BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – II

 

“NON HANNO RITENUTO DI DOVER RICONOSCERE DIO, DIO LI HA LASCIATI IN BALÌA DI UNA MENTALITÀ DISAPPROVATA”

Romani 1:28

Anteprima
Circa 2.750 anni fa Geova comunicò agli abitanti di Israele che aveva una causa contro di loro perché nel loro paese non c’erano verità, amorevole benignità né conoscenza di Dio (cfr. Osea 4:1). Eppure quelle persone erano vincolate a Dio con un patto che li rendeva una sua “speciale proprietà” (cfr. Deuteronomio 7:6). Come mai il loro paese era ridotto così? Mediante il suo profeta Ezechiele Geova fece rilevare: “All’ingresso della porta settentrionale della casa di Geova … là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz … . All’ingresso del tempio di Geova, fra l’atrio e l’altare, c’erano circa 25 uomini che davano le spalle al tempio di Geova e avevano la faccia rivolta a est; questi si inchinavano al sole, verso est” (Ezechiele 8:14,16). Quegli israeliti erano divenuti soggetti all’influenza corruttrice della falsa religione babilonica.
Tammùz, infatti, non era altri che Nimrod, l’uomo che per primo si ribellò a Dio dopo il Diluvio edificando la città di Babele con la sua torre, divenendo un “potente cacciatore in opposizione a Geova” (cfr. Genesi 10:8,9). Dopo la sua morte venne venerato dai suoi concittadini come un dio. Dalla sua adorazione derivarono dottrine e pratiche religiose che esercitarono un’influenza molto degradante sul modo di vivere delle popolazioni dell’antichità e Babilonia costituì l’origine della confusione religiosa e il principio della violenza sulla terra dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:8-12; 11:8,9). La sua religione promosse anche ogni forma di violenza, illegalità e vizio, compresi demonismo, magia, incantesimi e stregoneria. Glorificò il sesso e promosse pervertite pratiche sessuali. Alcune caratteristiche comuni che si svilupparono dalla religione babilonese furono la credenza della vita in un mondo ultraterreno e la possibilità di scontare i propri peccati dopo la morte (leggi Purgatorio, secondo Alexander Hislop, ministro della Chiesa Libera della Scozia nel XIX secolo, autore del libro The Two Babilons), l’uso della croce come simbolo religioso (simbolo derivato dalla lettera T, corrispondente alla tau iniziale di Tammuz), simbolo sotto il quale si sono combattute le più brutali e cruenti guerre dell’umanità, in perfetta linea con la vita violenta del suo ispiratore. Altra popolare dottrina diffusa dalla religione babilonica fino ai nostri giorni è la trinità. Babilonesi, assiri, egiziani, greci, romani, tutti venerarono triadi di dei e dee, alcune delle quali rappresentate da una madre con in braccio un bambino, venerazione convertita in dogma religioso anche da un certo tipo di “cristianesimo” sviluppatosi dopo la morte di Gesù e dei suoi fedeli apostoli corrompendo la genuinità del vero insegnamento cristiano sull’identità di Geova Dio e sul ruolo di Cristo Gesù nell’adempimento del proposito divino.

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Illegalità e violenza sono state un pericolo sempre presente tra il genere umano e oggi più che mai in ogni nazione. Vengono attribuite a varie cause, come nazionalismo, razzismo, povertà e disoccupazione. Ma la principale radice è tutt’altro! Circa 2.750 anni, un ispirato scrittore biblico, il profeta Osea, pronunciando una profezia contro la nazione di Israele, che si era divisa in due regni, quello settentrionale d’Israele formato da dieci delle dodici tribù, e quello di Giuda formato dalle restanti due, disse coraggiosamente: “Giuramenti falsi, menzogne, assassinii, furti e adultèri dilagano, e si sparge sangue su sangue” (Osea 4:2). Più o meno nello stesso periodo un altro profeta, Geremia, scrisse della città di Gerusalemme: “In mezzo a lei non c’è altro che oppressione … Violenza e distruzione si sentono in lei; malattia e piaga sono di continuo davanti a me” (Geremia 6:6,7). Un terzo profeta, Ezechiele, diede conferma di tutto ciò scrivendo sotto ispirazione divina: “Il peccato della casa d’Israele e di Giuda è molto, molto grande. Il paese è cosparso di sangue e la città è piena di corruzione” (Ezechiele 9:9).
Eppure il popolo di Israele era stato scelto da Geova Dio per rappresentare il suo dominio sulla terra. Cosa aveva provocato quel degradato stato di cose? Osea spiegò: “Geova è in causa con gli abitanti del paese, perché nel paese non c’è verità né amore leale né conoscenza di lui” (Osea 4:1). Perciò la causa fondamentale era che il popolo aveva abbandonato la legge e la conoscenza di Dio. Ma questo non era tutto! Ezechiele scrisse: “All’ingresso della porta settentrionale della casa di Geova … là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz … . All’ingresso del tempio di Geova, fra l’atrio e l’altare, c’erano circa 25 uomini che davano le spalle al tempio di Geova e avevano la faccia rivolta a est; questi si inchinavano al sole, verso est” (Ezechiele 8:14,16). Oltre ad abbandonare la legge di Dio gli Israeliti erano divenuti soggetti all’influenza corruttrice della falsa religione babilonica. Perché si può dire questo?
là vidi donne sedute che piangevano il dio Tammùz” – Ezechiele 8:14
Chi era questo dio Tammùz? La Sacra Bibbia annotata da Giuseppe Ricciotti, rifacendosi all’ufficiale versione latina Vulgata, chiama questo dio Adone. The International Standard Bible Encyclopedia (edizione del 1955, Volume 5) dice al riguardo: “Il nome Adone, con cui era nota ai Greci questa divinità, non è nient’altro che il fenicio אדון, ’Adhon … Egli era in origine un dio-sole sumero o babilonese, chiamato Dumuzi, marito di Ishtar, che corrisponde all’Afrodite [Venere] dei Greci. L’adorazione di queste divinità fu introdotta in Siria in tempi molto remoti coi nomi di Tammuz e Astarte, e compare tra i Greci nel mito di Adone e Afrodite, corrispondenti ad Osiride ed Iside nel panteon egiziano, il che indica quanto si diffuse questo culto. Il mito babilonese rappresenta Dumuzi, o Tammuz, come un bel pastore ucciso da un cinghiale, simbolo dell’inverno. Ishtar lo pianse a lungo e scese nell’aldilà per liberarlo dalle braccia della morte … Il cordoglio per Tammuz si celebrava a Babilonia il secondo giorno del quarto mese, che prese così il nome di Tammuz. . . . Le donne di Gebal [Siria] solevano rifugiarsi in questo tempio a metà estate per celebrare la morte di Adone o Tammuz, e in relazione a questa celebrazione sorsero i licenziosi riti che resero il culto tanto vergognoso da indurre Costantino il Grande a sopprimerlo”.
Alexander Hislop, ministro della Chiesa Libera della Scozia nel XIX secolo, nel suo libro The Two Babylons (Le due Babilonie), identifica Tammùz con Nimrod, che fondò la città di Babilonia circa 180 anni dopo il diluvio del giorno di Noè. Secondo la tradizione Nimrod morì di morte violenta e dopo la morte i suoi seguaci iniziarono a venerarlo come un dio. Ogni anno ne commemoravano la morte il secondo giorno del mese lunare che in suo onore fu chiamato Tammuz (*). Dice l’Hislop: “Il nome Tammuz, applicato a Nimrod … deriva da tam, “rendere perfetto”, e muz, “fuoco”, e significa “il fuoco perfezionatore””.  Poi aggiunge: “Di qui, anche, senza dubbio, deriva la necessità del fuoco del Purgatorio per “perfezionare” infine le anime degli uomini, e purificare tutti i peccati che hanno portato con sé nel mondo invisibile”. Egli afferma ancora: “Nella scrittura è chiamato (Ezechiele 8:14) col nome di Tammuz, ma tra gli scrittori classici è noto comunemente col nome di Bacco, cioè “Il Compianto”. Al lettore comune, il nome Bacco suggerisce solo l’idea di gozzoviglie e ubriachezze, ma ora è risaputo che fra tutte le abominazioni commesse durante le sue orge, il loro grande obiettivo era dichiaratamente “la purificazione delle anime”, e questo dalla colpa e dalla contaminazione del peccato”.

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La tradizione religiosa narra che Nimrod fu giustiziato per la sua ribellione contro Geova Dio. I seguaci di Nimrod considerarono la sua morte violenta una tragedia e una calamità, e lo deificarono. Ogni anno commemoravano la sua morte il secondo giorno del mese lunare chiamato Tammuz, quando le donne piangevano sul suo idolo. Fra gli antichi scrittori classici gli fu dato il nome Bacco, che significa “Pianto”, “Lamentato”. Questo piangere su di lui corrisponde anche a quello che si faceva sul leggendario Adone, un bel giovane amato da Venere o Ishtar e che fu ucciso da un cinghiale selvatico sui monti del Libano. Infatti, la Bibbia vulgata latina e la versione inglese di Douay della Bibbia usano in Ezechiele 8:14 il nome Adone invece di Tammuz. Così si comprende la ragione di questo piangere degli idolatri babilonesi su di lui. Inoltre, il fatto che Nimrod sia anche identificato dagli eruditi in Marduk, il principale dio dei Babilonesi, ci consente di capire perché i Giudei, che al tempo della visione di Ezechiele erano tributari di Babilonia, e in pericolo d’essere inghiottiti da quella Potenza Mondiale, furono indotti a intraprendere l’adorazione di Tammuz seguendo le pratiche di tale culto.
all’ingresso della porta interna che guarda a nord … si trovava l’idolatrico simbolo della gelosia” – Ezechiele 8:3
Continuando a descrivere il degrado religioso che travolse la popolazione di Israele, il profeta Ezechiele ispirato da Dio scrisse: “uno spirito mi sollevò fra la terra e i cieli e per mezzo di visioni divine mi portò a Gerusalemme, all’ingresso della porta interna che guarda a nord, dove si trovava l’idolatrico simbolo della gelosia che suscita gelosia” (Ezechiele 8:3). Cosa poteva essere questo “idolatrico simbolo” che “suscita gelosia”? È interessante notare ciò che è scritto in relazione a Tammuz, nell’ Expository Dictionary of New Testament Words del biblista e teologo inglese William Edwy Vine, sotto l’esponente “Croce” si legge: “La forma ebbe origine nell’antica Caldea, ed era usata come simbolo del dio Tammuz (essendo a forma del mistico Tau, iniziale del suo nome)”. Inoltre, nel suo libro Hislop aggiunge: “La croce così largamente adorata, o considerata un sacro emblema, era l’inequivocabile simbolo di Bacco, il Messia babilonese, poiché egli era rappresentato con una fascia intorno al capo avente delle croci” (ibid.). Il “segno della croce”, dunque, era il simbolo religioso di Tammuz. In base a queste testimonianze dovremmo pensare che, secondo quanto scritto dal profeta Ezechiele, in quel tempo ci fosse stato un tentativo di introdurre l’adorazione dell’idolatrica croce pagana nel tempio di Geova in Gerusalemme. Indubbiamente la croce era un simbolo sacro per le apostate donne giudee che contaminarono il tempio sedendovi e facendo cordoglio per il dio babilonese Tammuz. Come fu scandaloso che quelle donne israelite, sul pavimento del cortile interno del tempio, piangessero religiosamente la morte di Tammuz!
La croce, quindi, veniva adorata secoli prima della cosiddetta èra cristiana. Una vecchia edizione della Catholic Encyclopedia (1908) dichiarava: “Il segno della croce, rappresentato nella sua forma più semplice da due linee incrociate ad angoli retti, è di data molto anteriore, sia in Oriente che in Occidente, all’avvento del cristianesimo. Risale a un remotissimo periodo della civiltà umana”. Da Babilonia, poi, la sua venerazione si diffuse in tutta la terra. William Dool Killen, ministro della Chiesa presbiteriana in Irlanda e storico della chiesa, nel libro The Ancient Church scrisse: “Dalla più remota antichità la croce era venerata in Egitto e in Siria; era tenuta in ugual onore dai buddisti dell’Oriente; e, ciò che è ancora più straordinario, quando gli Spagnoli visitarono per la prima volta l’America, il ben noto segno fu trovato fra gli oggetti di adorazione nei templi di idoli di Anahuac. È pure rimarchevole che, verso l’inizio della nostra èra, i pagani erano abituati a fare il segno della croce sulla fronte celebrando qualcuno dei loro sacri misteri”. Dal III secolo d.C. in poi la croce è divenuta anche il simbolo del cristianesimo apostata.

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Tammuz era rappresentato dalla prima lettera del suo nome, che è un’antica tau, a forma di croce. Il “segno della croce” era il simbolo religioso di Tammuz. Non a caso Bacco, il nome romano che identificava il dio babilonese, veniva spesso raffigurato con una fascia sul capo con delle croci impresse.
Nimrod … diventò un potente cacciatore in opposizione a Geova” – Genesi 10:9
Nimrod … diventò un potente cacciatore in opposizione a Geova” è scritto in Genesi 10:9. Fu il padre della violenza dopo il Diluvio. Non solo uccise sfrenatamente animali, ma diede anche la caccia agli uomini e insegnò loro ad uccidersi a vicenda. Perciò l’adorazione di Nimrod quale dio Tammuz o Bacco avrebbe naturalmente indotto le persone ad agire come lui, secondo il principio che la persona imita il dio che adora, e coltiva le qualità, buone o cattive, attribuite a tale dio (cfr. Romani 6:16). I Babilonesi sostennero la violenza di Nimrod con la loro credenza che la vita nel profondo Aralu, la loro immaginaria dimora dei morti, era più tollerabile per i soldati che per il resto dell’umanità.
Riguardo a tale credenza in The International Standard Bible Encyclopaedia, Volume 1, si legge: “Si supponeva che dopo la morte le anime degli uomini continuassero a esistere … in questa oltretomba vi era l’acqua della vita, usata quando il dio Tammuz ritornò di nuovo sulla terra  … Pare che nel mondo futuro fossero fatte distinzioni tra i morti. Sembra che quelli che cadevano in battaglia godessero di speciale favore. Ricevevano acqua fresca da bere, mentre quelli che non avevano posteri a mettere offerte sulle loro tombe pativano molto e soffrivano molte privazioni”
Né più, né meno di quanto sostenuto circa 40 secoli dopo dal clero del cristianesimo apostata. Ad esempio, in occasione della Guerra del Vietnam il defunto cardinale cattolico Francis Spellman disse che le truppe degli Stati Uniti erano “soldati di Cristo” (Daily Observer dell’Ocean County, 3 novembre 1967), che combattevano una guerra per la civiltà, che “nulla di meno che la vittoria è inconcepibile” (Evening Sun di Baltimora, 27 dicembre 1966) e a chi dubitava della giustezza della causa statunitense rispose: “Il mio paese a ragione o a torto” (Times di New York, 29 dicembre 1966). Gli fece eco Martin Haerther, pastore luterano di Des Moines, nello Iowa, U.S.A. il quale a un funerale di un soldato ucciso in quella guerra affermò: “Quando un soldato muore nell’adempimento del dovere in una guerra giusta, non solo è una morte gloriosa al servizio del paese ma è per lui una fine benedetta … Sono sicuro che gli angeli erano lì per portare la sua anima in cielo e che ora è in pace” (Register di Des Moines, Iowa, 10 febbraio 1968). Diversi altri ministri religiosi di varie denominazioni “cristiane” si espressero con gli stessi termini.
Così sotto il simbolo della croce nei secoli si sono combattute le più violente e cruenti guerre dell’umanità, dalle Crociate alla guerra dei cent’anni, dalle guerre di conquista delle Americhe alla guerra degli Ottant’anni, dalle guerre di religione francesi alla guerra dei trent’anni, conflitti che decimarono le popolazioni coinvolte causando milioni e milioni di morti. L’orrore causato da questi conflitti spinse Henry Gordon Green, saggista ed editorialista del Toronto Star, il quotidiano a più alta diffusione del Canada, a scrivere: “ho il vago sospetto che la religione sia effettivamente qualcosa di cattivo per l’uomo e il suo mondo; che non rechi la pace e la fratellanza che professa di recare, ma che al contrario fomenti diffidenza, odio e guerre … Le guerre sante che hanno insanguinato tante pagine dei libri di storia sono ancora più sanguinose che mai. In Irlanda, in Israele e nell’Iran la radice dell’odio è sempre la religione, e in ognuno di questi paesi la gente è ancora disposta a uccidere e a farsi uccidere per la fede dei suoi padri”.

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Le hanno definite “guerre sante”, combattute sotto l’insegna della croce, hanno ucciso milioni e milioni di persone.
Dal 1095 al 1291 d.C. la Chiesa Cattolica promosse una serie di guerre religiose dette Crociate, termine che deriva da “croce”, in quanto i partecipanti alle spedizioni portavano cucito sulle vesti il simbolo della croce. Secondo alcune stime causarono in tutto circa 20 milioni di vittime (fonte: https://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/vittime-della-fede-cristiana/). Tra il XVI e il XVIII secolo, nelle guerre di conquista delle Americhe da parte delle nazioni “cristiane” d’Europa si calcola che persero la vita circa 80 milioni di indigeni. Intere nazioni, come gli aztechi, gli inca, i maya o le tribù indiane del Nord-America vennero letteralmente spazzate via. Nota significativa: quando il condottiero spagnolo Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano partì da Cuba per la conquista del Messico le insegne della sua armata recavano una croce rossa in campo nero sovrastata dalla scritta “Seguiamo con vera fede il segno della Santa Croce, perché con questo segno vinceremo” (Jean Terradas, Une Chrétienté d’outremer). Sbarcati in Messico quei Conquistadores dovettero rimanere molto sorpresi quando scoprirono che i loro nemici pagani veneravano una croce simile alla loro.
Dio li ha lasciati in balìa di una mentalità disapprovata” – Romani 1:28
Dall’inizio dell’adorazione di Nimrod gli dèi di Babele o Babilonia cominciarono a moltiplicarsi. Fra questi sorsero diverse triadi di dèi o divinità. The International Standard Bible Encyclopaedia, edizione del 1955, Volume 1, afferma: “I Babilonesi, con tutte le loro meravigliose doti, non furono mai in grado di concepire un dio, un dio solo, un dio unico la cui esistenza stessa rende logicamente impossibile l’esistenza di ogni altra divinità. Il monoteismo trascende la comprensione spirituale della mente babilonese … né i Babilonesi né gli Assiri giunsero ad altezze simili a quelle che distinguono il libro ebraico di Salmi”. Secondo lo storico greco Ctesia di Cnido, del IV secolo a.C., a Babilonia il tempio eretto al dio Belus (o Bel-Merodac o Baal), aveva in cima tre statue, cioè quella di Bel-Merodac, di sua madre Rea (o Semiramide), e della sorella/moglie di Bel-Merodac, Beltis (o Belan o Giunone). Circostanza confermata da un altro storico greco del I secolo a.C., Diodoro Siculo, che si avvalse come fonte proprio di Ctesia, secondo il quale a Babilonia la triade religiosa consisteva di due dee e del figlio, cioè Rea (o Semiramide), Merodac o Nimrod (Zeus) ed Hera (la Giunone romana). Un’altra triade babilonese era quella formata da Sin (il dio-luna), Shamash (il dio-sole) e Ishtar, i dominatori dello zodiaco. Una terza triade era formata da Anu (dio del cielo), da Enlil (dio della terra, dell’aria e dell’uragano) e da Ea (dio delle acque). I babilonesi avevano persino triadi di demoni, come la triade Labartu, Labasu e Akhkhazu.
L’influenza della religione babilonese si fece sentire anche in Egitto, Assiria, Medo-Presia, Grecia e Roma nei secoli prima di Cristo, come pure al tempo di Cristo e dopo. Solo per fare un esempio, in Egitto esistevano triadi di divinità e persino triadi triple o “enneadi”. Una delle triadi più popolari era quella formata da Osiride, dalla sua consorte Iside e dal figlio Horus. Il dio supremo dell’Assiria, Assur, veniva raffigurato con tre teste. Nell’ Encyclopædia of Religion and Ethics, di James Hastings, erudito biblico e ministro della United Free Church of Scotland del secolo scorso, si legge: “Nella religione indiana, ad esempio, incontriamo il gruppo trinitario composto da Brahmā, Shiva e Viṣṇù; nella religione egiziana troviamo il gruppo trinitario formato da Osiride, Iside e Horus … E il concetto di un Dio trino non si riscontra solo nelle religioni storiche. In particolare richiama alla mente il concetto neoplatonico di Realtà suprema o ultima … rappresentata come triade”. La triade romana era formata da Giove (il dio supremo, dio del cielo e della luce), Giunone (la consorte di Giove preposta a tutto ciò che interessava particolarmente le donne) e Minerva (dea protettrice delle arti) e traeva a sua volta spunto dalla triade etrusca Tinia, Uni e Menrva.
Un aspetto significativo degli dèi inventati dagli uomini è che erano sorprendentemente simili agli uomini che li hanno inventati. Osservando questo fatto, nel suo libro The mind possessed: a physiology of possession, mysticism, and faith healing, lo psicologo William Walters Sargant scrive che l’uomo ha creato dèi a sua immagine, “riflettendo le sue varie immaginazioni, aspirazioni e timori”. L’apostolo cristiano Paolo andò oltre e scrisse, sotto ispirazione divina, che uomini hanno “hanno scambiato la gloria dell’Iddio incorruttibile con qualcosa che assomiglia nell’aspetto all’uomo corruttibile” (Romani 1:23). Pertanto gli dèi mitici rispecchiavano spesse volte le debolezze e le depravate qualità dell’uomo. Per esempio, in Egitto si credeva che vari dèi e dee soffrissero di dolori intestinali e mal di testa; erano sanguinari e fra loro c’erano ubriaconi e masturbatori. Nel suo libro Jews, Gods and History lo storico Max Isaac Dimont rileva che “gli dèi greci diedero un esempio di sfrenata libidine e perversione che finì per indebolire la fibra morale di quel popolo”. Quelli che adoravano tali dèi ne svilupparono le degradate caratteristiche. Scrisse ancora l’ispirato scrittore della lettera ai cristiani di Roma: “Siccome non hanno ritenuto di dover riconoscere Dio, Dio li ha lasciati in balìa di una mentalità disapprovata, così che fanno ciò che è indecente. Sono pieni di ogni ingiustizia, malvagità, avidità e cattiveria; sono colmi di invidia, assassinio, lite, inganno e malignità; sono pettegoli,maldicenti, odiano Dio, sono insolenti, superbi e gradassi; escogitano il male, sono disubbidienti ai genitori,insensati, sleali, snaturati e spietati” (Romani 1:28-31). Questo è certamente un parametro per individuare tutt’oggi la falsa religione di origine babilonica tra quelle esistenti nel mondo: quale caratteristiche mostra la condotta dei suoi seguaci?

Egypte Louvre - Triade divina Horus Osiride ed Iside  IMG_7746

La Triade egiziana composta da Osiride, Iside e Horus  e la Triade romana composta da Giove, Giunone e Minerva
In tutto il mondo antico, fin dal tempo di Babilonia, era comune l’adorazione pagana di triadi, cioè di gruppi di tre divinità. Questa influenza si fece sentire anche in Egitto, Grecia e Roma nei secoli prima di Cristo, come pure al tempo di Cristo e dopo. E dopo la morte degli apostoli queste credenze pagane cominciarono a infiltrarsi nel cristianesimo. Nel libro History of Christianity (Storia della Cristianità) Edward Gibbon, storico, scrittore e politico inglese, membro del Parlamento della Gran Bretagna del XVIII secolo, scrisse: “Se il paganesimo fu sconfitto dal cristianesimo, è altrettanto vero che il cristianesimo fu corrotto dal paganesimo. Il puro deismo dei primi cristiani … fu cambiato, dalla Chiesa di Roma, nell’incomprensibile dogma della trinità. Molte credenze pagane, inventate dagli egiziani e idealizzate da Platone, furono ritenute degne di fede e conservate”.
venite … e facciamoci un nome” – Genesi 11:4
Gli uomini al tempo di Nimrod, stretti discendenti di Noè e dei suoi figli, conoscevano bene la promessa che Geova aveva fatto nel giardino di Eden riportata poi, sotto ispirazione divina da Mosè nel primo libro delle Sacre Scritture, Genesi, al capitolo 3 verso 15, allorché Dio disse al serpente istigatore della ribellione della prima coppia umana: “susciterò ostilità fra te e la donna, e fra la tua discendenza e la discendenza di lei. Lui ti schiaccerà la testa e tu lo colpirai al calcagno”. Perciò, secondo le leggende babilonesi, quando Nimrod divenne un “un potente cacciatore in opposizione a Geova”, innalzandosi come primo re di Babilonia, i Babilonesi nell’intento di farsi “un nome … su tutta la terra” applicarono a Nimrdod la profezia relativa alla discendenza della donna (cfr. Genesi 11:4). Ne conseguì che la madre di Nimrod, Rea (o Semiramide), venne considerata la madre di colui che avrebbe dovuto schiacciare la testa al simbolico serpente. Essa venne quindi riverita ed esaltata come dea. Questo portò all’adorazione della madre e del figlio. A questo riguardo, The Two Babylons dice: “I Babilonesi, nella loro religione popolare, adoravano sommamente una Dea Madre e un Figlio, che era rappresentato nei dipinti e nelle immagini come un neonato o un bambino nelle braccia di sua madre”. Vi fa venire in mente qualcosa questo? ….
Parallelamente si diffuse anche il culto della madre e del figlio. Dice ancora Hislop nel suo libro: “Da Babilonia, l’adorazione della Madre e del Bambino si diffuse sino alle estremità della terra. In Egitto, la Madre e il Bambino erano adorati coi nomi di Iside e Osiride. In India, anche fino ad oggi, come Isi e Iswara; in Asia, come Cibele e Deoius; nella Roma pagana, come Fortuna e Iuppiter-puer, o Giove fanciullo; in Grecia, come Cerere, la gran Madre, col bambino al seno, o come Irene, la dea della Pace, col fanciullo Plutone nelle braccia; e anche nel Tibet, in Cina, e in Giappone, i missionari gesuiti rimasero sbalorditi scoprendo la controparte della Madonna e del bambino che erano devotamente adorati come nella Roma pontificia; Shing Moo, la Santa Madre in Cina, era rappresentata con un bambino in braccio, e un’aureola intorno al capo … Vi è ragione di credere che l’originale di questa madre, adorata così largamente, fosse Semiramide, che, come ben si sa, fu adorata dai Babilonesi, e da altre nazioni orientali, e questo con il nome di Rea, la grande Dea “Madre”. Riguardo agli egiziani c’è infine da notare che nelle sculture e nei dipinti Iside compare molto spesso il simbolo sacro della croce ansata. Questo cosiddetto simbolo della vita è simile alla lettera T con sopra un anello ovale, e probabilmente rappresentava gli organi sessuali maschile e femminile uniti. Le divinità egiziane sono spesso raffigurate con la croce ansata in mano.

isidelactans            mater matuta dea del Mattino o dell'Aurora Firenze Museo Archeologico Nazionale

Isis lactans’, cioè Iside in forma di madre che allatta al seno il figlio Horus  e la ‘Mater Matuta‘ con in grembo un bambino, dea romana protettrice dell’aurora, della fecondità e della nascita
“I suoi fedeli la chiamano con i nomi più dolci: essa non è solo dea e signora ma anche madre misericordiosa, uditrice di preghiere, colei che intercede … colei che ha dato la vita all’universo e all’umanità”. Così viene descritta nell’enciclopedia Las Grandes Religiones Ilustradas: Asirio-Babilónica (Volume 20, Mateu-Rizzoli, Barcellona, 1963). Chi vi fa venire in mente questa descrizione? Forse la Vergine Maria? … La similitudine è molto appropriata, poiché questa, come informa la stessa enciclopedia, è la descrizione di Isthar, la “Signora dell’amore”, la dea babilonese della fertilità, dell’amore e della guerra, che veniva fatta dai suoi adoratori. Nell’iconografia, si afferma, “veniva rappresentata come una madre che allatta il suo neonato”. “Da Babilonia, l’adorazione della Madre e del Bambino si diffuse sino alle estremità della terra. In Egitto, la Madre e il Bambino erano adorati coi nomi di Iside e Osiride. In India, anche fino ad oggi, come Isi e Iswara; in Asia, come Cibele e Deoius; nella Roma pagana, come Fortuna e Iuppiter-puer, o Giove fanciullo; in Grecia, come Cerere, la gran Madre, col bambino al seno, o come Irene, la dea della Pace, col fanciullo Plutone nelle braccia; e anche nel Tibet, in Cina, e in Giappone, i missionari gesuiti rimasero sbalorditi scoprendo la controparte della Madonna e del bambino che erano devotamente adorati come nella Roma pontificia; Shing Moo, la Santa Madre in Cina, era rappresentata con un bambino in braccio e un’aureola intorno al capo, esattamente come se fosse stato impiegato un artista cattolico romano per erigerla” (The Two Babylons di Alexander Hislop).
Che cattivo inizio ebbero le nazioni! Anziché ereditare la verità dalle fortezze della vera adorazione, ereditarono la falsità e pratiche empie dal luogo dove ebbe origine tutta la falsa religione. Non è difficile, quindi, comprendere perché questa infiltrazione di falsa religione babilonica attirò il disfavore di Dio sul popolo di Israele. Essa esercitò un’influenza molto degradante sul modo di vivere dei Giudei. Babilonia era stata l’origine della confusione e il principio della violenza sulla terra dopo il Diluvio (cfr. Genesi 10:8-12; 11:8,9). La sua religione promosse ogni forma di illegalità e vizio, compresi demonismo, magia, incantesimi e stregoneria. Glorificò il sesso e promosse pervertite pratiche sessuali. Con l’avvento del cristianesimo e dopo la morte degli apostoli molte delle dottrine e pratiche babiloniche furono introdotte nell’insegnamento di Cristo corrompendone la genuinità ed esercitando un’influenza molto degradante sul modo di vivere di tanti cosiddetti “cristiani”. Ma di questo avremo modo di parlarne ancor più ampiamente nei prossimi post … …

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Note:
– Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Sebbene nella Bibbia non viene applicato in tal modo, dopo l’esilio babilonese gli ebrei diedero questo nome al quarto mese del loro calendario sacro, probabilmente solo per una questione di convenienza poiché erano allora un popolo soggiogato, obbligati a trattare con le potenze straniere che li dominavano e a render loro conto.
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BABILONIA LA GRANDE È CADUTA – I

“È CADUTA! BABILONIA LA GRANDE È CADUTA”

Rivelazione o Apocalisse 18:2

Babele o Babilonia fu la prima città costruita dagli uomini dopo il diluvio noetico, poco più di 4.000 anni fa (più o meno intorno al 2250 a.C. – cfr. Genesi 10:10). Dalla sua fondazione in un modo o nell’altro fu al centro della storia dell’uomo fino a diventare, all’inizio del VII secolo a.C., una delle più splendide città del mondo antico e la capitale di una grande potenza che dominò il mondo per oltre un secolo e mezzo. Ma anche dopo la caduta dell’impero che rappresentò rimase una città importante degli imperi che si susseguirono nel dominio della regione fino al IV secolo a.C. dopo di che gradualmente decadde fino a cessare di esistere. Tuttavia verso la fine del I secolo d.C. il suo nome riapparve al centro di una importante visione profetica descritta dall’apostolo cristiano Giovanni nella Rivelazione conclusiva della narrazione biblica o Apocalisse. Nella visione, con un linguaggio simbolico, venne paragonata ad una donna di malaffare sulla cui fronte “c’era scritto un nome, un mistero: “Babilonia la Grande, madre delle prostitute e delle cose ripugnanti della terra” (Rivelazione o Apocalisse 17:5).
Il suo nome però, oltre al suo ruolo politico, oggi richiama la nostra mente anche sull’importanza che ebbe come principale centro religioso dell’antichità, questo perchè alla base della sua fondazione ci fu proprio una motivazione religiosa e da allora la religione ha avuto un ruolo importante nella vita dell’umanità. La storia della religione è dunque antica quanto quella dell’uomo. Una autorevole enciclopedia dice: “stando alle scoperte degli studiosi non c’è mai stato, in nessun luogo e in nessun tempo, un popolo che non fosse in certo qual modo religioso” (The New Encyclopædia Britannica). Non solo risale a tempi remoti ma la religione è stata praticata con una grande varietà di forme: dai cacciatori di teste delle foreste del Borneo, agli eschimesi delle gelide regioni artiche, dai nomadi del deserto del Sahara, agli abitanti delle grandi metropoli del mondo, ogni popolo e ogni nazione della terra ha adorato il suo dio o i suoi dèi. Oggi siamo arrivati al punto di avere sulla terra migliaia di religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette e culti tribali (secondo alcune stime sono più di 30.500). Viene quindi naturale chiedersi: da dove provengono tutte queste religioni?
Quasi in ogni religione si trova una figura centrale a cui è attribuito il merito di averla fondata, ad esempio Maometto, Buddha, Confucio, Abramo, Gesù, solo per citarne alcuni tra i più noti. Tuttavia anche se tali uomini sono considerati fondatori nella maggioranza dei casi essi non crearono la religione in quanto i loro insegnamenti derivarono da idee religiose già esistenti oppure trasformarono e modificarono sistemi religiosi preesistenti che in qualche modo erano diventati inaccettabili. Ad esempio Maometto, profondamente turbato dall’idolatria e dall’immoralità di cui erano impregnate le pratiche religiose dei suoi contemporanei, asserì di aver ricevuto speciali rivelazioni da Dio (Allah), che divennero la base di un nuovo movimento religioso, l’Islām. Così Buddha, un principe indiano che provò sgomento vedendo le sofferenze e le condizioni deplorevoli che lo circondavano in una società dominata dall’induismo cercò nella meditazione e nell’ascetismo la soluzione ai dolorosi problemi della vita.
Comunque, addentrandoci nello studio della genesi delle religioni, non possiamo fare a meno di notare che per secoli gli uomini hanno, chi più chi meno, accettato le tradizioni religiose ricevute alla nascita e in cui sono stati allevati. Quasi tutti si sono accontentati delle spiegazioni tramandate dai loro antenati, pensando che la loro religione fosse la verità. Di rado c’era motivo di mettere in dubbio qualcosa o la necessità di indagare come, quando o perché erano cominciate le cose. Anzi, a causa delle limitazioni imposte dagli scarsi mezzi di comunicazione per molti secoli la maggioranza delle persone neanche sapeva dell’esistenza di altri sistemi religiosi.
Negli ultimi due secoli sono comparse sulla scena diverse teorie sull’origine della religione elaborate da antropologi, etnologi, filosofi e psicanalisti. Ma nessuna si è veramente distinta quale più credibile o plausibile delle altre perché non è mai stata prodotta alcuna prova o testimonianza storica che queste teorie fossero vere. Si sono dimostrate puro frutto dell’immaginazione o delle congetture di qualche studioso, presto sostituite di volta in volta da una nuova teoria. Nel libro World Religions: From Ancient History to the Present, curato ed edito da Geoffrey Parrinder, si legge: “In passato troppi teorici si sono preoccupati non semplicemente di definire o spiegare la religione, ma di fornire una giustificazione per disfarsene, con l’idea che, se veniva dimostrato che le forme più antiche si basavano su illusioni, si potevano in tal modo minare le religioni superiori e più recenti”. Questo spiega perché i vari ricercatori non hanno presentato nessuna spiegazione sostenibile. La premessa su cui hanno fondato le loro opinioni era sbagliata, seguendo le loro idee preconcette, date dall’avanzare dell’ateismo e dall’ampio consenso ottenuto dalla teoria dell’evoluzione, non hanno cercato una spiegazione ragionevole, il loro unico, vero intento era quello di disfarsi della religione e con questa di disfarsi di Dio.
Circa 2.000 anni fa un apostolo cristiano, Paolo visitò Atene che era allora una importante centro culturale con diverse scuole filosofiche, dagli epicurei agli stoici, dagli scettici ai neoplatonici, ognuna delle quali aveva la propria concezione della religione. Nell’Areòpago, dove abitualmente si riunivano gli intelletuali delle varie scuole per discutere le rispettive teorie, l’apostolo presentò loro un diverso punto di vista sull’argomento. Disse “l’Iddio che ha fatto il mondo e tutto ciò che è in esso … Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra, e ha fissato i tempi stabiliti e definito i confini entro cui gli uomini devono abitare, perché cerchino Dio, anche andando a tastoni, e davvero lo trovino, benché in realtà non sia lontano da ognuno di noi” (Atti 17:24-26). Con queste semplici parole volle dir loro che il vero Dio non poteva essere un’invenzione della fantasia umana, né la religione poteva essere una ricerca unilaterale compiuta dall’uomo per colmare un suo bisogno psicologico o soffocare un certo timore. Piuttosto, come suo Creatore, Dio aveva dotato l’uomo della capacità di pensare e della facoltà di ragionare, perciò era soltanto logico che avesse provveduto all’uomo anche uno strumento per relazionarsi con Lui in modo soddisfacente.

Aeròpago

Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini
Sin dall’inizio della storia scritta il pensiero umano è stato dominato dall’idea di “loro” e “noi”. Molti si sono convinti di essere le uniche persone normali che fanno tutto nel modo giusto. Questo è ciò che gli scienziati chiamano etnocentrismo, l’idea che il proprio popolo e il proprio modo di fare siano i soli che contano. Tale modo di pensare ha dato il via, tra il XVIII e il XIX secolo, alla tratta degli schiavi e milioni di africani sono stati catturati con la forza e costretti a diventare schiavi in Europa e nelle Americhe. Nel XX secolo ha prodotto altri tragici risultati: l’assassinio di milioni di persone sotto i regimi nazisti e fascisti, sanguinosi scontri sociali a causa dell’aparthaid praticato da alcune nazioni, l’odio sempre più diffuso nei confronti di milioni di migranti costretti ad abbandonare le terre natie a causa di conflitti armati e delle critiche condizioni economiche. Triste a dirsi tale pensiero è stato fomentato da “uomini di cultura”, quali ad esempio, il filosofo scozzese David Hume, che sosteneva la superiorità della razza bianca sulla nera, il francese Joseph Arthur de Gobineau che teorizzò la superiorità della razza ‘ariana’, tesi che trovò grande adesione in Germania da parte di Houston Stewart Chamberlain, filosofo britannico naturalizzato tedesco, e di Friedrich Wilhelm Nietzsche, considerato, a torto o a ragione, il teorico della “razza dominante” che lo rese popolare tra i nazisti. Anche la religione ha svolto la sua parte, specialmente quella cosiddetta “cristiana”. Diverse chiese sebbene parlassero di fratellanza cristiana universale, hanno promosso insegnamenti che accrescevano la controversia razziale, torcendo le Sacre Scritture e applicando, erroneamente, la maledizione contro Canaan alla schiavitù degli africani (cfr. Genesi 9:25). Ha scritto David Brion Davis, professore emerito di storia all’Università di Yale, un’autorità sulla schiavitù e la sua abolizione nel mondo occidentale, nel libro Slavery and Human Progress (Schiavitù e progresso umano) “Nessuna chiesa o setta moderna aveva cercato di scoraggiare tra i propri aderenti il possesso e nemmeno il traffico di schiavi neri”. Tutto questo a fronte del pensiero del Creatore dell’uomo che fu espresso 2.000 anni fa dall’ispirato apostolo cristiano Paolo davanti a un uditorio di intellettuali riuniti nell’Aeròpago di Atene: “Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra”.
Il punto chiave del discorso di Paolo fu quando affermò che Dio “da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini”. Questo concetto è di grande importanza perché, dicendo che tutta l’umanità proviene dal medesimo ceppo, si riconosce che vi è implicato molto più del semplice fatto che gli uomini sono imparentati biologicamente e geneticamente. Sono imparentati anche sotto altri aspetti. Prendiamo, ad esempio, l’origine del linguaggio: comparando le lingue e notando le loro somiglianze gli etimologi hanno potuto stabilire una comune origine di varie lingue. In maniera simile, comparando le dottrine, le leggende, i riti, le cerimonie, le istituzioni, si comprende che, anche se esteriormente appaiono diverse le une dalle altre, le numerose religioni oggi esistenti devono aver avuto una origine comune. Solo per fare un esempio: quanto appaiono diverse l’una dall’altro due religioni come il cattolicesimo romano in occidente dal buddismo in oriente. Eppure, da un esame obiettivo, non possiamo fare a meno di constatare le tante cose che hanno in comune. Sia il cattolicesimo che il buddismo sono saturi di riti e cerimonie, che comprendono l’uso di candele, incenso, acqua santa, immagini di santi, canti e libri di preghiere, del rosario e perfino del segno della croce. Entrambe le religioni mantengono comunità monastiche e sono note per il celibato religioso, abiti speciali, giorni sacri e cibi prescritti. La domanda, dunque, è: perché due religioni che sembrano così diverse hanno tante cose in comune?
Facendo lo stesso confronto con altre religioni rileviamo che dottrine quali l’immortalità dell’anima umana, la ricompensa celeste di tutti i buoni, il tormento eterno riservato ai malvagi in un oltretomba, il purgatorio, un dio trino o una divinità composta di più dèi, e una dea madre di dio o regina del cielo sono praticamente comuni a tutte le religioni. Cosa possiamo dedurre da tutto ciò? L’analogia fra i basilari concetti delle numerose religioni del mondo è una prova convincente che esse non ebbero inizio in maniera distinta e indipendente l’una dall’altra. Piuttosto, se torniamo abbastanza indietro nel tempo, possiamo vedere che le loro idee devono aver avuto una origine comune. Quale fu questa origine? Il racconto biblico della creazione dell’uomo e dei primordi della sua storia, il più attendibile che possiamo esaminare in contrasto con le varie teorie proposte dall’uomo, ci fornisce un quadro molto dettagliato sull’origine delle religioni, sul loro sviluppo e su come esse hanno influito sul comportamento e sulla storia dell’uomo e, cosa molto importante, possiamo essere aiutati a vedere più chiaramente la verità per quel che riguarda la religione e gli insegnamenti religiosi.

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“L’INIZIO DEL SUO REGNO FU BABELE”

Genesi 10:10 – CEI

Circa 16 secoli dopo la creazione di Adamo, avvenuta secondo la cronologia biblica nel 4026 a.C., il Creatore dell’uomo, Geova Dio, rivolse lo sguardo all’attività degli uomini e “vide quindi che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che nel loro cuore erano inclini a nutrire sempre e solo pensieri cattivi”, pertanto “la terra si era rovinata … ed era piena di violenza.Guardando la terra, infatti, Dio vide che era rovinata e che tutti si comportavano in modo corrotto” (Genesi 6:5,11,12). Il male compiuto dagli uomini in quel tempo stava mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della razza umana e l’adempimento del dichiarato proposito di Dio per la nostra terra (cfr. Genesi 1:28). Questo rese necessario l’intervento divino per eliminare dalla terra tutti quegli uomini che l’avevano riempita di violenza.
Dio cancellò dalla faccia della terra ogni essere vivente” – Genesi 7:23
Perciò dopo una paziente attesa, durata circa 120 anni, durante la quale fece avvertire le persone di ciò che stava per fare e prese provvedimenti per salvare alcune di esse la cui condotta era diversa dal resto dell’umanità, nell’anno 2370 a.C. Dio fece cadere sulla terra un’incessante pioggia torrenziale “per 40 giorni e 40 notti”, durante i quali “le acque aumentarono al punto che tutti i monti più alti sotto l’intero cielo furono coperti. Le acque si alzarono di 15 cubiti [circa 667 metri] al di sopra dei monti. E così morirono tutti gli esseri viventi che si muovevano sulla terra: le creature alate, gli animali domestici, gli animali selvatici, gli animali che brulicano e tutto il genere umano. Tutto ciò che si trovava sullasciutto e che aveva nelle narici lalito della vita morì. Così Dio cancellò dalla faccia della terra ogni essere vivente: uomini e animali, dagli animali striscianti alle creature alate dei cieli. Furono tutti cancellati dalla terra” (Genesi 7:12,19-23).
Le persone che sopravvissero a quella catastrofe mondiale furono in tutto otto: Noè e sua moglie, i loro tre figli, Sem, Cam e Iafet con le rispettive mogli. Il motivo per cui vennero salvati viene così spiegato: “Noè fu un uomo giusto. Si dimostrò integro tra i suoi contemporanei. Noè camminò con il vero Dio” (Genesi 6:9). Perché Noè si comportò in modo diverso dai suoi contemporanei? Suo padre, Lamec, nacque nell’anno 874 dalla creazione di Adamo e per 56 anni visse in contemporanea con lui (Adamo morì all’età di 930 anni – cfr. Genesi 5:3-25). Contrariamente ad Adamo che si era ribellato al suo Creatore, Lamec ebbe fede in Dio e ne diede prova quando, all’età di 182 anni, cioè nel 1056 A.M. (o nel 2970 a.C.), nacque il suo primo figlio al quale diede nome Noè che significa “riposo; consolazione”. In quella circostanza infatti disse: “Lui ci consolerà dal duro lavoro e dalle fatiche delle nostre mani a motivo del suolo che Geova ha maledetto” (Genesi 5:28). Queste parole profetiche si adempirono durante la vita di Noè, seicento anni dopo la sua nascita, quando, dopo il diluvio, Geova tolse dalla terra la maledizione pronunciata in occasione della ribellione di Adamo (cfr. Genesi 3:17; 8:21).
Seguendo l’esempio del padre, Noè confidò pienamente in Geova Dio e quando questi gli chiese di costruire un’arca (in effetti una cassa galleggiante) di tale ampiezza (circa 40.000 m3 di stazza) da contenere lui e la sua famiglia nonché basilari esemplari di animali terrestri e creature volatili dei cieli, “Noè fece tutto ciò che Dio gli aveva comandato. Fece proprio così” (Genesi 6:22). Inoltre fu anche “predicatore di giustizia”, dato che durante la costruzione dell’arca, che richiese da 40 a 50 anni di lavoro, con coraggio parlò ad altri della sua fede in Geova avvertendoli dell’imminente distruzione (cfr. 2Pietro 2:5). Il Diluvio, dunque, spazzò via dalla terra una generazione malvagia alla quale sopravvisse solo un pugno di persone, fedeli timorati di Dio, le quali, contrariamente ad una maggioranza corresponsabile, sostennero la sovranità universale di Geova loro Creatore nonostante la violenta depravazione che li circondava, l’indifferenza e gli scherni che dovettero subire (cfr. Matteo 24:38,39; cfr. 2Pietro 2:3,4). Il fedele Noè visse ancora 350 anni dopo il diluvio, ma prima che morisse dovette assistere ad un avvenimento che segnò la storia umana nei secoli successivi (cfr. Genesi 9:28,29).
da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini – Atti 17:26
Dopo il diluvio ai tre figli di Noè che erano sopravvissuti insieme a lui a quel tragico evento, Sem, Cam e Jafet, nacquero dei figli. Questi a loro volta generarono ciascuno propri figli. Così si iniziò a ripopolare la terra. Nel capitolo 10 di Genesi sono riportare le diverse etnie che in seguito si svilupparono: al versetto 32 si legge: “Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro linee di discendenza e in base alle loro nazioni. Da queste vennero le nazioni che si sparsero sulla terra dopo il diluvio”. Questo capitolo presenta quella che è comunemente chiamata “Tavola delle nazioni”. Infatti elenca 70 famiglie o nazioni discendenti dai figli di Noè, dando anche qualche indicazione del luogo dove infine si sparsero e si stabilirono. Dal loro esame si comprende che tre grandi rami di nazioni sarebbero discese dai figli e dai nipoti di Sem, Cam e Iafet: gli assiri, i caldei, gli ebrei, i siri e alcune tribù arabe discendono da Sem, 26 famiglie; gli etiopi, gli egiziani, i cananei e alcune tribù africane e arabe discendono da Cam, 30 famiglie; gli indoeuropei discendono da Iafet, 14 famiglie. Però la cosa fondamentale che risalta da questa descrizione è che gli uomini sono tutti imparentati fra loro e tutti nascono uguali davanti a Dio. Appropriatamente nel libro degli Atti degli apostoli, al capitolo 17 verso 26, si legge che “da un solo uomo [Dio] ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra” Questo fatto deve influire sul modo di considerare e trattare gli altri che troppo spesso consideriamo “diversi” da noi.
Dopo il diluvio naturalmente sulla terra c’era una sola religione, quella praticata da Noè e i suoi familiari i quali adoravano l’unico vero Dio, il Creatore della terra e della vita su di essa. Infatti, la loro prima azione quando rimisero i piedi sulla terra asciutta fu la costruzione di un altare che servì per offrire sacrifici di ringraziamento al loro Dio e Preservatore, Geova (cfr. Genesi 8:18-22). Ma oggi non è più così. Secondo alcune stime attualmente nel mondo ci sono più di 30.500 religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette e culti tribali. E la cosa ancor più sconcertante è che molte di queste seppur classificate sotto la stessa denominazione, ad esempio quella “cristiana”, la più grande per numero di aderenti, sono profondamente divise tra loro sia nella dottrina che nella pratica. Qual è la ragione di tale frammentazione? Per saperlo, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a Nimrod, figlio di Cus, figlio di Cam il secondogenito di Noè, dunque un pronipote di Noè. Il fatto risale a circa 180 anni dopo il Diluvio. All’epoca Noè, che aveva circa 780 anni, viveva fra migliaia di suoi discendenti che parlavano tutti la stessa lingua e vivevano insieme più o meno nella zona in cui lui e i suoi figli si erano stabiliti dopo il Diluvio, probabilmente non molto lontano dal luogo dove si era posata l’arca quando le acque si prosciugarono, cioè sui monti di Ararat, nell’odierna Turchia orientale (cfr. Genesi 8:4; 11:1).
“facciamoci un nome, così non saremo dispersi su tutta la terra” – Genesi 11:4
A un certo punto una parte di questa popolazione in crescita si spostò verso oriente e “scoprirono una pianura nella regione di Sìnar [zona compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate] e vi si stabilirono” (Genesi 11:2). Fu in questa valle che il gruppo decise di ribellarsi di nuovo a Dio. Come? Usciti dall’arca, Geova Dio ripeté a Noè e ai suoi figli lo stesso comando che in origine aveva dato ad Adamo ed Eva, la prima coppia umana, cioè: “crescete e moltiplicatevi; spandetevi sulla terra e moltiplicatevi in essa” (Genesi 9:7, NVR; cfr. anche Genesi 1:28). In contrasto con tale comando quelle persone “si dissero l’un l’altro: “Venite! Facciamoci dei mattoni e cuociamoli al fuoco … costruiamoci una città e una torre alta fino ai cieli, e facciamoci un nome, così non saremo dispersi su tutta la terra” (Genesi 11:3,4).
Il principale agitatore e capo della rivolta fu proprio Nimrod. La Bibbia lo definisce “potente cacciatore in opposizione a Geova” e dice pure che “fu il primo a diventare potente sulla terra” (Genesi 10:8,9). Nimrod era un guerriero, un uomo violento e divenne il primo governante umano dopo il Diluvio proclamandosi re e usando la forza per sottomettere gli altri. Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo, ha scritto di lui che “trasformò gradatamente il governo in una tirannia, non vedendo altro modo per sviare gli uomini dal timor di Dio, se non quello di tenerli costantemente in suo potere. Disse inoltre che intendeva vendicarsi con Dio, se mai avesse avuto in mente di sommergere di nuovo il mondo; perciò avrebbe costruito una torre così alta che le acque non l’avrebbero potuta raggiungere, e avrebbe vendicato la distruzione dei loro antenati” (G. Flavio – Antichità giudaiche, I, 114, 115). Comprendiamo quindi che la ribellione di Nimrod ebbe una portata assai più vasta della costituzione di un impero politico. La costruzione della torre divenne il simbolo della ribellione al dominio divino sulla terra.
Che tipo di città e di torre costruirono Nimrod e i suoi sudditi? La città, fu chiamata Babele, Gli scavi archeologici fatti nella zona, sebbene non siano riusciti a stabilire in maniera definitiva che alcuna delle antiche rovine fosse la torre fatta costruire da Nimrod a Babele, hanno trovato in Mesopotamia oltre una ventina di strutture apparentemente simili, denominate ziqqurat. Questo tipo di torre era una caratteristica dell’architettura religiosa di quella zona. Essa aveva una struttura piramidale con in cima un santuario. Secondo l’archeologo tedesco Walter Andrae, che effettuò molti scavi nel territorio all’inizio del XX secolo, il santuario in cima alla torre era considerato “la porta … attraverso cui l’Iddio del cielo scende la scalinata della ziqqurat per raggiungere la sua dimora terrena”. Le scoperte archeologiche confermano, dunque, che lì nacque un tipo di religione in netto contrasto con le verità rivelate da Dio nella sua Parola e totalmente contraria ai principi e alle norme stabilite dal Creatore per regolare i rapporti con le sue creature. Perciò Babele assunse un importante significato religioso divenendo nei secoli successivi e fino ai nostri giorni il simbolo della ribellione umana alla volontà di Dio.

TORRE BABELE 

confondiamo la loro lingua, così che non capiscano più luno la lingua dell’altro”
Si suppone che le lingue del mondo sono circa 7.000, di cui solo poche sono state analizzate. Alcune sono parlate da centinaia di milioni di persone, altre da meno di un migliaio. Sulla loro origine i linguisti hanno elaborato diverse teorie, spesso in contrasto tra loro. Alcuni hanno affermato che le lingue moderne derivano da un’unica lingua, la cosiddetta lingua madre che ritengono fosse parlata circa 100.000 anni fa; altri dicono che le lingue odierne siano riconducibili a un certo numero di lingue originarie in uso almeno 6.000 anni fa; altri ancora, condizionati dalla teoria dell’evoluzione, le fanno derivare dai grugniti animali. Tutte queste teorie hanno portato molti alla stessa conclusione del prof. William Tecumseh Sherman Fitch, biologo evoluzionista e scienziato cognitivo presso l’Università di Vienna, il quale, nel libro The Evolution of Language (L’evoluzione del linguaggio) ha scritto: “Non abbiamo ancora risposte pienamente convincenti”.
La rivista The Economist esaminandone la causa ha affermato: “A differenza dei biologi, i linguisti non hanno a disposizione fossili che facciano luce sul passato” perciò conclude che un linguista che basa le proprie conclusioni sull’evoluzione altro non fa che “calcoli basati su congetture”. Comunque, “fossili linguistici” in realtà esistono. La New Encyclopædia Britannica dice: “I più antichi documenti scritti, gli unici fossili linguistici che l’uomo può sperare di avere, risalgono solo a circa 4.000 o 5.000 anni fa”. Dove sono stati rinvenuti questi “fossili linguistici” o “documenti scritti”? Nella bassa Mesopotamia, nel sito dell’antica Sinar dove il racconto biblico dice che Dio confuse l’unica lingua parlata fino ad allora per impedire agli abitanti di Babele o Babilonia di portare avanti la loro ribellione contro il suo dichiarato proposito (cfr. Genesi 11:8,9).
 là Geova confuse la lingua di tutta la terra” – Genesi 11:9
Dio non sottovalutò il pericolo di quella ribellione e intervenne per salvaguardare il suo progetto per la terra. Il racconto storico dice che “Geova scese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini si erano messi a costruire. E Geova disse: “Sono un solo popolo e hanno una sola lingua, ed ecco quello che hanno cominciato a fare … Scendiamo, dunque, e confondiamo la loro lingua, così che non capiscano più l’uno la lingua dell’altro”. Da lì quindi Geova li disperse su tutta la terra, e un po’ alla volta smisero di costruire la città. Ecco perché fu chiamata Babele, perché là Geova confuse la lingua di tutta la terra, e da lì Geova disperse gli uomini su tutta la terra” (Genesi 11:5-9). Dio fece loro dimenticare la precedente, unica lingua originale. Cominciarono a parlare lingue completamente nuove, un gruppo una lingua e un altro gruppo un’altra lingua, senza che alcuno avesse la capacità di tradurre una lingua nell’altra. Così furono sventati i loro malvagi propositi. Alla città venne quindi dato un nome che faceva pensare all’esecuzione del giudizio di Dio su di essa. Il nome è tratto dal verbo balàl, che significa “mescolare, mischiare, confondere”. Il nome fu abbreviato da Balbél a Babél (Babele), che significa “Confusione”.
Riferendosi a quell’avvenimento Giuseppe Flavio dice “furono dispersi secondo le loro diverse lingue, e si stabilirono ovunque in colonie; e ogni colonia prese possesso del paese in cui Dio l’aveva condotta, così l’intero continente fu pieno di loro, tanto i paesi continentali che marittimi … Ma Nimrod, figlio di Cush, rimase a Babilonia a fare il tiranno” (ibid.). Agli abitanti di Babele non piaceva il vero significato attribuito a questo nome, per cui lo modificarono con Babilonia, in base a una tradizione locale secondo cui il nome della città era stato tratto dalle parole Bab (porta) e ilu (Dio). Affermavano quindi che il nome della loro città significava “Porta di Dio”, a riprova del significato religioso della loro ribellione. E Babilonia è il nome con il quale in seguito la chiamarono i traduttori della versione greca della Bibbia detta Versione dei Settanta risalente a II secolo a.C.; anche la versione Vulgata latina fatta nel IV secolo d.C. da Girolamo usò il nome Babilonia. Pertanto Babele e Babilonia sono la stessa cosa.
Ad ogni modo Dio fece trionfare il suo proposito originale di far vivere gli uomini su tutta la superficie della terra (cfr. Isaia 55:10,11). Ovunque andarono, quelle persone portarono con sé le loro credenze, le loro idee, le loro leggende e i loro miti religiosi. Nei millenni successivi le singole religioni si evolsero localmente e questo spiega le grandi differenze superficiali esistenti fra le religioni del mondo. Ma sotto sotto ci sono inequivocabili somiglianze, prova questa che provengono dalla stessa fonte, Babele o Babilonia.
Facendo riferimento a tali somiglianze, John Garnier, colonnello dei Royal Engineers britannici nonché autore di diversi testi teologici, nel suo libro The Worship of the Dead (Il culto dei morti) ha scritto: “Non solo egiziani, caldei, fenici, greci e romani, ma anche indù, buddisti cinesi e tibetani, goti, anglosassoni, druidi, messicani e peruviani, aborigeni australiani, e perfino i selvaggi delle isole dei Mari del Sud, devono aver tutti derivato i loro concetti religiosi da una fonte comune e da un centro comune. Troviamo ovunque le più sorprendenti coincidenze: nei riti, nelle cerimonie, nelle usanze, nelle tradizioni, come pure nei nomi dei rispettivi dèi e dee e nei rapporti intercorrenti fra questi”. Pertanto, quanto accadde a Babele circa 4.000 anni fa ha esercitato una enorme influenza sulla storia religiosa dell’intera umanità fino ai nostri giorni. Questo sarà il soggetto di questa nuova serie di post … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XXI

“LA TUA PAROLA È UNA LAMPADA PER IL MIO PIEDE E UNA LUCE SUL MIO CAMMINO”

Salmo 119:105

Anteprima
La Bibbia non solo provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro. Non c’è al mondo nessun altro libro con queste caratteristiche. Perché? Un suo scrittore affermò: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Come dimostrato nei precedenti post, la sua ispirazione divina è attestata dalle numerose profezie in essa contenute e regolarmente adempiute. Racconta migliaia di anni di storia umana pienamente attestata da documenti ufficiali nonché dalle ricerche archeologiche. È l’unico libro che dà una spiegazione logica e plausibile sull’origine della vita umana, sulla causa dei problemi dell’umanità nonché sulla loro completa risoluzione (cfr. Romani 5:12; Geremia 10:23; Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Inoltre, pur non essendo stata scritta per essere un libro di scienze, tutte le informazioni scientifiche che contiene sono precise, accrescendone il valore.
Pur essendo un libro molto antico e in gran parte scritto su materiale degradabile, è sopravvissuto al deterioramento del tempo e a vari tentativi di distruzione da parte degli oppositori. Fatto ancora più straordinario, è giunto fino ai nostri giorni nel suo testo originale pressoché integro resistendo ai tentativi di manipolazioni delle profonde verità in esso contenute. In definitiva ha tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un libro che viene dal Creatore dell’universo e della vita. Infine contiene un’accurata descrizione del suo divino Autore, facendoci conoscere le sue qualità, il suo pensiero, la sua volontà nonché il suo nome, Geova, il cui significato, da lui stesso rivelato, cioè:  “Egli fa divenire” (*), è fonte di speranza per tutto il genere umano poiché ci assicura che egli diventerà qualunque cosa decida per adempiere il suo proposito e manterrà sempre la sua parola (cfr. Esodo 3:10-14).

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Lo storico William Hardy McNeill, Professore Emerito dell’Università di Chicago, dopo aver esplorato la storia del mondo in termini dell’effetto che le civiltà hanno avuto l’una sull’altra, fece questa osservazione: “L’avventura dell’uomo sulla faccia di questo pianeta è stata una serie quasi ininterrotta di crisi e sconvolgimenti dell’ordine stabilito della società” (The Rise of the West: A History of Human Community). Questa dichiarazione attesta la correttezza di quanto scrisse circa 2.500 anni fa un ispirato profeta e storico biblico: “So bene, o Geova, che l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). Già allora si poteva constatare che l’uomo non ha la capacità di autogovernarsi, non è stato creato per “dirigere i suoi passi”. Perciò è del tutto ragionevole pensare che il nostro amorevole Creatore abbia provveduto un libro per dare istruzioni e guida all’umanità. La Bibbia è questo libro! Essa soddisfa ogni nostro bisogno di direttiva saggia; come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
La Bibbia è davvero un libro eccezionale. Si, lo è per molte ragioni! Innanzi tutto è antichissima; non ci aspetteremmo che la Parola di Dio per tutta l’umanità fosse stata scritta di recente, non è vero? Sebbene si iniziò a scriverla circa 3.500 anni fa e su materiali deperibili, quali il papiro, pelli di animali o pergamena, il suo testo è stato conservato fino ai nostri giorni; nel corso dei secoli ne sono state prodotte miliardi di copie, tanto che oggi è difficile trovare un luogo della terra, per quanto isolato, in cui non ci sia una Bibbia. È stato infatti calcolato che ne sono state stampate in tutto circa cinque miliardi di copie in oltre 3.300 lingue o idiomi (cfr. http://www.corriereuniv.it/cms/2014/03/la-classifica-dei-10-libri-piu-venduti-nella-storia/; http://resources.wycliffe.net/statistics/2017%20Scripture%20and%20Language%20Statistics_IT.pdf). Non è ciò che ci aspetteremmo da un libro che è veramente opera di Dio?
deve copiare per sé in un libro questa Legge” – Deuteronomio 17:18
Il fatto, poi, che la Bibbia sia sopravvissuta per tanto tempo è qualcosa di sorprendente, visto ciò che è accaduto agli scritti di nazioni contemporanee degli israeliti che per 1.500 furono i destinatari e i custodi di questo prezioso libro. Per esempio i fenici, vissuti nel primo millennio a.C., erano vicini degli israeliti. Questi mercanti e navigatori diffusero il loro sistema di scrittura alfabetica in tutta l’area del Mediterraneo. Inoltre si arricchirono grazie all’esteso commercio del papiro con l’Egitto e il mondo greco. Ma un’importante rivista di divulgazione scientifica dice dei fenici: “I loro scritti, tracciati soprattutto su fragili papiri, si sono disintegrati con il tempo; quindi le nostre conoscenze sui Fenici sono dovute soprattutto ai racconti, ovviamente parziali, dei loro nemici. La letteratura fenicia, molto ricca a quanto si tramanda, è andata completamente perduta nell’antichità” (National Geographic – Ottobre 2004).
E che dire degli scritti degli egizi? I geroglifici che scolpirono o dipinsero sulle pareti dei templi e altrove sono conosciuti. Gli egizi sono famosi anche per avere utilizzato il papiro come materiale scrittorio. Tuttavia, in merito agli scritti degli egizi su papiro, Kenneth Anderson Kitchen, Professore emerito di egittologia presso l’Università di Liverpool, ha dichiarato: “Si calcola che il 99 per cento dei papiri scritti tra il 3000 circa e l’inizio dell’epoca greco-romana sia andato completamente distrutto”. Lo stesso si può dire dei documenti romani scritti su papiro. Come mai, allora, i libri della Bibbia che furono scritti in origine su un materiale delicato, come quello usato da fenici, egizi e romani, sono sopravvissuti dando origine al libro più diffuso del mondo? Secondo James Kugel, Professore emerito presso il Dipartimento biblico dell’Università Bar Ilan in Israele e presso l’Università di Harvard negli USA, la ragione va trovata nel fatto che gli scritti originali furono copiati “tantissime volte nel periodo stesso della stesura della Bibbia”.
Molti israeliti, infatti, amavano leggere le Scritture e riconoscevano che erano la Parola di Dio, perciò la preservarono con cura e ne fecero numerose copie. Perfino ai re di Israele era stato comandato di “copiare per sé in un libro” la “Legge custodita dai sacerdoti levitici” (cfr. Deuteronomio 17:18). La trascrizione era affidata alla minuziosità di scribi altamente qualificati. Di uno di questi, Esdra, vissuto nel V secolo a.C., è infatti detto che “era un copista esperto nella Legge di Mosè data da Geova” (cfr. Esdra 7:6). Fu ai suoi giorni che iniziò ad affermarsi un gruppo di copisti delle Scritture chiamati Soferim; questo nome derivò dal verbo ebraico saphàr che significa contare. Questi, infatti, contavano tutte le lettere della Legge assicurando un alto grado di accuratezza nella trasmissione delle Scritture Ebraiche. Purtroppo, a causa di una stolta tradizione rabbinica che iniziò a diffondersi nel paese (cfr. Matteo 15:6-9), i Soferim apportarono intenzionalmente alcuni cambiamenti al testo originale. Il più grave di questi fu quello di sostituire il nome personale di Dio, YHWH [in italiano Geova] con il termine Adonay [in italiano Signore]. Fortunatamente, però, nella loro meticolosità questi scribi indicarono a margine dove avevano fatto cambiamenti permettendo così a studiosi successivi di sapere quello che diceva il testo originale. A tal proposito Robert Gordis, Professore presso il Jewish Theological Seminary of America nonché presidente della Rabbinical Assembly e del Synagogue Council of America, ha scritto nel suo libro The Biblical Text in the Making che nel I secolo d.C., prima della distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70 ad opera dei romani, “I custodi del testo biblico trovarono un antico manoscritto redatto meticolosamente e ne fecero il fondamento della loro opera. Ne fecero l’archetipo da cui si dovevano produrre tutte le copie ufficiali e mediante cui potevano da quel momento in poi essere corretti tutti i manoscritti che erano in mani private”. Tale manoscritto venne chiamato “Rotolo dei recinti del Tempio” e servì da modello per la revisione di nuove copie.
Successivamente, a partire dal VI secolo d.C. si affermò una nuova generazione di copisti chiamati baalei ha-masoreth (“maestri della tradizione”) o masoreti. Come spiega ancora il Professor Gordis, i masoreti “contarono le lettere della Scrittura, determinarono la lettera centrale e il versetto centrale della Torah, stabilirono la lettera centrale della Bibbia nel complesso, compilarono lunghi elenchi di forme bibliche rare ed eccezionali, elencarono il numero di casi in cui ricorrevano migliaia di parole bibliche, tutto per evitare che il testo accettato fosse modificato e impedire agli scribi di introdurvi cambiamenti”. Tale meticolosa opera di copiatura contribuì a garantire l’accuratezza del testo e impedì la scomparsa della Bibbia stessa, nonostante i nemici avessero tentato con disperata insistenza di distruggerla.
la parola di Geova dura in eterno” – 1Pietro 1:25
Si, perché quello che rende ancora più notevole questa grande diffusione della Bibbia è il fatto che i suoi nemici hanno ripetutamente cercato di distruggerla. Un tempo le Bibbie venivano spesso bruciate, e non di rado chi era sorpreso a leggere la Bibbia veniva condannato a morte. Ma la Parola di Dio è sopravvissuta a tutti questi attacchi. Nel 168 a.C., per esempio, il re di Siria Antioco IV cercò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche che riuscì a trovare in Palestina. Una fonte ebraica dell’epoca riferisce: “Gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco”. Nella Jewish Encyclopedia si legge: “Gli ufficiali assolsero l’incarico con estremo rigore … Chi era trovato in possesso di un libro sacro … veniva condannato a morte”. Nonostante questo, gli ebrei in Palestina e quelli che vivevano in altri paesi conservarono copie delle Scritture.
Poi nel 303 d.C. l’imperatore romano Diocleziano pensò di soffocare il cristianesimo distruggendone gli scritti sacri. Decretò, quindi, che in ogni parte dell’impero tutte le Bibbie fossero date pubblicamente alle fiamme. Ma non tutte le copie andarono perse e quelle rimaste continuarono ad essere riprodotte. Infatti sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono probabilmente trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano. Una si trova a Roma (il Codex Vaticanus 1209, conservato nella Biblioteca Vaticana), l’altra (il Codex Sinaticus) è conservata nella British Library di Londra. Geova custodì la sua Parola a dispetto di tutti i tentativi fatti per distruggerla.
I rotoli originari delle Scritture vennero scritti in ebraico, per quanto riguarda i 39 libri da Genesi a Malachia (Scritture Ebraiche o VT), e in greco koinè, per quando riguarda i 27 libri da Matteo a Rivelazione o Apocalisse (Scritture Greche Cristiane o NT). L’ebraico come lingua principale biblica durò circa undici secoli, poi morì come lingua, venendo sostituito dall’aramaico parlato dal popolo comune. Ma i capi religiosi giudaici si rifiutarono di scrivere la traduzione aramaica delle Scritture Ebraiche per impedire al popolo di leggerle. Il primo scrittore delle Scritture cristiane, l’evangelista Matteo, scrisse dapprima il suo vangelo in aramaico poi, giacché il greco koinè era divenuto la lingua internazionale, lo tradusse in greco. Successivamente tutti i restanti libri delle Scritture cristiane vennero scritti in greco. Era infatti volere di Dio che la sua Parola dovesse essere compresa da tutti; essa doveva vivere, e non venir seppellita nelle lingue morte e nascosta alla conoscenza del popolo comune.
Col passar del tempo il latino divenne la lingua parlata da gran parte del popolo comune. Si cominciò quindi a tradurre in latino le Sacre Scritture. Queste traduzioni raggiunsero l’apice con la Vulgata di Girolamo, un monaco romano considerato “Padre della Chiesa” nel cattolicesimo. La Chiesa Cattolica considerò quindi il latino una lingua “sacra”. Ma con la decadenza dell’impero romano, anche la lingua latina cessò di essere la lingua del popolo cosicché la gente comune non riusciva più a leggere le Scritture. L’astuta gerarchia cattolica ne approfittò per fare ciò che avevano già tentato di fare i capi religiosi giudaici, impedire alla gente comune di leggere le Scritture. Iniziò così una lotta senza quartiere tra le gerarchie ecclesiastiche e alcuni sinceri studiosi delle Scritture che volevano tradurre la Parola di Dio nelle lingue volgari. Seguirono secoli di violente persecuzioni contro chiunque si azzardava a violare i diktat della gerarchia cattolica. I traduttori o possessori di bibbie vennero braccati in tutta l’Europa come fossero animali selvaggi. Uomini coraggiosi come John Wycliffe, William Tyndale, Jan Hus, solo per fare qualche nome, ma ce ne furono molti altri, vennero catturati, processati, torturati e bruciati sul rogo, spesso con le copie della Bibbia legate al collo. Nel 1559 il papa Paolo IV mise la Bibbia tradotta nelle lingue volgari nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica.
Nel quindicesimo secolo l’invenzione della stampa mutò il volto della civiltà; destinò anche alla sconfitta i malvagi disegni della gerarchia cattolica contro la Bibbia. La prima pubblicazione che uscì dalla macchina stampatrice dell’inventore Giovanni Gutenberg fu proprio la Bibbia. Col tempo vennero pubblicate versioni stampate nelle lingue correnti dei principali Paesi europei. La gerarchia ecclesiastica aveva perduto la sua lotta contro una Bibbia vivente per il popolo comune. Sebbene essa fosse riuscita a distruggere molte migliaia di copie della Parola di Dio, la stampa la sconfisse producendo più copie di quanto essa potesse distruggere. Si, come scrisse l’apostolo Pietro: “la parola di Geova dura in eterno” (1Pietro 1:25).

Apprezzarono la Bibbia – Video tratto da JW Broadcasting
Le parole di Geova sono pure” – Salmo 12:6
Alcuni pensano che in così tanto tempo da che si iniziò a scriverla e il passaggio attraverso molte traduzioni dalle lingue originali a quelle volgari abbia influito negativamente sulla sua trasmissione per cui possano esserci stati errori di trascrizioni o addirittura manipolazioni. Seppure è vero che alcune delle antiche copie della Bibbia giunte fino a noi contengono piccoli errori e lievi discordanze, oggi abbiamo a disposizione migliaia di frammenti, manoscritti e antiche traduzioni (circa 6.000 delle Scritture Ebraiche o VT e circa 5.000 delle Scritture Greche Cristiane o NT) che hanno permesso ai biblisti di mettere a confronto e studiare scrupolosamente il testo biblico. Il loro lavoro ha confermato il contenuto della stragrande maggioranza dei passi biblici. I pochi versetti riguardo ai quali rimane qualche incertezza non cambiano il messaggio biblico nel suo insieme. Studi come questi convincono chi esamina la Bibbia con sincerità che il testo che abbiamo oggi è fedele a quello originariamente ispirato dal suo divino autore, Geova Dio.
Un classico esempio di perfetta conservazione del testo originale è costituito dai cosiddetti Rotoli del Mar Morto. Scoperti tra il 1947 e il 1955, erano conservati dentro otri di terracotta rinvenuti in alcune caverne lungo le rive del Mar Morto, questi antichi documenti includono copie di libri delle Scritture Ebraiche. Risalgono a 100-200 anni prima della nascita di Gesù. Uno è un rotolo di pelle in buono stato di conservazione che contiene l’intero libro di Isaia (1QIsa), risalente alla fine del II secolo a.C. Prima di questa scoperta, la più antica copia disponibile del libro di Isaia in ebraico era stata fatta quasi 1.000 anni dopo la nascita di Gesù (il Codice di Aleppo risalente al 930 d.C.). Il confronto fra queste due copie di Isaia rivelò solo piccolissime differenze, per la maggior parte piccole variazioni di ortografia! Ciò significa che in più di 1.000 anni di copiatura non c’era stato nessun effettivo cambiamento!
Per quanto riguarda la manipolazione, è vero, ci sono stati dei tentativi di cambiare la Parola di Dio. Un esempio notevole è quello dei versetti di 1 Giovanni 5:7,8. Nella traduzione fatta nel 1607 da Giovanni Diodati, un teologo italiano nato in Svizzera e di fede protestante, si legge al v. 7: “Perciocchè tre son quelli che testimoniano nel cielo: il Padre, e la Parola, e lo Spirito Santo; e questi tre sono una stessa cosa”. Ma queste parole mancano in tutte le più antiche copie della Bibbia. Frederick Henry Ambrose Scrivener, un importante esperto di critica testuale del Nuovo Testamento e membro del Comitato di revisione che produsse la Versione Riveduta della Bibbia in inglese scrisse al riguardo: “Non esitiamo a dichiarare la nostra convinzione che le parole in questione non furono scritte da S. Giovanni: che furono originariamente introdotte in copie latine in Africa da una glossa marginale, dove erano state collocate come pia e ortodossa annotazione sul v. 8: che dal latino finirono in due o tre tardi codici greci, e da lì nel testo greco stampato, dove non avevano alcun diritto di trovarsi”. È evidente che furono aggiunte da qualcuno che cercava di sostenere la falsa dottrina della Trinità. Poiché è chiaro che non fanno parte della Parola di Dio, queste parole non compaiono nelle Bibbie più recenti, sia cattoliche che protestanti.
Sir Frederic George Kenyon, paleografo e accademico britannico esperto di manoscritti biblici, presidente della British Academy nonché Direttore e Bibliotecario capo del British Museum, nel suo libro The Story of the Bible affermò che chiunque “può prendere in mano l’intera Bibbia e dire senza timore o esitazione di avere in mano la vera Parola di Dio, trasmessa senza perdite sostanziali di generazione in generazione nel corso dei secoli”. Perciò chiunque dica che oggi la Bibbia non contiene le stesse informazioni che conteneva in origine semplicemente non conosce i fatti. La Bibbia stessa contiene la promessa di Dio che la sua Parola sarebbe stata mantenuta pura perché potessimo usarla oggi. Scrisse infatti un ispirato scrittore di Salmi circa 3.000 anni fa: “Le parole di Geova sono pure; sono come argento raffinato in una fornace di terra e purificato sette volte” (Salmo 12:6). A un altro profeta, circa 2.500 anni fa, venne assicurato che il suo scritto ispirato sarebbe stato tenuto segreto “sino al tempo della fine. Molti lo esamineranno attentamente, e la vera conoscenza diventerà abbondante” (Daniele 12:4). E lo stesso apostolo Giovanni, 1.900 anni fa, fu spinto a scrivere questa ammonizione: “A chiunque ascolta le parole della profezia contenuta in questo rotolo io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli aggiungerà le piaghe descritte in questo rotolo; e se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del rotolo di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte degli alberi della vita e della città santa descritti in questo rotolo” (Rivelazione o Apocalisse 22:18,19). Nel corso dei secoli Geova Dio ha fatto in modo che la sua Parola fosse protetta non solo dagli errori dei copisti, ma anche dai tentativi di altri di farvi delle aggiunte.
uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” – 2Pietro 1:21
Per concludere questa serie di post si può a piena ragione affermare che la Bibbia, benché scritta da uomini, è “Parola di Dio”. Contiene il messaggio di Dio per le sue creature umane. Fra i molti modi che Dio usò per trasmettere questo messaggio vi fu la dettatura diretta, come nel caso dei Dieci Comandamenti e di tutte le leggi e i regolamenti dettati a Mosè con il comando “Scrivi queste parole” (cfr. Esodo 34:27). In altre occasioni Geova si servì di sogni, visioni e trance per comunicare il suo messaggio agli uomini. Le immagini che comunicavano il messaggio o proposito di Dio vennero impresse nella mente di coloro che poi le misero per iscritto, come nel caso delle visioni narrate nel libro di Daniele o nella Rivelazione (o Apocalisse) dell’apostolo Giovanni al quale fu detto “Quello che vedi scrivilo in un rotolo” (cfr. Rivelazione 1:1, 11; cfr. anche Abacuc 2:2).
Una considerevole parte della Bibbia è narrazione storica e racconta le vicende di persone, famiglie, tribù e nazioni. Queste informazioni vennero attinte da racconti storici già esistenti riportati in fonti ufficiali della nazione di Israele, come il “libro delle Guerre di Geova” (cfr. Numeri 21:14,15), o il “libro dei fatti storici dei re d’Israele” (cfr. 1Re 14:19; 2Re 1:18; 2Cronache 20:34) o il “libro dei fatti storici dei re di Giuda” (cfr. 1Re 14:29; 2Re 24:5) o di altre nazioni, come il “libro dei fatti storici dei re di Media e di Persia” (cfr. Ester 10:2).
Oltre alla storia la Bibbia contiene un gran numero di saggi detti e consigli. Gli scrittori attinsero alla propria e all’altrui esperienza, sulla base dello studio e dell’osservanza delle Scritture loro disponibili. Un saggio scrittore, il re Salomone, scrisse infatti: “Il congregatore non solo è diventato saggio, ma ha anche insegnato di continuo al popolo quello che sapeva; ha meditato e ha fatto un’attenta ricerca per raccogliere molti proverbi.Il congregatore ha cercato di trovare parole piacevoli e di mettere per iscritto accurate parole di verità” (Ecclesiaste 12:9,10). In ogni caso, lo spirito di Dio ebbe un ruolo determinate, come è scritto: “nessuna profezia è mai venuta dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano spinti dallo spirito santo” (2Pietro 1:21). Questo vuol dire che quanto scritto nella Bibbia non fu il risultato dell’analisi e dell’interpretazione da parte degli scrittori delle tendenze e degli avvenimenti umani. Piuttosto, la mente dello scrittore fu spronata dallo spirito di Dio ed egli fu spinto a esprimere il messaggio ispirato, generalmente con le sue parole. Per cui le parole furono quelle dello scrittore, ma il messaggio fu quello di Geova Dio.
Che Dio impiegasse uomini per scrivere la sua “Parola” è una prova della sua grande sapienza nel provvedere proprio quello di cui noi creature imperfette abbiamo bisogno. Avrebbe potuto impiegare gli angeli per scriverla. Ma come, noi creature umane imperfette, avremmo potuto identificarci in un racconto che contenesse le espressioni di creature spirituali perfette la cui esperienza e conoscenza sono di gran lunga superiori alle nostre? Come essi avrebbero potuto rappresentare la vita nel modo in cui noi la conosciamo, con le sue gioie, i suoi timori, le sue delusioni e i suoi dolori? Quindi, servendosi di uomini Geova Dio fece in modo che la sua “Parola” avesse il calore, la varietà e l’attrattiva che solo il tocco umano poteva darle.
Quando ascoltarono leggere per la prima volta la Bibbia, gli antichi abitanti della città macedone di Tessalonica l’accettarono “quale veracemente è, come la parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Oggi molte persone sincere, leggendo la Bibbia si sono fatte la stessa convinzione. Che dire di te che stai leggendo questo post, hai mai letto la Bibbia? Se non, perché non inizi a farlo? Un suo ispirato scrittore disse: “La tua parola è una lampada per il mio piede e una luce sul mio cammino” (Salmo 119:105). Non solo la Bibbia provvede una saggia guida per la vita quotidiana, ma provvede una vera guida per il futuro, cosa che nessuna scienza umana può provvedere. La Parola di Dio promette un felice futuro a chi è disposto a crederci. Rivela un meraviglioso nuovo ordine di cose in cui regneranno pace, prosperità, salute, vita eterna e gioia in un paradiso esteso a tutta la terra (cfr. Salmo 37:10,11,29). Ti piacerebbe viverci? … …

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Note:
– (*) La Bibbia dà grande importanza al nome di Dio. Gli scrittori biblici lo menzionarono più di 7.200 volte nei loro libri. Purtroppo, nel tempo una sciagurata superstizione ebraica l’ha fatto sparire dalle copie della Bibbia, pratica adottata anche dal cristianesimo apostata. Il nome di Dio venne riportato negli scritti originali nella forma del tetragramma ebraico יהוה, traslitterato in YHWH o Yahweh. Nella lingua italiana il nome di Dio viene comunemente scritto Geova (cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/geova/). Questo nome non glie lo ha dato nessun essere umano, ma è Dio stesso che l’ha scelto e, come tutti i nomi ebraici, ha un significato. Nel libro di Esodo, scritto per ispirazione divina da Mosè nel deserto del Sinai circa 3.500 anni fa, si legge “Mosè disse al vero Dio: “Supponiamo che io vada dagli israeliti e dica loro: ‘L’Iddio dei vostri antenati mi ha mandato da voi’. E supponiamo che mi chiedano: ‘Qual è il suo nome?’ Che cosa devo rispondere?” Allora Dio disse a Mosè: “Io Diverrò Ciò Che Scelgo Di Divenire” [o “Io Mostreò D’essere Ciò Che Mostrerò D’essere”]. E aggiunse: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Io Diverrò mi ha mandato da voi’”. Dopodiché Dio disse ancora una volta a Mosè: “Devi dire questo agli israeliti: ‘Geova, l’Iddio dei vostri antenati, l’Iddio di Abraamo, l’Iddio di Isacco e l’Iddio di Giacobbe, mi ha mandato da voi’. Questo è il mio nome per sempre, e così dovrò essere ricordato di generazione in generazione” (Esodo 3:13-15). Diverse traduzioni cattoliche e protestanti riportano al v. 14 questa dicitura: “Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»” mentre al v. 15 hanno sostituito il nome Geova con il termine “Signore” (cfr. VR, CEI, Di). Per giustificare tale mistificazione gli editori della Nuova Versione Riveduta (NVR) della Società Biblica di Ginevra, nella sua prefazione hanno scritto: “Per quanto concerne la traduzione del Tetragramma (YHWH), abbiamo preferito ricorrere alla tradizione orale (tanto in lingua ebraica quanto in lingua greca) quella corrispondente a: «SIGNORE». Questo termine risulta scritto in carattere maiuscoletto perché il lettore possa distinguerlo facilmente dalla parola Signore che, invece, è la traduzione del termine ebraico «’adhonai». Laddove ricorre «’adhonai Yhwh» abbiamo reso tale espressione con «il Signore Dio» per evitare la ripetizione”. Per quanto riguarda il significato, in ebraico il nome Geova deriva da un verbo che significa “divenire” e secondo vari studiosi riflette la forma causativa di quel verbo ebraico. Per tale motivo il Comitato di traduzione della Traduzione del Nuovo Mondo, citata in questo post, è giunto alla conclusione che il nome di Dio significhi “Egli fa divenire”, significato che meglio si accorda con il ruolo di Geova quale Creatore di tutte le cose e Realizzatore del suo proposito.
– Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XX

            “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”             2a parte

Levitico 17:11

Anteprima
Il sangue è sempre stato considerato essenziale per la vita. 3.500 anni fa il Creatore della vita rivelò: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Per questo motivo Dio, la fonte della vita stabilì anche delle regole per il buon uso del sangue. Dopo aver autorizzato l’uomo a mangiare anche carne animale, gli diede questo comando: “Ma la carne che ha ancora in sé la vita, il suo sangue, non dovete mangiarla” (Genesi 9;4). Pertanto il sangue non doveva entrare nel regime alimentare dell’uomo. Il motivo venne reso chiaro da Dio stesso quando affermò: “io l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso.Per questo motivo ho detto … Nessuno di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11,12). Pertanto Dio ha dato un valore sacro al sangue stabilendo per lo stesso solo un uso sacrificale.
Comprendiamo quindi che il comando di Dio relativo al sangue non era una mera legge dietetica, come molti sono indotti a pensare, ma esprimeva un fondamentale principio: la santità della vita! In altre parole la vita è sacra perché è un dono di Dio e il sangue che la rappresenta similmente deve esser considerato sacro! Il concetto di sacro o santo nella parola di Dio, la Bibbia, dà l’idea di qualcosa di separato, riservato, esclusivo. Significa quindi che Dio ha riservato per se il diritto di decidere sulla vita di ogni sua creatura, non ha concesso a nessun altro questa facoltà! Così non mangiando sangue, né versandolo per motivi diversi da quello sacrificale, gli uomini mostrano il dovuto rispetto per la santità della vita e per la Fonte della vita, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9).
Purtroppo nel corso dei secoli gran parte del genere umano non ha mostrato tale rispetto. L’ha fatto versando nei campi di battaglia il sangue vitale di milioni di persone; l’ha fatto mangiando sangue animale sotto forma di sanguinacci, salsicce di sangue o mischiandolo con altri alimenti o mangiando animali strangolati e non dissanguati. Nei tempi moderni si è diffusa una nuova pratica, quella di trasfonderlo direttamente nelle vene. Tale pratica ha assunto una vasta applicazione nella medicina moderna. Questo perché è stata diffusa l’idea che “il sangue salva la vita”, ma pochi riflettono su quante vite abbia mancato di salvare ed anche quanto danno abbia recato in campo medico. Questo si è potuto fare anche grazie al totale supporto dal clero del cristianesimo apostata che spesso organizza la raccolta di sangue presso le proprie strutture religiose. In tal modo ha dato una giustificazione morale a una pratica che è in aperto contrasto con l’ispirato comando apostolico espresso nel libro biblico di Atti 15:28,29 di “astenersi … dal sangue”.
Nel post non mi dilungo tanto sui problemi e sui danni connessi con la pratica della trasfusione, primo, perché, come studioso delle Sacre Scritture mi interessa soprattutto considerare la questione dal punto di vista del suo divino Autore e Creatore della vita e del sangue, secondo, perché non ho le competenze mediche per farlo in prima persona, quindi posso solo affidarmi a ciò che altri più competenti in materia hanno dichiarato o scritto al riguardo, ricerca che chiunque può fare consultando la letteratura in formato cartaceo o digitale disponibile sull’argomento.

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Siamo nell’XI secolo a.C. Un giovane re ebreo, Davide, è impegnato in una guerra di liberazione del paese dalle ultime popolazioni cananee, come era stato decretato da Geova, il suo Dio (cfr. Ezechiele 25:2-17). In una circostanza venne a trovarsi nella regione di Sefela, un fertile bassopiano a metà strada circa fra Betlemme e Lachis detto anche Valle dei Refaìm, occupata dai filistei, una etnia che, immigrata dalle isole dell’Egeo, si era stabilita sulla fascia costiera della terra di Canaan e che si era sempre mostrata una irriducibile oppositrice del popolo di Dio. Lì, su un crinale che costeggiava la valle, sorgeva l’antica città di Adullam che dominava l’’ingresso Nord nella valle, posizione che conferiva alla città una notevole importanza strategica. Nella zona, di origine calcarea, vi erano anche numerose caverne. Quel territorio era ben noto a Davide in quanto nell’adolescenza vi aveva esercitato l’attività di pastore.
In quella circostanza Davide si era rifugiato in una caverna insieme ai suoi uomini più valorosi in attesa di attaccare i filistei. Ad un certo punto espresse questo forte desiderio: “Se solo potessi avere un sorso d’acqua della cisterna che è vicino alla porta di Betlemme!”. Betlemme era la sua città natale, ma era occupata da una guarnigione dei filistei. Tre dei suoi uomini ascoltarono le sue parole e “si aprirono a forza un varco nell’accampamento filisteo, attinsero acqua dalla cisterna vicino alla porta di Betlemme e la portarono a Davide”. Un notevole atto di coraggio e di devozione da parte di quegli uomini! Quale fu però la reazione di Davide? “si rifiutò di berla e la versò a terra davanti a Geova”. Perché? … Lui stesso lo spiegò: “Dal punto di vista del mio Dio è inconcepibile che io faccia questo! Dovrei bere il sangue di questi uomini che hanno rischiato la vita? Perché è stato a rischio della vita che me l’hanno portata” (1Cronache 11:15-19).
l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi” – Levitico 17:11
Questo episodio non è un semplice aneddoto della vita di Davide che Dio ha voluto farci conoscere. L’apostolo cristiano Paolo fu ispirato da Dio a scrivere queste parole: “Tutta la Scrittura [pertanto anche il racconto di 1Cronache] è ispirata da Dio ed è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia del tutto competente, ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17). Quale lezione, dunque, Dio ha voluto insegnarci attraverso questo racconto?
Davide conosceva bene la Legge che Geova aveva dato a Israele, lui stesso aveva dovuto farsene una copia dopo esser stato nominato re (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Secondo quella Legge “la vita della carne è nel sangue” e l’unico uso che Geova aveva autorizzato del sangue era sacrificale. Infatti, a tale dichiarazione Dio aveva aggiunto: “l’ho destinato all’altare perché facciate espiazione per voi stessi, poiché è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Con queste parole il nostro Creatore e Datore di vita dichiarò esplicitamente quella che era la sua decisione: il sangue, che rappresenta la vita proveniente da lui, doveva essere usato solo in un modo, nei sacrifici. Così Dio ha attribuito un valore al sangue, riservandolo come sacro. Il re Davide dimostrò di aver ben compreso il principio che stava alla base del comando di Dio e giustamente paragonò l’acqua che quegli uomini gli avevano portato a rischio della propria vita al loro sangue e la considerò sacra, perciò non la bevve ma “la versò a terra davanti a Geova”.
il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” – Levitico 4:31
Sotto quella Legge il popolo di Israele doveva sacrificare degli animali e spargere il loro sangue sull’altare dei sacrifici per coprire i propri peccati. Essa recitava: “Se qualcuno del popolo pecca senza volerlo e si rende colpevole facendo una delle cose che Geova vieta di fare,o si rende conto di aver commesso un peccato, deve portare come sua offerta un capretto sano, una femmina, per il peccato che ha commesso … Il sacerdote prenderà con il dito un po’ di sangue e lo metterà sui corni dell’altare degli olocausti, e verserà il resto del sangue alla base dell’altare … il sacerdote farà espiazione per lui, e lui sarà perdonato” (Levitico 4:27-31). Perché era necessario fare questo?
La spiegazione Dio stesso l’ha fatta scrivere nella sua Parola. In essa vi leggiamo: “per mezzo di un solo uomo [Adamo] il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte si è estesa a tutti gli uomini perché tutti hanno peccato” (Romani 5:12; cfr. anche Genesi 3:1-19). Di conseguenza, “il salario del peccato è la morte” (Romani 6:23).
Il genere umano è stato venduto sotto la schiavitù del peccato dal suo progenitore, Adamo. Perciò tutti gli esseri umani alla nascita ereditano la tendenza a peccare, cioè a violare in qualche modo la legge divina. Quindi, a causa di questi peccati meriterebbero di morire, anche se non direttamente responsabili di questa colpa. Nella sua immeritata benignità Dio, per venire in loro soccorso, ha disposto il provvedimento dei sacrifici animali. Così la vita degli animali sacrificati, rappresentata dal loro sangue, veniva offerta a Dio in sostituzione di quella umana peccatrice permettendo in tal modo il perdono del peccato, proprio come avveniva nel caso degli antichi israeliti.
Tuttavia c’era una questione importante da tenere presente, ed era questa: “con questi sacrifici ogni anno viene rinnovato il ricordo dei peccati, perché è impossibile che il sangue di tori e capri elimini i peccati … Ogni sacerdote si presenta ogni giorno per compiere il servizio sacro e per offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non sono mai in grado di eliminare completamente i peccati” (Ebrei 10:3,11). La vita degli animali sacrificati non valeva quella umana, perciò non avrebbe mai potuto dare al genere umano quella condizione perfetta e indenne dagli effetti del peccato come quella che Adamo aveva prima di peccare. Permetteva solo un temporaneo perdono dal peccato, per questo i sacrifici animali dovevano essere ripetuti ogni volta che qualcuno peccava. Come si poteva ovviare a questa limitazione?
Cristo … si è manifestato … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” Ebrei 9:24-26
Questa è la spiegazione biblica. Nel Salmo 49:7 si legge: “nessuno … potrà mai redimere un fratello, né dare a Dio un riscatto per lui”. Secondo queste parole, non c’è un uomo perfetto e giusto, neppure uno tra tutto il genere umano. Per questa ragione, nessun discendente di Adamo avrebbe potuto liberare il suo simile dalla schiavitù al peccato e dalla morte. Ci voleva un provvedimento straordinario che riparasse all’errore del progenitore umano ma soddisfacesse anche la perfetta giustizia di Dio. Egli, infatti, non poteva perdonare i peccati del genere umano senza soddisfare la giustizia, senza avere cioè una base legale.
Di nuovo Dio venne in soccorso del genere umano e dispose che un suo figlio spirituale, una creatura angelica, nascesse come uomo perfetto sulla terra, esattamente come lo era stato Adamo prima del peccato (cfr. 1Corinti 15:45) e sacrificasse la sua vita, mediante il versamento del suo sangue con una morte sacrificale, per riscattare dalla schiavitù al peccato tutto il genere umano discendente dal ribelle Adamo. Quell’uomo è Gesù, il Cristo. Perciò la Bibbia ancora dice “Cristo, quando è venuto … è entrato una volta per sempre nel luogo santo, non con il sangue di capri e di giovani tori, ma con il proprio sangue, facendoci ottenere una liberazione eternanon è entrato in un luogo santo fatto da mani umane, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per presentarsi ora davanti a Dio per noi.E non lo ha fatto per offrire sé stesso più volte, come il sommo sacerdote che ogni anno entra nel luogo santo con sangue che non è suo … Invece si è manifestato una volta per sempre adesso, alla conclusione dei sistemi di cose, per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso” (Ebrei 9:11,12,24-26).
La perfetta vita umana di Gesù fu offerta come sacrificio espiatorio, servì cioè a pagare un “riscatto corrispondente” (cfr. 1Timoteo 2:5,6; cfr. anche Deuteronomio 19:21). C’è infatti da ricordare che la norma di Dio sul sangue diceva che “è il sangue che fa espiazione mediante la vita che è in esso” (Levitico 17:11). Pertanto per redimere una vita perfetta come quella persa da Adamo, secondo giustizia ci voleva un’altra vita perfetta, quella di Cristo, appunto, la quale procurò “una liberazione eterna”. Grazie a quel sacrificio ora Geova Dio, il Giudice Supremo, può giustamente avere misericordia per i peccatori che riconoscono questa disposizione e vi esercitano fede, come è ancora scritto: “proprio come per una sola colpa uomini di ogni tipo sono stati condannati, così grazie a un solo atto di giustificazione uomini di ogni tipo vengono dichiarati giusti per la vita” (Romani 5:18). I sacrifici animali disposti dalla Legge mosaica erano quindi “un’ombra delle benedizioni future”, cioè stabilirono un quadro profetico del sacrificio di Cristo Gesù e vennero aboliti alla sua morte (cfr. Ebrei 7:18,22; 10:1).

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Cristo, quando è venuto … si è manifestato una volta per sempre … per eliminare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso
Nell’antico Israele, quando si celebrava il Giorno di espiazione, il sommo sacerdote entrava nella parte più sacra del tempio, il centro dell’adorazione di Dio, portandovi il sangue di animali sacrificati. Questo era un modo simbolico per chiedere a Dio di coprire i peccati del popolo. Questo era l’unico uso del sangue consentito dalla Legge che Dio aveva dato a quel popolo. Tuttavia quei sacrifici non eliminavano completamente il peccato, per cui dovevano essere ripetuti di anno in anno. Nondimeno, questo uso del sangue costituiva un modello profetico ricco di significato. Infatti, uno degli insegnamenti principali della Bibbia è che Dio avrebbe infine provveduto un unico sacrificio perfetto in grado di espiare pienamente i peccati di tutti i credenti. Questo provvedimento viene definito nella sua Parola scritta, la Bibbia, come un “riscatto” (cfr. Efesini 1:7) e si impernia sul sacrificio del promesso Messia o Cristo. È quindi chiaro perché è necessario considerare il sangue dal punto di vista di Dio. In armonia col suo diritto quale Creatore, egli ha stabilito qual è l’unico modo in cui esso può essere usato, per i sacrifici che dovevano coprire i peccati del popolo.
Non mangiando sangue, né animale né umano, gli antichi israeliti ottennero indubbiamente anche dei benefìci di carattere igienico (cfr. Isaia 48:17), ma non era quello l’aspetto più importante. Il motivo fondamentale per cui non dovevano sostenere la loro vita col sangue era che questo sarebbe stato un atto sacrilego agli occhi di Dio. Dovevano astenersi dal sangue non perché fosse contaminato, ma perché era prezioso per ottenere il perdono. Infatti, dopo la sua morte sacrificale Gesù venne risuscitato dal Padre e tornò in cielo “per presentarsi ora davanti a Dio per noi” (Ebrei 9:24). Lì presentò il valore del sangue del suo sacrificio. Mediante il sangue di Gesù ora tutto il genere umano può ottenere il completo e durevole perdono dei propri peccati. Altrimenti, come è ancora scritto, “meriterà una punizione molto più severa chi ha calpestato il Figlio di Dio, ha considerato di poco conto il sangue del patto” (Ebrei 10:29). È solo esercitando fede nel valore del sacrificio di Cristo che si può salvare la vita col sangue (cfr. Romani 5:9). Quindi, mostrando rispetto per questa disposizione di Dio, cioè ubbidendo ai suoi comandi relativi al sangue, di non uccidere i nostri simili, di non mangiarlo e di non usarlo in modo illecito nemmeno in campo sanitario, non ci limiteremo a vivere solo per il presente ma mostreremo di stimare altamente la vita, incluse le nostre future prospettive di vita eterna resa possibile dal sangue versato da Cristo.
a noi è sembrato bene di non aggiungervi nessun altro peso, all’infuori di queste cose necessarie: astenersi … dal sangue, da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Queste verità divinamente rivelate ci aiutano ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue. Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio che, come creatore della vita, ha il diritto di limitare ciò che gli esseri umani possono fare col sangue. Egli ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita perfetta e immune dal peccato e dai suoi mortiferi effetti, una vita eterna. Ogni creatura umana dovrebbe quindi considerare il sangue allo stesso modo in cui lo considera Dio!
Quella espressa in Levitico 17:11 non era, quindi, una semplice norma dietetica, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, né un rito religioso privo di senso ma, come ampiamente considerato, implicava un importantissimo principio morale: il sangue rappresentava la vita che viene da Dio. E una cosa degna di nota è che, quando Dio enunciò per la prima volta il suo comando sull’uso del sangue, subito dopo il Diluvio, dopo aver autorizzato Noè e i suoi familiari a nutrirsi anche di carne animale, ma non del suo sangue, specificò che sebbene si potesse uccidere un animale per nutrirsene, non si poteva uccidere l’uomo. Disse infatti: “se il vostro sangue viene versato, ne chiederò conto. Ne chiederò conto a ogni creatura vivente; chiederò conto a ogni uomo della vita di suo fratello. Se qualcuno sparge il sangue di un uomo, il suo sangue sarà sparso da un uomo, perché Dio ha fatto luomo a sua immagine” (Genesi 9:3-6). Perciò, se il sangue animale che rappresentava la vita deve essere considerato sacro e non deve essere usato per alimentare la vita, tanto più la vita e il sangue dell’uomo si devono considerare e trattare come ancora più sacri. In altre parole, se il sangue animale non deve essere preso come sostentamento, questo vale ancor più per il sangue umano.
Questo fu il motivo per cui nel 49 d.C., in quello che viene considerato il I Concilio apostolico a Gerusalemme, gli apostoli e altri cristiani spiritualmente qualificati, dovendo decidere quali disposizioni della Legge mosaica avevano ancora una valenza per i cristiani, dissero, tra l’altro, che bisognava astenersi “dal sangue e da ciò che è strangolato” (cfr. Atti 15:28,29). Astenersi da ciò che era strangolato è facile da capire, perché se si strangola un animale a scopo nutritivo, il suo sangue rimane nel corpo e quindi viene mangiato insieme alla carne, contravvenendo alla norma divina. Ma perché venne genericamente specificato anche di astenersi “dal sangue”? Non era una inutile ripetizione rispetto all’astenersi “da ciò che è strangolato” o viceversa?
È chiaro che quel comando andava oltre una mera consuetudine alimentare, abbracciava un campo di attività umana molto più ampio. Ad esempio, in quei giorni, tra i non cristiani c’era l’abitudine di correre nelle arene per succhiare il sangue dei gladiatori vinti poiché c’era la convinzione che potesse curare alcune malattie, come l’epilessia (cfr. Tertulliano, Apologeticum, 9). In Egitto “il sangue fu considerato il rimedio sovrano per la lebbra” (Reay Tannahill, Flesh and Blood). Tali pratiche oggi non sono più in uso ma il concetto di usare sangue nella terapia di alcune malattie è rimasto ed è largamente diffuso nella medicina moderna. Però non è cambiato neanche il decreto apostolico, ispirato da Dio, di “astenersi dal sangue”. Tutt’oggi questo comando è valido per chiunque, come l’antico re Davide, vuol fare la volontà di Dio.
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
So che molti, sull’onda dell’emotività, non condividono questo aspetto del comando di Dio sul sangue, ma non esiste una alternativa! E l’emotività non è mai stata una buona alleata per prendere sagge decisioni. A ciò va aggiunta la martellante e spesso ingannevole pubblicità, non scevra dal profitto, di associazioni finalizzate alla raccolta di sangue per usi terapeutici. Per questo la Parola di Dio ci incoraggia ad usare la “facoltà di ragionare” per “comprendere a fondo … la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” dei principi divini espressi attraverso le sue norme (cfr. Romani 12:1; Efesini 3:18). Proviamo, perciò, a ragionare su queste parole ispirate da Dio a un suo profeta: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare” (Isaia 48:17). Tutte le norme che Geova ha fatto scrivere nella sua Parola, inclusa quella sull’uso del sangue, sono sempre per il bene delle sue creature. Anche se possono sembrare restrittive o inadeguate ai tempi, non è così e nel metterle in pratica si riceve comunque e sempre un beneficio.
Per esempio, la trasfusione di sangue viene considerata da molti, operatori sanitari inclusi, la panacea di molte malattie e di molte situazioni chirurgiche di particolare complessità. Lo slogan molto diffuso è: “il sangue salva la vita”. Spesso, però, accade che in tali situazioni, pazienti regolarmente trasfusi, muoiono ugualmente. Perché? Semplicemente perché la trasfusione non è che uno dei presidi terapeutici a disposizione dei medici, come tanti altri, può avere successo oppure no. Nessun medico in situazioni di estrema gravità potrà mai dare la garanzia che la trasfusione salverà una vita. Peraltro è un trattamento sanitario non indenne da grossi rischi! Lo dimostra il fatto che negli anni passati solo nel nostro paese 60.000 persone hanno contratto gravi malattie, dall’HIV alle gravi patologie epatiche, dall’AIDS al citomegalovirus, e tante altre, attraverso sangue infetto trasfuso. Di queste circa 9.000 sono già decedute. E lo Stato italiano è stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a risarcire i danni ai cittadini infettati. Anche se negli anni recenti i controlli sul sangue da trasfusione sono migliorati, i rischi di contrarre malattie sono sempre latenti e continuano a mietere vittime.
A motivo di ciò parecchi studi sono stati fatti alla ricerca di sostituti del sangue o di metodiche alternative all’emotrasfusione. I buoni risultati ottenuti hanno consentito di ridurre notevolmente l’uso della trasfusione con notevoli benefici per i pazienti. Tanto per fare un altro esempio, nella chirurgia oncologica si è scoperto che la trasfusione di sangue può aumentare la velocità di riproduzione della malattia, perciò medici coscienziosi hanno iniziato a limitarne l’uso accrescendo le probabilità di sopravvivenza del paziente. Sull’uso della trasfusione in chirurgia vorrei citare un’esperienza vissuta in prima persona. Nel settembre del 1986 in una clinica romana si svolse un convegno internazionale sulle metodiche alternative alla trasfusione di sangue. Nella sua relazione l’allora Direttore del Centro Trasfusionale della Croce Rossa, il compianto Dott. Pasquale Angeloni, affermò che fino ad una perdita di quattro unità di sangue (circa un litro di sangue) non è necessario trasfondere poiché il corpo umano è in grado di sopportarla. Lui redarguì il fatto che nelle sale operatorie spesso venivano usate solo una o due unità di sangue, sottovalutando i rischi di tale pratica. Nella sua arringa contro tale scriteriato uso della trasfusione e per rimarcarne l’insensatezza ad un certo punto esclamò: “se il vostro chirurgo pensa di perdere più di quattro unità di sangue, cambiate chirurgo!” Questo episodio la dice lunga sulla cultura che domina in questo campo. Patricia Ford, fondatrice e direttrice del Centro di Medicina e Chirurgia senza Sangue del Pennsylvania Hospital, negli anni recenti ha dichiarato: “Nella cultura medica esiste l’idea radicata che le persone muoiono se non hanno un certo valore ematico, e che il sangue è il salvavita per eccellenza … per la maggioranza dei pazienti e nella maggioranza dei casi semplicemente non è così” (Sarah C.P. Williams, Against the FlowWhats Behind the Decline in Blood Transfusions?, Stanford Medicine Magazine, 2013).

Video tratto da JW Broadcasting (https://download-a.akamaihd.net/files/media_video/2d/ivae_I_r480P.mp4)
sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria” – Salmo 139:14
Ogni persona che sinceramente si interessa della volontà del suo Creatore dovrebbe ben riflettere sulla dichiarazione di un ispirato scrittore biblico che, nel Salmo 139:13-16, rivolgendosi a Dio disse: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre. Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene. Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola”. Nello stabilire le sue norme, inclusa quella sul corretto uso del sangue, il nostro Onnisapiente Creatore ha usato la sua perfetta conoscenza del nostro corpo, conoscenza che nessuno scienziato umano può vantare. Dio ne conosce i limiti nonché le sue meravigliose capacità di superare anche situazioni di criticità. Per questo possiamo aver completa fiducia che tutto ciò che ci comanda è per il nostro bene!
Comandando alle sue creature umane di “astenersi dal sangue”, il Creatore dell’uomo, il più grande Medico che comprende il funzionamento del corpo dell’uomo come non lo comprende nessun altro medico umano, volle non solo ubbidienza dall’uomo, ma intese preservare coloro che avrebbero ubbidito a questa legge dalle numerose infermità che possono colpire gli uomini come diretta conseguenza dell’uso improprio del sangue. Un noto giornale a diffusione internazionale riportava qualche anno fa questa notizia: “La chirurgia senza sangue (ovvero gli interventi eseguiti senza l’utilizzo di sangue donato) viene praticata da anni su pazienti che rifiutano le trasfusioni per motivi religiosi. Ora è una prassi a cui gli ospedali ricorrono sempre più estesamente … I chirurghi che difendono la chirurgia senza sangue affermano che, oltre a ridurre i costi relativi all’acquisto, alla conservazione, al trattamento, all’analisi e alla trasfusione del sangue, tale tecnica riduce il rischio di infezioni e complicazioni da trasfusione che costringono i pazienti a una degenza ospedaliera più lunga” (Wall Street Journal, 8 aprile 2013).
I medici possono ancora sostenere che valga la pena di correre il rischio se vi è qualche possibilità di salvare una vita. I capi religiosi possono approvare la loro tesi affermando, spesso per compiacenza, che la legge di Dio non si applica quando si tratta della vita. La loro posizione ricorda molto quella di una ribelle creatura angelica che circa 2.600 anni fa dichiarò con sfrontatezza: “Pelle per pelle. L’uomo darà tutto ciò che ha per la sua vita” (Giobbe 2:4). Ma si sbagliava, l’umile e ubbidiente Giobbe, oggetto della controversia tra Geova Dio e Satana il Diavolo su questo argomento, mostrò che quest’ultimo era un bugiardo, e anche Gesù Cristo, con la sua condotta di fedele ubbidienza a Dio fino alla morte, ne diede notevole prova. Allo stesso modo sbagliano oggi gli uni e gli altri. Quando la morte s’avvicina non è il momento di vacillare o di volgere le spalle a Dio. È il momento di riporre completa fiducia in Colui che ha nelle sue mani il potere della vita (cfr. Salmo 36:9).
Pertanto i veri cristiani pur preoccupandosi della loro salute fisica, prima di tutto e più seriamente si preoccupano della loro salute spirituale e della posizione di cui godono dinanzi al Creatore. Sono consapevoli che l’unico sangue che salva la vita è il sangue versato in sacrificio da Cristo Gesù. Perciò esercitano fede nel valore del sangue sparso da Gesù e nella vita eterna che esso rende possibile. Credono con tutto il cuore che chi serve fedelmente Dio, anche se, malauguratamente, dovesse perdere la vita per sostenere la giustezza delle sue norme, sarà ricompensato con la vita eterna, come promise Gesù stesso dicendo: “Chi esercita fede in me, anche se muore, tornerà a vivere e chiunque vive ed esercita fede in me non morirà mai”. Appropriatamente Gesù concluse la sua dichiarazione chiedendo: “Tu ci credi?” (Giovanni 11:25,26).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013 (italiano 2017), edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XIX

         “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE”          1a parte

Levitico 17:11

Anteprima
William Blackstone, giurista e accademico britannico, docente della prestigiosa Università di Oxford, nel redigere il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, un modello di ordinamento giuridico (common law) diffuso in tutti i paesi anglofoni, i cui princîpi costituirono la base per la stesura della Costituzione degli Stati Uniti d’America, affermò che la vita è “l’immediato dono di Dio”. Tale dichiarazione concordava pienamente con quanto aveva scritto, circa 2.700 anni prima, un ispirato scrittore biblico, il re Davide, il quale rivolgendosi a Dio disse: “Tu sei la fonte della vita” (Salmo 36:9). Perciò, anche se, per nascita, veniamo in possesso di questo dono senza chiederlo, ciò nondimeno, ne siamo considerati responsabili dalla sua divina Fonte. Siamo quindi chiamati a vivere in modo degno di questo sacro dono, responsabilità che la stragrande maggioranza del genere umano purtroppo non ha adempiuto.
Fin dall’inizio della sua storia l’uomo non ha mostrato rispetto per il dono della vita. È una storia piena di delitti, violenza, guerre, immoralità, vizi e pratiche degradanti, teorie e concetti che hanno considerato l’uomo come un prodotto animale negandogli la dignità che gli spetta come creazione di Dio, fatto a “sua immagine”, cioè dotato dei suoi stessi attributi, quali  giustizia, amore, sapienza e potenza  che lo appartarono da tutte le altre forme di vita terrena affinché potesse esercitar dominio su di loro e rappresentare visibilmente il suo Creatore sulla terra. (cfr. Genesi 1:27,28).
Tutte queste nefandezze hanno indotto molti a considerare la vita come qualche cosa di poco valore anziché un prezioso dono di cui prendersi cura. Tuttavia il nostro amorevole Creatore, Geova Dio, non ci ha abbandonato ad un triste destino. Mediante la sua Parola scritta, la Bibbia, ci ha spiegato qual è il vero significato della vita facendoci conoscere la verità riguardo alla sua origine, al suo scopo, alle sue prospettive future. Ci ha dato anche buoni consigli, norme e sani princîpi atti a migliorare di molto la nostra salute mentale e fisica facendoci evitare azioni e pratiche che danneggiano la vita. Perciò ci ha rivolto questo caloroso invito: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).

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L’inizio della storia umana fu contrassegnato da una grande tragedia familiare che coinvolse i primi due figli di Adamo ed Eva, la prima coppia umana. Si chiamavano Caino, il primogenito, e Abele (cfr. Genesi 4:1,2). Crescendo, Caino divenne agricoltore e Abele divenne pastore. Certamente, messi al corrente dei fatti che avevano portato alla cacciata dei loro genitori dal giardino di Eden, provavano entrambi tutta la frustrazione che derivava dall’impronta dell’imperfezione che avevano ereditato da quella coppia ribelle. Perciò cercavano di ottenere il favore di quel Dio di cui avevano sentito parlare offrendogli in sacrificio i prodotti delle loro attività: Caino “presentò dei prodotti della terra” mentre Abele “presentò dei primogeniti del suo gregge, incluso il loro grasso”. Ma le loro offerte produssero risultati diversi perché “Geova guardò con approvazione Abele e la sua offerta,ma non guardò con alcuna approvazione Caino e la sua offerta” (cfr. Genesi 4:3-5).
Sui motivi di tale differenza il racconto non dice molto, comunque gli ispirati scrittori cristiani diedero alcune spiegazioni. In Ebrei 11:4, ad esempio, si legge: “Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio di valore maggiore di quello di Caino, e grazie a tale fede ebbe la conferma di essere giusto, perché Dio approvò i suoi doni”; Abele si avvicinò a Dio mostrando di avere fede nella sua promessa di produrre un “seme” che avrebbe “schiacciato la testa” al simbolico serpente, Satana il Diavolo ed ebbe la sua approvazione (cfr. Genesi 3:15; Rivelazione o Apocalisse 12:9). E Caino? In 1Giovanni 3:12 si legge: “Caino ebbe origine dal Malvagio e uccise suo fratello. E per quale motivo lo uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste”. Il racconto di quegli avvenimenti, infatti, riporta la sua reazione: “Caino si infuriò e si sentì avvilito”; perciò Geova gli disse: “Se cambi atteggiamento e agisci bene, non otterrai di nuovo la mia approvazione? Ma se non cambi atteggiamento, il peccato è in agguato davanti alla porta, ansioso di prendere il sopravvento su di te. E tu, riuscirai a dominarlo?” (Genesi 4:5-7). Egli divenne geloso del successo di suo fratello e non ascoltò il consiglio di Dio di fare il bene; spinto dalla gelosia non riuscì a padroneggiarsi e “mentre erano nei campi Caino aggredì suo fratello Abele e lo uccise” (Genesi 4:8).
è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” – Atti 17:25
Rivolgendosi a Caino dopo il suo delitto Dio gli disse: “Che cosa hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). È a questo punto, quindi, che Geova Dio rivelò per la prima volta la stretta relazione che intercorre tra la vita e il sangue, nonché la loro santità, o sacralità. A conferma di ciò, nella sua ispirata Parola fece poi scrivere: “la vita della carne è nel sangue” (Levitico 17:11). Così Dio attribuì un valore al sangue, riservandolo come sacro. Ai suoi occhi il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio (cfr. Ebrei 12:24).
La sacralità della vita, e del sangue che la rappresenta, è uno dei fondamentali pricìpi sostenuti e insegnati dalla Bibbia. L’ispirato autore del Salmo 36:9 scrisse: “Tu sei la fonte della vita”. Circa mille anni dopo anche un ispirato scrittore cristiano riferendosi a Dio affermò: “è lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25). Dunque la vita di ogni essere umano ha origine da Dio, è un suo prezioso dono, perciò è sacra!
Che Geova considera la vita come qualcosa di sacro, da non sciupare lo si capisce dalle sue ripetute condanne dell’omicidio e dei sentimenti che spesso portano a commetterlo. Il sesto dei dieci comandamenti che diede alla nazione di Israele diceva esplicitamente: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13*). Coerentemente, quando gli israeliti si stabilirono nella terra promessa Dio raccomandò loro “Non dovete contaminare il paese nel quale vivete, perché il sangue contamina il paese e non ci può essere espiazione per il sangue che vi è stato sparso se non mediante il sangue di colui che l’ha sparso” (Numeri 35:33). Perciò il profondo rispetto per il dono della vita influisce sul modo in cui gli uomini impiegano la propria vita ed è un fondamento di vera pace e sicurezza.
il sangue contamina il paese” – Numeri 35:33
Purtroppo nel corso della sua storia il genere umano non ha mostrato tale rispetto. Ciò ha prodotto violenti guerre inducendo molti a divenire incalliti e insensibili verso la sofferenza umana e la perdita della vita, con gran spargimento di sangue. Un noto giornalista e storico militare canadese ha scritto: “La guerra è una delle principali istituzioni della civiltà dell’uomo, e la sua storia è lunga quanto quella della civiltà” (Gwynne Dyer, War). Per secoli uomini e nazioni hanno parlato di pace, discusso di pace, firmato centinaia di trattati di pace, tuttavia hanno continuato a inventare e produrre armi di distruzione da usare nelle loro guerre. Spesso i paesi che finanziano le conferenze per la pace sono proprio i maggiori produttori di armi. I forti interessi commerciali che ci sono in questi paesi promuovono la produzione di armi micidiali, tra cui diaboliche mine terrestri che uccidono o mutilano ogni anno migliaia di civili, fra adulti e bambini. Alla base di tutto questo ci sono l’avidità e la corruzione. Tangenti e mazzette sono una costante del traffico internazionale di armi. Molti politici si arricchiscono così.
Le disastrose guerre combattute in ogni tempo hanno causato la perdita di milioni e milioni di vite umane, una perdita irrimediabile dal punto di vista umano perché nessun uomo può ridonare la vita una volta che è stata perduta. Nel dicembre 1995 Joseph Rotblat, fisico polacco e premio Nobel per la pace ha voluto indicare la soluzione del problema dicendo: “Il solo modo per impedire una nuova corsa agli armamenti è abolire completamente la guerra”. Quanto lutto e dolore il genere umano avrebbe potuto risparmiarsi se avesse dato ascolto a questo consiglio biblico scritto circa 2.700 anni fa: “Venite, saliamo al monte di Geova, alla casa dell’Iddio di Giacobbe. Egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo nei suoi sentieri” … Egli sarà giudice fra le nazioni e metterà le cose a posto per molti popoli. Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falcetti per potare. Le nazioni non alzeranno la spada l’una contro l’altra, né impareranno più la guerra” (Isaia 2:3,4). Nel tempo solo un limitato numero di persone ha messo in pratica questo consiglio, anche se il più delle volte è costato loro la vita. Tutt’oggi solo un gruppo di fedeli servitori di Geova Dio ha fatto di questo consiglio uno stile di vita, per questo pur appartenendo a varie nazioni, razze e lingue della terra, si rifiutano di imparare a fare la guerra e di impugnare le armi contro chiunque altro, considerandolo appartenente alla stessa famiglia umana. Né conoscete qualcuno?
Egli ci insegnerà le sue vie” –Isaia 2:3
E che dire del danno causato dal razzismo? Un tema, purtroppo sempre più attuale. Wen-Shing Tseng, fondatore e presidente dell’Associazione Mondiale di Psichiatria Culturale, nel suo Manuale di psichiatria culturale ha scritto che i sentimenti di superiorità razziale hanno “fornito una giustificazione ideologica alla conquista coloniale delle terre e alla schiavitù degli individui considerati ‘inferiori’”. Per questo motivo nei secoli passati circa 11 milioni e mezzo di persone furono deportati come schiavi da un continente all’altro; molti di essi persero la vita durante il trasferimento o a causa del duro lavoro a cui vennero obbligati. Nazionalismo, tribalismo, l’idea che una nazione, razza o tribù sia superiore alle altre, odi profondi repressi per secoli in questo tempo stanno tornando a galla per alimentare altre guerre e altri conflitti. Federico Mayor, direttore generale dell’UNESCO dal 1987 al 1999, in merito a questa tendenza già a suo tempo affermò: “Anche dove un tempo prevaleva la tolleranza, si sta notando una maggiore tendenza alla xenofobia, e si odono sempre più spesso dichiarazioni scioviniste o razziste che parevano ormai superate”. Il risultato di allora? Gli orrendi massacri nell’ex Iugoslavia e il tribale bagno di sangue nel Ruanda. Tale tendenza oggi ha raggiunto picchi incontrollabili, non passa giorno senza notizie di perdita di vite umane a causa del nazionalismo e del razzismo. Anche in questo caso quanto dolore e lutto il genere umano poteva risparmiarsi dando ascolto al punto di vista biblico che afferma: “Dio non è parziale,ma in ogni nazione accetta chi lo teme e fa ciò che è giusto”; “Da un solo uomo ha fatto ogni nazione degli uomini perché vivano sull’intera superficie della terra, e ha fissato i tempi stabiliti e definito i confini entro cui gli uomini devono abitare” (Atti 10:34,35; 17:26).
Cinquant’anni fa, il 28 agosto 1963, Martin Luther King, leader americano del movimento per i diritti civili, pronunciò nel suo discorso più famoso queste parole: “I have a dream” (Ho un sogno). Con quella frase espresse il suo sogno: la speranza che un giorno la gente potesse vivere in una società libera dal pregiudizio razziale. Finora quel sogno non si è realizzato, perché? La Bibbia ce lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). L’uomo non ha la capacità di risolvere i problemi che lui stesso si crea. Ha bisogno di una guida che sia al di sopra dell’ideologia, dell’egoismo, dell’avidità intrinseca nella sua personalità imperfetta. Geova Dio ci ha dato questa guida, è la sua Parola scritta, la Bibbia. Mettendone in pratica i princìpi oggi milioni di persone in tutta la terra hanno superato ogni divisione nazionalistica e razziale considerandosi parte di una fratellanza mondiale.

Video tratto da JW Broadcasting (https://www.jw.org/it/pubblicazioni/video/#it/mediaitems/VODActivitiesSpecialEvents/docid-502012383_1_VIDEO)
Periodicamente in tutto il mondo milioni di persone affluiscono in stadi, sale congressi e vari luoghi di raduno. Appartengono ad ogni nazione, razza, ceto sociale e sono di ogni età, dagli adolescenti alle persone più anziane. Senza alcun pregiudizio siedono l’una accanto all’altra, si stringono la mano, si abbracciano, si scambiano gentilezze. Per quale motivo si radunano? Per essere ammaestrate per mezzo della Parola di Dio. Hanno imparato attraverso il suo studio a conoscere il valore educativo della Bibbia e ne apprezzano la sapienza, la semplicità e la sua capacità di cambiare in meglio la loro vita. Lo studio della Parola di Dio le ha rese qualificate per appartenere ad una fratellanza internazionale, una fratellanza che non potrà mai essere infranta da divisivi interessi nazionali, razziali, sociali o religiosi, che li ha uniti come una sola persona in un vincolo indissolubile, un vero miracolo moderno, opera dell’ispiratore della Bibbia, Geova Dio, come è scritto: “saranno istruiti da Geova, e grande sarà la pace” (Isaia 54:13). Quindi è vero che: “Godono di pace in abbondanza quelli che amano la tua legge; niente può farli inciampare” (Salmo 119:165).
l’uomo non è padrone della sua via” – Geremia 10:23
L’aborto, cioè l’interruzione della vita di un nascituro, è uno degli argomenti più scottanti del nostro tempo, e alimenta infuocati dibattiti di carattere politico, sociale, medico e teologico. In ogni parte della terra i sostenitori del “movimento per la vita” si battono per i diritti dei nascituri. In contrasto il “movimento per la libertà di scelta” si trincera dietro la libertà e il diritto di scelta da parte della donna. I due fronti opposti si danno battaglia alle elezioni, nelle aule dei tribunali, nelle chiese, addirittura nelle strade. Milioni di persone vengono coinvolte in questo tiro alla fune, confuse dagli argomenti appassionati di entrambe le parti. Secondo dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 1995 al 2003 nel mondo sono stati praticati 41,6 milioni di aborti. C’è però da considerare che tale dato non tiene conto degli aborti effettuati illegalmente (http://www.le scienze.it/news/2007/10/12/news/l_oms_fa_il_punto_sull_aborto-581498/). Nel nostro paese, che vanta “radici cristiane” e in cui il 96% della popolazione dichiara di essere “cristiana”, da quando è entrata in vigore la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza sono stati eseguiti circa sei milioni di aborti legali (http://www.centrodiaiutoallavitadicassino.it/da-sapere/i-numeri-dell-aborto-in-italia/).
La facoltà di tramandare la vita è un grande privilegio che ci è stato dato dal nostro Creatore. Alla prima coppia umana disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Genesi 1:28). Pertanto la cosa importante non è il modo in cui gli uomini considerano la questione, ma ciò che al riguardo dice Dio, il Datore della vita. Qual è, dunque, il suo punto di vista? Uno scrittore di salmi fu da Dio ispirato a scrivere: “Tu formasti i miei reni; mi tenesti al riparo nel grembo di mia madre.Ti lodo perché sono fatto in maniera meravigliosa, straordinaria. Meravigliose sono le tue opere, come io so molto bene.Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui fatto nel segreto, quando fui intessuto nelle profondità della terra.I tuoi occhi mi videro perfino quando ero un embrione; nel tuo libro ne erano scritte tutte le parti – pure i giorni in cui si sarebbero formate – ancor prima che ne esistesse una sola” (Salmo 139:13-16). A conferma di ciò, Geova disse a un altro ispirato scrittore biblico: “Prima che io ti formassi nel grembo ti conobbi, e prima che tu nascessi ti consacrai” (Geremia 1:5).
Si, l’interesse di Dio alla vita umana comincia prima della nascita, fin dal momento del suo concepimento. Questo è del tutto in armonia con i fatti, come documenta una nota enciclopedia, la quale afferma che proprio al tempo del concepimento “comincia la storia dell’individuo, come entità distinta e biologica” (Encyclopædia Britannica – 1959, Vol. 7, pag. 110). Quanto Geova Dio ritiene preziosa la vita del nascituro e la sua protezione è ulteriormente attestato da una norma della Legge che diede al popolo di Israele. Vi era scritto: “Se lottando tra di loro degli uomini urtano una donna incinta e lei partorisce prematuramente ma non ci sono conseguenze fatali, il responsabile dovrà pagare i danni secondo quanto gli imporrà il marito della donna; e dovrà pagare tramite i giudici.Ma se ci sono conseguenze fatali, allora devi dare vita per vita” (Esodo 21:22,23). Pertanto, se in una lotta fra due uomini, una donna incinta era ferita o ne risultava un aborto, si dovevano applicare rigorose pene. In caso di procurato aborto chi causava l’incidente doveva essere messo a morte. È quindi chiaro che Dio considera sacra la vita fin dal momento del concepimento e chiede conto a chi volontariamente la sopprime (cfr. Giobbe 31:13-15).
D’altra parte, il profondo rispetto per la volontà di Dio riguardo alla vita del nascituro reca vero beneficio. Rende i genitori pienamente responsabili della vita che sta per nascere e pone un freno alla promiscuità sessuale con tutti i suoi cattivi effetti, malattie veneree, gravidanze indesiderate, figli illegittimi, famiglie divise e tensione mentale a causa di coscienza impura. Tutto questo contribuisce alla pace familiare e sociale.
Cosa potrò rispondergli quando mi chiederà conto?” – Giobbe 31:14
“Non ho chiesto io di venire al mondo”, oppure “la vita è mia e ci faccio quello che mi pare”. Non so a voi, ma a me è capitato più volte di sentire frasi come queste. Chi ragiona in questo modo non pensa di dover dar conto a qualcuno, e specialmente a Dio, del modo in cui impiega la propria vita. E spesso quando accade qualcosa di spiacevole queste stesse persone danno la colpa a Dio per non aver fatto nulla per evitare che accadesse. A questi, ma anche a noi tutti, la Bibbia dice: “vi esorto … a presentare il vostro corpo in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio … smettete di farvi modellare da questo sistema di cose, ma siate trasformati rinnovando la vostra mente, così da accertarvi della volontà di Dio, di ciò che è buono, perfetto e gradito a lui” (Romani 12:1,2). Come si può notare ancora una volta viene messo in risalto il princìpio di santità che dovrebbe indurci a mostrare rispetto per il dono della vita. In quali altri modi si può mettere in pratica questo consiglio? Esaminiamone alcuni alla luce delle norme bibliche.
In Proverbi 23:20,21 si legge: “Non essere fra quelli che bevono molto vino e fra quelli che si ingozzano di carne,perché lubriacone e lingordo si ridurranno in povertà”. Qui viene raccomandata la moderazione nel mangiare e nel bere. Ad esempio, bere un buon bicchiere di vino non è sbagliato, viene raccomandato anche nella Bibbia (cfr. 1Timoteo 5:23). Quello che la Parola di Dio condanna è l’abuso o l’ubriachezza. E con buona ragione! L’ubriachezza nuoce al corpo, fa agire le persone in maniera insensata e può anche renderle pericolose per altri. Secondo un report dell’Istituto Superiore di Sanità, l’abuso di alcol è la causa di oltre 200 diverse malattie e incidenti che causano ogni anno numerosi morti e feriti ed è classificato come il terzo fattore di rischio di malattia e morte prematura, dopo il fumo e l’ipertensione. L’elevato livello di consumo di alcol rilevato nella Regione europea dell’Oms ha portato nel corso degli anni a un incremento di decessi attribuibili al consumo di bevande alcoliche a causa di patologie croniche (come la cirrosi epatica, le malattie cardiovascolari e il cancro) e a cause di morte violente (incidenti stradali, omicidi e suicidi).
Spesso ciò che spinge le persone verso l’alcolismo è il deprimente effetto della situazione mondiale. Le sue guerre, i suoi delitti, la sua inflazione e la sua povertà, la sua tensione e le sue pressioni contribuiscono a rendere assillanti i problemi personali e con il tempo distruggono la dignità e lo scopo nella vita delle persone che ne diventano vittime. E nello sforzo di sfuggire ai problemi della vita, sempre più persone ricorrono anche alle droghe. Molti cercano piacere usando droghe “forti” come eroina, cocaina, cannabis, anfetamine e altre diavolerie del genere. Secondo l’ Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, nel mondo ci sono attualmente circa 270 milioni di consumatori di droghe. L’uso di queste droghe li conduce facilmente alla perdita di padronanza di sé, dando luogo a effetti simili a quelli che si vedono in una persona ubriaca. La vendita illecita delle droghe è una delle maggiori fonti di entrata per la delinquenza organizzata e molti consumatori iniziano essi stessi a delinquere, commettendo furti, dandosi alla prostituzione o divenendo spacciatori, per mantenere il vizio. Migliaia di famiglie in cui un componente diviene un drogato vengono letteralmente sconvolte e le madri incinte trasmettono il vizio ai loro bambini, che a volte muoiono subendo le agonie dell’astensione. Chi ha riguardo per la propria vita e desidera impiegarla in armonia con la volontà di Dio di sicuro non vorrà avere nulla a che fare con tale pratica.
C’è un altro aspetto del vizio di usare droghe che viene sottovalutato ma che ha a che fare con la mancanza di rispetto per il dono della vita: è l’uso del tabacco e, in alcuni paesi, della noce di betel e delle foglie della pianta di coca. Una gran quantità di persone fuma sigarette o prodotti simili o mastica tabacco, noce di betel o foglie di coca, pur sapendo che questi prodotti danneggiano il corpo e la mente. Come già accennato tale pratica è classificata al primo posto come fattore di rischio di malattia e morte prematura. Milioni e milioni di persone in tutta la terra ogni anno si ammalano e muoiono di cancro polmonare, disturbi cardiaci, bronchite ed enfisema connessi con il vizio del fumo. Nonostante ciò tutte queste persone continuano a fumare. Perché?
La Bibbia, fra l’altro, mette tale pratica in relazione con una attività in antitesi al princìpio della santità della vita, quella demonica. Questo perché il vizio del fumo rende dipendenti di una delle sostanze che creano più dipendenza: la nicotina, la componete di droga del tabacco, e prepara la via per cadere sotto la sfera di influenza dei demoni, cioè di esseri spirituali malvagi il cui scopo è controllare la mente delle persone per spingerle verso la rovina fisica e spirituale. Al tempo in cui venne scritta la Bibbia le droghe erano conosciute per il loro legame con la magia, la stregoneria, lo spiritismo. Infatti, un noto dizionario biblico osserva: “Nella stregoneria l’uso delle droghe, sia semplici che potenti, fu in genere accompagnato da incantesimi e ricorso ai poteri occulti … per fare impressione al richiedente con le risorse e i poteri misteriosi dello stregone” (Expository Dictionary of New Testament Words, di William Edwy Vine). Riguardo al capo dei demoni, e quindi alla loro indole, la Bibbia avverte: “Lui fu omicida fin dal principio” (Giovanni 8:44). Le morti causate dal vizio del fumo l’attestano! Perciò la Bibbia ci aiuta ad avere il giusto punto di vista sull’argomento quando dice: “Se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui al quale ubbidite” (Romani 6:16). Quando i pensieri e le azioni di una persona sono dominati dal forte desiderio di tabacco, presto questa diventa schiava di tale pratica degradante. Non viene corrotto il corpo ma anche lo spirito, ovvero l’ inclinazione mentale dominante di chi ne diviene schiavo. Perciò l’esortazione biblica è: “purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, operando per raggiungere la piena santità nel timore di Dio”, perché “chi pratica tali cose non erediterà il Regno di Dio” (2Corinti 7:1; Galati 5:20).

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MOSTRIAMO RISPETTO PER LA VITA

  • Non togliendo la vita a un nascituro
  • Abbandonando le abitudini impure
  • Sradicando dal cuore ogni forma di odio o pregiudizio per i nostri simili
Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene” – Isaia 48:17
Quelli sopra esposti sono solo alcuni esempi della netta superiorità dei princìpi e delle norme morali della Bibbia che, se non ci fossero altre prove di autenticità come, ad esempio, quelli esposti nei post precedenti, basterebbero a distinguerla come prodotto della mente divina. Mediante il suo profeta Isaia, già circa 2.700 anni fa Dio fece scrivere: “Io, Geova, sono il tuo Dio, colui che ti insegna per il tuo bene, colui che ti guida lungo la via in cui devi camminare. Se solo prestassi attenzione ai miei comandamenti! Allora la tua pace diverrebbe proprio come un fiume, e la tua giustizia come le onde del mare” (Isaia 48:17,18). Mediante la Bibbia Geova Dio ci istruisce sul miglior modo di vivere la nostra vita per evitare molti guai che il permissivismo umano causa. I princìpi basilari della Bibbia non sono difficili da capire. Tuttavia non sono né semplici luoghi comuni né materia d’interesse puramente teorico. Sono verità profonde ed essenziali che se messe in pratica “rendono saggio l’inesperto” contribuendo a migliorare di molto la salute mentale e fisica della popolazione della terra (cfr. Salmo 19:7). Sul risultato di questa scelta Geova stesso dice: “Figlio mio, presta attenzione a ciò che ti dico; ascolta attentamente le mie parole. Tienile sempre davanti agli occhi e custodiscile nel profondo del cuore, perché significano vita per chi le trova e salute per il suo intero corpo” (Proverbi 4:20-22).
Ma il tema scelto per questo post è “LA VITA DELLA CARNE È NEL SANGUE” ed è basato sul versetto di Levitico 17:11. Il contesto di questo versetto richiama un importante aspetto in cui si deve mostrare rispetto per la santità della vita che, per la particolare importanza che ha assunto nei nostri giorni, merita di essere considerato a parte ….

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(*) – Alcune traduzioni usano la parola “uccidere” in Esodo 20:13 anziché “assassinare”. Ma il termine “uccidere” non rende esattamente il pensiero di Dio. L’ispirato scrittore biblico di Esodo infatti usa la parola trəṣā. Riguardo a questo termine il lessico di parole ebraiche di James Strong dichiara: “trəṣā … specialmente assassinare” (Strongs Exhaustive Bible Concordance – H7523). Spiegandone, quindi, il senso un noto dizionario afferma: “uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Third New International Dictionary di Merriam-Webster). Questo caso era diverso dall’omicidio involontario o accidentale o dipendente dall’esecuzione di una condanna emessa a carico di un assassino volontario. In tal caso l’uccisione di una persona non era considerato un assassinio, non violava il sesto comandamento (cfr. Numeri 35:6-31).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVIII

“IO SONO GEOVA. COLUI CHE ESERCITA … DIRITTO E GIUSTIZIA SULLA TERRA”

Geremia 9:24

Anteprima
Thomas Jefferson, 3° Presidente degli Stati Uniti, considerato uno dei padri fondatori della nazione Americana, in una circostanza affermò: “la giustizia è istintiva e innata … fa parte della nostra costituzione fisica quanto i sentimenti, la vista o l’udito”. Si, ogni essere umano desidera essere trattato con giustizia. Per soddisfare tale bisogno nel corso della loro storia gli uomini hanno scritto centinaia di migliaia di norme atte a regolare ogni aspetto della loro vita ma, nonostante le buone intenzioni, non è mai riuscito ad appagare pienamente il proprio desiderio di giustizia. Perché? La Bibbia lo spiega così: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi” (Geremia 10:23). C’è una incapacità innata che impedisce agli uomini di esercitare diritto e giustizia, questa è data dalla sua imperfezione acquisita dopo la ribellione contro il suo Creatore e le sue norme di giustizia. Perciò un antico uomo di fede, sotto ispirazione divina, scrisse riguardo all’operato degli uomini: “hanno agito rovinosamente … è il loro proprio difetto” (Deuteronomio 32:5).
L’uomo non fu fatto dal suo Creatore per agire indipendentemente da Lui. Ha bisogno della sua guida per avere successo e felicità. La sventurata condizione in cui l’uomo si è venuto a trovare per aver rifiutato le giuste vie di Dio venne così descritta da un altro uomo di fede: “Tutta la creazione continua a gemere insieme e ad essere in pena insieme fino ad ora” (Romani 8:22). Molti di questi ‘gemiti’ e ‘pene’ sono stati causati dalla mancanza di giustizia fra gli uomini. Invece riguardo la nostro Creatore, Geova Dio, è detto che “ama giustizia e diritto” e che “tutte le sue vie sono giustizia” (cfr. Salmo 35:5; Deuteronomio 32:4). La Bibbia contiene molte prove che Geova “è colui che esercita … diritto e giustizia sulla terra” (Geremia 9:24). In essa vi è incorporato un codice di leggi che Dio diede al popolo di Israele in qualità di suo Governante e Legislatore, dopo la sua liberazione dalla schiavitù egiziana, che per sapienza ed equa applicazione della giustizia si è dimostrato superiore a qualsiasi altra norna scritta dall’uomo. Nel contempo la genuinità e il successo della Legge divina provano che la Bibbia è davvero un libro superiore, è Parola di Dio e non dell’uomo, è il regalo perfetto che Geova fatto alle sue creature umana per aiutarle ad affrontare le difficoltà derivanti dalla sua innata imperfezione (cfr. Giacomo 1:17).
Nel post che segue vengono presi in esame due esempi di come la giustizia divina può garantire la pace sociale nonché il rispetto e la dignità della vita umana.

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“Nulla avviene fra gli uomini che non sia in nome del diritto, nulla senza invocare la giustizia” – Pierre-Joseph Proudhon, uomo politico, pensatore ed economista francese del XIX secolo
“Che il Signore vi strafulmini tutti”. Così scrive sul suo blog una scrittrice che si dichiara atea (cfr. http://www.ritapani.it/che-il-signore-vi-strafulmini-tutti/). A chi si riferisce? A tutti quei “cristiani”, a suo parere ipocriti, che si scambiano il segno di pace in chiesa ma poi si disinteressano dei poveri derelitti della terra cavalcando sentimenti razzisti e xenofobi. C’è una frase che mi ha particolarmente colpito delle sue esternazioni, quando afferma “Dio non esiste, purtroppo … e a me un poco dispiace. Mi piacerebbe se fosse come lo descrivono i cristiani … un Dio vendicativo, uno di quelli che le mani te le brucia appena tieni un rosario in mano, che ti invia la punizione divina appena ne nomini il nome invano, appena compi un atto aberrante del quale un domani dovrai rendere conto”.
Traspare da queste parole il desiderio, si, di una giustizia divina contro tutte le ipocrisie, le “buffonate”, come le definisce lei, le menzogne e gli atti di crudeltà commessi da dette persone, ma appare, purtroppo, anche una concezione della giustizia di Dio come mera applicazione della punizione per la trasgressione, un semplice atto aspro e inflessibile contro la violazione di una legge o di un principio. Un concetto, questo, figlio della stessa ignoranza di cui la scrittrice accusa gli ipocriti cristiani: quella di chi ‘non sa leggere e comprendere le scritture’.
Forse vi chiederete cosa c’entra questo argomento con il tema di questa serie di post, LA BIBBIA:PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? Nel libro biblico dei Proverbi, al capitolo 16, verso 25, si legge: “Esiste una strada che all’uomo sembra giusta, ma alla fine porta alla morte”. Cosa intese dire l’ispirato scrittore del libro? Nient’altro che la maggioranza delle persone si preoccupa della giustizia solo nel contesto di ciò che ritiene retto dal proprio punto di vista, ignorando spesso anche i più elementari bisogni degli altri. La Bibbia le descrive in questo modo: “hanno zelo per Dio, ma non secondo una conoscenza accurata, perché, non conoscendo la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). Tali persone in genere appoggiano solo a parole le leggi e le norme del paese in cui vivono ma cercano di aggirarle ogni qualvolta sia possibile a favore dei propri interessi, con il risultato di una società divisa, confusa e perplessa mentre per il bene comune, per la pace e la sicurezza dell’intera famiglia umana, abbiamo urgente bisogno di una legge o di una norma giusta e retta che sia accettata e rispettata da tutti. Ma nessuna legge o norma proposta da un uomo, per quanto sia intelligente o sincero, ha potuto soddisfare tale bisogno perché, come è ancora scritto: “l’uomo non è padrone della sua via. L’uomo che cammina non è padrone nemmeno di dirigere i suoi passi”, perché “non c’è nessun giusto, nemmeno uno; non c’è nessuno che sia saggio” sulla terra, “perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Geremia 10:23; Romani 3:10,23).
Pertanto, per trovare una norma che sia accettabile e utile per tutti dobbiamo rivolgerci a qualcuno che trascenda i confini razziali, culturali e politici e che non sia ostacolato dalla scarsa lungimiranza e dalla fragilità umana. Senza dubbio l’unico a essere qualificato è l’onnipotente Creatore, Geova Dio, che dichiara: “come i cieli sono più alti della terra, così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri dei vostri pensieri” (Isaia 55:9). Egli viene anche descritto come “un Dio di fedeltà che non è mai ingiusto; egli è giusto e retto” (Deuteronomio 32:4). Ma quali garanzie abbiamo che esiste una giustizia di Dio e che questa è superiore a qualsiasi norma o regola umana?
quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge?” – Deuteronomio 4:8
La storia, non solo biblica, attesta che nell’antichità Geova Dio scelse un popolo tra tutti quelli che erano sulla terra, la nazione di Israele discesa dai patriarchi Abraamo, Isacco e Giacobbe, con il quale potesse stabilire un modello di governo basato sulla giustizia e sul diritto. Questo popolo era sottoposto a dura schiavitù dalla potenza mondiale allora dominante, l’Egitto. Dio lo liberò con la sua potenza e lo portò attraverso il deserto a risiedere in terra di Canaan in base a un’antica promessa fatta al suo capostipite (cfr. Genesi 15:18-20 *). Subito dopo la liberazione, si pose la questione del governo della nazione. Come sarebbe stata governata?
Mentre gli israeliti erano accampati ai piedi del Sinai, Dio rivolse loro queste parole: “Voi stessi avete visto quello che ho fatto agli egiziani per portarvi su ali d’aquila e condurvi da me. Ora, se ubbidirete scrupolosamente alla mia voce e rispetterete il mio patto, diventerete fra tutti i popoli la mia speciale proprietà; l’intera terra infatti appartiene a me. Voi diventerete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Come risposta  tutto il popolo disse: “Siamo pronti a fare tutto quello che Geova ha detto” (Esodo 19:4-6,8). Fu così costituita una teocrazia, Geova Dio stesso sarebbe stato il loro Governante e Legislatore, nonché il loro Giudice supremo (cfr. Isaia 33:22). A questo scopo diede agli israeliti un codice giuridico e stabilì su di essi uomini fidati che ne garantissero l’osservanza.
Quel codice era il più completo codice di leggi posseduto da qualsiasi nazione antica, e non faceva alcuna distinzione fra legge civile e legge penale, entrambe si fondevano con le leggi morali e religiose. I Dieci Comandamenti ne costituivano l’ossatura; a questi furono aggiunti altri 600 circa fra leggi, statuti, regolamenti e decisioni giudiziarie con i quali regolava nei minimi particolari i rapporti dell’uomo con Dio e con il prossimo. Questo fatto è davvero eccezionale se si fa il raffronto con codici moderni che sono costituiti da migliaia di leggi; solo per fare un esempio, alla fine del XX secolo le leggi federali degli Stati Uniti riempivano oltre 150.000 pagine di codici e ogni due anni si aggiungono circa 600 altre leggi. Quindi in termini di voluminosità, la montagna di leggi umane fa apparire minuscola la Legge di Dio, eppure quel codice guidava gli israeliti in aspetti della vita che le leggi moderne non prendono neanche in considerazione. Roland Guérin de Vaux, un sacerdote domenicano che diresse l’Ecole Biblique, una scuola teologica cattolica francese a Gerusalemme, e apprezzato biblista, nel suo libro Institutions de l’Ancien Testament (Le Istituzioni dell’Antico Testamento) ha scritto al riguardo: “La legge israelitica, nonostante tutte le rassomiglianze di forma e di contenuto, differisce fondamentalmente dalle clausole dei ‘trattati’ e dagli articoli dei ‘codici’ orientali: è una legge religiosa … Nessun codice orientale è paragonabile con la legge israelitica, riferita tutta intera a Dio come a suo autore. Se contiene e mescola spesso prescrizioni etiche e rituali, è perché riguarda tutto il campo dell’Alleanza divina, la quale regola non soltanto i rapporti degli uomini con Dio, ma anche quelli degli uomini tra di loro”. Non c’è quindi da meravigliarsi se Mosè, il mediatore e primo garante dell’osservanza di quel patto tra Geova Dio e gli israeliti, dicesse ai suoi connazionali: “quale grande nazione ha giuste norme e decisioni giudiziarie come tutta questa Legge che oggi metto davanti a voi?”  (Deuteronomio 4:8).
Devi scegliere tra il popolo uomini capaci che temono Dio” – Esodo 18:21
Gli uomini incaricati di far rispettare quel codice dalla popolazione erano scelti sotto la guida di Dio e il criterio seguito nella scelta era quello stabilito mentre la nazione era in cammino attraverso il deserto, cioè: “uomini capaci che temono Dio, uomini fidati che odiano il guadagno disonesto” (Esodo 18:21). Da questi uomini Dio pretendeva saggezza e discrezione, onestà e imparzialità di giudizio, comandando loro: “dovete giudicare con giustizia fra un uomo e suo fratello o uno straniero residente. Non dovete essere parziali nel giudizio. Dovete udire il piccolo come il grande. Non vi dovete far intimidire dagli uomini” (Deuteronomio 1:16,17); “Non devi pervertire la giustizia, né essere parziale o farti corrompere con regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e distorce le parole dei giusti.Il tuo obiettivo devessere solo e soltanto la giustizia” (Deuteronomio 16:19,20); “Non devi maltrattare né opprimere lo straniero residente … e devi amarlo come te stesso, perché anche voi avete risieduto da stranieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22:21; Levitico 19:34); “Non devi fare preferenze per il povero né riservare un trattamento di favore al ricco” (Levitico 19:15). Dio diede loro anche questo monito: “State attenti a quello che fate, perché non giudicate per l’uomo ma per Geova; ed egli è con voi quando emettete un giudizio. Ora il timore di Geova sia su di voi. State attenti a come agite, perché presso Geova nostro Dio non c’è ingiustizia, né parzialità, né corruzione” (2Cronache 19:6,7).
Anche quando, durante la vita dell’ultimo giudice, Samuele, in Israele ci fu una crisi di governo perché gli israeliti, influenzati dalle nazioni nemiche circonvicine, tutte governate da re, pensarono di aver bisogno anch’essi di un re umano, Geova non abbandonò il suo progetto di giustizia teocratica. Pur acconsentendo alla richiesta del popolo, scelse personalmente i loro re. Di questi, infatti, sta scritto che sedevano “sul trono di Geova in Israele” (cfr. 1Cronache 29:23). Essi erano ancora soggetti  alla più alta volontà e alla direttiva governativa del vero Sovrano dello stato, il loro Dio, Geova. Affinché ciascuno di essi se lo ricordasse, Dio diede loro questo comando: “Quando si insedia sul trono del suo regno, deve copiare per sé in un libro questa Legge custodita dai sacerdoti levitici. Deve tenerla con sé e leggerla tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere Geova suo Dio e a osservare tutte le parole di questa Legge e queste norme mettendole in pratica.Così il suo cuore non si esalterà al di sopra dei suoi fratelli e lui non devierà da questi comandamenti né a destra né a sinistra, in modo da rimanere a lungo a capo del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele” (Deuteronomio 17:19,20). Sì, Geova voleva che coloro che avevano l’autorità di giudicare nella sua teocrazia non si esaltassero né deviassero dalle sue giuste norme ma che le loro azioni fossero sempre conformi alla sua Legge.
Mi preme ora esaminare due aspetti emblematici che attestano come quella Legge era migliore di qualsiasi altra norma che gli uomini si sono dati nei secoli: uno nel campo della pace e della giustizia sociale, l’altro relativo alla giustizia penale. Riguardano, peraltro, due argomenti di grande attualità e, oltre a esaltare la superiorità della giustizia divina su quella umana, dimostrano come la Bibbia, che contiene quel codice, si può inconfutabilmente considerare “Parola di Dio” e non dell’uomo!
Il paese dev’essere ripartito … in proporzione al numero dei registrati” – Numeri 26:53-56
La disuguaglianza sociale e la povertà sono sempre state un problema devastante per l’intera società umana. Nel corso della sua storia hanno sempre causato terribili problemi: ribellioni, sommosse, guerre, forti immigrazioni, aumento della delinquenza, analfabetismo, fame, malattie, mortalità infantile e altre nefandezze del genere. Secondo dati UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia) e WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), oggi circa 2 miliardi di persone vivono in condizione di “povertà estrema”, tra questi circa 600 milioni di bambini. Lo scorso anno 6,9 milioni di bambini sotto i 5 anni, circa 800 ogni ora, sono morti in tutto il mondo per cause connesse con la povertà (malnutrizione, scarsità di cure, ecc.). Nonostante i continui sforzi internazionali per assistere le vittime, la situazione è in continuo peggioramento. Questo perché la causa principale di questi problemi, cioè la tendenza della gente, in particolare di quella appartenente alle classi più agiate, e dei governi a favorire e proteggere i propri interessi, è talmente insita nella natura umana da annullare ogni coscienzioso sforzo fatto al riguardo, quindi il risultato, come scrisse sotto ispirazione divina il saggio re Salomone, è che “l’uomo ha dominato l’uomo a suo danno” (Ecclesiaste 8:9).
L’antico Israele non fu immune da questi problemi. Dio infatti previde che, a causa dell’egoismo esistente in questo mondo, molti israeliti sarebbero divenuti poveri, mentre alcuni si sarebbero arricchiti e avrebbero voluto egoisticamente conservare le loro ricchezze a spese dei loro connazionali. Perciò comandò loro: “i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò ti do questo comandamento, e ti dico: ‘Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese’” (Deuteronomio 15:7-11). Come, quindi, Geova Dio affrontò il problema in qualità di governante e legislatore,?
Quando gli israeliti arrivarono nel paese di Canaan Egli diede a Mosè queste istruzioni: “Il paese dev’essere ripartito tra loro come eredità in proporzione al numero dei nomi elencati.Ai gruppi più grandi devi aumentare leredità e ai gruppi più piccoli devi ridurla. A ciascun gruppo devessere data leredità in proporzione al numero dei registrati.In ogni caso, il paese devessere ripartito a sorte. Riceveranno l’eredità secondo i nomi delle tribù dei loro padri.Ogni eredità sarà determinata a sorte e ripartita tra i gruppi più grandi e quelli più piccoli” (Numeri 26:53-56). Dunque a ciascuna delle 12 tribù che costituivano la nazione venne assegnato, a sorte, un territorio la cui espansione era adeguata al numero dei suoi componenti. Nel libro di Giosuè, nei capitoli da 13 a 21, potete leggere tutti i particolari di tale ripartizione. Alla fine Dio stabilì anche questo vincolo legale: “Nessuna eredità degli israeliti deve passare da una tribù all’altra, perché gli israeliti devono tenersi stretta l’eredità della tribù dei loro antenati.E ogni figlia che possieda uneredità tra le tribù dIsraele deve sposare un discendente della tribù di suo padre, così che gli israeliti restino in possesso dell’eredità dei loro antenati.Nessuna eredità deve passare da una tribù allaltra, perché le tribù dIsraele devono tenersi stretta la propria eredità” (Numeri 36:7-9). In questo modo si sarebbe evitato che gli appartenenti di una tribù potessero arricchirsi a danno di qualche altra tribù creando grandi latifondi che avrebbero minato l’unità della nazione e costretto la popolazione comune ad affollarsi nelle città.
Una volta definiti con precisione i confini delle tribù, si passò all’assegnazione, all’interno d’essi, degli appezzamenti di terra alle singole famiglie, cosa che non fu stabilita a sorte ma sotto la guida di un apposito comitato, composto dal Sommo Sacerdote, Eleazaro, da Giosuè, in qualità di rappresentante governativo di Dio, e dai capi principali delle 12 tribù (cfr. Numeri 34:16,29). Pertanto ogni singola famiglia ricevette un pezzo di terra atto a soddisfare le proprie necessità, la cui grandezza venne determinata in proporzione al numero dei componenti la famiglia, e ogni appezzamento venne delimitato da segnali di confine. Per legge fu quindi vietato qualsiasi spostamento dei segnali confine, chiunque l’avesse fatto sarebbe stato maledetto (cfr. Deuteronomio 19:14; 27;17).
il 50o anno … diventerà per voi un Giubileo: ognuno tornerà alla sua proprietà … alla sua famiglia” – Levitico 25:10
Poteva però accadere che a causa di rovesci finanziari un uomo era costretto a vendere la sua eredità terriera per pagare i debiti, oppure, a motivo di questi, una famiglia o qualche familiare doveva essere venduto schiavo a un vicino più prospero. Come fece Dio a controllare questa tendenza verso il dissesto familiare e nazionale? Nella sua Legge Geova decretò questo fondamentale princìpio: “La terra non si dovrà vendere su base permanente, perché la terra è mia. Infatti, dal mio punto di vista voi siete stranieri residenti e forestieri” (Levitico 25:23). Pertanto stabilì ciò che fu chiamato Giubileo, o anno del Giubileo che veniva celebrato ogni 50 anni (cfr. Levitico 25:10). Cosa accadeva quell’anno? Il decreto diceva “Se tuo fratello che vive accanto a te diventa povero e deve vendersi a te, non devi costringerlo a lavorare come schiavo.Devessere trattato come un lavoratore salariato, come un forestiero. Dovrà servire presso di te fino allanno del Giubileo.Allora ti lascerà, lui e i suoi figli con lui, e tornerà dalla sua famiglia. Dovrà tornare alla proprietà dei suoi antenati”. Perciò nell’anno del Giubileo ciascun uomo rientrava in possesso della sua eredità. La terra gli era restituita gratis e tutti gli ebrei che si erano venduti come schiavi erano liberati perché si ristabilissero nella parte di terra data loro da Dio (Levitico 25:28, 39-41).
La restituzione delle eredità terriere non era affatto un’ingiustizia verso quelli che le avevano acquistate né significava mostrare parzialità a favore dei poveri. La Legge di Dio infatti stabiliva una scala di valori fondiari calcolati in base al numero di anni rimasti fino al Giubileo (cfr. Levitico 25:15,16). Chi comprava la terra, quindi, pagava il suo uso e il valore dei raccolti fino al Giubileo e quando questo arrivava restituiva la terra al suo proprietario originale, in questo modo non perdeva nulla. Pertanto, grazie alla disposizione giubilare, i valori delle proprietà rimanevano stabili. Non c’era inflazione né c’erano le classi estremamente ricche e quelle estremamente povere. Nessuna famiglia restava povera in perpetuo. A ogni uomo, e a ogni famiglia, era accordata la giusta dignità umana.
In quanto alla terra stessa, poi, il Giubileo doveva essere un anno di riposo per essa. La Legge disponeva che ogni settimo anno era un anno sabatico per la terra, durante il quale doveva restare incolta. Così il quarantanovesimo anno era un anno sabatico, ma in aggiunta ad esso il cinquantesimo anno era altresì un anno sabatico per la terra, cosicché essa aveva un altro anno per riprendere vita (cfr. Numeri 25:1-12). In questo modo, non solo gl’israeliti avevano l’opportunità di rimettersi materialmente e ricominciare a vivere su nuove basi, in possesso della proprietà e allo stesso livello con i loro simili, ma anche la terra aveva l’opportunità di riprendere la sua forza produttiva. L’intera disposizione venne accettata da tutta la nazione perché risultò giusta e misericordiosa ed evitò qualsiasi violenta rivoluzione e spargimento di sangue per poter stabilire la pace e la giustizia sociale. Il corno del Giubileo diede quindi squilli di pace e di gioia in tutto il paese.

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La Legge data da Dio a Israele richiedeva una sicura applicazione della giustizia, ma prevedeva anche di mostrare compassione a quelli che erano nel bisogno. Ogni sette anni, nell’anno sabatico, tutti i debiti venivano annullati, perciò era anche chiamato “l’anno della remissione” o “del condono” (cfr. Deuteronomio 15:1,2). Inoltre, come sopra descritto,  nell’anno del Giubileo (il cinquantesimo) tutti i terreni ereditari che erano stati venduti venivano restituiti ai legittimi proprietari (cfr. Levitico 25:13), così anche se un uomo sperperava le sue sostanze, i suoi discendenti non perdevano per sempre l’eredità e questo dava stabilità all’intera nazione. I poveri erano ulteriormente tutelati dal provvedimento della “spigolatura”. In cosa consisteva?
non devi raccogliere la spigolatura della tua messe” – Levitico 19:9
La disposizione giubilare, però, non sempre venne osservata dalla popolazione. Israele si comportò spesso come “un popolo di collo duro”, come “una generazione ostinata e ribelle, una generazione dal cuore instabile e dallo spirito infedele a Dio”, restìo ad osservare quella Legge perfetta (cfr. Deuteronomio 9:13; Salmo 78:8). Come conseguenza la disuguaglianza e la povertà crebbero in mezzo alla nazione, tuttavia nella sua Legge Geova aveva stabilito un principio a salvaguardia del benessere dei singoli individui che ne sarebbero divenuti vittime. In Levitico 19:9,10 si legge: “quando mietete la messe della vostra terra, non devi mietere completamente l’orlo del tuo campo, e non devi raccogliere la spigolatura della tua messe. Inoltre non devi radunare i racimoli della tua vigna, e non devi raccogliere l’uva sparsa della tua vigna. Li devi lasciare per l’afflitto e per il residente forestiero”. Quindi, quando un agricoltore israelita raccoglieva la messe o i frutti del suo campo doveva permettere ai bisognosi di raccogliere quello che i mietitori lasciavano. Egli non doveva mietere i campi fino all’orlo né tornare a racimolare l’uva dopo la vendemmia o a raccogliere le olive rimaste sui rami dopo la bacchiatura né tornare a prendere i covoni di grano lasciati inavvertitamente nei campi (cfr. anche Deuteronomio 24:19)..
Questa era una disposizione amorevole a favore dei poveri, dei residenti forestieri, degli orfani e delle vedove. Ma ne beneficiava l’intera società israelita in quanto stimolava chi vi ricorreva a coltivare uno spirito operoso, perché la spigolatura era un lavoro duro in quanto obbligava a lavorare ore e ore sotto il sole per raccogliere il cibo per il giorno. Faceva sì che i poveri non soffrissero la fame e non diventassero un peso per la comunità e risparmiava loro l’umiliazione di dover mendicare o fare affidamento sulle elemosine. Lasciava poi liberi gli israeliti di decidere quanto lasciare per i bisognosi, ad esempio quanto larghe dovevano essere le fasce non mietute ai bordi dei campi. In questo modo insegnava agli agricoltori ad avere compassione e considerazione per chi era in difficoltà, incoraggiava la generosità e dava loro l’opportunità di mostrare gratitudine al loro Dio e Provveditore di buoni raccolti perché, come era scritto: “chi mostra favore al povero … glorifica il suo Fattore” (cfr. Proverbi 14:31).
darete ai leviti sei città di rifugio … perché vi fugga l’omicida” – Numeri 35:6
Quando gli israeliti arrivarono in Canaan Dio diede loro anche questo comando: “Dovete scegliere città facilmente raggiungibili perché servano da città di rifugio, dove possa fuggire l’omicida che ha ucciso qualcuno involontariamente” (Numeri 35:11). Perché questo comando?
Geova Dio considera sacra la vita umana fin dal momento del suo concepimento (cfr. Salmo 139:13-16). Egli considera sacro anche il sangue perché è intimamente connesso con i processi vitali. In Levitico 17:14, infatti, si legge: “l’anima di ogni sorta di carne è il suo sangue mediante l’anima in esso”. Perciò all’inizio della storia umana decretò: “richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo” (Genesi 9:5,6). Quando diede la sua Legge ad Israele molto più esplicitamente comandò: “Non devi assassinare” (Esodo 20:13). C’è qui da notare che nel testo ebraico il termine usato è tirtsàch, correttamente tradotto “assassinare”, e non il termine taharògh, che significa “uccidere”; sulla sostanziale differenza dei due termini un noto dizionario internazionale afferma: “Assassinare significa uccidere (un essere umano) illegalmente e con premeditata malizia o volontariamente, deliberatamente, e illegalmente” (Webster’s Third New International Dictionary).
In nazioni diverse da Israele era concesso il diritto di asilo ad assassini e altri criminali che si rifugiavano in uno spazio sacro o presso una cosa sacra. Tanto per fare un esempio, avveniva nel tempio della dea Artemide nell’antica Efeso. Con la fine delle religioni pagane nel 4° e 5° secolo d.C., il diritto di asilo passò alle chiese del cristianesimo apostata, che lo collegava al potere d’intercessione riconosciuto ai vescovi. Ma fra gli israeliti gli assassini non potevano contare su nessun diritto d’asilo, l’omicida volontario doveva esser messo a morte in base al principio “vita per vita” (cfr. Levitico 24:17-20). Questo principio stabiliva l’equivalenza, o equilibrio, nelle questioni giudiziarie, in altre parole nelle cause penali la punizione doveva corrispondere al reato.  Comunque Dio riconosceva misericordiosamente che non tutti i reati erano intenzionali. Se un uomo uccideva qualcuno involontariamente, non doveva pagare vita per vita. A questo scopo, in tutto il paese erano state costituite le sei città, dette “di rifugio”, perché vi doveva “fuggire l’omicida che senza intenzione colpiva a morte un’anima” (cfr. Numeri 35:9-15). C’è da notare che questo provvedimento riguardava gli omicidi involontari commessi sia dagli israeliti per nascita, sia dai residenti forestieri in Israele o dagli avventizi di altre nazioni che dimoravano nel paese.
L’omicida involontario doveva fuggire in una di quelle città per evitare l’immediata vendetta da parte di un parente stretto della vittima. Una volta conseguita questa immunità temporanea, veniva riaccompagnato nel luogo dove era avvenuta l’uccisione per subire il processo davanti agli anziani che avevano giurisdizione su quel territorio. Se dimostrava la sua involontarietà gli veniva risparmiata la vita dopodiché veniva riaccompagnato alla città di rifugio dove doveva risiedere fino alla morte del Sommo Sacerdote (cfr. Numeri 35:25-28). Lì avrebbe dovuto imparare un mestiere, lavorare e fare qualcosa di utile per la comunità. In questo modo gli si rammentava che aveva causato la morte di qualcuno, che si era comportato con negligenza se non addirittura con indifferenza nei confronti di una vita umana provocandone la morte accidentale e che era stato trattato con misericordia, il che l’avrebbe spinto ad essere a sua volta misericordioso con gli altri.
Tale provvedimento impediva i giudizi sommari che consideravano l’omicida colpevole prima ancora del processo (cfr. Numeri 35:12). Le persone dovevano partire sempre dal presupposto che l’omicida fosse innocente dell’accusa di omicidio volontario e addirittura dovevano aiutarlo a mettersi in salvo durante la fuga verso la città di rifugio. Inoltre questo provvedimento era esattamente il contrario di ciò che si fa oggi rinchiudendo gli assassini o i delinquenti in prigioni e penitenziari, dove vengono mantenuti a spese della collettività e spesso peggiorano stando in compagnia di altri criminali. Il principio valeva per tutti i reati commessi: in Israele non c’erano prigioni munite di sbarre e mura di cinta dove i delinquenti erano mantenuti e sorvegliati a spese della comunità. Chi veniva preso a commettere un reato doveva lavorare, rendendosi utile al prossimo e, nella maggioranza dei casi, per risarcire la vittima del danno arrecato (cfr. Esodo 22:1-9).

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Nelle antiche nazioni pagane c’erano luoghi religiosamente sacri, come templi, altari, boschetti dove era provveduto asilo e protezione contro la punizione per qualche delitto. Sotto il manto della religione vi trovavano riparo ogni sorta di criminali. Il famoso tempio di Artemide (o Diana) ad Efeso era un luogo pagano di asilo o rifugio. Fra i Greci ed i Romani il numero di questi luoghi di rifugio si moltiplicò grandemente, ma si abusò del privilegio di asilo e ciò condusse a un grande aumento di criminali. Nel paese d’Israele le città di rifugio erano in numero limitato e non provvedevano asilo all’omicida volontario, ma soltanto a chi avesse ucciso involontariamente. Geova Dio aveva detto a quel popolo: “Se un uomo si infuria contro il suo prossimo e lo uccide intenzionalmente, devi metterlo a morte anche se dovesse rifugiarsi vicino al mio altare” (Esodo 21:14). Si, Dio non proteggeva i criminali volontari né con la sua legge né con le cose sacre della sua organizzazione. Ma se un uomo uccideva qualcuno o ne provocava la morte accidentalmente, involontariamente, senza alcuna premeditazione, poteva fuggire in una città di rifugio affinché la sua vita fosse risparmiata fino a che non fosse stato processato e non avesse dimostrato di non aver avuto alcuna intenzione di uccidere e nessun odio micidiale. Questo era un misericordioso provvedimento di Geova per aiutare l’omicida involontario a sfuggire dalla vendetta di qualche parente dell’ucciso. Un provvedimento generalmente recepito dalla popolazione che provava compassione per chi era inseguito dal vendicatore del sangue, perché tutti sapevano che a chiunque poteva capitare di commettere involontariamente un reato simile e di aver bisogno di rifugio e misericordia.  
In conclusione, la Legge di Dio si è dimostrata superiore a quella umana in quanto a sapienza ed equa applicazione della giustizia ed è stata una grande benedizione per Israele. Essa rifletteva la più grande qualità del suo Legislatore: l’amore. Nessun sistema giuridico, antico o moderno, ha mai previsto qualcosa del genere, ma quella Legge incoraggiava l’amore sopra ogni altra cosa. Gli israeliti dovevano mostrare questo amore non solo gli uni agli altri, ma anche ai residenti forestieri in mezzo a loro. Dovevano mostrare amore ai poveri e agli afflitti, assistendoli sul piano economico e non approfittando della loro condizione disagiata. Dovevano trattare con benignità e considerazione persino gli animali. Quella Legge divenne parte integrante della Bibbia attestandone l’ispirazione divina, come è scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia, affinché l’uomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
(*) – Quale Dio e Creatore, avente per diritto sovranità su tutta la terra, e anche quale “Giudice di tutta la terra” (Genesi 18:25), Geova aveva assegnato il paese di Canaan alla discendenza di Abraamo (cfr. Genesi 12:5-7; 15:17-21). Detenendo in qualità di Sovrano il potere esecutivo, Dio ordinò agli israeliti di procedere all’esproprio coatto del territorio occupato dai condannati cananei e all’esecuzione della condanna a morte da lui pronunciata contro di loro a motivo della loro irrecuperabile malvagità che li rese responsabili di azioni orribili, tra cui incesto, omosessualità, bestialità, sacrifici di bambini e grave idolatria (cfr. Levitico 18:221-25; Deuteronomio 9:1-5).

 

 

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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – XVII

“PER GEOVA UN GIORNO È COME MILLE ANNI”

2Pietro 3:8

Anteprima
Circa 2.000 anni fa un apostolo cristiano, Paolo, scrisse, sotto ispirazione divina, ad un zelante giovane queste parole: “custodisci quello che ti è stato affidato, evitando i discorsi vuoti che violano ciò che è santo e le contraddizioni di quella che è falsamente chiamata “conoscenza”. Per ostentare tale conoscenza alcuni hanno deviato dalla fede” (1Timoteo 6:20,21). Perché l’apostolo sentì la necessità di fare questa raccomandazione? In quel tempo la cultura era dominata dalla filosofia greca. Socrate, Platone e Aristotele aveva fatto numerosi discepoli e molti di essi si consideravano persone istruite e intellettualmente superiori alla maggioranza dei cristiani. Di conseguenza l’èlite intellettuale dell’epoca pensava che ciò che i cristiani credevano fosse semplice “stoltezza” o, come dice un’altra traduzione, “assurdo” (cfr. 1Corinti 1:23, PdS). A questa iniziavano ad associarsi alcuni cristiani apostati che per avidità e per amore del prestigio personale tentavano di introdurre nella chiesa cristiana propri concetti e dogmi di natura filosofica che distorcevano le verità rivelate nella Parola di Dio (cfr. Romani 16:17,18; 2Pietro 2:1-3). Oggi viviamo in una situazione simile.  Da una parte abbiamo un gruppo di scienziati e docenti universitari che, spesso usando termini comprensibili solo agli ‘addetti ai lavori’, negano dogmaticamente l’esistenza di Dio. Di fronte ci sono esponenti religiosi altrettanto arroganti i quali, facendo appello alle emozioni con la loro retorica, propagandano teorie personali sulla creazione che nulla hanno a che vedere con il racconto biblico. Così si è alimentata l’impressione generale che sia difficile conciliare scienza e fede religiosa, la quale, nei migliori dei casi, ha spinto molte persone ragionevoli a lasciar perdere l’argomento e comunque ha gettato ombre sulla Bibbia quale fonte fidata di informazioni al riguardo.
Se però ci si prende la briga di esaminare i fatti si può notare che i contrasti tra i due campi, ad un attenta analisi risulta che spesso sono generati da intellettuali appartenenti a diverse discipline scientifiche i quali sostengono con foga che le persone intelligenti e istruite devono per forza accettare la teoria dell’evoluzione come un fatto, anche laddove esistono seri dubbi sulla sua validità scientifica, nonché da gruppi religiosi fondamentalisti che, con altrettanta veemenza, sostengono che la Bibbia insegna cose che invece non insegna affatto. Un esempio tipico di tale conflitto è la controversia in atto da oltre cent’anni fra coloro che credono nel processo evolutivo e quelli che invece sostengono il cosiddetto creazionismo, in particolare certi gruppi evangelici i quali, nel tentativo di contestare la validità scientifica di alcuni princìpi della teoria evoluzionistica, si sono spinti oltre ciò che è scritto nella Bibbia adottando una interpretazione letterale del suo racconto della creazione, in particolare relativamente alla durata dei giorni creativi, del tutto estranea ai fatti astronomici, fisici e geologici, provocando l’avversa reazione non solo del mondo scientifico ma anche di quello giuridico e sociale. Quale è stato il risultato di tutto ciò? I fondamentalisti religiosi hanno ottenuto il contrario di ciò che si proponevano mettendo in cattiva luce a motivo delle loro credenze settarie non solo il concetto di creazione ma l’intera Parola di Dio e allontanando da essa molte persone sincere. Però, è bene ribadirlo, non è la Bibbia in contrasto con la scienza ma una ristretta e fuorviata interpretazione della stessa da parte di chi, partendo da una prestabilita interpretazione settaria ha cercato prove da adattare alle proprie idee andando “oltre ciò che era scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).

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Giorni creativi 1

Una comune obiezione mossa contro l’accettazione del racconto biblico della creazione è l’idea che Dio facesse la terra in sei giorni di ventiquattro ore. Questa tesi è supportata da gruppi religiosi fondamentalisti, per lo più di estrazione evangelica, sulla base di una lettura letterale del racconto. Ma è questo che veramente insegna la Bibbia?
Tempo fa parlavo di religione con una giovane signora. Questi sono stati, più o meno, i termini della nostra conversazione: “io sono Testimone di Geova e lei?”, “io sono pastafariana”, “eh!? … vuol dire rastafariana? (un movimento politico-religioso popolare soprattutto in Giamaica che predica il ritorno nella terra d’origine dei negri deportati in America e la fine della dominazione dei bianchi)”, “no, no, pastafariana”, …. “ammetto la mia ignoranza, mai sentita nominare … chi è il vostro dio?”, “il nostro dio è un piatto tradizionale americano, gli spaghetti con le polpette”, “noooooo dai … mi sta prendendo in giro!”, “per niente! … la mia è una vera e propria religione, si informi meglio”. Beh! … anche se non proprio convinto, la mia curiosità era tanta! Così tornato a casa mi sono messo davanti al PC, ho digitato il termine “pastafariano” e cosa è uscito fuori? In sintesi, questo:
“Il pastafarianesimo (Flying Spaghetti Monsterism o Pastafarianism in inglese) è una religione fondata da Bobby Henderson, laureatosi in fisica all’Oregon State University, per protestare contro la decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nei corsi di scienze come un’alternativa alla teoria dell’evoluzione … In una lettera aperta inviata al Kansas State Board of Education, Henderson professò di credere in un creatore sovrannaturale molto somigliante a degli spaghetti con le polpette … Sostenne anche che la sua teoria era altrettanto valida quanto quella del disegno intelligente e chiese che le venissero dedicate un numero pari di ore di lezione in classe … spiegò che poiché il movimento a sostegno del disegno intelligente utilizza riferimenti ambigui a un non meglio precisato “progettista intelligente”, ogni entità concepibile poteva rivestire questo ruolo” (https://it.wikipedia.org/wiki/Pastafarianesimo).
Ecco che viene fuori la questione del creazionismo! Nel post precedente ho esaminato come una errata, letterale interpretazione delle Sacre Scritture da parte delle gerarchie della Chiesa Cattolica ha allontanato tanti persone, di scienza e non, dalla Parola di Dio, come è accaduto con il caso di Galileo Galilei, condannato dalla Chiesa perché sosteneva, e a ragione, l’eliocentrismo Copernicano invece del sistema geocentrico Aristotelico-Tolemaico. Ora mi preme esaminare e provare come lo stesso errore, fatto dal fondamentalismo evangelico, ha dato vita ad uno scetticismo e a una contestazione parodistica delle immutabili e fondate verità espresse nella Bibbia dal suo divino Autore.
Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati” – Genesi 2:4
Cos’è il creazionismo contestato da Bobby Henderson ed altri uomini di scienza?
Nel 1982 presso la corte federale di Little Rock, nell’Arkansas (USA) si celebrò un processo che aveva come punto di discussione una legge dello stato in virtù della quale la “scienza della creazione” doveva essere insegnata nelle scuole pubbliche insieme all’evoluzione. Quella legge era supportata e difesa da teologi di varie confessioni evangeliche, insegnanti, diversi scienziati e politici che costituivano quel movimento politico-religioso definito “Maggioranza Morale”, nonché dal Procuratore Generale dello stato; contro aveva altri scienziati e l’Unione Americana per le Libertà Civili. Cosa sostenevano i fautori del creazionismo? In sintesi affermavano che vi erano limiti ai cambiamenti entro le specie di organismi viventi creati in origine, e che le mutazioni e la selezione naturale (i paletti della teoria evoluzionistica darwiniana) non erano sufficienti per cambiare una specie in un’altra. Sostenevano anche che la terra e tutte le cose viventi su di essa sono il risultato di un recente atto creativo, e che tutti gli strati geologici con i loro fossili derivano da un unico Diluvio universale. Nonostante fossero stati particolarmente attenti nell’omettere, nel testo della legge, qualsiasi riferimento a Dio o alla Bibbia per superare gli impedimenti costituzionali all’insegnamento della religione nelle scuole (cosa, purtroppo, totalmente disattesa nel nostro paese), i loro scritti e le testimonianze presentate al processo di Little Rock rivelavano che la creazione e il Diluvio a cui ci si riferiva erano quelli descritti nel libro biblico di Genesi (cfr. Genesi capitoli 1,2,6-8). Inoltre, sebbene il tempo della creazione non era specificamente indicato nella legge, hanno ammesso che il termine “recente” usato in riferimento all’atto creativo significava forse 6.000 anni fa, comunque non più di 10.000.
Quest’ultimo aspetto fu determinante per l’esito del processo. La dottrina che la terra e perfino l’universo abbiano meno di 10.000 anni, infatti, contraddice tutte le scoperte della scienza moderna ed è così lontana dalla verità da attirarsi le critiche della maggioranza degli scienziati. Ad esempio, i geologi hanno dimostrato con le loro misurazioni che i processi geologici si estendono molto al di là di questo ristretto periodo di tempo essendo quantificati in milioni di anni. Gli astronomi hanno calcolato che le distanze tra stelle e galassie sono così immense che perfino la loro luce, che viaggia a 300.000 chilometri al secondo, impiega miliardi di anni per giungere ai loro telescopi, pertanto devono esistere da molto più tempo dei 10.000 anni stimati dai creazionisti.
I fisici, per contro, citano elementi radioattivi presenti in natura, come l’uranio e il torio, la cui vita viene calcolata in miliardi di anni. Questi fatti e tanti altri hanno convinto il giudice del processo che la “scienza della creazione”, così com’era definita nella legge su cui si dibatteva, non aveva i requisiti per essere considerata alla stessa stregua dell’evoluzione e che i fautori del creazionismo erano partiti da una interpretazione settaria del racconto creativo contenuto nel libro biblico di Genesi, cercando poi le prove per sostenerla. Pertanto quella legge venne considerata solo uno sconsiderato tentativo di introdurre le loro idee sulla creazione nel programma delle scuole pubbliche e venne dichiarata anticostituzionale.
Sorge a questo punto una domanda importante per tutti quelli che esercitano fece in un Creatore: il fallimento del creazionismo significa che la creazione è solo un’invenzione? Significa che la Bibbia non è attendibile nel suo racconto creativo?
In principio Dio creò i cieli e la terra” – Genesi 1:1
Un esame delle testimonianze rese in tribunale rende evidente che le prove scientifiche a favore della creazione in realtà non furono poste a chiaro confronto con l’evoluzione. Sono state invece messe da parte a causa di scontri su questioni secondarie, e in particolare su i due dogmi del creazionismo che erano stati codificati nella legge, cioè: 1) che la creazione abbia avuto luogo solo alcune migliaia di anni fa; 2) che tutti gli strati geologici siano stati formati dal Diluvio biblico. Nessuno di questi dogmi è veramente determinante ai fini della questione centrale se gli organismi viventi siano stati creati o no. Sono semplici dottrine accettate dai seguaci di alcune chiese, in particolare dagli avventisti del settimo giorno, che costituirono il nucleo del gruppo che appoggiò la legge. Pertanto, quando queste credenze settarie vennero incorporate nella legge come qualcosa da insegnare obbligatoriamente nelle scuole pubbliche americane, quella legge venne condannata a essere dichiarata incostituzionale.
Ogni studioso della Bibbia ben informato sa bene che essa dice chiaramente che i cieli e la terra e tutto ciò che è in essi furono creati da Dio, ma non dice quando quelle cose furono create. Al processo, invece, tutti quelli che testimoniarono a difesa della legge credevano che i sei giorni creativi narrati nella Genesi erano compresi in un periodo di 144 ore (6g x 24h) in base ad un insegnamento fondamentalista che perfino la scienza del diciassettesimo secolo non aveva mai contestato. Tuttavia tale insegnamento non ha retto allo sviluppo della ricerca scientifica. Per di più, la Bibbia non sostiene affatto tale insegnamento!
Il primo versetto di Genesi, infatti, dice semplicemente: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. Stop! … non vengono indicati limiti temporali in questa dichiarazione. Poi al successivo versetto due afferma: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque”. Anche qui nessuna indicazione temporale. Solo ai successivi versetti 3-5 si comincia a parlare dell’attività del primo giorno creativo. Perciò, indipendentemente da quanto sono lunghi i giorni creativi, i versetti 1 e 2 descrivono cose che erano già state fatte che non rientrano nel periodo di tempo che abbraccia i giorni creativi. In altre parole l’incipit di Genesi dimostra che l’universo, incluso il pianeta Terra, esisteva già da tempo imprecisato prima che avessero inizio i giorni creativi. Quindi, se i geologi affermano che la terra ha 4 miliardi di anni, o gli astronomi vogliono attribuire all’universo 20 miliardi di anni, un serio studioso della Bibbia non ha nulla da eccepire al riguardo, è del tutto possibile e non contrasta con il racconto della Bibbia la quale semplicemente non indica il tempo di quegli avvenimenti. E che dire dell’età e dell’origine degli strati geologici? Tutte le tesi dei creazionisti su questo soggetto che furono sottoposte ad esame critico durante il processo hanno avuto origine dal desiderio di conciliare l’esistenza degli strati geologici e dei fossili in essi contenuti, inclusi quelli dei dinosauri, con la loro pretesa che la terra aveva un’età compresa fra i sei e i diecimila anni. Ma, ancora, la Bibbia non dice assolutamente nulla sulla formazione degli strati sedimentari, se avvenisse al tempo del Diluvio o prima, pertanto l’interpretazione dei creazionisti era soltanto una forzatura che andava “oltre ciò che è scritto” (cfr. 1Corinti 4:6).
Quale conclusione ispira l’esame del conflitto sorto tra scienziati e creazionisti?

Giorni creativi 2

In principio Dio creò i cieli e la terra
Quando fu questo “principio”? La Bibbia non lo dice! … 4 miliardi di anni fa, come affermano i geologi? … o 20 miliardi di anni fa, come sostengono gli astronomi? … è del tutto possibile! … tutto quello che il racconto biblico rivela, prima di iniziare a descrivere la creazione di Dio relativamente al nostro pianeta, è riassunto in queste semplici parole: “La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano le acque degli abissi; la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque” (Genesi 1:2). Chi cerca di stabilire limiti di tempo a questo racconto va “oltre ciò che è scritto”.
per Geova un giorno è come mille anni” – 2Pietro 3:8
La ricerca della verità sia in campo religioso che in quello scientifico deve basarsi su fatti e non su semplici teorie. Per conciliare la scienza e la Bibbia dobbiamo lasciare che siano i fatti a parlare, evitando congetture e supposizioni, ed esaminare come ciascun fatto è in armonia con gli altri e completa il quadro generale. Ad esempio, tanto per tornare con qualche particolare in più all’argomento sopra citato, quando la Bibbia parla di giorni, intende sempre giorni letterali di 24 ore? La parola giorno usata nelle Sacre Scritture deriva dal termine ebraico yohm o dal termine greco hemèra. Questi termini vengono usati sia in senso letterale che in senso figurato o anche simbolico, il contesto biblico permette di capire in che senso si deve intendere la parola “giorno”. Esaminiamone alcuni esempi:
Genesi 1:14: “Dio disse: “Ci siano fonti di luce nell’ampio spazio del cielo per separare il giorno dalla notte”. Come è noto, la terra compie una rotazione completa intorno al proprio asse in un periodo di 24 ore. Questo è il “giorno” letterale e consta di un periodo diurno e uno notturno. Comunque, il periodo di luce del giorno stesso, di circa 12 ore, è pure chiamato “giorno”, come è ancora scritto “Dio … chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”” (Genesi 1:5).
Genesi 2:4: “Questa è la storia dei cieli e della terra quando furono creati, nel giorno in cui Geova Dio fece la terra e il cielo”. In questo caso si parla di tutti e sei i giorni creativi come di un solo “giorno”.
Salmo 90:4: “Mille anni sono ai tuoi occhi come il giorno di ieri che è passato” – 2Pietro 3:8 : “non sfugga alla vostra attenzione, miei cari, che per Geova un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno”. Il concetto che Dio ha del tempo è molto diverso dal nostro. Per un uomo 1.000 anni rappresentano 365.242 singole unità di tempo di 24 ore costituite dall’alternarsi del giorno e della notte, ma per il Creatore sono un unico periodo di tempo ininterrotto paragonato a un “giorno” in cui egli comincia a svolgere una determinata attività e la porta a felice conclusione, come un uomo inizia un lavoro la mattina e lo termina alla fine della giornata.
Isaia 49:8: “Questo è ciò che Geova dice: “In un tempo di favore ti ho risposto, e in un giorno di salvezza ti ho aiutato”. Queste parole profetiche trovano il loro adempimento dalla venuta del Messia fino ai nostri giorni. Il termine “giorno” si riferisce a un periodo di migliaia di anni durante il quale Geova Dio mostra il suo favore a tutti coloro che divengono discepoli di Cristo (cfr. 2Corinti 6:2).
Zaccaria 14:8: “Quel giorno sgorgheranno da Gerusalemme acque vive, metà verso il mare orientale e metà verso il mare occidentale. Accadrà d’estate e d’inverno”. Anche qui il termine “giorno” indica un periodo di tempo più lungo di 24 ore, corrispondente al trascorrere delle stagioni, come l’estate e l’inverno.
Matteo 10:15; 11:22,24 : “In verità vi dico: nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma e Gomorra che per quella città”; “Ma vi dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per Tiro e Sidóne che per voi … Ma ti dico che nel Giorno del Giudizio sarà più sopportabile per il paese di Sodoma che per te”. Atti 17:31: “Ha infatti stabilito un giorno in cui si propone di giudicare la terra abitata con giustizia mediante un uomo da lui designato, e ne ha dato garanzia a tutti risuscitandolo dai morti”. Come si evince il giudice costituito da Dio è Gesù Cristo. Inoltre Geova Dio ha stabilito di affiancare a Cristo degli uomini in qualità di giudici, come è anche scritto: “Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? … Non sapete che noi giudicheremo gli angeli?” (1Corinti 6:2,3). Riguardo a questi è ancora scritto: “Poi vidi dei troni, e a quelli che vi sedevano fu data l’autorità di giudicare … Vennero alla vita e regnarono con il Cristo per 1.000 anni” (Rivelazione o Apocalisse 20:4). Il Giorno del Giudizio, quindi, non è un giorno letterale di 24 ore ma abbraccia un periodo di 1.000 anni.
nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere” – Ebrei 4:6
C’è infine un’altra importante questione da considerare su questo argomento.
La settimana creativa descritta nel capitolo 1 di Genesi parla di sei giorni in cui Dio nel 1° giorno separò le tenebre dalla luce (cfr. vv. 3-5); nel 2° giorno creò il “cielo” o l’atmosfera terrestre (cfr. vv. 6-8); nel 3° giorno creò la verde vegetazione (cfr. vv. 9-13); nel 4° giorno fece in modo che i due “luminari” principali, il sole e la luna, già creati in precedenza (cfr. v. 1), divenissero visibili dalla terra (cfr.vv. 14-19); nel 5° giorno creò gli uccelli e le specie marine (cfr. vv. 20-23); nel 6° giorno creò gli animali terrestri e infine la specie umana, il primo uomo e la prima donna (cfr. vv. 24-31). Ma nel successivo capitolo 2 parla di un 7° giorno che conclude quella settimana. I versi 2 e 3 dicono infatti: “Il settimo giorno Dio aveva completato la sua opera, e nel settimo giorno iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto. E Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro, perché in quel giorno iniziò a riposarsi da tutta la sua opera creativa, da tutto quello che si era proposto di fare”.
Che c’è di diverso rispetto agli altri sei giorni? … Avete notato? … Manca la frase conclusiva comune a tutti i giorni precedenti che ne indicava la fine, cioè: “E Dio vide che era buono. E si fece sera e si fece mattina e …”. Cosa ci aiuta a comprendere questo? … La mancanza di tali parole terminali sta ad indicare che il 7° “giorno” creativo non era ancora concluso al tempo in cui il profeta Mosè finì di scrivere il libro di Genesi, cioè circa 2.550 anni dopo l’inizio di quel giorno o nel 1473 a.C. Successivamente il re Davide, dopo altri 436 anni, o nel 1037 a.C., ricordando la mancanza di fede del popolo di Israele durante la sua peregrinazione verso la terra promessa, ispirato da Dio scrisse “i vostri antenati mi misero alla prova e mi sfidarono, pur avendo visto le mie opere … Così nella mia ira giurai: “Non entreranno nel mio riposo”” (Salmo 95:7-11; cfr. anche Ebrei 3:16-19). A quel tempo, quindi, il 7° giorno della settimana creativa ancora durava. Infine 10 secoli dopo, nel 61 d.C., l’apostolo cristiano Paolo venne divinamente ispirato a scrivere: “a proposito del settimo giorno, egli ha detto: “E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere”;e di nuovo: Non entreranno nel mio riposo. Siccome, dunque, alcuni devono ancora entrarvi, e quelli che per primi ricevettero la buona notizia non vi entrarono per disubbidienza… Quindi facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso esempio di disubbidienza” (Ebrei 4:6-11). Cosa si evince da queste parole? … Che il 7° “giorno”, che Dio aveva riservato affinché il suo proposito relativo alla terra e al genere umano si adempisse pienamente, era ancora in corso nel primo secolo d.C. ed era quindi urgente che i cristiani operassero in armonia con quel proposito anziché dedicarsi ad attività egoistiche se volevano goderne i benefici. E giacché le parole dell’apostolo Paolo si applicano anche agli odierni cristiani, ne consegue che Geova gode ancora del suo “giorno” di riposo dalla creazione fisica da quasi seimila anni.
Inoltre in Genesi 2:3 si legge che “Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro”. Ciò significa che Dio avrebbe dovuto ravvisare anche alla fine del 7° giorno “che era buono”. Ma questo fino ad oggi non lo ha potuto dire poiché a causa della ribellione della prima coppia umana il riposo di Dio è stato violato e il suo proposito per la terra non si è potuto realizzare. Per cui il 7° “giorno” continuerà ancora finché Dio, per mezzo del regno millenario di Cristo Gesù, “non avrà messo tutti i nemici sotto i suoi piedi” (1Corinti 15:24,25). Allora anche il 7° giorno sarà veramente santificato, poiché farà fiorire la pace e la giustizia su tutta la terra (cfr. Salmo 72:7,8; Isaia 9:7). È quindi evidente che, poiché il 7° giorno è parte integrante della settimana creativa, anche la durata di ciascuno degli altri sei giorni non può essere calcolata in un giorno di 24 ore ma è un periodo di tempo ancora più lungo, della durata di millenni.

Giorni creativi 3

Dio benedisse il settimo giorno e lo rese sacro
Secondo la cronologia biblica Adamo fu creato nel 4026 a.C. mentre era ancora in corso il 6° giorno creativo. Poi, dopo un periodo di tempo non specificato, Dio creò la prima donna, Eva, perché fosse la moglie di Adamo, quindi finì il 6° giorno creativo (cfr. Genesi 1:24-31). A questo punto la Bibbia introduce un altro importante periodo di tempo dicendo che Dio “Il settimo giorno … iniziò a riposarsi da tutto quello che aveva fatto” (Genesi 2:2). Quindi Dio pronunciò una benedizione sul settimo “giorno” creativo (cfr. il v. 3) a garanzia che il suo proposito per la terra e per l’uomo si sarebbe realizzato in modo da poter dire anche alla fine di questo 7° giorno, come per gli altri sei, “che era buono”. Ci sarebbe voluto del tempo perché l’intera terra venisse soggiogata e trasformata in un paradiso abitato da una famiglia umana perfetta come Dio si era proposto (cfr. Genesi 1:28). Quanto sarebbe durato quel riposo? Circa 4.000 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo esortò i suoi fratelli in fece dicendo: “facciamo tutto il possibile per entrare in quel riposo” (Ebrei 4:11). Significa che a quel tempo il 7° giorno era ancora in corso. La ribellione del genere umano non mandò all’aria il proposito di Dio. Il suo giorno di riposo è tutt’ora in corso e non terminerà finché il proposito di Dio relativo al genere umano e alla terra non si sarà completamente realizzato alla fine del Regno millenario di Gesù Cristo che, per questo motivo, è chiamato il “Signore del sabato” (cfr. Matteo 6:8; Rivelazione o Apocalisse 20:1-6; 21:1-4).
Cosa risulta quindi da questa considerazione? … Nell’uso biblico il termine “giorno” indica un’unità di tempo di durata definita che può abbracciare sia un periodo di 24 ore oppure uno più lungo, corrispondente a una o più stagioni o anche a mille anni o a molti millenni, per cui i giorni creativi menzionati nella Bibbia possono benissimo essere durati migliaia d’anni ciascuno, e questo non contraddice affatto la scienza! Si, un attento e approfondito esame del racconto biblico della creazione e del contesto scritturale prova che la Bibbia è in perfetta armonia con le prove scientifiche fornite da astronomia, fisica e geologia. Pertanto i dogmi del creazionismo scientifico, di stampo evangelico, al pari con quelli della teoria dell’evoluzione pseudoscientifica, sono solo il frutto di speculazioni artefatte e preconcetti umani che nulla hanno a che vedere con i fatti. Ne consegue che la fede del cristiano nel racconto della creazione riportato in Genesi ha basi salde e non può essere scossa dalle attuali dispute religioso-scientifiche poiché, come è scritto, si basa sulla “chiara dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1). Qui il termine greco tradotto “chiara dimostrazione” è “èlegchos” che dà proprio l’idea di produrre prove che dimostrino qualcosa contrario alle apparenze. Nel nostro caso, le prove prodotte dal contesto scritturale confutano con fatti documentati ciò che è difficile a capirsi, come le tante sciocchezze sostenute dai fautori del creazionismo scientifico il cui unico e vero risultato è quello di aver allontanato molte persone da Dio e dalle verità rivelate nella sua Parola scritta.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (TNM), versione riveduta del 2013, edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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