UNA STORIA FINITA – XIII parte

“FELICI SONO QUELLI CHE SANNO DI ESSERE SPIRITUALMENTE POVERI”

Matteo 5:3 – Today’s English Version

 

 Matteo 5:3-11 – Greek NT, Westcott/Hort 1881
μακάριοι οἱ πτωχοὶτῷπνεύματι, ὅτι αὐτῶν ἐστιν βασιλεία τῶν οὐρανῶν.
μακάριοι οἱ πενθοῦντες, ὅτι αὐτοὶ παρακληθήσονται.
μακάριοι οἱ πραεῖς, ὅτι αὐτοὶ κληρονομήσουσιν τὴν γῆν.
μακάριοι οἱ πεινῶντες καὶ διψῶντες τὴν δικαιοσύνην, ὅτι αὐτοὶ χορτασθησονται.
μακάριοι οἱ ἐλεήμονες, ὅτι αὐτοὶ ἐλεηθήσονται.
μακάριοι οἱ καθαροὶ τῇ καρδίᾳ, ὅτι αὐτοὶ τὸν θεὸν ὄψονται.
μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί, ὅτι [αὐτοὶ] υἱοὶ θεοῦ κληθήσονται.
μακάριοι οἱ δεδιωγμένοι ἕνεκεν δικαιοσύνης, ὅτι αὐτῶν ἐστιν βασιλεία τῶν οὐρανῶν.
μακάριοι ἐστε ὅταν ὀνειδίσωσιν ὑμᾶς καὶ διώξωσιν καὶ εἴπωσιν πᾶν πονηρὸν καθ’ ὑμῶν ψευδόμενοι ἕνεκεν ἐμοῦ. χαίρετε καὶ ἀγαλλιᾶσθε ὅτι μισθὸς ὑμῶν πολὺς ἐν τοῖς οὐρανοῖς· οὕτως γὰρ ἐδίωξαν τοὺς προφήτας τοὺς πρὸ ὑμῶν.
In una occasione Edward Frederick Lindley Wood, visconte di Halifax, ma più noto come Lord Irwin, il vicerè britannico dell’India, fece al suo ospite, Mahatma Gandhi questa domanda: “Mahatma, da uomo a uomo, mi dica quale pensa sia la soluzione dei problemi del suo paese e del mio”. Prendendo un piccolo libro da un vicino candelabro, Gandhi lo aprì al quinto capitolo di Matteo e rispose: “Quando il suo paese e il mio saranno d’accordo sugli insegnamenti esposti da Cristo in questo Sermone del Monte, avremo risolto i problemi non solo dei nostri paesi ma del mondo intero” (Treasury of the Christian Faith, Stanley I. Stuber & Thomas C. Clark. Eds., 1949).
Sembra incredibile, eppure un indù mostrò di conoscere e apprezzare le parole pronunciate da Gesù in quella circostanza più di molti cosiddetti “cristiani”!
Il Sermone del Monte può essere anche definito la chiave della felicità. Gesù, infatti, con quel discorso fece una serie di dichiarazioni che indicano le ragioni della felicità.
Iniziò col dichiarare “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Matteo 5:3 – VR, CEI, Di). Nel testo originale greco il termine qui tradotto “beati” è makàrioi. La sua più corretta traduzione è “felici”. Per “beati” c’è un’altra parola greca più specifica, cioè eulogetòi (cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Ed. Dante Alighieri). Diverse versioni moderne traducono correttamente makàrioi con “felici” (cfr. TEV, BBE, YLT). Ma cosa intese dire Gesù con l’espressione “‘Beati’ o ‘Felici’ i poveri in spirito”? Questa traduzione letterale delle sue parole sembra quasi una contraddizione di termini, volta ad indicare che le persone felici siano persone mentalmente instabili o che manchino di vitalità e determinazione. Oppure, riallacciandosi anche al parallelo racconto dell’evangelista Luca che scrisse: “‘Beati’ [makàrioi, ‘felici’] voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Luca 6:20 –  VR, CEI, Di), il senso che spesso viene proiettato da queste parole nel cristianesimo apostata è che ci sia qualche merito speciale nell’essere poveri o che i poveri abbiano automaticamente il favore di Dio. Ancora una volta l’esame dei termini usati nella lingua originale ci aiuta a comprenderne il giusto significato. La parola greca per “poveri” qui usata è, infatti, molto significativa. In greco per dire “povero” ci sono  due parole, una è penikhròs e l’altra è ptokhòs. Qual è la differenza di significato? penikhròs si riferisce a quelli che non sono ricchi, hanno pochi mezzi; questi non avvertono del tutto la loro situazione di necessità poiché, seppur con affanno, sopravvivono con quel poco che hanno. Mentre ptokhòs si riferisce a chi è miseramente povero, indigente, mendicante ed è pienamente consapevole del suo stato di necessità. Quest’ultima è la parola che usò Gesù. I “poveri” ai quali Egli si riferì erano persone calpestate dalla prepotenza dei capi religiosi i quali avevano “chiuso il regno dei cieli” davanti a loro (cfr. Matteo 23:13 – CEI). Erano “poveri” in senso spirituale poiché nel loro stato non avevano nessuna speranza di riscattare la propria vita. Per questo motivo diverse traduzioni traducono il passo in questione con: “Felici sono quelli che sanno di essere spiritualmente poveri …” (Today’s English Version). La maggioranza di quelli che seguirono Gesù fu tratta primariamente dalla gente comune. Gesù pietosamente descrisse quelle folle di persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Matteo 9:36 – CEI). Con altezzosa arroganza gli scribi e i farisei, la classe ‘colta’ sacerdotale, le disprezzavano, le chiamavano àm ha àrets (popolo del paese) e le consideravano ignoranti, peccatori indegni perché non osservavano le tradizioni orali, cioè quel pantano di pignolerie legalistiche e rituali da essi stessi create che Gesù definì “pesanti fardelli” (cfr. Giovanni 7:47-49; Matteo 23:4). Quella superba classe sacerdotale si riteneva ricca e sazia, soddisfatta e ammirata perché aveva “i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze” (Matteo 23:6,7 – CEI). A differenza di questi, quelli che ascoltavano le parole di Gesù  erano folle spiritualmente affamate, pienamente coscienti di essere “poveri in spirito”, cioè di essere in una misera condizione spirituale e bisognose dei provvedimenti di Dio per soddisfare le loro necessità spirituali. Perciò accettarono Gesù come il Messia promesso, ascoltarono le sue istruzioni, rifiutarono l’ipocrisia dogmatica e ritualistica dei capi religiosi del loro tempo e modellarono la loro vita sui semplici e più autentici insegnamenti di Gesù. Sebbene modesti rispetto alla cultura boriosa e sprezzante dei “sapienti” capi religiosi, quei “poveri in spirito” vennero chiamati da Dio “per svergognare i sapienti … per confondere i forti … per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio” (1Corinzi 1:26-29 – VR e CEI; cfr. anche Atti 4:13). Essi avevano un importante motivo per essere “sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa”: Quale? Gesù disse: “di essi è il regno dei cieli”; a loro, e non ai “ricchi” ipocriti scribi e farisei, fu offerta l’opportunità di regnare nel celeste regno di Dio retto da Cristo (cfr. 2Corinzi 6:10; Luca 22:28-30).
Che dire ora di noi? Viviamo in un periodo di depressione spirituale molto simile a quello in cui visse Gesù, con la stessa classe clericale opulenta e arrogante nella propria “cultura” religiosa autoreferenziata che fornisce un modello di vita “cristiana” pieno di menzogne dottrinali, d’ipocrisia, di avidità e di immoralità che ha reso le persone comuni perplesse e confuse riguardo alla vera speranza che Dio offre! Siamo tra “quelli che sanno di essere spiritualmente poveri”, cioè tra quelli che si rendono conto di avere la necessità di una guida religiosa più sicura e fidata e cercano di ricevere un sano ammaestramento spirituale per mezzo della Parola che Dio ci ha dato a questo scopo? (cfr. 2Timoteo 3:16,17) Oppure siamo di quelli che “non sopportano la sana dottrina” e caparbiamente cercano “maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole”? (2 Timoteo 4:3, 4). Riconosciamo, altresì che, come disse Gesù, “l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio”, e che, quindi, abbiamo delle primarie necessità spirituali da soddisfare o siamo tra “quelli che usano di questo mondo”, cioè tra quelli che impiegano il proprio tempo solo nelle occupazioni della vita ed esclusivamente per appagare i propri bisogni e desideri fisici e materiali? (cfr. 1Corinzi 7:29-31 – Di) Ognuno di noi può rispondere a queste domande esaminando il tempo che dedica ad acquistare conoscenza di Dio e del suo proposito e quello che dedica alle altre attività della vita, incluso lo svago. Dalle nostre risposte potremo dedurre se saremo quelle persone “felici” (o “beate”, per usare il termine meno corretto), non perché godono delle “ricchezze” di questo mondo poiché, come affermò l’apostolo Paolo, “la forma attuale di questo mondo passa”, ma perché “nostro è il Regno di Dio”. Riconoscersi “poveri” o bisognosi sotto l’aspetto spirituale e agire di conseguenza dimostra, infatti, che siamo quelle persone “mansuete” che “erediteranno la terra” (Matteo 5:5 – VR). Questa espressione, nella maggioranza dei casi, potrà significare la vita eterna su una terra paradisiaca sotto le benedizioni del Regno di Dio (cfr. Giovanni 17:3; Apocalisse 21:3,4).

Al tempo di Gesù in Israele c’era una notevole povertà. Circa 600 anni prima quel popolo era caduto sotto la dominazione straniera dalla quale non si era più liberato e questa aveva ostacolato l’applicazione della legge mosaica le cui norme impedivano alle famiglie di ridursi in estrema povertà (cfr. Deuteronomio 15:4,5). Ad esempio tutelava i possedimenti ereditari e impediva agli abitanti del paese di perdere per sempre le loro proprietà (cfr. Levitico 25:13). Ma al tempo di Gesù la popolazione era allo stremo delle proprie forze; il racconto ispirato dice che Gesù “vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite” (Matteo 9:36 – VR). La maggioranza di quelli che ascoltarono il Sermone del Monte viveva in tale situazione. I loro capi religiosi, specie i farisei, amanti del denaro, s’interessavano ben poco dei poveri (cfr. Luca 16:14). Essi si preoccupavano più della tradizione che di inculcare sincero amore per il prossimo e dovuto rispetto per i bisognosi. Perciò quello che maggiormente preoccupò Gesù fu la condizione spirituale del popolo Israelita. Quindi iniziò il suo Sermone facendo riferimento proprio a tale condizione. Sebbene stanche ed oppresse dalla protervia e dall’ipocrisia dei loro capi religiosi, quelle folle erano corse lì per ascoltare il Messia. Esse dimostrarono che si rendevano conto di essere cadute in un basso livello spirituale e sociale e di aver bisogno dei provvedimenti del loro Dio per risollevarsi dalla loro indigenza materiale e morale. Le parole di Gesù dovettero essere di molto conforto per loro poiché disse che, nonostante tutto, essi sarebbero stati felici. Perché? La consapevolezza di dipendere da Dio li avrebbe spinti ad interessarsi della sua volontà e ad abbandonare le tradizioni e le pratiche rabbiniche che avevano reso senza valore la Parola di Dio. Si sarebbero liberati dall’oppressivo gioco legalistico e ritualistico posto sulle loro spalle dai capi religiosi e, pentendosi della loro condotta, avrebbero accettato Gesù come il promesso Messia, cioè il provvedimento preso da Dio per la salvezza di tutto il genere umano, incluso il riscatto dalla povertà materiale. La loro felicità, inoltre, sarebbe stata accresciuta dalla promessa che avrebbero “ereditato” le benedizioni del Regno di Dio.
Una ulteriore causa di felicità Gesù la indicò dicendo: “Beati [o Felici] quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati” (Matteo 5:6 – CEI). Per spiegarne la ragione, Gesù fece un contrasto fra due classi di persone: gli scribi e i farisei, la classe colta, da una parte, e le persone comuni che essi opprimevano dall’altra. E parlò di due tipi di giustizia: quella ipocrita degli scribi e farisei e quella vera, la giustizia di Dio (cfr. il v. 20). La pretesa giustizia degli scribi e dei farisei derivava dalle tradizioni orali, che erano state introdotte nel II secolo a.C. con la scusa di  costituire “una siepe intorno alla Legge” per proteggerla dall’ellenismo. Esse avevano cominciato a essere considerate come parte della Legge. Anzi, gli scribi erano giunti al punto di attribuire maggiore importanza alle tradizioni orali che alla Legge scritta. Al tempo di Gesù quelle tradizioni erano già così numerose e diffuse che per una persona comune era praticamente impossibile riuscire ad osservarle. Quegli ipocriti avevano introdotto le proprie regole per conseguire la giustizia, perciò Gesù li rimproverò dicendo loro: “avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione” (Matteo 15:6 – CEI). Tanto per fare un esempio, secondo loro un modo per conseguire la giustizia era il dare l’elemosina. Due libri apocrifi (cioè non facenti parti dell’originale canone biblico) scritti nel II secolo a.C. e impropriamente introdotti nella raccolta biblica dalla Chiesa Cattolica, rispecchiano il loro punto di vista tradizionale. Il libro di Tobia afferma: “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tobia 12:9, – CEI). Sullo stesso tono si legge nel Siracide (o Ecclesiastico): “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati” (Siracide 3:29 – CEI). Idee del genere incoraggiavano l’accattonaggio da un lato e l’ostentazione della propria “giustizia” dall’altro (si confronti ciò che disse Gesù sull’abitudine di fare pubblicità ai propri doni in Matteo 6:2). Al tempo di Gesù i mendicanti si mettevano nei luoghi frequentati dalle folle, ad esempio nelle vicinanze del tempio, a chiedere l’elemosina. Scene del genere sono molto comuni anche oggi.
Cosa significano allora le parole pronunciate da Gesù sulla giustizia nel suo Sermone del Monte? A quegli ipocriti religiosi Gesù ancora disse: “Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” (Luca 16:15 – CEI). Cosa si comprende da queste parole? Che non si è giudicati “giusti” in base ai propri punti di vista o alle proprie norme ma in base alle norme o regole stabilite da Dio. L’apostolo Paolo ben espresse questo concetto parlando di persone che “hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3 – CEI). Per farci conoscere le sue norme e la sua giustizia Dio l’ha fatte mettere per iscritto. Esse costituiscono la Sua Parola scritta. Se noi le impariamo e facciamo tutto il possibile per osservarle allora Dio ci “attribuisce giustizia”. In che senso? L’esempio dell’antico patriarca Abramo ci aiuta a capirlo. Di lui, infatti, l’apostolo ha scritto che “la fede fu messa in conto ad Abraamo come giustizia”. Perché? “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli come gli era stato detto …  Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio”  (Romani 4:9-21 – VR). In virtù della fede che esercitò nella promessa di Dio relativa al “seme” e per la ragione che si sforzò di seguire i comandi di Dio, lasciando le comodità della sua città natale per andare a vivere “in tende” in una terra che non conosceva, Abramo, nonostante fosse ancora nella natura imperfetta e peccatrice come discendente di Adamo, fu considerato da Dio “giusto”, o innocente in paragone con il mondo del genere umano estraniato da Dio. A motivo della sua fede e delle sue opere Dio lo benedisse dandogli un figlio in età avanzata, facendo discendere da lui una grande nazione e dalla sua progenie il promesso Messia per mezzo del quale dovranno essere benedette tutte le nazioni della terra (cfr. Genesi 22:18). Abramo ebbe anche l’onore di essere chiamato “amico di Dio” (Giacomo 2:23). Di lui le Scritture dicono che “morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni” (Genesi 25:8 – CEI). Ma la felicità più grande Abramo l’avrà quando sarà tra quei “giusti” che, come è ancora scritto, saranno risuscitati per tornare a vivere per sempre su una terra che sarà resa di nuovo un paradiso! (cfr. Atti 24:15; cfr. anche Giovanni 5:28,29). Ecco dunque il vero senso delle parole pronunciate da Gesù nel suo discorso: se siamo decisi a vivere non secondo i nostri personali punti di vista, soprattutto in campo religioso, ma secondo la verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola, potremo avere l’intima sensazione di essere approvati da Dio e da lui giustificati nonostante gli errori che potremo continuare a commettere a causa della nostra imperfezione, e ottenere infine la promessa della vita eterna in quel nuovo sistema di cose che Dio porterà in sostituzione del vecchio sistema impiantato dal Diavolo e dai suoi seguaci celesti e terreni, cioè quei “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pietro 3:13 – CEI).
Gli scribi e i farisei … Legano infatti pesi pesanti e difficili da portare, e li mettono sulle spalle degli uomini; ma essi non li vogliono smuovere neppure con un dito. Fanno tutte le loro opere per essere ammirati dagli uomini; allargano le loro filatterie e allungano le frange dei loro vestiti. Amano i posti d’onore nei conviti e i primi posti nelle sinagoghe, e anche i saluti nelle piazze, e di sentirsi chiamare dagli uomini rabbi” (Matteo 23:2-7 – Di). Ripetute volte Gesù si rivolse contro quei capi religiosi definendoli “ipocriti”! Il motivo? Ostentavano una puntigliosa osservanza del rituale e della tradizione ma “trascuravano la giustizia” (Matteo 23:23). La giustizia di cui essi non tenevano conto era quella di Dio. Le loro tradizioni orali erano costituite da una interminabile sequela di precetti legalistici ed essi pensavano che osservandoli scrupolosamente o compiendo opere di carità avrebbero controbilanciato agli occhi di Dio le trasgressioni della sua Legge. Ma quella tradizione “annullava la Parola di Dio”! (Matteo 15:6) Al contrario la giustizia di Dio è collegata alla sua volontà e al suo proposito. Comprende ciò che Egli si aspetta che noi facciamo. Cercare la giustizia di Dio vuol dire sforzarsi di vivere secondo i suoi valori e le sue norme perfette, non secondo i nostri criteri (cfr. Romani 12:2). Essa ci spinge a fare tutto il possibile per piacergli sostenendo le sue norme ed evitando di stabilire le nostre.
Oggi la situazione non è molto differente dai giorni di Gesù. I capi del cristianesimo apostata incoraggiano, allo stesso modo degli scribi e farisei del I secolo, un modo di vivere la fede ipocrita, basato più sugli aspetti esteriori e ritualistici, cioè sulle numerose tradizioni che essi stessi hanno inventato, piuttosto che sulle verità esposte nella Parola di Dio. La diffusa ignoranza delle Sacre Scritture tra i loro seguaci ne è la prova! Il risultato è l’aver “accecato le menti, affinché non risplenda loro la luce del vangelo della gloria di Cristo” (2Corinzi 4:4 – VR). Le persone sono semplicemente affascinate dai riti esoterici proposti come “misteri”, di cui non è né data né richiesta la comprensione, ai quali si deve solo credere e ciecamente ubbidire, e dall’ostentazione di una ipocrita pietà. A loro è stato fatto anche credere che le generose offerte caritatevoli, o altre opere filantropiche o religiose, giustifichino atteggiamenti dannosi o perfino un modo di vivere immorale. La contropartita, infatti, è il condono di ogni attività illegale, corrotta e menzognera, secondo la fallimentare “giustizia” umana, così che la stragrande maggioranza di quelli che si dichiarano “cristiani”,  “ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3 – CEI).
Per riassumere, dunque, la chiave della vera felicità indicata da Gesù è:
– riconoscere il proprio bisogno spirituale e credere che la nostra vita e le nostre prospettive future dipendono da Dio (cfr. Geremia 10:23);
– fare ogni sforzo per soddisfare la nostra necessità spirituale, imparando qual’è il vero proposito di Dio per il genere umano così come Lui l’ha dichiarato nella sua Parola scritta (cfr. Salmo 85:11 – CEI; 86:11 – VR e Di; 2Timoteo 3:16,17);
– fare la volontà di Dio mettendo in pratica nella nostra vita le sue giuste norme e non seguendo i nostri punti di vista personali né la tradizione inventata da uomini ipocriti, come i capi religiosi del tempo di Cristo (Isaia 30:21; 1Corinzi 4:6; 1Giovanni 5:3).
Se siamo disposti a fare queste cose, allora potremmo essere veramente felici perché, anche mentre saremo ancora nella nostra imperfezione e subiamo le conseguenti circostanze avverse, avremo l’intima consapevolezza di far piacere a Dio, al Sovrano dell’intero universo, e perché avremo la concreta speranza di essere per questo dichiarati da Lui “giusti”, come lo furono Abramo, Noè, Davide, Sara, Raab e tanti altri uomini e donne dell’antichità, per ricevere la ricompensa della vita eterna su una terra paradisiaca (cfr. Giacomo 2:23-25; Salmo 36:29 – CEI; 37:29 – VR e Di).

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8 risposte a UNA STORIA FINITA – XIII parte

  1. Terry ha detto:

    17 aprile 2011: Testimoni di Geova commemoreranno la morte di Gesù

    I testimoni di Geova commemoreranno la morte del nostro Signore Gesù Cristo Domenica 17 Aprile, radunandosi dopo il tramonto nelle oltre 3.000 comunità presenti in tutta Italia.

    Caserta – Si tratta della più importante celebrazione di questa confessione cristiana e trae origine dal comando che diede Gesù stesso agli apostoli durante l’ultima cena: “Continuate a fare questo in ricordo di me”. Ogni anno la Commemorazione della morte di Gesù viene celebrata dai testimoni di Geova nel giorno in cui secondo le scritture morì il Figlio di Dio, corrispondente al 14 nisan del calendario ebraico.

    Nel nostro paese lo scorso anno hanno assistito alla celebrazione 443.787 mila persone, tra testimoni di Geova e simpatizzanti. A livello mondiale sono stati 18.706.895 milioni coloro che si sono radunati per l’evento nelle 107.210 comunità presenti in 236 nazioni. Come avviene in tutti gli incontri dei Testimoni, l’ingresso è libero e non si fanno collette.

    Nella zona del Casertano e Beneventano si terranno a:

    – Maddaloni c/o Sala del Regno dei Testimoni di Geova in via Pardo n.1 orari: 19.15 e 21.00,

    – Caserta c/o Sala del Regno dei Testimoni di Geova V.le degli Aranci P.co Elegantia ore 20:00 e Sala Congressi “Leonardo da Vinci” Crowne Plaza Caserta zona Ex Saint-Cobain ore 20:00

    – Benevento c/o Sala del Regno dei Testimoni di Geova in Via Tommaso Bucciano 36 ore 19:30 e Hotel President via Giovan Battista Perasso,1 ore 19:30, sempre a Benevento anche in lingua russa in viale Principe di Napoli 102 alle ore 19:30.

    – Sant’Agata dei Goti c/o Hotel Ristorante Guardanapoli via Case Sparse Cervino ore 19:30.

    La celebrazione avrà inizio con un canto e una breve preghiera. Dopo di che un ministro di culto pronuncerà un discorso per chiarire le ragioni per cui Geova Dio mandò Suo Figlio sulla terra a morire per tutta l’umanità. Come fece Gesù durante l’ultima cena, durante il discorso saranno passati fra i presenti pane non lievitato e vino rosso, che per i testimoni di Geova simboleggiano rispettivamente il corpo e il sangue di Gesù. Infine, un altro canto e una preghiera concluderanno la cerimonia, che in tutto durerà circa un’ora.

    ——————————-

    Autore della pubblicazione:
    Salvatore Carfora – Salvatore Rufino
    Ufficio Pubbliche Relazioni dei Testimoni di Geova Carfora-Rufino

    fonte

    Questo articolo è stato pubblicato sul sito Comunicati-Stampa.net, in data 4 aprile 2011, da parte di Salvatore Carfora Ufficio Stampa dei Testimoni di Geova province di Massa Carrara e La Spezia, rubrica Comunicati Stampa (www.comunicati-stampa.net)

  2. GIANNI ha detto:

    Grazie Terry per la tua segnalazione. Sono felice di ospitare il tuo appello nel mio blog. Come dice la Scrittura: “esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Tessalonicesi 5:21 – CEI). Penso, quindi, che se qualcuno volesse, anche solo a titolo di curiosità, presenziare alla cerimonia da te annunciata, troverà molto utili le tue informazioni. La morte di Gesù rappresenta di sicuro l’avvenimento fondamentale della vita di un cristiano, poiché essa fu l’unico provvedimento compatibile con la Sua giustizia che Dio prese per la salvezza del genere umano. Pertanto ogni occasione per ricordarla e rifletterci sopra dovrebbe essere colta da chiunque si interessa della volontà di Dio. Un cordiale saluto. G.

  3. Terry ha detto:

    E’ il pomeriggio
    di un venerdì tipico e stai guidando fino alla tua casa.
    Sintonizzi la radio.

    Il notiziario racconta una cosa di poca importanza:

    in un paese lontano sono morte 3 persone di una qualche influenza che mai prima si era vista.
    non gli dai molta attenzione a questa notizia…

    IL lunedì quando te svegli, senti che non sono più 3, se no 30000 persone che sono morte tra le colline remote dell’India.
    Persone del contollo della sanità degli Stati Uniti, sono andati a investigare.

    Il Martedì diventa la notizia più importante della prima pagina del giornale, perchè ormai non è solo l’India ma anche il Pakistan, Irán e Afganistán e velocemente la notizia esce in tutti i notiziari. La stanno chiamando
    “L’influenza misteriosa” e tutti si domandano: Come la controlleremo?

    C’è panico in Europa e si chiudono le frontiere.
    Senti al telegiornale la traduzione di una donna che racconta di un uomo trovato morto nell’ospedale per l’influenza misteriosa.

    I telegiornali dicono, che quando hai il virus, per una settimana non ti rendi conto di averla. Dopo hai 4 giorni di dolori terribili e allora muori.

    L’Inghilterra anche chiude le frontiere, però è tardi.

    L’indomani il presidente degli Stati Uniti, chiude le frontiere, per evitare il contagio nel paese, fino a quando non avranno incontrato la cura…

    Il giorno seguente la gente si riunisce nelle chiese per pregare per una cura ed entra qualcuno dicendo “Prendete la radio e ascoltate la notizia!!:

    ” 2 Donne sono morte a New York. Ormai sembra che l’influenza abbia contagiato il mondo.
    Gli scienziati continuano cercando l’antidoto, però niente sembra funzionare. P
    resto arriva la notizia tanto aspetta: Si è decifrato il codice del DNA del virus.
    Si può fare l’antidoto.
    C’è bisogno del sangue di qualcuno che non sia stato infettato e subito corre la notizia che tutti si rechino all’ospedale più vicino per fare degli esami del sangue.”

    Vai di tua volontà e porti la tua famiglia, insieme ai tuoi vicini, domandandoti: che succederà? Sarà così che finirà il mondo…?

    All’ospedale, dopo gli esami, esce un dottore gridando un nome. Il più piccolo dei tuoi figli è vicino a te, Ti afferra per il giacchetto e dice: Papà? è il mio nome.
    Prima che puoi reagire ti tolgono tuo figlio e tu gridi: ASPETTATE!
    E loro rispondono: tutto andrà bene, il suo sangue è pulito, il suo sangue è puro.

    Dopo 5 minuti i dottori escono gridando e ridendo. E’ la prima volta che vedi ridere qualcuno dopo una settimana. Il dottore più anziano si avvicina a te e dice: Grazie, signore! Il sangue di suo figlio è puro, si può fare l’antidoto…
    La notizia corre da tutte le parti, la gente piange e grida di felicità.
    Allora il dottore si avvicina a te e a tua moglie e dice: Possiamo parlarvi per un momento? E’ che non sapevamo che il donatore sarebbe stato un bambino e abbiamo bisogno che firmiate queste carte per dare il sangue.
    Mentre leggi il foglio ti rendi conto che non è specificata la quantità di sangue e chiedi: Quanto sangue?
    Il sorriso del dottore sparisce e risponde: Non pensavamo che sarebbe stato un bambino.
    Non eravamo preparati. Lo dobbiamo usare tutto!
    Non ci credi e cerchi di reclamare:

    “Però, Però…”. Il dottore continua insistendo, “Non capisce, stiamo parlando della cura per tutto il mondo. Per favore firmi, abbiamo bisogno di tutto il sangue . Tu chiedi: però non potete fare una transfusione? E la risposta è: se troveremo sangue puro lo faremo…
    Perfavore? Firmi!!
    In silenzio e senza sentire più le dita della mano che stringono la penna, FIRMI.
    Ti domandano “Vuoi vedere tuo figlio?”
    Cammini fino alla sala di emergenza dove si trova tuo figlio seduto che ti dice: Papà!, Mamma! che succede? Prendi la sua mano e gli dici: Figlio, Tua madre e io ti amiamo tantissimmo, ti amiamo e mai permetteremo che ti avvenga qualcosa che non sia necessario, capisci questo? E quando il dottore ritorna e dice: “Mi dispiace ma dobbiamo incominciare, persone in tutto il mondo stanno morendo”…
    Tu te ne saresti andato? Avresti potuto voltare le spalle e lasciare tuo figlio lì?
    Mentre lui ti dice Papà?, Mamma? perchè mi abbandonate?..
    La settimana dopo, mentre stai facendo una cerimonia per onorare tuo figlio, c’è qualcuno che dorme a casa sua, altri non sono venuti perchè preferivano andare a passeggiare o vedere una partita di calcio e altri vengono alla cerimonia, con un sorriso falso facendo finta che gli importi.
    Vorresti fermare tutto e gridare: Mio figlio è morto per voi!!!! Non vi importa?

    A volte è questo quello che Dio ci vuole dire: “Mio figlio è morto per voi, e non riuscite a capire quanto vi amò?

    E’ curioso vedere come è semplice per le persone rifiutare Dio, e dopo chiedersi perchè il mondo va di male in peggio.

    E’ curioso vedere come crediamo a quello che è scritto sul giornale, però contestiamo quello che è scritto sulla Bibbia.

    E’ curioso come ci sforziamo giorno dopo giorno accumulando beni terreni e non ci dedichiamo neanche un minuto a fare tesoro delle cose celestiali.

    E’ curioso come qualcuno dice: “Io credo in Dio”, però con le sue azioni dimostra che segue altri scopi.

    E’ curioso come inviamo migliaia di “scherzi” attraverso una email, le stesse che si spandono come un fuoco…, però quando inviamo messaggi che riguardano Dio, ci pensiamo 2 volte prima di condividerli con altri!

    E’ curioso come la lussuria, cruda, volgare e oscena viene trasmessa liberamente, Peò le discussioni su Gesù sono soffocate nelle scuole e nei posti di lavoro.

    E’ CURIOSO, VERO??

    Più curioso è vedere un cristiano così fervente la domenica, essere un cristiano invisibile il resto della settimana.

    E’ curioso che quando finisci di leggere questo messaggio, non senti la necessità di inviarlo a molti di quelli che stanno nella tua lista contatti; semplicemente perchè non sei sicuro(a) di quello che loro credono o andranno a pensare di te?

    E’ curioso che noi ci preoccupiamo di quello che la gente pensi, piuttosto di quello che DIO pensi di noi.
    Non ti trattenere, Invialo, solo devi pigiare Inoltra!!!.

  4. Terry ha detto:

    Molto dubbia…..In una occasione Edward Frederick Lindley Wood, visconte di Halifax, ma più noto come Lord Irwin, il vicerè britannico dell’India, fece al suo ospite, Mahatma Gandhi questa domanda: “Mahatma, da uomo a uomo, mi dica quale pensa sia la soluzione dei problemi del suo paese e del mio”. Prendendo un piccolo libro da un vicino candelabro, Gandhi lo aprì al quinto capitolo di Matteo e rispose: “Quando il suo paese e il mio saranno d’accordo sugli insegnamenti esposti da Cristo in questo Sermone del Monte, avremo risolto i problemi non solo dei nostri paesi ma del mondo intero” (Treasury of the Christian Faith, Stanley I. Stuber & Thomas C. Clark. Eds., 1949).

    vedi annuario dei testimonidi Geova 2011 pag.11.dal paragrafo che inizia: A volte anche una fonte apparentemente affidabile….

  5. GIANNI ha detto:

    Cara Terry, sono appena rientrato da un viaggio di lavoro, quindi posso rispondere ai tuoi messaggi, innanzitutto per ringraziarti della segnalazione su Ghandi che mi permette di aggiornare le mie informazioni. Come avrai visto nel mio post è citata la fonte dell’informazione, pertanto la responsabilità della sua attendibilità riguarda solo il suo autore, anche se, naturalmente, sono pienamente d’accordo con quanto affermato nel paragrafo da te indicato! In ogni caso il riferimento aveva un valore puramente aneddotico e di introduzione al corpo dell’argomento di cui, credo sei d’accordo con me, non ne inficia il valore! In questa vita non si finisce mai di imparare (per questo la vita è bella! – cfr. Ecclesiaste 3:11) e di lezioni nella mia lunga (ahimè!…) vita ne ho imparate tante! Tra queste anche lo strano modo in cui Dio aiuta le persone, che non sono sempre “gli altri”, ma anche noi stessi, a volte davvero incomprensibile, ma alla fine sempre molto efficace! Anche le lezioni dei tuoi commenti sono piuttosto chiare e come si può non condividerle?! Tra l’altro dimostrano che tu, Terry, sei una persona dotata davvero di molta perspicacia, ed è evidente che lo spirito di Dio opera su di te! Ho però un piccolo dubbio: che la tua saggezza non sempre è all’altezza della tua perspicacia! Ti piace molto raccontare aneddoti e spero che ti piaccia anche ascoltarne, perciò te ne racconto uno anch’io!
    Come è noto, appena terminata la conquista della terra promessa, ci fu la spartizione del suo territorio tra le tribù di Israele, secondo le indicazioni che Dio stesso diede. Alle tribù di Ruben, Gad e metà di Manasse toccò per sorte il territorio ad est del fiume Giordano mentre tutte le altre occuparono il paese ad ovest dello stesso. Queste tre tribù decisero di edificare nei pressi del Giordano un enorme altare. Quando le altre tribù ne vennero a conoscenza supposero che quello fosse un atto di apostasia. Pensarono che le tre tribù avrebbero usato quella grande costruzione per fare sacrifici invece di andare alla tenda di adunanza a Silo, il luogo stabilito per l’adorazione. Pertanto prepararono immediatamente un azione militare contro quelle tre tribù. Ma prima di passare alle armi, saggiamente decisero di inviare una delegazione, capeggiata dal sacerdote Fineas, per ascoltare le loro motivazioni. Dopo aver udito le accuse di infedeltà, ribellione e apostasia contro Dio rivolte loro, le tribù presunte colpevoli spiegarono la ragione per cui avevano edificato quel grande altare. Non era un altare per i sacrifici, ma “una testimonianza” dell’unità delle tribù d’Israele nell’adorazione del loro Dio. La delegazione inviata dalle altre tribù fu persuasa che i loro fratelli non avevano fatto nulla di male e tornò a casa per riferire la cosa alle altre tribù. Così si evitarono una guerra civile e un terribile spargimento di sangue. Questo racconto, che aneddoto non è ma è una delle importanti lezioni fatte scrivere da Dio, si trova nel libro di Giosuè al cap. 22. La lezione tu la conosci molto bene! Basta estenderla in senso lato! La storia trova il suo clou in queste importanti parole pronunciate dai presunti apostati: “Costruiamo un altare, non per olocausti, né per sacrifici, ma perché sia testimonio fra noi e voi e fra i nostri discendenti dopo di noi, dimostrando che vogliamo servire al Signore dinanzi a lui, con i nostri olocausti, con le nostre vittime e con i nostri sacrifici di comunione. Così i vostri figli non potranno un giorno dire ai nostri figli: Voi non avete parte alcuna con il Signore” (vv. 26,27 – CEI). Questa era la questione importante che le altre tribù compresero bene! Un cordiale saluto. G.

    • Terry ha detto:

      L’altare sarebbe servito a ricordare, fungendo da “testimonianza”, del fatto che anche loro facevano parte del popolo di Dio….devo ammettere che sei molto scaltro nell’usare le scritture. Gli Israeliti erano sempre comunque uniti nell’adorazione del solo vero Dio Geova…(non erano le tribù di Ruben, Gad e metà di Manasse, un altro popolo).Quello che intendevo dirti lo spiego con questo esempio.
      Es.Cosa intendeva Elia con l’espressione ‘zoppicare su due differenti opinioni’? Quelle persone non riuscivano a capire che dovevano scegliere tra Geova e Baal. Pensavano di poter adorare entrambi, propiziando Baal con i loro riti abominevoli e nel contempo chiedendo il favore di Geova Dio. Forse credevano che Baal avrebbe benedetto i raccolti e il bestiame, mentre “Geova degli eserciti” li avrebbe protetti in battaglia. (1 Samuele 17:45) Avevano tralasciato una verità fondamentale, che sfugge ai più anche oggi: Geova non spartisce con nessuno la devozione che gli spetta. Esige e merita esclusiva devozione. Qualsiasi fusione con altre forme di adorazione è per lui inaccettabile, persino offensiva. — Esodo 20:5.
      Perciò gli israeliti ‘zoppicavano’, come se volessero seguire contemporaneamente due strade. Oggi molti fanno lo stesso sbaglio, lasciando che altri “baal” si insinuino nella loro vita e prendano il posto dell’adorazione di Dio. L’esplicito richiamo di Elia ci fa riesaminare la nostra scala di valori e la nostra adorazione.(la tua qual’é)?
      Trovo piacevole il tuo sito, ritengo che, sei, bravo e perspicace.
      Scusami se ti dó del (tu) l’etá me lo consente hahahahahahahh ciao

  6. GIANNI ha detto:

    Buongiorno Terry, quello che intendevi dirmi l’ho capito fin dall’inizio, sotto questo aspetto sono “molto scaltro”. Non lo sono invece nell’uso delle scritture che cito solo in base il mio intendimento e secondo il mio cuore che, è vero, è spesso “ingannevole” (cfr. Geremia 17:9) ma è anche la sede di sentimenti che nessuno di noi riesce veramente a leggere, tranne Colui che l’ha formato! In ogni caso apprezzo molto la tua premura! Scappo al lavoro. Un caro saluto! G.

  7. silvianovabellatrix ha detto:

    Finalmente ho capito cosa voleva dire quel ” poveri in spirito” che mi aveva sempre lasciato perplessa…e non avevo mai trovato chi me lo spiegasse decentemente !

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