BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – XIII

“IL MIO REGNO NON FA PARTE DI QUESTO MONDO”

Giovanni 18:36

Anteprima
Il giorno di Pentecoste del 33 A.D. fra coloro che ascoltarono la testimonianza relativa al Cristo data dagli apostoli dopo la discesa dello spirito santo ci furono anche “visitatori venuti da Roma” (cfr. Atti 2:10). Alcuni di questi furono tra i 3.000 che quel giorno vennero battezzati quali discepoli di Gesù. Quando rientrarono nella loro città certamente costituirono una comunità cristiana con un corpo di sorveglianti o vescovi (greco epískopoi) che, come in tutte le altre comunità che si formarono in quel tempo, agivano sotto la direttiva degli apostoli e degli anziani di Gerusalemme (cfr. Atti 15:2,6; 16:4). Di sicuro nessuno di quei primi sorveglianti della chiesa di Roma deteneva il primato sugli altri, poiché l’episcopato monarchico non si era ancora sviluppato. Per i primi due secoli di esistenza della chiesa cristiana a nessuno dei fedeli sorveglianti cristiani venne in mente di arrogarsi uno speciale potere all’interno d’essa, sebbene dopo la morte degli apostoli iniziavano a manifestarsi uomini ambiziosi in tal senso (cfr. Atti 20:29,30; 1Giovanni 2:7,18,19).
Tra i primi vescovi di Roma che imposero la propria autorità ci fu Leone I. Michael Walsh, storico cattolico ex gesuita, attualmente bibliotecario allo Heythrop College della London University, ha scritto nel suo libro Lives of the Papes: “Leone si appropriò il titolo un tempo pagano di Pontifex Maximus, tuttora usato dai papi, e portato, fin verso la fine del IV secolo, dagli imperatori romani”. Nel far questo Leone I interpretò a suo favore le parole di Gesù riportate in Matteo 16:18,19 dichiarando che “siccome San Pietro era stato il primo fra gli Apostoli, alla chiesa di San Pietro si doveva accordare il primato fra le chiese” (John Boyer Noss, Man’s Religions). Con lui la corte di Roma iniziò il predominio su tutti i vescovi dell’Impero d’Occidente. Poi, per cementare saldamente la sottomissione dei chierici all’autorità del pontefice romano, fu loro imposto il celibato in pieno contrasto con ciò che le Scritture affermavano al riguardo (cfr. 1Timoteo 3:2-5, Versione Concordata – Mondadori 1968 – cfr. anche Tito 1:5,6). Tale imposizione antiscritturale ha prodotto frutti marci: immoralità, concubinato, figli illegittimi, omosessualità, pedofilia, in tutti i livelli della scala gerarchica, dai semplici diaconi ai vescovi, ai cardinali, fino a numerosi papi (cfr. Matteo 7:15-20). Inoltre la curia romana non si fece scrupoli di ricorrere alla falsificazione di documenti. Il falso più noto è la cosiddetta “Donazione costantiniana” presa a pretesto per attribuire “il primato (principatum) del vescovo di Roma sulle chiese patriarcali orientali: Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme; la sovranità del pontefice su tutti i sacerdoti del mondo; la sovranità della Basilica del Laterano, in quanto “caput et vertex“, su tutte le chiese; la superiorità del potere papale su quello imperiale” (Pier Giorgio Ricci, Donazione di CostantinoInternet Archive del 13 aprile 2014).
Infine il giorno di Natale dell’800 d.C. il re dei franchi, Carlo Magno, venne solennemente incoronato da papa Leone III imperatore del Sacro Romano Impero, un miscuglio politico religioso basato sull’idea che “doveva esserci un solo capo politico nel mondo, che operasse in armonia con la Chiesa universale, ciascuno con la propria sfera e la propria autorità derivata da Dio” (Collier’s Encyclopedia). Un’idea anch’essa totalmente contraria al messaggio di Cristo che disse chiaramente: “Il mio Regno non fa parte di questo mondo … di fatto, il mio regno non è qui” (Giovanni 18:36). Questa è in sintesi la storia dell’origine della Chiesa di Roma, una chiesa “cattolica” o “universale” per volontà di un imperatore pagano,  il fondamento su cui si è sviluppato nel tempo tutto il falso cristianesimo.

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Nell’affannoso tentativo di salvare l’unità del suo impero l’11 maggio del 330 d.C. l’imperatore romano Costantino con una cerimonia ufficiale, ribattezzò l’antica colonia greca di Bisanzio, sulle rive del Bosforo, dandole il nome di Costantinopoli, facendone la capitale dell’Impero di Roma.
Costantino, infatti, che oltre al titolo di Imperatore ricopriva anche l’incarico di Pontifex Maximus (Pontefice Massimo) o capo del collegio dei sacerdoti pagani dell’impero, notò che nella parte orientale dell’impero il cristianesimo si era diffuso più rapidamente e più facilmente che nella parte occidentale così, intravedendo nella nuova religione universale o cattolica la forza unificatrice di cui aveva bisogno per tenere unito un impero che minacciava di smembrarsi, trasferì la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio o Costantinopoli. Ma come l’impero era sostanzialmente diviso, così lo era anche la sua religione. La Chiesa orientale era più conservatrice di quella che aveva sede a Roma e si opponeva alle innovazioni teologiche proposte da Roma.
Una di queste dispute teologiche, come già accennato nel precedente post, riguardò il Simbolo Niceno, che promosse lo sviluppo della dottrina non scritturale della Trinità. Ci fu bisogno di ben tre concili generali tenuti a Nicea (nel 325 d.C.), a Costantinopoli (nel 381 d.C.) e a Efeso (nel 431 d.C.) per definirla, tuttavia a causa di un cambiamento di versione escogitato dalla Chiesa occidentale nel  Concilio di Toledo III (nel 589 d.C.) si aprì una nuova discussione tra le due chiese che dura fino ai giorni nostri (la controversia riguardò l’inserimento nel Simbolo Niceno dell’espressione latina Filoque per indicare che lo Spirito Santo è “dal Padre e dal Figlio”, modificando così la versione uscita dal Concilio del 381 d.C.). Ha scritto al riguardo il Canonico Herbert Montague Waddams, Segretario Generale della Chiesa d’Inghilterra, nel suo The Church & Man’s Struggle for Unity  (La Chiesa e la lotta dell’uomo per l’unità): “I vari settori del mondo cristiano erano alla perenne ricerca di un’unità che non fu mai conseguita. Non si trattò di una perfetta unità successivamente infranta, l’idea che la cristianità sia stata un tempo una grande Chiesa unita è frutto dell’immaginazione”. La disunione si fece più evidente quando nel 476 d.C. l’impero d’Occidente ebbe fine, segnando l’inizio dell’alto Medioevo, un’era di tenebre e di ignoranza sul piano intellettuale in cui la luce evangelica del cristianesimo del tempo apostolico venne sopraffatta dalle tenebre dell’apostasia della nuova religione universale o cattolica.
“Avete cominciato a regnare senza di noi?” – 1Corinti 4:8
Il lento declino dell’impero d’Occidente metteva a repentaglio il prestigio politico del suo vescovo. Pertanto quando nel 440 d.C. il diacono Leone venne consacrato vescovo della Chiesa di Roma con il nome di Leone I, detto anche Leone Magno, appena eletto dichiarò: “Ridarò vigore ancora una volta al governo sopra questa terra, non facendo ritornare i Cesari, ma annunciando una nuova teocrazia, facendo di me stesso il vicegerente di Cristo, in virtù della promessa fatta a Pietro, di cui io sono successore … Non porterò un diadema, ma una tiara, simbolo di sovranità universale” (John Lord, Beacon Lights of History – Volume III). Michael Walsh, storico cattolico ex gesuita, attualmente bibliotecario allo Heythrop College della London University, ha scritto nel suo libro Lives of the Papes: “Leone si appropriò il titolo un tempo pagano di Pontifex Maximus, tuttora usato dai papi, e portato, fin verso la fine del IV secolo, dagli imperatori romani”. Nel far questo Leone I interpretò a suo favore le parole di Gesù riportate in Matteo 16:18,19 dichiarando che “siccome San Pietro era stato il primo fra gli Apostoli, alla chiesa di San Pietro si doveva accordare il primato fra le chiese” (John Boyer Noss, Man’s Religions).
Con questa mossa Leone I rese evidente che, mentre l’imperatore deteneva il potere temporale a Costantinopoli in Oriente, lui esercitava il potere spirituale da Roma in Occidente. Lo storico francese Pierre-Claude-François Daunou, autore del Saggio storico intorno alla potestà temporale dei papi, riguardo agli effetti che l’autonomina di Leone I ebbe poi sulla storia, disse: “la corte di Roma veniva rappresentata come la fonte di ogni decisione irrefutabile, come il tribunale universale che decideva ogni controversia, dissipava ogni dubbio, chiariva ogni difficoltà. Essa veniva consultata da ogni parte da metropolitani, da vescovi, da capitoli, da abati, da monaci, da signori, perfino da principi, e dai fedeli non titolati. . . . Interessi generali, controversie locali, querele individuali, tutti come ultima risorsa, e a volte anche alla prima istanza, erano sottoposti al papa; e la corte di Roma acquistò quest’influenza sui dettagli della vita umana, (se così possiamo parlare), che fra tutte le altre è la più formidabile”. La Parola di Dio, però, condannava apertamente coloro i quali cercavano un’indebita posizione di preminenza nella comunità cristiana. L’apostolo Paolo fu spinto da Dio a dar loro questo ammonimento: “Già vi siete saziati, non è vero? Siete già ricchi, non è così? Avete cominciato a regnare senza di noi, non è vero?” (1Corinti 4:8).
Per cementare ancora più saldamente la sottomissione dei chierici alla crescente autorità del pontefice romano, fu loro imposto di recidere ogni legame sociale attraverso il celibato e un voto di fedeltà a lui, col giuramento di servire i suoi interessi, tener segreti i suoi affari, e far tutto il possibile per sterminare gli oppositori del pontefice (*). Il celibato accresceva il potere delle autorità ecclesiastiche poiché, non avendo eredi nella loro funzione sacerdotale, i sacerdoti potevano essere sostituiti solo per nomina gerarchica. Questa disposizione non era una novità in campo religioso. Dichiara, infatti, The New Encyclopædia Britannica: “Con l’ascesa delle grandi civiltà dell’antichità, il celibato emerse in vari contesti. L’astinenza sessuale era un’assoluta esigenza per quelli che celebravano i suoi sacri misteri”. Ancor di più osservò Alexander Hislop nel suo libro The Two Babylons, affermando: “Ogni erudito sa che quando il culto di Cibele, dea babilonese, fu introdotto nella Roma pagana, vi fu introdotto nella sua forma primitiva, con il suo clero celibe”. È dunque chiaro il legame tra il sacerdozio babilonico e della Roma pagana con quello della Chiesa di Roma! Chissà cosa avrebbe detto al riguardo l’apostolo Paolo che venne ispirato da Dio a scrivere: “Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione” (1Corinti 7:3-5, CEI); e ancora: “Bisogna però che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie … capace di ben governare la propria casa e di tenere i figli sottomessi con tutta gravità, che, se uno non sa governare la propria casa, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?” (1Timoteo 3:2-5, Versione Concordata – Mondadori 1968 – cfr. anche Tito 1:5,6). Certamente gli sarebbero tornate in mente le parole di Cristo rivolte agli apostati capi religiosi giudaici: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione … Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:6-9).

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Rito dell’ordinazione sacerdotale
Durante il rito dell’ordinazione sacerdotale gli ordinandi vengono obbligati a prostrarsi con la faccia a terra. Tale gesto viene presentato come un atto di umiltà e di riverenza nei confronti di Dio. In effetti il gesto viene compiuto davanti a una autorità superiore, in genere a un vescovo che prima chiede “Prometti al vescovo diocesano e al tuo legittimo superiore filiale rispetto e obbedienza?” aspettandosi una risposta affermativa. Di fatto, dunque, piuttosto che a Dio è la sottomissione alla Chiesa e al suo apparato clericale e normativo che viene richiesta. Tra questi c’è l’obbligo del celibato, in pieno contrasto con la disposizione scritturale e apostolica riportata nei requisiti richiesti per gli incarichi degli epìskopoi nelle comunità cristiane riportate in 1Timoteo 3:2-5 e in Tito 1:5,6.
Naturalmente anche gli effetti non potevano essere diversi da quelli che l’adorazione babilonica e pagana aveva sui suoi sacerdoti. In un manuale biblico, l’Halley’s Bible Handbook, si legge: “I templi di Baal e di Astoret erano di solito insieme. Le sacerdotesse erano prostitute del tempio. I sodomiti erano prostituti del tempio. L’adorazione di Baal, di Astoret e di altri dèi cananei consisteva nelle orge più sfrenate; i loro templi erano centri del vizio … tra le rovine di questi luoghi sono state trovate enormi quantità di immagini e placche di Astoret con gli organi sessuali grossolanamente accentuati, allo scopo di stimolare i desideri sensuali”. The Catholic Encyclopedia ammette: “Non intendiamo negare o scusare il bassissimo livello morale a cui in diversi periodi della storia del mondo, e in diversi paesi che si chiamano cristiani, il sacerdozio cattolico è precipitato”. Quali sono stati nel tempo i frutti del celibato imposto ai sacerdoti cattolici? Estesa immoralità, concubinato, figli illegittimi, omosessualità, pedofilia, frutti marci in tutti i livelli della scala gerarchica, dai semplici diaconi ai vescovi, ai cardinali, fino a numerosi papi, come è scritto: “Guardatevi dai falsi profeti … ogni albero buono produce frutti buoni, ma ogni albero marcio produce frutti cattivi. Un albero buono non può dare frutti cattivi, né un albero marcio può produrre frutti buoni … È quindi dai loro frutti che riconoscerete quegli uomini” (Matteo 7:15-20).
Voi avete il Diavolo per padre … Lui fu omicida fin dal principio” – Giovanni 8:44
Ma la Chiesa di Roma non si accontentò di un mero riconoscimento religioso, voleva di più, voleva entrare nelle questioni politiche delle nazioni. Per raggiungere lo scopo non si fece scrupoli di ricorrere alla falsificazione di documenti. Il falso più noto è la cosiddetta “Donazione costantiniana” che venne messa in primo piano come base della pretesa della chiesa di avere autorità temporale. Questa faceva dire a Costantino: “In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo … noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali”. In altre parole l’editto, datato 30 marzo 315 d.C., attribuiva all’allora papa Silvestro I e ai suoi successori le seguenti concessioni: “il primato (principatum) del vescovo di Roma sulle chiese patriarcali orientali: Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme; la sovranità del pontefice su tutti i sacerdoti del mondo; la sovranità della Basilica del Laterano, in quanto “caput et vertex“, su tutte le chiese; la superiorità del potere papale su quello imperiale” (Pier Giorgio Ricci, Donazione di CostantinoInternet Archive del 13 aprile 2014). Oltre a ciò la Chiesa di Roma avrebbe ottenuto “gli onori, le insegne e il diadema imperiale ai pontefici, ma soprattutto la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente e proprietà immobiliari estese fino in Oriente” (Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, ed. PIEMME 2005). Nel XV secolo il filologo italiano Lorenzo Valla dimostrò in modo inequivocabile che il documento era un falso, era stato fatto nell’VIII secolo dalla cancelleria pontificia.
Tale pretesa, basata sulla menzogna, ebbe gli stessi effetti della prima menzogna detta da colui che la Parola di Dio definisce “il padre della menzogna”, Satana il Diavolo (cfr. Giovanni 8:44). Per questo di lui è anche scritto: “fu omicida fin dal principio”. La sua menzogna pronunciata in Eden causò la condanna a morte non solo dei colpevoli Adamo ed Eva ma anche di tutta la loro progenie (cfr. Romani 5:12). La Chiesa Romana iniziò a usare la sua influenza politico-religiosa, frutto delle sue menzogne teologiche e istituzionali, per perseguire coloro che non condividevano i suoi dogmi, tacciandoli di “eresia”. Diede così inizio a una lunga e sanguinosa caccia agli eretici. The New Encyclopædia Britannica afferma: “Nella chiesa imperiale [dopo Costantino] – specialmente dopo l’imperatore Teodosio alla fine del IV secolo – l’eresia divenne un reato che lo stato aveva la facoltà di punire. Il nemico della chiesa era similmente considerato nemico dell’impero. Così, ai sinodi imperiali tenuti dal IV all’VIII secolo i vescovi tentarono di dichiarare eretiche le minoranze di dissenzienti e di eliminarle come nemiche dello stato”. Nel suo Codex iuris canonici (Codice di Diritto Canonico) si poteva leggere: “Affermiamo risolutissimamente e non dubitiamo nel modo più assoluto del fatto che ogni eretico o scismatico sia destinato col Diavolo e coi suoi angeli alle fiamme del fuoco eterno, a meno che prima della fine della sua vita non sia riaccettato e ristabilito nella Chiesa Cattolica”. E il giuramento di fedeltà dei vescovi cattolici romani afferma: “Perseguiterò e farò guerra agli eretici con tutte le mie forze”. Pertanto la Chiesa Cattolica, come vedremo più estesamente con i prossimi post, ha spesso dato la caccia agli eretici, giudicandoli e poi consegnandoli ipocritamente alle autorità secolari per l’esecuzione della pena.
Il mio Regno non fa parte di questo mondo” – Giovanni 18:36
Il Natale è la principale festa del cosiddetto mondo “cristiano” con la quale si intende celebrare la nascita del bambino Gesù. Cade il 25 dicembre di ogni anno. Su una nota enciclopedia digitale si legge: “Le origini storiche della festa non sono note … Probabilmente la sua data venne fissata al 25 dicembre per fare coincidere la festa del Natalis Solis Invicti con la celebrazione della nascita di Cristo” (**). La stessa enciclopedia poi afferma: “La prima menzione certa della Natività di Cristo con la data del 25 dicembre risale invece al 336, e la si riscontra nel Chronographus, redatto intorno alla metà del IV secolo dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo”. Non vi sembra strano che di una festa così importante non c’è traccia negli atti della chiesa cristiana del primo secolo, quella veramente “apostolica”, ma compare solo nella Chiesa Romana fondata da Costantino nel IV secolo d.C.?

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Friedrich Kaulbach – Incoronazione di Carlo Magno, 1861 – Maximilaneum, Monaco di Baviera
Il giorno di Natale dell’800 d.C. la Chiesa di Roma celebrò la nascita di un “bambino” diverso, in seguito definito “sacro”. Si trattò del ristabilito impero d’Occidente nato dopo che papa Leone III aveva rotto con la Chiesa d’Oriente e incoronato imperatore Carlo Magno, re dei franchi. Nacque, dunque, dalla fusione della religione con la politica e con un titolo molto pretenzioso: Sacro Romano Impero. Dice la Treccani: “L’elemento religioso vi era predominante; infatti più che uno stato vero e proprio, l’Impero era un ideale politico-religioso, che dava dignità e forza di difensore della cristianità al consacrato, strettamente unito perciò nel suo compito al papato”. Così il re dei franchi si propose come paladino della diffusione del cristianesimo e strenuo difensore della cristianità ortodossa e tale viene riconosciuto tutt’oggi dalla Chiesa Cattolica, specialmente dalla sua frangia più conservatrice. Ma se consideriamo alcune sue imprese e le paragoniamo con gli insegnamenti di Cristo, possiamo noi, malgrado qualsiasi sforzo d’immaginazione, dire che Carlo Magno fosse un imperatore cristiano, anche se fu incoronato dal papa?
Nella recensione di una biografia che descriveva Carlo Magno come uomo pio e zelante per la religione, che amava farsi leggere durante i pasti il libro di Agostino La Città di Dio e presiedere conferenze religiose, nonché di avere grande affetto per le cinque mogli, i quattordici figli e le numerose concubine, il Times di New York del 22 ottobre 1954 scrisse: “Il giovane Carlo era insaziabilmente ambizioso ed ebbe l’abilità e la fortuna di raggiungere la maggior parte delle sue aspirazioni … combatté le sue guerre per due scopi: espandere il suo potere e convertire i pagani, particolarmente i Sassoni. Dato che i Sassoni resistevano aspramente per non essere conquistati e convertiti Carlo Magno ricorse a severe misure. In un sol giorno, perché ciò servisse di lezione agli altri, fece decapitare 4.500 Sassoni. Egli costrinse molti a diventare cristiani minacciandoli di morte e molti di più ne disperse nel suo reame mediante deportazioni in massa”. Che ne dite, considerando l’esempio e gli insegnamenti di Cristo, il quale in una circostanza “sapendo che stavano venendo a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte da solo” e ne spiegò il perché dicendo: “Il mio Regno non fa parte di questo mondo … di fatto, il mio regno non è qui” (Giovanni 6.15; 18:36), può essere chiamato cristiano un individuo ambizioso di potere temporale? Uno che ordina l’esecuzione di migliaia di uomini per forzare altri ad accettare il suo particolare tipo di religione? Uno che ha cinque mogli e numerose concubine? Non c’è nessun dubbio al riguardo, Carlo Magno fu certamente un buon cattolico, ma cristiano no!
Questa è la storia dell’origine della Chiesa di Roma, una chiesa “cattolica” o “universale” per volontà di un imperatore pagano e il fondamento su cui si è sviluppato nel tempo tutto il falso cristianesimo; una storia di compromessi con il sistema religioso, politico, militare e commerciale impiantato da Satana il Diavolo sulla terra (cfr. 1Giovanni 5:19) per ottenere popolarità, influenza politica, potere e ricchezza, causando aspre lotte, irreparabili divisioni, persecuzioni e grande spargimento di sangue, come fu profetizzato: “La donna era vestita di porpora e panno scarlatto ed era adorna di oro, pietre preziose e perle; aveva in mano un calice d’oro pieno di cose ripugnanti e delle impurità della sua immoralità sessuale. Sulla sua fronte c’era scritto un nome, un mistero: “Babilonia la Grande, madre delle prostitute e delle cose ripugnanti della terra”. E vidi che la donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Rivelazione o Apocalisse 17:4-6).

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Note:
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Nel IV secolo d.C. vennero redatti un insieme di testi legislativi che esprimevano l’obbligo imposto a vescovi e diaconi essere completamente continenti. Pertanto ai molti chierici che in quel tempo erano sposati fu formalmente imposto il dovere della continenza perfetta, ossia l’astensione dai rapporti coniugali con la propria moglie, e a quelli non sposati il dovere di mantenere il celibato dopo l’ordinazione. Questi documenti furono il 33° canone del Concilio di Elvira tenuto nel 305 d.C., il 29° canone di un Concilio generale dell’Occidente, svoltosi probabilmente ad Arles nel 314 d.C., il 1° canone del Sinodo riunito a Neocesarea tra il 314 e il 325 d.C., le tre Decretali dei vescovi di Roma Siricio e Innocenzo I (annoverati nell’elenco dei papi della Chiesa Cattolica), emanate nel 385, 386, e 400 d.C., e il 2° canone del Concilio dei vescovi africani, tenuto a Cartagine nel 390 d.C.
(**) – “Il culto del Sol Invictus ha origine in Oriente: ad esempio le celebrazioni del rito della nascita del Sole in Siria ed Egitto erano di grande solennità e prevedevano che i celebranti ritiratisi in appositi santuari ne uscissero a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante … il culto acquisì importanza a Roma per la prima volta con Eliogabalo, un ragazzo proveniente da Emesa, in Siria, dove era sacerdote del culto di Elagabalus Sol Invictus … Nel 218, divenuto imperatore … Eliogabalo si adoperò in ogni modo per diffondere il culto con editti e la costruzione di un sontuoso tempio dedicato alla nuova divinità sul Palatino” (https://it.wikipedia.org/wiki/Natale#Origine_della_festività). La stessa enciclopedia aggiunge: “In seguito, nel 274 … l’adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero … Inoltre, come riferisce l’apologista cristiano Tertulliano, molti credevano erroneamente che gli stessi cristiani adorassero il sole, ed è lecito pensare che l’iniziativa di unificare in un unico culto tante similitudini potesse servire a governare la forte ascesa del cristianesimo … Anche l’imperatore Costantino sarebbe stato un cultore del Dio Sole, in qualità di Pontifex Maximus dei romani. Egli, infatti, raffigurò il Sol Invictus sulla sua monetazione ufficiale, con l’iscrizione SOLI INVICTO COMITI, “Al compagno Sole Invitto”, definendo quindi il dio come un compagno dell’imperatore … nel 330 l’imperatore ufficializzò per la prima volta il festeggiamento cristiano della natività di Gesù, che con un decreto fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita di Sol Invictus. Il “Natale Invitto” divenne il “Natale” Cristiano … La religione del Sol Invictus restò in auge fino al celebre editto di Tessalonica di Teodosio I del 27 febbraio 380, in cui l’imperatore stabiliva che l’unica religione di Stato era il Cristianesimo di Nicea, bandendo di fatto ogni altro culto” (https://it.wikipedia.org/wiki/Sol_Invictus).
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – XII

“AVETE RESO LA PAROLA DI DIO SENZA VALORE A CAUSA DELLA VOSTRA TRADIZIONE”

Matteo 15:6

Anteprima
Dopo la morte dei fedeli apostoli di Gesù, a partire dal II secolo d.C., si manifestò all’interno della comunità cristiana una classe di persone con il culto della sapienza e della filosofia umana la quale, superba, ambiziosa e avida di potere, si costituì al di sopra della comune popolazione cristiana. Questa classe clericale collocò le tradizioni e i comandi degli uomini al di sopra delle leggi di Dio, rendendole senza valore. Gli appartenenti a questa classe barattarono le verità di Dio con menzogne pagane, insegnando dottrine antiscritturali come l’immortalità dell’anima umana, l’inferno di fuoco, il purgatorio e la Trinità. Hanno mostrato di essere come i capi religiosi ebrei ai quali Gesù disse: “Voi avete il Diavolo per padre e volete fare ciò che vostro padre desidera. Lui fu omicida fin dal principio, e non si tenne stretto alla verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice menzogne, parla secondo quello che lui stesso è, perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
Nel IV secolo d.C. questa classe consolidò il proprio potere sotto gli imperatori romani Licinio e Costantino. Nell’intento di consolidare un impero in sfacelo attraverso la fusione di paganesimo e cristianesimo, questi due governanti concessero al loro culto, ormai lontano dai semplici e veri insegnamenti di Cristo, ampia libertà, gettando così le basi per la nascita di una nuova religione ‘universale’ o, per usare un sinonimo più appropriato e a noi più familiare, ‘cattolica’. Dimentichi del monito apostolico di non mettersi “sotto lo stesso giogo con i non credenti, in un’unione male assortita” (cfr. 2Corinti 6:14-17), quei falsi cristiani si fecero allettare dai privilegi concessi loro, la posizione, il salario e il prestigio degli stessi sacerdoti pagani e, anziché separarsi da loro, ne accettarono le lusinghe. In particolare dopo il Concilio di Nicea convocato da Costantino nel 325 d.C. Stato e cristianesimo apostata vennero fusi insieme poi, a partire dal 392 d.C., quando l’imperatore Teodosio I, con il decreto di Costantinopoli, bandì ogni forma di paganesimo dall’impero, il cristianesimo apostata, o la nuova religione ‘cattolica’, divenne la religione dell’Impero Romano. Gli effetti di tale connubio si notarono immediatamente! Mentre al tempo apostolico, e nei successivi due secoli, i cristiani vennero duramente perseguitati dagli imperatori romani, perché considerati dei fanatici asociali a motivo delle loro credenze religiose, persecuzione però che li identificava come veri discepoli di Cristo, il quale aveva detto loro: “Se faceste parte del mondo, il mondo amerebbe ciò che gli appartiene. Voi però non fate parte del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, ed è per questo che il mondo vi odia” (Giovanni15:19), i falsi cristiani da perseguitati divennero essi stessi persecutori, inizialmente dei pagani che facevano resistenza contro il decreto di Teodosio, poi contro quelli che non riconoscevano i loro falsi insegnamenti, che venivano accusati di eresia. Quella persecuzione, dura e in molte circostanze bestiale, caratterizzò in maniera drammatica la storia della religione ‘cattolica’ nei secoli successivi e qualificò il suo clero sempre più come ‘figli’ del Diavolo, del quale Gesù disse: “fu omicida fin dal principio”.

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Pieter Paul Rubens, L’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio, 1620, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Il dipinto si rifà alla leggenda di Ambrogio, vescovo di Milano, che avrebbe impedito l’ingresso nel duomo della città all’imperatore Teodosio I reo di aver ordinato, nel 390 d.C., la strage di Tessalonica in cui vennero uccise più di 7.000 persone come rappresaglia per l’assassinio di uno dei suoi generali durante un tumulto popolare (*). L’imperatore, per mantenere in vita un impero ormai sull’orlo del tracollo, sarebbe stato costretto a ‘pentirsi’ e a ‘chiedere perdono’ al vescovo così che successivamente sarebbe stato accolto nella cattedrale milanese. Nonostante i contorni leggendari della storia, il dipinto ben illustra la relazione di compromesso che venne a crearsi tra l’impero pagano romano e i rappresentanti del clero del cristianesimo apostata incuranti dell’ispirato monito apostolico di non mettersi “sotto lo stesso giogo con i non credenti, in un’unione male assortita” (cfr. 2Corinti 6:14-17). Tale relazione, oltre a tradire gli insegnamenti di Cristo, consentì lo sviluppo di una religione con dottrine e pratiche in parte cristiane e in parte pagane che costituirono la Tradizione e il Magistero, spesso in antitesi con la Sacra Scrittura, tramandati nei secoli dal clero apostata. Col tempo tale religione ‘universale’ o ‘cattolica’  divenne una potente entità politica e religiosa, voltando le spalle a Cristo per abbracciare il mondo. Gesù, infatti, aveva detto dei suoi seguaci: “non fanno parte del mondo, proprio come io non faccio parte del mondo” (Giovanni 17:14). Da questa religione, che faceva ‘parte del mondo’, scaturirono poi innumerevoli altre denominazioni religiose.
Ma voi … avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione. Ipocriti, Isaia profetizzò appropriatamente di voi quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è molto lontano da me. Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini’” (Matteo 15:5-9). Queste dure parole di condanna furono rivolte da Gesù ai capi religiosi del popolo ebraico, scribi e farisei. Lo studio sistematico della legge mosaica era divenuto la loro professione perciò erano considerati rabbi o maestri della Legge (ebraico Thoràh), titolo onorifico con cui si compiacevano essere chiamati. In qualità di maestri avrebbero dovuto insegnare la Legge al popolo, leggendola e spiegandola nel Tempio e nelle sinagoghe sparse per tutto il paese, incarico affidato loro da Dio stesso (cfr. Deuteronomio 33:10; Neemia 8:5-8; Malachia 2:7). Perché, allora, Gesù lì condannò così aspramente? Egli stesso lo spiegò dicendo che avevano reso vani i puri insegnamenti della parola di Dio aggiungendo alla Legge tradizioni tramandate oralmente di generazione in generazione che riguardavano, perlopiù, cerimonie rituali alle quali veniva attribuito un significato religioso. Nel corso dei secoli, infatti, i rabbini avevano sviluppato una copiosa tradizione orale con la quale intendevano spiegare la legge scritta, con argomenti pro e contro certi significati che essi stessi attribuivano alla Legge mosaica.
Molte di tali tradizioni si basavano su leggende, mitologie e filosofie umane, e costituivano delle vere e proprie menzogne dottrinali di origine demonica. Per colpa di queste molti ebrei cominciarono a vedere sotto una luce diversa le idee pagane, così concetti relativi al cielo, all’inferno, all’anima assunsero per essi nuovi significati. Col tempo, poi, specialmente durante il periodo ellenistico, cominciarono a formare varie scuole di pensiero, cioè associazioni di religiosi, filosofi e attivisti politici, con l’intento di influenzare il popolo e assumere il controllo della nazione. Fu da allora che sorsero gruppi settari come i sadducei, di idee conservatrici, che rigettavano buona parte delle Scritture Ebraiche e con queste l’insegnamento biblico della risurrezione (cfr. Atti 23:8); o i farisei, legalisti ed orgogliosi, amanti del denaro, spietati, ipocriti, gente che pensava solo ai propri interessi, che spiegavano le Scritture a modo loro attribuendo pari o maggiore importanza alle loro tradizioni orali che, come disse Gesù, erano “comandi di uomini” che toglievano valore alla parola di Dio e confondevano la gente (cfr. Matteo 23:1-35); c’erano anche gli esseni, che vivevano principalmente in comunità di stampo monastico, impegnandosi in vari lavori agricoli, allevando greggi, confezionando prodotti medicali da erbe e radici, facendo opere di carità e dedicandosi alla preghiera rivolgendosi sempre verso il sole, una forma di culto del sole già praticato nelle religioni babiloniche dell’antichità.
A loro piace avere i primi posti nelle sinagoghe … ed essere chiamati ‘rabbi’” – Matteo 23:6,7
A tutti questi Gesù disse: “Voi avete il Diavolo per padre e volete fare ciò che vostro padre desidera … non si tenne stretto alla verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice menzogne, parla secondo quello che lui stesso è, perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Si, servendosi di tale sorta di uomini Satana il Diavolo riuscì ad allontanare l’intera nazione di Israele dalla verità esposta nella Parola di Dio facendo ricadere sulla sua apostasia religiosa l’ira di Geova Dio che la rigettò come sua “speciale proprietà” (cfr. Deuteronomio 7:6; Matteo 23:37,38). La prova di tale ripudio venne con la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., allorché il tempio fu distrutto per l’ultima volta e mai più riedificato. L’adorazione di Geova non poteva più essere eseguita nel luogo che egli aveva scelto e nel modo specificato nel patto della Legge. Col tempio vennero anche distrutte tutte le registrazioni genealogiche ponendo definitivamente fine all’intero sistema giudaico così come Dio l’aveva organizzato. L’attuale Repubblica di Israele non è stata restaurata da Geova Dio ma deve la sua esistenza alle potenze politiche di questo mondo, ed è divenuta parte del sistema di cose mondano sotto il dominio di Satana il Diavolo (cfr. 1Giovanni 5:19). Sebbene gli ebrei continuino a ritenere le antiche Scritture Ebraiche, il loro principale libro religioso è il Talmud, cioè la raccolta scritta delle tradizioni e degli insegnamenti rabbinici, continuando così a rendere “la parola di Dio senza valore a causa della tradizione”.
Forte del successo ottenuto con l’antico Israele, Satana tentò di ripeterlo con la neonata chiesa cristiana formata dai fedeli discepoli di Gesù. La sua tattica fu identica: si servì di uomini orgogliosi, dediti al culto della sapienza e della filosofia umana, avidi di potere perché piaceva loro “avere i posti più importanti alle cene e i primi posti nelle sinagoghe essere salutati nelle piazze ed essere chiamati ‘rabbi’… padre … capi, dagli uomini” (cfr. Matteo 23:6-10), ipocriti “con una parvenza di religiosità, della quale però rinnegano il potere” (cfr. 2Timoteo 3:5), “la cui coscienza è marchiata come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:2), al fine di “trascinarsi dietro i discepoli” introducendo “sette distruttive” (cfr. Atti 20:30; 2Pietro 2:1), cioè per causare divisione e allontanare gli uomini dalla vera fede.
Per oltre 60 anni gli apostoli agirono “da freno”, cercando di impedire il dilagare dell’apostasia (cfr. 2Tessalonicesi 2:7). Ma dopo la morte dell’ultimo degli apostoli, Giovanni, avvenuta alla fine del I secolo, senza più freni l’apostasia fu pronta ad esplodere, con effetti devastanti sul piano organizzativo e dottrinale. Nel post precedente ho descritto le prime deviazioni portate avanti da uomini con le suddette caratteristiche: la formazione di una classe clericale distinta dal resto dei discepoli investita di una autorità superiore alla loro, in contrasto con l’insegnamento di Cristo che disse “non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli.Inoltre non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli.E non fatevi chiamare ‘capi’, perché uno solo è il vostro Capo, il Cristo.Ma il più grande fra voi devessere vostro servitore” (Matteo 23:8-11); l’introduzione di dottrine di origine pagana e filosofica, come la Trinità, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di un luogo di tormento eterno per le anime dei malvagi, la vita celeste per tutti i giusti e la conseguente perdita della speranza messianica del governo millenario stabilito da Dio per la terra.
Se faceste parte del mondo, il mondo amerebbe ciò che gli appartiene” – Giovanni 15:19
Dopo questo primo periodo, nel IV secolo d.C. ci fu la svolta epocale che diede il via al pieno sviluppo dell’apostasia dal vero cristianesimo. Ma per inquadrare bene la questione è necessario tornare un attimo indietro, al mese di luglio del 64 d.C. allorché si verificò un incendio che distrusse un quarto della città di Roma. Poiché molti attribuirono all’imperatore Nerone la responsabilità dell’incendio, questi, per allontanare da se ogni sospetto, accusò i cristiani scatenando un’ondata di persecuzione mirante a sterminarli. Trovò l’ambiente pronto ad accettare tale infamante accusa poiché i cristiani erano considerati dei fanatici a motivo delle loro credenze religiose. Essi venivano accusati di ateismo perché si rifiutavano di adorare l’imperatore e gli dei pagani. I loro famigliari che si opponevano alla loro scelta religiosa li accusavano di dividere le famiglie. Poiché non ricoprivano cariche politiche e rifiutavano il servizio militare erano considerati degli asociali. Perciò, come venne riportato nel libro biblico di Atti, “dappertutto incontravano opposizione” (cfr. Atti 28:22). Quella persecuzione però li identificava come veri discepoli di Cristo che aveva detto loro: “Se faceste parte del mondo, il mondo amerebbe ciò che gli appartiene. Voi però non fate parte del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, ed è per questo che il mondo vi odia” (Giovanni15:19). Le ondate di persecuzioni che si susseguirono, spesso molto aspre, colpirono i fedeli cristiani per i successivi tre secoli.
Nel 311 d.C., però, Licinio, imperatore romano d’Oriente, emanò un decreto, denominato l’editto di Serdica, con il quale si concedeva ai cristiani la libertà di culto e, implicitamente, lo status di religio licita. Due anni dopo, nel 313 d.C., a Licinio si unì anche l’imperatore d’Occidente, Costantino con il più noto editto di Milano (**). Con tale editto vennero attribuiti ai cristiani pieni diritti e obblighi quali cittadini romani e venne data loro ampia libertà di culto. Cosa spinse però i due imperatori a concedere tale libertà? Certamente la necessità di consolidare un impero in sfacelo attraverso la fusione di paganesimo e cristianesimo. Costantino, ad esempio, si rese conto che quella parte della religione ‘cristiana’ apostata e profondamente corrotta  dalla saccenteria filosofica dei suoi vescovi avidi di fama e di potere, poteva essere efficacemente sfruttata come forza rivitalizzante e unificante del suo grande progetto imperiale. Così, per ottenere il sostegno necessario al conseguimento dei suoi fini politici, decise di unificare i popoli sotto un’unica religione adottando le fondamenta del cristianesimo apostata. Alle usanze e alle feste pagane furono dati nomi “cristiani” e agli ecclesiastici “cristiani” furono concessi la posizione, il salario e il prestigio dei sacerdoti pagani. Dimentichi del monito apostolico di non mettersi “sotto lo stesso giogo con i non credenti, in un’unione male assortita” (cfr. 2Corinti 6:14-17), quei falsi cristiani si lasciarono attirare dalle lusinghe degli imperatori pagani. Si gettarono così le basi per la nascita di una nuova religione ‘universale’ o, per usare un sinonimo più appropriato e a noi più familiare, ‘cattolica’ che diventò, ben presto, la religione dell’Impero Romano. Ha scritto, infatti, il teologo gesuita John Lawrence McKenzie nel suo libro The Roman Catholic Church: “il cattolicesimo romano ebbe inizio con la conversione di Costantino”. Questo contrariamente alla millantata origine apostolica di tale religione!
le opere della carne sono … inimicizia, liti … rivalità, divisioni, sette” – Galati 5:19:20
Tuttavia la cristianizzazione dell’impero romano non avvenne senza difficoltà poiché i sedicenti ‘cristiani’ erano in quel tempo dottrinalmente divisi tra loro. L’apostolo Paolo che, sotto ispirazione divina aveva ripetutamente avvertito i suoi conservi sul sorgere dell’apostasia dal vero cristianesimo, li aveva ammoniti dicendo: “vi esorto nel nome del nostro Signore Gesù Cristo a parlare tutti concordemente e a non avere divisioni fra voi, ma a essere perfettamente uniti nello stesso pensiero e nello stesso modo di ragionare “ (1Corinti 1:10). Ma, avendo deviato dalle verità esposte nella Parola di Dio per volgersi alla filosofia umana, i “Dottori” dei primi secoli causarono molte dispute politiche e teologiche nella comunità. Una di queste dispute teologiche riguardò il Simbolo o Credo Niceno. Come spiega una nota enciclopedia virtuale quel Simbolo fu “una formula di fede relativa all’unicità di Dio, alla natura di Gesù e, implicitamente, pur senza usare il termine, alla trinità delle persone divine”. L’argomento suscitò grande controversia tra i vescovi di lingua greca e quelli di lingua latina o tra la Chiesa Orientale e quella Occidentale. I principali protagonisti furono tre teologi-filosofi provenienti da Alessandria d’Egitto. Da una parte c’era il presbitero Ario, e dall’altra il vescovo Alessandro e un arcidiacono, Atanasio. Ario negava che il Figlio fosse della stessa essenza o sostanza del Padre. Sosteneva che il Figlio era realmente un figlio e aveva avuto un inizio, quindi non era uguale a Dio. Al contrario Alessandro e Atanasio sostenevano che il Padre e il Figlio fossero della stessa sostanza e che pertanto non fossero due Dèi, ma uno solo.
Preoccupato che la disputa minasse l’unità del suo impero, Costantino indisse una riunione di esponenti ecclesiastici a Nicea e chiese ai molti vescovi convenuti di giungere a un accordo unanime. Poiché la sua richiesta cadde nel vuoto Costantino intervenne in prima persona nel dibattito a favore di coloro che sostenevano che Gesù era Dio. Bernhard Lohse, docente di storia della Chiesa all’Università di Amburgo, nel libro A Short History of Christian Doctrine ha scritto: “Basilarmente Costantino non aveva la minima idea delle questioni sollevate dalla teologia greca”. Nonostante ciò, come si legge nell’ Encyclopædia Britannica, “Costantino stesso presiedette, guidando attivamente le discussioni … Intimoriti dall’imperatore, i vescovi, con due sole eccezioni, firmarono il simbolo, molti fondamentalmente contro la loro volontà”. Solo più tardi, nel 381 d.C., in un altro Concilio convocato dall’imperatore Teodosio I a Costantinopoli, venne affermato che anche lo Spirito Santo era consustanziale e coeterno con il Padre e il Figlio dando così origine a una delle principali dottrine che caratterizzarono l’allontanamento dal vero cristianesimo predetto da Gesù (cfr. Matteo 13:24-43), una dottrina del tutto sconosciuta al tempo di Cristo e dei suoi fedeli apostoli, la dottrina trinitaria!

Concilio Nicea

Cesare Nebbia, Concilio di Nicea, 1590, Biblioteca Apostolica, Città del Vaticano, Roma
In questa rappresentazione del Concilio di Nicea del 325 d.C. si vede in primo piano l’imperatore romano Costantino seduto in mezzo ai vescovi conciliari riuniti per risolvere le continue dispute religiose sulla relazione tra il Figlio di Dio e l’Iddio Onnipotente. Costantino stesso presiedette i lavori, guidò le discussioni e propose personalmente la formula che scaturì dal Sinodo e che esprimeva la consustanzialità tra Cristo e Dio. Quella decisione pose le basi per il successivo sviluppo della dottrina trinitaria, totalmente sconosciuta ai primi cristiani del tempo apostolico. Una dottrina centrale della chiesa ‘universale” o ‘cattolica’, che allora pose le fondamenta per divenire la Chiesa di Stato dell’impero romano, ebbe origine con un imperatore pagano il quale, come afferma un noto studioso di storia della Chiesa, “non aveva la minima idea delle questioni sollevate dalla teologia greca”, da cui prese spunto l’idea (Bernhard Lohse, A Short History of Christian Doctrine). Oggi Costantino viene venerato come ‘santo’ dalla Chiesa Ortodossa e da alcune chiese cattoliche locali presupponendo che si fosse convertito alla religione ‘cristiana’ e per il ruolo che ebbe nel liberalizzare quel culto dopo tre secoli di dura persecuzione. Ma “Costantino non divenne mai cristiano” si afferma nella Gran Enciclopèdia Catalana Hydria, e Kenneth Scott Latourette, docente di storia orientale alla Yale University, nel suo libro A History of Christianity aggiunge: “Antiche testimonianze parlano del suo temperamento violento e della crudeltà che mostrava quando era in preda all’ira … Non aveva nessun rispetto per la vita umana … Invecchiando, nella vita privata divenne un mostro”. Già, il suo svago preferito era quello di uccidere, dal quale sembrava che ricevesse una gioia speciale. Dei suoi delitti conosciuti, il suo suocero, Massimino, iniziava l’elenco. La sua seconda vittima, la prima dopo aver avuto la visione della croce, fu il marito di sua sorella Anastasia. Poi uccise suo nipote dodicenne, Liciniano, figlio di sua sorella Costantina. Sua moglie, Fausta, l’uccise in un bagno di acqua bollente. Poi uccise il marito di sua sorella Costantina, Licinio. Ultimo nell’elenco fu il suo proprio figlio, il suo primogenito, Crispo, che decapitò. Perciò James Westfall Thompson, uno storico americano specializzato nella storia dell’Europa medievale e moderna, nel suo libro History of the Middle Ages conclude affermando: “L’avere giustiziato – per non dire assassinato – il suo proprio figlio e sua moglie indica che il cristianesimo [se mai vi si fosse convertito, n.d.r.] non aveva avuto nessun effetto spirituale su di lui”.
Inopinatamente e paradossalmente, poi, quel tipo di religione passò dall’esser perseguitata a persecutrice. Già sotto Licinio e Costantino la tolleranza verso i riti pagani era scemata a favore della nuova religione. Ma nel 392 d.C. con l’editto di Costantinopoli, l’imperatore Teodosio I bandì ogni forma di paganesimo dall’impero. L’editto in parte diceva: “Nessuno, di qualunque genere, ordine, classe o posizione sociale o ruolo onorifico, sia di nascita nobile sia di condizione umile … bruci segretamente un sacrificio ai lari, ai geni, ai penati, accenda fuochi, offra incensi, apponga corone … se si ascolterà che qualcuno avrà immolato una vittima sacrificale o avrà consultato viscere, sia accusato di reato di (lesa) maestà e accolga la sentenza competente” (Codice teodosiano, xvi.10.12) . La proibizione del culto presso i templi pagani non fu ovviamente accolta facilmente dai pagani, che rappresentavano ancora la maggioranza degli abitanti dell’Impero. Si arrivò a vere e proprie occupazioni armate dei luoghi di culto che si risolsero con l’intervento dell’esercito imperiale ‘cristiano’ e con devastazioni, distruzioni di statue e templi da parte dei monaci ‘cristiani’ provenienti dai monasteri e da fanatici guidati spesso da un vescovo. Quale pessimo risultato produsse il perseguire tradizioni e filosofie umane. Proprio come era stato scritto nella Parola di Dio il risultato sarebbe stato “inimicizia, liti … rivalità, divisioni, sette” (cfr. Galati 5:19:21)
Col tempo varie fazioni vennero a crearsi all’interno della nuova chiesa ‘cattolica’. Due città, Bisanzio (in seguito chiamata Costantinopoli) e Roma, pretendevano entrambe d’essere la sede della chiesa. Ambedue però erano intolleranti verso coloro che non erano d’accordo su loro punti dottrinali. Così iniziò una sanguinaria caccia agli “eretici”. Afferma The New Encyclopædia Britannica: “Nella chiesa imperiale – specialmente dopo l’imperatore Teodosio alla fine del IV secolo – l’eresia divenne un reato che lo stato aveva la facoltà di punire. Il nemico della chiesa era similmente considerato nemico dell’impero. Così, ai sinodi imperiali tenuti dal IV all’VIII secolo i vescovi tentarono di dichiarare eretiche le minoranze di dissenzienti e di eliminarle come nemiche dello stato”. Di questo ed altro parleremo nei prossimi post … …

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Note:
(*) – “Buterico è stato un generale goto, magister militum dell’imperatore Teodosio I. Nel giugno dell’anno 390 fece arrestare a Tessalonica un famoso auriga del circo, che praticava apertamente la pederastia. Questo in base alla legge dell’imperatore che puniva con la morte il peccato contro natura. La popolazione reagì violentemente contro l’arresto, sia per la popolarità dell’auriga, sia per odio contro i barbari. Buterico fu linciato dalla folla nel circo. A causa di questa uccisione, l’imperatore Teodosio ordinò una rappresaglia: venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti, e, chiusi gli accessi, furono trucidate tutte le persone presenti (circa 7 000). Il vescovo di Milano, Ambrogio, la cui autorità era andata crescendo negli anni precedenti, impose all’imperatore Teodosio un pubblico atto di pentimento pena l’esclusione dalle celebrazioni eucaristiche. Teodosio si sottomise pertanto agli umilianti riti di penitenza ed in occasione del Natale del 390 fu riammesso all’eucaristia, riconoscendo implicitamente la superiorità del potere spirituale su quello temporale” (https://it.wikipedia.org/wiki/Buterico).
(**) – “L’abitudine vulgata di riferirsi a questa ordinanza come all’editto di Milano, o addirittura all’editto di Costantino, è stata contestata per ragioni tanto formali quanto sostanziali …. Tecnicamente non si tratta di un editto, ma di una circolare (litteras, scrive Lattanzio; diātaxis, ‘costituzione’, per Eusebio) indirizzata ai governatori provinciali … Quanto a Milano, la metropoli cisalpina c’entra solo in quanto i due imperatori dichiarano di essersi incontrati lì e di aver maturato in occasione di quei colloqui la decisione di garantire a tutti la libertà di religione, ma non è in nessun modo il luogo di emanazione dell’ordinanza” (Alessandro Barbero – Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, 2016).
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – XI

“FRA VOI STESSI SORGERANNO UOMINI CHE DIRANNO COSE DISTORTE”

Atti 20:30

Anteprima
Intorno al 60-61 d.C. l’apostolo cristiano Paolo, sotto ispirazione divina, scrisse alla comunità cristiana di Efeso, allora minacciata dall’apostasia religiosa: “C’è … un solo Signore, una sola fede” (Efesini 4:5). Ad oggi invece vediamo un gran numero di confessioni, sette e culti che si definiscono ‘cristiani’, pur insegnando dottrine contrastanti e seguendo regole di condotta diverse. Che differenza rispetto alla sola e unita chiesa cristiana istituita alla Pentecoste del 33 A.D.! Come sorsero queste divisioni? Fin dall’inizio il principale avversario della verità, l’“omicida” e “padre della menzogna” Satana il Diavolo (cfr. Giovanni 8:44), cercò di mettere a tacere i veri cristiani scatenando contro di loro la persecuzione da parte di elementi estranei alla chiesa. Prima l’opposizione venne dagli ebrei e poi dall’impero romano, tuttavia i primi cristiani riuscirono a rimanere saldi di fronte a ogni genere di persecuzione. Ma Satana non si diede per vinto. Usò una tattica già sperimentata in precedenza col popolo di Israele: non potendo fermarne la crescita spirituale mediante pressioni esterne pensò di riuscirci con la corruzione interna. Perciò quando la chiesa cristiana era ancora agli inizi, la sua stessa esistenza venne minacciata da un nemico interno, l’apostasia, cioè all’allontanamento dalla vera adorazione.
Durante il suo ministero terreno il fondatore della chiesa cristiana, Gesù, aveva preavvertito i suoi seguaci contro tale macchinazione dicendo loro: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono da voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi famelici” (Matteo 7:15). Dove sarebbero sorti questi “falsi profeti” o “falsi maestri”, come li definì in seguito l’apostolo Pietro? (cfr. 2Pietro 2:1) “fra voi stessi” disse sotto ispirazione divina un altro apostolo, Paolo. Si, dentro la chiesa cristiana sarebbero sorti uomini che avrebbero detto “cose distorte per trascinarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30). Memori dell’avvertimento di Gesù finché rimasero in vita i fedeli suoi apostoli vigilarono affinché tali “falsi maestri” non pendessero il sopravvento ma verso la fine del I secolo, nel 98 d.C., l’ultimo di loro ancora in vita, l’apostolo Giovanni, scrisse ai suoi conservi cristiani: “è l’ultima ora e, proprio come avete udito che deve venire l’anticristo, sono già comparsi molti anticristi. È da questo che capiamo che è l’ultima ora.Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri” (1Giovanni 2:18,19). Chi erano questi? La versione della Bibbia di Giovanni Diodati definisce questi uomini “falsi dottori”. Infatti, proprio come i “farisei” e gli “scribi” ebrei che apostatarono dalla Legge opponendosi agli insegnamenti di Gesù con le loro tradizioni umane (cfr. Matteo 15:6-9), quegli uomini erano persone dotte, studiosi che davano somma importanza alla conoscenza umana con la quale si apprestarono a soffocare i semplici insegnamenti biblici.
In che modo l’avrebbero fatto? Esaminiamone alcuni esempi …

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entreranno fra voi lupi rapaci” – Atti 20:29
Nel Sermone del Monte, Gesù disse: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la strada che conduce alla distruzione, e sono molti quelli che vi entrano; mentre stretta è la porta e angusta la strada che conduce alla vita, e sono pochi quelli che la trovano”. Quindi non disse che il vero cristianesimo sarebbe divenuto una religione ampia, comoda, universale (o “cattolica”), adatta a “molti”. Sarebbe stato una strada difficile, angusta, che solo “pochi” avrebbero trovato. A questi “pochi” diede anche un avvertimento, disse: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono da voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi famelici. Li riconoscerete dai loro frutti” (Matteo 7 13-16). Questi “falsi profeti”, dall’apparenza innocua, avrebbero cercato di farli deviare sulla strada “spaziosa .. che conduce alla distruzione”.
Poco più di trent’anni dopo un suo apostolo, Pietro, fu ispirato da Dio a scrivere: “fra voi ci saranno falsi maestri. Questi introdurranno in modo subdolo sette distruttive … molti ne seguiranno il comportamento sfrontato e a motivo loro si parlerà in modo offensivo della via della verità. Per avidità vi sfrutteranno con parole false” (2Pietro 2:1-3). Anche l’apostolo Paolo, sotto ispirazione divina, scrisse ai conservi cristiani in Efeso: “entreranno fra voi lupi rapaci, che non tratteranno il gregge con tenerezza … fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose distorte per trascinarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30). Poi a un giovane sorvegliante (gr. epìskopos) disse: “in futuro alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli affermazioni ispirate e a insegnamenti di demòni,a causa dellipocrisia di uomini che dicono menzogne, la cui coscienza è marchiata come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:1,2). Perché tutti quegli avvertimenti?
alcuni si allontaneranno dalla fede …” – 1Timoteo 4:1
Gli apostoli ricordavano la parabola di Gesù del grano e della zizzania che il loro compagno d’opera, l’evangelista Matteo, aveva riportato nel suo vangelo al capitolo 13. Con quella parabola Gesù aveva messo in guardia i suoi discepoli contro lo sviluppo di una grande apostasia, cioè di un importante allontanamento dalla verità che lui aveva insegnato usando la Parola di Dio, apostasia che avrebbe tentato, come la zizzania col grano, di soffocare lo sviluppo del vero cristianesimo (cfr. Matteo 13:24-30, 36-42). Il nemico della verità, Satana (cfr. Giovanni 8:44), non aveva aspettato molto a mettere in atto il suo piano diabolico. Solo circa 20 anni dopo che Gesù aveva pronunciato la sua parabola l’apostolo Paolo aveva scritto alla comunità cristiana di Tessalonica che quel tentativo era “già all’opera” anche se, al momento, era frenata dalla presenza degli apostoli, pronti ad intervenire per bloccare sul nascere qualsiasi falso insegnamento (2Tessalonicesi 2:6,7 – cfr. Colossesi 2:8; 1Timoteo 4:1-3; 2Timoteo 2:16-18).
Ma, verso la fine del I secolo, circa nel 98 d.C., l’apostolo Giovanni divinamente ispirato affermò: “è l’ultima ora e, proprio come avete udito che deve venire l’anticristo, sono già comparsi molti anticristi. È da questo che capiamo che è l’ultima ora.Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri. Se infatti fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi. Ma sono usciti perché fosse chiaro che non tutti sono dei nostri” (1Giovanni 2:18,19). L’apostolo era l’ultimo dei dodici rimasto ancora in vita, perciò chi fino ad allora aveva fatto da freno al dilagare dell’apostasia, il corpo dei fedeli apostoli, stava per essere “tolto di mezzo”. Poco prima infatti, nel 96 d.C. lo stesso apostolo aveva ricevuto da Gesù una Rivelazione e aveva messo per iscritto una serie di messaggi che rispecchiavano le condizioni spirituali allora esistenti nelle comunità cristiane. Due di questi in particolare rivelavano l’esistenza già in quel tempo di sette apostate odiate da Cristo. Ai cristiani di Efeso, ai quali l’apostolo Paolo aveva rivolto il suo avvertimento, Cristo disse: “hai questo di buono: detesti le opere della setta dei nicolaiti, che detesto anch’io” (Rivelazione o Apocalisse 2:6), mentre a quelli di Pergamo disse: “ho alcune cose contro di te: ci sono là con te quelli che seguono gli insegnamenti di Bàlaam, il quale insegnò a Bàlac a porre un ostacolo davanti ai figli d’Israele inducendoli a mangiare ciò che era stato sacrificato agli idoli e a commettere immoralità sessuale.E così con te ci sono anche quelli che seguono gli insegnamenti della setta dei nicolaiti” (Rivelazione o Apocalisse 2:14,15).
Con la morte dell’ultimo degli apostoli Satana ebbe il campo libero. Servendosi di uomini spinti dall’orgoglio personale, dall’egoismo, dal desiderio di preminenza nella comunità e dall’avidità, quei “falsi maestri” o “lupi rapaci”, uomini ipocriti la cui coscienza era insensibile, “marchiata come da un ferro rovente”, iniziò a diffondere la sua zizzania teologica consistente in “eresie di perdizione”, “deleterie dottrine”, “parole bugiarde” allo scopo di soffocare la verità della Parola di Dio (cfr. 2Pietro 2: 1-3, Di). La versione della Bibbia di Giovanni Diodati definisce questi uomini “falsi dottori”. Infatti, proprio come i “farisei” e gli “scribi” ebrei che apostatarono dalla Legge opponendosi agli insegnamenti di Gesù con le loro tradizioni umane (cfr. Matteo 15:6-9), quegli uomini erano persone dotte, studiosi che davano somma importanza alla conoscenza umana con la quale soffocarono i semplici insegnamenti biblici. Quando, infatti, le porte del cristianesimo vennero aperte ai cosiddetti “gentili”, cioè a persone non di origine ebraica, nel 36 d.C. con la conversione del centurione romano Cornelio e di tutta la sua famiglia, ci fu nel cristianesimo un grande afflusso di “gentili preparati nel campo filosofico”. Questi ammiravano la sapienza dei greci e credevano di trovare somiglianze tra la filosofia greca e gli insegnamenti delle Scritture e perciò “si accinsero al loro lavoro sistematico per mostrare come, sotto il linguaggio semplice in cui le Scritture amano esprimersi, si nascondono le dottrine dei filosofi espresse negli oscuri termini tecnici coniati presso l’Accademia, il Liceo e la Stoa [le scuole filosofiche greche]” (Harry Austryn Wolfson, The Crucible of Christianity). Tale atteggiamento diede alla filosofia e alla terminologia greca ampio modo di infestare la verità biblica con dottrine di origine pagana. Pertanto, a partire dal II secolo il sottile influsso della filosofia greca divenne un fattore determinante nello sviluppo dell’apostasia che seguì alla morte degli apostoli. Chi furono alcuni di questi “falsi dottori” e come influirono sullo sviluppo dell’apostasia dal vero cristianesimo?
All’inizio del II secolo, solo circa un decennio dopo la morte dell’apostolo Giovanni, un vescovo o sorvegliante (gr. epìskopos) della comunità di Antiochia, Ignazio (35-107 circa d.C.), si rese promotore di una delle prime deviazioni dall’insegnamento di Gesù. “Voi siete tutti fratelli” aveva detto Gesù ai suoi discepoli; e ancora, “uno solo è il vostro Capo, il Cristo” (Matteo 23:8,10). Perciò nelle comunità cristiane del I secolo non c’era nessuna classe clericale distinta dal resto dei discepoli. L’apostolo Pietro fu ispirato da Dio a scrivere a tutti i conservi cristiani: “siete edificati formando una casa spirituale per un sacerdozio santo … siete “una razza eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo acquistato come speciale proprietà, affinché proclamiate le eccellenze” di Colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua meravigliosa luce” (1Pietro 2:5,9). Tutti i primi cristiani, quindi, avevano la prospettiva di divenire sacerdoti celesti con Cristo. A livello organizzativo, ciascuna comunità aveva un corpo di sorveglianti, vescovi (gr. epìskopoi) o anziani spirituali (gr. presbỳteroi)*. Questi avevano tutti la stessa autorità e nessuno era autorizzato a “signoreggiare” sul gregge affidato alla loro cura (cfr. (Atti 20:17; Filippesi 1:1; 1Piet. 5:2,3). Non indossavano nessun abito distintivo, ciò che li distingueva dal resto dei discepoli era la loro spiritualità. Ignazio invece scrisse una lettera alla comunità di Smirne con la quale sosteneva che ciascuna comunità doveva avere un unico vescovo (epìskopos) distinto dagli anziani (presbỳteroi) e investito di un’autorità superiore alla loro (Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi – VIII, 1).
Furono così poste le basi per la graduale formazione di una classe clericale. Circa un secolo dopo anche Cipriano (210-258 d.C.), “vescovo” di Cartagine divenne un fervido sostenitore dell’autorità dei vescovi come gruppo distinto dai presbiteri (successivamente chiamati preti **), dai diaconi e dai laici. Ha scritto il gesuita spagnolo Bernardino Llorca nel suo libro Historia de la Iglesia Católica: “All’inizio, non si faceva sufficiente distinzione tra vescovi e presbiteri, e ci si atteneva solo al significato dei termini: vescovo equivale a soprintendente; presbitero equivale ad anziano … Ma a poco a poco la distinzione divenne più netta, essendo nominati vescovi i soprintendenti più importanti, i quali avevano la suprema autorità sacerdotale e la facoltà di imporre le mani e conferire il sacerdozio”. Cipriano, quindi, allargò quel sistema ecclesiastico costituendo una gerarchia monarchica formata di sette gradi, con il vescovo nella posizione suprema che diveniva così una posizione di prestigio, di potere, in genere ben rimunerata, pari all’élite della società; sotto di lui c’erano preti, diaconi, suddiaconi e altri gradi. Man mano che avanzavano nella scala gerarchica, vescovi e presbiteri lasciavano sempre più indietro il resto dei componenti della comunità. Questo determinò la divisione fra clero (quelli che prendevano la direttiva) e laicato (il gruppo passivo dei credenti). La Cyclopedia di McClintock e Strong spiega: “Dall’epoca di Cipriano, il padre del sistema gerarchico, la distinzione fra clero e laicato si accentuò notevolmente, e ben presto fu riconosciuta ovunque. In effetti dal III secolo in poi, il termine clerus …. fu attribuito quasi esclusivamente al ministero per distinguerlo dal laicato. Con il formarsi della gerarchia romana, il clero non solo diventò un ordine distinto … bensì fu riconosciuto come unico sacerdozio”. Tale cambiamento segnò un importante allontanamento (gr. àpostasìa) dal metodo scritturale con cui erano dirette le comunità cristiane nel periodo apostolico.

dottori

Finché vissero, gli apostoli continuarono a vigilare sulle comunità cristiane sparse nel mondo allora conosciuto. Tuttavia, specialmente dopo la loro morte, sorsero uomini che dicevano “cose distorte per trascinarsi dietro i discepoli” (Atti 20:30). Molti di quegli uomini ricoprivano posizioni di responsabilità all’interno delle varie comunità, servendo come “vescovi” (gr. epìskopos). Cominciò quindi a formarsi una casta privilegiata di persone, anche se Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Voi siete tutti fratelli” (Matteo 23:8). Gli apostoli avevano ripetutamente avvertito le comunità contro il sorgere di “falsi dottori” (cfr. 2Pietro 2:1, Di). Tali uomini erano persone dotte, studiosi che davano somma importanza alla conoscenza umana ed erano affascinati dalle filosofie di Aristotele e Platone, così iniziarono a promuovere false idee religiose che gradualmente sostituirono i puri insegnamenti della Parola di Dio. Gente come Ignazio di Antiochia o Cipriano di Alessandria, che sostennero la superiorità del vescovo rispetto agli altri membri della comunità, dando origine ad una classe clericale separata e superiore ai cosiddetti “laici”; o Origene di Alessandria e Agostino da Ippona che, per sostenere l’idea platonica dell’immortalità dell’anima, affossarono la speranza biblica della vita eterna sulla terra. Come vedremo ancora con i prossimi post, di questi personaggi nel corso dei secoli ne sorsero tanti. Tutti questi gradualmente trasformarono la vera chiesa cristiana in una istituzione di stampo monarchico infarcita di dogmi e pratiche di origine babilonica che, come predisse Gesù con la parabola del grano e della zizzania, per circa due millenni ha soffocato, spesso anche in maniera violenta, la libera crescita di persone, simili al buon grano, che amavano la verità.
“… Per avidità vi sfrutteranno con parole false– 2Pietro 2:3
I mutamenti organizzativi non furono però le sole conseguenze dell’apostasia. Pian piano notevoli cambiamenti avvennero anche sul piano dottrinale. Fondamentali insegnamenti di Gesù vennero letteralmente stravolti e corrotti con dottrine pagane. Un fattore determinate fu la sottile influenza della filosofia greca. Come spiega la New Encyclopædia Britannica, “Dalla metà del II secolo d.C. i cristiani che avevano una certa dimestichezza con la filosofia greca cominciarono a sentire il bisogno di esprimere la loro fede in termini filosofici, sia per propria soddisfazione intellettuale che per convertire i pagani istruiti”. Queste persone non ci misero molto ad unire inseparabilmente filosofia greca e “cristianesimo”. Chi furono alcuni di questi?
Venne definito da Girolamo, traduttore della Vulgata, la Bibbia in latino, “Il più grande maestro della Chiesa dopo gli Apostoli”. Ma Norman Cohn, storico e sociologo membro dell’Accademia Britannica, nel suo libro The Pursuit of the Millennium: Revolutionary Millenarians and Mystical Anarchists of the Middle Age (I fanatici dell’Apocalisse, trad. di A. Guadagnin, Edizioni di Comunità, Milano, 1976), dice di lui: “Basandosi più sulla filosofia greca che sulla Bibbia … annacquò la meravigliosa speranza di benedizioni terrene sotto il Regno messianico trasformandolo in “un evento che si sarebbe verificato … nelle anime dei credenti”. Entrambi si riferivano a Origene, presbitero e teologo di Alessandria (185-254 d.C.), considerato “Padre della Chiesa”. Il suo trattato I principi fu il primo tentativo sistematico di spiegare le principali dottrine della teologia “cristiana” nei termini della filosofia greca. Ad esempio, in questo libro descrive Gesù come ‘il Figlio unigenito, che è nato, tuttavia, senza alcun momento d’inizio … Questa generazione è eterna e perpetua”. Esattamente il contrario di quanto, sotto ispirazione divina, era stato scritto nella Parola di Dio la quale insegnava che l’unigenito Figlio di Dio è “il primogenito di tutta la creazione” e “il principio della creazione di Dio” (Colossesi 1:15; Rivelazione o Apocalisse 3:14). Origene giunse al concetto della ‘generazione eterna’ attraverso la sua ‘formazione filosofica nella scuola platonica’ (Augustus Neander, General History of the Christian Religion and Church). Così venne posta la base per il successivo sviluppo della dottrina trinitaria.
Per diffondere le proprie idee filosofiche i vari “dottori” non si fecero scrupolo di negare addirittura l’autenticità di alcuni scritti sacri. Come fece Gaio (o Caio), anziano (presbyteros) della comunità di Roma vissuto a cavallo tra il II e III secolo d.C., il quale, pur di respingere la speranza del paradiso restaurato sulla terra dal millenario regno messianico, sostenuta dalla Parola di Dio (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:1-5), in favore della dottrina filosofico-pagana neoplatonica dell’immortalità dell’anima, da lui condivisa, “negò senza mezzi termini l’autenticità dell’Apocalisse e del Vangelo di San Giovanni” (Dictionnaire de Théologie Catholique). Anche Origene ce l’aveva tanto con il millenarismo, perché, come spiega The Catholic Encyclopedia, “A motivo del neoplatonismo su cui si basavano le sue dottrine … non poteva schierarsi con i millenaristi”. Condividendo il pensiero platonico sull’immortalità dell’anima, trasferì nel reame spirituale le benedizioni terrene del regno millenario del Messia. Ma colui che diede il colpo di grazia alla speranza del millennio fu senza dubbio Agostino di Ippona (354-430 d.C.), definito dall’Encyclopædia Britannica “il più grande pensatore cristiano dell’antichità” ma anche “il crogiuolo in cui ebbe luogo la più completa fusione fra la religione del Nuovo Testamento e la tradizione platonica della filosofia greca”. Al riguardo The Catholic Encyclopedia afferma: “S. Agostino si convinse che non ci sarebbe stato nessun millennio …  il grande Dottore dà una spiegazione allegorica del capitolo 20 dell’Apocalisse. La prima risurrezione, di cui si parla in questo capitolo, si riferisce secondo lui alla rigenerazione spirituale che ha luogo al battesimo; il sabato di mille anni dopo i seimila anni di storia rappresenta tutta la vita eterna nel suo insieme … Questa spiegazione dell’illustre Dottore fu adottata dai successivi teologi occidentali, e il millenarismo nella sua forma iniziale non fu più sostenuto”. Così, negando il governo millenario stabilito da Dio per la terra (cfr. Daniele 2:44), si diffuse la credenza che tutti i giusti sarebbero andati in cielo, mentre la Parola di Dio offriva questa speranza solo a un limitato numero di  cristiani chiamati a governare con Cristo in qualità di re, sacerdoti e giudici (cfr. Luca 22:28-30; Rivelazione o Apocalisse 14:1-3; 20:4-6), affossando il proposito di Dio di far compiere la sua volontà “come in cielo, così sulla terra” (cfr. Matteo 6:10).
La dottrina greca dell’immortalità dell’anima comportò anche la necessità di dare all’anima varie destinazioni dopo la morte visto che quelli che muoiono non sono né tutti cattivi né tutti buoni. Considerando che la Parola di Dio era chiara sulla condizione dei morti dicendo che “i morti non sanno nulla, né hanno più alcuna ricompensa, perché di loro non rimane alcun ricordo … perché nella Tomba … non si lavora né si fanno piani, e non ci sono né conoscenza né sapienza” in quanto chi muore “torna al suolo; in quello stesso giorno i suoi pensieri svaniscono” (Ecclesiaste 9:5,10; Salmo 146:4), per risolvere questo importante dilemma i vari “dottori” ricorsero ancora alla filosofia greca. Riguardo a questa Salomon Reinach,  archeologo e storico francese, specialista di storia delle religioni, nel suo libro Orpheus, Histoire Générale des Religions scrisse: “Una credenza molto diffusa era che [l’anima] entrasse nelle regioni infernali dopo aver attraversato il fiume Stige nella barca del vecchio traghettatore Caronte, che esigeva come tariffa un obolo [una moneta], che veniva posto in bocca al defunto. Nelle regioni infernali essa compariva dinanzi ai tre giudici del posto … se veniva condannata per i suoi delitti, doveva soffrire nel Tartaro … I greci inventarono persino un Limbo, la dimora dei bambini morti nell’infanzia, e un Purgatorio, dove una pena mite purificava le anime”. Così cielo, inferno, purgatorio, paradiso, limbo annullarono l’insegnamento di Cristo e dei suoi fedeli apostoli circa la reale speranza dei morti riportato nel vangelo di Giovanni 5:28,29 e negli Atti degli apostoli 24:15.
Come mostrano gli esempi sopra descritti, a partire dal II secolo d.C. molti cristiani si imbevvero della filosofia greca e, allontanandosi dalle verità bibliche, apostatarono dalla vera fede. Questi ammiravano la sapienza dei greci e credevano di trovare somiglianze tra la filosofia greca e gli insegnamenti delle Scritture. Harry Austryn Wolfson studioso e storico dell’Università di Harvard, nel suo libro succitato dichiara: “Talvolta il tenore delle loro svariate espressioni è che la filosofia è lo speciale dono fatto da Dio ai greci sotto forma di ragione umana come lo sono le Scritture per gli ebrei sotto forma di rivelazione diretta”. Il risultato fu che si lasciarono attrarre dalla via larga e comoda del compromesso col mondo di quel tempo dando inizio a un vasto e potente apparato religioso di ispirazione babilonica che possiamo ben definire il capolavoro del “padre della menzogna”, Satana il Diavolo: un falso cristianesimo, divenuto nel corso dei secoli la punta di diamante dell’impero mondiale di falsa religione satanica chiamato nella Bibbia col nome simbolico di Babilonia la Grande (cfr. Rivelazione o Apocalisse 17:4,5; 18:1-3).

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* Nelle Sacre Scritture i termini “sorvegliante” e “anziano” si riferiscono allo stesso incarico (cfr. Atti 20:17,28; Tito 1:5,7). Il termine “anziano” indica la maturità di chi riceve questo incarico, mentre “sorvegliante” indica la responsabilità connessa con l’incarico, quella di tutelare gli interessi di coloro che sono affidati alle sue cure.
** Il termine italiano “prete” deriva dal greco presbỳteros attraverso il latino tardo presbyter.
Nota
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – X

“SIGNORE, NON AVEVI SEMINATO SEME ECCELLENTE NEL TUO CAMPO? COME MAI, ALLORA, C’È LA ZIZZANIA”

Matteo 13:27

Anteprima
Gesù è stato per certo il più grande insegnante che la storia ricordi! I suoi contemporanei dissero di lui: “Nessuno ha mai parlato così” (Giovanni 7:46). Non era stato addestrato nelle grandi scuole rabbiniche, come invece vantavano gli ipocriti scribi e farisei del suo tempo (cfr. Giovanni 7:15). Né usava il linguaggio forbito degli eruditi ebrei (cfr. Matteo 6:5,7). Parlava la lingua comune e semplice del popolo. Non usava espressioni complicate e altisonanti ma termini comprensibili a tutti.  I suoi detti erano si semplici, ma ricchi di significato. Le cronache del tempo dicono ancora che “le folle erano stupite del suo modo d’insegnare, perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi” (Matteo 7:28). Quale era il segreto del suo modo di insegnare? “Quello che insegno non è mio, ma di colui che mi ha mandato” disse ai suoi oppositori (Giovanni 7:16). Sì, gli insegnamenti di Gesù avevano origine dall’Onnipotente e Onnisapiente Dio: si basavano sulla sua Parola. Perciò erano convincenti e nobilitavano chi li ascoltava. Raggiungevano il cuore delle persone inducendole a riflettere (cfr. Ebrei 4:12). Non faceva leva sul sentimentalismo usando parole compiacenti, o solenni e santocchiane, che intorpidivano la coscienza e riempivano il cervello di fantasie che esulavano dalla realtà. Al contrario i suoi insegnamenti semplici e lineari liberavano le persone dall’errore religioso e dalle filosofie umane.
Spesso quando insegnava Gesù usava illustrazioni o parabole per aiutarli a capire bene dottrine ed eventi relativi all’argormento principale del suo ministero: il Regno di Dio. Queste illustrazioni avevano anche un altro scopo, testare il sincero interesse dei suoi ascoltatori. A una precisa domanda dei suoi discepoli, infatti, rispose: “A voi è concesso di capire i sacri segreti del Regno dei cieli, ma a loro non è concesso… Per questo parlo loro usando parabole, perché guardano ma non vedono e odono ma non ascoltano, né capiscono … Il cuore di questo popolo è infatti diventato insensibile” (cfr. Matteo 13:10-15). Cosa accadeva, generalmente, quando Gesù parlava alle folle? La maggioranza di quelli che l’ascoltavano si compiaceva delle belle parole di speranza che Gesù pronunciava e si meravigliava dei miracoli che vedeva compiere. Alla fine se ne tornava a casa sazia e soddisfatta, ma tutto finiva lì. Le loro orecchie erano stimolate a sentire, ma il loro cuore non era spinto ad agire conseguentemente. Ma i suoi fedeli apostoli non erano così. Non si limitavano ad ascoltare le sue belle illustrazioni. Volevano capirne il senso! Perciò spesso si accostavano a lui dicendo “Spiegaci la parabola»” (cfr. Matteo 13:36). Il loro cuore non era indurito dalla tradizione rabbinica che mirava a rafforzare il potere degli uomini su altri uomini, nascondendo loro le verità riguardo alla speranza del regno (cfr. Matteo 15:6-9). Essi volevano conoscere la verità, sapevano che le loro prospettive di vita future e tutte le benedizioni promesse da Dio dipendevano dal conoscere la verità (cfr. Giovanni 17:3). Gesù non li deluse mai dando loro la spiegazione richiesta. Un esempio di tutto ciò lo troviamo nel Vangelo di Matteo al capitolo 13. Lì viene riportata una delle più significative illustrazioni usate da Gesù, la parabola della zizzania. Questa parabola contiene la chiave per capire per quale motivo il cristianesimo, che all’inizio era  “un solo corpo, e un solo spirito … una sola speranza … una sola fede, un solo battesimo;un solo Dio” (cfr. Efesini 4:4-6), si è poi diviso in centinaia di chiese, confessioni, culti, movimenti, congregazioni, sette, ciascuna delle quali si distingue e si differenzia dall’altra per la dottrina, la pratica e l’organizzazione e spesso sono in polemica, se non in guerra, tra loro. Sarà utile esaminarne alcuni aspetti …

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Grano e zizzania 1

Correva il 31 A.D. e Gesù stava per concludere il secondo anno del suo ministero. Percorrendo il suo secondo giro di predicazione in Galilea insieme ai suoi 12 apostoli si fermò sulle rive del Mar di Galilea “e si radunò attorno a lui una folla così numerosa che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava in piedi sulla spiaggia. Quindi parlò loro di molte cose servendosi di parabole” (Matteo 13:2,3). Una di queste parabole ha piena pertinenza con l’argomento di questa serie di post: la nascita e lo sviluppo della religione babilonica o della falsa religione. Egli disse:
Il Regno dei cieli può essere paragonato a un uomo che seminò seme eccellente nel suo campo. Mentre gli uomini dormivano, il suo nemico venne, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò.Quando lo stelo crebbe e produsse frutto, allora comparve anche la zizzania.Quindi gli schiavi del padrone di casa vennero a dirgli: Signore, non avevi seminato seme eccellente nel tuo campo? Come mai, allora, c’è la zizzania?’Lui rispose loro: ‘È stato un nemico, un uomo, a farlo. Gli schiavi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?Lui rispose: No, perché raccogliendo la zizzania potreste sradicare con essa anche il grano.Lasciate che entrambi crescano insieme fino alla mietitura, e al tempo della mietitura dirò ai mietitori: Prima raccogliete la zizzania e legatela in fasci per bruciarla, poi radunate il grano nel mio granaio’” (Matteo 13:24-30).
“Spiegaci la parabola della zizzania nel campo” – Matteo 13:36
Dopo aver narrato le sue parabole congedò la folla e si ritirò con i suoi discepoli. Tutte quelle persone che erano accorse ad ascoltarlo erano affascinate dal suo modo di insegnare “perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi” (Matteo 7:28,29). Gesù era davvero un grande insegnante e dalla sua bocca uscivano parole di insuperabile sapienza. I suoi insegnamenti erano scevri di ogni sapienza o tradizione umana e rispecchiavano la sua profonda conoscenza della Parola di Dio. Ma tutti quegli ascoltatori capivano davvero le lezioni che stavano alla base di quelle parabole o il loro interesse si esauriva al termine della giornata, quando ritornavano alle loro case soddisfatte di aver ascoltato delle storie narrate in maniera mirabile, aver visto qualche miracolo e aver rimediato, come a volte accadeva, anche del buon cibo da mangiare? (cfr. Matteo 14:14-21; 15:32-38). È legittimo porre tale questione perché alla domanda dei discepoli “Perché parli loro usando parabole?” Gesù rispose: “A voi è concesso di capire i sacri segreti del Regno dei cieli, ma a loro non è concesso.Infatti a chi ha sarà dato dellaltro e sarà nellabbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.Per questo parlo loro usando parabole, perché guardano ma non vedono e odono ma non ascoltano, né capiscono.E nel loro caso si adempie la profezia di Isaia, che dice: ‘È vero che udrete, ma non capirete affatto, ed è vero che guarderete, ma non vedrete affatto.Il cuore di questo popolo è infatti diventato insensibile, e con gli orecchi hanno udito rimanendo indifferenti, e hanno chiuso gli occhi, affinché non vedano con gli occhi, non odano con gli orecchi, non capiscano con il cuore e non si convertano, e io non li guarisca” (Matteo 13:10-15).
In queste parole c’è una importante lezione per tutti quelli che ambiscono ad essere discepoli di Gesù: si interessano di lui solo perché lo reputano una persona eccezionale, un operatore di miracoli, oppure lo considerano una persona da servire quale Signore e da seguire con abnegazione? Preferiscono farsi ‘solleticare le orecchie’ semplicemente ascoltando cose piacevoli piuttosto che permettere ai suoi insegnamenti di cambiare il loro modo di pensare o di vivere? Come punto di riferimento si può prendere in considerazione il diverso atteggiamento dei discepoli da quello del resto della folla radunata sulla spiaggia! A quelle persone mancava il sincero desiderio di conoscere il significato racchiuso nelle illustrazioni e si accontentavano della semplice narrazione dei fatti. Ma, a fine giornata “i suoi discepoli gli si avvicinarono e gli dissero: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo” (Matteo 13:36). Forse, come tutti, anch’essi erano fisicamente e mentalmente affaticati dalle ore passate ad ascoltare, ma volevano conoscere le lezioni implicate nelle parabole che il loro Maestro aveva pronunciato e capire come applicarle alla loro vita. La voglia di imparare prese il sopravvento su qualsiasi forma di stanchezza. Si, avevano un cuore sensibile che ardeva dal desiderio di conoscere la verità contenuta negli insegnamenti di Gesù.
Egli non li deluse e spiegò loro: “Il seminatore del seme eccellente è il Figlio dell’uomo; il campo è il mondo. Quanto al seme eccellente, questi sono i figli del Regno, mentre la zizzania sono i figli del Malvagio, e il nemico che la seminò è il Diavolo. La mietitura è la conclusione di un sistema di cose e i mietitori sono gli angeli. Perciò, come la zizzania è raccolta e bruciata nel fuoco, così avverrà alla conclusione del sistema di cose. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, e questi raccoglieranno fuori dal suo Regno tutte le cose che portano a peccare e le persone che praticano l’illegalità, e le getteranno nella fornace ardente. Là piangeranno e digrigneranno i denti. A quel tempo i giusti risplenderanno fulgidamente come il sole nel Regno del Padre loro” (Matteo 13:37-43).

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Una piantagione di grano infestata dalla zizzania
È opinione comune che la zizzania (gr. zizània) della parabola di Gesù riportata in Matteo 13:24-30, 36-43 sia il loglio (Lolium temulentum), pianta velenosa della famiglia delle Graminacee. L’eliminazione della zizzania dai campi di cereali è resa difficoltosa dal fatto che le sue cariossidi (i frutti) nei suoi stadi iniziali è molto simile a quelle del grano. Solo quando è maturo, lo si può facilmente distinguere dal grano per i semi neri più piccoli. Questo, insieme al fatto che le sue radici si intrecciano con quelle del grano, rendeva del tutto sconsigliabile strappare subito le zizzanie. Se dopo la mietitura i semi del loglio si mischiavano con i chicchi di grano poteva essere molto pericoloso perché la farina così ricavata poteva causare vertigini e anche avvelenamento mortale.
Qui è il caso di precisare che la “zizzania” non è una forma degenerata di grano, come credevano un tempo alcuni talmudisti ebrei. Il seme di grano non avrebbe mai potuto produrre la zizzania perché sarebbe stato contrario all’immutabile legge di Geova secondo la quale ogni seme produce solo ‘secondo la sua specie’ (cfr. Genesi 1:11,12). Nella parabola, quindi, Gesù Cristo, “il seminatore del seme eccellente”, non era responsabile di quello che era accaduto nel “suo campo” perché quel “seme eccellente” che aveva seminato non avrebbe mai prodotto una messe di zizzania. Poteva produrre solo “seme eccellente”, nella fattispecie buon grano o veri “figli del regno”. Ciò che in seguito accadde nel suo “campo” fu il diretto risultato della deliberata e iniqua semina di “zizzania” o di “figli del malvagio” da parte del nemico, Satana il Diavolo. La parabola, quindi, serviva a spiegare la storia del cristianesimo nel corso dei secoli. Gesù usò la zizzania per raffigurare la contraffazione del vero cristianesimo che, dopo la morte dei suoi fedeli apostoli, Satana il Diavolo avrebbe promosso per mezzo dei suoi malvagi e ipocriti figli terreni. Questi avrebbero introdotto nella chiesa cristiana false dottrine e pratiche religiose prese dai culti d’origine babilonica o frutto della filosofia umana, corrompendo la genuinità e la semplicità degli insegnamenti di Cristo.
Cerchiamo ora, sempre alla luce delle Sacre Scritture, di capire cosa intendeva insegnare Gesù. Intanto chiariamo chi sono i personaggi della parabola. Il padrone del campo e seminatore del seme eccellente, il “Figlio dell’uomo” non è altri che Gesù stesso, diversi altri versetti biblici lo descrivono in questo modo (cfr. Matteo 8:20; Marco 2:10; Luca 5:24; Giovanni 1:51). Colui che ha seminato la zizzania, il “nemico”, viene identificato in Satana il Diavolo. Il “seme eccellente” o “i figli del Regno”, rappresenta i discepoli di Gesù che parteciperanno con lui al Regno celeste, come Gesù stesso promise loro la sera in cui celebrò l’ultima cena pasquale, allorché disse: “voi siete quelli che sono rimasti con me nelle mie prove; e come il Padre mio ha fatto un patto con me, io faccio un patto con voi per un regno, perché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio Regno e sediate su troni per giudicare le 12 tribù d’Israele” (Luca 22:28-30, cfr. anche Luca 12:32; 2Timoteo 2:10-12; Rivelazione o Apocalisse 20:6). La “zizzania”, disse Gesù, rappresenta “i figli del Malvagio”; chi sono questi? Durante il suo ministero Gesù identificò come tali i capi religiosi di Israele ai quali disse: “Voi avete il Diavolo per padre e volete fare ciò che vostro padre desidera. Lui fu omicida fin dal principio, e non si tenne stretto alla verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice menzogne, parla secondo quello che lui stesso è, perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). In che modo mostravano di essere figli del Diavolo, il “padre della menzogna”? Sempre Gesù lo spiegò, in una occasione rivolgendosi a loro disse: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione. Ipocriti, Isaia profetizzò appropriatamente di voi quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è molto lontano da me. Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini’” (Matteo 15:6-9). I loro insegnamenti si basavano su idee umane che offuscavano i sani princìpi della Parola di Dio.
Noi siamo dunque ambasciatori in nome di Cristo” – 2Corinti 5:20
La parabola di Gesù superava il suo tempo poiché il suo adempimento andava dalla ‘semina’ fino alla “mietitura”, che rappresentava un tempo futuro, “la conclusione del sistema di cose”. Al riguardo è interessante notare che il termine usato nel testo greco, appropriatamente tradotto nella TNM con “conclusione del sistema di cose, è “syntèleia” che, secondo il noto dizionario biblico (Expository Dictionary of New Testament Words) di William Edwy Vine, “non indica una conclusione, ma la maturazione di avvenimenti fino al culmine stabilito”. Se ne deduce che la parabola forniva una veduta degli sviluppi che avrebbero avuto luogo in relazione al Regno di Dio in un arco di tempo che includeva almeno i passati 2.000 anni, non essendo ancora arrivata “la conclusione del sistema di cose”. Quand’è, infatti, che Gesù provvide a ‘seminare’ “i figli del Regno”? Al riguardo l’apostolo Paolo fu ispirato da Dio a scrivere: “tutti quelli che sono guidati dallo spirito di Dio sono figli di Dio … Lo spirito stesso attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio.E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, purché soffriamo con lui per essere anche glorificati con lui”. Fu il giorno di Pentecoste del 33 A.D. che lo spirito santo di Dio scese per la prima volta sui discepoli di Gesù radunati a Gerusalemme rendendoli idonei quali coeredi con Gesù del Regno celeste (cfr. Atti 2:1-4,38,41,47). Da quel giorno la crescita dei “figli del Regno” doveva continuare fino “alla conclusione del sistema di cose”. Questo privilegio fu dapprima riservato a persone di stirpe ebraica, venne poi esteso a persone di tutte le nazioni ed è tutt’ora in atto in tutta la terra (cfr. Matteo 24:14). Non è un caso che nella parabola il “campo” seminato rappresentava “il mondo” intero.
Da cosa si sarebbero riconosciuti i “figli del Regno”? Prima di tornare in cielo Gesù diede ai suoi discepoli questo comando: “riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa, e fino alla più distante parte della terra” (Atti 1:8). Dal quel giorno di Pentecoste in poi essi si diedero immediatamente da fare per adempiere quell’incarico. All’inizio diedero testimonianza tra gli abitanti di Gerusalemme, ma non senza incontrare opposizione da parte dei “figli del Malvagio” cioè le autorità religiose e civili dei giudei. Queste intimarono loro “di non parlare né insegnare nel nome di Gesù” (cfr. Atti 4:18). Lungi dall’essere scoraggiati, quei fedeli figli del Regno “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa, continuavano senza posa a insegnare e a dichiarare la buona notizia intorno al Cristo, Gesù” (Atti 5:40-42). Quel metodo diede splendidi risultati, perché “la parola di Dio cresceva, e il numero dei discepoli si moltiplicava moltissimo in Gerusalemme” (Atti 6:7). Tuttavia l’opposizione alla loro testimonianza mise in moto un’ondata di violenta persecuzione con lo scopo di metterli a tacere, provocando la loro dispersione nelle regioni vicine. Ma l’opera di testimonianza ricevette nuovo impulso facendo sì che si estendesse proprio nella direzione voluta da Cristo. Infatti “tutti, eccetto gli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samarìa” e lì “andavano per il paese annunciando la buona notizia della parola”. (Atti 8:1,4). Comunque il comando di Gesù era di più vasta portata poiché la testimonianza di lui doveva arrivare “fino alla più distante parte della terra”. Come fu reso possibile?
Molti di quelli che ricevettero testimonianza a Gerusalemme e divennero figli del Regno erano proseliti ebrei provenienti da luoghi lontani, come la terra dei Parti, la Media, Elam e la Mesopotamia (gli attuali Iran e Iraq), l’Asia Minore (l’attuale Turchia), l’Africa settentrionale e l’Italia (cfr. Atti 2:8-11). Quando tornarono nei paesi d’origine iniziarono anch’essi a dare testimonianza di Cristo ai loro concittadini ebrei. Inoltre alcuni di quelli che erano stati dispersi dalla persecuzione si rifugiarono in Fenicia, a Cipro e in Antiochia di Siria e lì anch’essi diedero testimonianza intorno a Cristo ai loro concittadini ebrei (cfr. Atti 11:19). Infine quando la via del Regno venne aperta alle persone non di stirpe ebraica, con la testimonianza di Pietro alla casa del centurione romano Cornelio, nel 36 d.C., i discepoli cristiani iniziarono a dare sistematica testimonianza a persone di tutte le nazioni tanto che, solo circa 30 anni dopo, l’apostolo Paolo poté scrivere che la buona notizia del Regno era “stata predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (cfr. Colossesi 1:23). Il seme del Regno seminato da Gesù cresceva nel coltivato campo del mondo, come narrato nella sua parabola, e tutte quelle persone che davano testimonianza lo facevano in qualità di rappresentanti del Regno, come “ambasciatori in nome di Cristo” (2Corinti 5:20).

Pentecoste

Noi siamo dunque ambasciatori in nome di Cristo” –  2Corinti 5:20
Durante la sua ultima apparizione terrena, quaranta giorni dopo la sua risurrezione, rivolgendosi ai suoi discepoli Gesù disse loro: “riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa, e fino alla più distante parte della terra” (Atti 1:8). Il promesso “spirito santo” arrivò su di loro 10 giorni dopo, il giorno di Pentecoste del 33 A.D., perciò, in obbedienza al comando del loro Signore quei discepoli iniziarono subito ad annunciare ad altri “le magnifiche cose di Dio”. Lo fecero nel tempio, nelle vie, nelle pubbliche piazze, di casa in casa, ovunque potevano trovare persone disposte ad ascoltarli (cfr. Atti 5:42; 20:20). John M’Clintock e James Strong, eruditi biblici di indiscussa fama mondiale, nella loro Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature, hanno scritto: “Nostro Signore e i suoi apostoli trovavano posti adatti per predicare ovunque la gente potesse riunirsi. Le pendici di un monte, le rive di mari e fiumi, le strade pubbliche, le case private, il portico del Tempio, la sinagoga ebraica e vari altri luoghi furono ritenuti idonei per la predicazione del Vangelo”. In circa 30 anni avevano annunciato la buona notizia del Regno a “tutta la creazione che è sotto il cielo” (cfr. Colossesi 1:23). Perché ci riuscirono? Essi compresero bene in cosa consisteva il comando di Gesù. Riguardava tutti i suoi discepoli perché il vero cristianesimo non era una religione egocentrica che portava all’autocompiacimento, alla clausura e a fare voti di silenzio. Piuttosto incoraggiava un attivo ministero cristiano manifestato con le parole e con le opere! A questo scopo erano stati ‘mandati’ da Cristo. Fu infatti ispirato a scrivere l’apostolo Paolo, che dopo la sua conversione al cristianesimo si dedicò a tempo pieno a quest’opera: ““chiunque invocherà il nome di Geova sarà salvato”.Ma come lo invocheranno se non hanno riposto fede in lui? E come riporranno fede in colui del quale non hanno sentito parlare? E come ne sentiranno parlare senza qualcuno che predichi?E come predicheranno, se non sono stati mandati? Come è scritto: “Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!”” (Romani 10:13-15). Appropriatamente l’apostolo definì tutti quei cristiani attivi nella predicazione del Regno “ambasciatori in nome di Cristo” (2Corinti 5:20).
fra voi ci saranno falsi maestri” – 2Pietro 2:1
Nella parabola però il seminatore del buon grano venne avvertito dai suoi servitori che il suo nemico durante la notte, mentre essi dormivano, aveva seminato nel campo anche la zizzania e gli chiesero se dovevano estirparla. Nella sua spiegazione Gesù, in qualità di padrone del campo, dopo aver identificato nel nemico Satana il Diavolo e nella zizzania i suoi malvagi figli terreni, disse di lasciare crescere la zizzania insieme con il buon grano per evitare che la sua crescita venisse danneggiata. Quando sarebbe arrivato il tempo della mietitura, o “la conclusione del sistema di cose”, detta operazione si poteva fare in tutta sicurezza riconoscendo il grano dalla zizzania in base ai frutti prodotti. Come si sarebbe adempiuto tutto ciò? Probabilmente quando parlò di zizzania Gesù si riferiva al loglio. Negli stadi iniziali, prima di raggiungere la maturazione, questa pianta velenosa è molto simile al grano. La zizzania, quindi, rappresentava qualcosa che poteva essere confusa con il grano, dunque una immagine appropriata dei finti cristiani, coloro che asseriscono di essere figli del Regno ma non producono i frutti del vero cristianesimo. La sua semina in mezzo al grano rappresentava il tentativo che Satana il Diavolo avrebbe compiuto di corrompere la neonata chiesa cristiana introducendo al suo interno persone malvage. Egli avrebbe tentato di ripetere l’operazione già effettuata con successo nei confronti del popolo di Israele allorché, servendosi di falsi insegnanti che avevano sostituito le semplici e genuine norme bibliche con tradizioni e dottrine di origine umana prese di sana pianta dalla religione di origine babilonica, spinse la nazione verso una forma di adorazione ipocrita e idolatra, impedendole di riconoscere in Gesù il Messia promesso, il Re del celeste Regno di Dio.
Pertanto con quella parabola Gesù preannunciò ai suoi discepoli lo sviluppo di una grande apostasia, cioè di un importante allontanamento dalla verità che lui aveva insegnato usando la Parola di Dio, apostasia che avrebbe tentato, come la zizzania col grano, di soffocare lo sviluppo del vero cristianesimo. Quand’è, quindi che comparvero questi finti cristiani paragonabili alla zizzania? Verso il 51 d.C. l’apostolo Paolo fu ispirato da Dio a scrivere alla comunità cristiana che si trovava a Tessalonica, principale città portuale della Macedonia, questo avvertimento: “Non fatevi sviare da nessuno, in nessun modo, perché esso non verrà se prima non viene l’apostasia e non è rivelato l’uomo dell’illegalità, il figlio della distruzione.Questi si pone come nemico e si esalta al di sopra di chiunque sia definito dio o sia oggetto di adorazione; si insedia così nel tempio di Dio, mostrando pubblicamente di essere un dio” (2Tessalonicesi 2:3,4). Dieci anni più tardi, nel 61 d.C., sempre sotto ispirazione divina Paolo scrisse ai cristiani di Efeso, nell’Asia Minore: “dopo la mia partenza entreranno fra voi … uomini che diranno cose distorte per trascinarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30) e a quelli della vicina chiesa di Colosse avvertì: “State attenti che nessuno vi prenda in trappola servendosi della filosofia e di vuoti inganni fondati sulle tradizioni umane, sui princìpi basilari del mondo, e non su Cristo” (Colossesi 2:8). Qualche anno più tardi, verso il 64 d.C., lo stesso apostolo scrisse ad un giovane sorvegliante (gr. epìskopos) queste parole: “in futuro alcuni si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli affermazioni ispirate e a insegnamenti di demòni,a causa dellipocrisia di uomini che dicono menzogne, la cui coscienza è marchiata come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:1,2). Quello stesso anno anche l’apostolo Pietro venne da Dio ispirato a scrivere a tutte le comunità cristiane del tempo: “fra voi ci saranno falsi maestri. Questi introdurranno in modo subdolo sette distruttive … a motivo loro si parlerà in modo offensivo della via della verità.Per avidità vi sfrutteranno con parole false” (2Pietro 2:1-3). Infine, verso la fine del secolo, circa il 98 d.C., l’ultimo degli apostoli ancora in vita, Giovanni, scrisse sotto ispirazione divina: “è l’ultima ora, e, come avete udito che viene l’anticristo, così ora sono sorti molti anticristi … Sono usciti da noi, ma non erano della nostra sorta” (1Giovanni 2:18,19).
Finché erano in vita, gli apostoli posero un freno al sorgere di finti cristiani paragonabili alla zizzania avvertendo in continuazione i loro conservi cristiani (cfr. 2Tessalonicesi 2:7). Ma “mentre gli uomini dormivano”, cioè quando tutti gli apostoli si addormentarono nella morte, e in particolare a partire dal II secolo d.C., molti cristiani si addormentarono in senso spirituale, eludendo tutti gli avvertimenti ricevuti. Fu allora che il nemico, Satana il Diavolo, ebbe via libera per cominciare a introdurre nella chiesa cristiana “sette distruttive”, cioè divisioni per mezzo di “parole false”, superstizioni, pratiche pagane, tradizioni e filosofie umane, che in quel tempo erano molto popolari nel mondo romano. Lo fece tramite “falsi maestri”, uomini dalla coscienza “marchiata come da un ferro rovente”, insensibile alla verità, perciò spacciatori di “parole false” o spudorate menzogne. Scrive infatti una nota enciclopedia, l’Encyclopædia Britannica: “Forse nulla ha teso a corrompere più completamente il cristianesimo dell’introduzione in esso di superstizioni che in se stesse sono realmente pagane, o sono state suggerite da pratiche pagane. Il paganesimo, non potendo opporsi con successo al cristianesimo, ha fatto molto per corromperlo, e in innumerevoli modi ne ha intaccato la purezza”. Lo scopo di tale apostasia era quello di confondere le persone e allontanarle dalla speranza cristiana del Regno. Chi furono gli uomini che, dicendo “cose distorte”, sostituirono la speranza biblica del millenario regno di Cristo (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:4-6) con qualcosa di contraffatto, di natura filosofica umana come, ad esempio, la vaga speranza di felicità eterna in cielo? Se non dalla Parola di verità di Dio (cfr. Giovanni 17:17), da quale fonte tali uomini attinsero le loro eresie? Ce ne occuperemo con i prossimi post … …

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Nota
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – IX

“UN TEMPO VOI NON ERAVATE UN POPOLO, MA ORA SIETE IL POPOLO DI DIO”

1Pietro 2:10

Anteprima
Zelanti uomini e donne, giovani e vecchi, in tutto il mondo stanno “rendendo completa testimonianza in merito al regno di Dio” (cfr. Atti 28:23). Parlano con le persone di casa in casa, le avvicinano per la strada o le contattano per telefono. Che si trovino su un autobus, in un parco o sul lavoro durante la pausa, approfittano di ogni occasione per rendere testimonianza riguardo al Regno di Dio. Non sempre per loro è facile farlo, poiché a volte trovano un’accanita opposizione da parte di istituzioni governative e religiose o di singole persone. Tuttavia nessun ostacolo è stato finora in grado di fermare questa opera mondiale. Dove e perché iniziò? Il fondatore della chiesa cristiana, Gesù, fece della testimonianza al Regno di Dio lo scopo del suo ministero terreno. Una volta spiegò: “Devo annunciare la buona notizia del Regno di Dio … perché è per questo che sono stato mandato” (Luca 4:43). Sapeva però che dava il via a un’opera che non avrebbe portato a termine da solo. Chi altri doveva compierla?
Egli offrì questo privilegio dapprima agli israeliti discendenti da Abraamo. Disse infatti “Io sono stato mandato soltanto alle pecore smarrite della casa d’Israele” (Matteo 15:24). Ma la stragrande maggioranza di essi rifiutò l’incarico. Facendosi forti del patto della Legge che i loro antenati avevano stipulato con Geova al Sinai dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana, pensavano di essere a posto nella loro relazione con Dio. Non solo avevano violato quel patto ripetute volte in tutta la loro storia nazionale, ma avevano anche dimenticato che quel patto doveva garantire la nascita di un “seme” o di una discendenza di Abraamo per mezzo del quale si dovevano benedire tutte le nazioni della terra (cfr. Genesi 22:18). Così invece di essere onorati dell’arrivo di un Mashìach provveduto da Dio a questo scopo, lo rigettarono. Di conseguenza Dio rigettò la loro nazione. Nella sua infallibile prescienza Geova aveva previsto ciò e mediante il suo profeta Geremia aveva fatto scrivere “verranno i giorni in cui concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto” (Geremia 31:31-33). Questo “nuovo patto” avrebbe sostituito il vecchio patto della Legge mosaica e sarebbe stato stipulato con una nuova nazione chiamata l’Israele di Dio. Da chi sarebbe stata composta e perché? Come i suoi componenti si sarebbero comportati in relazione alla predicazione della Buona Notizia del Regno iniziata da Gesù? …

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Era il 6° giorno di sivan, terzo mese del calendario sacro ebraico, del 33 A.D, corrispondente più o meno al 20 maggio del nostro calendario. Quel giorno in Israele si celebrava la “Festa della Mietitura” o “Festa delle Settimane”, la seconda delle tre principali feste comandate dalla Legge mosaica (cfr. Esodo 23:14-16; 34:22). In quel tempo la festa era anche chiamata “Pentecoste” (cfr. Atti 2:1; 20:16; 1Corinti 16:8), parola greca che significa “cinquantesimo [giorno]”, perché si celebrava il 50° giorno dal 16 nisan, primo mese dello stesso calendario, che corrispondeva al 2° giorno della “Festa dei Pani Azzimi”, che seguiva la Pasqua ebraica, quando, secondo la Legge, veniva offerto a Geova un covone di orzo, primizia della mietitura. Così  quel 6 sivan in una stanza superiore a Gerusalemme si erano radunate 120 persone in obbedienza a un preciso comando che il loro Signore e Maestro, Gesù di Nazaret che essi avevano accettato comen il Mashìach (ebr.) o il Christòs (gr.) promesso nelle profezie bibliche, il quale, prima di tornare in cielo da dove era venuto, aveva detto loro “rimanete in città finché non sarete rivestiti di potenza dall’alto” (Luca 24:49).
 “Io sono la porta delle pecore … Chi entra attraverso me sarà salvato” – Giovanni 10:9
Per tre anni e mezzo, dall’autunno del 29 alla primavera del 33, Gesù aveva percorso in lungo e in largo il territorio di Israele annunciando a tutto popolo ebraico con parole ed azioni che era arrivato il tempo dell’adempimento delle promesse relative al Regno di Dio, il messianico governo che avrebbe riportato la terra e l’umanità sotto la sovranità del suo Creatore trasformando la terra in un paradiso dove gli esseri umani potevano vivere per sempre in pace, sicurezza e perfetta salute. Nel corso del suo ministero terreno Gesù si era rivolto a quelle che considerava le “pecore smarrite della casa d’Israele” (cfr. Matteo 15:24) mosso a compassione per la miserevole condizione spirituale a cui le avevano ridotte i capi religiosi della nazione, e fece di tutto per portare loro un messaggio di speranza. Compiendo miracoli sanò le loro imperfezioni fisiche, risuscitando perfino i morti, e con i suoi insegnamenti basati sulla Parola di Dio smascherò l’ipocrisia religiosa delle classi governanti e sacerdotali del paese, condannò le tradizioni e i pesanti carichi dottrinali di origine umana che scribi, farisei e sadducei avevano posto sulle loro spalle (cfr. Matteo 4:23; 8:16; 15:6-9,30,31; 23:1-36; Luca 7:11-15; 8:40-42,49-55). Quando Gesù parlava le folle accorrevano a migliaia ad ascoltarlo poiché “erano stupite del suo modo d’insegnare,perché insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi”, le sue parole di verità erano come un balsamo per le loro anime afflitte (cfr. Matteo 7:28,29).
Nonostante tutto ciò, quel giorno di Pentecoste del 33 A.D. solo 120 persone di tutta la nazione avevano ubbidito al suo comando dimostrando di aver riposto fede in lui. Dov’erano finiti quei 5.000 uomini con le loro donne e bambini (secondo alcune stime 15.000 in tutto) che, poco dopo l’inizio del suo ministero, erano accorsi ad ascoltarlo presso la riva del Mar di Galilea e che Gesù aveva infine sfamato in modo miracoloso con cinque pani e due pesci? (cfr. Matteo 14:14-21). Dove erano andati quei 4.000 uomini con le loro donne e bambini che, nello stesso luogo, qualche tempo dopo stettero ad ascoltarlo per tre giorni e che, con un miracolo simile, Gesù sfamò moltiplicando sette pani e alcuni pesciolini? (cfr. Matteo 15:32-38). Dove si trovavano quelle altre migliaia di persone che circa due anni prima erano accorse a Capernaum, dalla Giudea, da Gerusalemme, dalla Decapoli, perfino dalle città costiere di Tiro e Sidone per ascoltare il celebre Sermone del Monte? E che fine avevano fatto tutti gli abitanti di Gerusalemme che, solo 58 giorni prima, la domenica 9 nisan, quando entrò pacificamente nella città cavalcando un puledro d’asina stesero i loro mantelli sulla strada gridando: “Salva, preghiamo! Sia benedetto colui che viene nel nome di Geova! Sia benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!”? (Marco 11:7-10).
Qualche giorno fa ho letto su un account Facebook di una amica virtuale di fede avventista una querelle imbastita con suoi altri amici di fede evangelica sulla corretta interpretazione delle parole scritte dall’apostolo Paolo in Romani 11:26 allorché affermò: “tutto Israele sarà salvato”. Uno dei dibattenti ha dichiarato: “Dio non ha mai rigettato Israele e resta comunque il popolo che Lui si è scelto”. Probabilmente faceva riferimento a quanto scritto dall’apostolo Paolo in Romani 11:1,2 dove si legge: “Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! … ”. L’applicazione di queste parole in tal senso è molto comune specialmente tra le correnti religiose di ispirazione evangelica. Ma è corretta? … Una tale interpretazione non annullerebbe il valore del sacrificio di Gesù? … Scrivendo la sua lettera a quegli ebrei che erano divenuti discepoli di Gesù, proprio l’apostolo Paolo specificò riguardo al Cristo: “è diventato causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli ubbidiscono” (Ebrei 5:9). Come possono allora gli israeliti di allora e di oggi sperare nella salvezza se non ubbidiscono a Gesù, riconoscendolo come il Mashìach promesso nelle profezie ed esercitando fede nel valore salvifico del suo sacrificio? Gesù stesso con una delle sue illustrazioni chiarì questo importante aspetto della volontà di Dio. Parlando di un simbolico ovile dove il sommo Pastore Geova Dio secondo la parola profetica avrebbe radunato “il popolo del suo pascolo, le pecore di cui si prende cura” (Salmo 95:6,7) disse: “In verità, sì, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore … Chi entra attraverso me sarà salvato, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10:7-9). In che senso Gesù era “la porta delle pecore”?

Gesù: la via, la verità, la vita

io sono la porta delle pecore” – Giovanni 10:7
La nazione d’Israele poteva paragonarsi a un gregge di proprietà di Geova (cfr. Salmo 58:72; 100:3; Isaia 40:11). Egli provvide il patto della Legge, paragonabile alle mura protettive di un ovile, che li proteggeva dall’empio modo di vivere delle nazioni circostanti. Mediante il suo profeta poi Geova predisse: “Susciterò su di loro un solo pastore, il mio servitore Davide, e lui le pascerà. Lui stesso le pascerà e diventerà il loro pastore” (Ezechiele 34:23). Questa fu una chiara profezia messianica, come è indicato in Geremia 23:5 dalla linea reale di Davide Geova Dio avrebbe scelto un re-pastore mediante il quale avrebbe provveduto salvezza e sicurezza. Nel 29 A.D., Gesù si presentò al fiume giordano per essere battezzato da Giovanni Battista e in quella circostanza Geova dichiarò udibilmente dal cielo: “Tu sei mio Figlio, il mio amato Figlio. Io ti ho approvato” (Marco 1:11). Nei successivi tre anni e mezzo Gesù percorse in lungo e in largo il paese predicando il suo messaggio di speranza alle “pecore smarrite della casa di Israele”, folle di persone “mal ridotte e disperse come pecore senza pastore” (cfr. Matteo 9:36; 10:6). Ma la maggioranza di quegli israeliti rifiutarono di ascoltare il suo messaggio. Pensavano di restare al sicuro in quell’ovile rappresentato dal patto della Legge mosaica. Non tennero conto del fatto che Geova Dio, secondo la profezia di Geremia 31:31-34, aveva promesso di istituire un “nuovo patto”. Questo significava una nuova relazione con Geova Dio e, quindi, un nuovo simbolico ovile. Perciò Gesù disse loro: “io sono la porta delle pecore … Chi entra attraverso me sarà salvato, ed entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10:7-10). Egli doveva essere la porta di un ovile durevole, che avrebbe preso il posto del precedente ovile riservato agli israeliti naturali sotto il patto della Legge mosaica. A tal fine, con la sua morte sacrificale convalidò un “nuovo patto” in base al quale coloro che lo avrebbero accettato come il Mashìach promesso, entravano a far parte di una nuova nazione spirituale, l’Israele di Dio, formata da persone di tutte le nazioni.
Dio ha rivolto l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” – Atti 15:14
La notte in cui venne processato per essere poi condannato a morte, la notte del 14 nisan del 33 A.D., prima di essere arrestato nell’orto del Getsemani, Gesù si riunì in una stanza a Gerusalemme con i suoi apostoli per celebrare la Pasqua ebraica. L’evangelista Luca descrive cosa accadde in quella circostanza: “Quando venne l’ora, Gesù si mise a tavola insieme agli apostolie disse loro: Ho tanto desiderato mangiare con voi questa Pasqua prima di soffrire,perché vi dico che non la mangerò più finché non si adempirà nel Regno di Dio”.Poi, dopo che gli fu passato un calice, rese grazie a Dio e disse: Prendetelo e fatelo passare fra voi,perché, vi dico, dora in poi non berrò più il prodotto della vite finché non verrà il Regno di Dio”.Quindi prese un pane e, dopo aver reso grazie a Dio, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Questo rappresenta il mio corpo, che devessere dato in vostro favore. Continuate a far questo in mio ricordo.Fece lo stesso con il calice alla conclusione della cena, dicendo: “Questo calice rappresenta il nuovo patto basato sul mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore”” (Luca 22:14-20).
Perché Gesù parlò di un “nuovo patto”? Circa 650 anni prima, mediante il suo profeta Geremia, Geova l’aveva preannunciato. Fece scrivere dal profeta: ““Ecco”, dichiara Geova, “verranno i giorni in cui concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto. Non sarà come il patto che conclusi con i loro antenati nel giorno in cui li presi per mano e li portai fuori dal paese dEgitto, patto che infransero, benché io fossi il loro vero signore”, dichiara Geova. Questo infatti è il patto che concluderò con la casa dIsraele dopo quei giorni, dichiara Geova. Metterò la mia legge dentro di loro, e la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio, e loro saranno il mio popolo” (Geremia 31:31-33). Dunque il “nuovo patto” menzionato da Gesù in quella circostanza doveva sostituire il vecchio patto della Legge mosaica stipulato circa 1500 anni prima ai piedi del Sinai e che fino ad allora aveva regolato la vita della nazione d’Israele (cfr. Ebrei 8:13). Perché doveva essere sostituito?
Il patto della Legge di cui fu mediatore il profeta Mosè era di per sé buono. Ma quel patto prevedeva il sacrificio di animali il cui sangue non avrebbe mai potuto lavare i peccati umani. Perciò Geova si propose di istituire un patto migliore, con un mediatore migliore e un sacrificio migliore. Questo indispensabile Mediatore risultò essere Gesù Cristo e il sacrificio migliore fu quello della sua perfetta vita umana alla quale rinunciò per riscattare il genere umano dalla schiavitù al peccato e alla morte. Additando la superiorità di questo Mediatore in paragone col profeta Mosè, la Bibbia dà la seguente spiegazione: “Ma ora Gesù ha ottenuto un più eccellente servizio pubblico, così che egli è anche il mediatore di un patto corrispondentemente migliore, che è stato legalmente stabilito su promesse migliori” perciò afferma “Dicendo “un nuovo patto” egli ha reso il precedente sorpassato. Ora, ciò che è sorpassato e invecchia è prossimo a scomparire” (Ebrei 8:6,13).
Il vecchio patto della Legge mosaica cessò di aver vigore con la morte di Gesù, come è scritto: “[Dio] … ha cancellato il documento scritto contro di noi che consisteva in decreti e ci era ostile; lo ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Cinquanta giorni dopo, il giorno di Pentecoste del 33 A.D., entrò in vigore il nuovo patto che modificava la disposizione di Dio con la nascita di una nuova nazione. Questo fatto fu reso definitivamente evidente ai giudei e ai loro rabbini quando Gerusalemme venne distrutta nel 70 d.C. dalle legioni romane. Da allora essi non hanno più avuto un tempio dove offrire i sacrifici previsti dalla Legge mosaica. In quella circostanza tutte le loro registrazioni genealogiche andarono perdute o distrutte. Perciò oggi non sanno chi appartiene alla tribù di Levi e chi discende da Aaronne in modo da poter servire come sommo sacerdote del popolo ebraico (cfr. Esodo 40:12-15; Numeri 18:1-7). L’antica nazione di Israele, così come Geova Dio l’aveva organizzata dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana a tutt’oggi non esiste più.
Allora, chi è l’Israele menzionato nella profezia di Geremia con il quale Geova Dio avrebbe concluso il “nuovo patto”? Non poteva certo essere composto da quelle persone che dissero a Pilato “Non abbiamo altro re che Cesare” facendo condannare a morte Gesù (cfr. Giovanni 19:12-16). Esse non lo accettarono come il Mashìach o il Christòs promesso nelle profezie bibliche, il provvedimento preso da Dio per la loro salvezza. Perciò Gesù stesso disse loro: “il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a una nazione che ne produca i frutti” (Matteo 21:43). Quale sarebbe stata questa nuova nazione? Le scritture cristiane non ci lasciano dubbi al riguardo. Scrivendo la sua ispirata lettera ai cristiani della Galazia, cioè a persone non di stirpe ebraica che avevano accettato Gesù come loro Re e Signore, l’apostolo Paolo nei saluti finali disse: “tutti quelli che camminano secondo questa norma abbiano pace e misericordia, sì, l’Israele di Dio” (Galati 6:16). In un’altra ispirata lettera, scritta sempre a persone non di stirpe ebraica, l’apostolo specificò: “non è giudeo chi lo è esteriormente, né è circoncisione quella esteriore, nella carne.Ma è giudeo chi lo è interiormente, e la sua circoncisione è quella del cuore mediante lo spirito, e non mediante un codice scritto”, per cui concluse: “non tutti quelli che discendono da Israele sono davvero Israele” (Romani 2:28,29; 9:6). Anche l’apostolo Pietro, scrivendo a tutte le comunità cristiane del Ponto, della Galàzia, della Cappadòcia, dell’Asia e della Bitìnia, quindi a gente di stirpe non ebraica, fu ispirato a scrivere: “Un tempo voi non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; non vi era stata mostrata misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1Pietro 1:1; 2:10). Infine, nel corso del dibattito avvenuto al Concilio di Gerusalemme nel 49 d.C. tra i componenti del corpo dirigente della primitiva chiesa cristiana, formato dagli apostoli e da anziani (gr. presbýteroi) di quella chiesa, Giacomo, il fratello carnale di Gesù che presiedeva l’assemblea, disse: “Uomini, fratelli, ascoltatemi. Simeone [Pietro] ha riferito nei dettagli come Dio per la prima volta ha rivolto l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” (Atti 15:13,14).
Alla luce di tali fatti è evidente che l’Israele con il quale Geova Dio doveva stipulare il “nuovo patto” che sostituiva il vecchio patto della Legge mosaica, ovvero l’Israele di Dio menzionato nelle scritture cristiane, non è l’Israele carnale discendente da Abramo, che seguì una condotta di disubbidienza e ostinatezza dal momento che lasciò il monte Sinai fino alla condanna a morte del figlio di Dio, ma è una nazione spirituale composta da persone di tutte le nazioni che hanno accettato Gesù come il Mashìach o il Christòs promesso nelle profezie bibliche. Tra questi ci sono anche alcuni di stirpe ebraica che, contrariamente alla maggioranza dei loro connazionali, accettarono Cristo per quello che era, come i 120 che si radunarono a Gerusalemme il giorno di Pentecoste del 33 A.D., i 3.000 che, quello stesso giorno, dopo aver ascoltato la testimonianza dell’apostolo Pietro accettarono di divenire discepoli di Cristo (cfr. Atti 2:14-41), i 5.000 che il giorno dopo fecero lo stesso dopo aver ascoltato la testimonianza degli apostoli Pietro e Giovanni (cfr. Atti 3:1-4:4) e altri ancora (cfr. Atti 2:43-47; 5:14; Romani 11:1,2,5,7,8,17-20). La formazione di questa “nuova nazione” è continuata nel tempo, man mano che persone di tutte le nazioni accettavano di divenire discepoli di Gesù, fino ai nostri giorni.

Olivo

alcuni rami sono stati tagliati e tu, pur essendo un olivo selvatico, sei stato innestato” Romani 11:17
Lucio Giunio Moderato Columella era un soldato e agricoltore romano vissuto nel I secolo. Scrisse 12 libri sulla vita rurale e sull’agricoltura. Nel suo quinto libro descrive una pratica molto comune a suo tempo relativa al trattamento di alberi che, pur essendo rigogliosi, non portavano frutto. Scrisse: “Bisogna perforarli con il succhiello gallico e cacciare a forza nel buco una talea verde di olivo selvatico; così l’albero, essendo come innestato con una talea feconda, diventa più produttivo” (Columella L’arte dell’agricoltura, V, 9, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 1977). Con l’Israele carnale Geova Dio fece qualcosa di simile. Per adempiere il suo proposito innestò rami di un simbolico olivo selvatico in un altrettanto simbolico olivo coltivato al posto di altri rami recisi perché non producevano frutto. Scrisse infatti l’apostolo Paolo: “Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo!alcuni rami sono stati tagliati e tu, pur essendo un olivo selvatico, sei stato innestato fra gli altri e hai beneficiato della ricchezza della radice dell’olivosono stati tagliati per la loro mancanza di fede, e tu resti al tuo posto grazie alla fede” (Leggi Romani 11:1,17,20). Questa illustrazione richiamava alla mente un’altra illustrazione fatta da Gesù, riportata in Giovanni 15:5: “Io sono la vite e voi siete i tralci. Chi rimane unito a me — e io unito a lui — porta molto frutto, perché separati da me non potete fare nulla. Se qualcuno non rimane unito a me viene buttato via come un tralcio e si secca”.
Nell’illustrazione fatta dall’apostolo il tronco dell’olivo rappresentava Cristo Gesù, pertanto i rami d’olivo coltivato che furono “tagliati” rappresentavano gli ebrei naturali che rigettarono Gesù continuando a confidare nella loro relazione carnale con Abraamo per ottenere il favore e la benedizione di Dio, la radice dell’olivo. I rami dell’ulivo selvatico rappresentavano i credenti non israeliti o ‘gentili’ che, a motivo della loro fede in Cristo, sostituirono gli Israeliti naturali senza fede come parte del promesso seme di Abraamo. Così cristiani delle nazioni, come ad esempio i componenti delle comunità cristiane della Siria (Antiochia), della Galazia (Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra, Derbe ed Efeso), della Macedonia e della Grecia (Filippi, Tessalonica, Berea e Corinto), o della chiesa di Roma, furono metaforicamente innestati in questo olivo simbolico, diventando parte del seme di Abraamo, come scrisse ancora l’ispirato apostolo: “se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abraamo, eredi secondo la promessa” (cfr. Galati 3:29). Inizialmente essi erano come rami di olivo selvatico, senza alcuna possibilità di essere inclusi nel nuovo patto. Ma Geova, mediante Cristo, aprì loro la strada per diventare israeliti spirituali, membri dello spirituale Israele di Dio (cfr. Romani 2:28,29).
mi sarete testimoni … fino alla più distante parte della terra” – Atti 1:8
Scrivendo la sua ispirata lettera ai confratelli cristiani non di stirpe ebraica della chiesa di Filippi in Macedonia l’apostolo Paolo disse: “Siamo noi quelli con la vera circoncisione, noi che rendiamo sacro servizio mediante lo spirito di Dio, che abbiamo il nostro motivo di vanto in Cristo Gesù e non riponiamo la nostra fiducia nella carne” (Filippesi 3:3). Similmente ai cristiani della chiesa di Roma scrisse: “Lo spirito stesso attesta insieme al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8:16,17). Poi ai cristiani di Corinto scrisse: “Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo spirito che proviene da Dio, affinché conosciamo le cose che Dio ci ha donato generosamente” (1Corinti 2:12). Se ne deduce che lo spirito santo di Dio ha avuto e ha un ruolo fondamentale nella composizione dell’Israele di Dio. Ciò fu reso evidente da ciò che accadde il giorno di Pentecoste del 33 A.D. ai 120 discepoli radunati a Gerusalemme.
Il racconto ispirato dice: “Durante il giorno di Pentecoste erano tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso si sentì dal cielo un rumore come quello di una forte raffica di vento, e riempì tutta la casa in cui erano seduti. Apparvero loro lingue come di fuoco che si distribuirono, posandosi una su ciascuno di loro. Furono tutti pieni di spirito santo” (Atti 2:1-4). Con tale unzione quello sparuto numero di fedeli discepoli entrarono a far parte del “nuovo patto” divenendo il primo nucleo di una “nuova nazione”, “l’Israele di Dio” formato dai discepoli di Cristo Gesù appartenenti a “tutte le nazioni” (cfr. Matteo 28:19). Proprio come aveva detto Gesù, vennero “rivestiti di potenza dall’alto” (cfr. Luca 24:49). Questo permise loro di ubbidire al comando che Gesù aveva dato loro, dicendo: “riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa, e fino alla più distante parte della terra” (Atti 1:8). Immediatamente, infatti, “cominciarono a parlare lingue diverse, come lo spirito permetteva loro di esprimersi” (Atti 2:4).
Quelle lingue non erano incomprensibili, come i suoni inintellegibili pronunciati oggi in certi raduni religiosi da sedicenti cristiani carismatici che millantano di operare sotto la spinta dello spirito santo. Il racconto dice che “la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio»” (Atti 2:6-11, CEI). Quel miracoloso dono dello spirito santo non era fine a se stesso ma doveva aiutare i discepoli a compiere l’opera di insegnare alle persone a osservare tutte le cose comandate da Gesù (cfr. Matteo 28:20). Ciò richiedeva istruire, spiegare, argomentare in modo convincente e fornire prove atte a dimostrare il ruolo di Gesù nell’attuazione del proposito di Dio, perciò doveva essere un messaggio edificante, semplice, chiaro e comprensibile a chiunque, basato sulle Scritture e non sull’emotività del momento. Non a caso dell’apostolo Paolo è scritto che “ragionò … attingendo dalle Scritture,spiegando e provando con riferimenti che era necessario che il Cristo soffrisse e risorgesse dai morti” Atti 17:2,3).
I discepoli di Gesù si distinsero nel compiere quest’opera. Nonostante le difficoltà e la crescente opposizione sia da parte degli apostati giudei che dei governanti delle nazioni, pieni di fede e di zelo si accinsero a assolvere il loro incarico. Tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, schiavi e liberi divennero predicatori attivi, come dice il racconto: “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa, continuavano instancabilmente a insegnare e a dichiarare la buona notizia intorno al Cristo, Gesù” (Atti 5:42). Perfino quando l’accanita persecuzione li costrinse a fuggire da Gerusalemme, “quelli che erano stati dispersi andavano per il paese annunciando la buona notizia della parola” (Atti 8:4). A motivo di ciò, solo circa 30 anni dopo quel miracoloso evento, l’apostolo Paolo poté scrivere ai suoi conservi cristiani “quella buona notizia che avete udito … è stata predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Colossesi 1:23). Così la religione ipocrita e idolatrica di ispirazione babilonica nella quale la nazione di Israele era sprofondata venne definitivamente sconfitta da Cristo Gesù, che durante tutto il suo ministero smascherò gli insegnamenti e le tradizioni farisaiche, e da quel manipolo di suoi fedeli seguaci impegnati in un opera di informazione biblica di portata internazionale.
ognuno li sentiva parlare nella propria lingua” – Atti 2:6

Rendiamo “completa testimonianza riguardo al regno di Dio”

ogni giorno continuavano a dichiarare la buona notizia intorno al Cristo” – Atti 5:42

Predicazione 3

Il 25 iyyar (2° mese del calendario sacro ebraico) del 33 A.D. i discepoli di Gesù, fermi a Gerusalemme in obbedienza al suo comando (cfr. Atti 1:4), si riunirono per l’ultima volta insieme al loro Maestro sul monte degli Ulivi, una collina alta poco più di 800 mt. che sorgeva a circa un chilometro a est della città (cfr. Luca 24:50-53). Il racconto evangelico dice che Gesù “aprì loro la mente perché afferrassero appieno il significato delle Scritture”. Dopo averli adeguatamente istruiti  concluse  dicendo loro: “riceverete potenza quando lo spirito santo sarà arrivato su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa, e fino alla più distante parte della terra”. Detto questo “mentre loro guardavano, fu portato in alto e una nube lo nascose alla loro vista” (Atti 1:8,9). Questo evento segnò una svolta nella vita dei suoi discepoli. Quando, 10 giorni dopo, in adempimento della promessa di Gesù furono investiti di potenza con la discesa dello spirito santo, iniziarono subito a rendere testimonianza alle migliaia di ebrei e proseliti radunati a Gerusalemme per la celebrazione della Festa delle Settimane o Pentecoste. Alla folla meravigliata di udire la buona notizia del Regno di Dio nelle varie lingue da essa parlate, la stessa buona notizia predicata da Gesù nei suoi tre anni e mezzo di ministero (cfr. Matteo 9:35; 24:14; Luca 9:11), l’apostolo Pietro spiegò che la capacità miracolosa di parlare lingue diverse era stata concessa da Dio in adempimento della profezia biblica (cfr. Gioele 2:28), mostrò come Gesù aveva adempiuto tutte le profezie messianiche contenute nelle Scritture Ebraiche e concluse affermando: “Sappia dunque per certo tutta la casa d’Israele che Dio l’ha fatto Signore e Cristo, questo Gesù che voi avete messo al palo” (Atti 2:36). Come risultato della sua testimonianza 3.000 persone decisero di battezzarsi come discepoli di Gesù. Da quel momento e fino ai nostri giorni l’opera di dichiarare la Buona Notizia del Regno è divenuta una delle principali caratteristiche per riconoscere i veri discepoli di Gesù. Guidati dallo spirito o forza attiva di Dio questi veri cristiani hanno a tutt’oggi reso completa testimonianza in tutta la terra abitata riguardo a Geova Dio e al suo Re messianico.
tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore fra voi” – Giovanni 13:35
A quel punto la “nuova nazione” formata dai discepoli di Gesù era già fermamente stabilita. L’apostolo Paolo, che aveva ricevuto direttamente da Cristo l’incarico di predicare principalmente alle persone delle nazioni, cioè non di stirpe ebraica (cfr. Atti 9:15), fece il rapporto sull’opera svolta e scrisse che: “le congregazioni erano rese ferme nella fede e crescevano di giorno in giorno” (Atti 16:5). Per rendere ancora più chiaro il cambiamento che c’era stato nella disposizione divina, passata dall’Israele carnale, vincolato a Dio dal vecchio patto della Legge mosaica, alla “nuova nazione”, l’Israele spirituale o “Israele di Dio”, costituito sulla base di un “nuovo patto” convalidato dal sacrificio di Gesù, “ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono per volontà divina chiamati cristiani” (Atti 11:26). Grazie a quella stabilità col tempo venne meno anche la necessità di ricorrere ai doni miracolosi dello spirito santo, come quello di parlare in lingue. Scrisse ancora l’ispirato apostolo: “quanto al dono della profezia, sarà eliminato; quanto al dono delle lingue, cesserà; quanto al dono della conoscenza, sarà eliminato”, inoltre affermò: “l’amore non viene mai meno” (1Corinti 13:8).
Pertanto i veri discepoli di Gesù si sarebbero riconosciuti non per le opere miracolose che agli esordi lo spirito santo aveva concesso loro di fare, e neanche per l’osservanza delle disposizioni del vecchio patto della Legge, come, ad esempio, quella stabilita dal IV comandamento, che ostinatamente alcuni continuavano a osservare (cfr. Colossesi 1:16,17). Al contrario, come disse il loro Signore, si sarebbero distinti per l’amore e l’unità che avrebbero avuto fra loro (cfr. Giovanni 13:35). L’amore che intendeva Gesù era l’amore agápē, cioè l’amore basato sul principio che porta a sacrificarsi. Egli stesso diede un esempio di tale amore dedicando gli anni del suo ministero pubblico a fare del bene al prossimo, specialmente ammaestrando e aiutando il popolo in modo spirituale e lo dimostrò in modo sublime quando fu disposto a dare la propria vita per riscattare il genere umano dalla schiavitù al peccato e alla morte. Perciò si aspettava che i suoi discepoli facessero altrettanto amandosi gli uni gli altri, promuovendo l’unità di pensiero e di azione fra loro perché l’amore è “un legame che unisce perfettamente” (cfr. Colossesi 3:14), e prendendo l’iniziativa nell’agire attivamente per il bene del prossimo, seguendo in special modo il suo esempio nell’insegnare e predicare la Buona Notizia del Regno, operando così per il bene e il benessere spirituale di persone di tutte le nazioni (cfr. Matteo 24:14)..
Tuttavia verso la fine del I secolo una grave minaccia iniziava a profilarsi sull’orizzonte. Fino ad allora la chiesa era cresciuta sotto la guida di uomini dalla mentalità spirituale, uomini capaci, versati nelle Scritture sebbene non avessero ricevuto alcun particolare addestramento teologico, come non l’aveva avuto nemmeno Gesù. Molti di questi erano morti sotto persecuzione ed altri si stavano avviando verso la fine naturale della loro vita. Approfittando di questo, alcuni iniziarono a deviare dalla fede manifestando le stesse caratteristiche del loro ispiratore, Satana il Diavolo, cioè orgoglio, avidità di potere e spirito menzognero. Facendo leva su tali tratti negativi della personalità umana già in passato Satana aveva spinto i capi religiosi ebrei a deformare la Parola di Dio, sostituendo le sue semplici verità con i loro falsi e cavillosi insegnamenti di natura filosofica nonché con le loro tradizioni pagane, volgendo verso l’apostasia religiosa e la rovina l’intera nazione di Israele (cfr. Matteo 7:9; 15:6-9). Forte di tale successo Satana pensò bene di replicare anche con la “nuova nazione”, la neonata chiesa cristiana. In che modo? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – VIII

“RIMUOVI IL TURBANTE E TOGLI LA CORONA, LE COSE NON SARANNO PIÙ COME PRIMA – 3a parte

Ezechiele 21:26

Anteprima
Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., tutto il sistema giudaico basato sulla Legge mosaica andò in tilt. Senza un tempio, senza un territorio, con i suoi seguaci dispersi in tutto l’impero romano, per sopravvivere l’ebraismo aveva bisogno di una nuova espressione religiosa. Così la legge orale, di cui i farisei erano stati i promotori, divenne il fulcro di un nuovo ebraismo, quello rabbinico. Uno studio più intenso, la preghiera e opere di devozione religiosa rimpiazzarono i sacrifici nel tempio e i pellegrinaggi. In questo modo l’ebraismo poteva essere praticato ovunque, in qualsiasi tempo e in qualunque ambiente culturale. Come conseguenza sorsero in tutto Israele e fuori del suo territorio, numerose accademie rabbiniche. In cosa consisteva la loro attività? I farisei credevano che al monte Sinai oltre la Legge scritta da Mosè Dio diede anche una legge orale che da allora venne tramandata da una generazione all’altra attraverso la successione di studiosi o saggi. I farisei si considerarono eredi di tali ‘saggi’ perciò svilupparono una copiosa serie di dottrine e tradizioni con le quali pretesero dare una spiegazione, sulla base di sottili ragionamenti umani, alla Legge scritta. Riguardo al loro modo di operare Adin Steinsaltz, rabbino e filosofo israeliano contemporaneo, nel suo libro The Essential Talmud spiega: “Il capo dell’accademia, o il saggio che teneva la conferenza, dava la sua interpretazione del problema. I dottori presenti spesso lo bombardavano di domande basate su altre fonti, sulle opinioni di altri commentatori, o sulle proprie deduzioni logiche. A volte il dibattito durava pochissimo e si limitava al responso, inequivocabile e decisorio, su una domanda specifica. In altri casi i dottori presenti proponevano soluzioni alternative e ne veniva fuori un dibattito molto ampio”. Le questioni chiarite nel corso dei convegni venivano trasmesse ad altre accademie per essere sottoposte al giudizio di altri dottori. Un altro rabbino, Morris Adler, nel suo libro The world of the Talmud, chiarisce ulteriormente: “L’insegnante saggio era solito intercalare una discussione complicata e prolissa con una digressione su un argomento più leggero ed edificante … Così ritroviamo leggenda e storia, scienza contemporanea e folclore, esegesi biblica e biografie, omelia e teologia tessute insieme in quello che, a chi non ha dimestichezza con i metodi delle accademie, parrebbe un curioso miscuglio di dati disomogenei”.
Con tempo tutte queste discussioni vennero messe per iscritto e raccolte in opere come la Mishnāh e la Ghemara, in seguito riunite in un’unica opera chiamata Talmud. Quest’ultima opera finì per diventare il principale libro di testo del popolo ebraico tanto da essere venerato più della Bibbia stessa. Con quale risultato? Esso servì allo scopo dei rabbini, lo stesso che nel primo secolo li aveva spinti a rigettare Gesù come il Messia promesso, cioè difendere e consolidare il loro potere e prestigio (cfr. Giovanni 11:47,48). Poiché erano stati i rabbini a fissare i criteri di analisi, di conseguenza il Talmud insegnava al popolo a pensare come loro. Riferendosi alla stesura della Mishnāh, opera base del Talmud, il rabbino Jacob Neusner, storico e teologo statunitense, accademico e rinomato studioso dell’ebraismo, ha dichiarato: “Ufficialmente il motivo riguardava le fondamenta della Mishnàh. In realtà il nocciolo del problema era l’autorità del saggio stesso”. Nel I secolo furono le dottrine e le tradizioni rabbiniche ad allontanare il popolo dalla Parola di Dio e a spingerlo a rigettare Gesù come Messia, con disastrose conseguenze per tutta la nazione che venne a sua volta rigettata da Geova Dio come sua speciale proprietà e sostituita con una “nuova creazione”, chiamata anche “l’Israele di Dio”, che non fu certamente il  miscredente Israele naturale.
11216302122-Talmud1  2   Adin Steinsaltz Talmud
1 – Frammento di una versione medioevale del Talmud   2 – foglio di una versione moderna

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Mōsheh ben Maimōn, meglio noto come Maimònide fu un filosofo, medico e giurista ebreo vissuto nel corso del XII secolo d.C. Apparteneva ad una distinta famiglia rabbinica che per fuggire alla persecuzione islamica peregrinò dall’Europa all’Africa e in Palestina per stabilirsi infine al Cairo in Egitto dove Maimònide divenne capo della locale comunità ebraica. Autore prolifico, mentre era fuggitivo iniziò a scrivere la sua prima opera di rilievo, il “Commento alla Mishnāh”, una raccolta di commentari rabbinici, basata su quella che gli ebrei consideravano la legge orale. Secondo molti ebrei la Toràh, cioè la “Legge” data da Dio al popolo di Israele al Sinai, non consisteva solo delle parole scritte da Mosè, ma anche di tutte le interpretazioni della Legge stessa proposte dai rabbini nel corso dei secoli. Quelle idee erano state messe per iscritto nel Talmud e in migliaia di decisioni e scritti rabbinici sul Talmud. Maimònide elaborò tutte quelle informazioni, evidenziando le decisioni di valore pratico e dando al materiale una sistemazione organica per argomenti in 14 libri, scrivendo in un ebraico molto limpido e scorrevole. La sua Mishnēh Tōrāh divenne una guida così pratica che alcuni esponenti del giudaismo ebbero timore che soppiantasse completamente il Talmud.
Quel codice così ben strutturato diede nuova linfa al sistema religioso giudaico esercitando su di esso grande influenza. Oltre al commentario, Maimonide, grande ammiratore di Aristotile, scrisse un’altra grande opera, intitolata Guida dei Perplessi con la quale cercò di spiegare l’essenza della Bibbia e del giudaismo in modo tale che armonizzasse con la logica e col pensiero filosofico. Yeshayau Leibowitz, filosofo e chimico israeliano del secolo scorso, docente nell’Università Ebraica e redattore dell’Encyclopaedia Judaica, ha scritto di lui: “Maimonide è la figura più influente di tutta la storia del giudaismo, dall’epoca dei Patriarchi e dei Profeti a oggi”. Perciò in tale enciclopedia si legge: “Maimonide fu … il principale filosofo del giudaismo medievale e la sua Guida dei Perplessi è la più importante opera filosofica prodotta da un ebreo”. A lui si riferirono persino eruditi cristiani, come Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns Scoto, nonché alcuni pensatori islamici. Tra tutte le altre cose, Maimònide dichiarò: “Credo con fede assoluta che il Messia verrà, e anche se indugiasse, pure ogni giorno attenderò la sua venuta” (Encyclopaedia Judaica, 1971, volume 11, pagina 754). Eppure erano trascorsi già dodici secoli da che il Messia promesso nelle Scritture Ebraiche si era presentato al popolo ebraico nella persona di Gesù di Nazaret, adempiendo tutte le profezie che lo riguardavano, ma la maggioranza degli ebrei, Maimònide incluso, non lo aveva accettato come tale. Come mai?
avete reso la parola di Dio senza valore a causa della … tradizione” – Matteo 15:6
La credenza in una legge orale data da Dio in aggiunta alla Legge scritta di Mosè era sconosciuta nel periodo in cui le Scritture Ebraiche vennero messe per iscritto sotto ispirazione divina (1513-443 circa a.C.). Questo concetto fu elaborato e propugnato qualche tempo dopo dai farisei, una setta religiosa del giudaismo che acquistò notorietà e influenza tra la popolazione a partire dal III secolo a.C. Questi cominciarono a interpretare la Legge e ad amministrare la giustizia sulla base di regole e tradizioni arbitrarie, frutto di ragionamenti rabbinici che snaturarono la semplicità dei precetti della Legge mosaica gravando come macigni sul resto della popolazione; peraltro lo facevano con un piglio estremamente ipocrita, escogitando scappatoie per eluderla. Gesù li smascherò pubblicamente dicendo loro: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione. Ipocriti, Isaia profetizzò appropriatamente di voi quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è molto lontano da me.  Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini’” (Matteo 15:6-9) ed anche “Legano pesanti carichi e li mettono sulle spalle degli uomini, ma loro non li vogliono muovere nemmeno con un dito. Tutto quello che fanno lo fanno per essere visti dagli uomini; infatti allargano gli astucci contenenti passi delle Scritture che portano come amuleti, e allungano le frange delle loro vesti. A loro piace avere i posti più importanti alle cene e i primi posti nelle sinagoghe, essere salutati nelle piazze ed essere chiamati ‘rabbi’ dagli uomini” (Matteo 23:4-6).
A causa delle loro dottrine non di origine divina, al tempo in cui Gesù venne sulla terra gli ebrei si erano allontanati moltissimo da ciò che insegnavano le Scritture ispirate. I capi religiosi (farisei , sadducei e scribi) portavano avanti tradizioni umane, anteponendole alla scritta Parola di Dio. Ad esempio, più volte accusarono Gesù di infrangere la Legge per il fatto che compiva guarigioni miracolose di sabato. È degno di nota il fatto che quei capi religiosi non negarono mai che quei miracoli fossero avvenuti. Sarebbe stato molto difficile farlo perché, contrariamente a tanti presunti miracoli odierni, i miracoli di Gesù venivano fatti pubblicamente, alla luce del sole, davanti a grandi moltitudini di persone che ne rendevano testimonianza (cfr. Matteo 14:14-22; 15:30,31; Luca 7:11-17; 17:Giovanni 9:1-34; 11:17,38-47). Pertanto, non potendo confutare la capacità di Gesù di compiere quei miracoli, i capi religiosi cercarono in modo blasfemo di minare la fede che la gente riponeva in Gesù attribuendo il suo potere a Satana (cfr. Matteo 12:24). Cosa c’era alla base del loro categorico rifiuto di riconoscere che Gesù era il Messia?  Dopo che Gesù ebbe risuscitato Lazzaro, essi si consultarono e dissero:” Cosa dobbiamo fare? Quest’uomo compie molti segni.Se lo lasciamo fare, riporranno tutti fede in lui, e i romani verranno e ci toglieranno sia il nostro luogo che la nostra nazione” (Giovanni 11:47,48). Temevano di perdere potere e prestigio. Inoltre, diversamente da loro, Gesù veniva da una famiglia umile e non aveva ricevuto un’educazione religiosa formale. Quindi, per quegli uomini orgogliosi fu difficile riconoscere che Gesù era il Messia, perciò cospirarono per ucciderlo. Il loro atteggiamento creò un generale clima di ostilità non solo nei confronti di Gesù ma anche nei confronti di chiunque lo accettasse quale Messia. Decretarono infatti che “se qualcuno avesse riconosciuto Gesù come Cristo sarebbe stato espulso dalla sinagoga” (Giovanni 9;22). A causa di ciò l’intera nazione rifiutò di riconoscere in Gesù il Messia promesso e perse il suo privilegiato posto nell’adempimento del proposito di Dio (cfr. Matteo 21:43). Pochi giorni prima di essere giustiziato dai romani su esplicita richiesta dei capi religiosi e della popolazione ebraica Gesù disse ai Giudei a Gerusalemme: “Ecco, la vostra casa viene abbandonata”. Quindi predisse che la loro casa d’adorazione (il tempio d’Erode) e la città di Gerusalemme sarebbero state distrutte e ch’essi stessi sarebbero stati dispersi fra le nazioni (cfr. Matteo 23:38; Luca 21:20-24). La distruzione di Gerusalemme e del suo magnifico tempio e la dispersione dei Giudei d’allora in poi costituisce la prova che Geova Dio li ha ripudiati quale suo popolo e come nazione.

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Ebrei ortodossi con i loro filatteri nei tempi antichi ed oggi

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quello che fanno lo fanno per essere visti dagli uomini
Riferendosi agli scribi e ai farisei Gesù disse: “Tutto quello che fanno lo fanno per essere visti dagli uomini; infatti allargano gli astucci contenenti passi delle Scritture che portano come amuleti, e allungano le frange delle loro vesti” (Matteo 23:5). Egli accennava all’usanza di portare piccoli astucci di cuoio neri, detti filatteri, quadrati o rettangolari contenenti brani delle Scritture, che i seguaci di quei gruppi religiosi si legavano sulla fronte e all’interno della parte alta del braccio, vicino al cuore. Tale usanza traeva origine da una interpretazione letterale del comando dato da Dio agli israeliti: “Queste parole che oggi ti comando devono essere nel tuo cuore … Legatele sulla mano per ricordarle; devono essere come una fascia sulla tua fronte” (Deuteronomio 6:6-8). ‘Allargando gli astucci’, cioè portando filatteri più grandi quei capi religiosi volevano dare l’impressione di essere molto zelanti e coscienziosi nell’osservanza della Legge. Con le sue parole, però, Gesù condannava la loro ipocrisia (cfr. Matteo 23:13,15,23,25,27,29) poiché lo facevano solo per ostentare la loro devozione e perché portavano quegli astucci solo come amuleti pensando che li avrebbero protetti. Commentando i citati versi di Deuteronomio un noto commentatore biblico, W. H. Davey, ha affermato che quelle parole “vennero interpretate alla lettera dai giudei, e le istruzioni che contenevano furono trasformate in pratiche superstiziose. Alcuni versetti … venivano scritti su pergamena e portati sul braccio e sulla fronte durante le preghiere”. Poi ha aggiunto: “Gli uomini, nella loro stoltezza, si accontentavano di avere indosso una copia delle parole della legge anziché dar prova nella propria vita di osservare i comandi in essa contenuti”. Come fu ispirato a scrivere, Mosè disse che quelle parole dovevano ‘essere nel cuore’, significava che non sulle mani e sulla fronte letterali che dovevano avere la Legge di Dio, ma nel loro cuore. Non dovevano solo conoscerla ma dovevano sviluppare profondo apprezzamento per essa, e metterla in pratica, così da non perderla mai di vista come se fosse scritta su di una tavoletta davanti ai loro occhi o legata alle loro mani.
nessuno ha conosciuto le cose di Dio se non lo spirito di Dio” – 1Corinti 2:11
Comunque, finché il centro del culto degli ebrei fu il tempio di Gerusalemme, il problema di una legge orale fu secondario. La vita di ogni ebreo era incentrata sull’adorazione che si praticava nel tempio, che le conferiva anche una certa stabilità. Nel 70 d.C., però, la nazione ebraica attraversò una crisi religiosa di proporzioni inimmaginabili. Gerusalemme fu distrutta dalle legioni romane e più di un milione di ebrei vennero uccisi, il resto venne deportato e venduto come schiavo nelle province romane. Il tempio, il centro della loro vita spirituale, non esisteva più, fu totalmente distrutto col fuoco. Divenne quindi impossibile vivere secondo la Legge mosaica, che richiedeva sacrifici e servizi sacerdotali nel tempio. Il fondamento del giudaismo era scomparso. Col tempio in rovina, i sadducei e le altre sette religiose, sorte a seguito dell’apostasia sviluppatasi nel paese nei secoli immediatamente precedenti la comparsa del Messia, non avevano alternative convincenti da offrire. Così i farisei divennero la corrente principale del giudaismo e assorbirono l’opposizione. Per sottolineare la necessità di essere uniti, i principali capi religiosi smisero di chiamarsi farisei, termine che aveva nette connotazioni settarie e partigiane. Divennero noti semplicemente come rabbini, “i saggi di Israele”.
In mancanza del bel tempio di Gerusalemme, questi saggi crearono un edificio per ospitare il loro concetto di legge orale, una struttura spirituale molto meno vulnerabile del tempio alle aggressioni umane. Così cominciarono a spuntare in tutto Israele e in luoghi distanti, come Babilonia e Roma, accademie o scuole in cui si insegnava la legge orale. Nei 150 successivi alla distruzione del tempio queste scuole dibatterono e consolidarono varie tradizioni della legge orale e su questo fondamento stabilirono nuovi limiti e norme per il giudaismo, fornendo una guida per la vita quotidiana. Questa nuova struttura spirituale fu delineata nella Mishnàh, redatta dal rabbino Yehudah HaNasi al principio del III secolo d.C. Fino a quel momento le tradizioni erano sempre state trasmesse oralmente, ma allora, come ulteriore precauzione, fu compiuto il rivoluzionario passo finale: fu messo tutto per iscritto. Tale opera comunque non si proponeva come un codice definitivo ma voleva essere uno schema della legge orale su cui impostare ulteriori dibattiti, uno scheletro o struttura basilare su cui edificare. Questo perché i rabbini volevano a tutti i costi dimostrare che la legge orale era in perfetta armonia con le ispirate Scritture Ebraiche e la Legge mosaica in esse contenuta.
I rabbini videro quindi la necessità di commentare la Mishnah e queste interpretazioni della tradizione orale divennero la base di una voluminosa raccolta di libri chiamata Ghemara, compilata dal III al V secolo d.C. Queste opere, nell’insieme, finirono per essere raccolte nel Talmud, parola ebraica che significa “studio” o “dottrina”. Le opinioni rabbiniche continuano ad essere dibattute e commentate ancor oggi. Al riguardo  Adin Steinsaltz, rabbino e filosofo israeliano contemporaneo, noto per il suo commento e traduzione del Talmud in ebraico moderno, francese, russo e spagnolo, ha dichiarato: “Se la Bibbia è la pietra angolare dell’ebraismo, il Talmud ne è il pilastro centrale, che si innalza dalle fondamenta e sostiene l’intero edificio spirituale e intellettuale … Nessun’altra opera ha mai avuto un’influenza simile sulla teoria e la pratica della vita ebraica” (Adin Steinsaltz, The Essential Talmud).
La Mishnàh, tuttavia, non rivelava niente di ciò che fu dato a Mosè sul monte Sinai, serviva solo allo sviluppo della legge orale, concetto nato con i farisei. Ogni scuola, infatti, ruotava intorno a un rabbino illustre circondato da una ristretta cerchia di dottori e studenti che facevano domande. Scrive ancora Steinsaltz: “Il capo dell’accademia, o il saggio che teneva la conferenza, dava la sua interpretazione del problema. I dottori presenti spesso lo bombardavano di domande basate su altre fonti, sulle opinioni di altri commentatori, o sulle proprie deduzioni logiche. A volte il dibattito durava pochissimo e si limitava al responso, inequivocabile e decisorio, su una domanda specifica. In altri casi i dottori presenti proponevano soluzioni alternative e ne veniva fuori un dibattito molto ampio” (ibid). Il rabbino Morris Adler, nel suo libro The world of the Talmud, chiarisce ulteriormente: “L’insegnante saggio era solito intercalare una discussione complicata e prolissa con una digressione su un argomento più leggero ed edificante … Così ritroviamo leggenda e storia, scienza contemporanea e folclore, esegesi biblica e biografie, omelia e teologia tessute insieme in quello che, a chi non ha dimestichezza con i metodi delle accademie, parrebbe un curioso miscuglio di dati disomogenei”. Conseguentemente lo stesso può dirsi del Talmud.
Anche i rabbini del Talmud ci tenevano a dimostrare che la Mishnàh aveva la stessa origine delle Scritture Ebraiche. Perché? Il rabbino Jacob Neusner, storico e teologo statunitense, accademico e rinomato studioso dell’ebraismo, ha dichiarato: “Ufficialmente il motivo riguardava le fondamenta della Mishnàh. In realtà il nocciolo del problema era l’autorità del saggio stesso”. Il Talmud  serviva perfettamente allo scopo dei saggi. Erano stati loro a fissare i criteri di analisi, e di conseguenza il Talmud insegnava al popolo a pensare come loro. I rabbini erano convinti che il loro metodo di studio e di analisi rispecchiasse la mente di Dio. Lo studio del Talmud divenne fine a se stesso, una forma di culto: l’uso della mente a presunta imitazione di Dio. Ma è veramente cosi? Un ebreo del I secolo, Saulo di Tarso, pur appartenente per nascita alla setta dei farisei, dalla quale però si discostò riconoscendo in Gesù il Messia promesso, scrisse sotto ispirazione divina: “nessuno ha conosciuto le cose di Dio se non lo spirito di Dio … parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana ma con parole insegnate dallo spirito, spiegando concetti spirituali con parole spirituali … l’uomo fisico non accetta le cose dello spirito di Dio, perché per lui sono stoltezza; e non le può conoscere, perché devono essere esaminate da un punto di vista spirituale” (1Corinti 2:11-14).

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Carl Schleicher (1825-1903) – Rabbini e talmudisti che studiano e dibattono
La Legge mosaica affidava in modo chiaro l’autorità religiosa e l’insegnamento principalmente ai sacerdoti, i discendenti di Aaronne (cfr. Malachia 2:7). Nel corso dei secoli, però, alcuni sacerdoti divennero infedeli e corrotti (cfr. Malachia 2:8,9). Durante la dominazione greca, molti sacerdoti fecero compromessi su questioni religiose. Nel II secolo a.C. i farisei cominciarono a istituire delle tradizioni che secondo loro avrebbero permesso all’uomo della strada di essere santo quanto i sacerdoti. Quelle tradizioni attrassero molti, ma erano un’aggiunta arbitraria alla Legge. I farisei, quindi, divennero i nuovi dottori della Legge, assumendo il compito che a loro avviso i sacerdoti non stavano assolvendo. Dato che la Legge mosaica non sosteneva la loro autorità, elaborarono nuovi modi di interpretare le Scritture, con allusioni criptiche e altri metodi che sembravano sostenere le loro vedute. Quali principali custodi e promotori di quelle tradizioni, crearono una nuova base per l’autorità in Israele divenendo una forza preponderante nel giudaismo. Man mano che raccoglievano le tradizioni orali esistenti e cercavano di trovare collegamenti scritturali per stabilirne delle altre, i farisei sentirono il bisogno di conferire maggiore autorevolezza alla loro attività. Così si fece strada un nuovo concetto sull’origine di quelle tradizioni. Iniziarono ad asserire che quelle tradizioni — inventate ed elaborate da uomini — erano state date a Mosè da Dio sul Sinai insieme alla Legge scritta. Secondo loro Mosè aveva trasmesso la legge orale alle generazioni successive, non ai sacerdoti, ma ad altri uomini autorevoli. I farisei sostenevano di essere gli eredi naturali di quella catena ininterrotta di uomini autorevoli, riuscendo così ad usurpare gran parte dell’autorità dei sacerdoti.
Dopo la distruzione del tempio per opera dei romani nel 70 d.C., non fu più possibile osservare le norme della Legge mosaica che richiedevano sacrifici e servizi sacerdotali. Questo permise ai farisei di fare un altro passo avanti. Le funzioni nella sinagoga, presiedute dai rabbini, presero il posto del culto nel tempio, diretto dai sacerdoti, e le preghiere presero il posto dei sacrifici. Le accademie rabbiniche acquistarono sempre più preminenza. Gli studi presso tali istituzioni consistevano più che altro in animati dibattiti, memorizzazione e applicazioni della legge orale. Sorse, però, un grosso problema. Adin Steinsaltz spiega: “Ogni insegnante aveva il proprio metodo e formulava le proprie deliberazioni in uno stile proprio … Finché tutti i saggi si trovavano nello stesso posto [a Gerusalemme] e l’erudizione era sostanzialmente guidata da un unico gruppo, l’uniformità della tradizione fu mantenuta. Ma il proliferare di maestri e l’istituzione di scuole separate diede vita a … una profusione di forme e metodi di espressione” (ibid.). Di fronte a quella mole di informazioni disordinate la memoria dello studente rischiava di andare in tilt. Così nel II secolo Giuda ha-Nasi, il principale rabbino di quel periodo, radunò numerosi dottori e, sottoponendo a un intenso lavoro redazionale una vasta quantità di tradizioni orali, diede vita a una struttura organizzata composta di sei parti principali, o Ordini, ciascuno dei quali suddiviso in trattati più piccoli, 63 in tutto. Quest’opera prese il nome di Mishnāh. Tuttavia la Mishnāh non si proponeva di stabilire un codice definitivo ma voleva essere uno schema della legge orale su cui impostare ulteriori dibattiti. I rabbini misero per iscritto questa legge orale e continuarono a redigere commentari ad essa, e poi commentari ai commentari, dando vita a una nuova struttura che assunse il nome di Talmud. Per secoli il Talmud ha esercitato un’enorme influenza sul popolo ebraico, con quale effetto? Lo storico ebreo Max Isaac Dimont, nel suo libro Jews, God and History, riferendosi allo sforzo dei farisei di tener viva la fiaccola dell’ideologia e della religione ebraica afferma: “quella fiaccola era stata accesa dai filosofi greci”. In effetti il Talmud risulta essere un miscuglio di filosofia legalistica e greca, contenendo molti concetti religiosi greci, come quello dell’anima immortale, finendo per essere riverito dal popolo ebraico più della Bibbia stessa. Secondo Steinsaltz “Il Talmud è il pilastro principale del giudaismo, che sostiene l’intero edificio spirituale e intellettuale della vita ebraica” (ibid).
 non tutti quelli che discendono da Israele sono davvero Israele” – Romani 9:6
Oggi molti ebrei ortodossi, e non solo loro ma anche molti che si professano cristiani, specialmente appartenenti a chiese del ramo evangelico, credono che Israele sarà restaurato nel proprio paese nell’incredulità, e sarà poi convertito all’apparizione di Cristo, il Messia, a suo favore. Per tale motivo attribuiscono a Dio i recenti successi dello Stato di Israele nell’attuale quadro economico-politico-militare. Tuttavia le opinioni di persone di fede ebraica verso l’edificazione politica d’Israele restano tutt’altro che unanimi. Molte di queste persone che vivono in altre parti della terra rimangono attaccati al paese nel quale vivono, dichiarandosi ebrei solo per quanto riguarda la religione. In ogni modo coloro che sperano nella restaurazione dell’antica nazione di Israele giustificano le loro aspettative con le molte profezie contenute nelle Scritture Ebraiche che parlano del ritorno degli Israeliti nel loro paese natio dopo un periodo di desolazione e d’esilio in paesi stranieri, profezie come quelle descritte, ad esempio, in Ezechiele 34:12-15,23,24,29-31; 36:4,7-10,22-24, 37,38.
Dette profezie però si sono già adempiute nell’antichità al termine dei 70 anni di desolazione di Gerusalemme e del paese di Giuda causata dalla potenza babilonese, desolazione che durò dal 607 a.C. al 537 a.C. La conferma l’abbiamo dal corrispondente adempimento della profezia di Isaia 44:24-28; 45:1,2 allorché Geova Dio fece crollare il potente impero di Babilonia e indusse il conquistatore persiano, il re Ciro, a permettere che un fedele rimanente tornasse in Palestina per riedificare il tempio di Geova a Gerusalemme. Nulla fa pensare a un secondo adempimento nei nostri giorni sullo Stato di Israele. È vero che nelle Scritture Greche Cristiane si parla ancora di Israele in modo profetico, ad esempio nell’ispirata lettera scritta a cittadini della Galazia verso il 50/52 d.C. l’ebreo Saulo di Tarso, più noto come Paolo, parla di una “nuova creazione” e la chiama “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:15,16). Tuttavia le stesse Scritture spiegano bene a cosa ci si riferisce con questa erspressione. Paolo stesso verso il 56 d.C. inviò una lunga lettera “a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e chiamati a essere santi”. In quella ispirata lettera inviata a cittadini non ebrei egli scrisse: “non è giudeo chi lo è esteriormente, né è circoncisione quella esteriore, nella carne.Ma è giudeo chi lo è interiormente, e la sua circoncisione è quella del cuore mediante lo spirito, e non mediante un codice scritto”, a cui aggiunse: “non tutti quelli che discendono da Israele sono davvero Israele. Né sono tutti figli per il fatto che sono discendenti di Abraamo” (Romani 2:28,29; 9:6,7). Nella citata lettera ai Galati aveva già specificato: “Difatti siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù …Non c’è né giudeo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.Inoltre, se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29). Un altro ebreo, Simone detto anche Pietro, scrivendo sotto ispirazione divina una lettera “ai residenti … nel Ponto, nella Galàzia, nella Cappadòcia, nell’Asia e nella Bitìnia”, cioè a gente non di stirpe ebraica, disse: “voi siete … un popolo acquistato come speciale proprietà, affinché proclamiate le eccellenze” di Colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua meravigliosa luce.Un tempo voi non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio” (1Pietro 1:1; 2:9,10).
Questo cambiamento nella disposizione di Dio iniziò il giorno di Pentecoste, cioè il 6 sivan secondo il calendario ebraico, del 33 A.D. Quel giorno lo spirito santo di Dio scese su un piccolo gruppo che aveva accettato Gesù quale Messia, formato da 120 ebrei naturali (cfr. Atti 1:15; 2:1-4). Quel piccolo numero però non era sufficiente per adempiere il proposito di Dio di stabilire un Regno di sacerdoti per la benedizione di persone di tutte le nazioni, secondo la promessa fatta ad Abraamo (cfr. Genesi 22:15-18). Pertanto quel privilegio fu esteso a gente non di stirpe ebraica, prima ai samaritani poi, a partire dal 36 d.C., ai cosiddetti “gentili”, come venivano chiamati le persone delle altre nazioni. A tutti questi, che accettarono Gesù come Messia o Cristo, si riferirono gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane, ed essi formarono la “nuova creazione”, una nuova nazione spirituale, “l’Israele di Dio” che sostituì il miscredente Israele naturale. Questo argomento sarà particolarmente trattato nel prossimo post … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – VII

“RIMUOVI IL TURBANTE E TOGLI LA CORONA, LE COSE NON SARANNO PIÙ COME PRIMA – 2a parte

Ezechiele 21:26

Anteprima
La religione ebraica viene generalmente considerata una delle più importanti religioni monoteistiche al pari del cristianesimo e dell’islamismo. Tuttavia la sua storia è certamente la più antica tra tutte. Le sue origini rimontano a circa 4.000 anni fa e le altre grandi religioni sono debitrici alle sue Scritture in misura più o meno grande: il cristianesimo, fondato da Gesù (ebraico: Yeshùa‛), un ebreo del I secolo, trae le sue radici dalle Scritture Ebraiche, e basta leggere un po’ il Corano per notare che anche l’Islām deve molto a quelle scritture (cfr. Corano, sura II, 50-58; XXXII, 23, 24, LB). Il patriarca Abramo fu il capostipite della nazione ebraica. Nel 1943 a.C. Dio lo scelse come suo speciale servitore e, a motivo della fedeltà mostrata, gli fece un giuramento solenne cioè che avrebbe reso numerosa la sua discendenza e per mezzo di questa avrebbe benedetto tutte le nazioni della terra. Quella discendenza corrispondeva a quella menzionata nel libro biblico di Genesi capitolo 3 verso 15, mediante la quale Dio avrebbe schiacciato la testa la simbolico serpente responsabile della ribellione umana, cioè Satana il Diavolo, e ristabilito il suo proposito originale per l’umanità. Questa dichiarazione giurata fu ripetuta al figlio (Isacco) e al nipote (Giacobbe) di Abraamo, e fu poi confermata alla tribù di Giuda e alla linea di discendenza di Davide.
Per realizzare le promesse che aveva fatto ad Abramo, Dio pose le basi per la formazione di una nazione stabilendo un patto speciale con i discendenti di Abramo. Questo patto fu concluso nel 1513 a.C. ai piedi del monte Sinai, nella penisola arabica, dopo la miracolosa liberazione del popolo israelita dalla schiavitù egiziana. L’accordo stabiliva che Geova sarebbe stato il loro re, legislatore e protettore mentre gli israeliti si sarebbero impegnati ad obbedire alla sua legge. Il risultato fu che i discendenti di Abraamo divennero una nazione organizzata per rendere adorazione e servizio al loro Dio, Geova. Purtroppo non sempre gli israeliti mantennero fede a quel patto e ci fu addirittura un tempo in cui ripudiarono Geova come loro re, chiedendone uno umano. Poi si lasciarono influenzare dalla falsa religione dei cananei e di altre nazioni circostanti commettendo una grande apostasia religiosa. A motivo di ciò Geova, nel 607 a.C., inflisse alla nazione una severa punizione permettendo che Babilonia, la potenza mondiale allora dominante, distruggesse Gerusalemme e il suo tempio e portasse la popolazione in cattività.
Dopo 70 anni, nel 537 a.C., ricordandosi della sua promessa di produrre da quel popolo una “discendenza”, Geova lo liberò dalla cattività Babilonese riportandolo nel suo paese dove, almeno inizialmente, venne ristabilita la vera adorazione. Ma, a partire dal IV secolo a.C. la comunità israelita, soggetta a continui mutamenti, fu sommersa dal progressivo avanzare della cultura ellenistica. Riassumendo questo periodo lo scrittore ebreo Max Dimont ha scritto: “Arricchiti del pensiero platonico, della logica aristotelica e della scienza euclidea, gli studiosi ebrei si accostarono alla Torà con nuovi strumenti … Cominciarono a sovrapporre la ragione greca alla rivelazione ebraica”. In quel tempo nacquero all’interno della nazione diverse fazioni, quali i farisei, legalisti ipocriti che diedero inizio ad una tradizione orale cavillosa e oppressiva in contrapposizione con la semplicità della Legge mosaica, e i sadducei, classe sacerdotale e ricca, politicamente impegnata a mantenere lo status quo con i governanti pagani del paese. Ci furono anche gli esseni, personaggi asceti mistici che vivevano in poche comunità rurali isolate di tipo monastico i quali promuovevano credenze piene di concetti persiani e greci come, ad esempio, l’adorazione degli angeli, l’importanza data ai misteri, l’immortalità dell’anima umana o il tormento eterno come punizione per gli empi.
Queste fazioni spinsero di nuovo il paese verso l’apostasia religiosa e, pur in continua lotta tra loro, si trovarono di comune accordo nel contrastare il Messia Gesù, la “discendenza” promessa, quando al tempo stabilito da Dio si presentò sulla scena umana, fino a farlo condannare a morte dai romani. Per tutti questi motivi Gesù profetizzò sotto ispirazione divina: “il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a una nazione che ne produca i frutti” (Matteo 21:43). Questo è quello che è effettivamente accaduto!

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Nel 1879 tra le rovine vicino alla città di Bagdad venne trovato un documento scritto su pietra in caratteri cuneiformi, chiamato “Cronaca di Nabonedo (o Nabunaid)”, oggi conservato presso il British Museum di Londra. Nel 1924 Sidney Smith, Custode delle Antichità egizie e assire dello stesso museo, pubblicò nel libro Babylonian Historical Texts Relating to the Capture and Downfall of Babylon, la traduzione di detto documento che forniva precisi particolari circa il tempo in cui Babilonia venne conquistata da Ciro il persiano. Questo permise agli studiosi di collocare la data di tale avvenimento nel 539 a.C., come affermò Jack Finegan, professore della Iowa State University – USA, scrivendo nel suo libro Light from the Ancient Past: “La cronaca di Nabunaid fornisce date esatte. Nel mese di Tashritu, il quattordicesimo giorno, 10 ottobre 539 a.C., le forze persiane presero Sippar; il sedicesimo giorno, 12 ottobre, ‘l’esercito di Ciro entrò in Babilonia senza battaglia’; e nel mese di Arahsamnu, il terzo giorno, 29 ottobre, Ciro stesso entrò nella città”. Numerose altre testimonianze storiche, come quella del canone di Tolomeo, dello storico Diodoro Siculo nonché di Sesto Giulio Africano e di Eusebio di Cesarea, confermano la stessa data.
Perché tale data è storicamente rilevante per gli studiosi biblici? Perché la caduta di Babilonia venne profetizzata e poi narrata anche nella Parola di Dio. Infatti, circa 200 anni prima della sua caduta il profeta Isaia venne da Geova Dio ispirato a scrivere il nome del conquistatore di Babilonia, cioè Ciro (cfr. Isaia 44:24-45:1). La stessa profezia preannunciava la ricostruzione di Gerusalemme. Nel libro biblico di Esdra, scritto sotto ispirazione divina verso il 460 a.C. dall’omonimo sacerdote ebreo, si dice che nel primo anno dopo la conquista della città Ciro emanò il decreto che permetteva agli israeliti prigionieri a Babilonia di tornare nel loro paese e riedificare Gerusalemme e il suo tempio (cfr. Esdra 1:1-4). La tavoletta n. 11, Cyrus, una delle 1411 tavolette cuneiformi mesopotamiche conservate presso il British Museum tradotte da Johann Nepomuk Strassmaier, un sacerdote gesuita tedesco considerato ai suoi tempi come uno dei maggiori assiriologi, indica come primo anno del regno di Ciro l’anno 538 a.C. (presso i persiani infatti l’anno in cui un re saliva al trono veniva chiamato di solito l’anno di accessione del re mentre il successivo veniva considerato il primo anno del regno). Perciò l’emanazione del decreto di Ciro per il ritorno dei Giudei deve aver avuto luogo durante quel tempo, probabilmente prima della primavera del 537 a.C. (i persiani infatti, come gli ebrei, contavano gli anni da primavera a primavera). Esdra scrisse che nel 7° mese di quell’anno (537 a.C.), quindi dopo un sufficiente tempo per preparare e fare il viaggio, gli israeliti erano di nuovo a Gerusalemme a riedificare l’altare come primo passo nella ricostruzione del tempio (cfr. Esdra 3:1,2). Per questa coincidenza tra avvenimenti storici sacri e secolari, la data del 539 a.C. è considerata una data assoluta o fondamentale per il calcolo del tempo nella Bibbia (*).
Pertanto, in base alla profezia di Geremia 25:12 relativa alla durata della cattività babilonese e alla desolazione di Giuda e Gerusalemme, cioè 70 anni, possiamo stabilire senza ombra di dubbio che la caduta della dinastia davidica dal trono di Geova a Gerusalemme ad opera dei babilonesi avvenne nel 607 a.C. Perciò da quella data dobbiamo calcolare il tempo profetico concesso da Geova Dio alle nazioni per governare la terra incontrastate, cioè senza l’interferenza da parte di un rappresentativo governo divino, tempo indicato nella visione profetica riportata nel libro biblico di Daniele, al capitolo 4, alla quale fece riferimento Gesù nella sua profezia sulla fine dell’attuale sistema di cose (cfr. Luca 21:24).
per il tuo popolo e per la tua città santa sono state stabilite 70 settimane” – Daniele 9:24
Quando Gerusalemme venne completamente desolata dagli eserciti della sua rivale di lunga data, Babilonia, e i suoi re della linea di Davide furono detronizzati a causa del disfavore di Geova, parve all’osservatore che la città fosse abbattuta per sempre. Per i successivi 70 anni, infatti, senza uomo né animale domestico Gerusalemme e il suo territorio sembravano un luogo visitato da spiriti, con i suoi edifici imponenti demoliti, le sue mura possenti abbattute e il magnifico tempio di Geova costruito da Salomone ridotto a un cumulo di macerie. Tuttavia per i Giudei che attendevano la venuta del Seme promesso al loro antenato Abramo e che avevano fede nella Parola di Geova Dio pronunciata al riguardo da Giacobbe, dai profeti Isaia ed Ezechiele (cfr. Genesi 22:16-18; 49:10; Isaia 52:1-3; Ezechiele 21:26,27), era certo che Gerusalemme non sarebbe rimasta desolata per sempre ma sarebbe stata di nuovo ricostruita e sarebbe di nuovo fiorita e il regno davidico ristabilito nelle mani di “colui che ha il diritto legale”. Quando questi sarebbe apparso doveva venire non in una Gerusalemme desolata ma ricostruita sul monte Sion e avrebbe dovuto esserci il tempio di vera adorazione di Geova
Perciò in modo miracoloso Geova dimostrò che la sua mano non si era accorciata e che aveva il potere di far avverare i suoi propositi! Durante i 70 anni di prigionia Dio aveva miracolosamente preservato la linea reale e sacerdotale di Israele. Sebbene tutti i figli di Sedechia, ultimo re di Giuda, erano stati distrutti, un membro della famiglia regnante, Ioiachin o Ieconia, nipote di Sedechia, era sopravvissuto. Similmente avvenne con la linea del sommo sacerdote. Nabucodonosor aveva messo a morte il sommo sacerdote Seraia ma aveva risparmiato suo figlio Josadac che, come Ieconia, divenne prigioniero a Babilonia. Inoltre, per tutti i 70 anni non era stato permesso a nessuna nazione straniera di stabilirsi nel paese desolato. Tutto ciò in vista del tempo in cui Geova avrebbe mandato indietro il suo popolo a ricostruire Gerusalemme e a preparare la via per la venuta del Seme promesso o Messia.
La profezia pronunciata mediante il profeta Daniele diceva che “dall’emanazione dell’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino al Messia, il Condottiero” dovevano passare in tutto 70 settimane di anni (cfr. Daniele 9:24,25). Pertanto la storia di Israele come popolo eletto di Dio doveva continuare, dopo la liberazione dalla cattività babilonese, almeno per i successivi 490 anni a partire dal 455 a.C., anno in cui, secondo la storia secolare e anche biblica, il re persiano Artaserse emanò “l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme” (cfr. Neemia 2:1-8; per maggiori particolari su questa profezia e sul suo adempimento cfr. il mio post del 6 febbraio 2011 – UNA STORIA FINITA – IX parte; https://gi1967.wordpress.com/2011/02/06/a-storia-finita-ix-parte/).
spiegavano la Legge al popolo … rendendola chiara e spiegandone il significato” – Neemia 8:7,8
Durante tutto quel tempo il comportamento della maggioranza degli israeliti in rapporto al loro Dio non fu molto diverso dai precedenti dieci secoli, alternando periodi di lealtà ad altri di allontanamento dalla Legge mosaica data loro da Geova. È vero che dopo la liberazione dalla cattività babilonese Israele non tornò più ad essere una nazione sovrana e indipendente e né ebbe più un re che la governava sul “trono di Geova a Gerusalemme” (cfr. 1Cronache 29:23; Geremia 3:17; Ezechiele 21:25-27), comunque sotto l’impero persiano la comunità ebraica godette di notevole libertà. Governanti delegati e governatori (come Zorobabele e Neemia) furono scelti fra gli israeliti stessi. Gli anziani di Israele e i principi delle tribù continuarono ad agire da consulenti e rappresentanti del popolo. Sotto l’aspetto religioso il sacerdozio venne riorganizzato secondo gli antichi documenti genealogici gelosamente conservati e, con l’ordinamento levitico nuovamente operante, si tornò a offrire i sacrifici e a osservare gli altri precetti del patto della Legge. Venne quindi ristabilita la pura adorazione di Geova, il loro Dio.
Tale risultato fu reso possibile dal programma di istruzione spirituale messo in atto dal governatore Neemia e dal sacerdote Esdra. Quest’ultimo, infatti, “portò la Legge davanti alla congregazione, composta da uomini, da donne e da tutti quelli in grado di capire ciò che sentivano. Dall’alba fino a mezzogiorno, davanti alla piazza di fronte alla Porta delle Acque, lesse ad alta voce il libro della Legge agli uomini, alle donne e a tutti quelli in grado di capire, e il popolo ascoltava attentamente … E Ièsua, Bani, Serebìa, Iamìn, Accùb, Sabbetài, Odìa, Maaseìa, Chelìta, Azarìa, Iozabàd, Hanàn e Pelaìa, che erano leviti, spiegavano la Legge al popolo mentre il popolo stava in piedi.  E continuarono a leggere ad alta voce dal libro, dalla Legge del vero Dio, rendendola chiara e spiegandone il significato; così aiutarono il popolo a capire quello che veniva letto” (Neemia 8:2-8). Quindi la vera adorazione venne ristabilita tra il popolo riunito in un’unica nazione e purificato da ogni influenza della falsa religione babilonica e Israele conobbe di nuovo un periodo di relativa pace e di benessere spirituale e materiale (cfr. Neemia 9:1-3; 10:28-30; Esdra 6:19-21).
Fu in quel periodo e in particolare verso la fine del V secolo a.C. che si completò anche la stesura delle Scritture Ebraiche, quella parte della Bibbia impropriamente denominata “Vecchio Testamento”. Gli ultimi libri ispirati ad esser redatti furono i libri dei profeti Aggeo e Zaccaria, il libro di Ester, i due libri delle Cronache, il libro di Esdra, il libro di Neemia e infine il libro del profeta Malachia, scritto e completato entro il 443 a.C. Gli scrittori furono tutti testimoni oculari delle cose che narrarono. Pertanto fu proprio allora che venne fissato il Canone delle Scritture Ebraiche con i 39 libri riportati oggi in quasi tutte le versioni della Bibbia. Quella raccolta non conteneva i 7 libri definiti deuterocanonici o apocrifi né le interpolazioni o aggiunte ai libri di Ester e di Daniele, che vennero inseriti in seguito nell’elenco, probabilmente a far data dal III o II secolo a.C. quando, come vedremo di seguito, l’apostasia religiosa iniziò di nuovo a manifestarsi in Israele. Questi 7 libri, le interpolazioni e le aggiunte summenzionate, si trovano oggi solo nelle versioni cattoliche della Bibbia (per maggiori particolari sulla composizione del canone biblico vedi il mio post del 18 febbraio 2017 – LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO – II; https://gi1967.wordpress.com/2017/02/18/la-bibbia-parola-di-dio-o-delluomo-2/).

ESDRA

Restaurazione! Questa fu la parola d’ordine tra il rimanente della diaspora del 607 a.C. tornati a Gerusalemme 70 anni dopo grazie alla liberazione operata da Geova mediante il re persiano Ciro (cfr. Isaia 44:24-45:1). Restaurazione non solo della città ma, soprattutto, della pura adorazione dell’unico e solo vero Dio, Geova. Esdra e Neemia compresero che questa operazione poteva passare solo attraverso l’ubbidienza alla Legge di Geova perciò avviarono un programma di istruzione spirituale. Dopo aver radunato in piazza tutto il popolo Esdra aprì il libro della Legge e lo lesse e lo spiegò, mentre il popolo ascoltava attentamente. Gli israeliti capirono di aver peccato di nuovo contro Geova e piansero. Il giorno dopo, Esdra e i leviti lessero al popolo altre parti della Legge. Così scoprirono che di lì a poco si doveva tenere la Festa delle Capanne e iniziarono subito a fare i preparativi. Durante i sette giorni della festa il popolo fu molto felice e ringraziò Geova per il buon raccolto. Non si teneva una Festa delle Capanne così bella dal tempo di Giosuè. Dopo la festa il popolo si radunò e pregò: “Geova, tu ci hai salvato quando eravamo schiavi, ci hai dato cibo nel deserto e ci hai portato in questo paese meraviglioso. Ma noi ti abbiamo disubbidito tantissime volte. Hai mandato i profeti per avvertirci, ma non li abbiamo ascoltati. Tu, però, hai avuto pazienza con noi. Hai mantenuto la promessa che avevi fatto ad Abraamo. Ora noi ti promettiamo che ti ubbidiremo”. Poi scrissero questa promessa e i principi, i leviti e i sacerdoti misero il loro sigillo. Lezione per noi: l’istruzione basata sulla Parola di Dio è fondamentale per conoscere e praticare la vera adorazione.
Si celebrò a Gerusalemme la festa della Dedicazione” – Giovanni 10:22
Quando, però, Alessandro Magno conquistò i territori che andavano dalla Grecia all’India, nel 336-323 a.C., e diede inizio alla diffusione dell’ellenismo, cioè della lingua e della cultura greca, le cose cambiarono notevolmente. Gli ufficiali e i soldati di Alessandro che sposarono donne indigene, diedero luogo alla fusione fra la cultura greca e le culture locali. Questo influì anche sugli israeliti e sul pensiero religioso ebraico, dando inizio ad un retaggio duraturo e corrosivo della pura adorazione di Geova. Ha scritto Emil Schürer, storico e teologo tedesco: “Non potendo gli ebrei evitare i contatti con i vicini ellenizzati, e ancor meno con i loro connazionali che vivevano all’estero, l’assimilazione della cultura e della mentalità greca fu inevitabile … Nel periodo ellenistico anche solo respirando si assorbiva la cultura greca!” (Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo, trad. di V. Gatti, Paideia, Brescia, 1987). Gli ebrei iniziarono ad assumere nomi greci e, in varia misura, ad adottare usanze e modi di vestire greci.
Fra di loro i più esposti all’influenza ellenistica furono i sacerdoti. Molti di loro, infatti, erano dell’idea che accettare l’ellenismo significava aiutare il giudaismo a stare al passo con i tempi. Alcuni di questi furono disposti a corrompere le autorità greche per poter ricoprire ruoli di rilevanza nella loro attività, come l’incarico di Sommo Sacerdote, pur non avendone diritto secondo la Legge mosaica. La questione ebbe un’impennata specialmente dopo la morte di Alessandro allorché il regno fu diviso fra i suoi generali cosicché Israele si trovò coinvolto nel conflitto fra i Tolomei d’Egitto e i Seleucidi della Siria. Questi ultimi, che dapprima accettarono le offerte corruttrici per finanziare le loro campagne militari poi, durante il regno di Antioco IV Epifane, decisero di sradicare l’adorazione e le usanze ebraiche.
Tale tentativo giunse al culmine nel 168 a.C. quando sopra l’altare del tempio di Gerusalemme venne eretto un altare pagano dedicato al dio greco Zeus. Questo episodio oltraggioso fu la scintilla che diede il via alla rivolta dei Maccabei, una famiglia appartenente alla tribù sacerdotale levita. La rivolta ebbe successo perché i giudei, comandati da Giuda Maccabbeo, sconfissero l’esercito di Siria e conquistarono Gerusalemme purificando il tempio che era stato tanto brutalmente contaminato da Antioco. Tutt’oggi gli ebrei ricordano quell’avvenimento celebrando ogni anno la festa di Hanukkah o della Dedicazione, nel giorno corrispondente al 25 chislev, mese ebraico che nel nostro calendario moderno corrisponde alla seconda metà di novembre e alla prima metà di dicembre (cfr. Giovanni 10:22).
Tuttavia la guerra dei Maccabei non fu combattuta sotto il comando di Geova né ebbe l’appoggio divino. Fu una guerra politica, patriottica benché vi fosse implicata la religione dei giudei. Ben presto i motivi religiosi che avevano scatenato la rivolta furono sostituiti da ambizioni politiche con lo scopo di ripristinare uno stato ebraico indipendente. Queste spinsero la dinastia asmonea (Asmonei era un altro nome con cui venivano identificati i Maccabei) a stringere un’alleanza con Roma, che non vide di meglio per entrare nella scena politica del medio oriente. Col tempo, infatti, la Giudea venne a trovarsi sotto il dominio romano. Durante quel periodo “la guida spirituale e sociale del popolo era nelle mani dei sacerdoti ma essi costituivano, sotto il profilo politico ed economico, la classe più forte e più ricca di Gerusalemme” (Pictorial Biblical Encyclopedia di Gaalyahu e Cornfeld). Quei sacerdoti divennero così altezzosi da trascurare i loro doveri pastorali.
guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” – Matteo 16:6
La condizione spirituale della nazione ne risultò definitivamente compromessa. Fu in quel periodo, infatti, che la religione giudaica si divise in fazioni rivali. Sorsero i Farisei, un gruppo molto influente, i quali insegnavano che Dio aveva dato a Israele una legge duplice, una parte scritta e una parte orale. Dando più importanza alla legge orale detta Mishnàh, che consisteva in un insieme di regole e tradizioni arbitrarie, frutto di ragionamenti rabbinici, con le quali i farisei cominciarono a interpretare la Legge e amministrare la giustizia, snaturarono la semplicità dei precetti della Legge mosaica gravando come macigni sulla popolazione; peraltro lo facevano con un piglio estremamente ipocrita, escogitando scappatoie per eluderla. Se volete rendervi conto dell’effetto deleterio di tale condotta leggete le parole di Gesù riportate in Matteo 15:6-9 e 23:2-35. Un altro gruppo influente fu quello dei Sadducei. Costituito per lo più da appartenenti alla classe sacerdotale e più ricca del paese. Essi contrastavano l’insegnamento dei farisei riconoscendo valido solo il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia scritti da Mosè). Non avevano aspettative messianiche, preferivano ricorrere alla politica per trattare con le nazioni perciò s’interessavano solo di mantenere lo status quo in accordo con Roma e non volevano che alcuno suscitasse difficoltà che avrebbero potuto far imporre restrizioni dalle legioni romane. Si occupavano  delle attività del tempio, dei servizi sacerdotali, della raccolta delle decime, delle contribuzioni fatte nel tempio, della vendita degli animali per i sacrifici e del cambio di denaro che vi si faceva.
Molti farisei e diversi sadducei costituivano a loro volta la classe indipendente degli Scribi. Questi all’inizio erano solo copisti delle Scritture Ebraiche, e lo facevano con estrema meticolosità. Poi allargarono il loro raggio d’azione e iniziarono a registrare operazioni commerciali, a scrivere lettere, a preparare documenti, a tenere le registrazioni del tempio e a svolgere altre mansioni similari. In effetti fungevano da notai, redigevano certificati di divorzio e registravano altre transazioni. A motivo dei loro studi e della conoscenza acquisita della Legge mosaica erano assai rispettati come “dottori” della Legge. Si consideravano la classe colta del paese, arrogandosi il diritto di insegnare agli altri e si compiacevano di essere chiamati “Rabbi” come titolo onorifico. Nonostante l’estrema cura per evitare gli errori involontari nel copiare le Scritture, nel corso del tempo gli scribi (o sohferìm) cominciarono a prendersi delle libertà apportando dei cambiamenti al testo biblico. La loro colpa più grave fu di aver sostituito il tetragramma ebraico del nome di Dio, YHWH, con i termini ebraici ʼAdhonài (Signore) ed ʼElohìm (Dio), il tutto per una mera superstizione intesa a evitare antropomorfismi, cioè l’attribuzione a Dio di caratteristiche umane.
Tutti e tre questi gruppi furono accaniti oppositori di Cristo Gesù il quale avvertì i suoi seguaci dicendo: “Tenete gli occhi aperti e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” (Matteo 16:6). Nella Bibbia il lievito è usato come simbolo di peccato o corruzione. Perciò, nella circostanza, Gesù stava dicendo che l’insegnamento “dei farisei e dei sadducei” corrompeva la pura adorazione. I farisei disputavano continuamente con Cristo accusandolo di non rispettare la legge sul sabato facendo guarigioni miracolose, di non osservare le loro strampalate tradizioni e di frequentare peccatori ed esattori di tasse (cfr. Matteo 12:9-14; Marco 7:1-5; Luca 15:1). I sadducei invece furono quelli che, per convincerlo ad uccidere Gesù, dissero a Pilato: “Se liberi quest’uomo, non sei amico di Cesare!” e “Non abbiamo altro re che Cesare” (cfr. Giovanni 19:12-15).
Un altro gruppo che nacque dall’apostasia religiosa di quel tempo fu formato dagli Esseni. Erano personaggi asceti mistici che vivevano in poche comunità rurali isolate. Si consideravano il vero rimanente di Israele, attendendo in stato di purità la venuta del promesso Messia. Conducevano una vita austera e contemplativa, ma molte loro credenze riflettevano concetti persiani e greci come, ad esempio, l’adorazione degli angeli, l’importanza data ai misteri, l’immortalità dell’anima umana o il tormento eterno come punizione per gli empi. Si impegnavano in vari lavori agricoli, coltivavano grano, allevavano greggi, avevano api, ecc., inoltre si fabbricavano i loro propri abiti, rigorosamente tutti uguali e dello stesso colore, e non li cambiavano finché non fossero completamente consumati o in pezzi. Si occupavano dell’arte di guarire, usando specialmente delle radici come medicine. Rigettavano tutti i piaceri come una depravazione e consideravano la continenza e la vittoria sulla carne una grande virtù, pertanto non si sposavano convinti che le donne li tentassero alla lussuria. Vi ricordano qualche ordine religioso che tutt’oggi obbliga i propri adepti a condurre una vita simile? … Cosa ne pensa Geova Dio? Egli spirò il saggio scrittore dei proverbi a scrivere: “Chi si isola persegue i suoi desideri egoistici; va contro ogni saggezza” (Proverbi 18:1). Fece anche scrivere dal suo profeta: “Ho teso le mani tutto il giorno a un popolo ostinato, a quelli che camminano sulla cattiva strada seguendo le proprie idee,a un popolo che mi offende di continuo con sfacciataggine, sacrificando nei giardini e offrendo fumo di sacrificio sui mattoni. Siedono fra le tombe e passano la notte in nascondigli … Dicono: ‘Sta’ per conto tuo; non avvicinarti a me, perché sono più santo di te’. Questi sono fumo nelle mie narici, fuoco che arde tutto il giorno” (Isaia 65:2-6).

Scribi Farisei

Nelle religioni del mondo, incluse quelle cosiddette “cristiane”, vi sono molte tradizioni. Molti pensano che la tradizione arricchisca e abbellisca la religione. Lo pensavano anche gli antichi israeliti. I loro capi religiosi, scribi, farisei, sadducei, avevano aggiunto alla Parola scritta una gran quantità di tradizioni orali umane che asserivano fossero indispensabili per l’adorazione di Dio e che, in molti casi, erano in contrasto con le Scritture. Rifacendosi a queste condannarono spesso Gesù e i suoi discepoli perché non le rispettavano. In effetti Gesù nel suo ministero non citò neppure una volta tali tradizioni orali per sostenere i suoi insegnamenti, ma si rivolse sempre alla scritta Parola di Dio con espressioni come queste: “È scritto”, “Non avete mai letto questa scrittura?” e: “Che cosa è scritto nella Legge?”. Poi rivolgendosi ai suoi accusatori disse: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione. Ipocriti … Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:6-9). Che dire della nostra adorazione? … È possibile che le idee e le credenze che abbiamo da tempo accettate come verità siano il frutto di tradizione umana e addirittura in contrasto con la Parola di Dio così da vanificarla?
il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a una nazione che ne produca i frutti” – Matteo 21:43
Da quanto sopra esposto è evidente che gli ebrei tornati nella loro terra dopo la diaspora del 607 a.C. nei secoli che seguirono si lasciarono influenzare dalla filosofia greca con effetti disastrosi sulla loro adorazione che non si basò più unicamente sugli insegnamenti di Mosè e dei profeti inviati da Dio ma fu corrotta da dottrine e pratiche filosofiche-pagane. Max Dimont, storico e autore ebreo di origine finlandese, ha scritto nel suo libro Jews, God, and History: “Arricchiti del pensiero platonico, della logica aristotelica e della scienza euclidea, gli studiosi ebrei si accostarono alla Torà con nuovi strumenti … Cominciarono a sovrapporre la ragione greca alla rivelazione ebraica”. Il risultato? Come rilevò Gesù, il Cristo (o Messia) tanto atteso ma che non vollero riconoscere (cfr. Luca 3:15), avevano “reso la parola di Dio senza valore a causa della tradizione … insegnando come dottrine comandi di uomini”, perciò la loro adorazione era divenuta ipocrita e inutile (cfr. Matteo 15:6-9). Questa ennesima apostasia e, soprattutto, il fatto di non aver accettato Gesù come l’unto di Geova, ignorando tutte le profezie che si adempirono in lui identificandolo come tale, portò ad una inevitabile conclusione, Gesù disse loro: “il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato a una nazione che ne produca i frutti” (Matteo 21:43). Geova non avrebbe continuato a considerare gli ebrei naturali come suo popolo eletto. Ciò fu reso chiaro alla fine delle 70 settimane di favore che Dio aveva ancora riservato a quel popolo in base alla promessa fatta ad Abramo, quando, nel 36 d.C., cominciò a versare il suo spirito santo su persone non di stirpe ebraica che accettavano Gesù come mezzo per la loro salvezza provveduto da Dio (cfr. Daniele 9:24; Atti 10:9-45). Queste costituirono, insieme ad uno sparuto gruppo di ebrei naturali che avevano accettato Gesù come il Messia promesso, il nucleo iniziale della “nuova nazione” che avrebbe sostituito l’Israele naturale nei rapporti privilegiati con Geova Dio, come venne testimoniato dall’ebreo Saulo di Tarso, meglio conosciuto come apostolo Paolo, il quale sotto ispirazione divina scrisse: “Che dire, allora, se Dio … che ha chiamato non solo fra i giudei ma anche fra le nazioni?Come dice anche in Osèa: “Chiamerò ‘mio popolo’ quelli che non erano il mio popolo” (Romani 9:22-25).
Questo rigetto divenne definitivo nel 70 d.C. allorché Dio permise agli eserciti romani al comando del generale Tito di conquistare e distruggere Gerusalemme e con essa il suo tempio, centro dell’adorazione di Geova. Nel tempio erano accuratamente conservate tutte le registrazioni del popolo ebraico che andarono distrutte nel fuoco. Così ebbe fine il sistema ebraico che Dio stesso aveva costituito dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana. Israele oggi non è più una nazione teocratica, è una democrazia come tante, e nessuna persona che si dichiara ebreo può provare con la propria genealogia la discendenza da quell’antico popolo; nessuno di essi può provare a quale delle 12 tribù originarie appartiene la sua famiglia e, cosa più importante, nessuno può provare di appartenere alla tribù sacerdotale dei leviti e, in particolare, alla discendenza del Sommo Sacerdote Aaronne, ruoli essenziali nell’esercizio dell’antica religione ebraica. Il bel tempio per l’adorazione di Geova non è stato più ricostruito impedendo loro di osservare le feste come disposto dalla Legge mosaica; di questo ne resta solo un rudere, definito “muro del pianto” a perenne memoria della loro perduta opportunità di essere “fra tutti i popoli la speciale proprietà” di Geova Dio, “un regno di sacerdoti e una nazione santa”, cioè consacrata o dedicata (cfr. Esodo 19:5,6). Soprattutto, se si presentasse un sedicente Messia, dagli ebrei ancora atteso, come potrebbe dimostrare la sua discendenza dalla casa reale di Davide? E che dire dell’attuale religione di Israele? Essa è figlia di quei secoli di estesa apostasia. La tradizione orale di origine rabbinica è stata messa per iscritto e raccolta nel Talmud, un codice infinito di regole e codicilli in continua espansione, frutto di pensieri umani, un miscuglio di filosofia legalistica e greca, riverito dagli ebrei più della Bibbia stessa, che oggi, come allora, rende “la parola di Dio senza valore a causa della tradizione” (cfr. Matteo 23:4).
Quindi, per riassumere, Dio nell’antichità scelse tra tutte le nazioni, un popolo per produrre una discendenza che, secondo la sua promessa, avrebbe schiacciato la testa al simbolico serpente, cioè a Satana il Diavolo, responsabile della ribellione umana sulla terra e di tutti i conseguenti guai (cfr. Genesi 3:15). A garanzia di questo suo progetto il popolo fu scelto dalla stirpe di uomini di provata fede in Dio, quali Abramo, Isacco, Giacobbe e fu chiamato Israele, altro nome dato a Giacobbe (cfr. Genesi 32:22-28). Reso schiavo dagli egiziani, questo popolo venne miracolosamente liberato da Geova e condotto in Canaan, paese che Dio aveva promesso ad Abramo di dar loro (Genesi 17:8). Dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana Geova concluse un patto con Israele in base al quale Egli sarebbe stato il loro re, legislatore e protettore mentre gli israeliti si sarebbero impegnati ad obbedire alla sua legge, un accordo che venne denominato Patto della Legge (cfr. Esodo 19:3-9). Purtroppo gli israeliti non mantennero fede alla loro promessa, violando ripetutamente quella Legge, arrivando perfino a ripudiare Geova come loro re, chiedendone uno umano (cfr. 1Samuele 8:4-8). La pazienza di Geova nel sopportare le loro continue ribellioni giunse al culmine nel 607 a.C. quando ritirò la sua protezione e la nazione finì sotto la dominazione dei re babilonesi i quali deportarono tutti in schiavitù a Babilonia, abbattendo la casa reale davidica, distruggendo Gerusalemme e lasciando completamente desolato il paese.
Sembrava che tutto fosse finito lì, tuttavia Geova non aveva abbandonato il suo proposito di produrre una discendenza da quel popolo per la restaurazione del suo originale proposito per l’intera umanità (cfr. Genesi 1:28). Perciò dopo 70 anni liberò gli israeliti dalla cattività babilonese riportandoli nella terra promessa per ricostruire Gerusalemme e il suo tempio. Inizialmente, grazie all’opera di istruzione spirituale di fedeli pastori, quali Neemia ed Esdra, venne ristabilita nel paese la vera adorazione di Geova ma col tempo gli israeliti ricaddero nell’apostasia religiosa. Uomini ipocriti, avidi di potere e di ricchezza, costituirono classi privilegiate che sviarono il popolo dall’osservare la Legge di Dio, creando a proprio uso e consumo una tradizione orale composta da norme e pratiche di invenzione umana infarcite di dottrine filosofiche-pagane alla quale diedero più importanza che non alla Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). L’apostasia fomentata da queste classi privilegiate, composte da farisei e sadducei, raggiunse il culmine quando la promessa discendenza (o Messia) si presentò al tempo stabilito da Dio (cfr. Daniele 9:24-27). Queste contrastarono il Messia durante tutta la sua missione terrena riuscendo infine a farlo mettere a morte dai romani. Per la sua continua apostasia e per aver rigettato il Messia inviato da Geova, Israele perse il suo posto di favore nella relazione con Dio il quale scelse una nuova nazione formata da persone di tutte le nazioni disposte ad accettare il Messia (ebr.) o Cristo (gr.) quale mezzo di salvezza provveduto da Geova Dio (cfr. Matteo 21:43; Romani 9:22-25).
Come si devono quindi considerare gli avvenimenti relativi all’Israele d’oggi? Semplicemente come parte degli sviluppi mondiali predetti nella Bibbia per i nostri giorni, che includono guerre, illegalità, raffreddamento dell’amore per Dio, e amore per il denaro (cfr. Matteo 24:7,12; 2Timoteo 3:1-5). La sua religione rabbinica è oggi parte integrante di quell’impero mondiale di falsa religione che la Bibbia chiama “Babilonia la Grande”.

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Note :
(*) L’altra data fondamentale è il 29 d.C. Si basa sull’anno in cui Tiberio Cesare succedette all’imperatore Augusto. Questi morì 17 agosto del 14 d.C. e Tiberio venne eletto suo successore il 15 settembre dello stesso anno. Nel libro biblico di Luca al capitolo 3 versi 1 e 3 si afferma che Giovanni il Battezzatore cominciò il suo ministero nel 15° anno del regno di Tiberio, cioè nel 29 d.C. Quello stesso anno, in autunno, Gesù andò da lui a farsi battezzare, all’età di “circa trent’anni” (Luca 3:21-23). In quella circostanza Gesù fu pure unto con lo spirito santo di Dio, divenendo così il Messia promesso, esattamente allo scadere della 69a settimana d’anni della profezia di Daniele capitolo 9 (483 anni dal 455 a.C.). Per questa coincidenza tra avvenimenti storici sacri e secolari, anche la data del 29 d.C. è considerata una data assoluta o fondamentale per il calcolo del tempo nella Bibbia.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

 

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