UNA STORIA FINITA – XVII parte

“TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA”

Matteo 16:18 – CEI

Correva l’anno 32 A.D., il terzo anno del ministero di Cristo, ed era una tipica giornata di fine estate in Galilea, regione nel nord della Palestina. Si avvicinava una delle tre grandi feste che gli Israeliti avevano il comando di osservare, la Festa delle Capanne, definita “la festa del raccolto al volgere dell’anno” poiché chiudeva l’anno agricolo e celebrava la raccolta degli ultimi frutti della terra, cereali, olio e vino (cfr. Esodo 34:22 – CEI). Gesù e i suoi apostoli stavano rientrando dalla città di Cesarea di Filippo, vicino alle sorgenti del fiume Giordano, dove avevano compiuto un giro di evangelizzazione. Erano soli, lontano dalle folle che di solito si radunavano al loro passaggio, e si stavano dirigendo a sud, verso la città di Capernaum, un tragitto di circa 40 km da percorrere a piedi, tra piante di papiri e canne, attraverso la paludosa valle tracciata dal fiume, prima che questi si getti nel Mar di Galilea. I dodici camminavano dietro rispetto al loro Maestro e discutevano animatamente tra di loro. La cosa non sfuggì a Gesù il quale, appena arrivati in città, fece loro questa domanda: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?” (Marco 9:33 – CEI).
Ma cosa accadde?
Il racconto dice: “essi tacevano” (v. 34). Come mai? Gesù aveva approfittato di quel viaggio per parlare con loro delle cose che, di lì a poco, sarebbero accadute. Aveva detto loro: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno” (v. 31). Essi, quindi, sapevano che quella fantastica stagione trascorsa ogni giorno fianco a fianco con il Messia stava per concludersi, perciò stavano ragionando sulla loro sorte. In quei tre anni trascorsi insieme Gesù aveva rafforzato la loro speranza del regno messianico. Le sue numerose parabole erano state incentrate tutte sul regno, illustrandone vari aspetti. Essi avevano la certezza che Gesù era il Messia promesso, il futuro re d’Israele. Più di una volta Gesù aveva detto loro “siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele” (Matteo 19:28 – CEI). Perciò ora si interrogavano sulle posizioni che ciascun d’essi avrebbe occupato in quel regno di cui si aspettavano l’imminente istituzione (cfr. Atti 1:6). Ma, come uomini imperfetti, anch’essi avevano la tendenza ad esaltare se stessi e a fare paragoni tra di loro. Infatti, la disputa che avevano fatto durante la strada riguardava “chi fra di loro fosse il più grande”, cioè non su chi era più adatto per questo o quell’incarico, ma su chi avrebbe occupato la posizione più elevata dopo il Messia stesso (Marco 9:34). Ora che il loro Maestro chiedeva ragione della discussione, essi “tacevano”. Si rendevano conto d’essere stati solo degli egoisti e dei vanagloriosi, degli ambiziosi che non meritavano alcuna lode! Tuttavia, Gesù non aveva bisogno di un’ammissione da alcuno di loro. Il loro significativo silenzio tradiva l’imbarazzo in cui si trovavano. Mostrava che si vergognavano. Quindi Gesù, con la sua capacità di discernere i pensieri delle persone, “sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti»” (v. 35).
Con questa dichiarazione Gesù indicò quale sarebbe stata la regola del suo regno: doveva essere diverso dai regni del mondo, in cui l’uomo politico è spinto dall’ambizione egoistica, oltre che dall’inclinazione umana imperfetta, a farsi servire piuttosto che servire altri. Questo modo d’agire tradisce presunzione, mancanza di umiltà. Gesù non manifestò mai una simile disposizione. In una occasione egli disse che questa era l’attitudine mentale degli ipocriti capi religiosi giudei i quali volevano “essere ammirati dagli uomini”, perciò amavano “i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze” (Matteo 23:5-9 – CEI). I discepoli che dovevano affiancarlo nel regno, al contrario, dovevano manifestare la sua stessa, umile attitudine mentale.
Fra gli apostoli che discutevano animatamente sul proprio ruolo nel regno c’era Pietro. Poco tempo prima proprio a lui Gesù aveva rivolto queste parole: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16:18,19 – CEI). Tali parole vengono da molti interpretate nel senso che Gesù indicava Pietro come il fondamento della chiesa cristiana. In particolare la Chiesa Cattolica insegna che Gesù diede a Pietro il primato sugli altri apostoli, facendo di lui il primo papa. Nella costituzione dogmatica dell’ultimo Concilio Vaticano II venne, infatti, dichiarato: “Questo Sacrosanto Sinodo, sull’esempio del Concilio Vaticano primo, insegna e dichiara che Gesù Cristo, Pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli Apostoli come Egli stesso era stato mandato dal Padre, e volle che i loro successori, cioè i Vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli. Affinché poi lo stesso Episcopato fosse uno e indiviso, prepose agli altri Apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione. Questa dottrina della istituzione, della perpetuità, del valore e della natura del sacro Primato del Romano Pontefice e del suo infallibile Magistero, il Santo Concilio la propone di nuovo a tutti i fedeli perché sia fermamente creduta, e proseguendo nello stesso disegno, ha stabilito di professare e dichiarare pubblicamente la dottrina sui Vescovi, successori degli Apostoli, i quali col successore di Pietro, Vicario di Cristo e capo visibile di tutta la Chiesa, reggono la casa del Dio vivente”(I Documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1966, II edizione, pp. 82,83).

DICENDO A PIETRO: “… SU QUESTA PIETRA EDIFICHERÒ LA MIA CHIESA” È VERO CHE GESÙ STAVA DICHIARANDO IL PRIMATO DI PIETRO SUGLI ALTRI APOSTOLI, NOMINANDOLO “CAPO VISIBILE DI TUTTA LA CHIESA”?
C’è, però, da chiedersi: se così fosse stato, se Gesù con quelle sue parole aveva voluto dichiarare il “primato” di Pietro, perché gli apostoli stavano ancora discutendo su “chi fra di loro fosse il più grande”? Non avrebbero dovuto avere dubbi al riguardo! L’evangelista Luca descrive ancora cosa accadde in occasione dell’ultima cena che Gesù celebrò con i suoi apostoli nella primavera del 33 A.D., cioè circa un anno dopo che Gesù aveva parlato della “pietra di fondamento” della chiesa cristiana, o sei mesi dopo quell’animato confronto sulla via per Capernaum. E racconta che tra gli apostoli di nuovo “sorse una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande” e che, ancora una volta, Gesù ribadì che “i re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Luca 22:24-26 – CEI). In base a ciò, come si può credere che Gesù, “prepose” Pietro agli altri apostoli?
Cosa dicono al riguardo i documenti della primitiva chiesa cristiana?
Giuseppe Alberigo, che fu docente di storia della chiesa presso l’Università di Bologna e Direttore dell’Istituto per le scienze religiose, fondato da Giuseppe Dossetti, ha dichiarato: “Nel NT [Nuovo Testamento] non ricorre mai, come è noto, la parola ‘papa’, né la relativa sostantivazione ‘papato’. L’unica figura dominante è Gesù di Nazaret; tra i discepoli e in modo particolare tra gli apostoli è molto problematico riconoscere, sulla base dei testi, una figura emergente in assoluto. Pietro, Giovanni, Giacomo, Paolo costituiscono altrettante figure molto caratterizzate e significative, diverse tra di loro e complementari. Senza dubbio Pietro è presentato come uno degli interlocutori privilegiati del Cristo, anche se non l’unico, né sempre il più significativo … Non si incontrano nel NT indicazioni di Gesù sui successori di Pietro o degli altri apostoli” (Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di G. Barbaglio e S. Dianich, Edizioni Paoline, 1977, pp. 1096-9).
Come intesero Pietro stesso, e gli altri apostoli, le parole di Gesù sulla “pietra di fondamento” della chiesa? Il giorno dopo la Pentecoste del 33 A.D. Pietro, parlando nel Sinedrio di Gerusalemme, disse: “la cosa sia nota a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele …  Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo” (Atti 4:10,11 – CEI). Successivamente Pietro trattò questo stesso argomento nella prima lettera che scrisse alle comunità cristiane e disse: “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pietro 2:4,5 – CEI). Pietro aveva capito bene l’insegnamento di Gesù! Non era lui la “pietra” su cui si doveva edificare la chiesa, ma Cristo Gesù stesso! Pertanto non rivendicava nessun “primato” sugli altri ma li invitava a rivolgersi a Cristo! L’apostolo Paolo confermò questa corretta interpretazione scrivendo a sua volta: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore” (Efesini 2:19-21 – CEI).
Come e quando, allora, è venuta fuori la storia del primato di Pietro e della sua successione in qualità di “Vicario di Cristo”?
Non fu qualcosa che avvenne dalla sera alla mattina. Si sviluppò in modo molto insidioso. Ricordiamo gli avvertimenti dati da Gesù al riguardo: nella parabola “del grano e delle zizzanie” aveva profetizzato che il “nemico” del regno, Satana il Diavolo, avrebbe seminato tra i “figli del regno”, cioè tra i veri cristiani, i “figli del maligno”, cioè dei falsi cristiani (vedi il mio post precedente). Gesù indicò quale sarebbe stata l’attitudine mentale e il modo di comportarsi di quei falsi cristiani dicendo di loro: “voi che avete per padre il diavolo … volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Giovanni 8:44 – CEI). Poi aggiunse: “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini”, e perciò amavano “i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì”  … “padre” … “maestri” …” (Matteo 23:5-9 – CEI). Così, pian piano, nella chiesa primitiva alcuni uomini con incarichi di responsabilità, gli epìskopoi, (i “sorveglianti”) cominciarono evidentemente a fare piccoli abusi. Si sentivano alquanto importanti nella posizione che occupavano. Pensavano di aver diritto a un po’ di più di quanto non meritasse il “comune” componente della chiesa. Si concessero privilegi speciali e pretesero dagli altri cose di natura materiale. In questo modo potevano vivere un po’ più agiatamente, potevano essere considerati “qualcuno”. Questo fu tutto ciò che vollero, dapprima. Ma gradualmente essi e i loro successori in carica divennero più esigenti, più intrepidi, più arbitrari nell’esercizio dell’autorità. Iniziarono a dire menzogne dal punto di vista dottrinale, prendendole in prestito dal paganesimo e dalla filosofia greca, ingannarono e sviarono la chiesa per soddisfare i loro desideri, come accusò l’apostolo Pietro dicendo ‘nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false” (2Pietro 2:3 – CEI). Anche l’apostolo Paolo confermò l’esistenza di alcuni di questi uomini, dicendo: “se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi prende il vostro, se uno s’innalza sopra di voi, se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate” (2Corinzi 11:20 – VR).
Forse, in principio quegli uomini non avevano nessuna idea dei risultati a cui avrebbe portato il loro semplice volere alcuni favori, della spaventosa, detestabile cosa che avrebbe a suo tempo prodotto la soddisfazione di un “piccolo” desiderio egoistico (cfr. Luca 16:10). Probabilmente pensarono che la loro deviazione, se pure era tale, era insignificante. Ma seguendo la storia di questa tendenza si possono vedere le conseguenze di cui questi stessi uomini furono responsabili.
Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Matteo 23:8-10 – CEI). Egli non aveva dato ai suoi discepoli nessuna istruzione di dividersi tra “padri” e “figli” o tra “maestri” e “discenti”, tantomeno in clero e laici. Erano tutti uguali come componenti di una famiglia spirituale, “tutti fratelli”, avevano tutti la stessa opportunità di essere “pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo … stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose” (1Pietro 2:5,9 – CEI). I cristiani dovevano essere tutti “sacerdoti” in senso spirituale poiché dovevano impegnarsi tutti nell’opera di offrire sacrifici spirituali. Dovevano tutti servire Dio allo stesso modo! E, in effetti, all’inizio, non c’era tra di loro nessun indizio di divisione in “clero e laici”. Ma poi cosa accadde?
Iniziarono ad esserci delle deviazioni a livello organizzativo delle comunità cristiane. All’inizio ogni comunità aveva un corpo di “sorveglianti” o “anziani” spirituali, gli epìskopoi (sorveglianti), o anche i presbỳteroi (anziani) [i due termini erano tra loro intercambiabili – cfr. Atti 20:17; 1Pietro 5:1]. Essi avevano la stessa autorità e nessuno di loro era autorizzato a ‘signoreggiare’ sul gregge affidato alla loro cura (cfr. 1Pietro 5:3). La loro era una semplice qualifica ‘spirituale’ connessa con la maturità e la capacità di assumere responsabilità al servizio dell’intera comunità. Non era, pertanto, una carica elettiva. Per assumerla dovevano soddisfare dei precisi requisiti indicati nelle Sacre Scritture (cfr. 1Timoteo 3:2-7; Tito 1:5-9). E una delle prime deviazioni fu proprio la distinzione fra i termini “sorvegliante” (epìskopos) e “anziano” (presbỳteros), che non furono più usati per indicare il medesimo incarico. Solo un decennio circa dopo la morte dell’apostolo Giovanni, Ignazio, “epìskopos” di Antiochia, scrivendo agli abitanti di Smirne, disse: “Come Gesú Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo (epìskopos) e i presbiteri (gli anziani) come gli apostoli” (Antonio Quacquarelli, I Padri Apostolici, 5a edizione riveduta e ampliata, Città Nuova Editrice, Roma, 1986, p. 136). Ignazio perciò sosteneva che ciascuna comunità doveva avere un unico vescovo, o sorvegliante, distinto dai presbiteri, o anziani, e investito di un’autorità superiore alla loro. Johann August Wilhelm Neander, teologo tedesco e storico della Chiesa del XX secolo, ha scritto nella sua opera Allgemeine Geschichte der christlichen Religion und Kirche (Storia generale della religione cristiana e la Chiesa): “Nel II secolo … dev’essere stato istituito l’incarico permanente di presidente dei presbiteri, al quale era affidata in particolare la sorveglianza di ogni cosa, per cui gli fu dato il nome di epìskopos (vescovo), distinguendolo in tal modo dal resto dei presbiteri”. Furono così poste le basi per la graduale formazione di una classe clericale.
Dice ancora una nota enciclopedia: “L’antitesi giudaica di clero a laicato fu in principio sconosciuta fra i cristiani; e fu ‘solo allorché gli uomini dal punto di vista evangelico ricaddero su quello giudaico’ che l’idea del generale sacerdozio cristiano di tutti i credenti cedette il posto, più o meno completamente, a quella del sacerdozio speciale o clero … Dal tempo di Cipriano … padre del sistema gerarchico, la distinzione di clero e laicato divenne preminente, e molto presto fu universalmente ammessa. In realtà, dal terzo secolo in poi, il termine clerus (kléros, ordo) fu applicato quasi esclusivamente al sacerdozio per distinguerlo dal laicato. Allorché si formò la gerarchia romana, il clero divenne non semplicemente un ordine distinto (che poteva essere in armonia con tutte le regole e le dottrine apostoliche), ma fu pure riconosciuto come il solo sacerdozio, e il mezzo essenziale di comunicazione tra l’uomo e Dio”. (Cyclopædia di M’Clintock e Strong, Volume II, pagina 386). Il summenzionato Thascio Cecilio Cipriano, “Dottore” della Chiesa, fu un epìskopos della chiesa di Cartagine, in Africa. Nacque verso il 210 e morì nel 258 d.C. Era un ecclesiastico, chiamato qui “padre del sistema gerarchico”, uno del corpo di ecclesiastici venuto all’esistenza non molto più di un secolo dopo la morte degli apostoli di Cristo. Da quel tempo in poi, per tutto l’alto Medio Evo, fino al tempo della Riforma e all’inizio delle chiese “protestanti”, e fino ai nostri giorni, è esistita nel cristianesimo apostata questa distinzione fra clero e laici. The Encyclopedia Americana (edizione del 1929), Volume 7, pagina 90, aggiunge: “La separazione dal laicato divenne più notevole col moltiplicarsi di incarichi e titoli, privilegi, diritti, abiti e abitudini particolari. Nella Chiesa Cattolica Romana ci sono otto gradi o distinzioni del clero, cioè quella del semplice chierico, quelle dei quattro ordini minori e quelle dei tre ordini sacri di subdiacono, diacono e sacerdote … Gli ultimi tre sono considerati come di istituzione divina. Il semplice chierico è uno che ha ricevuto la tonsura ecclesiastica; con questo rito è reso chierico o cherico, e come tale ha accesso a certi diritti, privilegi e immunità e assume certi obblighi che non sono imposti al laicato”. Questo mastodontico apparato clericale non ha nulla a che vedere con la semplice disposizione di un corpo di “sorveglianti” o “anziani” che si prendeva cura del benessere spirituale delle prime comunità cristiane. Esso è il risultato dell’azione deviatrice operata da Satana all’interno della chiesa cristiana, specialmente dopo la morte degli apostoli, per allontanare le persone dalla verità e dal regno di Dio!
Da tutto questo, il passo successivo per arrivare alla nomina di un “capo” di tutto l’apparato clericale fu breve!
“Verso la fine del IV secolo d.C. la rivendicazione da parte della chiesa romana di una funzione apostolica, cioè di coordinamento, per le chiese dell’occidente, si fece più insistente”. Fu “durante l’episcopato di Leone I che si sviluppò la tesi del ‘principato’ di Pietro tra gli apostoli, fondandolo su Mt 16,18” (G. Alberigo, op. cit.). L’Enciclopedia Britannica dice che il papa Leone I (440-461 d.C.) assunse il titolo di “Pontifex Maximus” (Pontefice Massimo). Questo titolo era stato portato dagli imperatori pagani romani, considerati anche i capi della religione romana, fino al 382 d.C., quando l’imperatore Graziano vi rinunciò ritenendolo incompatibile con il cristianesimo. Il papa però non si fece di questi scrupoli e l’arrogò alla sua persona [alcuni storici dicono che il primo papa ad appropriarsi del titolo lasciato vacante dall’imperatore fu Damaso, il vescovo di Roma dal 366 al 384 d.C. Altre fonti dicono che Gregorio I (590-604 d.C.) fu il primo papa ad assumere il titolo in un certo senso formale. In ogni caso il titolo pagano di “Pontifex Maximus“, è tutt’ora applicato al papa della Chiesa Cattolica].
“QUESTO GESÙ È LA PIETRA” – Atti 4:11 – CEI

Il vero capo della chiesa cristiana

Il “capo” della Chiesa Cattolica

Il “capo” della Chiesa Anglicana

Il “capo” della Chiesa Ortodossa
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture,  né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone” (Matteo 10:9,10 – CEI)

 “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze” (Matteo 23:5-9 –CEI)

Parlando di Gesù, l’apostolo Paolo scrisse alla comunità cristiana di Filippi, in Macedonia: “Egli – vera natura divina! – non si fece mai uguale a Dio” (Filippesi 2:6 – Das Neue Testament, edizione riveduta, di Friedrich Pfäfflin, 1965) (*). Al contrario, di colui che pretende di essere il “Vicario di Cristo”, è stato scritto: “Il papa è, per così dire, Dio sulla terra” (Prompta bibliotheca canonica, juridicao-moralis, theologica partim ascetica, polemica, rubricistica, historica di Luigi Ferraris, Vol. VI, pagg. 31-35). Inoltre egli si fa chiamare “Santo Padre”, mentre Gesù disse “non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo” (Matteo 23:9 – CEI). E mentre viene proposto dal “Santo Concilio” come il “capo visibile di tutta la Chiesa”, l’apostolo scrisse che Dio ha costituito Cristo “a capo della chiesa” (Efesini 1:20-22 – CEI). Davanti al papa le persone si inginocchiano in segno di riverenza. Ma quando il centurione romano Cornelio si inginocchiò davanti all’apostolo Pietro, dal quale il papa afferma di discendere, egli gli disse di non farlo. Fece alzare Cornelio dicendo: “Alzati; anch’io sono un uomo” (Atti 10:26 – CEI). In maniera simile gli appartenenti al clero, e non solo cattolico, per innalzarsi al di sopra degli altri fedeli, si sono attribuiti titoli altisonanti quale “Monsignore” “Reverendo”, “Reverendissimo”, “Sua Eccellenza”, “Eminenza”. Inoltre hanno adottato vesti diverse e si sono adornati di ogni sorta di pompose decorazioni, insieme a corone, croci e mitre fatte con materiali preziosi, mentre Cristo raccomandò ai suoi discepoli “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture,  né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone” (Matteo 10:9,10 – CEI).
Insomma, da qualsiasi angolo lo si voglia guardare, il papa, e conseguentemente tutto il clero che lo sostiene e lo riverisce, assomigliano sempre di meno a Cristo e ai suoi discepoli e sempre di più a quel simbolico “uomo iniquo” descritto dall’apostolo Paolo nella seconda lettera che inviò ai cristiani di Tessalonica, nella quale affermò: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2Tessalonicesi 2:3,4 – CEI). Altro che “Vicario di Cristo” o “successore di Pietro”! Aggiunge ancora l’apostolo: “la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi” (vv. 9,10). Il padre e sostenitore dell’“uomo iniquo” è Satana e per mezzo della sua potenza essi fanno anche “segni e prodigi menzogneri” per ingannare le persone! La storia individuale e collettiva di tali personaggi lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio! La loro indole è satanica! Parlando di “un clero immorale e indolente”  Rodney Stark, sociologo della religione e docente di Scienze sociali presso la Baylor University in Texas, ha scritto di recente: “questi stessi papi erano fra i più dissoluti, avidi, prolifici e famigerati uomini che si siano mai seduti sul trono di Pietro” … e prosegue con una descrizione analitica di tutte le loro nefandezze! (R. Stark, A gloria di Dio – Lindau Editore, pg. 93,94). Essi, inoltre, fanno continuamente ricorso alla proclamazione di “segni e prodigi”, cioè a visioni, a presunti miracoli e ad altri eventi “soprannaturali”, per attirare l’interesse dei fedeli. Forse non tutti sono stati così perversi, ma tutti, indistintamente, siano essi papi, sacerdoti, patriarchi, o anche pastori e predicatori protestanti, condividono la responsabilità per i peccati religiosi del cristianesimo apostata. Essi hanno barattato le verità di Dio con menzogne pagane, insegnando dottrine antiscritturali come l’immortalità dell’anima umana e la vita nell’aldilà, l’inferno di fuoco, il purgatorio e la Trinità, solo per fare alcuni esempi. Questo è ancora più grave della condotta dissoluta dei singoli individui, per la quale essi rendono personalmente conto a Dio! Queste menzogne hanno sviato i fedeli e li hanno allontanati dal proposito di Dio. Non a caso l’apostolo parla “di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi” (v. 10). Gesù stesso disse agli ipocriti rappresentanti del clero religioso del suo tempo: “chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Matteo 23:13 – CEI).
Questa è la vera questione di cui noi tutti dobbiamo preoccuparci!
Ad esempio, la maggioranza delle persone che vivono in questo paese è nata in una famiglia religiosa, molto probabilmente di tradizione cattolica (il 96% della popolazione italiana è stimata di fede cattolica). Pertanto è stata spinta fin dalla nascita ad accettare l’insegnamento della Chiesa Cattolica, incluso quello riguardante il ruolo del papa e della classe clericale, dandolo per scontato. Nessuno ha ricevuto una vera e propria istruzione basata sulla Parola di Dio. Ci si è fidati di una lunga catena di dogmi e tradizioni trasmessi oralmente di generazione in generazione senza aver mai verificato se questi corrispondessero a ciò ch’è scritto nella Parola di Dio. Il clero, con a capo il papa, ha a sua volta confidato sull’ignoranza generale di ciò che le Scritture dicono, peraltro promossa e sostenuta, a volte anche con metodi brutali e disumani, per continuare ad insegnare e divulgare ogni sorta di falsità (**). Sarà per questo motivo che il giorno in cui tutti saremo chiamati a rendere conto a Dio della nostra vita “molti diranno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?” ma la risposta di Gesù sarà: “non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”. E perché? Gesù l’ha spiegato molto bene: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21-23; Ebrei 4:13).
Queste parole di Gesù devono farci riflettere. Indicano che molte persone che si dichiarano devote non stanno ‘facendo la volontà del Padre”. Alla donna samaritana che incontrò al pozzo di Sichar Gesù disse qualcosa che chiarisce meglio questo aspetto: “Voi adorate quel che non conoscete” (Giovanni 4:22 – CEI). Eppure quella donna, come molti di noi oggi, apparteneva ad una nazione che affermava di adorare Dio e che aveva le Scritture o, almeno, parte di esse. Qual’era il problema? La mancanza di conoscenza! Quella donna si era affidata alle tradizioni ereditate dai suoi antenati (cfr. v. 20), non le aveva verificate per accertarsi se veramente corrispondevano alla “volontà del Padre”. Era in buona fede, ma era ugualmente disapprovata! Ella non aveva fatto come gli abitanti dell’antica Berea i quali, quando l’apostolo Paolo diede loro testimonianza riguardo al regno di Dio, “esaminavano ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così” (Atti 17:11 – CEI). Pertanto quella donna era condannata, come quei “molti” che si presenteranno da Gesù affermando di essere cristiani ma saranno da lui rigettati, “poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:3 – CEI).
Quali tristi conseguenze dell’aver, da una parte, fraudolentemente, travisato le parole rivolte da Gesù a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” e, dall’altra, del non essersi accertati del loro reale significato!
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Note
(*) Se avete la traduzione biblica della CEI (cattolica) leggerete “il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio”. La Versione Riveduta (VR – protestante) riporta: “il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente”. Tradurre in questo modo ha il chiaro intento di sostenere il falso insegnamento della Trinità. Senza stare a dilungarci in discussioni sull’uso del verbo greco harpagmòn nel testo in lingua originale, il contesto del versetto dovrebbe aiutarci a ragionare sul vero significato di queste parole. I versetti successivi dicono che Gesù “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” e che per questo “Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (vv. 8,9). Qual’era, dunque, l’argomentazione dell’apostolo? Non certo quella di dimostrare l’uguaglianza di Cristo a Dio, ma indicare ai suoi conservi un esempio di umiltà da imitare! Quale miglior esempio se non quello del loro maestro il quale pur esistendo (come creatura spirituale prima di venire sulla terra) “en morfêi theou”, cioè “nella forma di dio”, con un significato del tutto diverso dalla traduzione CEI “natura divina” (greco “thèias fyseos” – cfr. 2 Pietro 1:4) non ritenne “l’essere uguale a Dio” (greco “to einai isa theô”) “qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente”. La rivista mensile cattolica Itinéraires, riferendosi ad un acceso dibattito apertosi sull’argomento in Francia agli inizi degli anni ’70, pubblicò uno speciale supplemento in data gennaio 1971, dichiarando: “Se egli [Cristo] rifiutò di afferrarla [l’uguaglianza con Dio], doveva essere perché non la possedeva ancora”. Appropriatamente altre versioni traducono il versetto in questo modo: “il quale, essendo nella forma di Dio, non considerò l’uguaglianza con Dio come una cosa da afferrare(The New Testament, di G. R. Noyes);Egli ebbe sempre la natura di Dio, ma non pensò di dover cercare con la forza di divenire uguale a Dio” (Today’s English Version);Il quale, essendo in forma di Dio, non considerò l’uguaglianza con Dio qualcosa da afferrare” (The New Jerusalem Bible). 
(**) Nel XIII secolo la Chiesa Cattolica con il Concilio di Tolosa (1229 d.C.) decretò la proibizione per i laici di possedere copia della Bibbia. Il Concilio di Tarragona (1234 d.C.) ordinò che tutte le versioni della Bibbia nelle lingue parlate dal popolo (volgare), entro otto giorni dovevano essere consegnate ai vescovi per essere bruciate! L’inquisizione Romana, istituita da papa Paolo III con la bolla “Licet ab initio” del 1542 d.C., ebbe tra i suoi compiti anche quello di controllare la produzione, la vendita e la diffusione dei libri. Nel 1558 d.C., sotto il pontificato di Paolo IV, il Sant’Uffizio, compilò un indice dei libri proibiti perché lesivi degli interessi della Chiesa o dello Stato, noto con il nome di Indice Paolino. Vi erano elencate, tra l’altro, 45 edizioni proibite della Bibbia e del Nuovo Testamento e i nomi di 61 tipografi ritenuti responsabili della pubblicazione di libri eretici. Il Concilio di Trento (1545-1563 d.C.), autorizzò la redazione di un catalogo di libri di cui veniva proibita la lettura. Il 24 marzo 1564, quel catalogo fu pubblicato in una bolla papale (Index librorum prohibitorum). L’elenco fu meno restrittivo del precedente ma restò valida la necessità di una licenza per la lettura della Bibbia in volgare. Il papa Gregorio XV, nel 1622 d.C., dichiarò revocate tutte le licenze date in qualunque modo e per qualunque motivo dai papi suoi predecessori e il papa Urbano VIII, nel 1631 d.C., completò l’ordine di Gregorio XV comandando a tutti i possessori di copie della Bibbia di consegnarle alle autorità per bruciarle, pena la denuncia alla “santa” inquisizione. Il 17 gennaio 1820, il papa Pio VII emanò un decreto con il quale condannava la traduzione italiana della Bibbia, ivi inclusa quella di mons. Antonio Martini (1776 d.C.), arcivescovo di Firenze. E la Bibbia fu nuovamente posta all’indice dei libri proibiti!

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