubilari” in varie diocesi del mondo dove è possibile ottenere l’indulgenza. Secondo alcune stime il giubileo 2016 dovrebbe richiamare a Roma 25 milioni di pellegrini da tutto il mondo. Pertanto è un evento che sarà caratterizzato da un grande business, in massima parte gestito dalla Chiesa Cattolica attraverso i suoi apparati ecclesiali ed economici (cfr. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/21/news/grand-hotel-giubileo-il-business-esentasse-di-roma-1.252781).
Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari e a questo in particolare. Ad esempio l’alto prelato al quale è stata affidata l’organizzazione della manifestazione di quest’anno, su precisa domanda ha risposto: “Il verbo lucrare non appartiene più al linguaggio della Chiesa e tanto meno al vocabolario del papa. Anche sulla questione del business religioso vedrà che molte cose cambieranno” (cfr. http://www.famigliacristiana.it/articolo/fisichella.aspx). Il fatto però è che, come dimostrano l’articolo del settimanale succitato e la realtà, nulla è cambiato nella gestione economica dell’evento, tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano. Ma non è su questo aspetto che voglio soffermarmi, in quanto ognuno è libero di vederla come più l’aggrada.
Poiché lo stesso prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, e in particolare nel racconto evangelico di Luca dove viene descritto ciò che accadde quando Gesù si recò nella sinagoga della sua città, Nazaret, allorché si fece consegnare il rotolo del profeta Isaia e, dopo averne letto alcuni passi, disse che quelle parole profetiche si erano adempiute con la sua venuta sulla terra, è proprio questo aspetto che mi preme approfondire (cfr. Luca 4:16-21; Isaia 61:1-3). Il comando di osservare un anno giubilare faceva parte della Legge mosaica che, come è scritto, fu “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Dato che questo è il tema conduttore della serie di post che sto pubblicando, mi preme sapere se effettivamente esiste una relazione tra quanto disposto dalla Legge mosaica e dalla profezia biblica con gli anni giubilari indetti dalla Chiesa Cattolica e in particolare con quello del 2016. Questo è il risultato della mia ricerca.
Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo” – Levitico 25:11
Nella Legge data a Israele ai piedi del Sinai Dio comandò: “Quando siete infine entrati nel paese che sto per darvi, il paese deve osservare un sabato a Geova.Per sei anni devi seminare il tuo campo, e per sei anni devi potare la tua vigna, e devi raccogliere il prodotto della terra.Ma il settimo anno ci dev’essere per la terra un sabato di completo riposo, un sabato a Geova … dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia.Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo. Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate.Poiché è un Giubileo. Deve divenirvi qualcosa di santo. Dal campo potete mangiare ciò che la terra produce” (Levitico 25:2-4,10-12). Il 50° anno, il Giubileo, dunque, veniva dopo una serie di sette anni sabatici agricoli che abbracciavano nel complesso un periodo di 49 anni. Quell’anno costituiva l’apice di questa serie di anni sabatici per la terra data da Geova ai suoi servitori in adempimento della promessa fatta al loro antenato Abraamo (cfr. Genesi 15:18-21). In occasione del Giubileo veniva proclamata la libertà in tutto il paese. Cosa significava questo?
Quando Dio liberò gli israeliti dalla schiavitù egiziana e li condusse nella terra promessa non voleva di certo che alcuno di essi si riducesse in povertà. Per questo motivo l’intera nazione con l’occupazione del paese ricevette una eredità terriera sufficiente per provvedere il sostentamento per tutti i suoi componenti (cfr. Numeri 34:1-12). Tutte le famiglie israelite, ad eccezione dei leviti i quali ricevevano un decimo del prodotto della terra per il servizio che svolgevano presso il santuario, ebbero una parte di quell’eredità e quindi i mezzi di sussistenza. Ciascuna delle dodici tribù (Efraim e Manasse, figli di Giuseppe ebbero entrambi una parte di eredità, sostituendo così la tribù di Levi) ricevette a sorte un appezzamento di terra rapportato al numero delle famiglie che la componevano (cfr. Numeri 33:54). Naturalmente la sorte decise solo la collocazione approssimativa dell’eredità terriera spettante a ciascuna tribù, in una zona o in un’altra del paese, ad esempio se a Nord o a Sud o a Est o a Ovest o lungo la pianura costiera o nella regione montagnosa. Una volta definiti i confini delle varie tribù vennero assegnati gli appezzamenti di terra alle singole famiglie, sempre in base alla loro consistenza. Ogni singola famiglia ebbe così a disposizione sufficiente terra per provvedere ai propri bisogni materiali. Per evitare l’impoverimento dovuto al venir meno della quota sufficiente di terra, Geova emanò anche una norma che impediva di spostare i confini dell’eredità (cfr. Deuteronomio 19:14). La proprietà terriera era protetta anche da norme che regolavano l’eredità e garantivano che la terra non sarebbe passata a un’altra famiglia o tribù. (cfr. (Numeri 27:7-11; 36:6-9; Deuteronomio 21:15-17).
Questa saggia disposizione presa da Geova doveva servire ad evitare la povertà nella nazione (cfr. Deuteronomio 15:4,5). Tuttavia alcuni capifamiglia, essendo pigri, ubriaconi, ghiottoni o amanti dei piaceri potevano dilapidare i propri mezzi di sostentamento e ridurre in povertà se stessi o la loro famiglia. Inoltre l’improvvisa e prematura morte di un capofamiglia poteva lasciarsi dietro orfani e vedove, oppure incidenti e malattie potevano, per un po’ o in modo permanente, impedirgli di svolgere il lavoro necessario. Per queste ragioni Geova disse anche: “Qualche povero non mancherà mai in mezzo al paese” (Deuteronomio 15:11). Pertanto l’ israelita bisognoso poteva trovarsi, in qualche circostanza, costretto a vendere la sua terra o vendersi come schiavo, ma temporaneamente. In questi casi infatti assumeva valore la disposizione del Giubileo. Geova, infatti, aveva detto: “In questo anno del Giubileo dovete tornare ciascuno al suo possedimento” (Levitico 25:13).

Giubileo 1

dovete … proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti” – Levitico 25:10
In Levitico 25:9,10 leggiamo questo comando che Dio fece scrivere da Mosè: “Nel settimo mese il decimo giorno del mese devi far suonare il corno d’alto tono; il giorno dell’espiazione dovete far suonare il corno in tutto il vostro paese. E dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia”. L’annuale Giorno di Espiazione si teneva il 10 tishri, settimo mese del calendario ebraico che corrisponde al periodo di settembre-ottobre. Quel giorno, nel 50° anno, si suonava il corno proclamando la libertà in tutto il paese. Questo significava libertà per gli schiavi ebrei, molti dei quali si erano venduti a motivo dei debiti. È vero che questo già accadeva alla fine di ogni periodo di sei anni di schiavitù, secondo la disposizione descritta in Esodo 21:2 che diceva: “Nel caso che tu acquisti uno schiavo ebreo, sarà schiavo per sei anni, ma nel settimo uscirà come uno reso libero senza pagare nulla”. Ma il Giubileo concedeva la libertà anche a coloro che non avevano ancora servito per sei anni. Quell’anno, inoltre, Tutti i possedimenti terrieri ereditari che erano stati venduti a motivo di rovesci finanziari venivano restituiti, e ogni uomo tornava in famiglia e al suo possedimento ereditario. In tal modo nessuna famiglia sprofondava in perpetua povertà e poteva godere di onore e rispetto, anche chi sperperava le sue sostanze non poteva far perdere per sempre l’eredità ai suoi discendenti. Questa meravigliosa disposizione divina impediva alla nazione di precipitare nella triste condizione che attualmente si riscontra in molti paesi, dove in pratica ci sono solo due classi: gli estremamente ricchi e gli estremamente poveri. L’economia nazionale sarebbe sempre stata stabile e la nazione non sarebbe mai stata oberata di debiti (cfr. Deuteronomio 15:6). Grazie al Giubileo la terra aveva un valore costante e il debito pubblico era contenuto, così si evitava una prosperità fittizia, con conseguente inflazione, deflazione e depressione economica.
Il Giubileo serviva anche a rafforzare il vincolo di fede tra la popolazione e il loro grande Dio, Geova! Durante l’anno giubilare, infatti, la terra doveva avere un completo riposo (chi si intende di agronomia sa quanto questo è importante per il processo produttivo!). La Legge diceva: “Quel cinquantesimo anno … Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate” (Numeri 25:11). Questo significava che il prodotto del 48° anno di ogni ciclo di 50 anni avrebbe costituito la principale fonte di generi alimentari per quell’anno e per un po’ più dei due anni successivi, fino alla mietitura del 51° anno, l’anno dopo il Giubileo. La speciale benedizione di Dio sul 48° anno, in maniera simile a tutti i precedenti sette anni sabatici che lo precedevano, avrebbe dato prodotti sufficienti a provvedere cibo per tutto l’anno giubilare, come Dio stesso aveva promesso: “nel caso diciate: “Che mangeremo nel settimo anno visto che non possiamo seminare o raccogliere le nostre messi?”in tal caso certamente comanderò per voi la mia benedizione nel sesto anno, e vi deve produrre il suo raccolto per tre anni.E dovete seminare lottavo anno e dovete mangiare dal vecchio raccolto fino al nono anno. Fino alla venuta del suo raccolto mangerete il vecchio” (Levitico 25:20-22). Il Giubileo pertanto era un intero anno di festa, un anno di libertà. La sua osservanza dimostrava la fede di Israele in Geova suo Dio ed era un tempo di rendimento di grazie e felicità per i suoi provvedimenti.
La disposizione di celebrare l’anno giubilare rimase in vigore per circa 1450 anni, dal 1424, quando gli Israeliti celebrarono il primo anno da quanto erano giunti nella Terra Promessa (nel 1473 a.C.), fino a quando l’intero dispositivo della Legge mosaica venne abrogato con la morte di Cristo (cfr. Colossesi 2:13,14; Efesini 2:15; Ebrei 7:18). Purtroppo però la loro storia mostra che non sempre apprezzarono la guida divina violando i comandamenti che Dio aveva dato loro, incluse le leggi sabatiche, perdendone le benedizioni. Comunque, come tutto il resto della Legge mosaica, anche la disposizione giubilare era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Cosa prefigurava?

“Vieni, sii mio seguace”

egli mi ha unto … per predicare la liberazione ai prigionieri … per mettere in libertà gli oppressi” – Luca 4:18
Poco più di sei mesi dopo il suo battesimo, all’inizio del suo ministero terreno nella primavera del 30 A.D., Gesù tornò a Nazaret, la città dove era cresciuto. Lì entrò nella sinagoga e si fece consegnare un rotolo delle Sacre Scritture: era il rotolo del profeta Isaia. Gesù cercò il brano che nelle nostre Bibbie è indicato con Isaia 61:1,2 (in quel tempo non c’era la suddivisione in capitoli e versetti come oggi) che trovò senza difficoltà, dimostrando la sua ottima conoscenza delle Scritture, e lo lesse. Il brano diceva: “Lo spirito del Sovrano Signore Geova è su di me, per la ragione che Geova mi ha unto per annunciare la buona notizia ai mansueti. Mi ha mandato a fasciare quelli che hanno il cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli che sono in schiavitù e la completa apertura degli occhi anche ai prigionieri;a proclamare l’anno di buona volontà da parte di Geova e il giorno di vendetta da parte del nostro Dio; a confortare tutti quelli che fanno lutto”. Dopo la lettura riavvolse il rotolo, “lo riconsegnò al servitore e si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.Quindi cominciò a dir loro: Oggi questa scrittura che avete appena udito si è adempiuta” (Luca 4:20,21).
Quella profezia di Isaia, pur non parlando direttamente dell’antico anno giubilare, faceva riferimento a una liberazione futura. Gesù la mise in relazione con il suo mandato poiché la buona notizia che egli dichiarava avrebbe dato la possibilità agli ebrei che l’accettavano di diventare spiritualmente liberi. I loro occhi sarebbero stati aperti perché capissero cosa significava in effetti la vera adorazione e quali esigenze comportava, perciò sarebbero stati resi liberi da molte idee errate inculcate loro dagli ipocriti rabbini di quel tempo (cfr. Matteo 15:6-9). Ma la libertà che Gesù venne a proclamare era ancora più grande di quella liberazione spirituale! In una occasione, infatti, egli disse ai suoi ascoltatori: “Se rimanete nella mia parola, siete realmente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8:31). Gli ebrei che lo stavano ascoltando replicarono: “Noi siamo progenie di Abraamo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come mai dici: ‘Diverrete liberi’?” Gesù rispose: “Verissimamente vi dico: Chiunque opera il peccato è schiavo del peccato … Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi” (vv.32-36). Cosa intese dire?
Il fatto di essere discendenti carnali di Abraamo non li avrebbe resi liberi dalla schiavitù del peccato e dalla sua conseguenza più drammatica, la morte. L’abolizione del patto della Legge mosaica alla morte di Cristo coincise con la stipulazione di un “nuovo patto” tra Dio e una “nuova nazione”, chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16; Ebrei 8:6-13). Il mediatore di questo “nuovo patto” fu Gesù che lo validò col versamento del suo sangue in una morte sacrificale (cfr. Ebrei 12:24). Con quel patto Geova Dio prometteva ai componenti di quella “nuova nazione” che ‘non avrebbe più rammentato i loro peccati’ (cfr. Ebrei 8:12). Questo significava per essi la libertà dal peccato ed era resa possibile dal sacrificio di Cristo. Era a questa liberazione dal peccato che si riferiva Gesù quando disse: “Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi”.
Quella “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio” venne all’esistenza il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio dichiarò giusti quei discepoli di Gesù che mostrarono di aver fede nel valore del suo sacrificio e li adottò come figli spirituali con la prospettiva di regnare con Cristo in cielo, come spiegò i seguito l’apostolo Paolo che, sotto ispirazione divina, scrisse: “Poiché voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli … Se, dunque, siamo figli, siamo anche eredi: eredi in realtà di Dio, ma coeredi di Cristo” (Romani 8:15-17). Fu in quel giorno che iniziò l’antitipico Giubileo cristiano. La “nuova nazione” era composta da persone non più solo di discendenza abramica ma da persone di tutte le nazioni che accettavano Cristo come il mezzo provveduto da Dio per la salvezza. Queste persone, pur vivendo ancora con un corpo imperfetto, venivano giustificati da Dio in base alla loro fede nel valore salvifico del sacrificio di Cristo e adottati da Dio quali figli spirituali con la prospettiva, dopo la loro morte, di regnare in cielo con Gesù quando questi avrebbe ricevuto pieni poteri del Regno (per maggiori informazioni su questo argomento vedi il mio post del 14 maggio 2016, LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VIII, https://gi1967.wordpress.com/2016/05/14/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-viii/). Perciò l’apostolo fu ancora ispirato a scrivere: “quelli che sono uniti a Cristo Gesù non hanno nessuna condanna.Poiché la legge di quello spirito che dà vita unitamente a Cristo Gesù ti ha reso libero dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:1,2).
la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore” – Rivelazione o Apocalisse 21:3,4
Circa 65 anni dopo la Pentecoste del 33 A.D., l’apostolo Giovanni, che quel giorno era tra i 120 discepoli di Gesù che iniziarono a beneficiare del Giubileo cristiano, a proposito di Gesù fu ispirato a scrivere: “Egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). Cosa significava questo?
Dalla Pentecoste del 33 A.D. i discepoli di Gesù che entravano a far parte della “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio”, iniziarono una intensa attività di predicazione che in pochi anni fu estesa a tutto il mondo allora conosciuto radunando buona parte del numero fissato da Dio dei componenti della “nuova nazione” che avrebbero avuto il privilegio di regnare insieme a Cristo (cfr. Colossesi 1:23; Rivelazione o Apocalisse 14:1-5). Ma dopo la morte degli apostoli, come Gesù aveva predetto con la parabola del grano e delle zizzanie, quest’opera sarebbe stata notevolmente ridotta lasciando il passo alla crescita di un falso cristianesimo che, sotto la guida satanica, avrebbe allontanato le persone dalla speranza del Regno (per maggiori informazioni sull’adempimento di questa parabola vedi il mio post del 14 maggio 2011 – UNA STORIA FINITA – XVI parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/05/14/una-storia-finita-xvi-parte/). La parabola però indicava che in un tempo futuro, alla “fine del sistema di cose” satanico, quell’opera sarebbe ripresa e il numero dei componenti della “nuova nazione” sarebbe stato completato. Gesù stesso confermò questo con la sua profezia sul “tempo della fine” allorché disse: “questa buona notizia del regno sarà predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine” (Matteo 24:14).
Secondo la profezia e la cronologia biblica oggi stiamo vivendo in quel tempo! (per ulteriori informazioni vedi i miei post del 3 settembre e 1 ottobre 2011 – UNA STORIA FINITA – XXIII e XXIV parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/09/03/una-storia-finita-xxiii-parte/ e https://gi1967.wordpress.com/2011/10/01/una-storia-finita-xxiv-parte/) Oggi, come nel I secolo, i veri cristiani sono impegnati nel predicare in tutta la terra il Regno di Dio come unica speranza per tutto il genere umano. Quest’opera ha permesso tutt’oggi la liberazione di milioni e milioni di persone che erano schiave di falsi insegnamenti, superstizioni e pratiche non scritturali (come, ad esempio, il culto dei morti, l’idolatria connessa alla venerazione di immagini “sacre”, l’osservanza di festività di origine pagana, come il Natale, lo sfruttamento economico da parte degli ecclesiastici e tante altre). Così anche oggi milioni di persone sono liberate dalla schiavitù al peccato connesso con tali pratiche. Ma il numero di queste persone supera largamente quello stabilito da Dio per i coeredi di Cristo nel Regno. Che ne sarà allora di tutti gli altri che non hanno questa speranza?
Il capitolo 25 di Levitico, che parla della disposizione del Giubileo, menziona oltre agli israeliti, gli “avventizi” e i “forestieri” che risiedevano in mezzo a loro (cfr. Levitico 25:6). Pur non appartenendo alla nazione eletta questi ne dovevano osservare i regolamenti e ne beneficiavano delle disposizioni. In maniera simile oggi molti che non appartengono all’ “Israele di Dio” ma che risiedono in mezzo a loro potranno beneficiare dell’antitipico anno giubilare. In che modo? Nella rivelazione data a Giovanni, l’apostolo dopo aver visto l’ “Israele di Dio” vide anche “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua, che stavano in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di lunghe vesti bianche; e nelle loro mani c’erano rami di palme.E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:9,10). Questa “grande folla” di persone fu rappresentata dagli “avventizi” e dai “forestieri” che risiedevano in mezzo agli israeliti. Le persone che la compongono esercitano anch’esse fede nel sangue sparso di Cristo, avvalendosi così della sua morte sacrificale. Inoltre si rallegrano perché sono stati liberati dalla falsa religione, incluso il cristianesimo apostata, hanno ottenuto una buona coscienza davanti a Geova Dio e hanno il privilegio di prendere parte all’adempimento di Matteo 24:14 predicando la buona notizia del Regno prima che venga la fine.
Ma che dire della loro speranza di venire liberati dall’imperfezione e dal peccato innati?

Giubileo 3

sono la progenie composta dei benedetti di Geova”
Quando, dopo aver eliminato il sistema satanico dalla terra, inclusa la falsa religione e i governi politici che esercitano il loro potere sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 16:14-16; 18:4-10), Gesù Cristo avrà assunto il pieno controllo della terra in qualità di “Re dei re e Signore dei signori” e applicherà direttamente il valore del suo sacrificio, allora gli appartenenti alla “grande folla”, che sopravvivranno alla prossima distruzione mondiale (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:13-17), potranno vivere per sempre su una terra purificata da ogni elemento peccaminoso. La profezia dice di loro: “Certamente edificheranno case e le occuperanno; e certamente pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non edificheranno e qualcun altro occuperà; non pianteranno e qualcun altro mangerà … Non faticheranno per nulla, né genereranno per il turbamento; perché sono la progenie composta dei benedetti di Geova” (Isaia 65:21-25). Sotto il governo di Cristo e dei suoi governanti associati saranno cancellate tutte le tracce del peccato ereditato e dell’imperfezione, come è ancora scritto: “Dio … asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore. Le cose precedenti sono passate” (Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Quello sarà un tempo di grande gioia per i leali servitori di Dio, i quali potranno anche accogliere milioni di morti che saranno riportati in vita su questa terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Rivelazione o Apocalisse 20:13); la loro gioia sarà ancora più grande di quella che l’antico anno giubilare causava con la liberazione dalla schiavitù umana. I redenti del genere umano leali al Regno di Dio potranno così celebrare l’antitipico Giubileo, prefigurato dall’antico anno giubilare, essendo definitivamente liberati dalla schiavitù al peccato e delle sue terribili conseguenze: malattia, vecchiaia e morte!
Altro che l’ipocrita e antiscritturale “Giubileo della misericordia” proclamato dai moderni “rabbini” del cristianesimo apostata, con i suoi pellegrinaggi e le “porte sante” da attraversare! Né il papa né alcun altro rappresentate del clero, né alcun altro uomo o istituzione umana hanno il potere di concedere “indulgenze” o perdono dei peccati. Solo il sacrificio di Cristo permette la cancellazione del peccato e dei suoi mortiferi effetti, come è scritto: “il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (Giovanni 1:7).

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(*) – Per affermare la propria supremazia sulle altre confessioni cristiane, la Chiesa Cattolica ha cercato di accreditare la tradizione secondo cui Pietro risiedette per qualche tempo a Roma, vi morì da martire e vi fu sepolto nel luogo dove oggi sorge l’omonima Basilica, sul colle Vaticano. Tale tradizione iniziò a svilupparsi verso la fine del II secolo d.C. e si affermò nel secolo successivo quando l’imperatore pagano Costantino fece costruire in tale luogo la primitiva basilica. Tuttavia molti storici, anche cattolici, ne hanno messo in dubbio l’esattezza. Cosa insegna invece l’unica fonte che dà notizie di prima mano su Pietro, la Bibbia?
Dalla Parola di Dio risulta chiaro che Pietro, conformemente al mandato ricevuto dagli apostoli e dagli anziani della chiesa cristiana a Gerusalemme, svolse la sua opera nella parte orientale del mondo antico. In Galati 2:7-9 l’apostolo Paolo scrisse: “Avendo riconosciuto che a me [Paolo] era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro era stato affidato quello dei circoncisi (poiché colui che era stato all’opera per mezzo di Pietro quale suo apostolo fra i Giudei era stato all’opera in me per i Gentili) e riconoscendo inoltre il favore che mi era stato conferito, quelli che erano le riconosciute colonne, Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, diedero a Barnaba e a me la stretta di mano d’associazione, volendo significare che noi dovessimo andare ai Gentili come essi ai Giudei” (NAB). Dove, dunque, l’apostolo Pietro svolse la sua opera? A conclusione della sua prima lettera egli stesso scrisse: “Colei che è a Babilonia, eletta come voi, vi manda i suoi saluti” (1Pietro 5:13). A Babilonia, situata in Medio Oriente sulle rive dell’Eufrate (oggi Iraq) in quel tempo si era stabilita una considerevole popolazione giudaica. A conferma di ciò una nota enciclopedia afferma: “Babilonia restò per secoli un fuoco di giudaismo orientale, e dalle considerazioni delle scuole rabbiniche fu elaborato nel 5° secolo della nostra èra il Talmud di Gerusalemme, e un secolo dopo il Talmud di Babilonia” (The International Standard Bible Encyclopedia).
La Chiesa Cattolica ha tentato di ovviare a tale affermazione identificando con quella Babilonia l’antica Roma. Una nota in calce a una moderna traduzione cattolica della Bibbia, la New American Bible, dice infatti: “Roma la quale, come l’antica Babilonia, conquistò Gerusalemme e ne distrusse il tempio”. Tale interpretazione è assai poco credibile. Infatti la stessa traduzione riconosce che Pietro scrisse la sua lettera in una “data anteriore al 64-67 d.C., periodo in cui ebbe luogo sotto Nerone la sua esecuzione”. Ma Gerusalemme non fu distrutta dai Romani fino all’anno 70 d.C. Al tempo in cui Pietro scrisse la sua lettera non esisteva dunque nessuna corrispondenza fra Babilonia e Roma. L’apostolo Paolo, poi, scrivendo ai cristiani di Roma verso il 56 E.V., salutò una trentina di componenti di quella congregazione, senza menzionare neppure una volta Pietro (cfr. Romani 1:1,7; 16:3-23). Tra il 60 e il 65 d.C., Paolo scrisse da Roma sei lettere, nelle quali non si parla di Pietro, una solida prova indiziaria che Pietro non era lì. L’attività di Paolo a Roma viene descritta nella conclusione del libro di Atti, ma ancora una volta, non si fa alcun cenno a Pietro (cfr. Atti 28:16,30,31). Pertanto a chi si reca su quella che sinceramente ritiene essere la tomba di Pietro a Roma si pone perciò il problema se dar credito a ‘tradizioni poco attendibili’ o alla fidata Parola di Dio. L’evidenza della Bibbia mostra chiaramente che l’apostolo Pietro non andò mai a Roma.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XI

“OFFRIAMO SEMPRE A DIO UN SACRIFICIO DI LODE”

Ebrei 13:15

 Anteprima
Nell’antico Israele era indispensabile offrire sacrifici per ottenere il perdono dei peccati e godere del favore di Dio. Alcuni sacrifici erano obbligatori, mentre altri erano volontari. La Legge mosaica stabiliva cosa offrire e in quali circostanze. I sacrifici obbligatori erano di due tipi: l’offerta per il peccato e l’offerta per la colpa, mentre quelli volontari erano l’olocausto, l’offerta di comunione e l’offerta di cereali. Con esclusione dell’offerta di cereali, tutti gli altri sacrifici richiedevano l’impiego di animali; questi dovevano essere sani, senza alcun difetto. La Legge stabiliva che il sangue dell’animale sacrificato doveva essere versato sull’altare, non se ne doveva fare altro uso, pena la morte (cfr. Levitico 11:3,4,10).
Alcuni si chiedono perché Dio richiedeva sacrifici animali. L’apostolo Paolo prese in considerazione proprio questa domanda e, sotto ispirazione divina, rispose in questo modo: “Perché, dunque, la Legge? Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa … Quindi la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo” (Galati 3:19-24). Quei sacrifici animali prefiguravano un sacrificio più grande che Geova Dio avrebbe provveduto a favore dell’umanità, quello di suo Figlio, Gesù Cristo. Dal punto di vista di Dio il sangue rappresenta la vita di tutte le sue creature (cfr. Levitico 17:11), pertanto il sangue degli animali rappresentavano il sangue versato da Cristo o la sua vita perfetta che egli cedette in sacrificio come prezzo di riscatto a favore del genere umano ubbidiente (cfr. Ebrei 9:14,22; 1Giovanni 1:7).
Accettando il sangue sacrificale di Gesù, Dio “cancellò il documento scritto a mano contro di noi”, cioè abolì il patto della Legge con le sue offerte e i suoi sacrifici (cfr. Colossesi 2:14). Dalla morte di Cristo in poi Dio non accettò più sacrifici animali poiché Cristo offrì il suo sacrificio “una volta per sempre” (cfr. Ebrei 9:12). Tuttavia Dio continua a prestare attenzione ai sacrifici che offrono i suoi adoratori, anche se di diversa natura. Quali sacrifici oggi possono offrire a Dio i veri adoratori? …

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Da quando il peccato è entrato nel mondo, i suoi mortiferi effetti hanno causato il dolore della colpa, l’alienazione da Dio e uno stato di impotenza. C’è un enorme bisogno di avere sollievo da queste cose. È perciò facile capire che quando ci si trova in condizioni così disperate, si sente il bisogno di rivolgersi a Dio per chiedere aiuto e conforto.
Lo fecero già i primi figli dei nostri progenitori ribelli che diedero origine al peccato. Il racconto biblico dice che Caino e Abele avvertirono subito tale necessità e offrivano sacrifici a Dio per ottenere la sua benedizione e il suo favore (cfr. Genesi 4:3,4). Lo stesso fece circa 1.600 anni dopo un altro uomo di fede, Noè, il quale, dopo che Dio lo aveva salvato dal Diluvio universale che distrusse la generazione malvagia dei suoi giorni, si sentì spinto a offrirgli “olocausti sull’altare” (cfr. Genesi 8:20). 350 anni dopo il diluvio un uomo che la Bibbia definisce “amico di Dio” per la sua eccezionale fede, Abraamo, costruì altari e offrì sacrifici nel nome e alla lode e gloria del suo Dio (cfr. Genesi 12:8; 13:3,4,18). Egli affrontò anche la sua più grande prova di fede quando il suo Dio, Geova, gli disse di offrire in olocausto il proprio figlio Isacco (cfr. Genesi 22:1-14).
Da questi e altri racconti biblici comprendiamo che offrire determinati sacrifici era parte integrante dell’adorazione che nei tempi antichi le persone rivolgevano a Dio. Ci si chiede, pertanto, se adorare Dio richiede sacrifici e, in tal caso, che genere di sacrifici sono accettevoli a Dio?
Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio” – Ebrei 11:4
Quando la prima coppia umana, Adamo ed Eva, peccarono, lo fecero deliberatamente. Prendere e mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male fu un atto di disubbidienza intenzionale contro il comando che il Creatore aveva dato loro. La pena per quell’atto di disubbidienza fu la morte, in quanto Dio aveva chiaramente detto: “Nel giorno in cui ne mangerai positivamente morirai” (Genesi 2:17). A tempo debito Adamo ed Eva ricevettero il salario del loro peccato e morirono (cfr. Genesi 5:5; 2Pietro 3:8). Ma che dire dei loro discendenti? A motivo delle leggi sull’ereditarietà tutti – inclusi noi che viviamo oggi – hanno ereditato da loro il peccato e l’imperfezione perciò sono soggetti alla stessa alienazione da Dio, disperazione e morte cui andò incontro la prima coppia umana, come è scritto: “la morte regnò da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo” (Romani 5:14). Come è spiegato in questo versetto biblico i discendenti di Adamo scontano la pena del peccato ereditato pur non essendo direttamente responsabili di quel peccato. Questo non poteva non esser tenuto in conto dal Creatore che non è solo un Dio di giustizia e potenza ma anche, e soprattutto, di amore. (cfr. 1Giovanni 4:8). Perciò Geova Dio immediatamente dopo la ribellione prese l’iniziativa per sanare la frattura. Quindi, dopo aver detto che “il salario che il peccato paga è la morte”, la Bibbia aggiunge: “Ma il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23).
Per rendere disponibile questo “dono”, Geova Dio provvide un mezzo atto a coprire il peccato ereditato da Adamo e cancellare il conseguente danno, affinché coloro che sarebbero stati idonei per ricevere tale dono potessero essere liberati dalla condanna del peccato e della morte. Dopo il peccato di quella prima coppia Geova Dio, rivolgendosi alla creatura spirituale che aveva fomentato quella ribellione, disse: “Io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei. Egli ti schiaccerà la testa e tu gli schiaccerai il calcagno” (Genesi 3:15). Questa dichiarazione profetica fece intravvedere un raggio di speranza per tutti coloro che avrebbero riposto fede nella promessa. C’era però un prezzo da pagare per ottenere la liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte. Il “seme” promesso non sarebbe semplicemente venuto a distruggere il simbolico “serpente”, Satana il Diavolo e le sue opere (cfr. 1Giovanni 3:8; Rivelazione o Apocalisse 12:9). Quel “seme” sarebbe stato ferito al calcagno, cioè doveva subire la morte, anche se in modo non definitivo.
In quel tempo Dio non rivelò come tale promessa si sarebbe adempiuta, tuttavia i discendenti di quella prima coppia iniziarono ad esercitare fede in quella promessa. Scrisse, infatti, sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo: “Per fede Abele [il secondo dei figli di Adamo ed Eva] offrì a Dio un sacrificio di maggior valore di quello di Caino [il primo figlio], mediante la quale fede gli fu resa testimonianza che era giusto” (Ebrei 11:4). Che cosa stabiliva il “maggior valore” del sacrificio di Abele rispetto a quello di Caino? …  L’apostolo scrisse che vi era implicata la fede. Certamente entrambi i fratelli erano stati messi al corrente dai loro genitori della promessa che Dio aveva fatto circa il “seme”. Abele, in particolare, comprese che il colpo al “calcagno” di quel “seme”, ovvero la sua morte, doveva servire quale prezzo di riscatto in favore della incolpevole discendenza di Adamo ed Eva, di cui sia lui che il fratello facevano parte. Perciò iniziò a fare sacrifici che avevano relazione con il significato profetico della promessa, offrendo a Dio la vita degli animali di cui si prendeva cura: quei sacrifici richiedevano spargimento di sangue, l’elemento che Dio ha scelto a rappresentare la vita di tutte le sue creature (cfr. Genesi 9:4; Levitico 17:11,14). Fu quella corretta espressione di fede, oltre a una buona disposizione di cuore, a rendere il sacrificio di Abele gradito a Geova. In un certo senso espresse anche l’essenza del sacrificio: un mezzo mediante il quale gli uomini peccatori possono rivolgersi a Dio per ottenere il suo favore.
Come già sopra accennato, il profondo significato dei sacrifici fu reso drammaticamente evidente quando Geova comandò ad Abraamo di offrire suo figlio Isacco in olocausto. Con lui Geova Dio fece due miracoli degni di nota: il primo di questi fu quello di dare ad Abraamo e a sua moglie, Sara da tempo sterile, il potere di generare il loro unico figlio, Isacco, nella loro vecchiaia (cfr. Genesi 21:1-7). Anni dopo, quando Isacco era cresciuto fino a divenire un giovanotto, Geova comandò ad Abraamo di uccidere Isacco in sacrificio sul monte Moria. Abraamo ubbidì ma mentre stava per vibrare il coltello sul figlio, miracolosamente un angelo lo fermò invitandolo ad offrire come olocausto un montone che era lì vicino (cfr. Genesi 22:1-13). Grazie a quella grande prova di fede Dio disse ad Abraamo: “siccome hai fatto questa cosa e non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico,io di sicuro ti benedirò e di sicuro moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare; e il tuo seme prenderà possesso della porta dei suoi nemici. E per mezzo del tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno” (Genesi 22:16-18). Così si comprese che il sacrificio di Isacco aveva una relazione con quello del “seme” della promessa edenica, divenendone la figura profetica, il quale “seme” sarebbe anche disceso dalla progenie di Abraamo.
Nel caso che un’anima pecchi per sbaglio in qualcuna delle cose che Geova comanda di non fare” – Levitico 4:2
Circa 400 anni dopo Geova iniziò ad adempiere la promessa fatta a quel fedele servitore. Nel 1513 a.C. liberò il popolo che si era formato dalla sua discendenza dalla schiavitù egiziana e lo organizzò come nazione portandolo nella terra che aveva promesso ad Abraamo di dargli (cfr. Genesi 12:6,7). A quel popolo Geova diede, per mezzo di Mosè quale mediatore, la sua Legge con la quale si stabiliva, tra l’altro, i sacrifici il popolo doveva offrire a Dio per ottenere il suo favore. Quei sacrifici, come tutto il resto della Legge mosaica, stabilivano dei modelli profetici per insegnare al suo popolo eletto cosa doveva fare per ricevere il perdono dei peccati e per rafforzare la speranza della salvezza per mezzo del “seme” promesso (cfr. Ebrei 10:1). Un breve excursus di ciò che la Legge disponeva per i sacrifici ci servirà per comprendere il loro significato profetico. Nel libro di Levitico vengono descritti singolarmente cinque tipi principali di offerte: due erano obbligatorie, come i sacrifici che si offrivano per chiedere perdono dei peccati o per espiare le trasgressioni commesse contro la Legge, ed erano l’0fferta per il peccato e l’offerta per la colpa. Le altre tre, gli olocausti, le offerte di comunione e le offerte di cereali, erano volontarie  ed erano considerate come “doni” fatti a Dio per ottenere il suo favore e la sua approvazione.
1 – Offerte per il peccato: venivano fatte per i peccati involontari, cioè commessi per debolezza della carne imperfetta o disattenzione e non “con mano alzata”, vale a dire non apertamente, con arroganza o di proposito (cfr. Numeri 15:30,31). Riconoscendo il suo errore il peccatore desiderava porvi rimedio con un’offerta. Si potevano sacrificare vari animali, dal toro al piccione, secondo la posizione e condizione di colui (o coloro) il cui peccato si doveva espiare. Ad esempio, un peccato commesso dal Sommo Sacerdote (poteva trattarsi di un errore nel giudicare o nell’applicare la Legge, oppure nel trattare una questione d’importanza nazionale) poiché rappresentava l’intera nazione davanti a Dio, faceva ricadere la colpa su tutta la nazione; per questo peccato era richiesto il sacrificio di maggior valore, cioè quello di un toro (cfr. Levitico 4:3). Per il peccato di un capo principale si usava un capro mentre per il peccato di un singolo israelita si usava una capretta o un’agnella (cfr. Levitico 4:22-24,27-29).
2 – Offerte per la colpa: a differenza di quelle per il peccato involontario, questo tipo di offerte venivano fatte per coprire peccati dovuti a desideri errati da parte di un individuo oppure a debolezze, non commessi con premeditazione o arroganza. Ad esempio se uno era stato testimone di un fatto e non lo avesse riferito; oppure se si fosse impossessato di cose di valore che gli erano state affidate, se si fosse reso colpevole di frode o se avesse tenuto per se qualcosa che aveva trovato, negandolo. In circostanze del genere il colpevole doveva prima di tutto confessare il suo errore, poi doveva risarcire adeguatamente la parte lesa aggiungendo un quinto del valore (cfr. Levitico 6:4,5). Oltre all’aver riparato il danno causato il trasgressore doveva offrire un montone come offerta per la colpa (cfr. Levitico 5:15).
3 – Olocausti: erano offerte di animali che venivano completamente bruciati sull’altare; venivano offerti per intero, nessuna parte dell’animale era trattenuta dall’adoratore. Venivano offerti tori, montoni, capri, tortore o giovani piccioni (cfr. Levitico 1:3,5,10,14). L’offerente metteva la mano sulla testa dell’animale, in tal modo riconosceva l’offerta come sua, fatta per lui, a suo favore. L’animale veniva ucciso e il suo sangue veniva spruzzato sull’altare dell’olocausto: la sua vita, che il sangue rappresentava, veniva simbolicamente restituita a Dio che l’aveva data. L’animale veniva squartato e i suoi intestini e le sue zampe lavati affinché nessun rifiuto venisse bruciato sull’altare, quindi tutte le sue parti venivano sistemate sull’altare per essere bruciate (cfr. Levitico 1:6-9,12,13). Nel caso dei volatili venivano tolti gozzo e penne e tutto il resto veniva bruciato sull’altare (cfr. Levitico 1:14-17). Gli olocausti venivano offerti regolarmente ogni mattina e sera, ogni sabato, il primo giorno del mese, a Pasqua e nei sette giorni della successiva “festa dei pani non fermentati”, alla Pentecoste, il giorno di Espiazione  e ogni giorno della “festa delle capanne”.
4 – Offerte di comunione: come induce a comprendere il termine stesso erano offerte in cui l’adoratore e la sua famiglia ne mangiavano una parte, il sacerdote officiante ne riceveva una porzione e i sacerdoti in servizio un’altra porzione. A Dio andavano il grasso e il sangue che, rappresentando la vita, apparteneva a lui. Perciò era come se i sacerdoti, gli adoratori e Dio stesso consumassero insieme un pasto, segno che fra loro intercorrevano rapporti pacifici. Gli animali da offrire erano bovini, pecore e capri; i volatili erano considerati insufficienti come pasto sacrificale (cfr. Levitico 3:1,6,12). La procedura di offerta era simile a quella per gli olocausti. Una particolare offerta di comunione era definita “offerta di rendimento di grazie” perché era un’offerta alla lode di Dio per i suoi provvedimenti e la sua amorevole benignità; in tale occasione si poteva mangiare insieme alla carne anche pane, sia lievitato che non, tuttavia il pasto si doveva consumare quel giorno stesso, niente si doveva conservare per l’indomani (cosa invece che era permesso per le altre offerte – cfr. Levitico 7:11-15).
5 – Offerte di cereali: erano volontarie e in genere erano presentate insieme alle altre offerte come riconoscimento della generosità di Dio nel concedere benedizioni e prosperità. Potevano consistere in fior di farina, grano arrostito, focacce a ciambella o schiacciate cotte al forno, nella teglia o nella pentola fonda per friggere. Una parte veniva messa sull’altare dell’olocausto, un’altra era consumata dai sacerdoti, e nelle offerte di comunione ne mangiava anche l’adoratore. Nessuna offerta di cereali presentata sull’altare doveva contenere lievito o “miele” che poteva fermentare (cfr. Levitico 2:1-16).
I sacrifici obbligatori però riguardavano peccati di varia natura commessi per debolezza, senza premeditazione, non col preciso intento di ribellarsi a Dio. Per aver commesso tali peccati gli individui sentivano rimordere la propria coscienza, si pentivano spontaneamente e li confessavano, quindi chiedevano a Dio misericordia e perdono. Diversamente la Legge diceva: “l’anima che fa qualcosa deliberatamente, sia nativo che residente forestiero, parlando ingiuriosamente di Geova, in tal caso quell’anima dev’essere stroncata di fra il suo popolo.Poiché ha disprezzato la parola di Geova e ha infranto il suo comandamento, quell’anima dev’essere stroncata immancabilmente. Il suo proprio errore è su di essa’” (Numeri 15:30,31).
non hai approvato sacrifici e offerte e olocausti e offerta per il peccato– Ebrei 10:8
Come tutto il resto della Legge mosaica, anche i sacrifici erano “un ombra delle buone cose avvenire”, additavano cioè qualcosa che doveva realizzarsi nel futuro in relazione con l’adempimento del proposito di Geova Dio. Nella sua lettera agli ebrei divenuti cristiani l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “quando egli viene nel mondo dice: “‘Non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo.Non hai approvato olocausti e offerta per il peccato.Quindi ho detto: Ecco, io vengo (nel rotolo del libro è scritto di me) per fare, o Dio, la tua volontà’”.Dopo aver detto prima: Non hai voluto e non hai approvato sacrifici e offerte e olocausti e offerta per il peccato — sacrifici che sono offerti secondo la Legge —quindi effettivamente dice: Ecco, io vengo per fare la tua volontà”. Egli sopprime il primo per stabilire il secondo.Mediante tale volontà” siamo stati santificati per mezzo dellofferta del corpo di Gesù Cristo una volta per sempre” (Ebrei 10:5-10). I sacrifici richiesti sotto il patto della Legge, dunque, additavano tutti Gesù Cristo e il suo sacrificio, o i benefìci che ne sarebbero derivati.

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La Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo
I sacrifici animali prescritti dalla Legge mosaica prefiguravano un sacrificio più grande che Geova Dio avrebbe provveduto a favore dell’umanità, quello di suo Figlio, Gesù Cristo. Quei sacrifici consentivano agli israeliti di avere solo un temporaneo perdono dei loro peccati, per questo dovevano essere ripetuti molte volte. Mediante l’apostolo Paolo Dio spiegò che Gesù “entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Gesù offrì volontariamente la sua vita umana perfetta come riscatto per la progenie di Adamo e lo fece “una volta per sempre”. Non era necessario che il suo sacrificio venisse ripetuto più volte, come invece fa il cristianesimo apostata. Geova Dio accettò il sangue sacrificale di Gesù e “cancellò il documento scritto a mano contro di noi”, cioè abolì il patto della Legge con le sue offerte e i suoi sacrifici (cfr. Colossesi 2:14). Da allora le persone possono essere perdonate dai loro peccati e ottenere “il dono della vita eterna” esercitando fede nel valore di quel sacrificio (cfr. Giovanni 3:16; Romani 6:23; Galati 2:16).
La Legge mosaica, con i suoi numerosi sacrifici e offerte, fu data agli israeliti affinché potessero accostarsi a Dio per ottenere e conservare il suo favore e la sua benedizione fino all’arrivo del “seme” promesso. L’apostolo Paolo, un giudeo naturale, si espresse così: “La Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo, affinché fossimo dichiarati giusti a motivo della fede” (Galati 3:24). Purtroppo Israele, come nazione, non seppe apprezzare quella tutela e abusò del privilegio. Di conseguenza tutti i loro sacrifici divennero detestabili a Geova, che disse: “Ne ho avuto abbastanza di olocausti di montoni e grasso di animali ingrassati; e nel sangue di giovani tori e agnelli e capri non ho provato diletto” (Isaia 1:11). Perciò nel 70 d.C. il sistema di cose giudaico, con il suo tempio e il suo sacerdozio, ebbe fine. Dopo ciò non fu più possibile offrire sacrifici nella maniera stabilita dalla Legge. Chi pretende oggi di doversi attenere ancora alle disposizioni della Legge mosaica commette un grave errore di valutazione, 1) perché quelle disposizioni non sono più in vigore, in quanto, come è scritto: “[Dio] cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Esse sono state tutte abrogate per mezzo del sacrificio di Cristo! … 2) in ogni caso sarebbe impossibile attuarle come richiesto da Dio poiché non esiste più quel sistema sacerdotale autorizzato a fungere da mediatore tra Dio e il popolo, né c’è più il tempio con i suoi arredi sacri necessaria allo scopo. Pertanto chiunque si mettesse a officiare una qualsiasi disposizione di quella Legge, non essendo autorizzato a farlo (ad esempio non appartenendo alla classe sacerdotale di Aaronne) secondo la Legge stessa dovrebbe essere messo a morte (cfr. Numeri 1:50,51; 3:5-10).
l’uomo è dichiarato giusto … solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù” – Galati 2:16
Tuttavia quelle disposizioni legislative si basavano su princìpi che sono eterni, perciò validi in ogni tempo. Pertanto, pur non dovendo offrire sacrifici letterali come stabiliva la Legge, abbiamo ancora molto bisogno di ciò che quei sacrifici permettevano agli israeliti di ottenere, cioè il perdono dei peccati e il favore di Dio. Dato che non offriamo più sacrifici letterali, come riceviamo questi benefìci? Ciò che scrisse l’apostolo Paolo nella citata lettera agli Ebrei ci dà la risposta! Dopo aver spiegato che Gesù non venne per perpetuare “sacrificio” e “offerta”, “olocausti” e “offerta per il peccato” egli scrisse che Cristo venne con un “corpo preparato” dal suo Padre celeste, un corpo che corrispondeva sotto tutti gli aspetti allo stesso corpo perfetto che aveva Adamo prima del peccato (cfr. 1Corinti 15:45). Quel corpo doveva essere ceduto in sacrificio come prezzo di riscatto per la salvezza del genere umano (cfr. 2Corinti 5:21; 1Giovanni 2:2). Pertanto, mentre gli israeliti avevano i loro sacrifici come mezzo temporaneo per accostarsi a Dio, i cristiani hanno una base più valida per avvicinarsi a Dio: il sacrificio di Gesù Cristo. Questo è il provvedimento di Geova Dio per la nostra salvezza, non le opere della legge, come è scritto: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16).
Come possiamo dimostrare la nostra fede nel sacrificio di riscatto di Gesù? … non certo restando testardamente attaccati alle opere prescritte la vecchia Legge mosaica, come fanno alcuni che si dichiarano “cristiani”. In Ebrei 10:22-25 l’apostolo indica tre modi in cui possiamo dimostrare la nostra fede e il nostro apprezzamento per questo amorevole provvedimento di Dio. Vi leggiamo: “accostiamoci con cuore sincero nella piena certezza della fede, avendo i cuori purificati per aspersione da una malvagia coscienza e il corpo lavato con acqua pura.Manteniamo salda la pubblica dichiarazione della nostra speranza senza vacillare, poiché colui che ha promesso è fedele.E consideriamoci a vicenda per incitarci allamore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza, come alcuni ne hanno labitudine, ma incoraggiandoci lun laltro e tanto più mentre vedete avvicinarsi il giorno”. Vediamo nei dettagli cosa significa tutto questo:
1) – “Accostiamoci con cuore sincero nella piena certezza della fede, avendo i cuori purificati per aspersione da una malvagia coscienza e il corpo lavato con acqua pura”. Sotto la Legge, per essere accettevole a Dio il sacrificio doveva essere offerto col giusto motivo ed essere puro e incontaminato; l’animale da sacrificare doveva essere “sano”, senza difetto. L’offerta di cereali era, altresì, senza lievito simbolo di corruzione. Inoltre l’offerente doveva egli stesso essere cerimonialmente puro e incontaminato. Queste esigenze davano risalto all’importanza di mantenere sempre una condizione pura dinanzi a Dio. L’enfasi data all’assenza di ogni tipo di contaminazione era, in effetti, la differenza fondamentale tra i sacrifici offerti a Geova e quelli offerti ai falsi dèi dai popoli delle nazioni intorno a Israele. Essa richiamava l’attenzione su un fatto di fondamentale importanza che possiamo leggere nel libro biblico di Abacuc: “Tu [Dio] sei troppo puro di occhi per vedere ciò che è male” (Abacuc 1:13). L’apostolo Pietro aggiunse: “secondo il Santo che vi ha chiamati, divenite anche voi santi in tutta la vostra condotta, perché è scritto: “Dovete essere santi, perché io sono santo” (1Pietro 1:15,16). Geova Dio, dunque, è santo e non condona né approva il peccato o alcun tipo di corruzione. Perciò l’adorazione che le sue creature gli rendono deve essere pura, incontaminata in senso fisico, morale e spirituale.
2) – “Manteniamo salda la pubblica dichiarazione della nostra speranza senza vacillare, poiché colui che ha promesso è fedele”. I veri cristiani hanno la responsabilità di rendere testimonianza alla buona notizia del Regno e di fare discepoli. Questo è il comando che Gesù Cristo diede prima di tornare in cielo: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo, 20insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19,20; cfr. anche Matteo 24:14; Atti 1:8). La zelante partecipazione a questa opera è gradita a Dio come l’odore riposante di un olocausto, come è scritto: “Per mezzo di Gesù Cristo offriamo sempre a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che fanno pubblica dichiarazione del suo nome” (Ebrei 13:15).
3) – “consideriamoci a vicenda per incitarci all’amore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza … incoraggiandoci lun laltro”. Le espressioni “incitarci all’amore e alle opere eccellenti”, “la nostra comune adunanza” e “incoraggiandoci l’un l’altro” ci ricordano le offerte di comunione del popolo di Dio in Israele. Il risultato della partecipazione a tali sacrifici era la pace con Dio e con gli altri adoratori. I veri cristiani costituiscono un popolo unito, una fratellanza mondiale che vive in comunione spirituale, perciò amano stare insieme per studiare la Parola di Dio e lodare il loro Creatore.

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siamo dichiarati giusti … non a motivo delle opere della legge
Anche se il bisogno di offrire sacrifici animali cessò quando il patto della Legge fu abolito, Dio si interessa ancor oggi dei sacrifici. Di quali sacrifici? Quelli che i che i suoi servitori fanno a favore della pura adorazione, e questi sacrifici includono tutto il loro modo di vivere. I cristiani del I secolo compresero bene questo punto perciò anziché intestardirsi a seguire ancora i dettami della Legge mosaica, iniziarono ad offrire a Dio i sacrifici che Egli accettava. L’apostolo Paolo lo rese chiaro con ciò che scrisse in Ebrei 13:15: “Per mezzo di lui [Cristo] offriamo sempre a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che fanno pubblica dichiarazione al suo nome”. Questo includeva la predicazione della “buona notizia del regno” in tutta la terra che quei cristiani facevano “pubblicamente e di casa in casa” e cogliendo ogni altra opportunità che si presentava loro (cfr. Atti 17:16-21; 20:20). Oltre a ciò Dio richiedeva una condotta basata sui princìpi esposti nella sua Parola, totalmente diversa quella comunamente seguita. Questa includeva una vita pura dal punto di vista morale, libera dall’idolatria a da ogni altra contaminazione religiosa e sociale con il sistema satanico. Scrisse infatti l’apostolo: “cessate di conformarvi a questo sistema di cose, ma siate trasformati rinnovando la vostra mente, per provare a voi stessi la buona e accettevole e perfetta volontà di Dio” (Romani 12:1,2). Quei cristiani erano disposti anche a perdere la vita piuttosto che fare qualsiasi sorta di compromesso con il mondo di Satana. Per edificare una fede così forte dovevano anche incoraggiarsi l’un l’altro. Come? Dio fece scrivere per loro questo comando: “consideriamoci a vicenda per incitarci all’amore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza … ma incoraggiandoci lun l’altro e tanto più mentre vedete avvicinarsi il giorno” (Ebrei 10:24,25). Dio li organizzò come popolo, esattamente come aveva fatto con gli Israeliti dopo la liberazione egiziana. Perciò essi adoravano Dio in maniera organizzata sotto la direttiva degli apostoli. Nessuno di loro agiva autonomamente; si riunivano regolarmente per studiare la Parola di Dio, per scambiarsi esperienze e lodare insieme il loro grande Creatore. Queste caratteristiche contraddistinguono tutt’oggi la vera chiesa cristiana. La vostra chiesa presta attenzione a questi importanti aspetti del vero cristianesimo?
Viviamo nel tempo in cui l’“ombra delle buone cose avvenire” è stata sostituita dalla “sostanza stessa delle cose” (cfr. Ebrei 10:1). Gesù Cristo, nel ruolo di grande Sommo Sacerdote antitipico, è già entrato nel cielo stesso, dove ha presentato il valore del suo sangue per fare espiazione per tutti quelli che esercitano fede nel suo sacrificio. Possiamo avvalerci dei benefici di quel grande sacrificio non più insistendo testardamente nelle opere comandate dalla vecchia Legge mosaica, abrogata da quel sacrificio (cfr. Efesini 2:15; Colossesi 2:13,14), ma offrendo di tutto cuore a Dio i nostri sacrifici di lode: una condotta pura e incontaminata, la pubblica proclamazione della “buona notizia del Regno”, la comunione spirituale con i loro fratelli di fede per lo studio della Parola di Dio e il reciproco incoraggiamento a compiere opere eccellenti che rechino lode al nostro grande Creatore Geova Dio.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – X

“RIMANE DUNQUE UN RIPOSO DI SABATO PER IL POPOLO DI DIO”

Ebrei 4:9

Anteprima
In tutto il mondo miliardi di persone che aderiscono alle più grandi religioni monoteiste, cristiana, musulmana ed ebrea, riservano un giorno della settimana al culto. Dio richiede forse di osservare un giorno di festa settimanale? Cosa insegna la sua Parola scritta?
Più di 3.500 anni fa, tramite il profeta Mosè, Dio provvide uno speciale codice di leggi che tra l’altro prevedeva l’osservanza di giorni di riposo, chiamati sabati, riservati all’adorazione. Il giorno di riposo che ricorreva più spesso era il sabato settimanale. Iniziava al tramonto del venerdì e si protraeva fino al tramonto del sabato stesso (cfr. Esodo 20:8-10). Nell’enunciare il comandamento sull’osservanza del sabato, Dio fece riferimento al settimo giorno creativo durante il quale, secondo il racconto di Genesi, Dio “si riposava .. e lo rendeva sacro” (cfr. Genesi 2:2,3). Così quel comando è stato interpretato da alcuni come una legge universale che tutti devono rispettare se vogliono l’approvazione di Dio. Ma il racconto biblico non dice affatto che Dio desse istruzioni ad Adamo perché ogni settimana osservasse il settimo giorno come un sabato o giorno di riposo. Né risulta che fedeli uomini dell’antichità approvati da Dio osservassero obbligatoriamente un giorno di riposo, nella fattispecie il settimo! In effetti, quando Dio diede la Legge mosaica al popolo di Israele disse a Mosè: “i figli d’Israele devono osservare il sabato, in modo da celebrare il sabato durante le loro generazioni. È un patto a tempo indefinito.Fra me e i figli dIsraele è un segno a tempo indefinito” (Esodo 31:17,17; cfr. anche Ezechiele 20:12). Quel comando, quindi, riguardava esclusivamente gli israeliti e i loro proseliti, non si applicava alle altre nazioni. C’è poi da notare che l’espressione “a tempo indefinito” non significa necessariamente “per sempre”. Il termine ebraico così tradotto, ʽohlàm, secondo un lessicografo esprime un “tempo nascosto, cioè oscuro e lungo, di cui è incerto o indefinito il principio o la fine” (W. Gesenius, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament). Pertanto tale espressione spesso si riferisce a cose che hanno fine, la cui durata può essere ‘a tempo indefinito’, non essendo precisato il tempo della loro fine. La Parola di Dio dice, infatti, che la Legge mosaica era “un’ombra delle cose avvenire” (Colossesi 2:17; Ebrei 10:1). Perciò il comando relativo al sabato faceva parte di una disposizione temporanea, relativa all’adorazione, che prefigurava una disposizione superiore. La Bibbia mostra chiaramente che la Legge data a Israele, e quindi anche il comando di osservare un sabato settimanale, agli occhi di Dio perse validità alla morte di Gesù; in Colossesi 2:13,14 si legge: “Egli [Dio] ci perdonò benignamente tutti i nostri fallie cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli lha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (cfr. anche Romani 10:4).
Qual è allora il significato dell’espressione usata in Genesi 2:2,3 “Dio … si riposava il settimo giorno … e lo rendeva sacro”? … e, come “ombra delle cose avvenire”, cosa simboleggiava il comando, dato con il quarto comandamento, di osservare il sabato come giorno di riposo? … come la questione oggi ci riguarda? …

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3

Gli adoratori di Dio devono osservare un settimanale giorno di riposo?
Tutti lo aspettano e, quando arriva, spesso è il momento più importante della settimana. C’è chi lo riserva per viaggiare, chi per attività piacevoli come sport e svago, chi se ne sta a casa a dormire e chi lo dedica all’adorazione: è il fine settimana! … Dove ha avuto origine?
Circa 3.500 anni fa il Creatore dell’uomo, Geova Dio, diede al suo popolo, Israele, questo comando: “Si può fare lavoro per sei giorni, ma il settimo giorno è un sabato di completo riposo. È qualcosa di santo a Geova. Chiunque faccia lavoro nel giorno del sabato sarà positivamente messo a morte” (Esodo 31:15). Quella disposizione divenne parte integrante della Legge che Dio diede a quel popolo e costituì uno dei famosi “10 Comandamenti”; il quarto di essi infatti recitava: “Ricordando il giorno del sabato per ritenerlo sacro, devi rendere sacro servizio e devi fare tutto il tuo lavoro per sei giorni. Ma il settimo giorno è il sabato a Geova tuo Dio. Non devi fare nessun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava né il tuo animale domestico né il tuo residente forestiero che è dentro le tue porte. Poiché in sei giorni Geova fece i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposava il settimo giorno. Perciò Geova benedisse il giorno del sabato e lo rendeva sacro” (Esodo 20:8-11).
Il sabato ebraico andava dal tramonto del venerdì al tramonto del giorno successivo. Per circa quindici secoli quegli antichi servitori di Dio osservarono scrupolosamente quel comando, spesso andando anche oltre ciò che la prescrizione richiedeva. Ad esempio i Sadducei, membri di una setta religiosa giudaica che gestiva il potere economico e il sacerdozio, proibivano le relazioni sessuali la notte del sabato; gli Esseni, un gruppo di asceti che vivevano in comunità isolate, ritenevano l’andare di corpo una violazione del sabato; i Farisei, una confraternita che si riteneva superiore a tutti, erano dei veri fanatici che formalizzavano e definivano nei minimi particolari le osservanze rituali e si adirarono perché Gesù Cristo compì opere di guarigione in giorno di sabato (cfr. Marco 3:1-6). Oggi per gli ebrei, anche se non si possono più considerare il popolo eletto di Dio (cfr. Matteo 21:42,43; 23:37,38) nulla è cambiato; mentre la maggioranza continua a osservare il sabato come un normale giorno di riposo, ci sono ancora frange oltranziste che hanno caricato tale giorno di esagerazioni ritualistiche, eccessive e coercitive, frutto della tradizione umana, che pesano come macigni sulle spalle dei loro correligionari più moderati e della comunità (come, ad esempio, il divieto di usare gli ascensori, il computer, gli autobus, i telefoni e altro – cfr. Matteo 23:4).
Per aver rigettato il promesso Messia e averlo messo a morte, Dio cambiò la sua disposizione e scelse come suo popolo privilegiato non più i discendenti naturali di Abraamo ma quello composto dai seguaci del suo Figlio diletto, Cristo Gesù. Ma, dopo lo zelo iniziale dei primi cristiani, e dopo la morte di tutti gli apostoli, uomini egoisti e desiderosi di preminenza diedero vita a un falso cristianesimo stravolgendo sotto l’aspetto dottrinale e ritualistico gli insegnamenti di Cristo. La loro azione influì anche sulla considerazione del settimanale giorno di riposo. Come risultato abbiamo tutt’oggi da una parte chiese “cristiane” che continuano a considerare sacro il settimo giorno, il sabato, come fanno, ad esempio, la Chiesa Copta Ortodossa di Etiopia, alcuni gruppi metodisti o il gruppo delle chiese Avventiste che ne hanno fatto addirittura la loro caratteristica peculiare, dall’altra parte chiese, che pure si dichiarano “cristiane”, come la Chiesa Cattolica, diverse chiese Ortodosse e protestanti, che invece considerano sacro e si riposano il primo giorno della settimana, cioè la domenica. Ma è un fatto che anche le chiese che asseriscono d’avere l’obbligo di osservare il sabato in base al quarto comandamento non si conformano a tutte le sue clausole.
Davanti a tale situazione, cosa dobbiamo pensare? Inoltre, considerando che il quarto comandamento fa parte della Legge mosaica che era “un ombra delle buone cose avvenire”, quale è il significato profetico del giorno di riposo e il relativo adempimento?
Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto, e si riposava il settimo giorno”                         Genesi 2:2
Come si evince dalla scrittura di Esodo 20:8-11 sopracitata, il comandamento di osservare il settimo giorno della settimana come un “giorno di riposo” venne da Dio enunciato con un riferimento al settimo giorno creativo durante il quale, secondo il racconto di Genesi, Dio “si riposava”. Diventa perciò di fondamentale importanza capire il significato del racconto di Genesi per avere un corretto intendimento dell’intera faccenda.
In Genesi 2:2,3 si legge: “E il settimo giorno Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto, e si riposava il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatto. E Dio benediceva il settimo giorno e lo rendeva sacro, perché in esso si è andato riposando da tutta la sua opera che Dio ha creato allo scopo di fare”. C’è da chiedersi: perché Geova “si riposava il settimo giorno”? Sicuramente non perché avesse bisogno di ricuperare le forze dopo “tutta l’opera che aveva fatto”; nella sua Parola ha fatto scrivere che ha “abbondanza di energia dinamica” e che “non si stanca né si affatica” (Isaia 40:26,28). Non a caso il racconto di Genesi specifica che “Dio benediceva il settimo giorno e lo rendeva sacro”.  Il “settimo giorno”, quindi, fu diverso da tutti i sei giorni precedenti poiché fu un giorno che Dio benedisse e rese “sacro”. Il termine ebraico tradotto “sacro”, cioè qòdhesh, dà l’idea di qualcosa di separato o dedicato a uno scopo speciale,  pertanto il “settimo giorno” venne da Dio reso “sacro” perché fu dedicato a uno scopo speciale. Qual era questo scopo?
Al primo uomo e alla prima donna Dio aveva rivelato il suo proposito riguardo all’umanità e alla terra dicendo loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela, e tenete sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni creatura vivente che si muove sopra la terra” (Genesi 1:28). Essi, quindi, dovevano attuare il progetto di Dio di soggiogare e trasformare l’intera terra in un paradiso abitato dai loro discendenti, uomini e donne che avrebbero formato una famiglia umana composta da creature perfette. La realizzazione di ciò naturalmente avrebbe richiesto del tempo, perciò Dio “si riposava” nel senso che desisteva dal compiere ulteriori opere creative sulla terra così da lasciare che ciò che aveva già creato si sviluppasse in armonia con la sua volontà. Alla fine di quel “settimo giorno” tutto ciò che Dio si era proposto per l’uomo e la terra sarebbe divenuto realtà.
Quel giorno, dunque, doveva essere impiegato dagli uomini come un tempo di sacro servizio e ubbidienza a Geova, il Creatore. Non doveva essere contaminato da opere egocentriche da parte della specie umana. Tuttavia la ribellione di quella prima coppia violò il “riposo” di Dio. Anziché collaborare alla realizzazione del suo proposito, Adamo ed Eva assecondarono il piano di Satana di dar vita ad una umanità indipendente da Dio, di conseguenza persero la prospettiva di vivere per sempre su una terra paradisiaca e da quel momento tutto il genere umano da loro discendente divenne schiavo del peccato e della morte (cfr. Romani 5:12,14). Ma la loro ribellione non mandò all’aria il progetto di Dio. Poco più di 4.000 anni dopo, infatti, Dio ispirò un suo fedele servitore a scrivere: “Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio. Poiché chi è entrato nel riposo di Dio si è riposato lui pure dalle sue opere, come Dio si riposò dalle proprie. Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo” (Ebrei 4:9-11). Da queste parole si comprende che, al tempo in cui l’apostolo Paolo le scrisse, il “settimo giorno” in cui Dio “si riposava” dall’attività creativa era ancora in atto e sarebbe durato ancora nel tempo poiché egli esortò i suoi conservi cristiani a ‘riposarsi dalle loro opere’ affinché potessero “entrare in quel riposo”.
 
 001
nessuno vi giudichi riguardo a festa o a osservanza della luna nuova o a sabato
La Legge mosaica era una disposizione temporanea. Una delle ragioni per cui fu data a Israele era quella di “rendere manifeste le trasgressioni” (Galati 3:19). Doveva far capire agli ebrei che avevano estremo bisogno di un Redentore. L’apostolo Paolo, infatti, la definì un “tutore che conduce a Cristo” (Galati 3:24). Quando questi arrivò, gli ebrei fedeli si rallegrarono perché la loro liberazione dalla maledizione del peccato e della morte era vicina! Compresero che la morte sacrificale di Cristo e non l’osservanza dei precetti della Legge era il provvedimento di Dio per la loro salvezza, pertanto se volevano ottenere la sua approvazione dovevano avere fede nel valore del sacrificio di riscatto di Gesù Cristo, mediante il quale tutte le cose verranno riportate in armonia con il proposito di Dio. Nella sua lettera ai cristiani della Galazia l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16). Tuttavia alcuni cristiani di origine ebraica non afferrarono subito questa importante verità. Continuarono quindi a osservare certe pratiche della Legge, inclusa l’osservanza del sabato, anche dopo la morte e risurrezione di Gesù. Altri invece corressero il loro modo di pensare (cfr. Colossesi 2:13,14,16). Così facendo ci diedero un buon esempio. Oggi, come allora, alcuni che si definiscono “cristiani” pensano di ricevere l’approvazione di Dio rimanendo rigidamente attaccati alle disposizioni della Legge mosaica, peraltro neanche in tutti i suoi aspetti. Privi del giusto intendimento delle Scritture tali “cristiani” in effetti stanno rigettando Cristo, come ammise il teologo protestante Oscar Cullmann, membro del Consiglio Mondiale delle Chiese, secondo il quale “siccome Gesù venne, morì e fu risuscitato, le feste dell’AT [Antico Testamento] sono state ormai adempiute, e mantenerle ‘significa tornare al vecchio patto, come se Cristo non fosse mai venuto’” (Vocabulaire Biblique, di Jean-Jacques von Allmen , Pierre Bonnard, Oscar Cullmann , e Harold Henry – Rowley Delachaux et Niestlé, Paris, 1954).
Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo” – Ebrei 4: 11
Quando scrisse quelle parole ai cristiani ebrei, l’apostolo Paolo era preoccupato perché alcuni di loro non stavano al passo con gli sviluppi del proposito di Dio. Il problema per quelle persone era costituito dal rispetto della Legge mosaica. In un’altra delle sue lettere egli aveva già scritto ai suoi conservi cristiani: “Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni.Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:10,11). Per circa 1.500 anni essi avevano dovuto conformarsi a quelle norme, ma con la morte di Gesù la Legge mosaica fu abrogata, poiché egli “per mezzo della sua carne ha abolito l’inimicizia, la Legge di comandamenti consistente in decreti” (Efesini 2:15; cfr. anche Colossesi 2:13,14 – per maggiori informazioni su questo argomento vedi il mio post del 23 marzo 2014, https://gi1967.wordpress.com/2014/03/23/la-tua-parola-e-verita-xxii/). Alcuni cristiani non riconobbero questo fatto e insistevano perché si continuasse a rispettare certi aspetti della Legge, fra i quali l’osservanza del sabato (cfr. Colossesi 2:16,17).
A questi l’apostolo spiegò che dovevano smettere di pensare che potevano guadagnare l’approvazione di Geova compiendo opere basate sulla Legge mosaica. Quindi, proprio pensando all’osservanza del sabato settimanale egli scrisse “Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio” (Ebrei 4:9). Cosa intendeva dire? Il contesto ci aiuta a comprenderlo. L’apostolo infatti fa riferimento al comportamento degli Israeliti nel deserto dopo la loro liberazione dalla schiavitù egiziana. Al versetto 3 dello stesso capitolo egli cita il Salmo 95 che ai versetti 10 e 11 riporta la condanna di Dio sul loro operato in questi termini: “Per quarant’anni provavo nausea verso quella generazione, e dicevo: “sono un popolo ostinato di cuore, ed essi stessi non hanno conosciuto le mie vie”; circa i quali giurai nella mia ira: “certamente non entreranno nel mio luogo di riposo””. Quindi l’apostolo dice: “Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso modello di disubbidienza” (Ebrei 4:11). Come si sarebbe potuto attuare questo?
Subito dopo la ribellione della prima coppia umana Geova Dio prese un amorevole provvedimento per il riscatto dei loro discendenti dalla schiavitù al peccato e alla morte. Lo stesso apostolo infatti venne anche ispirato a scrivere: “il salario che il peccato paga è la morte, ma il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23). Il sacrificio di Gesù pose la base legale perché i discendenti di Adamo ed Eva potessero ottenere ciò che i loro progenitori persero: la vita eterna in condizioni perfette su una terra paradisiaca. L’accettare tale provvedimento per la loro salvezza, l’evitare di progettare autonomamente il proprio futuro come fecero Adamo ed Eva e il rinunciare alle proprie imprese egoistiche o mondane per fare la volontà di Dio avrebbe permesso a uomini e donne di fare “tutto il possibile per entrare in quel riposo”. L’apostolo infatti disse: “noi che abbiamo esercitato fede entriamo nel riposo” (Ebrei 4:3).
Pertanto l’approvazione di Dio e la vita eterna non si ottengono conformandosi a certe regole e osservanze, come erroneamente pensavano alcuni cristiani del I secolo e come credono oggi alcuni che si definiscono “cristiani”, quali quelli che insistono tutt’oggi sulla necessità di osservare il sabato come giorno di riposo in base al quarto comandamento. Di tutti questi l’apostolo fu ispirato a scrivere: “siccome non conoscevano la giustizia di Dio ma cercavano di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio. Poiché Cristo è il fine della Legge, affinché chiunque esercita fede abbia giustizia” (Romani 10:3,4). I veri cristiani riconoscono che solo mediante la fede nel sacrificio di Cristo si può avere una giusta reputazione presso Dio, perciò si sforzano di prendere a cuore tutti gli insegnamenti del Figlio di Dio e di metterli in pratica non un solo giorno della settimana ma tutti i sette giorni, e tra questi quello di notevole importanza per questi giorni segnati dalla profezia biblica, cioè di andare a fare “discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo,insegnando loro ad osservare tutte le cose” che Cristo ha comandato (cfr. Matteo 24:14; 28:19,20; Atti 1:8).
il Figlio delluomo è Signore anche del sabato” – Marco 2:28
Il “settimo giorno” cui si fa riferimento in Genesi 2:2 non era un semplice giorno di 24 ore. Esso infatti è ancora in corso dopo circa 6.000 anni. Similmente il “riposo di sabato” nel suo adempimento profetico non si limita a un giorno di 24 ore. Come tutta la Legge mosaica anche l’osservanza del sabato disposta dal quarto comandamento era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Cosa prefigurava? In una circostanza in cui gli ipocriti farisei accusarono lui e i suoi discepoli di non rispettare il sabato, Gesù disse loro: “Il sabato venne all’esistenza a causa dell’uomo, e non l’uomo a causa del sabato; quindi il Figlio delluomo è Signore anche del sabato” (Marco 2:27,28). Egli sapeva bene che il Padre aveva istituito il sabato come segno fra Dio e Israele, e che esso aveva lo scopo di recar loro sollievo dalle loro fatiche (cfr. Esodo 31:16,17). Sapeva anche che la propria morte avrebbe provveduto la base per mettere da parte la Legge mosaica, inclusa l’osservanza del sabato, in quanto ormai adempiuta in lui (cfr. Romani 10:4; Ebrei 7:18). Sapeva, quindi, che l’osservanza sabato era una disposizione temporanea, limitata alla nazione ebraica e non più valida per i suoi futuri discepoli, poiché costituiva “un ombra delle cose avvenire” e che “la realtà appartiene al Cristo” (cfr. Colossesi 2:16,17; cfr. anche Romani 7:6). Questo è il motivo per cui si definì “Signore del sabato”. Nelle “cose avvenire” c’è un sabato di cui Gesù dev’essere il Signore.
Nella visione apocalittica Gesù viene visto cavalcare un cavallo bianco mentre “giudica e guerreggia con giustizia” si dice anche che “sul mantello, e sulla coscia, ha scritto un nome, Re dei re e Signore dei signori” (Rivelazione o Apocalisse 19:11-16). Il seguito della visione mostra che egli afferra “il dragone, l’originale serpente, che è il Diavolo e Satana, e lo legò per mille anni”. Dopo di ciò l’apostolo Giovanni vide dei troni “e c’erano quelli che sedettero su di essi, e fu dato loro il potere di giudicare” e di questi dice: “saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per i mille anni” (Rivelazione o Apocalisse 20:1-6). Dunque Cristo regnerà su tutta la terra per mille anni. Quel millennio è il simbolico sabato di cui Gesù è il “Signore”. Pertanto il “sabato” che si doveva osservare a norma del quarto comandamento, fu una figura profetica del regno millenario di Cristo e dei suoi co-regnanti celesti, e il Regno è lo strumento mediante il quale Geova Dio porterà a compimento il suo originale progetto di fare della terra un paradiso durante il “settimo giorno” del suo riposo e di far vivere su di essa per sempre uomini e donne disposte a sottomettersi alla sua Sovranità. Come durante il suo ministero terreno Gesù compì di sabato alcune delle sue più notevoli opere miracolose (cfr. (Luca 13:10-13; Giovanni 5:5-9; 9:1-14), così durante il suo regno millenario egli recherà sollievo all’umanità redenta col suo sacrificio portandola ad una perfezione fisica e spirituale, eliminando malattie, vecchiaia e morte nonché ogni forma di malvagità (cfr. Isaia 33:24; Giobbe 33:25; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4; Salmo 37:9-11). Inoltre, nel corso di quei mille anni milioni di morti saranno risuscitati per avere l’opportunità di tornare a vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 5:25-29, Rivelazione o Apocalisse 20:13). Il regno millenario sarà quindi un periodo di riposo sabatico per la terra e l’umanità a motivo della pace e della felicità che lo caratterizzeranno. Esso costituirà la parte conclusiva del “settimo giorno” della settimana creativa, così che al termine d’esso si potrà dire, come si fece per tutti gli altri sei giorni: “Dio vide poi tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (cfr. Genesi 1:4,10,12,18,21,31).

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Il sabato venne all’esistenza a causa dell’uomo, e non l’uomo a causa del sabato
In qualità di Signore dei signori, Cristo governerà tutta la terra per mille anni. (cfr. Rivelazione o Apocalisse 19:16; 20:6; Salmo 2:6-8) Quand’era sulla terra, Gesù compì misericordiosamente di sabato alcune delle sue più straordinarie opere di guarigione per prefigurare ciò che sarebbe avvenuto nel più grande “giorno di riposo” o di “sabato” dei mille anni del suo dominio del Regno sopra la terra (cfr. Luca 13:10-13; Giovanni 5:5-9; 9:1-14). Sotto il suo regno nessuno rimarrà senza casa o lavoro (cfr. Isaia 65:21,22), non ci sarà più povertà e mancanza di cibo (cfr. Salmo 72:12,13,16), non ci saranno più guerre (cfr. Salmo 46:9; Isaia 2:4), le persone non avranno mai più problemi di salute e persino la morte verrà eliminata (cfr. Isaia 33:4; 35:5,6; 25:8; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4) e molti che si sono addormentati nella morte saranno riportati in vita mediante la risurrezione (cfr. Giovanni 5:28,29; Atti 24:15; Rivelazione o Apocalisse 20:13). Chi afferra il vero significato del sabato avrà l’opportunità di beneficiare di quel riposo di “sabato”.

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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – IX

“VI DOVETE RALLEGRARE DINNANZI A GEOVA VOSTRO DIO”

Levitico 23:40

Anteprima
La terza festa annuale che gli Israeliti avevano l’obbligo di osservare, secondo la Legge mosaica, era la “festa della raccolta al volgere dell’anno” detta anche “festa delle capanne”. Si celebrava in autunno, in concomitanza con la raccolta degli ultimi frutti dell’anno agricolo, l’olio e vino. Durava 7 giorni, dal 15 al 21 del settimo mese del calendario ebraico, il mese di etanim o tishri (corrispondente al nostro settembre-ottobre). Durante quella settimana la popolazione doveva risiedere in capanne fatte con rami di alberi per ricordare il tempo in cui i loro antenati dimorarono in tende nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana. Nell’istituire la festa Geova Dio disse loro: “Vi dovete rallegrare dinanzi a Geova vostro Dio” (Levitico 23:40). Quelli, quindi, erano giorni di grande allegria per il popolo di Israele e perfino i residenti forestieri erano invitati a partecipare alla festa. Un’alta peculiare caratteristica di quell’avvenimento era costituita dai sacrifici. Durante questa festa, infatti, si offriva un numero di sacrifici maggiore che in qualsiasi altra festa dell’anno. Il sacrificio per la nazione consisteva di 13 tori il primo giorno, diminuendo poi di uno ogni giorno, per un totale di 70 tori.
Importanti avvenimenti della vita della nazione furono collegati alla celebrazione della festa. Ad esempio la dedicazione del grandioso tempio di Salomone avvenne durante la “festa delle capanne”, nel 1026 a.C. (cfr. 2Cronache 7:8) Un’altra storica celebrazione della festa avvenne nel 455 a.C. quando gli esuli ebrei liberati dall’esilio babilonese completarono, dopo molte traversie, la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, sotto la guida del governatore Neemia e del sacerdote Esdra (cfr. Neemia 8:13-15). Infine un’altra importante celebrazione della festa menzionata nella Parola di Dio si tenne nel terzo anno del ministero di Gesù, nell’autunno del 32 A.D. (cfr. Giovanni 7:2,14). In tale occasione Gesù approfittò di alcune usanze praticate durante la festa per insegnare importanti verità relative all’adempimento del proposito di Dio (cfr. Giovanni 7:37-39).
Come parte della Legge, anche la “festa delle capanne” fu “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1) e costituì un quadro profetico dell’adempimento del proposito di Geova Dio per mezzo di Cristo Gesù, “il fine della Legge” (Romani 10:4). Quale aspetto dell’adempimento del proposito divino raffigurò?

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Nel 1513 a.C., il 6 del mese di sivan, il terzo dell’antico calendario sacro degli ebrei, Geova Dio diede a Mosè, sul Monte Sinai, la sua Legge. In quell’occasione fu stipulato un patto tra Geova e l’intera nazione di Israele con il quale si stabiliva che se gli israeliti avessero osservato quel codice di statuti sarebbero diventati “tra tutti gli altri popoli” la “speciale proprietà” di Dio con la prospettiva di divenire “un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Quel giorno tutto il popolo di Israele rispose: “Siamo disposti a fare tutto ciò che Geova ha proferito” (cfr. Esodo 19:5-8). Finché avessero rispettato quel patto avrebbero avuto la benedizione di Dio sul loro lavoro, sulle loro famiglie e avrebbero dimorato in pace e in sicurezza nel loro paese; ma se avessero violato il patto, sarebbero stati maledetti e avrebbero perso la loro libertà divenendo schiavi di altri popoli (cfr. Deuteronomio cap. 28).
Purtroppo nel corso della loro storia gli Israeliti violarono più volte il patto e ogni volta che lo facevano ne pagavano le conseguenze. Molte volte Geova fu disposto a perdonarli quando si pentivano e tornavano ad osservare la sua Legge. Ma Israele, nel tempo, si rivelò “un popolo di collo duro” (cfr. Esodo 32:9; Geremia 19:14) e nel 607 a.C. perse per sempre la sua sovranità nazionale con la rimozione dal trono di Gerusalemme dell’ultimo re della dinastia davidica ad opera dei babilonesi. Comunque, per amore del suo proposito di “benedire tutte le nazioni della terra” per mezzo di un “seme” che doveva venire dal capostipite della nazione ebrea, Abraamo (cfr. Genesi 22:15-18), Geova continuò a prendersi cura di quel popolo suscitando in mezzo ad esso i suoi profeti e sacerdoti fedeli per fornire guida spirituale e morale finché non sarebbe venuto il “seme” della promessa.
Dopo settant’anni, nel 537 a.C., Geova liberò di nuovo il suo popolo pentito dalla schiavitù babilonese e lo ricondusse nella terra di Israele perché ricostruisse il paese e, soprattutto, ripristinasse la vera adorazione con la riedificazione di Gerusalemme e del suo tempio. L’opera di ricostruzione andò avanti per diversi anni tra molte difficoltà incontrate per l’opposizione di popolazioni che si erano stabilite nel territorio durante la desolazione del paese e fu completata solo nel 455 a.C. dopo che il re persiano Artaserse emanò un decreto che li autorizzava a ricostruire le mura di Gerusalemme (cfr. Neemia 2:1-8).
Il racconto ispirato di quell’avvenimento dice: “E tutto il popolo si raccoglieva come un sol uomo nella pubblica piazza che era davanti alla Porta delle Acque. Dissero quindi a Esdra il copista di portare il libro della legge di Mosè, che Geova aveva comandato a Israele. Esdra il sacerdote portò pertanto la legge davanti alla congregazione degli uomini e delle donne e di tutti quelli abbastanza intelligenti da ascoltare, il primo giorno del settimo mese” (Neemia 8:1,2). Sia Neemia, incaricato da Artaserse di dirigere i lavori di ricostruzione, che Esdra, il sacerdote, si preoccuparono di ripristinare l’osservanza della Legge, condizione necessaria per avere di nuovo l’approvazione di Geova.
Trovarono quindi scritto nella legge che avrebbero dovuto dimorare in capanne durante la festa del settimo mese” – Neemia 8:14
Poi il racconto continua: “il secondo giorno i capi dei padri di tutto il popolo, i sacerdoti e i leviti, si raccolsero presso Esdra il copista, sì, per acquistare perspicacia delle parole della legge.Trovarono quindi scritto nella legge che Geova aveva comandato per mezzo di Mosè che i figli dIsraele avrebbero dovuto dimorare in capanne durante la festa del settimo mese,e che avrebbero dovuto fare una proclamazione e far passare un bando in tutte le loro città e in tutta Gerusalemme, dicendo: “Uscite verso la regione montagnosa e portate foglie di olivo e foglie di alberi oleiferi e foglie di mirto e foglie di palma e foglie di alberi ramosi per fare le capanne, secondo ciò che è scritto” (Neemia 8:13-15).
La “festa delle capanne” era la terza delle tre importanti feste che la Legge mosaica comandava di osservare. Era chiama anche “festa della raccolta” o “dei tabernacoli”. Si doveva osservare dal 15 al 22 del mese di etanim o tishri, il settimo del calendari sacro ebraico (corrispondente al nostro settembre-ottobre – cfr. Levitico 23:34-36). Questo mese era in origine il primo del calendario ebraico, ma dopo l’esodo dall’Egitto diventò il settimo mese dell’anno sacro, mentre abib o nisan (corrispondente al nostro marzo-aprile), che prima era il settimo mese, diventò il primo (cfr. Esodo 12:2).
Quindi, la narrazione fatta dal governatore conclude: “Così tutta la congregazione di quelli che erano tornati dalla cattività fece capanne e prese a dimorare nelle capanne; poiché i figli d’Israele non avevano fatto così dai giorni di Giosuè figlio di Nun fino a quel giorno, così che ci fu grandissima allegrezza.E si lesse ad alta voce il libro della legge del vero Dio di giorno in giorno, dal primo giorno fino all’ultimo giorno; e continuarono a tenere la festa per sette giorni, e l’ottavo giorno ci fu un’assemblea solenne, secondo la regola” (Neemia 8:17,18). Che memorabile restaurazione della vera adorazione di Dio malgrado l’accanita opposizione subita!
Come parte della Legge, anche la “festa delle capanne” fu “un ombra delle buone cose avvenire” e costituì un quadro profetico dell’adempimento del proposito di Geova Dio per mezzo di Cristo Gesù, “il fine della Legge” (Romani 10:4). Quale aspetto del proposito divino raffigurò?
durante la tua festa ti devi rallegrare, tu e tuo figlio e tua figlia e il tuo schiavo e la tua schiava e il levita e il residente forestiero” – Deuteronomio 16:14
Vivendo in una società agricola, gli israeliti dipendevano dalla benedizione divina sotto forma di pioggia. Le tre grandi feste comandate dalla Legge mosaica coincidevano quindi con le principali fasi della raccolta. La prima festa si celebrava nel primo mese dell’antico calendario biblico, dal 15 al 21 abib o nisan, che corrispondeva a fine marzo o ai primi di aprile del nostro calendario, era chiamata “festa dei pani non fermentati” e, dato che veniva immediatamente dopo la Pasqua del 14 nisan, era pure chiamata “la festa della pasqua” (cfr. Levitico 23:5, 6). Il secondo giorno della festa, il 16 nisan, il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un covone della mietitura del nuovo orzo. Quel covone prefigurò Cristo Gesù primizia della risurrezione ad una vita spirituale ed eterna: messo a morte il 14 nisan, dopo che aveva celebrato per l’ultima volta la pasqua ebraica, Gesù venne risuscitato dal Padre come creatura spirituale, il terzo giorno, come era stato profetizzato, cioè proprio il 16 nisan (cfr. 1Corinti 15:20; 1Pietro 3:18 – vedi il mio post del 19 aprile u.s., https://wordpress.com/stats/day/gi1967.wordpress.com). La seconda festa si celebrava sette settimane (49 giorni) dopo il 16 nisan e cadeva il 6° giorno del terzo mese, sivan, corrispondente a fine maggio del nostro calendario, perciò era chiama “festa delle settimane” (cfr. Levitico 23:15,16). Ai giorni di Gesù veniva anche chiamata Pentecoste, che in greco significa “cinquantesimo giorno” e cadeva nello stesso periodo dell’anno in cui Israele era entrato nel patto della Legge al monte Sinai. Coincideva con la raccolta delle primizie del grano e perciò veniva anche chiamata “festa della mietitura”. La caratteristica peculiare della festa è costituita dal fatto che venivano offerti a Dio due pani lievitati fatti con i primi frutti del grano nuovo. Quei due pani, nell’adempimento profetico, simboleggiavano i discepoli di Gesù i quali, a motivo della loro fede nel sacrificio di riscatto di Cristo venivano da Dio dichiarati giusti nonostante fossero ancora imperfetti nella carne e soggetti al peccato a causa della condizione peccaminosa ereditata da Adamo. Perciò essi venivano “rigenerati” per mezzo dello spirito santo come figli spirituali di Dio per poter, come Cristo, essere risuscitati, dopo la loro morte nella carne, con un corpo spirituale onde accedere al cielo per regnare insieme a Gesù (cfr. Romani 8:14-17). La loro raccolta iniziò proprio il giorno di Pentecoste del 33 A.D. con la discesa dello spirito santo su quelli che accettavano Cristo come mezzo impiegato da Dio per la loro salvezza (cfr. il mio post del 14 maggio u.s., https://wordpress.com/stats/day/gi1967.wordpress.com).
L’ultima delle tre grandi feste annuali, come già sopra accennato, era la “festa delle capanne”. Si celebrava in autunno in concomitanza con la raccolta degli ultimi frutti della stagione, olio e vino. Per questo era chiamata anche la “festa della raccolta al volgere dell’anno” (cfr. Esodo 34:22). Le istruzioni contenute nella Legge erano queste: “il quindicesimo giorno del settimo mese, quando avete raccolto il prodotto della terra, dovete celebrare la festa di Geova per sette giorni … il primo giorno vi dovete prendere il frutto di alberi splendidi, le foglie di palme e i rami di alberi frondosi e pioppi della valle del torrente, e vi dovete rallegrare dinanzi a Geova vostro Dio per sette giorni … Dovete dimorare per sette giorni nelle capanne. Tutti i nativi d’Israele devono dimorare nelle capanne,affinché le vostre generazioni sappiano che feci dimorare i figli dIsraele nelle capanne quando li facevo uscire dal paese dEgitto” (Levitico 23:39-42).
La sua principale caratteristica era un gioioso rendimento di grazie per le benedizioni divine che permettevano buoni raccolti. Geova stesso invitava il suo popolo a rallegrarsi dicendo: “Vi dovete rallegrare dinanzi a Geova vostro Dio” (Levitico 23:40). Non solo gli israeliti si rallegravano ma anche il “residente forestiero” era invitato a partecipare alla gioia di quella festa (cfr. Deuteronomio 16:14); questo dava alla festa una connotazione mondiale. Gli israeliti dovevano vivere per una settimana in capanne per ricordare gli anni passati in tenda nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, quando Dio si era preso cura di loro e li aveva protetti facendoli “camminare attraverso il grande e tremendo deserto, con serpenti velenosi e scorpioni e con suolo assetato che non ha acqua; aveva fatto uscire per loro acqua dalla roccia di silice; nel deserto li aveva cibati con la manna” (Deuteronomio 8:15,16).

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Non devi esser altro che gioioso” – Deuteronomio 16:15
Per tutti i sette giorni della “festa delle capanne” gli israeliti dovevano abitare in capanne costruite per l’occasione per ricordarsi del tempo in cui vissero nel deserto dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana e riflettere come Geova Dio si era preso cura di loro nel deserto, provvedendo ai loro bisogni fisici e materiali, dando loro protezione (cfr. Levitico 8:15,16; Deuteronomio 20:5). Per costruire queste strutture temporanee si usavano fronde di olivo e di albero oleifero, mirto, foglie di palma e rami di altri alberi (cfr. Levitico 23:40). Ciò che poi distingueva tale festa, la sua principale caratteristica, era un gioioso rendimento di grazie. Tutti i sacrifici erano accompagnati dal suono di strumenti musicali mentre si elevavano i canti dell’Hallel (i Salmi 113-119) e tutti gli adoratori agitavano rami di palme verso l’altare. Al termine dell’anno agricolo era opportuno che gli israeliti ringraziassero il loro Dio per la raccolta, non solo dei cereal,i ma anche dell’olio e del vino, che tanto contribuivano al piacere della vita. Durante questa festa essi potevano meditare in cuor loro sul fatto che la prosperità e l’abbondanza di cose buone che avevano non erano dovute alla loro potenza, ma erano il risultato della protezione di Geova loro Dio. Anche i “residenti forestieri” di tutte le nazioni venivano invitati a partecipare alla gioia della festa (cfr. Zaccaria 14:16).
chi ripone fede in me … dal suo intimo sgorgheranno torrenti d’acqua viva” – Giovanni 7:38
Nel corso del tempo alcune usanze vennero aggiunte a quelle previste dalla Legge. A esempio in tale occasione Gerusalemme veniva illuminata in modo speciale. In uno dei cortili del tempio venivano installati quattro giganteschi candelabri d’oro, ciascuno con quattro grandi coppe. Le 16 coppe accese facevano una tale luce da illuminare di notte tutta la città. Un’altra usanza era quella di attingere acqua alla piscina di Siloe, una riserva idrica che serviva tutta la città, per versarla sull’altare dei sacrifici mentre gli adoratori agitavano rami di palma verso l’altare. Probabilmente tale usanza prese piede dopo la liberazione dall’esilio babilonese; ricordando la gioia provata allora dai reduci di quella cattività il profeta Isaia fu infatti ispirato a scrivere queste parole profetiche: “Con esultanza sarete certi di attingere acqua alle sorgenti della salvezza” (Isaia 12:3). Geova Dio era la fonte della loro salvezza, fu lui infatti a guidare gli avvenimenti che portarono alla caduta di Babilonia e alla liberazione del suo popolo (cfr. Isaia 44:28–45:7). Il ricordo di quella liberazione era motivo di gioia durante la festa delle capanne.
Certamente Gesù fece riferimento a queste usanze quando, in occasione dell’ultima volta che celebrò la “festa delle capanne”, nell’autunno del 32 A.D., alla fine del terzo anno del suo ministero terreno, disse: “Io sono la luce del mondo. Chi segue me non camminerà affatto nelle tenebre, ma possederà la luce della vita” (Giovanni 8:12). Si, Gesù illuminò le persone in merito ai propositi di Dio liberandoli dalla schiavitù dei falsi insegnamenti rabbinici (cfr. Matteo 15:6-9). In precedenza, quello stesso giorno aveva detto: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva.Chi ripone fede in me, come ha detto la Scrittura: Dal suo intimo sgorgheranno torrenti d’acqua viva’” (Giovanni 7:37,38). Le acque rappresentano i provvedimenti che Dio ha preso per mezzo di Gesù per la salvezza del genere umano. L’apostolo Giovanni, che riportò nel suo vangelo le parole di Gesù, commentò quelle parole dicendo: “Comunque, disse questo dello spirito che stavano per ricevere quelli che riponevano fede in lui; poiché lo spirito non vi era ancora, perché Gesù non era ancora stato glorificato” (Giovanni 7:39).
L’adempimento di queste parole avvenne sei mesi dopo, il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando lo spirito santo di Dio scese sui suoi discepoli radunati a Gerusalemme. Immediatamente da essi cominciarono a scorrere “torrenti d’acqua viva” allorché, in molte lingue miracolosamente apprese, dichiararono le “magnifiche cose di Dio” alle migliaia di giudei stupefatti che si erano radunati per osservare quello spettacolo (cfr. Atti 2:1-41). Per mezzo di quei discepoli Dio provvide intendimento dei suoi propositi in tutto il mondo allora conosciuto (cfr. Colossesi 1:23). Quella erogazione di “torrenti d’acqua viva” non fu limitata al I secolo ma è ripresa nei nostri giorni sotto la spinta dello spirito santo di Dio, grazie a milioni di persone che si stanno impegnando di proclamare in tutta la terra abitata “la buona notizia del regno” prima che venga la fine del sistema di cose impiantato da Satana il Diavolo sulla terra, inclusa la fine della falsa religione (cfr. Matteo 24:14). Questi proclamatori della “buona notizia del regno” incoraggiano le persone a rivolgere la loro mente alla Parola di Dio e ad accertarla come “una lampada” o “una luce” al loro cammino  spirituale; essi stessi poi agiscono come “illuminatori” nel mondo smascherando i falsi insegnamenti e dogmi con il quale il clero religioso ha tenuto per secoli i propri fedeli schiavi della menzogna e della superstizione, dando loro false speranze per il futuro (cfr. Salmo 119:105; Matteo 5:14; Filippesi 2:15).

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mi sarete testimoni … fino alla più distante parte della terra” – Atti 1:8
Prima di tornare in cielo, da dove era disceso 33 anni prima, Gesù radunò i suoi fedeli discepoli sul Monte degli Ulivi e disse loro: “riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e la Samaria e fino alla più distante parte della terra” (Atti 1:8). 10 giorni dopo, il giorno di Pentecoste, queste sue parole profetiche ebbero il loro adempimento: lo spirito santo di Dio scese su quei discepoli e immediatamente essi iniziarono a fare ciò che Gesù aveva comandato loro di fare. Il racconto ispirato dice: “cominciarono a parlare diverse lingue, come lo spirito concedeva loro di esprimersi. Ora dimoravano a Gerusalemme giudei, uomini riverenti, di ogni nazione di quelle sotto il cielo … erano stupiti e si meravigliavano, dicendo … come mai udiamo ciascuno la nostra propria lingua nella quale siamo nati … li udiamo parlare nelle nostre lingue delle magnifiche cose di Dio” (Atti 24-11). Essi furono così zelanti nel compiere quell’opera “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa”  “e ogni giorno nel luogo di mercato con quelli che vi si trovavano” (Atti 5:42; 17:17) che nel giro di pochi anni si poté dire che “quella buona notizia … è stata predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Colossesi 1:23). In maniera simile oggi la “buona notizia” viene predicata dai veri discepoli di Cristo che, come quelli del I secolo, ubbidiscono al suo comando, in tutta la terra abitata, in 230 paesi e nazioni in oltre 850 lingue e dialetti. Grazie a quest’opera si è potuto portare a termine il radunamento dei discepoli di Gesù che avranno il privilegio di affiancarlo nel regno celeste (cfr. Luca 12:32; 22:28-30; Rivelazione o Apocalisse 7:4: 14:1-4). Inoltre, poiché Gesù disse “ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diverranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16), mediante quest’opera si sta provvedendo al radunamento di questi altri discepoli di Cristo che non hanno la speranza di andare in cielo a regnare con lui ma saranno sudditi terreni del suo regno (cfr. Salmo 37:29; Matteo 5:5). Questa raccolta finale dei discepoli di Gesù venne rappresentata profeticamente dalla “festa della raccolta” degli ultimi frutti dell’anno agricolo o “festa delle capanne”.
La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” – Rivelazione o Apocalisse 7:10
Grazie a quest’opera si è anche potuto completare in questo tempo la raccolta di coloro che avranno il compito di regnare insieme a Cristo durante il suo regno millenario. Questa raccolta iniziò proprio il giorno di Pentecoste del 33 A.D., come fu prefigurato dalla “festa della mietitura” o “festa delle settimane”. In modo corrispondente la “festa delle capanne” o “festa della raccolta al volgere dell’anno”, con la quale si celebrava la raccolta degli ultimi frutti dell’anno, prefigurò proprio la raccolta degli ultimi appartenenti a quella classe di persone, simbolicamente chiamata l’“Israele di Dio”, che ci sarebbe stata nel tempo della fine (cfr. Matteo 13:36-43; Galati 6:16). Anche questi dimorano in simboliche “capanne” poiché non ripongono i loro affetti nelle cose terrene; non si aspettano di vivere per l’eternità in un paradiso terrestre ma attendono di ricevere l’eredità celeste del glorificato Signore Gesù Cristo (cfr. 2Timoteo 2:10-12; Rivelazione o Apocalisse 20:4). Come spiegò l’apostolo Pietro, essi si considerano “come forestieri e residenti temporanei” mentre sono ancora in vita in questo sistema di cose (cfr. 1Pietro 2:11).
Ma c’è di più! …
Durante questa festa si offriva un numero di sacrifici maggiore che in qualsiasi altra festa dell’anno. Il sacrificio per la nazione consisteva di 13 tori il primo giorno, diminuendo poi di uno ogni giorno, per un totale di 70 tori. Se si fa il paragone con il giorno di Espiazione, che si celebrava cinque giorni prima, il 10 tishri, quando veniva offerto un solo toro come sacrificio di espiazione, il sangue dei 70 tori sacrificati durante la festa delle capanne era abbastanza per la purificazione dell’intero genere umano. Il numero 70 infatti ci ricorda quanto è indicato in Genesi capitolo 10 dove sono riportati i nomi di capifamiglia e di nazioni a cominciare da Noè, i suoi tre figli, fino al nome di Iobab. In tutto ne sono elencati 70, e il racconto dice: “da queste le nazioni si sparsero per la terra dopo il diluvio” (Genesi 10:32). Da quelle 70 famiglie ebbe origine tutto il genere umano postdiluviano, fino ai nostri giorni. Questo aspetto della festa, quindi, additava profeticamente la perfetta e completa opera salvifica svolta da Gesù Cristo in favore di tutto il genere umano.
Infatti, dopo aver fatto riferimento al gruppo dei suoi coeredi celesti chiamandolo “piccolo gregge” (cfr. Luca 12:32), Gesù disse anche: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; quelle pure devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). Chi sono questi? La risposta ce la dà la visione profetica dell’Apocalisse. Dopo aver visto coloro che regnavano con Cristo in cielo (simbolicamente indicati con i nomi delle tribù dell’antico Israele – cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:1-8), l’apostolo Giovanni vide anche “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua” i cui componenti agitavano rami di palma mentre gridavano “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (vv. 9,10). Queste persone non partecipano al regno celeste ma sono i sudditi terreni di quel regno, infatti nella visione non sono visti seduti su troni, come i coeredi di Cristo (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:4-6), ma sono “in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello”; essi sono quei “giusti che possederanno la terra” (cfr. Salmo 37:29) o “quelli che sono d’indole mite” che “erediteranno la terra” (cfr. Matteo 5:5).

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Questi sono quelli che vengono dalla grande tribolazione” – Rivelazione o Apocalisse 7:14
Mentre in tutto il mondo le religioni istituzionali sono in declino, con sempre meno persone che frequentano chiese, cattedrali e templi mentre crescono scettici, agnostici e atei, un gruppo religioso è in costante aumento: da un pugno di fedeli che erano all’inizio del secolo scorso oggi sono milioni di persone appartenenti a “ogni nazione e tribù e popolo e lingua”. La profezia biblica li descriveva così: “ecco, una grande folla, che nessun uomo poteva numerare … stavano in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di lunghe vesti bianche; e nelle loro mani c’erano rami di palme. E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:9,10). È evidente l’analogia tra ciò che fa questa “grande folla” e ciò che facevano gli antichi adoratori di Geova che agitavano rami di palma durante la “festa delle capanne”. Questo sta a indicare che i componenti di questa “grande folla” partecipano all’adempimento profetico della festa, tutt’ora in corso. Chi sono questi? La profezia apocalittica dice ancora di loro: “Questi sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro lunghe vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello.Perciò sono dinanzi al trono di Dio; e gli rendono sacro servizio giorno e notte nel suo tempio” (Rivelazione o Apocalisse 7:14,15). Dunque sono le persone che esercitano fede nel valore espiatorio del sacrificio di Cristo e si sono sottomesse alla Sovranità di Geova Dio sforzandosi di fare “giorno e notte” la sua volontà. Per questo saranno preservate in vita durante la prossima “grande tribolazione” con la quale si porrà fine al sistema di cose politico-economico-militare e religioso impiantato dal Diavolo sulla terra e potranno continuare a vivere per sempre sulla terra che sarà trasformata in un paradiso durante il prossimo regno millenario di Cristo. 
La raccolta di queste persone doveva avvenire dopo quella delle “primizie”, cioè subito dopo quella del piccolo gruppo che avrebbe regnato con Cristo, e avrebbe fatto parte anch’essa dell’adempimento profetico della “festa della raccolta al volgere dell’anno”. Non essendo componenti dell’“Israele di Dio”, esse furono prefigurate dal “residente forestiero” che veniva invitato a partecipare alla gioia di quella festa. Tale raccolta è oggi pienamente in atto; grazie alla predicazione della “buona notizia del regno” milioni di persone che sperano di vivere per sempre sulla terra stanno lasciando la falsa religione, che include anche il cristianesimo apostata con la sua tradizione, seguendo la “luce” degli insegnamenti biblici.
Tra non molto, secondo la profezia biblica, mediante una “grande tribolazione”, Geova Dio porrà fine al sistema politico-economico-militare e religioso che Satana ha impiantato sulla terra (cfr. Matteo 24:15-22; Rivelazione o Apocalisse 16:14-16; 18:1-24). Ma l’antitipica “festa delle capanne” o “festa della raccolta al volgere dell’anno” continuerà con “grandissima allegrezza” di coloro che sopravvivranno a quella distruzione mondiale perché potranno poi vivere in eterno su una terra che sarà trasformata in uno splendido paradiso sotto il regno millenario di Cristo e dei suoi re associati. A questi si potranno unire milioni di persone che saranno riportate in vita durante quel tempo i quali avranno anch’essi la possibilità di continuare a vivere per sempre sulla terra se, una volta messi a conoscenza dei propositi di Dio, si sottometteranno alla sua volontà (cfr. Giovanni 5:25,28,29; Atti 24:15). Infine, al culmine del regno millenario, secondo la profezia apocalittica, avrà luogo l’ultima e decisiva prova della loro integrità verso Geova, il Sovrano universale (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:1,2,7-10). Chi verrà meno nella prova sarà distrutto per sempre. Chi si schiererà dalla parte del Sovrano Signore Geova Dio riceverà il diritto di abitare eternamente sulla terra paradisiaca. Questi, quindi, non abiteranno più in simboliche “tende”, come raffigurato nella “festa delle capanne”, né saranno più “residenti forestieri” nel paese ma abiteranno stabilmente la terra paradisiaca (cfr. Salmo 37:29). Questo sarà il grandioso epilogo della “festa della raccolta al volgere dell’anno” o “festa delle capanne”.
Vi piacerebbe prendere parte all’adempimento di questa festa? … …

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VIII

“È COME GRATUITO DONO CHE SONO DICHIARATI GIUSTI … MEDIANTE IL RISCATTO PAGATO DA CRISTO GESÙ”

Romani 3:21-24

Anteprima
Shavuot è una delle importanti ricorrenze ebraiche, celebrata in modo particolare in Israele. Si rifà alla seconda delle tre feste che Dio aveva comandato al suo antico popolo di osservare, cioè alla “festa della mietitura” o “festa delle settimane” (cfr. Levitico 23:15,16; Esodo 23:16; 34:22). Con quella festa allora si celebrava la mietitura dei primi frutti della raccolta del grano ma oggi il popolo ebraico ricorda principalmente il “Dono della Torah” poiché in questo giorno del 1513 a.C., cioè il 6 del terzo mese dell’antico anno sacro ebraico, sivan, sul monte Sinai Dio, mediante Mosè, diede al suo popolo la Legge (Torah). Curiosamente, però, il popolo di Israele oggi non celebra la festa secondo il rito previsto da quella Legge, ma segue una tradizione orale che nulla ha a che fare con la prescrizione biblica della Legge come, ad esempio, quella di mangiare latticini. Al tempo di Gesù gli ebrei di lingua greca avevano dato alla festa il nome di Pentecoste, dal greco pentecosté che significa “cinquantesimo giorno”, poiché la stessa doveva celebrarsi cinquanta giorni dopo il 16 abib o nisan, il secondo giorno della festa che la precedeva, quella “dei pani non fermentati”. Quest’anno in Israele la Pentecoste di celebra il 12 maggio, mentre fuori dal paese gli ebrei in tutto il mondo, sempre secondo la tradizione orale, la celebrano per due giorni, il 12 e 13 maggio.
Anche nel cristianesimo apostata si celebra la Pentecoste, che quest’anno ricade domenica 15 maggio. La differenza di data con gli ebrei deriva dal solito motivo, cioè dal fatto che la Chiesa Cattolica, principale esponente di tale forma di cristianesimo, proprio per distinguersi dagli ebrei, celebra la Pasqua sempre di domenica, spostando così in avanti il conteggio delle settimane che dovevano passare tra questa festa e la Pentecoste. Gli ortodossi, poi, hanno spostato in avanti di circa un mese tutte le date sopracitate. Cattolici, ortodossi e protestanti in genere, festeggiano la Pentecoste per ricordare ciò che accadde il 6 sivan del 33 d.C., quando, secondo il racconto di Atti 2:1-4, lo spirito santo di Dio discese sui 120 fedeli discepoli di Gesù che, secondo le istruzioni del loro Maestro, si erano radunati a Gerusalemme.
La Legge mosaica, che comandava l’osservanza delle feste in questione, secondo il messaggio che riceviamo dalle Scritture cristiane, il cosiddetto “Nuovo Testamento”, cessò di avere validità con la morte di Cristo. Infatti, nella sua lettera ai cristiani di Efeso l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere che Gesù “per mezzo della sua carne ha abolito l’inimicizia, la Legge di comandamenti consistente in decreti” (Efesini 2:15) e in quella ai cristiani di Colosse ribadì che Dio “cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Pertanto i veri cristiani da allora in poi non sono più stati sotto l’obbligo dell’osservanza dei “decreti” della Legge mosaica, inclusi quelli relativi alle feste. Il fatto che oggi certi che si definiscono “cristiani” celebrino quelle feste, dipende, come nel caso degli ebrei, da una tradizione orale tramandatasi nei secoli e non perché richiesto da Dio. I veri cristiani non seguono le tradizioni umani ma si attengono alla Parola di Dio. Sul perché non è più né necessario né opportuno che i discepoli di Cristo osservino i “decreti” della Legge mosaica, Geova Dio stesso ha fatto scrivere nella sua Parola: “la Legge ha un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose”; quindi ha fatto anche scrivere: “nessuno vi giudichi … in quanto a festa … poiché queste cose sono un’ombra delle cose avvenire, ma la realtà appartiene al Cristo” (cfr. Ebrei 10:1; Colossesi 2:16).
Dunque, tutto ciò che era disposto nella Legge mosaica, era “un’ombra delle buone cose avvenire”, di una “realtà” che apparteneva a Cristo, cioè prefigurava aspetti del proposito di Dio che si sarebbero realizzati con la venuta e il sacrificio di Cristo sulla terra. Pertanto, anziché perdersi nell’osservanza di riti che oggi non hanno più alcun valore pratico per i veri servitori di Dio e per cristiani a meno”, incluse le profezie in corso di adempimento che riguardano i nostri giorni! (cfr. Giosuè 23:14).

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di sicuro ti benedirò e di sicuro moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare … E per mezzo del tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno

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Nel post precedente ho preso in esame il significato profetico della prima delle tre grandi feste annuali che Geova Dio aveva comandato di celebrare al suo antico popolo, Israele (cfr. Deuteronomio 16:16,17). Quella festa, chiamata “festa dei pani non fermentati”, era strettamente connessa con la Pasqua, che ricordava agli ebrei la loro liberazione dalla schiavitù egiziana. La Pasqua si celebrava ogni anno il 14 abib o nisan, il primo mese del calendario sacro giudaico. Il giorno successivo, il 15 abib o nisan veniva considerato un sabato, in qualunque giorno della settimana cadesse, e dava inizio alla “festa dei pani non fermentati” che durava una settimana mentre il secondo giorno di tale festa, il 16 abib o nisan, venivano presentati i primi frutti della raccolta dell’anno. Quel giorno il sommo sacerdote prendeva un covone d’orzo e lo agitava davanti a Geova nel santuario o nel tempio. Come spiegò l’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinti, quel covone raffigurava Cristo Gesù “destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (cfr. 1Corinti 15:20). Infatti fu proprio in quel giorno del 33 A.D. che Gesù venne da Dio risuscitato non più come persona umana ma con un corpo spirituale perché potesse tornare a vivere per sempre in cielo (cfr. 1Pietro 3:18). Si, Gesù fu il primo ad esser risuscitato a una vita immortale, come è stato scritto: “sappiamo che Cristo, ora che è stato destato dai morti, non muore più, la morte non lo signoreggia più” (Romani 6:9).
Il comando di Dio riguardo alle feste ebraiche, che divenne parte della Legge mosaica, prevedeva che cinquanta giorni dopo il 16 abib o nisan si celebrasse la seconda festa, chiamata “festa della mietitura” o “festa delle settimane” (cfr. Levitico 23:15,16; Esodo 23:16; 34:22). A motivo di ciò gli ebrei di lingua greca iniziarono a chiamare la festa Pentecoste, dal greco pentecosté che significa “cinquantesimo giorno”. Secondo il calendario ebraico, quindi, questa festa cadeva il sesto giorno del terzo mese, chiamato sivan. Al riguardo è interessante notare che il 6 sivan fu anche il giorno in cui, nel 1513 a.C., Geova Dio diede a Mosè, sul Monte Sinai, la sua Legge (cfr. Esodo 19:1-23:19). Perché si chiamava “festa della mietitura”? Perché corrispondeva all’inizio della mietitura del grano, il secondo raccolto dell’anno. Come parte delle disposizioni della Legge mosaica, anche questa festa era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1), cioè prefigurò anch’essa un importante aspetto dell’adempimento del proposito di Geova Dio. Quale? … Per avere la risposta a questa domanda dobbiamo esaminare ciò che la Bibbia dice al riguardo …
dovete portare due pani come offerta agitata” – Levitico 23:17
In Levitico 23:15-21 si legge: “‘E dal giorno dopo il sabato, dal giorno che portate il covone dell’offerta agitata, dovete contare per voi stessi sette sabati. Devono essere completi.Fino al giorno dopo il settimo sabato dovete contare, cinquanta giorni, e dovete presentare a Geova una nuova offerta di cereali.Dai vostri luoghi di dimora dovete portare due pani come offerta agitata. Devono essere di due decimi di efa di fior di farina. Devono essere cotti lievitati, come primi frutti maturi a Geova.E dovete presentare insieme ai pani sette agnelli, sani, ciascuno di un anno, e un giovane toro e due montoni. Devono servire come olocausto a Geova insieme alla loro offerta di cereali e alle loro libazioni come offerta fatta mediante il fuoco, di odore riposante a Geova.E dovete offrire un capretto come offerta per il peccato e due agnelli, ciascuno di un anno, come sacrificio di comunione.E il sacerdote li deve agitare da una parte allaltra insieme ai pani dei primi frutti maturi, come offerta agitata dinanzi a Geova, insieme ai due agnelli. Devono servire come qualche cosa di santo a Geova per il sacerdote.E in questo stesso giorno dovete fare una proclamazione; ci sarà per voi stessi un santo congresso. Non potete fare nessuna sorta di lavoro faticoso. È uno statuto a tempo indefinito in tutti i vostri luoghi di dimora per le vostre generazioni
Leggendo queste parole c’è una cosa che dà subito all’occhio a un attento studioso delle Scritture: la richiesta di offerta di due pani “lievitati” fatti con i primi frutti del grano nuovo. Nella precedente festa, detta “dei pani non fermentati”, o non lievitati, era proibito in tutta la nazione l’uso di pane lievitato, pena la morte, poiché il lievito era simbolo di peccato o corruzione, quindi non appropriato per un evento sacro. Desta quindi perplessità che alla “festa della mietitura” l’offerta di pane lievitato facesse parte del cerimoniale. Ma questo è proprio l’aspetto peculiare del significato profetico della festa. Quei due pani dovevano rappresentare qualcosa che aveva a che fare con il peccato e la corruzione ma, nonostante ciò, veniva accettato da Geova Dio.
moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia” – Genesi 22:17
Quando Dio stipulò un patto con il capostipite della nazione ebraica, Abraamo, gli disse che per mezzo del suo “seme” avrebbe benedetto tutte le nazioni della terra. Per mantenere fede a questa promessa ravvivò in maniera miracolosa le capacità riproduttive di Abraamo e sua moglie Sara così che generassero una progenie, sia pur in tarda età. Nel I secolo l’apostolo fu ispirato a scrivere riguardo a tale promessa e identificò con quel “seme” Cristo Gesù, discendente di Abraamo (cfr. Galati 3:16). Nell’anno 29 d.C. Gesù si presentò al fiume Giordano per essere battezzato da Giovanni Battista e fu “unto” con spirito santo, venne cioè rigenerato come persona spirituale affinché, al termine della sua missione terrena, potesse tornare in cielo per assolvere l’incarico di Re designato del Regno di Dio. Quaranta giorni dopo la sua morte e risurrezione, infatti, egli tornò in cielo per presentare al Padre il valore del suo sacrificio e in tale circostanza Dio gli disse: “Siedi alla mia destra,finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi” (Atti 2:34,35). Rimase in attesa, con un posto di favore presso Dio, di ricevere pieni poteri come Re per “benedire” o recare benefici eterni a tutta la razza umana riscattata con il suo sacrificio. Tutto questo, come spiegato nel mio precedente post, venne prefigurato dalla prima festa, quella “dei pani non fermentati” (cfr. il post del 19 aprile u.s., LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VII, https://gi1967.wordpress.com/2016/04/19/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-vii/).
Ma la promessa fatta ad Abraamo in seguito venne da Dio ampliata. Dopo avergli impedito di sacrificare effettivamente il figlio Isacco, l’angelo di Geova annunciò ad Abraamo: “‘Veramente giuro per me stesso’, è l’espressione di Geova, ‘che siccome hai fatto questa cosa e non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico, io di sicuro ti benedirò e di sicuro moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare … E per mezzo del tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno’” (Genesi 22:16-18). Questo significa che altri sarebbero stati aggiunti al simbolico “seme” di Abraamo. A conferma di ciò, nella sua ispirata lettera ai Galati l’apostolo Paolo scrisse: “siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù.Poiché tutti voi che foste battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo … se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29). L’aggiunta del “seme” associato a Cristo cominciò a verificarsi quando fu versato lo spirito santo proprio il giorno di Pentecoste del 33 d.C.
e furono tutti pieni di spirito santo e cominciarono a parlare diverse lingue” – Atti 2:4
Durante il suo ministero terreno Gesù aveva detto ai suoi fedeli discepoli: “Quando sarà arrivato il soccorritore che vi manderò dal Padre, lo spirito della verità, che procede dal Padre, quello renderà testimonianza di me,e voi, a vostra volta, renderete testimonianza, perché siete stati con me da quando cominciai” (Giovanni 15:26,27). Quindi, poco prima di tornare in cielo disse loro: “ecco, manderò su di voi ciò che è stato promesso dal Padre mio. Voi, però, dimorate nella città finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Luca 24:49). Queste parole si adempirono dieci giorno dopo, il 6 sivan del 33 d.C., il giorno in cui gli ebrei festeggiavano la “festa della mietitura” o Pentecoste.
Il racconto dice infatti che “mentre era in corso il giorno della festa della Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo,e improvvisamente si fece dal cielo un rumore proprio come quello di una forte brezza che soffia, e riempì tutta la casa in cui erano seduti.E divennero loro visibili lingue come di fuoco che si distribuirono, posandosi una su ciascuno di loro,e furono tutti pieni di spirito santo e cominciarono a parlare diverse lingue, come lo spirito concedeva loro di esprimersi” (Atti 2:1-4). Appena ricevuto lo spirito santo quei discepoli cominciarono subito a fare quello che Cristo aveva detto: a dare testimonianza riguardo a lui e al suo regno. Inizialmente lo spirito si posò sui 120 discepoli che, secondo le istruzioni di Gesù, erano rimasti in attesa a Gerusalemme. Ma quel giorno stesso l’apostolo Pietro diede una vigorosa testimonianza pubblica agli ebrei e proseliti ebrei che erano convenuti a Gerusalemme per la festa e a quei 120 si aggiunsero altre 3.000 persone (cfr. Atti 2:41). Nei giorni successivi altri si unirono al gruppo “e il numero degli uomini crebbe a circa cinquemila” (Atti 4:4). Su tutti questi operava in maniera miracolosa lo spirito santo di Dio spingendoli a dare testimonianza riguardo a Cristo e, come risultato, “continuavano ad aggiungersi credenti nel Signore, moltitudini di uomini e donne” (Atti 5:14).
Tutti questi, avendo esercitato fede nel sacrificio di riscatto di Cristo Gesù, vennero dichiarati giusti nonostante fossero ancora imperfetti nella carne e soggetti al peccato a causa della condizione peccaminosa ereditata da Adamo (cfr. Romani 5:12). Si, come spiegò l’apostolo Paolo nella sua ispirata lettera ai cristiani che vivevano a Roma, “ora indipendentemente dalla legge la giustizia di Dio è stata resa manifesta … sì, la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che hanno fede …Poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio,ed è come gratuito dono che son dichiarati giusti per sua immeritata benignità tramite la liberazione mediante il riscatto pagato da Cristo Gesù” (Romani 3:21-24; cfr. anche Efesini 1:7). Agli occhi di Dio vennero assolti dal peccato e furono unti con lo spirito santo per essere anch’essi, come Gesù, rigenerati come figli spirituali con la speranza di andare in cielo a regnare insieme a Cristo, come fu ancora ispirato a scrivere l’apostolo: “continuo a sopportare ogni cosa per amore degli eletti, affinché … se continuiamo a perseverare, insieme pure regneremo” (2Timoteo 2:11,12). Ecco, quindi il perché dei pani lievitati che venivano offerti in occasione della “festa della mietitura”. Essi prefiguravano gli unti fratelli spirituali di Cristo Gesù i quali, pur essendo ancora imperfetti e soggetti al peccato, rappresentato dal lievito, erano giustificati e adottati da Geova Dio come figli spirituali in base alla loro fede nel valore del sacrificio di Cristo. Sempre l’apostolo, infatti, fu ispirato a scrivere: “Poiché tutti quelli che sono condotti dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio. Poiché voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli, mediante il quale spirito gridiamo: “Abba, Padre!” Lo spirito stesso rende testimonianza col nostro spirito che siamo figli di Dio. Se, dunque, siamo figli, siamo anche eredi: eredi in realtà di Dio, ma coeredi di Cristo, purché soffriamo insieme per essere insieme anche glorificati” (Romani 8:14-17). La festa, quindi, prefigurò la raccolta di questo gruppo di persone, scelti tra i primi discepoli di Gesù fino a completare il numero stabilito da Dio stesso (cfr. Rivelazione o Apocalisse 14:1).

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mentre era in corso il giorno della festa della Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo … E divennero loro visibili lingue come di fuoco che si distribuirono, posandosi una su ciascuno di loro,e furono tutti pieni di spirito santo

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quel giorno si aggiunsero circa tremila anime … e il numero degli uomini crebbe a circa cinquemila … Per di più, continuavano ad aggiungersi credenti nel Signore, moltitudini di uomini e donne
delle due parti ne ha fatto una sola … per riconciliare pienamente con Dio entrambi i popoli in un solo corpo” – Efesini 2:13-16
I primi ad avere questo privilegio furono scelti fra l’antico popolo di Dio, Israele; Gesù aveva, infatti, comandato ai suoi discepoli: “Non andate per la strada delle nazioni, e non entrate in una città samaritana; ma andate piuttosto di continuo alle pecore smarrite della casa d’Israele” (Matt. 10:5,6). Questo perché, secondo la profezia di Daniele capitolo 9, egli avrebbe mantenuto in vigore il patto di favore stipulato con il loro antenato Abraamo fino alla fine della settantesima settimana (cfr. Daniele 9:27; per i particolari di questa profezia cfr. il mio post del 6 febbraio 2011, UNA STORIA FINITA – IX parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/02/06/a-storia-finita-ix-parte/). La settantesima settimana scadde nel 36 d.C. Quell’anno lo spirito santo di Dio condusse l’apostolo Pietro a casa di Cornelio, un “gentile”, non discendente di Abramo. Cornelio e la sua famiglia accettarono la testimonianza riguardo a Cristo riconoscendolo quale promesso Messia. Esercitarono fede in lui, quindi lo spirito santo scese su di loro e furono battezzati divenendo così suoi seguaci e parte della nuova chiesa cristiana, composta da persone di tutte le nazioni, che ora sostituiva la nazione di Israele nel rapporto di privilegio con Dio, entrando così a far parte del patto abramico (cfr. Atti cap. 10; Matteo 21:42,43; Romani 9:30-33).
Questo ci aiuta anche a comprendere perché i pani lievitati offerti in occasione della festa erano due: gli unti figli di Dio, coeredi di Cristo nel regno celeste, sarebbero stati presi da due gruppi, prima dagli ebrei naturali e in seguito dai gentili, come fu ancora ispirato a scrivere l’apostolo ai suoi conservi cristiani: “siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù.Poiché tutti voi che foste battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.Non c’è né giudeo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina; poiché siete tutti una persona unitamente a Cristo Gesù.Inoltre, se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29) e ancora: “egli che delle due parti ne ha fatto una sola e ha distrutto il muro di mezzo che le separava.Per mezzo della sua carne ha abolito linimicizia, la Legge di comandamenti consistente in decreti, per creare dei due popoli unitamente a sé un uomo nuovo, facendo la pace;e per riconciliare pienamente con Dio entrambi i popoli in un solo corpo mediante il palo di tortura” (Efesini 2:13-18).

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egli che delle due parti ne ha fatto una sola … per creare dei due popoli unitamente a sé un uomo nuovo, facendo la pace;e per riconciliare pienamente con Dio entrambi i popoli in un solo corpo
su questi non ha autorità la seconda morte” – Rivelazione o Apocalisse 20:6
Quei due pani offerti alla Pentecoste venivano dalle primizie della mietitura del grano. In maniera corrispondente, quei cristiani generati dallo spirito sono definiti “primizie delle sue creature” perché sono i primi a ricevere il perdono dei peccati sulla base del sangue versato da Gesù, e questo permette loro di ricevere la vita immortale nei cieli, dove regneranno insieme a Cristo (cfr. Giacomo 1:18; Rivelazione o Apocalisse 14:4; 20:6). Sono anche i primi tra il genere umano ubbidiente a essere risuscitati, durante la venuta del Signore, come è scritto: “quelli che sono morti unitamente a Cristo sorgeranno per primi” (cfr. 1Tessalonicesi 4:16). La loro, infatti, è quella “prima risurrezione” sulla quale “non ha autorità la seconda morte”, a cui si fa riferimento nella visione apocalittica (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:6).
Volendo, quindi, riassumere, la “festa della mietitura” o Pentecoste, la seconda in ordine di tempo delle tre grandi feste annuali che, secondo la Legge mosaica, gli Israeliti dovevano osservare, durante la quale venivano offerti a Dio i primi frutti della mietitura del grano, prefigurava la raccolta del piccolo gruppo dei fedeli discepoli di Gesù che avrebbero avuto il privilegio di essere rigenerati come figli spirituali di Dio per andare in cielo a regnare insieme a Cristo durante il prossimo regno millenario. Il radunamento di queste persone iniziò il giorno di Pentecoste del 33 d.C., il sesto giorno del terzo mese dell’anno sacro ebraico, sivan, ed è continuato nel corso dei secoli fino a completare il numero stabilito da Dio di 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 14:1-4).
Essi, uomini e donne, vennero prefigurati dai due pani lievitati che in occasione della festa il sommo sacerdote agitava davanti a Geova nel santuario o tempio. Questo perché, mentre sono ancora in vita sulla terra, come discendenti di Adamo sono ancora soggetti alla schiavitù del peccato, simboleggiato dal lievito, nonostante ciò vengono giustificati e adottati da Dio quali suoi figli spirituali in base alla loro fede nel valore espiatorio del sacrificio di riscatto di Cristo (cfr. Romani 3:21-24; 8:14-17). Il fatto che i pani erano due indicava che l’adempimento avrebbe riguardato più di una persona e anche che quelli che sarebbero divenuti seguaci di Cristo generati dallo spirito sarebbero stati presi da due gruppi dell’umanità: prima dagli ebrei naturali circoncisi, e poi da tutte le altre nazioni del mondo, dai gentili (cfr. Efesini 2:13-18).
Come in occasione della festa erano offerti le primizie della raccolta del grano, allo stesso modo i cristiani rigenerati mediante lo spirito santo, i 144.000, sono “primizie” in quanto sono i primi a ricevere il perdono dei peccati sulla base del sangue versato da Gesù. Essi sono anche i primi che vengono risuscitati sia in ordine di tempo, “durante la presenza” di Cristo, sia per importanza poiché su di essi poi “non ha autorità la seconda morte” in quanto alla loro risurrezione riceveranno la vita immortale nei cieli, dove regneranno insieme a Cristo (cfr. 1Corinti 15:23; Rivelazione o Apocalisse 20:6).
A questo punto credo di interpretare i pensieri di molti che si staranno chiedendo: e tutti gli altri fedeli discepoli di Gesù? … quale sarà la loro sorte? … La risposta a queste domande l’avremo esaminando il significato profetico della terza festa che gli ebrei sotto la Legge mosaica erano tenuti a osservare: la “festa della raccolta” o “festa delle capanne” che si celebrava nel mese autunnale di etanim o tishri, il settimo del calendario sacro ebraico … Questo mi darà anche modo di rispondere ai tanti detrattori che accusano i Testimoni di Geova di insegnare che solo 144.000 persone saranno salvate …

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VII

“CELEBRERAI LA FESTA A GEOVA TUO DIO … E NON DEVI CHE ESSERE GIOIOSO”

Deuteronomio 16:15

 Anteprima
Nel 1513 a.C. Geova Dio liberò in maniera miracolosa gli ebrei dalla schiavitù egiziana. Così mantenne la promessa che aveva fatto al suo fedele servitore Abraamo 400 anni prima allorché gli disse: “sappi che il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni” (Genesi 15:13). Per ricordare quell’importante avvenimento Geova comandò al popolo ebraico di celebrare una festa, detta pasqua, dalla parola ebraica pèsach che significa “passare oltre”. La prima volta fu osservata quello stesso anno, il 14° giorno del mese di abib (chiamato più tardi nisan), in coincidenza con la luna piena. In seguito si doveva celebrarla ogni anno. Quella festa era immediatamente seguita da un’altra importante festa chiamata “festa dei pani non fermentati” che aveva una stretta attinenza con gli avvenimenti ricordati dalla pasqua (cfr. Esodo 12:17-20, 24-27). Essa, infatti, doveva rammentare agli ebrei l’affrettata partenza dall’Egitto, quando non ebbero il tempo di lasciar lievitare il pane (cfr. Esodo 12:34). Tale festa si celebrava per sette giorni, dal 15 al 21 abib o nisan, il primo mese dell’anno sacro degli ebrei, che corrispondeva a fine marzo o ai primi di aprile del nostro calendario. Durante tutto il periodo della festa non doveva esserci lievito in nessun alloggio degli ebrei perché il lievito rappresentava ciò che non è in armonia con Dio, il peccato. Il secondo giorno della festa, il 16 di abib o nisan, veniva osservata una cerimonia particolare: il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un covone della mietitura del nuovo orzo, la primizia del raccolto dell’anno (cfr. Levitico 23:9-11). Questo rito racchiudeva tutto il significato profetico della festa che, in quanto disposta nella Legge, era anch’essa “un’ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). La festa, infatti, anche se era motivo di gioia e allegrezza per il popolo, non era una mera occasione per fare baldoria, come accade nelle moderne feste disposte dal cristianesimo apostata, ma prefigurò un importante aspetto dell’adempimento del proposito di Geova Dio. Richiamando l’attenzione sul significato profetico di questa festa, l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1Corinti 15:20) e anche: “Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1Corinti 5:7,8). Pertanto aveva per i partecipanti un profondo significato spirituale. Quale? … 

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Pochi uomini hanno influito sulle religioni del mondo più di lui. Viene riverito da ebrei, musulmani, cristiani e nella Parola di Dio, la Bibbia, viene chiamato “il padre di tutti quelli che hanno fede” (Romani 4:11). È certamente una figura centrale della storia biblica e ben 15 capitoli del libro che narra le origini dell’uomo, Genesi, sono dedicati principalmente alla sua vita: stiamo parlando di Abraamo. A cosa è dovuta la stima di cui gode? Un ispirato scrittore biblico, Giacomo, il fratello di Gesù, lo spiega così: “Abraamo ripose fede in Geova e gli fu attribuito a giustizia, e fu chiamato “amico di Geova”” (Giacomo 2:23). Nessun altro uomo è stato chiamato così!
In origine egli si chiamava Abramo, ma poi Dio cambiò il suo nome in Abraamo che significa “padre di una moltitudine” (cfr. Genesi 17:5). Perché? Egli nacque nel 2018 a.C. a Ur, una città della Mesopotamia sull’estuario del fiume Eufrate. Ur era una città grande e prospera, ma era anche piena di idolatria, tuttavia Abraamo adorava un solo Dio, Geova! E quando questi gli chiese di lasciare la sua città natale per trasferirsi in un altro paese, egli prontamente ubbidì! A motivo di ciò Dio gli fece una promessa, dicendo: “di sicuro ti farò padre di una folla di nazioni.E davvero ti renderò molto, molto fecondo e ti farò divenire nazioni, e da te usciranno dei re … a te e al tuo seme dopo di te darò certamente il paese delle tue residenze come forestiero, l’intero paese di Canaan, in possedimento a tempo indefinito” (Genesi 17:5,8). Era l’anno 1919 a.C. e Abraamo aveva allora 99 anni e sua moglie Sara aveva 90 anni, ma era sterile. Perciò, a garanzia della sua promessa, Geova gli disse: “In quanto a tua moglie … certamente la benedirò e anche ti darò da lei un figlio … e gli devi mettere nome Isacco” (Genesi 17:16,19). Esattamente un anno dopo, nel 1918 a.C., quella promessa fu adempiuta (cfr. Genesi 17:21; 21:1-3). Cinque anni dopo, nel 1913 a.C., Isacco fu svezzato e Abraamo per l’occasione preparò un gran convito. In quella circostanza Sarà notò che Ismaele, il figlio che Abraamo aveva avuto dalla serva egiziana Agar, “si prendeva gioco” di Isacco e se ne lamentò con il marito chiedendogli di allontanare Agar con il figlio. In precedenza Geova aveva detto ad Abraamo: “sappi che il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni” (Genesi 15:13). Fu dunque nel 1913 che si iniziò a calcolare il tempo di afflizione del “seme” di Abraamo, proprio con il maltrattamento da parte di Ismaele (che era mezzo egiziano per via della madre), tempo che terminò, quindi, quattrocento anni dopo, nel 1513 a.C.
Tre volte l’anno ogni tuo maschio deve presentarsi dinanzi a Geova tuo Dio” – Deuteronomio 16:16
Durante quei quattrocento anni il “seme” di Abraamo crebbe fino a formare un popolo abbastanza numeroso tanto che gli egiziani, presso i quali si erano stabiliti al tempo di Giuseppe, uno dei figli di Giacobbe e nipote di Isacco, spaventati da tale crescita, ridusse in schiavitù (cfr. Esodo 1:8-14). Ma al tempo fissato Geova intervenne per liberare quel popolo dalla schiavitù egiziana, lo organizzò in una nazione e lo ricondusse, attraverso il deserto, nella terra di Canaan, che gli diede come “possedimento a tempo indefinito”, secondo la promessa fatta ad Abraamo. Il giorno in cui quelle persone uscirono dall’Egitto come popolo libero fu il 14 del mese di abib o nisan del 1513 a.C. In quell’occasione Geova disse loro: “Vi sia l’osservanza del mese di abib, e devi celebrare la pasqua a Geova tuo Dio, perché nel mese di abib, di notte, Geova tuo Dio ti fece uscire dall’Egitto … Non devi mangiare con essa nulla di lievitato, per sette giorni. Devi mangiare con essa pani non fermentati, il pane d’afflizione, perché fu in fretta che uscisti dal paese d’Egitto, affinché ti ricordi del giorno della tua uscita dal paese d’Egitto per tutti i giorni della tua vita. E per sette giorni in tutto il tuo territorio non si deve vedere presso di te pasta acida … devi sacrificare la pasqua, la sera, appena sarà tramontato il sole, al tempo fissato della tua uscita dall’Egitto.E devi cuocerla e mangiarla nel luogo che Geova tuo Dio sceglierà, e la mattina ti devi voltare e andare alle tue proprie tende.Devi mangiare pani non fermentati per sei giorni; e il settimo giorno ci sarà unassemblea solenne a Geova tuo Dio” (Deuteronomio 16:1-8). Dopo di che aggiunse: “Tre volte l’anno ogni tuo maschio deve presentarsi dinanzi a Geova tuo Dio nel luogo che sceglierà: nella festa dei pani non fermentati e nella festa delle settimane e nella festa delle capanne, e nessuno deve presentarsi dinanzi a Geova a mani vuote. Il dono della mano di ciascuno dev’essere in proporzione alla benedizione di Geova tuo Dio che egli ti ha dato” (Deuteronomio 16:16,17). Dunque la “festa dei pani non fermentati” era la prima di tre grandi feste annuali che gli Israeliti, per legge, dovevano osservare. Le tre feste coincidevano con la mietitura dell’orzo all’inizio della primavera, con quella del frumento nella tarda primavera e col resto del raccolto a fine estate. Vivendo in una società agricola, gli israeliti dipendevano dalla benedizione divina sotto forma di pioggia, pertanto le feste erano occasioni di grande allegrezza, in cui dimostrare gratitudine a Colui che assicurava il perpetuarsi del ciclo della pioggia (cfr. Deuteronomio 11:11-14). Ma, essendo inserite nella Legge mosaica, anche quelle feste erano “un ombra delle buone cose avvenire” , avevano cioè un significato profetico molto più profondo.
per sette giorni … non si deve vedere presso di te pasta acida” – Deuteronomio 16:4
Come già sopra indicato, la prima festa si celebrava nel primo mese dell’antico calendario sacro ebraico, dal 15 al 21 abib o nisan, che corrispondeva a fine marzo o ai primi di aprile del nostro calendario. Era chiamata “festa dei pani non fermentati” e, dato che veniva immediatamente dopo la Pasqua del 14 abib o nisan, era pure chiamata “la festa della pasqua”. Prese il nome dai pani non fermentati o non lievitati, gli unici consentiti durante i sette giorni della festa. Essa ricordava agli israeliti che avevano lasciato l’Egitto così in fretta da non avere il tempo di mettere il lievito nella pasta e di aspettare che fermentasse (cfr. Esodo 12:34). Durante quella festa in nessuna casa israelita doveva esserci pane lievitato. Qualunque partecipante, anche se residente forestiero, avesse mangiato pane lievitato sarebbe stato punito con la morte (cfr. Esodo 12:19).
Il primo giorno della festa si teneva un’assemblea solenne ed era considerato un sabato, anche se cadeva un diverso giorno della settimana. Il secondo giorno della festa, il 16 abib o nisan, il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un covone della mietitura dell’orzo, il primo prodotto dei campi in Palestina (cfr. Levitico 23:6-16). Prima della festa non si potevano mangiare cereali freschi né pane o cereali abbrustoliti del nuovo raccolto. Il sacerdote offriva simbolicamente queste primizie a Geova agitando da una parte all’altra un covone di spighe, mentre veniva offerto in olocausto un montone sano di un anno insieme a un’offerta di cereali intrisi d’olio e a una libagione. Non solo c’era un’offerta di primizie nazionale o pubblica, ma anche ogni famiglia e singolo individuo che aveva un possedimento in Israele doveva offrire sacrifici di rendimento di grazie durante la festa. La Legge, poi, consentiva che, in casi eccezionali, se non fosse stato possibile celebrare la festa nei giorni stabiliti, questa venisse osservata un mese dopo, “nel secondo mese, il quattordicesimo giorno fra le due sere” (cfr. Numeri 9:10,11).
Questo è ciò che accadde, ad esempio, nel primo anno del regno del fedele re Ezechia. Non appena salì al trono, nel 745 a.C., all’età di 25 anni, Ezechia si propose di ristabilire l’adorazione di Geova nel paese poiché suo padre, Acaz, aveva lasciato dilagare in Giuda l’adorazione idolatrica. Ezechia riaprì e restaurò il tempio di Gerusalemme che il padre aveva spogliato di tutti i suoi preziosi arredi per regalarli al re di Assiria onde garantirsi la sua protezione. Il lavoro di restaurazione fu completato solo il 16 di abib o nisan per cui non c’era stato tempo per celebrare la pasqua e la successiva festa dei pani non fermentati. Pertanto Ezechia si avvalse di quella speciale disposizione della Legge per celebrare la festa il mese successivo. La gioia della popolazione fu così grande che si decise di prolungare la festa per altri sette giorni (cfr. 2Cronache 30:1-3,13,21-23). Un’altra significativa narrazione relativa alla celebrazione di questa festa si trova nel libro biblico di Esdra. Dopo la liberazione degli ebrei da Babilonia e il loro ritorno nella Terra Promessa, il tempio di Gerusalemme venne ricostruito e nel 515 a.C. venne inaugurato proprio con la celebrazione della festa dei pani non fermentati. In Esdra 6:19,22, infatti, si legge: “E gli ex esiliati tennero la pasqua il quattordicesimo giorno del primo mese … E continuarono a tenere la festa dei pani non fermentati per sette giorni con allegrezza”. 

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dovete osservare questa cosa come un regolamento per te e per i tuoi figli a tempo indefinito
Un ulteriore riferimento degno di nota che riguarda la festa è quello narrato in Luca 2:41-52. Gesù aveva 12 anni e aveva seguito i suoi genitori, Giuseppe e Maria, a Gerusalemme per la celebrazione annuale della pasqua e della festa dei pani non fermentati. Durante il viaggio di ritorno da Gerusalemme, la sera si accorgono che Gesù non è con il loro gruppo. Allora tornano a Gerusalemme a cercarlo; lo cercano per un giorno intero, ma invano. Nemmeno il secondo giorno riescono a trovarlo. Infine, il terzo giorno, vanno nel tempio. Lì, in una delle sale, vedono Gesù seduto in mezzo ai maestri giudei ad ascoltarli e a far loro domande. Quali lezioni ci insegna questo racconto che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola “per nostra istruzione”? (cfr. Romani 15:4) … Giuseppe e Maria non erano certo dei genitori snaturati che non badavano ai loro figli; oltre a Gesù ne avevano almeno altri sei più piccoli di lui di cui dovevano prendersi cura (cfr. Matteo 13:55,56). Probabilmente pensavano che Gesù, il più grande, stesse insieme agli altri parenti e amici che viaggiavano con loro. Il fatto che affrontassero un così lungo viaggio insieme a tutti i loro bambini dimostra non solo che genitori amorevoli erano ma anche quanto tenessero al loro bene spirituale; si, non delegavano ad altri l’istruzione religiosa dei loro figli, come fanno oggi tanti genitori cosiddetti “cristiani”, spesso con risultati disastrosi sotto l’aspetto morale, ma si accertavano in prima persona che i figli imparassero a conoscere il loro Creatore e ad adorarlo portandoli con se ad ascoltare la lettura della Legge che veniva fatta durante quelle feste. Quelle feste, infatti, pur essendo motivo di grande gioia per il popolo di Israele, non erano occasioni per fare baldoria; lo scopo principale era quello di istruire il popolo mediante la lettura della Legge che veniva fatta dai sacerdoti e permettevano ai partecipanti di meditare su importanti verità relative alla loro fede e di parlarne tra loro per un reciproco incoraggiamento rinsaldando i legami spirituali che venivano tenuti stretti anche con quelli che vivevano in altre nazioni (ad esempio in Atti 2:9-11 si legge che alla Pentecoste del 33 A.D., una delle tre feste di cui era richiesta per legge l’osservanza, erano presenti ebrei provenienti da Partia, Media, Elam, Mesopotamia, Cappadocia, Ponto, Asia, Frigia, Panfilia, Egitto, Libia, Roma, Creta e Arabia). Inoltre avevano un significato profetico, lasciando intravedere alcuni aspetti dell’adempimento del proposito di Geova per la salvezza del genere umano.
Comunque, col passare del tempo lo zelo iniziale per il ripristino della vera adorazione si affievolì. I sacerdoti divennero incuranti, orgogliosi e ipocriti e la celebrazione della festa divenne una semplice farsa. Geova dovette suscitare il suo profeta Malachia per denunciare il formalismo del servizio sacerdotale, mediante il quale disse a quegli ipocriti: “voi mi profanate col vostro dire:La tavola di Geova è qualcosa di contaminato, e il suo frutto è qualcosa da disprezzare, il suo cibo’.E avete detto: Ecco, che fatica!’ e lo avete fatto disprezzare” … “E avete portato qualcosa di rapito, e lo zoppo, e il malato; sì, lo avete portato come dono. Posso compiacermi di ciò dalla vostra mano?” (Malachia 1:12,13). Essi avevano perso l’amore per la pura adorazione e continuavano ad osservare le sue norme, incluse quelle relative alle festività, per mero senso del dovere. Invece di offrire il meglio del loro prodotto quegli ipocriti cominciarono a offrire lo scarto, ciò di cui in realtà volevano liberarsi. Qui c’è un’importante lezione per tutti quelli che si dichiarano servitori di Dio! Stanno dando a Dio il meglio di se stessi, delle proprie risorse morali e materiali o gli dedicano gli avanzi del proprio tempo e considerano una “fatica” fare ciò che Dio richiede da loro?
Al tempo di Gesù fu evidente l’allontanamento dei capi religiosi ebrei dallo spirito genuino e sacro della festa, e come questa veniva osservata solo in maniera formale. Mentre si avvicinavano i giorni della celebrazione della festa, nel condannarli Gesù disse loro: “Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti! perché date la decima della menta e dell’aneto e del comino, ma avete trascurato le cose più importanti della Legge, cioè la giustizia e la misericordia e la fedeltà. Queste cose era doveroso fare, senza trascurare le altre. Guide cieche, che scolate il moscerino ma inghiottite il cammello!” (Matteo 23:23,24). Quegli ipocriti scribi e farisei osservavano scrupolosamente i dettagli della Legge e le feste comandate, alle quali avevano aggiunto una sequela di tradizioni di origine umana che aveva fatto perdere di vista il vero significato di quelle disposizioni prese da Geova per la loro benedizione. La loro devozione era divenuta solo di facciata, mostrata per avere il plauso e la lode degli uomini mentre il loro cuore era “molto lontano” dai giusti princìpi su cui la Legge si basava (cfr. anche Matteo 15:6-9).
Continuate a far questo in ricordo di me” – Luca 22:19
La notte che gli Israeliti furono liberati dalla schiavitù egiziana, Dio comandò loro di consumare un pasto che comprendeva pane un agnello senza difetto; doveva infatti essere “sano, un maschio, di un anno”. Il sangue di quell’agnello doveva essere spruzzato sugli stipiti delle porte delle loro case in modo che l’angelo della morte, che avrebbe ucciso i primogeniti degli egiziani, vedendolo sarebbe passato oltre mantenendo in vita i loro primogeniti. Secondo la disposizione di Dio l’agnello veniva ucciso e scuoiato, le interiora venivano pulite e rimesse a posto; poi era arrostito intero, senza rompere nessun osso; questo particolare aspetto profetico si adempì alla morte di Gesù allorché i giudei chiesero ai soldati romani di rompere le gambe di Gesù e dei due malfattori per affrettarne la morte, il racconto dice infatti che “i soldati vennero e ruppero le gambe del primo uomo e quelle dell’altro uomo che erano stati messi al palo con lui.Ma venuti da Gesù, poiché videro che era già morto, non gli ruppero le gambe … queste cose avvennero affinché si adempisse la scrittura: “Nessun osso gli sarà rotto”” (Giovanni 19:31-37 *). L’agnello veniva mangiato insieme a pani non lievitati, “il pane d’afflizione”, ed erbe amare, perché durante la schiavitù la vita degli israeliti era stata amara. Dio poi comandò agli Israeliti di ripetere ogni anno, lo stesso giorno, il 14 abib o nisan, quel pasto per ricordare il ruolo che aveva avuto il sangue di un agnello nella salvezza dei primogeniti di Israele (cfr. Esodo 12:1-14,26,27). Da quel momento in poi, ogni anno, lo stesso giorno, in tutte le famiglie ebree il padre ricordava tale salvezza alla sua famiglia.  
La sera in cui iniziò il 14 di abib o nisan del 33 A.D., in obbedienza a quella disposizione, anche Gesù e i suoi apostoli si riunirono in una stanza superiore a Gerusalemme per ricordare quell’avvenimento. Quella era la quarta volta che Gesù celebrava la pasqua ebraica insieme ai suoi apostoli ma quella sera, dopo aver osservato la pasqua ebraica, Gesù fece qualcosa di nuovo, che non aveva mai fatto nelle tre volte precedenti. Nel racconto dell’evangelista Luca leggiamo: “preso un pane, rese grazie, lo spezzò, e lo diede loro, dicendo: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E il calice nella stessa maniera, dopo che ebbero preso il pasto serale, dicendo: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:19,20). Con queste parole egli istituì ciò che viene oggi chiamato “la Cena del Signore” o “il Pasto Serale del Signore” che da quel momento in poi sostituì la celebrazione della pasqua ebraica. Infatti disse ai suoi fedeli apostoli (il traditore Giuda era stato già allontanato): “Continuate a far questo in ricordo di me”. Poiché la pasqua ebraica si teneva una volta l’anno, il 14 di abib o nisan, è ragionevole pensare che anche la celebrazione della Cena del Signore o del Pasto Serale del Signore, comunque lo si voglia chiamare, si celebri una volta l’anno, nella stessa data, e non più volte come fanno molti sedicenti cristiani. Ciò che Gesù comandò di celebrare o commemorare era la sua morte che seguì quella cerimonia. L’agnello che gli israeliti dovevano uccidere e mangiare quel giorno, come dicono le Scritture, raffigurava proprio Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29) e il suo sangue venne versato per la salvezza di tutto il genere umano, com’è ancora scritto: “Per mezzo di lui abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue, sì, il perdono dei nostri falli” (Efesini 1:7). L’apostolo Paolo confermò questo scrivendo sotto ispirazione divina: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1 Corinti 11:26). Pertanto la Pasqua di Risurrezione celebrata dal cristianesimo apostata non ha nulla a che fare con il comando di Cristo.
Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” – 1Corinti 15:20
Il giorno successivo alla pasqua ebraica, cioè dal 15 di abib o nisan, iniziava la celebrazione della “festa dei pani non fermentati” che durava per i successivi sette giorni. Il secondo giorno della festa, come già detto, il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un “covone delle primizie” della mietitura dell’orzo, il primo ad essere raccolto nell’anno (cfr. Levitico 23:10,11). Come fu appropriato che nel 33 A.D., proprio in quel giorno, Geova vanificasse i perfidi tentativi di Satana di eliminare per sempre il “seme” promesso. Il 16 nisan di quell’anno Geova risuscitò Gesù dai morti, nel terzo giorno dalla sua morte (cfr. Luca 9:22; 24:1-8). Egli fu ben prefigurato dal “covone delle primizie” che il sommo sacerdote agitava davanti a Geova quel giorno poiché divenne la “primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1 Corinti 15:20-23). In che senso? … A differenza di quelli che erano stati risuscitati prima di lui, Gesù non morì di nuovo. Egli, che nacque e visse fino alla morte senza peccato (rappresentato nella Bibbia dal lievito, da cui il comando di non mangiare pane lievitato in quei giorni – cfr. 1Corinzi 5:7,8; Ebrei 7:26; 1Pietro 2:21-24), fu il primo ad esser risuscitato con un corpo spirituale perché potesse tornare a vivere per sempre in cielo in attesa che arrivasse il momento di essere intronizzato Re del celeste Regno di Dio (cfr. Romani 6:9; 1Corinzi 15:44; Ebrei 10:12,13).

 Assunzione

 Cristo … primizia di quelli che si sono addormentati nella morte
Gesù Cristo venne risuscitato il 16 abib o nisan del 33 A.D., il secondo giorno della “festa dei pani non fermentati”, giorno in cui si offrivano a Geova le primizie della mietitura. Riguardo a Gesù l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte … Nel Cristo tutti saranno resi viventi. Ma ciascuno nel proprio ordine: Cristo la primizia, poi quelli che appartengono al Cristo durante la sua presenza” (1 Corinti 15:20-23). In che senso Gesù fu la “primizia di quelli che si sono addormentati nella morte”? Sappiamo dalle Scritture che prima di lui altri erano stati risuscitati da morte: il profeta Elia a suo tempo aveva risuscitato il figlio di una vedova a Zarefat (cfr. 1Re 17:17-24); il profeta Eliseo anche risuscitò il figlio di una donna nella città di Sunem (cfr. 2Re 4:32-37); Gesù stesso riportò in vita l’unica figlia di Iairo, il presidente della sinagoga di Capernaum, anche l’unico figlio di una vedova della città di Nain e il suo amico Lazzaro a Betania (cfr. Marco 5:35-42; Luca 7:11-17; Giovanni 11:43,44). Ma tutte quelle persone dopo la risurrezione morirono di nuovo. Non fu così per Cristo! Perché? Dio ispirò l’apostolo Pietro a scrivere nella sua prima lettera che Cristo fu “messo a morte nella carne ma … reso vivente nello spirito” e ne spiega anche il motivo dicendo che “Egli è alla destra di Dio, poiché andò in cielo; e angeli e autorità e potenze gli furono sottoposti” (1Pietro 3:18,22). Anche l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere che “l’ultimo Adamo [Cristo] divenne spirito vivificante” e sul motivo aggiunse che “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l’incorruzione” (1Corinti 15:45,50). Quindi, come lasciano ad intendere le Scritture, a differenza degli altri risuscitati, Cristo fu risuscitato con un corpo spirituale affinché potesse ritornare in cielo da dove era venuto. L’apostolo fu anche ispirato a scrivere: “sappiamo che Cristo, ora che è stato destato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più” (Romani 6:8) e ancora che Gesù è “il solo che ha immortalità”. Cristo, dunque, fu il primo ad essere risuscitato a una vita spirituale immortale, non più soggetta alla corruzione, come può esserlo un corpo carnale. Per tutti questi aspetti Gesù viene anche definito “il primogenito dai morti” (cfr. Colossesi 1:18; Rivelazione o Apocalisse 1:5). Il covone delle primizie che il sommo sacerdote agitava da una parte all’altra dinanzi a Geova prefigurava Gesù Cristo risuscitato, il primo ad essere destato dai morti alla vita eterna.
guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” – Matteo 16:6
Durante il suo ministero terreno Gesù spiegò il significato simbolico del fermento o lievito, quando consigliò ai discepoli: “Tenete gli occhi aperti e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”. Poiché i discepoli ragionavano erroneamente fra loro sul significato di queste parole, egli disse esplicitamente: “‘Come mai non discernete che non vi ho parlato di pani? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei’. Allora compresero che non diceva di guardarsi dal lievito dei pani, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei” (Matteo 16:6,11,12). Successivamente anche l’apostolo Paolo attribuì un significato simile al lievito in relazione alla festa dei pani non fermentati e disse: “Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare l’intera massa? Eliminate il vecchio lievito, affinché siate una nuova massa, secondo che siete liberi da fermento. Poiché, in realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1 Corinti 5:6-8). Cosa significa questo per i veri cristiani?
Gesù condannò fermamente l’insegnamento dei farisei e sadducei dicendo loro: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” con il risultato che insegnavano “come dottrine comandi di uomini” (cfr. Matteo 15:6-9). Quegli uomini “ipocriti” avevano corrotto la genuinità dell’insegnamento biblico dando vita a una “tradizione” orale, frutto di pensieri e ragionamenti umani che distorcevano le verità scritte nella Parola di Dio. Col tempo la stessa cosa è accaduta nel cristianesimo: uomini avidi di potere e corrotti hanno dato vita a una “tradizione” umana basata su insegnamenti presi in prestito dal paganesimo e dalla filosofia greca che i cosiddetti “Dottori” hanno rielaborato in chiave “cristiana” dando così vita a un falso cristianesimo. Tali insegnamenti costituiscono la base comune di tutte le chiese di ispirazione cattolica, ortodossa e protestante. I veri cristiani non devono permettere che questo tipo di lievito corrompa la loro fede rigettando tutti quegli insegnamenti che non trovano fondamento nella Parola di Dio (vedi, ad esempio, la dottrina trinitaria, l’insegnamento di un anima immortale e di una vita dopo la morte, quello relativo alla speranza della vita celeste per tutti e all’esistenza di un luogo di tormento eterno, il culto e la venerazione di santi e madonne, l’osservanza di feste di chiara origine pagana, come il Natale, ecc.). Hanno anche l’obbligo di proteggere la purezza della comunità cristiana sia a livello personale, con una condotta casta e pura, che allontanando da essa gli apostati e i peccatori impenitenti. Sebbene non siano più sotto la Legge mosaica e perciò non obbligati ad osservarne tutte le disposizioni (cfr. Galati 3:23-25; Efesini 2:14,15), sotto questi aspetti la loro intera vita deve essere paragonabile all’antica festa dei pani non fermentati. Infatti, richiamando l’attenzione sul significato profetico di questa festa, l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1Corinti 5:7,8).

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(*) – Secondo la legge mosaica, il delinquente giustiziato non doveva restare appeso tutta la notte al palo d’esecuzione, ma doveva essere seppellito lo stesso giorno, per non contaminare il paese per mancanza di riguardo verso la legge di Dio (cfr. Deuteronomio 21:22, 23). Se, dunque, Gesù e i delinquenti ch’erano al suo fianco fossero rimasti vivi sul legno, essendo già il tardo pomeriggio, vi sarebbero rimasti anche dopo l’inizio del sabato al tramonto. Per impedire ciò, i Giudei chiesero che a tutt’e tre fossero rotte le gambe. Un ricercatore francese, il dott. Jacques Bréhant, ne commentò la ragione, com’è riportato in Medical World News del 21 ottobre 1966. Vi si legge: “Il crurifragium, la rottura delle gambe all’uomo crocifisso, gli rendeva impossibile di sollevarsi per respirare … I Giudei chiesero che fossero rotte le gambe a tutt’e tre i condannati e che fossero portati via. Conformemente i soldati ruppero le gambe dei ladroni. Ma quando arrivarono da Gesù, i soldati poterono vedere che Egli era già morto”. Se Gesù fosse stato vivo, i soldati avrebbero rotto le gambe anche a lui. In tal modo si adempì la profezia messianica riportata nel Salmo 34:20 che diceva: “Ne custodisce tutte le ossa; nemmeno uno d’essi è stato rotto”.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VI

“QUESTO SIGNIFICA IL MIO SANGUE … CHE DEVE ESSERE VERSATO A FAVORE DI MOLTI PER IL PERDONO DEI PECCATI”

Matteo 26:28

Cristo

Anteprima
Vi dichiarate ‘cristiani? … Allora qual è la vostra speranza per il futuro?… Sperate in qualche modo di andare a vivere in cielo, alla presenza di Dio, come insegnano ai loro fedeli la maggior parte delle confessioni religiose cosiddette ‘cristiane’? … Se è così dovreste leggere con molta attenzione le informazioni che seguono, basate principalmente sulla Parola di verità di Dio. Perché? … Coloro che si dichiarano ‘cristiani’, appartenenti ad una delle religioni della galassia protestante, o alle varie Chiese Ortodosse o alla Chiesa Cattolica, oggi sono circa 2.200.000.000 su tutta la terra; a questi si devono aggiungere anche i milioni di uomini e donne che hanno dichiarato di avere la stessa fede ma che si sono addormentati nella morte. Ma la Parola di Dio dice esplicitamente che solo 144.000 “sono comprati dalla terra … comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). Nella visione apocalittica l’apostolo Giovanni li vede stare insieme all’Agnello, Cristo Gesù, “sul monte Sion”; cosa simboleggia? … Sion anticamente era il monte su cui sorgeva Gerusalemme, la capitale del regno di Israele che rappresentava il dominio divino sulla terra. Perciò nella visione è preso come simbolo della sede celeste del Regno di Dio. L’apostolo Paolo lo confermò quando scrisse sotto ispirazione divina: “vi siete accostati al monte Sion e alla città dell’Iddio vivente, la Gerusalemme celeste, e a miriadi di angeli, in generale assemblea, e alla congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli, e a Dio giudice di tutti, e alle vite spirituali dei giusti che sono stati resi perfetti, e a Gesù mediatore di un nuovo patto” (Ebrei 12:22-24). Questi 144.000, e solo loro, sono dunque destinati alla vita celeste con l’incarico di affiancare Gesù nel regno millenario, svolgendo la doppia funzione di ‘re e sacerdoti’ (cfr. Rivelazione o Apocalisse 5:10). Che fine faranno tutti gli altri? … Quale sarà la vostra personale sorte? … La storia dimostra che nel corso del tempo alcuni che dichiaravano di essere ‘cristiani’ si aspettavano di andare in cielo, ma sono rimasti profondamente delusi; quella loro speranza non si è mai concretizzata. Ad esempio, il 22 ottobre del 1844 migliaia di ‘cristiani’ avventisti aspettarono che Gesù scendesse dal cielo per prenderli e portarli con se nel reame celeste. La loro delusione fu grande quando ciò non si avverò! … Nonostante questo quei ‘cristiani’ hanno ripreso a sperare nella discesa di Cristo per prenderli e portarli con se in cielo. Oltre a loro milioni di fedeli delle altre confessioni ‘cristiane’ si aspettano in qualche modo di andare a vivere in cielo, alla loro morte o in qualche tempo stabilito da Dio. C’è il rischio che questa speranza sia ancora delusa? E perché? … Cosa insegna la Parola di Dio al riguardo? …

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Una cosa che sembra molto difficile da comprendere e accettare per molti sedicenti ‘cristiani’ è la dicotomia della speranza contenuta nelle Sacre Scritture. Quasi tutte le confessioni religiose facenti capo a un cristianesimo che spesso non si basa sugli insegnamenti di Cristo e dei suoi fedeli apostoli ma su tradizioni, filosofie e ragionamenti d’origine umana, che siano essi formulati da “Dottori”, “Maestri”, “Santoni”, presunti “Profeti”, ecc., insegnano ai loro fedeli, pur con qualche variante l’una rispetto all’altra, che andranno tutti a vivere in cielo dopo la loro morte o, comunque, al ritorno di Cristo. Eppure Gesù parlò chiaro quando disse: “Felici quelli che si rendono conto del loro bisogno spirituale, poiché a loro appartiene il regno dei cieli … Felici quelli che sono d’indole mite, poiché erediteranno la terra” (Matteo 5:3,5). Sembra abbastanza chiaro l’insegnamento di Cristo: c’è una speranza celeste e una terrestre. Chi e perché può perseguire la prima, chi e perché si affida alla seconda?
Pur avendo esiti diversi, queste due speranze hanno un comune denominatore: il sacrificio di Cristo. Questo, infatti, fu il provvedimento preso da Geova Dio per la salvezza di tutto il genere umano ubbidiente discendente da Adamo, come è stato scritto: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, onde chiunque esercita fede in lui non sia distrutto ma abbia vita eterna”, perciò “come in Adamo tutti muoiono, così anche nel Cristo tutti saranno resi viventi” (Giovanni 3:16; 1Corinti 15:22). Sempre sotto ispirazione divina, poi l’apostolo Paolo aggiunse: “Dio ritenne bene di far dimorare in lui tutta la pienezza,e per mezzo di lui riconciliare di nuovo con sé tutte le altre cose facendo la pace mediante il sangue che egli sparse sul palo di tortura, siano esse le cose sulla terra o le cose nei cieli” (Colossesi 1:19,20). Come si evince, ancora una volta viene dato risalto alla duplice speranza che Dio, mediante il sacrificio di Cristo, ha posto dinnanzi al genere umano: l’espressione “le cose sulla terra” si riferisce agli esseri umani che otterranno la vita eterna sulla terra (cfr. Salmo 37:29) mentre l’espressione “le cose nei cieli” si riferisce a coloro che invece hanno la speranza di vivere in cielo come re e sacerdoti accanto al Re e Sommo Sacerdote, Cristo Gesù (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:6).
In linea con il tema di questa serie di post, anche questa duplice speranza venne raffigurata da una disposizione che Geova Dio prese nel passato a favore del popolo di Israele, scritta nella Legge data per mezzo di Mosè e riportata nella Parola di Dio anche per il nostro beneficio, così spiegata: “Tutte le cose che furono scritte anteriormente furono scritte per nostra istruzione, affinché per mezzo della nostra perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza” (Romani 15:4). Questa disposizione fu la celebrazione del Giorno di Espiazione, come riportata nel libro biblico di Levitico al capitolo 16.
il decimo giorno di questo settimo mese … dovete affliggere le vostre anime” – Levitico 23:27
Quello era un giorno speciale per tutta la nazione. Doveva essere osservato “nel settimo mese, il decimo giorno del mese” (Levitico 16:29). Il “settimo mese”, chiamato etanim o tishri,  dell’anno sacro ebraico (che iniziava in primavera con il primo mese, chiamato abib o nisan, che si calcolava a partire dalla prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera, il 21 marzo dell’attuale calendario) era un mese particolarmente dedicato all’osservanza di feste comandate. Il 15° giorno del mese, infatti, si celebrava la “festa delle capanne”, detta anche “la festa della raccolta al volgere dell’anno” poiché segnava la fine dell’anno agricolo con la raccolta degli ultimi frutti della principale attività della popolazione, quella agricola. Durava 7 giorni, dal 15° al 21° giorno del mese e si concludeva l’8° giorno con una solenne assemblea. Erano giorni di grande allegria ma anche di rendimento di grazie per le benedizioni ricevute da Geova col frutto di tutte le messi (cfr. Numeri 29:12-38). Il giorno di Espiazione precedeva questa festa, poiché doveva celebrarsi il 10° giorno di tishri. Quello era un tempo di santo congresso e di digiuno, com’è indicato dal fatto che il popolo doveva “affliggere la propria anima” (cfr. Levitico 23:27). Questo era l’unico digiuno obbligatorio sotto la Legge mosaica. Era anche un sabato, tempo di astensione dal normale lavoro. Questa festa fu istituita quando Israele era accampato nel deserto del Sinai, dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana.
Dio stesso fornì il modello per la celebrazione di questo avvenimento che fu seguito da tutte le successive generazioni degli Israeliti. Gli aspetti principali erano questi:
Il sommo sacerdote doveva entrare nel primo compartimento del tabernacolo (poi del tempio costruito da Salomone) chiamato il “santo” con un giovane toro come offerta per il peccato e un montone come olocausto (cfr. Levitico 16:3 – *). Doveva anche prendere due capri, esattamente uguali, sani e senza difetto sui quali tirava la sorte per determinare quale dei due sarebbe stato sacrificato a Geova come offerta per il peccato e quale sarebbe stato lasciato libero nel deserto per portare i loro peccati come capro “per Azazel” (**).
Egli immolava il giovane toro come offerta per il peccato per sé e per la sua casa, che includeva l’intera tribù di Levi, di cui la sua famiglia faceva parte (cfr. Levitico 16:6,11). Quindi entrava nel secondo compartimento, detto il “santissimo”, dov’era conservata l’Arca della testimonianza, per bruciare incenso sul coperchio dell’arca sormontato da due cherubini. Fatta questa operazione usciva dal “santissimo” per prendere il sangue del toro sacrificato e vi rientrava con lo stesso per spruzzarlo, con il dito, sette volte davanti al coperchio dell’Arca. In questo modo completava l’espiazione per la classe sacerdotale, così che i sacerdoti erano resi puri e in grado di fare da mediatori fra Geova e il suo popolo (cfr. Levitico 16:6,14).
Successivamente immolava il capro su cui era caduta la sorte “per Geova”, ne portava il sangue nel “santissimo” da spruzzare ugualmente davanti al coperchio dell’Arca facendo in tal modo espiazione per il resto della popolazione, cioè per gli appartenenti alle altre tribù non sacerdotali di Israele (cfr. Levitico 16:15,16). Nessun altro, oltre al sommo sacerdote e solo in quella circostanza, poteva entrare nel “santissimo”, pena la morte (cfr. Levitico 16:2).
Poi doveva prendere un po’ del sangue del toro e un po’ del sangue del capro e uscire nel cortile, dov’era “l’altare dell’olocausto” e spruzzarli insieme, nella medesima maniera con cui l’aveva fatto verso l’Arca, sull’altare stesso. In questo modo l’altare veniva purificato e santificato (cfr. Levitico 16:16-20).
Infine il sommo sacerdote doveva rivolgere l’attenzione all’altro capro, quello “per Azazel”. Gli poneva le mani sul capo, confessava su di esso “tutti gli errori dei figli d’Israele e tutte le loro rivolte in tutti i loro peccati”, ponendoli sul suo capo, e poi lo mandava via “nel deserto”. In tal modo il capro portava gli errori degli israeliti nel deserto, dove scompariva (cfr. Levitico 16:20-22).
fratelli santi, partecipi della chiamata celeste” – Ebrei 3:1
In base a quando scritto dall’apostolo Paolo in Ebrei 10:1, cioè che “la Legge ha un ombra delle buone cose avvenire”, facendo il giorno di Espiazione parte di quella Legge, qual è il suo significato profetico? Nella sua lettera l’apostolo spiega che l’adempimento antitipico di quella celebrazione è imperniato sull’unico sacrificio di Gesù Cristo. Infatti, al capitolo 9, dopo aver detto che “come in realtà il sommo sacerdote entra nel luogo santo di anno in anno con sangue non suo”, con un chiaro riferimento a quanto accadeva nel giorno di Espiazione, affermò che “Cristo entrò non in un luogo santo fatto con mani, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per apparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi ... per togliere il peccato per mezzo del sacrificio di se stesso” (vv. 24-26). Il fatto che in quel giorno si portava nel Santissimo il sangue di più di un animale serviva a richiamare l’attenzione su aspetti diversi di ciò che viene conseguito dal perfetto sacrificio umano di Gesù. Quali?
Ricordiamo che la prima cosa che il sommo sacerdote faceva era quella di portare nel “santissimo” il sangue del toro che serviva per l’espiazione “di Aaronne e la sua casa” (cfr. Levitico 16:11), cioè per la classe sacerdotale. Scrivendo la sua prima lettera ai suoi conservi cristiani, sotto ispirazione divina l’apostolo Pietro disse: “voi, come pietre viventi, siete edificati come una casa spirituale in vista di un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo”, quindi aggiunse: “Voi siete ‘una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso, affinché dichiariate le eccellenze’ di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce” (1Pietro 2:5,9). Pertanto quei cristiani avrebbero affiancato Cristo, l’antitipico Sommo Sacerdote, nel servizio sacerdotale. Dove questi dovevano svolgere il loro servizio? Uno di loro, l’apostolo Paolo, lo spiegò dicendo: “Quindi, fratelli santi, partecipi della chiamata celeste, considerate l’apostolo e sommo sacerdote che noi confessiamo, Gesù” (Ebrei 3:1). È dunque in cielo che questi cristiani affiancheranno Gesù per officiare la loro opera sacerdotale. Come spiegato nel mio precedente post, proprio il cielo venne rappresentato dal compartimento detto “santissimo” dell’antico tabernacolo o tempio dove entrava una volta l’anno il sommo sacerdote, il giorno di Espiazione, e dove Cristo “entrò una volta per sempre … non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Per accedere al cielo Gesù dovette superare la simbolica “cortina” che divideva il “santo” dal “santissimo”, una parete divisoria che, come scrisse l’apostolo Paolo, rappresentava “la sua carne” (cfr. Ebrei 10:20). Dovette, cioè, abbandonare il suo corpo carnale nella morte per essere poi risuscitato con un corpo spirituale (cfr. il mio post del 23 febbraio u.s., CRISTO ENTRÒ … NEL CIELO STESSO, PER COMPARIRE ORA DINANZI ALLA PERSONA DI DIO PER NOI, https://gi1967.wordpress.com/2016/02/23/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-v/). In maniera simile anche i suoi sottosacerdoti dovranno abbandonare i loro corpi carnali nella morte per essere poi risuscitati con un corpo spirituale onde accedere al cielo. Quindi il sacrificio del giovane toro, il cui sangue veniva portato per primo nel “santissimo”, simboleggiò il fatto che il sacrificio di Cristo sarebbe stato applicato prima a favore di coloro che sarebbero stati uniti a Gesù nel sacerdozio con la speranza di andare a vivere in cielo dopo la loro morte. Questi furono prefigurati dalla tribù sacerdotale di Levi. Per questo motivo essi vengono definiti “primizie a Dio e all’Agnello” (cfr. Giacomo 1:18; Rivelazione o Apocalisse 14:4). Dio iniziò a scegliere le persone che  avrebbero fatto parte di questo primo gruppo il giorno di Pentecoste del 33 A.D. facendo scendere su di loro il suo spirito santo, proprio come aveva già fatto con Gesù il giorno del suo battesimo, “ungendoli” o nominandoli per quel particolare incarico (cfr. Atti 2:1-4). Anch’essi, infatti devono “nascere di nuovo” o essere “ricreati” o, come viene più propriamente detto, “adottati” quali figli spirituali di Dio per poter accedere al reame celeste (cfr. Matteo 19:28; Giovanni 1:12; 3:3-7; Romani 8:14-16). La raccolta dei cristiani con la speranza celeste è continuata nei secoli fino a completare il numero stabilito da Dio di 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:4; 14:1-4). Proprio perché il numero di quelli che hanno la speranza di andare in cielo a regnare con Cristo è limitato, Gesù lo definì un “piccolo gregge” dicendo loro: “Non aver timore, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha approvato di darvi il regno” (Luca 12:32).

 Unti

Felici quelli che si rendono conto del loro bisogno spirituale, poiché a loro appartiene il regno dei cieli
Il giorno di Pentecoste del 33 A.D. Geova Dio iniziò a scegliere coloro che avrebbero affiancato Cristo Gesù nel governo celeste che dovrà riportare sulla terra le condizioni paradisiache che c’erano prima del peccato di Adamo ed Eva. Egli fece scendere il suo spirito santo, con una manifestazione visibile simile a fiammelle di fuoco, su 120 discepoli di Gesù riuniti in una stanza a Gerusalemme. In tal modo li rigenerò come suoi figli spirituali, come aveva già fatto con Gesù al tempo del suo battesimo, così che abbandonati i loro corpi carnali nella morte potessero essere risuscitati con un corpo spirituale per accedere al cielo. La Bibbia chiama la loro risurrezione “prima risurrezione” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:5,6) perché, come spiegò l’apostolo Paolo, è “la risurrezione dai morti che ha luogo più presto”, “alla presenza del Signore” (cfr. Filippesi 3:11; 1Tessalonicesi 4:15,16; cfr. anche 1Corinti 15:22,23) e in ordine di importanza, poiché la loro risurrezione sarà come quella di Cristo (cfr. Romani 6:5), riguardo alla quale l’apostolo Pietro disse: “Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, poiché secondo la sua grande misericordia ci ha dato un nuova nascita per una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un’eredità incorruttibile e incontaminata e durevole. Essa è riservata nei cieli per voi” (1Pietro 1:3,4). Da allora il radunamento di quelli che hanno la speranza celeste è continuato fino ai nostri giorni onde completare il numero fissato da Dio di 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:4; 14:1-4).
I giusti stessi possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” – Salmo 37:29
Il fatto che dopo fosse presentato il sangue di un secondo sacrificio, quello del capro dell’offerta per il peccato fatta “per il popolo” (cfr. Levitico 16:15,16), indicava che, dopo la classe celeste, altri esseri umani avrebbero beneficiato del sacrificio di Gesù. Questi furono prefigurate dalle “dodici tribù [non sacerdotali] d’Israele” nel Giorno di Espiazione. Infatti Gesù aveva detto ai suoi discepoli che costituirono il gruppo iniziale dei 144.000 eletti: “Nella ricreazione, quando il Figlio dell’uomo sederà sul suo glorioso trono, anche voi che mi avete seguito sederete su dodici troni, giudicando le dodici tribù d’Israele” (Matteo 19:28). A loro si riferì Gesù quando disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; quelle pure devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). Chi intese con l’espressione “altre pecore”? Tale espressione richiama alla mente una parabola di Gesù, quella delle pecore e dei capri narrata in Matteo 25:31-46. Nella parabola le persone paragonate a “pecore” riceveranno, l’approvazione di Cristo e le benedizioni promesse, quando egli “sederà sul suo glorioso trono”. Perché saranno benedette? Gesù dice perché avranno fatto del bene ai suoi fratelli spirituali. Se ne deduce che le “altre pecore” sono un gruppo di persone diverse da questi che hanno la speranza celeste. Infatti Gesù prima di parlare delle “altre pecore” menzionò un “ovile” dove già entravano delle “pecore” che lo seguivano riconoscendolo come “il pastore eccellente”. Chi erano queste? Proprio il gruppo delle “primizie a Dio e all’Agnello”, cioè coloro che per primi lo accettarono come il Messia promesso al tempo della sua venuta sulla terra. Quando, infatti, Gesù si presentò come Pastore, nel 29 A.D. dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista, disse che era stato specificamente mandato alle “pecore smarrite della casa d’Israele” (Matteo 15:24). Durante i suoi tre anni e mezzo di ministero terreno egli limitò la sua predicazione agli Israeliti naturali. I 120 discepoli che per primi vennero unti con spirito santo il giorno di Pentecoste del 33 A.D. appartenevano tutti alla nazione di Israele (cfr. Atti 2:2-4). Cosi i 3.000 e i 5.000 che divennero suoi discepoli a seguito della testimonianza dei suoi apostoli erano giudei o proseliti giudei che venivano da ogni parte della terra (cfr. Atti 2:5-41; 3:1-26, 4:1-4). Dopo qualche tempo lo spirito santo scese anche sui samaritani e successivamente, a partire dal 36 d.C., anche sui “gentili”, cioè su persone non di stirpe ebraica (cfr. Atti 8:14-17; 10:44-48). Quindi, come già menzionato, il radunamento continuò fino a completare il numero di quelli che venivano scelti con l’unzione dello spirito santo, il “piccolo gregge”. Tutti questi, entrarono a far parte dell’ “ovile” menzionato da Gesù in Giovanni 10:1-10.
Ma poi Gesù disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile”. Questi erano suoi discepoli che non facevano parte del “piccolo gregge”, cioè non avevano la speranza di andare in cielo per essere “re e sacerdoti” insieme a Cristo. Infatti, nella visione apocalittica, dopo aver visto sul “monte Sion”, che rappresentava il regno celeste, i 144.000 “che sono stati comprati dalla terra … comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello”, l’apostolo Giovanni vide “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua”. Queste persone non stavano sul celeste “monte Sion”, perciò non erano coloro che ricevevano un’eredità spirituale o celeste, ma stavano “in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello … E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello”” (Rivelazione o Apocalisse 7:4,9,10; 14:1-4). Gli appartenenti a questa “grande folla” pure usufruiscono dei benefici del sacrificio di Cristo ma con una prospettiva diversa: saranno i sudditi terreni del Regno di Dio, si, hanno la speranza di vivere per sempre sulla terra. Infatti, alla domanda: “Questi che sono vestiti di lunghe vesti bianche, chi sono e da dove son venuti?” la risposta è “Questi sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro lunghe vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:13,14). Essi sono coloro che hanno esercitato fede nel valore espiatorio del sacrificio di Gesù perciò sopravvivranno alla predetta prossima “grande tribolazione” con la quale si porrà fine al sistema satanico sulla terra (cfr. Matteo 24:21). A loro si uniranno, durante il millennio del Regno di Cristo e dei suoi coeredi celesti, i fedeli uomini che sono vissuti e morti prima del sacrificio di Cristo, i quali per questo motivo non hanno la speranza di andare in cielo (cfr. Matteo 11:11; Atti 2:29,34) ma saranno risuscitati per tornare a vivere per sempre sulla terra (cfr. Salmo 45:16). Tutti questi, cioè gli appartenenti alla “grande folla” che sopravvivrà alla fine del sistema satanico e i fedeli uomini del passato che saranno risuscitati durante i mille anni di dominio del Regno (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:13) compongono le “altre pecore” menzionate da Gesù in Giovanni 10:16; essi sono i “giusti” che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” (Salmo 37:29).
Alla fine delle procedure sopradescritte, il sommo sacerdote doveva “uscire verso l’altare”, che si trovava nel cortile del tabernacolo o del tempio, “prendere parte del sangue del toro e parte del sangue del capro e metterlo sui corni dell’altare all’intorno” (Levitico 16:18). Quale significato aveva tale azione? Come già spiegato nel mio precedente post del 29 gennaio u.s. (QUESTA MEDESIMA TENDA È UN’ILLUSTRA-ZIONE PER IL TEMPO FISSATO, CHE ORA È VENUTO, https://gi1967.wordpress.com/2016/01/29/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-iv/) l’altare dell’olocausto raffigurava il provvedimento di Dio per il riscatto della progenie di Adamo da questi condannata a morire, cioè il perfetto sacrificio umano di suo Figlio Cristo Gesù. Pertanto il fatto che il sangue sia del toro che del capro sacrificati venivano sparsi insieme sull’altare stava ad indicare che entrambe le speranze raffigurate dai due sacrifici, quella celeste, per quanto riguardava l’offerta del toro, e quella terrena, simboleggiata dall’offerta del capro, si basavano su un unico sacrificio, quello della vita umana perfetta di Gesù, rappresentata dal suo sangue “versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:28).

 Altre pecore

Felici quelli che sono d’indole mite, poiché erediteranno la terra
Gesù chiamò “piccolo gregge” i suoi 144.000 coeredi celesti (cfr. Luca 12:32). Poi disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile” (Giovanni 10:16). Dicendo che non erano “di questo ovile” affermò che esse non facevano parte del ristretto gruppo di suoi discepoli ai quali il Padre dà “il regno”. Queste rappresentano uomini e donne umili, sottomessi al Re celeste che hanno una speranza diversa. Non vanno in cielo a regnare con Cristo ma sono i sudditi terreni del suo regno. Essi sono quei “giusti” di cui si parla nel Salmo 37:29 che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre”. Queste simboliche “altre pecore” saranno composte da quella “grande folla”, non numerata, di discepoli di Gesù che sopravvivranno alla prossima “grande tribolazione” con la quale Geova Dio porrà fine al sistema satanico sulla terra (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:9,10) e dai fedeli discepoli che si sono addormentati nella morte, i quali saranno risuscitati durante il regno millenario (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:6). Tra quest’ultimi ci saranno i fedeli uomini dell’antichità morti prima della venuta di Cristo, come Enoc, Noè, Abramo, Giacobbe, Isacco, Davide, Giuseppe il marito di Maria e tutti gli altri uomini e donne di fede menzionati nel capitolo 11 di Ebrei (cfr. Salmo 45:16). Essi riceveranno di nuovo la vita mediante la risurrezione grazie al sacrificio di Cristo, divenendo in tal modo da suoi “antenati”, suoi “figli”.
è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” – Levitico 17:11
Infatti, riguardo al secondo capro scelto per quel particolare giorno, il comando di Dio diceva: “deve restare vivo dinanzi a Geova in modo da fare espiazione per esso, al fine di mandarlo via per Azazel nel deserto” (Levitico 16:10). Cosa simboleggiava? Un modello fornito nella Legge ci aiuta a comprenderlo. Quando un israelita veniva colpito dalla lebbra, per certificarne la guarigione il sacerdote doveva prendere due uccelli; uno dei due veniva sgozzato mentre l’altro doveva essere immerso nel sangue di quello sgozzato, dopo di che l’uccello vivo veniva lasciato volare via, in tal modo era come se portava via l’impurità della persona che ne era stata colpita (cfr. Levitico 14:1-8). Allo stesso modo il secondo capro, quello “per Azazel”, sul quale il sommo sacerdote confessava tutti i peccati del popolo, veniva mandato via nel deserto portando con se tutti i peccati commessi dal popolo l’anno prima, che venivano così perdonati. Il valore espiatorio di questo capro derivava dal sangue del capro sacrificato. Geova Dio, infatti, aveva dato al sangue un significato sacro, quando fece scrivere: “l’anima della carne è nel sangue, e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione … perché è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” (Levitico 17:11). Il sangue, quindi, rappresentava la vita di tutte le sue creature. Nel giorno di Espiazione la vita del capro ucciso passava così al capro vivo, cioè al “capro per Azazel” il quale simbolicamente portava via dal popolo i peccati commessi. Il fatto di usare due capri che, ricordiamo erano perfettamente uguali e solo la sorte decideva quale sacrificare e quale mantenere in vita, serviva, quindi, ad accrescere il significato del perdono che Geova concede a coloro che si pentono, come viene spiegato nel Salmo 103:12 con il quale Dio assicura: “Quanto il levante è lontano dal ponente, tanto lontano da noi egli ha posto le nostre trasgressioni”. Erano necessari due capri, perché uno solo non poteva servire come sacrificio letterale ed essere usato poi per portare via i peccati d’Israele. Allo stesso modo Gesù Cristo non solo fu sacrificato, ma porta anche via i peccati di coloro per i quali morì come sacrificio.
Quindi, contrariamente a quando viene insegnato in alcune confessioni cosiddette ‘cristiane’, come gli Avventisti del settimo giorno ad esempio, il “capro per Azazel” non simboleggia Satana il Diavolo il quale non può avere alcuna partecipazione al progetto di espiazione del peccato da parte di Dio! Semmai egli, come insegnano le Scritture, è l’ispiratore principale del peccato (cfr. Giovanni 8:44). Infatti, mediante il suo profeta Isaia Dio fece scrivere: “portò lui stesso le nostre infermità; e in quanto alle nostre pene, se le caricò … egli era trafitto per la nostra trasgressione; era schiacciato per i nostri errori … Geova stesso ha fatto imbattere in lui l’errore di tutti noi … ed egli stesso portò il medesimo peccato di molti, e si interponeva per i trasgressori” (Isaia 53:4-6,12). L’apostolo Pietro, nella sua prima lettera ispirata, ribadì questo punto quando scrisse:Egli stesso portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul palo, affinché morissimo ai peccati e vivessimo per la giustizia(1Pietro 2:24). Di chi stavano parlando gli scrittori ispirati? … si, proprio di Gesù! (cfr. Matteo 8:17) … è lui il simbolico “capro per Azazel in quanto portò via con il suo sacrificio i peccati di tutti coloro che manifestano fede nel valore espiatorio di questo provvedimento di Dio.
L’antico giorno di Espiazione permetteva solo un temporaneo perdono dei peccati, per questo doveva essere ripetuto di anno in anno. Ma, come abbiamo visto, i vari aspetti di quella celebrazione annuale prefiguravano la grande espiazione dei peccati compiuta da Gesù quando venne sulla terra. Per questo l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere: “quando Cristo venne come sommo sacerdote delle buone cose adempiute … entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna”. Gli ebrei di oggi, i quali non riconoscono il sacrificio di Gesù, continuano a osservare il giorno di Espiazione, lo Yom Kippur, ma la loro celebrazione ha ben poco in comune con quella istituita da Dio; infatti viene tenuta senza tabernacolo, né altare, né arca del patto, non vengono sacrificati tori né capri e non esiste un sacerdozio levitico. Oggi i cristiani non hanno bisogno di celebrare un giorno di Espiazione poiché quella disposizione, come molte altre previste dalla Legge mosaica, vennero abrogate con la morte di Gesù, come è scritto: “Per mezzo della sua carne ha abolito … la Legge di comandamenti consistente in decretied “Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Efesini 2:15; Colossesi 2:14).

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(*) – L’ “offerta per il peccato” veniva fatta quando si commettevano peccati involontari, commessi per debolezza della carne imperfetta, non “con mano alzata”, vale a dire non apertamente, con arroganza o di proposito (cfr. Numeri 15:30,31).
L’ “olocausto” costituiva invece una invocazione a Geova perché accettasse, o mostrasse di gradire, l’offerta per il peccato che a volte l’accompagnava. In entrambi i casi gli animali uccisi venivano offerti interamente a Dio, nessuna parte era trattenuta dall’adoratore, pertanto gli animali venivano completamente bruciati.

 

(**) – Il nome Azazel ricorre solo quattro volte nella Bibbia, tutte in relazione con il giorno di Espiazione. L’etimologia di questa parola è controversa. Stando alla grafia del testo ebraico masoretico, ʽazaʼzèl sembra una parola composta da due termini che significano “capro” e “scomparire”. Di qui il significato “capro che scompare”. La Vulgata latina rende il termine ebraico con caper emissarius, cioè “capro espiatorio”. E l’espressione greca usata nella Settanta significa “quello che porta via (che allontana) il male”.

 

Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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