UNA STORIA FINITA – VIII parte

TUTTE LE NAZIONI DELLA TERRA SARANNO BENEDETTE NELLA TUA DISCENDENZA, PERCHÈ TU HAI UBBIDITO ALLA MIA VOCE

Genesi 22:18

Nel sud dell’Iraq, ad ovest del fiume Eufrate e della più tristemente nota Nasiriyah, c’è una località chiamata Muqaiyir dove è possibile vedere le rovine dell’antica città di Ur. Circa 4.000 anni fa quella regione era una pianura alluvionale formata dalla foce dei due fiumi Tigri ed Eufrate ed Ur era molto probabilmente un porto marittimo. Le rovine di quelle che sembrano case private rinvenute a Ur mostrano che queste erano molto confortevoli, fatte di mattoni, con pareti intonacate e imbiancate, e avevano anche fino a 13 o 14 camere ubicate intorno a un cortile lastricato. Fra le tavolette di argilla rinvenute sul posto ce ne sono alcune usate per insegnare la scrittura cuneiforme. Altre tavolette indicano che gli studenti avevano a disposizione tavole di moltiplicazione e divisione e sapevano estrarre la radice quadrata e cubica. Molte tavolette sono documenti commerciali. Gli scavi compiuti nelle tombe di Ur hanno portato alla luce molti oggetti d’oro, d’argento, lapislazzuli e altri materiali preziosi. Dunque Ur era una fiorente e civilissima città, al centro di ricchi traffici commerciali che consentivano alla maggioranza dei suoi abitanti di vivere una vita agiata. Le navi che vi approdavano scaricavano i preziosi tesori importati da ogni parte del mondo allora conosciuto che i suoi abitanti mercanteggiavano nei bazar della città.
Ur era anche un importante centro della religione babilonica, una città piena di idolatria e superstizione, il luogo dell’adorazione di una delle principali divinità babilonesi, il dio-luna Nannar (o Sin), e le rovine di una imponente torre templare o ziqqurat lunga 61 m, larga 46 e alta 21 sono tuttora la sua caratteristica più notevole. I suoi abitanti gli offrivano sacrifici nel tempio situato in cima alla ziqqurat. Nei giorni di festa dedicati al loro “patrono” il fumo di quei sacrifici si espandeva nell’aria tra l’allegria dei suoi abitanti che attribuivano a Nannar la prosperità della loro città.
Per un uomo, però, l’odore di quei sacrifici non era altro che un fetore sacrilego. Quell’uomo si chiamava Abramo. Egli nacque verso il 2018 a.C., 352 anni dopo il Diluvio, dalla discendenza di Sem, nella decima generazione a partire da Noè (cfr. Genesi 11:10-26). Di lui la Parola di Dio dice che fu “il padre di tutti quelli che credono anche se incirconcisi” (Romani 4:11 – Di). Abramo dimostrò di essere un uomo che aveva fede in Dio, come i suoi antenati Sem e Noè. Sebbene vivesse tra gente dedita all’idolatria e al culto misterico non si lasciò condizionare dal modo di pensare e di agire della maggioranza dei suoi concittadini. Come in seguito scrisse l’apostolo Paolo, la sua fede non si basava sul sentito dire né sulla semplice credulità ma era “certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1 – VR). La fede di Abramo si basava sulla conoscenza. Buona parte della sua vita la trascorse insieme al suo antenato, Sem (infatti nacque 150 anni prima della morte di Sem) dal quale certamente ascoltò il racconto del Diluvio, la descrizione delle pratiche depravate che resero il mondo antidiluviano totalmente malvagio e di come Dio era intervenuto per distruggere un’intera generazione scellerata salvando solo otto persone, le uniche che furono disposte ad ascoltare i suoi avvertimenti e a fare le azioni richieste per la salvezza. Da quel racconto Abramo imparò che la parola di Dio si avvera sempre e che, pur non sapendo esattamente come, quando o dove, le promesse divine si adempiono immancabilmente!
Abramo vedeva una stretta analogia tra ciò che facevano i suoi concittadini e quello che fecero gli abitanti del mondo prediluviano e non si fece coinvolgere nelle loro pratiche idolatriche e materialistiche, tantomeno si disinteressò del punto di vista di Dio, come fece la maggioranza delle persone di quei tempi (cfr. Matteo 24:38,39). Che dire di noi? Come Abramo, conosciamo le promesse di Dio per il nostro tempo e vi riponiamo tutta la nostra fede non lasciandoci coinvolgere dai progetti e dai proclami delle sirene politiche e religiose di questo mondo? Vediamo anche noi l’analogia tra i nostri giorni, in cui gli uomini sono “amanti di se stessi, avidi di denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, scellerati, senza affetto, implacabili, calunniatori, intemperanti, crudeli, senza amore per il bene, traditori, temerari, orgogliosi, amanti dei piaceri invece che amanti di Dio aventi l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza” e i tempi difficili che precedettero il Diluvio noetico o tentenniamo nel riconoscere che stiamo vivendo negli “ultimi tempi” di un sistema di cose, politico, economico, religioso totalmente asservito alle ambizioni sataniche e alienato da Dio? (2Timoteo 3:1-5 – CEI).
Il fratello carnale, e anche discepolo di Gesù, Giacomo, sotto ispirazione divina scrisse: “la fede senza le opere è morta” (Giacomo 2:26). Abramo dimostrò con le sue opere che aveva fede nelle promesse divine. Quando Dio gli disse: “Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò, io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione … in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”, egli diede una straordinaria dimostrazione di indiscussa ubbidienza e fiducia in Dio (Genesi 12:1,2 – VR). Abramo era vecchio e senza figli, e aveva una moglie sterile, per cui il suo nome sembrava destinato ad essere presto dimenticato. Ma la promessa di Dio garantiva il contrario: da lui sarebbe discesa “una grande nazione”. Non solo, quella promessa includeva una speranza per tutta l’umanità poiché attraverso lui sarebbero state “benedette tutte le famiglie della terra”. Prontamente Abramo raccolse tutte le sue cose e lasciò la prospera Ur con tutte le comodità che offriva per andare in un paese che non conosceva, un paese straniero a dimorare sotto le tende! Durante il suo peregrinare verso la terra che Dio gli avrebbe dato, Abramo ebbe modo di confermare la sua grande fiducia nelle promesse divine in molte occasioni. Fece delle rinunce pur di mantenere la pace tra la sua gente; affrontò con coraggio situazioni molto critiche; tenne una condotta nettamente in contrasto con quella dei pervertiti abitanti delle città che incontrò nel suo cammino (cfr. Genesi 13:7-11; 14:1-16; 18:16-33). Infine, dopo aver percorso più di 1.000 km. costeggiando la riva orientale dell’Eufrate in direzione nord, 1l 14 nisan (primo mese del calendario sacro ebraico) del 1943 a.C. varcò le acque del fiume a sud di Haran, località oggi localizzabile nella Turchia meridionale al confine con il Libano, e si incamminò in direzione del paese che Dio gli aveva indicato. In quel giorno si cominciarono ad adempiere le promesse che Dio gli aveva fatte! [Lo stesso giorno di 430 anni dopo i discendenti di Abramo saranno liberati dalla schiavitù d’Egitto (cfr. Esodo 12:40,41). E il medesimo giorno di quasi duemila anni dopo il suo “seme”, Gesù Cristo, farà con i suoi fedeli apostoli un patto “per un regno”, in virtù del quale “tutte le famiglie della terra” dovevano essere benedette (cfr. Luca 22:1,28,29)].

“PER FEDE ABRAMO, CHIAMATO DA DIO OBBEDÌ” (Ebrei 11:8)
Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca 18:8 – Di). Questa domanda fu fatta da Gesù circa 2.000 anni fa. Perché? La ragione la spiegò in seguito l’apostolo Paolo dicendo: “senza fede è impossibile piacergli” (Ebrei 11:6 – Di).
Probabilmente molti di noi risponderanno “si” alla domanda di Gesù pensando alla propria fede. Ma che tipo di fede è la nostra? Per aiutarci a riflettere Dio ha fatto scrivere nella sua Parola molti esempi di fede. Esaminandoli possiamo comprendere se la qualità della nostra fede è quella gradita da Dio.
Uno di questi esempi fu dato da Abramo. Di lui viene detto: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa” (Ebrei 11:8,9 – CEI). Perché Dio volle che Abramo lasciasse la sua città, Ur dei caldei, e si trasferisse in Canaan? Il motivo aveva attinenza con i suoi propositi per quell’uomo fedele. Gli disse, infatti: “io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione” (Genesi 12:3 – VR). Abramo doveva divenire padre di una grande nazione che avrebbe avuto la protezione di Dio e avrebbe preso possesso del paese di Canaan. Ma per ereditare quella terra Abramo dovette fare cambiamenti radicali nella propria vita: dovette lasciare alle spalle una fiorente città e i parenti della famiglia paterna, due fattori che in epoca patriarcale erano un’importante fonte di sicurezza, per trasferirsi in un paese sconosciuto. In Canaan, lui e la sua famiglia erano soli e potevano contare esclusivamente sul sostegno e sulla protezione di Dio. Ma Abramo mise l’amicizia con Dio prima di ogni altra cosa, anche dei vincoli familiari. Non sapeva esattamente come, quando o dove si sarebbero adempiute le promesse di Dio. Eppure fu disposto a imperniare la sua vita su quelle promesse.
Che dire di noi? Siamo radicati nella nostra “terra” spirituale, così da non esser disposti a fare nessun cambiamento che dovesse essere necessario per allineare la nostra vita con le promesse di Dio? Ad esempio, forse ci è stato insegnato che la nostra speranza è la vita dopo la morte, in un luogo di beatitudine celeste. Ma Dio stesso ha fatto scrivere che non è questa la vera speranza dell’uomo. Nella sua Parola leggiamo che i morti non vivono una vita dopo la morte (cfr. Ecclesiaste 9:5-10), che ha creato l’uomo perché vivesse sulla terra e non in cielo (cfr. Salmo 114:16 – CEI; 115:16 – VR e Di) e che la speranza del genere umano ubbidiente è quella di tornare a vivere per sempre sulla terra mediante la risurrezione (cfr. Salmo 36:9,11,29 – CEI; 37:9,11,29 – VR e Di; Giovanni 5:25-29). Siamo disposti anche noi a “trasferirci”, cioè ad abbandonare tali falsi insegnamenti, con tutte le pratiche ad essi connesse (culto dei morti, messe per i defunti, venerazione di persone morte, i cosiddetti “santi”, ecc.) per trasferirci in un “paese” tutto da conoscere, e forse tra mille difficoltà e l’opposizione di altri, un “paese” spirituale purificato da ogni falsità dogmatica, da ogni pratica idolatrica e da ogni ipocrita, menzognero e immorale  “maestro” o “padre” spirituale? (cfr. Zaccaria 13:2). In altre parole siamo disposti a mettere in pratica nella nostra vita questo fondamentale comando divino: “non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile. Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo …  e in lui siete stati istruiti, secondo la verità … per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”? (Efesini 4:17-24 – CEI).

Dopo aver lasciato le comodità e le agiatezze di Ur, Abramo “dimorò nella terra promessa, come in paese straniero, abitando in tende” (Ebrei 11:9 – Di). Egli visse circa 100 anni fra persone che si consideravano i padroni del paese sopportando ogni sorta di difficoltà ma non perse mai di vista la promessa di Dio. Scrisse di lui e del suo seguito l’apostolo Paolo: “se avessero avuto a cuore quella da cui erano usciti, certo avrebbero avuto tempo di ritornarvi” (Ebrei 11:5 – VR). Ma l’idea di tornare indietro, alla vita confortevole di Ur non sfiorò mai la mente di Abramo. Dio premiò la sua fede rivelandogli che il “seme” promesso in Eden, che avrebbe dovuto schiacciare la testa del simbolico “serpente”, Satana il Diavolo, sarebbe venuto dalla sua discendenza; gli disse, infatti: “Sara tua moglie ti partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Isacco; e io stabilirò il mio patto con lui, come un patto eterno con la sua discendenza dopo di luiTutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza, perché tu hai ubbidito alla mia voce” (Genesi 17:19; 22:18 – Di, CEI).
In quel tempo iniziò, quindi, a profilarsi il quadro profetico disegnato da Dio per realizzare di nuovo il suo proposito di far vivere per sempre sulla terra la razza umana. Egli diede al genere umano la prima indicazione per riconoscere il promesso “seme” che avrebbe risolto la contesa della sovranità universale suscitata dal Diavolo. Ora, infatti, si sapeva che questi doveva venire dalla discendenza di quell’uomo che dimostrò la sua fede nelle promesse di Dio al di là di ogni velleità o interesse personale: Abramo. Dio, quindi, lo condusse nella terra dove aveva stabilito che quel “seme” nascesse e guidò i passi di Abramo in quella direzione (cfr. Genesi 15:18-21). Dopo qualche tempo in maniera miracolosa, riattivando le capacità riproduttive di entrambi, Dio fece in modo che Abramo e sua moglie Sara avessero un figlio, che fu chiamato Isacco. A sua volta Isacco generò Giacobbe al quale, in seguito, nacquero 12 figli che divennero i capostipiti della nazione di Israele, così chiamata dal nome che Dio stesso diede a Giacobbe quando questi aveva circa 96 anni (cfr. Genesi 32:22-28).
Dio non fa mai nulla per caso ed è in grado di vedere le cose non dal punto di vista degli uomini imperfetti la cui vita è breve, ma dal punto di vista dell’eternità. Egli può osservare l’intero corso del tempo e determinare quando agire e fare in modo che i suoi infallibili propositi si adempiano proprio nel tempo giusto, nel tempo migliore per tutti gli interessati, né troppo presto né troppo tardi. Con la sua conoscenza del futuro e la sua onnipotenza, Dio è anche in grado di impegnarsi a seguire un particolare programma futuro, che a volte ha fatto conoscere in anticipo agli uomini. Per esempio, dopo che Abramo si era stabilito nel paese di Canaan, Dio gli disse: “Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni” (Genesi 15:13 – CEI). Così effettivamente avvenne. Al tempo di Giacobbe i discendenti di Abramo scesero in Egitto dove presero a dimorare e col tempo vennero resi schiavi dagli egiziani. Dio spiegò ad Abramo il motivo di questo differimento degli avvenimenti. Gli disse: “Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo” (Genesi 15:16). Questo lungo periodo di tempo avrebbe consentito all’eletto seme naturale di Abramo di crescere fino a formare un popolo di molti componenti, abbastanza numeroso da cacciare gli Amorrei che occupavano la terra promessa (cfr. Esodo 1:7).
Gli Amorrei erano una tribù discendente da Canaan, un nipote di Noè, che si rese responsabile di una azione abominevole nei confronti del nonno. Per quel motivo Canaan venne a trovarsi sotto la maledizione profetica di Noè (cfr. Genesi 9:25). Quella maledizione fu ispirata dalla prescienza di Dio che osservò nella personalità di Canaan un carattere decisamente corrotto, forse una natura libidinosa. Dio previde  i cattivi risultati che questa caratteristica avrebbe alla fine determinato fra i suoi discendenti, proprio come aveva fatto con il precedente caso di Caino allorché aveva notato in lui una cattiva disposizione di cuore e lo aveva avvertito del pericolo di essere sopraffatto dal peccato (cfr. Genesi 4:3-7). La storia sia biblica che secolare attesta che i discendenti di Canaan, che si erano stabiliti nel territorio della Palestina, si fecero una reputazione particolarmente sordida di immoralità e depravazione, di corruzione fisica e morale, una popolazione sanguinaria fino al punto di arrivare a sacrificare i propri figli bruciandoli sugli altari dei loro falsi dei. Quel riferimento alla loro “iniquità che non aveva ancora raggiunto il colmo”, oltre ad attestare la pazienza di Dio verso i malvagi, risponde alle critiche di molti denigratori che accusano Dio di essere a sua volta un sanguinario che approvò le guerre degli Israeliti e la distruzione dei loro nemici. Dio semplicemente usò gli Israeliti come strumento di esecuzione del suo avverso giudizio contro quelle persone così degradate e irrecuperabili, dopo aver pazientato per 400 anni prima di intervenire per porre fine alla loro malvagità. Egli non fece uccidere indiscriminatamente gli abitanti della terra promessa ma eseguì, per mezzo degli Israeliti, il suo giudizio contro di loro!
Avverando la profezia, al termine dei quattrocento anni Dio liberò dalla schiavitù i discendenti di Abramo, gli Israeliti, ed ebbe inizio il loro esodo dall’Egitto. Era esattamente il 14 nisan del 1513 a.C. Tre mesi dopo, ai piedi del monte Sinai, nella penisola arabica, Dio fece un patto con il popolo di Israele. I termini di quel patto furono questi: “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio, preoccupandoti di mettere in pratica tutti i suoi comandi che io ti prescrivo, il Signore tuo Dio ti metterà sopra tutte le nazioni della terra; perché tu avrai ascoltato la voce del Signore tuo Dio, verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste benedizioni Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame … Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici, che insorgeranno contro di te: per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. Il Signore ordinerà alla benedizione di essere con te nei tuoi granai e in tutto ciò a cui metterai mano; ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio sta per darti. Il Signore ti renderà popolo a lui consacrato, come ti ha giurato, se osserverai i comandi del Signore tuo Dio e se camminerai per le sue vie; tutti i popoli della terra vedranno che porti il nome del Signore e ti temeranno” (Deuteronomio 28:1-14 – CEI).
Dunque, Dio scelse i discendenti di Abramo e li organizzò come nazione per mostrare al mondo come sarebbe stata la vita sulla terra se gli uomini avessero ubbidito alle leggi che lui aveva stabilito per il buon funzionamento di tutta la sua creazione! Quella nazione rappresentava un modello del dominio divino in quanto non avrebbe avuto governanti umani, imperfetti, soggetti alla corruzione, dalla conoscenza e dalle capacità limitate, che avrebbero fatto leggi condizionate dai loro limiti, come accadeva e accade tutt’ora in tutte le nazioni della terra. Il governante della nazione di Israele sarebbe stato Dio stesso e la legge che avrebbe regolato la vita dell’intera nazione sarebbe stata la perfetta Legge di Dio. Una legge al di sopra di ogni interesse di parte, perché, come affermò un governante dell’antichità: “Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo … Da te provengono la ricchezza e la gloria; tu domini tutto; nella tua mano c’è forza e potenza; dalla tua mano ogni grandezza e potere” (1Cronache 29:11-14 – CEI). Dio è un governante assolutamente incorruttibile!
Questo modello di governo doveva aiutare tutti gli abitanti della terra a ragionare sulle loro velleità di autodeterminazione, riconoscendone la vanità! (cfr. Ecclesiaste 2:3-11). E la storia di quella nazione dimostra che finché gli Israeliti osservavano la Legge di Dio, mettendo in pratica tutte le sue disposizioni, prosperavano sia sotto l’aspetto materiale che sociale e morale. Quella legge giusta e sapiente era per loro una salvaguardia, poiché impediva loro di cadere schiavi di tutte le pratiche aberranti e immorali (che sorprendente modernità! … sich! …) in uso nelle nazioni che li circondavano. Li rendeva un popolo operoso, senza insanabili ingiustizie sociali (si prenda come esempio la disposizione del giubileo), un popolo libero, protetto dalla dominazione di altri popoli dal loro potente Dio, che viveva in pace con se stesso e con gli altri.

IL DECIMO GIORNO DEL SETTIMO MESE FARAI SQUILLARE LA TROMBA … IL CINQUANTESIMO ANNO SARÀ PER VOI UN GIUBILEO” (Levitico 25:9) 
Circa tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, l’intero popolo di Israele fu radunato sotto il monte Sinai e lì Dio  emanò la sua Legge. La parte fondamentale di quella Legge furono i Dieci Comandamenti, a tutti noti, ma quelle Dieci Parole erano inseparabilmente unite ad altre 600 leggi circa, tutte altrettanto valide e vincolanti per gli Israeliti. Pensate, con solo 600 norme che abbracciavano tutto lo scibile umano e si basavano su due fondamentali pricìpi: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo (cfr. Matteo 22:35-40), il sapiente Creatore governava l’intera nazione composta da milioni di individui. Altro che il Talmud creato dalla tradizione rabbinica che, con le sue infinite arzigogolazioni umane intendeva regolare ogni più piccolo istante della vita di ogni singolo israelita ma che, in effetti “annullava la Parola di Dio in nome della tradizione” (cfr. Matteo 15:5-9) e aveva il solo risultato di “porre pesanti fardelli sulle spalle della gente” (cfr. Matteo 23:4). Altro che i Codici umani composti da migliaia e migliaia di disposizioni, articoli, commi, spesso anche contrastanti tra loro, i quali non hanno mai garantito diritto e giustizia!
Una delle rimarchevoli disposizione della Legge fu l’osservanza di un anno giubilare. Ogni 50 anni si doveva celebrare il Giubileo durante il quale veniva proclamata la libertà in tutto il paese. Questo voleva dire che tutti gli israeliti che si erano venduti come schiavi a causa di debiti tornavano liberi. Significava anche che tutti i possedimenti terrieri ereditari precedentemente venduti (probabilmente a motivo di dissesti finanziari) venivano restituiti ai proprietari originari (cfr. Levitico 25:13-55). Ciò evitava che la ricchezza nazionale si accumulasse nelle mani di pochi. I valori della proprietà erano stabili. Non c’era inflazione né c’erano le classi estremamente ricche e quelle estremamente povere. Nessuna famiglia poteva restare povera in perpetuo. A ogni uomo (e a ogni famiglia) era accordata la giusta dignità umana. Ma, la cosa più importante, quella disposizione additava una libertà più grande. Come scrisse l’apostolo Paolo, la Legge era solo “un’ombra dei beni futuri” (Ebrei 10:1). Così anche il Giubileo indicava qualcosa che doveva accadere nel futuro. Quando Dio creò l’uomo sulla terra gli diede un buon inizio. Aveva tutto per vivere una vita perfettamente felice, in eterno. Ma ribellandosi a Dio, Adamo mise in difficoltà tutta la sua famiglia. Per l’egoistico prezzo dell’indipendenza da Dio vendé la sua progenie schiava del peccato e della morte (cfr. Romani 5:12). Con la disposizione giubilare della Legge, Dio volle indicare che avrebbe riacquistato l’umanità e riportato l’uomo al suo originale stato di libertà mediante un grande “Giubileo”. Per secoli l’umanità ha operato in mezzo a enormi difficoltà. L’economia di molte città e di molte nazioni è ora in rovina e non si vede alcuna via d’uscita. C’è oppressione e, oltre a tutto questo, infermità e morte sono pesi intollerabili. Ma Dio ha un buon proposito per l’umanità, ed è quello di recare, mediante il suo dominio affidato nelle mani di Cristo Gesù, completa liberazione e guarigione, perfino la risurrezione dei morti (cfr. Romani 8:20,21; Isaia 33:24; Apocalisse 21:3,4). Secondo le profezie e la cronologia biblica questo glorioso “Giubileo” è molto vicino.
Nel cristianesimo apostata, che continua a confidare e a pregare per il successo delle iniziative umane, periodicamente si continua a festeggiare il Giubileo, sebbene tutte le disposizioni celebrative della Legge (con una sola eccezione: la commemorazione della morte di Gesù – cfr. Luca 22:19,20) siano state annullate dopo la morte di Cristo, rimanendo in vigore solo i princìpi e gli aspetti profetici ad esse connessi (cfr. Efesini 2:15; Galati 3:25; Colossesi 2:13,14). L’ultimo Giubileo fu celebrato nell’anno 2.000. Milioni di persone, specialmente i giovani, vi parteciparono, grazie anche al grande dispiegamento mediatico messo in atto. Ma quanti di questi ne conoscevano e ne conoscono tuttora il significato tipico e profetico?
 
DURANTE IL PROSSIMO REGNO MILLENARIO DI CRISTO, TIPIFICATO DALL’ANTICO GIUBILEO, L’INTERA UMANITÀ SARÀ LIBERATA DALLA SCHIAVITÙ AL PECCATO E POTRÀ VIVERE PER SEMPRE E IN PACE SU UNA TERRA PARADISIACA (cfr. Romani 8:20,21; Apocalisse 20:6; 21:3,4)
Come Mosè aveva loro detto nel trasmette quella legge, “il Signore tuo Dio ti metterà sopra tutte le nazioni della terra”. Al tempo di Salomone, la nazione raggiunse il massimo della sua prosperità. La regina di Saba, che percorse migliaia di chilometri per andare a vedere con i suoi propri occhi la magnificenza di quella nazione disse a Salomone: “Era vero, dunque, quanto avevo sentito dire nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza. Io non avevo voluto credere a quanto si diceva … ebbene non mi era stata riferita neppure una metà della grandezza della tua sapienza … Sia benedetto il Signore tuo Dio, che si è compiaciuto di te e ti ha costituito, sul suo trono, re per il Signore Dio tuo. Poiché il tuo Dio ama Israele e intende renderlo stabile per sempre, ti ha costituito suo re perché tu eserciti il diritto e la giustizia” (2Cronache 9:3-8). Il simbolo di quella prosperità fu la costruzione dello splendido tempio di Gerusalemme, che divenne il centro dell’adorazione di tutta la nazione a testimoniare come fede in Dio, buon governo e prosperità erano strettamente connesse tra loro!
Per la maggior parte della sua vita il saggio re Salomone ebbe “un cuore ubbidiente” (cfr. 1Re 3:9) ma, verso la fine del suo regno, il suo amore per la giustizia e per la Legge divina si raffreddò e gli fece perdere il pieno favore di Dio. Che cosa era successo? A quanto pare cercò di instaurare una specie di unione delle fedi, per accontentare le numerose mogli straniere. “le sue donne l’attirarono verso dèi stranieri e il suo cuore non restò più tutto con il Signore suo Dio” scrisse il profeta Geremia, “Salomone seguì Astàrte, dea di quelli di Sidòne, e Milcom, obbrobrio degli Ammoniti … costruì un’altura in onore di Camos, obbrobrio dei Moabiti … e anche in onore di Milcom, obbrobrio degli Ammoniti. Allo stesso modo fece per tutte le sue donne straniere, che offrivano incenso e sacrifici ai loro dèi” (1Re 11:4-8 – CEI) … Né più né meno di quello che si tenta di fare oggi nel falso cristianesimo, con le adunate religiose come quelle di Assisi!
Come già detto, all’inizio il popolo israelita non aveva un re umano. Era governato direttamente da Dio mediante la sua Legge e uomini che lo rappresentavano, dei giudici, che si prendevano cura che questa venisse conservata, tramandata e insegnata alla popolazione e vigilavano che venisse osservata. Ma, ad un certo momento, gli Israeliti chiesero di avere anche loro “un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli” (1Samuele 8:5). Dio disse a Samuele, il profeta e giudice che riferì la richiesta del popolo: “Da’ ascolto alla voce del popolo in tutto quello che ti dirà, poiché essi non hanno respinto te, ma me, affinché io non regni su di loro. Agiscono con te come hanno sempre agito dal giorno che li feci salire dall’Egitto fino a oggi: mi hanno abbandonato per servire altri dèi. Ora dunque da’ ascolto alla loro voce; abbi cura però di avvertirli solennemente e di fare loro ben conoscere quale sarà il modo di agire del re che regnerà su di loro” (1Samuele 8:7-9 – VR). L’anziano Samuele fece proprio così e avvertì il popolo dicendo: “Questo sarà il modo di agire del re che regnerà su di voi. Egli prenderà i vostri figli e li metterà sui carri e fra i suoi cavalieri e dovranno correre davanti al suo carro … li metterà ad arare le sue terre e a mietere i suoi campi, a fabbricare i suoi ordigni di guerra e gli attrezzi dei suoi carri. Prenderà le vostre figlie per farsene delle profumiere, delle cuoche, delle fornaie. Prenderà i vostri campi, le vostre vigne, i vostri migliori uliveti per darli ai suoi servitori. Prenderà la decima delle vostre sementi e delle vostre vigne per darla ai suoi eunuchi e ai suoi servitori. Prenderà i vostri servi, le vostre serve, il fiore della vostra gioventù e i vostri asini per adoperarli nei suoi lavori. Prenderà la decima delle vostre greggi e voi sarete suoi schiavi” (1Samuele 8:11-17 – VR). In maniera simile molti cosiddetti “cristiani”, rinnegando colui di cui asseriscono di portare il nome, il quale disse “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36) hanno rigettato il pacifico dominio divino rivolgendo le loro speranze e anche le loro preghiere per sostenere i governi umani, di qualsiasi natura, i quali spesso hanno tolto loro la libertà, li hanno depredati dei loro beni con la loro avidità e li hanno mandati a morire nelle loro inutili guerre!
Dio ebbe molta pazienza con quel popolo che definì “un popolo dal collo duro” (Esoso 32:9 – Di). Lo fece per amore del suo proposito di produrre il “seme” promesso in Eden che avrebbe schiacciato la testa al simbolico “serpente”, Satana il Diavolo. Accettò che in Israele si costituisse una casa reale perché da questa doveva infine venire “colui al quale appartiene di diritto”, la “corona”, cioè il Regno o il dominio della terra, il profetico Silo, “a cui ubbidiranno i popoli” (cfr. Ezechiele 21:32; Genesi 49:10 – CEI). Si, tra tutte le famiglie di Israele, quel “seme” promesso doveva venire dalla casa reale di Davide, il padre di Salomone, cosicché quando sarebbe arrivato avrebbe avuto al di là di ogni dubbio il diritto legale al Regno (cfr. anche 2Samuele 7:12; Luca 1:31-33). Ma quando il promesso “seme”, il Re al quale avrebbero “ubbidito tutti i popoli” sarebbe venuto?
Colui che dice: “Io annuncio la fine sin dal principio, molto tempo prima dico le cose non ancora avvenute” (Isaia 46:10 – VR), ed ancora che Egli “non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi” (Amos 3:7 – VR), non lasciò senza risposta questa importante domanda! Così, circa 530 anni prima della sua venuta, Dio ne fece profetizzare il tempo dal profeta Daniele. Quella profezia, che fa luce sul modo di Dio di calcolare il tempo e gli avvenimenti, poi adempiuta in tutti particolari, costituisce anche per tutti noi una solida base per aver fede nell’adempimento delle promesse di Colui che “ha stabilito l’ordine dei tempi” (Atti 17:26 – CEI).
Essa diceva … …

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