UNA STORIA FINITA – XII parte

“QUESTO È IL MIO FIGLIO DILETTO NEL QUALE MI SONO COMPIACIUTO”

Matteo 17:5 – VR

Quando Gesù compì trent’anni, fu battezzato per immersione nelle acque del fiume Giordano. Appena uscì dall’acqua, una voce dal cielo disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17 – CEI). La voce era quella di Dio. Quell’atto servì come pubblica dimostrazione che Gesù accettava di fare la volontà del Padre, consapevole che richiedeva il sacrificio della sua perfetta vita umana come prezzo di riscatto per liberare i discendenti di Adamo dalla schiavitù al peccato e alla morte.
Circa due anni e mezzo dopo, mentre si trovava con i suoi apostoli nella Cesarea, regione a nord del Mar di Galilea, Gesù prese con se tre di loro, Giacomo, Giovanni e Pietro, e salì su un contrafforte del vicino monte Ermon. Lì accadde un avvenimento miracoloso durante il quale “la sua faccia risplendette come il sole e i suoi vestiti divennero candidi come la luce”. E mentre era in corso quella “trasfigurazione” si udì di nuovo dal cielo la voce di Dio dire: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo” (Matteo 17:2,5 – VR).
Trascorse ancora circa un anno, mentre si avvicinava la Pasqua, esattamente il 10 nisan del 33 d.C., trovandosi nel tempio di Gerusalemme angustiato al pensiero della morte che avrebbe dovuto affrontare di lì a breve e preoccupato per l’effetto che essa poteva avere sulla reputazione del Padre suo, Gesù pregò “Padre, glorifica il tuo nome”. Immediatamente dal cielo si sentì una voce potente che dichiarò: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!”. La folla intorno a Gesù restò perplessa. “Un angelo gli ha parlato” dissero alcuni. Altri sostennero che era stato un tuono. Ma in realtà fu di nuovo Dio a parlare (Giovanni 12:28,29 – CEI).
Queste sono le uniche volte, secondo tutto il racconto biblico, in cui si udì dal cielo direttamente la voce di Dio. In tutte le altre occasioni Dio aveva parlato agli uomini mediante un suo portavoce (cfr. Giovanni 1:1-3). Ma in quelle tre circostanze Dio parlò personalmente per testimoniare che Gesù era il suo “Figlio diletto”. Da queste parole anche un semplice bambino capirebbe che fra l’Iddio Onnipotente e Gesù Cristo intercorre la stessa relazione esistente fra un padre e il suo diletto figlio: si tratta di due individui diversi. Eppure, questa semplice verità biblica viene negata dalle religioni cosiddette “cristiane”, le quali sostengono ostinatamente che Gesù Cristo sia lo stesso Dio Onnipotente e la seconda persona di una Trinità in cui la terza sarebbe lo spirito santo.
Questa dottrina ha creato grande confusione e non poca disputa tra gli aderenti di queste religioni. Non potendola spiegare in termini logici vien detto che essa è “un mistero” (Catechismo della Chiesa Cattolica – art. 261). Una enciclopedia cattolica dice al riguardo: “Nei seminari cattolici sono pochi gli insegnanti di teologia trinitaria che prima o poi non si sono sentiti chiedere: ‘Ma come si fa a predicare la Trinità?’ E se da un lato la domanda è sintomatica di confusione da parte degli studenti, dall’altro è forse altrettanto sintomatica di un’analoga confusione da parte dei docenti” (New Catholic Encyclopedia, – 1967, vol. XIV, p. 304). Eppure questo insegnamento così sconcertante è la dottrina centrale del cattolicesimo, della Chiesa Ortodossa e delle religioni protestanti. Tutti questi presuntuosamente affermano che chi non accetta la Trinità non è cristiano.
Abbiamo così il paradosso di avere da una parte la parola di persone che si definiscono “cristiani” e sostengono al di là di ogni logica la dottrina secondo la quale Dio e Gesù e lo spirito santo sono “un Dio solo in tre Persone” (ibid. – art. 253); le stesse, poi, dichiarano apertamente che “per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica” (ibid. – art. 251). Dall’altra abbiamo il fondamento del vero cristianesimo, cioè la Parola di Dio, che non solo non contiene il termine Trinità (e questo è già molto strano per una dottrina dichiarata “il mistero centrale della fede e della vita cristiana”, ibid. – art. 261), ma addirittura, come vedremo, nega chiaramente i concetti trinitari. Scrive, infatti, Hans Küng, teologo cattolico e compagno di studi di Joseph Ratzinger, l’attuale Papa: “nell’intero Nuovo Testamento … non c’è una dottrina dell’unico Dio in tre persone, una dottrina di «un Dio uno e trino», di una «Trinità»” (H. Küng 1994, Cristianesimo – Essenza e storia, BUR, p. 104).
A chi dovremmo credere?
Gesù, chiamato direttamente in causa in questa diatriba, dichiarò  a Gamaliele, uno dei massimi esponenti del Sinedrio ebraico: “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio”. Per ben tre volte, in quella circostanza egli ribadì di essere il “Figlio” di Dio, e non Dio stesso (Giovanni 3:16-18 – VR). Nella Parola di Dio egli non viene mai presentato in una forma diversa da questa! L’angelo che ne annunciò la nascita disse a Maria: “Colui che nascerà sarà … chiamato Figlio di Dio” (Luca 1:35 – CEI). Giovanni Battista disse di lui: “io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Giovanni 1:34 – CEI). Tutti quelli che lo conobbero da vicino affermarono “Tu sei veramente il Figlio di Dio” (Matteo 14:33 – CEI). L’apostolo Pietro, dal quale il Papa della Chiesa Cattolica dice di discendere, disse di lui “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16:16 – CEI).
Nonostante la chiarezza dei termini biblici sulla vera identità di Gesù, le chiese “cristiane”, con la Chiesa Cattolica in testa, continuano a sostenere il dogma trinitario affermando che “L’incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consostanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio” (ibid. – art. 262). Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega così l’origine di tale mistero: “la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è «consostanziale al Padre»,cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato «il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli … Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre»” (ibid. – art. 242).
Come si può notare dalla suddetta dichiarazione, il dogma trinitario non ebbe origine né da Cristo né dai suoi apostoli. Venne all’esistenza circa trecento anni dopo, quando ormai questi ultimi, che mentre erano in vita costituirono una barriera contro lo sviluppo e la formazione di qualsiasi falso insegnamento si volesse introdurre nella Chiesa cristiana, erano tutti morti (cfr. 2Tessalonicesi 2:6,7). Così, mentre essi “dormivano” nel sonno della morte, il “nemico”, Satana il Diavolo, iniziò a “seminare” tra i veri cristiani le “zizzanie” dell’apostasia, come Cristo aveva predetto (cfr. Matteo 13:24-30, 36-42). In che modo? Come riconosce lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, “ricorrendo a nozioni di origine filosofica” (ibid. – art. 251), in particolare prendendo spunti dalla filosofia greca.
Già un paio di secoli prima della venuta di Gesù c’era stato un tentativo, da parte di filosofi ebrei, di conciliare il pensiero greco con la religione ebraica e la Parola di Dio. Essi cercarono di presentare la storia biblica come storiografia ellenizzata. Libri apocrifi ebraici, come Giuditta e Tobia, oggi impropriamente introdotti nelle traduzioni bibliche cattoliche, si rifanno in effetti a leggende greche a sfondo erotico. Il personaggio che più si distinse in questo fu Filone, un ebreo del I secolo a.C., che fece proprie le dottrine di Platone, dei pitagorici e degli stoici. Le sue idee esercitarono un’enorme influenza sul pensiero ebraico. Riassumendo questa infiltrazione intellettuale del pensiero greco nella cultura ebraica, lo scrittore ebreo Max Isaac Dimont nel suo libro Jews, God and History ha scritto: “Arricchiti del pensiero platonico, della logica aristotelica e della scienza euclidea, gli studiosi ebrei si accostarono alla Torà con nuovi strumenti … Cominciarono a sovrapporre la ragione greca alla rivelazione ebraica”. Il risultato? Concetti religiosi greci, come ad esempio quello dell’anima immortale, vennero espressi con termini ebraici dando vita a quel miscuglio di tradizione e filosofia legalistica che poi si concretizzò nella redazione del Talmùd. Gesù denunciò con forza il deleterio risultato di tale operazione dicendo: “avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione” (Matteo 15:6 – CEI).
Così, nonostante gli avvertimenti dati dagli apostoli di evitare “i discorsi vani e profani e le argomentazioni contrastanti di quella che è falsamente chiamata scienza” e di stare attenti a non farsi ingannare “con la filosofia e con vano inganno, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (1Timoteo 6:20; Colossesi 2:8), nei primi secoli dell’era cristiana, alcuni intellettuali calcarono le stesse orme dei filosofi ebrei cercando di dimostrare l’esistenza di un nesso tra la filosofia greca e la verità rivelata nella Bibbia. Subito dopo la morte degli apostoli, a partire dal II secolo d.C. certi pensatori “cristiani” compirono un deciso sforzo per attirare gli intellettuali pagani volendo dimostrare che il cristianesimo era in armonia con l’umanesimo greco-romano. Clemente Alessandrino e Origene fecero del neoplatonismo il fondamento di quella che divenne la “filosofia cristiana”. Ambrogio, vescovo di Milano, che aveva “assorbito il più aggiornato sapere greco, cristiano e pagano”, cercò di fornire ai latini istruiti una versione classica del cristianesimo. Agostino seguì le sue orme (The New Encyclopædia Britannica, Micropædia, vol. 1, p. 320).
Tutti questi introdussero nel vero cristianesimo elementi di corruzione dottrinale, prima fra tutti la credenza che Gesù fosse uguale al Padre. Il summenzionato “Credo di Nicea” afferma che Gesù è “Dio vero da Dio vero, generato non fatto, della stessa sostanza del Padre”. La New Catholic Encyclopedia (1967), dice che con l’espressione “della stessa sostanza [greco, homoousios] del Padre” il Concilio intese “affermare la Sua piena uguaglianza col Padre”. Questo concetto fu preso a prestito da Platone. Come rileva ancora l’Encyclopædia Britannica, “La teologia cristiana prese la metafisica neoplatonica della sostanza nonché la sua dottrina delle essenze o nature come punto di partenza per interpretare la relazione tra il ‘Padre’ e il ‘Figlio”. Tale insegnamento, invece di promuovere “l’unità della fede” raccomandata dagli apostoli (cfr. Efesini 4:13), provocò una profonda lacerazione tra i fedeli che si divisero tra “ariani” e “atanasiani”, facenti capo gli uni ad Ario, che negava la divinità di Cristo, e gli altri ad Atanasio, il quale sosteneva il dogma trinitario, entrambi teologi-filosofi di Alessandria d’Egitto. A quel tempo a capo dell’impero romano c’era Costantino, il quale sperava di utilizzare il cristianesimo apostata come “cemento” per consolidare il suo traballante impero. Questa controversia teologica per lui era controproducente. Perciò, fallito il tentativo di riconciliare le due fazioni opposte, con una lettera speciale inviata ad Alessandria nel 324 d.C. Costantino convocò un concilio generale della chiesa per stabilire la cosa in un senso o nell’altro. A questo Primo Concilio Ecumenico tenuto nel 325 d.C. a Nicea, in Asia Minore, i vescovi radunati si espressero infine a favore di Atanasio. Adottarono il Credo trinitario niceno che, con successive modifiche e integrazioni apportate nel 381 d.C., nel Concilio di Costantinopoli, è riconosciuto valido fino ad oggi dalla Chiesa Cattolica Romana, dalla Chiesa Ortodossa Orientale e dalla maggioranza delle chiese protestanti. In questo modo il cristianesimo apostata lasciò il concetto biblico di “un solo Dio” per adorare un misterioso e incomprensibile “Dio trino”.
La controversia ariana non terminò a Nicea. La dottrina della Trinità ha tenuto diviso il cristianesimo apostata per secoli (cfr. 1Corinzi 1:10-13). Nel corso di vari concili ecumenici i teologi hanno speculato sull’esatta natura e sul ruolo del Figlio e sulla domanda se lo Spirito Santo procedesse solo dal Padre oppure dal Padre e dal Figlio. Tutte queste discussioni hanno reso confusa l’idea di Dio nella mente delle  persone 
      
Il Concilio di Nicea del 325 d.C. fu voluto, indetto e presieduto dall’imperatore romano Costantino
COME SI SVILUPPÒ IL DOGMA TRINITARIO?
Nel 325 d.C. l’imperatore romano Costantino convocò un concilio di vescovi a Nicea, città dell’Asia Minore. Lo scopo era quello di risolvere le continue dispute religiose sulla relazione che c’è tra Gesù, il Figlio di Dio e Dio stesso. La controversia che si era sviluppata tra coloro che sostenevano che Gesù fosse Dio e quelli che vi si opponevano minacciava l’unità dell’impero, di cui la chiesa era diventata parte essenziale, e questo preoccupò molto l’imperatore che scese personalmente in campo nella disputa. Costantino non era cristiano, sebbene lo si faccia passare per un convertito al cristianesimo. Che ruolo ebbe al concilio di Nicea? Una nota enciclopedia spiega: “Costantino stesso presiedette, guidando attivamente le discussioni, e propose personalmente … la formula cruciale che esprimeva la relazione fra Cristo e Dio nel simbolo formulato dal concilio, ‘consustanziale col Padre’ … Intimoriti dall’imperatore, i vescovi, con due sole eccezioni, firmarono il simbolo, molti fondamentalmente contro la loro volontà” (Encyclopædia Britannica, vol. 6, p. 386). Il ruolo di Costantino fu dunque determinante: dopo due mesi di accaniti dibattiti religiosi, quest’uomo politico pagano intervenne decidendo a favore dei sostenitori della divinità di Gesù.
Comunque, nonostante che molti lo credano, il Concilio di Nicea non affermò la Trinità come dottrina del cristianesimo. Si asserì che il Padre e il Figlio erano della stessa sostanza ma non si disse che erano un solo Dio. Peraltro il ruolo dello spirito santo fu trattato solo marginalmente. Quello che poi divenne l’insegnamento trinitario, a quel tempo non esisteva. L’idea che il Padre, il Figlio e lo spirito santo fossero ciascuno vero Dio e che i tre fossero uguali in eternità, potenza, posizione e sapienza, formando nel contempo un unico Dio – un Dio in tre persone – non fu formulata né da quel concilio né dai primi Padri della Chiesa. Nicea segnò solo una svolta. Aprì la porta all’accettazione ufficiale dell’uguaglianza del Figlio col Padre e spianò la strada alla successiva formulazione della Trinità. Infatti dopo il Concilio la disputa andò avanti ancora per decenni. Nel 381 d.C. il Concilio di Costantinopoli confermò il Simbolo Niceno. E vi aggiunse qualcosa: il ruolo dello spirito santo. Ma anche dopo Costantinopoli passarono secoli prima che l’insegnamento della Trinità venisse accettato da tutto il mondo cristiano. Un’enciclopedia cattolica ammette: “In Occidente … sembra sia invalso il silenzio generale per quanto attiene al Costantinopoli I e al suo credo … il credo promulgato dal concilio non fu estesamente riconosciuto in Occidente fino al VII o VIII secolo” (New Catholic Encyclopedia, 1967, volume VII, pagina 115). La dottrina della Trinità si sviluppò lentamente nell’arco di alcuni secoli. Alvan Lamson, pastore protestante e autore del libro The Church of the First Three Centuries, ha scritto nella sua opera: “Possiamo affermare che la dottrina della Trinità si andò formando gradualmente e relativamente tardi; che trasse origine da una fonte del tutto estranea alle Scritture Ebraiche e Cristiane; che si sviluppò e fu innestata sul cristianesimo per mano dei Padri platonisti” (pp. 75-76, 341). I tentativi fatti dagli uomini di chiesa per attirare i non credenti del mondo romano fecero sì che il cristianesimo assorbisse gradualmente alcuni di quei concetti filosofici pagani. La parola stessa “Trinità” venne accettata solo gradualmente. Né il termine greco triàs né quello latino trinitas compaiono nel testo delle Scritture Greche o nella versione latina della Bibbia, la Vulgata. Nessuna delle due parole è biblica.
Il graduale sviluppo dell’idea trinitaria fu un aspetto dell’allontanamento dal vero cristianesimo predetto da Gesù (cfr. Matteo 13:24-43). La Trinità è, dunque, una dottrina pagana camuffata da dottrina cristiana. È stata promossa da Satana il Diavolo per ingannare le persone, per rendere Dio qualcosa di confuso e misterioso per gli uomini rendendoli così più vulnerabili ad altre idee e pratiche religiose false che allo stesso modo egli ha introdotto nella chiesa cristiana, quali l’immortalità innata dell’anima umana, il purgatorio, il limbo e il tormento eterno nell’inferno di fuoco, solo per fare altri esempi, con lo scopo di allontanare le persone dal vero proposito di Dio.
Ma cosa realmente insegna la Parola di Dio al riguardo? Dice veramente che Dio, il Padre, e Gesù, il Figlio, sono “consostanziali”, cioè che sono “lo stesso unico Dio”, come vorrebbero sostenere i fautori del dogma trinitario? (ibid. – art. 262) In altre parole, insegna la Parola di Dio che, come si afferma nel citato Catechismo, “Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre … cioè un unico Dio quanto alla natura” e che è “uguale la gloria, coeterna la maestà”? (ibid. – artt. 253, 266)
Ripetendo i punti fondamentali della Legge scritta data alla nazione di Israele prima che questa entrasse nella terra promessa, Mosè affermò: “il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo” (Deuteronomio 6:4 – CEI). Da allora questo concetto monoteistico è stato ribadito migliaia di volte in tutta la Parola di Dio. Tutti gli scrittori biblici, senza alcuna eccezione, hanno reso evidente il fatto che Dio è un’unica Persona: un unico Essere indiviso e senza uguali. Perché mai avrebbero dovuto parlare di Dio come di un’unica persona se in realtà erano tre? A che cosa sarebbe servito, se non a confondere le idee? Sicuramente se in Dio ci fossero tre persone egli avrebbe fatto sì che gli scrittori biblici lo evidenziassero in maniera inequivocabile. Come minimo lo avrebbero fatto gli scrittori dei libri che compongono il Nuovo Testamento, che furono personalmente a contatto col Figlio di Dio. Ma non lo fecero. L’apostolo Paolo, che scrisse ben tredici di tali libri, riassunse il loro comune pensiero dicendo: “Dio è uno solo” e facendo la netta distinzione: “per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo” (Galati 3:20 – CEI; 1Corinzi 8:6 – VR).
Anche Gesù indicò il Padre come “l’unico vero Dio” (Giovanni 17:3 – CEI). Non ne parlò mai come di una divinità in più persone né espresse mai concetti che in qualche modo potessero identificarlo con la stessa persona di Dio. Una volta, ad esempio, ad un ricco che prostrandosi ai suoi piedi gli disse: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”, egli rispose: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Marco 10:17,18 – CEI). Dunque Gesù disse che nessuno è buono quanto Dio, nemmeno egli stesso. Come è possibile se essi sono “un unico Dio quanto alla natura”? Il grado di bontà di Dio è tale da distinguerlo nettamente anche da Gesù! In un’altra circostanza Gesù  disse chiaramente ai suoi discepoli “il Padre è più grande di me” (Giovanni 14:28 – CEI). Come si concilia questa affermazione con quella del catechismo cattolico secondo la quale tra Dio e Gesù vi è “uguale la gloria”? Poco prima di essere ucciso, Gesù si rivolse in preghiera al Padre dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Luca 22:42 – CEI). Se il “Padre” e il “Figlio” sono “lo stesso unico Dio”, a chi Gesù rivolse quella preghiera? A se stesso? E se “il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre”, come mai la volontà del “Padre” è superiore e non coincide con quella del “Figlio”? In punto di morte, poi, Gesù esclamò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Marco 15:34 – CEI). Quel grido, “Dio mio”, non poteva certo essere pronunciato da qualcuno che pensava di essere Dio. E se Gesù era Dio, da chi era stato abbandonato? Da se stesso? Infine, se il “Padre” e il “Figlio” sono “consostanziali” e “della stessa natura”, come mai Gesù morì mentre di Dio è scritto: “Non sei tu forse, o Jahve, dall’eternità il mio Dio santo, che non morirai?” (Abacuc 1:12 – Ga *). E quando Gesù morì, dopo tre giorni chi lo risuscitò dai morti? Nella tomba egli rimase completamente inconscio poiché “i morti non sanno nulla … nel soggiorno dei morti … non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza” (Ecclesiaste 9:5-10). Se fosse stato “lo stesso unico Dio” come avrebbe potuto Gesù risuscitare se stesso in quello stato di completa inconsapevolezza? Dopo la sua risurrezione, infine, egli disse a Maria Maddalena: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17 – CEI). Perchè definì il Padre “Dio mio” se era egli stesso Dio?
Questi sono solo alcuni esempi delle tante incongruenze che ci sono tra la dottrina trinitaria e ciò ch’è scritto nella Parola di Dio.
Ma chi sostiene il dogma trinitario obietta che Gesù fu subordinato a Dio solo mentre era sulla terra, nella natura umana. Questo ragionamento, però, è ancora una volta smentito dal racconto neotestamentario il quale mostra che Gesù non tornò a essere Dio dopo la sua risurrezione ma rimase subordinato al Padre anche dopo il suo ritorno in cielo. L’apostolo Paolo scrisse che Cristo entrò “nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” (Ebrei 9:24 – CEI). Ora, se Gesù comparve “al cospetto” di Dio (cioè “alla presenza di” o “davanti a” – cfr. http://dizionari.hoepli.it), come poteva essere Dio stesso? Inoltre, quando il martire Stefano stava per essere lapidato “fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra” (Atti 7:55, CEI). Egli non vide un “unico Dio” ma vide due esseri ben distinti e nessun spirito santo, nessuna Divinità trina. Le parole di Stefano concordano con ciò che le Scritture dicono sul ruolo di Gesù, che non è assolutamente quello di “uguale gloria” con Dio, poiché il Padre gli disse “siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi” (Atti 2:34,35 – CEI). Ma ad abbattere definitivamente il pensiero dei trinitari è ciò che scrisse ancora l’apostolo Paolo su cosa accadrà alla fine del regno millenario di Cristo. Leggiamo infatti: “Poi sarà la fine, quando egli [il celeste Gesù] consegnerà il regno a Dio Padre … anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Corinti 15:24, 28 – CEI). Altro che “coeterna maestà”! Mentre il Padre, “unico Dio”, viene chiamato il “Re eterno”, perché “il suo dominio è un dominio eterno e il suo regno dura di generazione in generazione” (1Timoteo 1:17; Daniele 4:34 – VR), di Gesù è scritto che “gli furono dati dominio, gloria e regno” (evidentemente prima non li aveva) e che egli dovrà regnare solo “per mille anni” (Daniele 7:14; Apocalisse 20:4 – VR) al termine dei quali “consegnerà il regno a Dio Padre” e “anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa”.
In conclusione, di fronte a tali e tanti fatti, se affermiamo di essere cristiani e di credere nelle Sacre Scritture, dovremmo seriamente chiederci:
Perché per migliaia d’anni nessun profeta di Dio insegnò la Trinità al Suo popolo?
Perché Gesù non l’insegnò o non usò le sue capacità di grande Insegnante per far capire chiaramente la Trinità ai suoi seguaci?
Perché non l’hanno insegnata gli apostoli, che furono da Cristo incaricati di occuparsi della nascente chiesa cristiana e di proteggerla dall’impurità?
Ha, dunque, Dio ispirato le centinaia di pagine della Sacra Scrittura senza includere l’insegnamento della Trinità pur essendo questa presentata come “il mistero centrale della fede e della vita cristiana”? (ibid. – art. 261)
La storia dimostra che il dogma della Trinità non viene menzionato nella Parola di Dio perché è frutto di un’elaborazione teologica posteriore al tempo di Gesù e dei suoi apostoli.  Pertanto l’unica risposta logica che possiamo dare a tali domande è che l’insegnamento della Trinità costituisce una deviazione dalla verità biblica, esso è un insegnamento apostata!
E non è l’unico! …

___________________________________________________________________

(*) Diverse traduzioni bibliche, come VR, CEI, Di, traducono Abacuc 1:12 “noi non morremo” anziché “non morirai” riferito a Dio. Questa differenza deriva dal fatto che i Soferim, scribi ebrei, nel copiare le Sacre Scritture, si presero delle indebite libertà, per cui fecero degli emendamenti, o correzioni, al testo ebraico. I Masoreti, che successero ai Soferim, notarono queste alterazioni, facendone una registrazione nel margine del testo. Queste note si chiamano Masora. Uno dei diciotto Emendamenti fatti dai Soferim si trova in Abacuc 1:12. Essi modificarono il testo ebraico da lo’ tamùth, “tu non muori”, a lo’ namùth, “noi non moriremo”. Perché lo fecero? Scrive Christian David Ginsburg, un biblista di origine polacca “Non bisogna andare lontano per cercare la ragione dell’alterazione. Era considerato offensivo dire del Signore “tu non muori”. Quindi fu sostituito con “noi non morremo” (C. D. Ginsburg – Introduction to the Massoretico-Critical Edition of the Hebrew Bible, 1897, p. 358). I Soferim fecero il loro emendamento perché pensarono fosse una bestemmia associare l’idea della mortalità a Dio in qualsiasi modo.

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Libero pensatore e inguaribile sognatore
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2 risposte a UNA STORIA FINITA – XII parte

  1. silvianovabellatrix ha detto:

    Come al solito trascinante questo tuo post….riguardo ai tentativi ( riusciti !) di far riconoscere come ” cristiani” idee filosofiche greche, sarebbe bello un giorno tu scrivessi qualcosa su Agostino, Origene, Gerolamo e la gnosi…:)

  2. GIANNI ha detto:

    Cara Silvia, il culto della “conoscenza” (greco gnosis) ha sempre assillato la mente degli altezzosi i quali, dimentichi “che noi siamo polvere” hanno creduto di poter essere padroni dello scibile e di poterne disporre a loro uso e consumo (Salmo 102:14 – CEI). Poi basta che si scateni una qualunque forza della natura è tutti i nostri limiti ci ricascano drammaticamente addosso mostrandoci la nostra più totale incapacità. Fukushima docet! Nel II secolo d.C. uno tsunami religioso sconvolse il mondo cristiano e le fetide acque dell’apostasia invasero il campo “di buon grano” seminato da Cristo alimentando la crescita di molte “zizzanie” nocive alla salute spirituale dei discepoli di Gesù (cfr. Matteo 13:24-30, 36-42). Anche in quel caso fu l’operato di uomini presuntuosi a scatenare la più diabolica invenzione religiosa: un falso cristianesimo! Cultori della “gnosis” umana iniziarono ad elaborare idee mistiche prese in prestito dal mondo greco-orientale deviando da quella che era chiamata “la via della verità” (cfr. Atti 9:2; 2 Pietro 2:2). Tu hai fatto i nomi di alcuni di quegli uomini. Essi oggi sono considerati “i Padri” di quella Chiesa che appropriatamente la Parola di Dio paragona ad una meretrice a causa della sua fornicazione spirituale con ogni cultura che trae la sua origine dalla confusione post-diluviana (cfr. Genesi 10:8-10; Apocalisse 18:2-3). Concordo con te sulla opportunità di considerare lo sviluppo di ciò che l’apostolo Paolo definì “quella che falsamente si chiama scienza” e vedere come la verità è stata travisata per mezzo di filosofie umane (cfr. 1Timoteo 6:20,21 – VR). Ti ringrazio per il suggerimento. Farò qualche ricerca in merito che certamente non mancherò di rendere pubblica quanto avrò concluso la storia che ora sto raccontando. Ah! … riguardo alla felicità, sarà oggetto del mio prossimo post, spero che tu possa apprezzarlo come sempre. Un caro saluto. G

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