UNA STORIA FINITA – XVIII parte

“VI CONSEGNERANNO AI SUPPLIZI E VI UCCIDERANNO, E SARETE ODIATI DA TUTTI I POPOLI”

Matteo 24:9 – CEI

Anteprima
Con la parabola del “grano” e delle “zizzanie” Gesù predisse l’avvento dell’apostasia, cioè lo sviluppo di un falso cristianesimo, dopo la morte degli apostoli (Matteo 13:24-30, 37-42). Così è accaduto! A partire dal II secolo d.C. uomini orgogliosi e presuntuosi, che miravano alla preminenza, hanno costituito una classe clericale, disapprovata da Cristo e fuori dal modello organizzativo della chiesa apostolica, la quale ha iniziato a diffondere dottrine ispirate dalla filosofia greca o tratte dalle religioni pagane, come la Trinità, l’esistenza di un anima immortale, la vita dopo la morte, un luogo di tormento eterno, la venerazione delle creature (santi e madonne) e molte pratiche religiose ad esse collegate, col solo intento di controllare e dominare la coscienza delle persone. Per raggiungere il loro scopo e per non essere smascherati nelle loro menzogne dottrinali hanno intrapreso una lotta senza quartiere contro la Parola di Dio, l’unica fonte di verità per i discepoli di Gesù (cfr. Giovanni 17:17) cercando di impedirne la divulgazione tra i fedeli. In questa lotta hanno usato ogni illecito mezzo, dalla sopraffazione alla repressione, alla violenza, alla tortura, all’assassinio di chiunque desiderasse conoscere e diffondere le verità contenute nelle Sacre Scritture. Migliaia di persone devote sono state messe al rogo insieme alle loro copie della Parola di Dio. Nella sua parabola Gesù disse che questi uomini, simile a infestanti “zizzanie”, erano “figli del malvagio”, cioè del Diavolo, perché avevano la sua stessa indole “Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ripercorrere la storia dello sviluppo dell’apostasia attraverso l’esame di alcuni significativi episodi della lotta delle gerarchie ecclesiastiche contro la diffusione delle Sacre Scritture può essere utile a coloro che amano la Parola di Dio e ricercano la verità.
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Nei due precedenti post ho illustrato perché e come è sorto un falso cristianesimo, partendo dalla parabola di Gesù “del grano e delle zizzanie” che ne profetizzò lo sviluppo, passando attraverso gli atti e le lettere apostoliche che ne indicavano insegnamenti e pratiche caratteristici e analizzando gli eventi storici che hanno determinato la nascita di una classe clericale, lo strumento usato dal “nemico” della parabola, Satana il Diavolo, per diffondere l’apostasia!
In quella parabola il simbolico “padrone del campo” che seminò il buon grano, cioè Gesù stesso, dice ai suoi servitori di non estirpare immediatamente le simboliche zizzanie, “i figli del malvagio”, ma di lasciarle crescere insieme al simbolico grano, “i figli del regno”, e di aspettare il tempo della mietitura in cui i frutti maturi avrebbero consentito senza ombra di dubbio di distinguere gli uni dagli altri e separarli! Pertanto “i figli del malvagio”, i falsi cristiani, bugiardi e assassini come il loro diabolico padre, e “i figli del regno”, i veri cristiani, sostenitori del dominio divino e della verità, sarebbero cresciuti nello stesso periodo di tempo, separati da una sottile ma sempre più percettibile differenza man mano che il tempo avanzava, come può essere quella tra grano e zizzanie mentre crescono insieme. Quella diversità avrebbe tenuto in vita il vero cristianesimo nonostante l’azione infestante delle simboliche zizzanie fino al “tempo della mietitura” che, come disse Gesù, corrispondeva al tempo della “fine del mondo”! Allora la differenza tra gli insegnamenti e la condotta dei veri cristiani e le false dottrine e la cattiva condotta dei falsi cristiani sarebbe stata evidente dai frutti da essi prodotti (cfr. Galati 5:19-24).
Già al tempo degli apostoli iniziarono a manifestarsi “i figli del malvagio”. Scrivendo la sua seconda lettera a un giovane epìskopos, o sorvegliante, della comunità cristiana l’apostolo Paolo ne identificò alcuni. Egli scrisse: “Evita le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nell’empietà; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi ci sono Imenèo e Filèto, i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni” e ancora “Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere;  guàrdatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione” (2Timoteo 2:16-18; 4:14,15 – CEI). Come si può notare, ritroviamo nelle parole dell’apostolo le principali caratteristiche dei falsi cristiani: diffondere menzogne dottrinali; opposizione anche violenta alla “predicazione” della verità. L’apostolo Pietro aggiunse a questi altri particolari scrivendo: “Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione»” (2Pietro 3:3,4 – CEI). Questi apostati, dunque, avrebbero anche minimizzato l’adempimento delle profezie riguardanti la “venuta” di Cristo per prendere pieni poteri del Regno, assumendo un atteggiamento di sfida nei confronti dei veri cristiani che invece ne avrebbero fatto l’aspetto principale della loro “predicazione” (cfr. Matteo 24:14; 25:31,32).
Dopo la morte degli apostoli persone come Imenèo, Filèto o Alessandro il ramaio ebbero la via libera per introdurre i loro falsi insegnamenti ed imporre le loro personalità egocentriche e autoritarie nella comunità dei cristiani. Come ho illustrato nel mio precedente post queste persone diedero vita ad una classe clericale che impropriamente volle elevarsi al di sopra degli altri membri della chiesa. Sotto la guida del loro vero “padre”, Satana il Diavolo, e mostrando i suoi stessi intenti egoistici, questi uomini nel corso del tempo hanno mirato ad accrescere il loro potere e i loro privilegi facendosi amici del mondo e rendendosi così nemici di Dio, come scrisse Giacomo, fratellastro di Gesù (cfr. Giacomo 4:4). Sono divenuti i confidenti e i consiglieri dei politicanti mondani e degli uomini dell’Alta Finanza. Si sono messi al servizio dei guerrafondai e degli eserciti come cappellani militari per benedire le loro micidiali armi e pregare per la vittoria da ambo le parti nelle guerre fra nazioni cosiddette “cristiane”.
L’apostolo Paolo scrisse che per conseguire i loro intenti tali falsi cristiani si sarebbero contrapposti e innalzati “sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio”. In che modo avrebbero fatto questo? Allo stesso modo in cui lo fecero i capi religiosi al tempo di Gesù: “annullando la parola di Dio in nome della tradizione”! (cfr. Matteo 15:4). Si, tali uomini hanno creato una “tradizione” parallela alla Parola di Dio, costruita sulle loro idee, spesso prese a prestito dalla filosofia greca, e su riti di origine pagana. Tale tradizione umana ha annullato la verità contenuta nella Parola di Dio, poiché da un attento confronto con essa si rivela in netto contrasto con gli insegnamenti biblici, e nel corso del tempo si è radicata nella vita di milioni di persone che l’hanno accettata e seguita senza chiedersene la ragione. Il risultato è stato che i fedeli sono stati confusi e accecati riguardo al vero proposito di Dio, soprattutto riguardo a cos’è il Regno di Dio e al ruolo che esso deve avere nella vita dei cristiani. Tale confusione ha prodotto una estesa violazione delle norme divine sia in campo sociale che morale, è stata causa di divisione, odio e guerre di religione portando persone che affermavano di credere nello stesso Dio a scannarsi gli uni con gli altri nel nome di quel Dio! Gesù disse dei falsi cristiani: “Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere” (Matteo 7:20 – CEI). L’apostolo Paolo sotto ispirazione divina descrisse questi frutti dicendo: “le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Galati 5:19-21 – CEI). Osservando l’intero quadro del cosiddetto “mondo cristiano”, sia esso Cattolico o Ortodosso o Protestante, sinceramente chi può affermare che non corrisponda in pieno alla descrizione che fa l’apostolo?
Ma che dire dei “figli del regno”. Cosa dice di loro la storia?
Anche i primi cristiani vivevano in un mondo corrotto, immorale e, dal punto di vista religioso, pieno di ipocrisia e idolatria. La religione della potenza politica dominante, quella romana, era essenzialmente una religione di Stato, per cui qualunque rifiuto di praticarla poteva essere considerato un atto di ostilità verso lo Stato. Adalbert G. Hamman, scrittore cattolico francese, afferma: “Era impossibile fare un passo senza trovarsi di fronte a una divinità. Delle difficoltà della sua posizione il cristiano faceva un’esperienza quotidiana: era al margine della società … I problemi si ripresentavano a ogni istante: in casa, sulla strada, al mercato … Per strada il cristiano, fosse o meno un cittadino romano, doveva scoprirsi davanti ai templi e alle statue. Ma come avrebbe potuto sottrarsi a ciò senza destare sospetto? Da un commerciante che chiedeva un prestito in denaro il pretore esigeva il giuramento nel nome degli dei. Poteva, doveva il cristiano rifiutare? … Se accettava una carica pubblica, il sacrificio era di rigore. Se veniva arruolato, come sottrarsi al giuramento e ai riti che il servizio militare implicava?” (A. G. Hamman, I cristiani del secondo secolo, traduzione di A. Crespi, il Saggiatore, Milano, 1973, pp. 131-3).
Il teologo anglicano Ernest W. Barnes ha scritto nel suo libro The Rise of Christianity: “Nei suoi primi documenti autorevoli il movimento cristiano viene rappresentato come essenzialmente morale e ligio alle leggi. I suoi aderenti desideravano essere buoni cittadini e sudditi leali. Rifuggivano dagli errori e dai vizi del paganesimo. Nella vita privata cercavano di essere vicini pacifici e amici fidati. Veniva insegnato loro ad essere sobri e industriosi e a condurre una vita retta. Mentre la corruzione e la licenziosità dilagavano, essi, se fedeli ai loro princìpi, erano onesti e veritieri. In campo sessuale seguivano norme elevate: il vincolo matrimoniale era rispettato e la vita familiare mantenuta pura. Con tutte queste virtù, non era possibile pensare che fossero cittadini turbolenti. Eppure per lungo tempo furono disprezzati, calunniati e odiati”.
Proprio come non aveva capito Gesù, il mondo antico non comprendeva i cristiani e quindi li odiava. Siccome non adoravano l’imperatore e le divinità pagane, erano accusati di ateismo. Se si verificava una calamità, venivano incolpati di aver provocato l’ira degli dèi. Poiché non andavano a vedere gli spettacoli teatrali immorali né i sanguinosi ludi gladiatori, erano considerati asociali, addirittura “odiatori del genere umano”. I loro nemici sostenevano che la “setta” dei cristiani rovinava le famiglie e che pertanto essi costituivano una minaccia per l’ordine sociale. Inoltre l’opinione pubblica era loro contraria per il loro “ardente proselitismo”. Celso, filosofo del II secolo, grande estimatore del platonismo, proprio come tanti “Dottori” della Chiesa, disse che il cristianesimo era una religione per gente senza cultura e che poteva ‘convincere solo gli ignoranti, gli schiavi, le donne e i bambini’. Accusò i cristiani di indottrinare “i creduloni”, inducendoli a “credere senza ragionare”… Avete mai sentito fare le stesse considerazioni anche oggi?
Nel 202 d.C. l’imperatore romano Settimio Severo emanò un editto che vietava ai cristiani di fare proseliti. Questo però non li fece desistere dal testimoniare la loro fede (cfr. Atti 5:27-29). Kenneth Scott Latourette, storico del cristianesimo all’Università di Yale, ha scritto nel libro  A History of the Expansion of Christianity: “Con il suo rifiuto di scendere a compromessi con il paganesimo dominante e con molte consuetudini e pratiche morali dell’epoca, il cristianesimo primitivo sviluppò una coerenza e un’organizzazione che lo contrapposero alla società. La frattura stessa necessaria per divenirne seguaci dava ai suoi aderenti una convinzione che era fonte di forza contro la persecuzione e di zelo nel fare proseliti … A differenza della maggior parte delle fedi dell’epoca, i cristiani erano ostili alle altre religioni … In contrasto con la tolleranza abbastanza ampia che caratterizzava gli altri culti, essi dichiaravano di avere la verità incontestabile”. Questi sono stati “i figli del regno”, cioè i veri cristiani nel corso dei secoli! Nessun compromesso con il mondo che li circondava, nessun ipocrita ecumenismo, persone dalla condotta irreprensibile sotto l’aspetto sociale e morale, instancabili e intrepidi predicatori.
Ma c’è un aspetto che li ha caratterizzati più di ogni altra cosa! Ce lo spiega Chester C. McCown, noto archeologo, Direttore dell’American School of Oriental Research di Gerusalemme, in un suo libro: “Il carattere del cristianesimo primitivo, semplice, pratico, non letterario, è sottolineato da quanto hanno dimostrato le scoperte recenti riguardo al loro impiego del codice. I libri religiosi dei cristiani, tanto il Nuovo Testamento quanto i nuovi scritti che sarebbero divenuti sacri, non dovevano servire quali amene letture dei ricchi. Persone laboriose e attive desideravano con tutte le loro forze venire in possesso di un libro. Esse e i primi zelanti missionari cristiani volevano poter fare riferimento in fretta a questo o a quel versetto come prova, senza dover srotolare molti metri di papiro. Non avevano snobistiche pretese letterarie”. (Chester C. McCown, The Biblical Archaeologist Reader, pag. 261). I primi cristiani non seguivano alcuna tradizione umana! Erano consci del bisogno di parlare solo in base alle Sacre Scritture e per tale ragione desideravano avere la Parola di Dio nella forma più pratica. Pertanto furono pionieri dell’uso del codice, un ottimo mezzo per dare impulso alla loro zelante opera di predicazione. Essi misero le loro Scritture sotto forma di libro, come quelli che usiamo ancora oggi. Così, nel corso dei secoli, mentre “i figli del malvagio”, i falsi cristiani, vietavano ai fedeli la lettura delle Sacre Scritture, i veri cristiani non solo ne incoraggiavano la lettura ma usavano ogni “tecnologia” possibile per i loro tempi per rendere la Parola di Dio alla portata di tutti, traducendola in lingua volgare, spesso anche a costo della loro stessa vita.

Il tedesco Johann Gutenberg inventò un utile strumento per la diffusione della Parola di Dio. Dopo aver messo a punto un metodo di stampa a caratteri mobili, Gutenberg nel 1455 produsse la prima Bibbia stampata. Esattamente come gli apostoli nel I secolo divennero pionieri dell’uso del codice, gli uomini devoti di quel tempo videro le grandi possibilità dell’invenzione di Gutenberg per diffondere la Parola di Dio tra la gente comune in tutto il mondo. Ora sempre più persone potevano venire in possesso delle Sacre Scritture, una cosa che la Chiesa Cattolica non approvava. Nel 1559 papa Paolo IV decretò che non si poteva stampare nessuna Bibbia in vernacolo senza l’approvazione ecclesiastica, e la Chiesa si rifiutava di accordarla. Infatti, nel 1564 papa Pio IV dichiarò: “L’esperienza mostra che se si permette indistintamente di leggere la Bibbia nella lingua volgare … si fa più male che bene”. I capi religiosi del cristianesimo apostata hanno cercato con ogni mezzo di porre fine a ciò che i primi cristiani avevano iniziato con tanto entusiasmo: la diffusione universale della Parola di Dio (cfr. Atti 6:7; 12:24; 19:20; Colossesi 1:23). Ma grazie agli intrepidi traduttori ed editori biblici del passato, che furono pronti a rischiare tutto, anche la loro vita, per rendere disponibile la Parola di Dio alla popolazione comune, il loro piano e quello del loro ispiratore, Satana il Diavolo, è fallito!
Molte persone hanno mostrato nel tempo amore e profondo rispetto per la Parola di Dio. Uno di questi ad un ecclesiastico che affermò: “Sarebbe meglio essere senza la legge di Dio che senza quella del papa” rispose: “fra non molti anni farò in modo che un ragazzo che spinge l’aratro conosca la Scrittura meglio di te”. Si chiamava William Tyndale e visse nella prima metà del XVI secolo, un periodo di grande subbuglio religioso. In quel tempo l’istruzione veniva impartita interamente in latino, che era anche la lingua della Chiesa e della Bibbia. Alla gente comune, che non conosceva il latino, era quindi negata ogni possibilità di leggere personalmente la Parola di Dio. Tyndale tradusse le Sacre Scritture direttamente dalle lingue originali, ebraico e greco, in inglese e impiegò la recente invenzione della stampa per produrne copie da distribuire alla popolazione. Questo fece infuriare le autorità ecclesiastiche che ordinarono di bruciare tutte le copie fatte stampare da Tyndale. La traduzione di Tyndale era molto fedele ai termini in lingua originale: ad esempio traduceva ekklesia “congregazione” invece di “chiesa”, epìskopos “sorvegliante” invece di “vescovo” e presbìteros “anziano” invece di “sacerdote”. Questi termini evitavano di equiparare il corpo di credenti cristiani con la Chiesa Cattolica e mettevano in dubbio l’autorità del papa nonché la distinzione fra clero e laici. Inoltre tradusse il termine agàpe con la parola “amore” anziché “carità”, concetto che venne ritenuto pericoloso dalle autorità ecclesiastiche “perché ridimensionando il concetto di carità si poteva nuocere alla lucrativa attività delle donazioni, delle indulgenze e dei lasciti con cui i fedeli venivano persuasi a spianarsi la strada per il cielo” (If God Spare My Life di Brian Moynahan). Il vescovo di Londra Cuthbert Tunstall incaricò Tommaso Moro, cancelliere della Corona inglese, che nel 2.000 è stato proclamato santo patrono dei politici (sich!…) dalla Chiesa Cattolica, di occuparsi del caso e questi raccomandò che gli “eretici” venissero messi al rogo. Di conseguenza il 6 ottobre 1536 a Vilvoorde, in Belgio, Tyndale fu legato a un palo, strangolato e bruciato.
British LibraryLondon – La prima pagina del vangelo di Giovanni in una copia della Bibbia di Tyndale tradotta in lingua volgare (inglese) dal testo in lingua originale (greco Koiné). L’aver realizzato quest’opera con il solo desiderio di fare in modo che anche “un ragazzo che spinge l’aratro” potesse conoscere le Sacre Scritture, gli costò la vita, poiché fu strangolato e bruciato per ordine di “San” Tommaso Moro e del vescovo di Londra Cuthbert Tunstall.
Prima di Tyndale altri coraggiosi uomini che apprezzavano le Sacre Scritture cercarono di diffonderle tra il popolo comune. All’inizio del XIII secolo nella città di Lione un ricco mercante di nome Pietro Valdo, turbato dalle nefandezze compiute in nome di Dio dal clero cattolico e desideroso di conoscere il messaggio biblico pagò due sacerdoti per tradurre porzioni delle Sacre Scritture dal latino in francoprovenzale, la lingua compresa dalla gente comune della Francia centro-orientale. Molti abitanti di quella regione ebbero così l’opportunità di leggere la Parola di Dio. Quale effetto ebbe su di loro? Il loro più accanito oppositore riconobbe: “si conoscono dai modi e dalle parole; infatti, sono ordinati e modesti nelle maniere e nel comportamento. Sono scevri di falsità e inganno. Sono casti, moderati, sobri, e si trattengono dall’ira” (Walter Map, De nugis curialium – Edizione di M.R. James rivista da C.N.L. Brooke e R.A.B. Mynors, Oxford, 1983). Quelle umili persone, che vennero denominati “valdesi”, spinti dallo zelo che veniva loro dalla personale lettura delle Scritture, iniziarono a percorrere in lungo e in largo le campagne francesi leggendo e insegnando ad altri la Parola di Dio. Walter Map, un aristocratico inglese, canonico di San Paolo a Londra, che partecipò al Concilio Lateranense III, scrisse ancora di loro: “privi di fissa dimora, se ne vanno in giro in coppia a piedi nudi, vestiti di lana, senza possedere nulla, mettendo tutto in comune come gli apostoli” (ibid.). Pieni di entusiasmo, quei primi valdesi si recarono perfino a Roma, durante il Concilio Lateranense III, per ottenere da papa Alessandro III l’approvazione ufficiale di usare la Bibbia nell’opera di insegnamento, permesso che fu loro negato! Quel canonico dispregiatore degli umili esclamò in quella circostanza: “La Parola non sarà data dunque agli incolti come perle davanti ai porci!” (ibid.). Permettere all’uomo comune di leggere la Parola di Dio in una lingua che poteva capire era, dunque, considerato dall’altezzoso clero cattolico come ‘gettare perle ai porci’! Quanto lontano era questo borioso atteggiamento dal pensiero apostolico “Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1Corinzi 1:26-29 – CEI). I papi di Roma bandirono contro di loro diverse crociate nel corso delle quali migliaia di uomini, donne e bambini furono trucidati e le loro copie della Bibbia furono bruciate. I valdesi sono sopravvissuti fino ai nostri giorni, seppur hanno perso il loro zelo iniziale per la verità non separandosi completamente dall’apostasia religiosa e facendosi riassorbire dalla Riforma protestante. Certamente Dio non dimenticherà quegli uomini che ebbero profondo rispetto per la sua Parola, che misero in pratica nella loro vita le cose che impararono dalla sua lettura e furono disposti a morire piuttosto che rinnegare la loro fede! (cfr. Ebrei 6:10)
Verso la fine del XIV secolo John Wycliffe, teologo inglese, predicò e scrisse con vigore contro le pratiche antiscritturali della Chiesa Cattolica e inviò i suoi seguaci, chiamati i “lollardi”, in tutte le campagne dell’Inghilterra a predicare il messaggio biblico in inglese a chiunque fosse disposto ad ascoltare. Quindi  iniziò a tradurre la Parola di Dio dal latino (la versione nota come Vulgata di Gerolamo) nell’inglese dei suoi giorni. La sua traduzione era molto letterale, fino al punto di trascurare le norme della lingua inglese, ma Wycliffe riuscì a mettere per la prima volta in mano alla gente comune l’intera Bibbia. Nel 1382 l’arcivescovo di Londra, William Courtenay, convocò un consiglio che condannò per eresia ed errore le dottrine e l’opera di Wycliffe. Egli venne licenziato dall’Università di Oxford, dove insegnava, e fu emanato un decreto che minacciava di scomunica chiunque avesse predicato o anche solo ascoltato le dottrine condannate. A seguito di ciò si scatenò la caccia ai lollardi che vennero arrestati in massa, assassinati e bruciati sui roghi. Dopo di lui Jan Hus, rettore dell’Università di Praga insisté sull’importanza di leggere la Bibbia. Questo gli attirò subito le ire della gerarchia ecclesiastica. L’arcivescovo di Praga, Zajíc Zbynek, gli impose di smettere. Hus gli rispose con le stesse parole che gli apostoli dissero agli ipocriti capi religiosi giudei quando ordinarono loro di smettere di predicare il Cristo: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5:29 – CEI). Invitato a difendersi davanti al Concilio di Costanza, il 6 luglio 1415 Hus fu ufficialmente condannato come eretico nella cattedrale di Costanza. Non gli fu consentito di rispondere alle accuse mosse nei suoi confronti, venne portato in un campo e arso sul rogo. A motivo della sua stretta relazione con John Wycliffe, il Concilio condannò anche questo riformatore – già morto a quel tempo – ordinando di esumarne il corpo per bruciarlo e gettarne le ceneri nel fiume Swift, in Inghilterra.
Nonostante tanta opposizione il simbolico “grano” continuava a crescere tra le “zizzanie” dell’apostasia e con esso l’interesse per la Parola di Dio.
Dopo la conquista ottomana dei territori europei dell’impero bizantino, avvenuta nel XV secolo, la maggioranza della popolazione fu lasciata senza istruzione. La Chiesa Ortodossa, benché godesse di notevoli privilegi sotto l’impero ottomano, lasciò negligentemente che i componenti del suo gregge, in prevalenza contadini, diventassero poveri e non ricevessero un’istruzione. In un’atmosfera del genere, coloro che amavano la Parola di Dio sentirono il bisogno di dare al popolo oppresso il sollievo e la consolazione contenuti nei libri sacri. Nel 1630 d.C. un monaco greco, Massimo di Gallipoli, preparò la prima traduzione del Nuovo Testamento nella lingua parlata dal popolo, un greco moderno molto diverso dalla koinè antica in cui venne originalmente scritto. Lo fece sotto gli auspici di Cirillo Lukaris, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, il capo della Chiesa Ortodossa. Lukaris era preoccupato anche perché ai Padri della Chiesa veniva attribuita un’autorità spirituale pari a quella delle parole di Gesù e degli apostoli. Egli dichiarò, infatti: “Non posso più sopportare di sentir dire che i commenti della tradizione umana hanno lo stesso peso delle Scritture”. Aggiunse  anche che a suo avviso il culto delle immagini era rovinoso. Invocare i “santi”, diceva, era un insulto al Mediatore Gesù. Soprattutto Lukaris nutriva un profondo rispetto per la Parola di Dio e per il suo potere educativo, per questo volle renderla più comprensibile per l’uomo della strada. Il suo amore per la Parola di Dio fu reso evidente dalla prefazione di quella traduzione di Massimo di Gallipoli. Egli scrisse che le Scritture, presentate nella lingua del popolo, sono “un dolce messaggio datoci dal cielo”. Esortò a “conoscere e familiarizzarsi con tutto il contenuto” della Bibbia e disse che non c’era altro modo per imparare “le cose che concernono correttamente la fede … se non tramite il sacro Vangelo di Dio”. Queste idee, insieme alla sua avversione per la Chiesa Cattolica Romana, attirarono su Lukaris l’odio e la persecuzione dei gesuiti, e in particolare dell’onnipotente e temibile Congregatio de Propaganda Fide (Congregazione per la propagazione della fede) istituita dal papa, nonché di quegli ortodossi che auspicavano l’unità con i cattolici. Nel 1638, i gesuiti e i loro collaboratori ortodossi accusarono Lukaris di alto tradimento verso l’impero ottomano perciò il sultano ordinò che venisse messo a morte. Lukaris fu arrestato e il 27 luglio 1638 fu fatto salire su una barca nel Mar di Marmara e, appena al largo, venne strangolato. Trentaquattro anni dopo la sua morte un sinodo tenuto a Gerusalemme dichiarò eretiche le sue credenze. Sentenziò che le Scritture “non dovevano essere lette da chiunque, ma solo da quelli che scrutano le cose profonde dello spirito, dopo aver fatto opportune ricerche”, cioè solo dagli ecclesiastici ritenuti all’altezza del compito. Ancora una volta la classe clericale dominante represse i tentativi di mettere la Parola di Dio a disposizione del gregge. Su questo sfondo di accesa opposizione e vivo desiderio di conoscere la Bibbia, emerse un’altra figura di spicco che ebbe un ruolo importante nella traduzione della Bibbia in lingua moderna. Quest’uomo coraggioso era Neofitos Vamvas, dotto linguista e noto biblista greco. Egli era convinto che la colpa dell’analfabetismo spirituale del popolo fosse della Chiesa Ortodossa. Credeva fermamente che per destare il popolo dal sonno spirituale occorresse tradurre la Bibbia nel greco parlato da tutti. Nel 1831, con l’aiuto di altri studiosi, cominciò a tradurre la Bibbia nel greco letterario. La sua traduzione integrale fu pubblicata nel 1850. I preti ortodossi avvertirono la gente di stare alla larga da quelle traduzioni. Ad Atene, per esempio, le Bibbie vennero confiscate. Nel 1833 il vescovo ortodosso di Creta diede alle fiamme le copie che aveva scoperto in un monastero e a Corfù, la traduzione di Vamvas fu proibita dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Greca. Ne fu vietata la vendita e le copie esistenti furono distrutte.
Sul fronte protestante, nonostante la Riforma, la Parola di Dio non ha avuto miglior fortuna. Pur non contrastandone la stampa e la diffusione, le chiese protestanti hanno anch’esse “annullato la Parola di Dio in nome della tradizione”. Oltre ad aver conservato dottrine non bibliche ereditate dal cattolicesimo come, ad esempio, la Trinità, la vita dopo la morte e l’esistenza di un luogo di tormento eterno (l’inferno), durante la rivoluzione culturale del XIX secolo esse non hanno esitato a schierarsi dalla parte del razionalismo e della deleteria critica letteraria alle Sacre Scritture. Commentando questo grave errore, l’Encyclopædia Britannica (1979) scrive: “Il quesito della critica biblica fu posto per la prima volta nelle università tedesche; vale a dire se un uomo poteva essere cristiano, e anche un buon cristiano, pur sostenendo che alcune parti della Bibbia non sono vere. Questo divenne il grande quesito del protestantesimo, se non di tutta la cristianità, nel XIX secolo … Il protestantesimo tedesco mostrò a lungo andare un’elasticità, o un’apertura mentale, di fronte alla nuova conoscenza, che ebbe tanta influenza sullo sviluppo delle chiese cristiane quanto le originali intuizioni della Riforma. In parte per l’esempio tedesco, le chiese protestanti della tradizione principale – luterana, riformata, anglicana, congregazionale, metodista e molte comunità battiste – si adattarono abbastanza facilmente (dal punto di vista intellettuale) alle conquiste della scienza, all’idea dell’evoluzione e al progresso dell’antropologia o della religione comparata”. L’opera protestante The Interpreter’s Bible, dodici volumi di critica biblica pubblicata dalla United Methodist Publishing (Ed. Abingdon/Cokesbury) a partire dal 1950, nella sua introduzione dice: “Da questa breve indagine ne consegue che non sarebbe minimamente contro la Scrittura ma piuttosto in armonia con essa, né sarebbe contrario ad alcunché di essenziale nella fede cristiana se smettessimo completamente di parlare delle Scritture come della Parola di Dio”. Una simile dichiarazione annulla l’influenza che la Parola di Dio può esercitare sulla vita delle persone anche più di una bolla papale che vieta la lettura della Bibbia! Chissà cosa ne penserebbe di questo l’apostolo che scrisse ai suoi conservi cristiani del I secolo: “noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete” (1Tessalonicesi 2:13 – VR), o l’altro apostolo, Pietro, che affermò: “nessuna profezia della Scrittura … venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (2Pietro 1:20,21 – VR).
Che dire del nostro paese, culla e dominio del cattolicesimo?
La prima Bibbia tradotta dai testi originali in italiano fu pubblicata nel 1532 da Antonio Brucioli, un umanista fiorentino. Questa traduzione ebbe enorme fortuna tra i protestanti e i dissidenti religiosi italiani. Nel 1559, però, il papa Paolo IV fece pubblicare il primo Indice dei libri proibiti, un elenco delle opere di cui la Chiesa vietava ai cattolici la lettura, la vendita, la traduzione e il possesso perché considerate cattive o pericolose per la fede e l’integrità dei costumi. Questo Indice proibì le traduzioni della Parola di Dio in lingua volgare, compresa quella del Brucioli. A causa di queste restrizioni, a partire dalla fine del Cinquecento si moltiplicarono i roghi con cui le Bibbie venivano bruciate sui sagrati delle chiese. Tra queste fu inclusa anche la versione in lingua italiana di Giovanni Diodati, un pastore calvinista discendente da genitori nativi di Lucca fuggiti in Svizzera per evitare la persecuzione religiosa, pubblicata nel 1607. Così nell’immaginario collettivo le Scritture divennero un libro degli eretici. Furono distrutte quasi tutte le Bibbie e i commentari biblici delle biblioteche pubbliche e private, e per circa duecento anni nessun cattolico tradusse una Bibbia in italiano. Le uniche Bibbie che circolavano nella penisola, di nascosto per evitarne il sequestro, erano quelle tradotte da studiosi protestanti. Fu così che, come afferma lo storico Mario Cignoni, “di fatto la lettura della Bibbia da parte dei laici cessò del tutto per secoli. La Bibbia divenne un libro quasi sconosciuto e milioni di italiani passarono la loro vita senza averne letta personalmente neanche una pagina” (La Diodati: piccola storia di una grande Bibbia”, in La parola, IX, maggio-agosto 1994, p. 2). Solo nel 1757 il papa Benedetto XIV modificò la regola dell’Indice paolino permettendo la lettura delle versioni in volgare, ma solo se “approvate dalla Santa Sede o pubblicate sotto la sorveglianza dei vescovi”. Perciò nel 1781 venne pubblicata la versione completa della Bibbia in italiano fatta da Antonio Martini, arcivescovo di Firenze. Fino a tale data i cattolici che non capivano il latino non avevano potuto leggere una Bibbia autorizzata dalla Chiesa. Poi, per circa 150 anni la Martini rimase l’unica versione per i cattolici italiani. Gigliola Fragnito, professore ordinario di Storia Moderna presso l’Università di Parma, ha scritto che l’opposizione della Chiesa alle Bibbie in volgare è stata un intervento devastante, le cui conseguenze si sentono tuttora poiché “ha inculcato nei credenti sfiducia nella propria autonomia intellettuale e coscienziale … riducendo la loro formazione ad una rudimentale catechesi, sottratta al confronto e alla comprensione, ad una sovrabbondante e minuziosa precettistisca morale compensata, peraltro, da un’articolata elaborazione di scappatoie penitenziali e a un devozionismo utile forse a nutrire la fantasia, ma non certo a stimolare la riflessione e il discernimento” (G. Fragnito, La Bibbia al rogo, Il Mulino, Bologna, 1997, pg. 20). Di tutti i fedeli che si dichiarano “cristiani” i cattolici sono per certo i più ignoranti nella conoscenza e nel discernimento delle Sacre Scritture. Essi sono stati abituati a considerare la tradizione religiosa più importante della Parola di Dio pertanto restano i più riottosi a leggere i sacri testi e a confrontarsi con essi.

Nel Concilio di Verona del 1184 l’allora papa Lucio III stabilì per la prima volta un tribunale dell’Inquisizione per processare e condannare gli “eretici”. Tale istituzione fu perfezionata nel corso dei secoli da altri papi quali, ad esempio, Gregorio IX nel XII secolo, o Sisto IV, autore della bolla che istituì la famigerata Inquisizione Spagnola. Nel 1542 il papa Paolo III istituì l’Inquisizione romana, che aveva giurisdizione su tutto il mondo cattolico, nominando un tribunale centrale chiamato “Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione”, un organismo formato da sei cardinali che si trasformò in un vero governo del terrore che trasformò completamente l’antico diritto romano da sistema accusatorio, in cui chi accusava doveva provare l’accusa, e nel dubbio assolveva piuttosto che rischiare di condannare un innocente, a sistema inquisitorio adottando il sospetto come presunzione di colpevolezza. Con questo sistema centinaia di migliaia di persone furono torturate, processate, condannate e assassinate con metodi brutali, tali che neanche gli odierni criminali nazi-fascisti hanno potuto eguagliare, con l’accusa di “eresia”, ovvero di avere opinioni o dottrine in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica. La Chiesa dichiarò, e dichiara tutt’ora, che tutte quelle nefandezze furono fatte in nome di Cristo e in difesa della fede. Ma colui che disse: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” usò o avrebbe mai usato la tortura contro chi non era d’accordo con i suoi insegnamenti? (Luca:6:27 – CEI).
Gli inquisitori papali volevano lo sterminio degli “eretici”, i quali spesso erano condannati solo perché trovati in possesso di una copia della Parola di Dio dalla cui lettura imparavano che la maggioranza degli insegnamenti della Chiesa erano antiscritturali, perciò li rigettavano.
Il napoletano Pomponio Algieri, ad esempio, è un personaggio quasi sconosciuto. Recatosi a Padova per frequentare l’Università venne in contatto con le Sacre Scritture e, dal loro studio, si convinse che diverse dottrine cattoliche come la confessione auricolare, la cresima, il purgatorio, la transustanziazione, l’intercessione dei “santi”, come pure la dottrina secondo cui il papa è il vicario di Cristo erano contrarie all’insegnamento della Parola di Dio, pertanto le rigettò. L’Inquisizione lo arrestò, lo processò e lo condannò a morte. Il 19 agosto del 1556 a Piazza Navona, a Roma, venne eseguita la sentenza. Aveva solo 25 anni! Lo strumento preparato per la sua morte fu più crudele del solito. Non venne bruciato su una catasta di legna. Sul palco, alla vista del popolo, fu posta una grossa caldaia piena di materiale infiammabile, olio, pece e resina. Il giovane vi fu calato dentro legato, e la miscela liquida fu accesa. Venne bruciato a fuoco lento.
Pietro Carnesecchi, fiorentino, fu segretario di papa Clemente VII. Per essere divenuto amico di varie personalità (nobili e membri del clero) che avevano accettato alcune dottrine dei riformatori protestanti venne accusato di eresia e arrestato. Tra i tanti capi d’accusa (34) mossi contro di lui (quali l’aver contestato il purgatorio, il celibato dei preti e delle suore, la transustanziazione, la cresima, la confessione auricolare, la proibizione di cibi, le indulgenze e le preghiere ai “santi”) molto significativo fu l’ottavo: egli sosteneva di credere soltanto “al Verbo di Dio, espresso nella Sacra Scrittura”, mentre la Chiesa affermava che la Parola di Dio non era l’unica guida ispirata, esisteva anche la “tradizione”. Il verdetto emesso contro di lui terminava con la consueta formula: si pregavano i membri della corte secolare a cui veniva consegnato di ‘moderare la sentenza intorno la persona sua senza pericolo di morte et effusione di sangue’. Il colmo dell’ipocrisia! Gli inquisitori fingevano di raccomandare clemenza alle autorità secolari per salvare la faccia e scaricare su di esse la colpa del sangue. Il 1 ottobre 1567 Pietro Carnesecchi salì sul patibolo per essere decapitato e quindi bruciato sul rogo.
Purtroppo anche i protestanti, che pure si prodigarono per diffondere la Parola di Dio tra il popolo, usarono il rogo per eliminare i dissidenti, oppure ricorsero alle autorità secolari per uccidere i loro nemici. Calvino, ad esempio, fece bruciare vivo Michele Serveto come eretico antitrinitario. Questo giovane cattolico spagnolo all’età di 16 anni si trasferì a Tolosa, in Francia, per studiare legge. Là vide per la prima volta una Bibbia completa. Benché fosse severamente vietato leggerla, Serveto lo fece di nascosto. Dopo averla letta per intero si convinse che nei primi tre secoli d.C. il cristianesimo si era corrotto e che erano stati promossi falsi insegnamenti, i quali alla fine portarono ad adottare la Trinità come dottrina ufficiale. All’età di vent’anni Serveto pubblicò il De Trinitatis erroribus. “Nella Bibbia”, scrisse, “non si parla della Trinità … Possiamo conoscere Dio non tramite i nostri boriosi concetti filosofici, ma tramite Cristo”. Quest’opera lo fece finire nel mirino dell’Inquisizione. Costretto a fuggire si rifugiò a Parigi, dove conobbe Giovanni Calvino. Sin dall’inizio fra i due ci fu un conflitto di personalità e Calvino diventò il nemico più implacabile di Serveto tanto che lo denunciò all’Inquisizione cattolica (sich!…). Fuggito dalla Francia fu riconosciuto e imprigionato a Ginevra dove la parola di Calvino era legge. Arrestato, in carcere ricevette un crudele trattamento da parte di Calvino. Ciò nonostante, al processo, nel suo dibattito con Calvino si disse disposto a modificare le proprie vedute a patto che per convincerlo il suo avversario si servisse di argomentazioni basate sulle Sacre Scritture. Calvino non fu in grado di farlo. Dopo il processo, Serveto fu condannato al rogo.
Il fatto che la persecuzione e la soppressione dei cosidetti “eretici” fosse comune sia al clero cattolico che protestante la dice lunga sul loro rispettivo ruolo nello sviluppo dell’apostasia!
Gli esempi sopra riportati sono la prova dell’adempimento della parabola di Gesù del “grano” e delle “zizzanie”. Nei passati 2.000 anni Satana il Diavolo ha lavorato molto per cercare di soffocare quelle verità che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola. La sua semina ha prodotto molte “zizzanie”, cioè una classe clericale (sia essa cattolica che ortodossa o protestante) che ha fatto della menzogna e della violenza il suo stile di vita (cfr. Giovanni 8:44). Ha lottato con perfidia e con ogni mezzo per tenere i fedeli lontano dalla Parola di Dio, ma non c’è riuscita. Persone innamorate della verità sono state disposte anche a cedere la propria vita per fare in modo che la Parola di Dio potesse essere letta anche “da un ragazzo che spingeva l’aratro”. Dobbiamo esser riconoscenti nei confronti di quelle persone se oggi abbiamo a disposizione una gran quantità di versioni bibliche nelle lingue parlate dalla gente comune. E’ stato calcolato che da quando Gutenberg inventò la macchina da stampa ne sono state prodotte oltre 4 miliardi di copie in più di 2.000 lingue e dialetti. Grazie all’opera di quelle persone devote, certamente simili al buon “grano” seminato da Cristo Gesù, che hanno subito e sopportato l’odio delle simboliche “zizzanie”, i “figli del malvagio”, sebbene le lingue in cui fu originariamente scritta sono oggi morte, la Parola di Dio tutt’ora “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12 – CEI).
Sì, la Parola di Dio è viva e tutte le parole profetiche in essa contenute continuano irresistibilmente ad adempiersi. Nel contempo influisce profondamente sulla vita di uomini e donne, spingendo molti a mettere la lealtà a Dio al di sopra di ogni altra cosa. Per questa ragione dittatori e regimi totalitari l’hanno odiata, l’hanno vietata e hanno perseguitato quelli che volevano vivere secondo i suoi insegnamenti. Anche i capi della Chiesa Cattolica e delle Chiese Ortodosse hanno fortemente contrastato la distribuzione della Bibbia, cercando di impedirne la lettura nelle lingue volgari. Perché? Perché coloro che leggono la Parola di Dio sono resi liberi dalle tradizioni e dai dogmi che disonorano Dio e che non si trovano in nessuna parte delle Sacre Scritture, anzi, sono totalmente contrari ai suoi insegnamenti (cfr. Giovanni 8:32).
Che dire di noi? Conosciamo la Parola di Dio? Ne abbiamo una copia nella nostra casa? L’abbiamo mai letta? Apprezziamo il sacrificio di quelle persone che con intrepido coraggio fecero in modo che pervenisse fino a noi nonostante l’accanita opposizione clericale o preferiamo seguire la tradizione creata ad arte da uomini ipocriti ed egoisti per elevarsi al di sopra della massa dei fedeli e mantenere i loro sordidi privilegi?

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Libero pensatore e inguaribile sognatore
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4 risposte a UNA STORIA FINITA – XVIII parte

  1. silvianovabellatrix ha detto:

    Un grazie di cuore carissimo Gianni per aver fatto menzione e raccontato di tutti quegli uomini che hanno , a prezzo delle loro vite, cercato di rendere la lettura della Bibbia accessibile a tutti e di dissipare le menzogne dottrinali propalate dalla Chiesa. Molti nomi e vicende mi erano del tutto ignoti.

  2. GIANNI ha detto:

    Cara Silvia, sei sempre molto generosa nelle tue espressioni di apprezzamento nei miei riguardi. Le storie che io racconto sono conservate a migliaia negli archivi a testimonianza dell’enorme “colpa di sangue” che ricade sulla testa della gerarchia ecclesiastica. Non è per caso che nella visione profetica dell’Apocalisse l’apostolo Giovanni, nel descrivere il giudizio di Dio contro tutta la falsa religione mondiale, di cui la Chiesa Cattolica, rappresentata dal suo clero, è parte predominante, dice: “In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra” (Apocalisse 18:24 – CEI). Le Chiese cosiddette “cristiane”, e in particolare quella Cattolica e quelle Ortodosse, han fatto dei loro fedeli un popolo religiosamente immaturo, soddisfatto di un facile devozionismo e sazio di nozioni dottrinali elementari in base a un preciso disegno: tenerli lontano dalle Sacre Scritture nel timore che venissero scoperte tutte le loro menzogne dottrinali. Ma grazie alla tenacia di quegli uomini devoti la Parola di Dio è sopravissuta ad ogni tentativo di emarginazione e oggi è alla portata di tutti. Tutto questo non è casuale ma sta adempiendo una importante profezia biblica pronunciata più di 2.500 anni fa per mezzo del profeta Daniele, che diceva: “Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta” (Daniele 12:4). È volontà di Dio che in questo tempo segnato dalla profezia e dalla cronologia biblica (questo sarà l’argomento di un mio prossimo post) la conoscenza delle verità dottrinali contenute nelle Sacre Scritture sia resa disponibile a tutti. Dovremmo, quindi apprezzare il coraggio di chi lottò perché ciò fosse possibile. Quegli uomini amavano la Parola di Dio e la consideravano un libro che meritava d’essere letto e studiato, un libro per cui valeva la pena rischiare di perdere la terra, la libertà e la vita. Dovremmo tenere in gran conto la libertà che oggi abbiamo di studiare le Sacre Scritture, libertà conquistata a così caro prezzo, impegnandoci personalmente nel loro regolare studio. Purtroppo la maggioranza dei cosidetti “cristiani”, specialmente in questo paese, non l’hanno mai lette, forse neanche ce l’hanno nella propria casa. E se si incoraggiano a procurarsene una copia e a leggerla, spesso dicono che non hanno tempo …. salvo poi passare ore e ore a giocare con i vari CityVille, i DigitalPoker, e altre sciocchezze del genere …
    Un caro saluto. G.

  3. Gianluca Foglia ha detto:

    Complimenti per il tuo contributo.
    Stavo cercando un’immagine del Vangelo di Giovanni e sono incappato per caso in questo sito.
    La seguente è una nota che ho pubblicato in fb e che ho impreziosito con la foto della prima pagina della Bibbia di Tyndale:
    “E un passo difficile..” Così, spesso, i sacerdoti liquidano il Vangelo di Giovanni preferendo dedicare l’omelia al commento di letture meno “scomode”, più convenzionali. E’ assurdo. Perchè tanta paura? A volte ho l’impressione che la chiesa si sia insabbiata nella paura e professi una dottrina “teologica” della paura. Eppure Gesù Cristo E’ LUCE! E’ VITA!”
    Mi pare ci sia una certa sintonia di vedute.
    Ciao,
    Gianluca

  4. Pingback: LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? | MA DOVE STIAMO ANDANDO?

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