UNA STORIA FINITA – XX parte

“IO SONO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA. NESSUNO VIENE AL PADRE SE NON PER MEZZO DI ME”

Giovanni 14:6 – CEI 
Anteprima
Milioni di persone in tutta la terra sono convinte che i “santi” possano elargire particolari benefìci ai credenti, perciò li venerano, per mezzo di immagini, tramite le reliquie o invocandoli affinché intercedano per loro. Questi “santi” vengono beatificati e canonizzati dalla Chiesa Cattolica, o dalla Chiesa Ortodossa, dopo la loro morte sostenendo che abbiano una speciale via di accesso a Dio, il che li rende intercessori efficaci a favore dei vivi. Si tratta di un insegnamento della Parola di Dio? No! Nel modo più assoluto no! Le Sacre Scritture insegnano che i morti sono totalmente inconsci e non possono fare nulla per i vivi (cfr. Ecclesiaste 9:5-10). Inoltre condannano la venerazione delle creature e l’uso di immagini nell’adorazione (cfr. Romani 1:18-25; Isaia 44:18-20). Esse poi affermano che il mediatore tra Dio e gli uomini è uno solo, Gesù, non ce ne sono altri (cfr. 1Timoteo 2:5,6; Giovanni 14:6). Infine la Parola di Dio ci rivela che la venerazione dei cosiddetti “santi” è una menzogna dottrinale inventata dal Diavolo per portare le persone sotto la sua sfera di influenza e allontanarle dal vero proposito di Dio. Perciò per gli uomini è una pratica letale! Insomma ci sono molte ragioni per considerare la questione con ogni serietà perché vi sono implicate le nostre prospettive di vita future.
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Pomeriggio di un’afosa domenica di luglio. Mi trovo alla stazione Termini di Roma in attesa del treno per l’ennesima missione di lavoro. Per ingannare l’attesa, come faccio di solito entro nella grande libreria situata nell’atrio. Ormai conosco a memoria dove sono ubicati i vari settori: mi dirigo sicuro verso la sezione che più mi interessa:  saggistica, storia, religione, curioso di vedere se ci sono novità in bella mostra. Un libro attira subito la mia attenzione, con il titolo scritto a grandi caratteri: “WOJTYLA SEGRETO. LA PRIMA CONTROINCHIESTA SU GIOVANNI PAOLO II” di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti – Chiarelettere Editore. La cosa mi incuriosisce molto: un papa così popolare e amato dalle folle, per di più da poco beatificato, cioè indicato come esempio di virtù cristiana, quali segreti che richiedono un’inchiesta poteva nascondere? Apro e inizio a scorrere il sommario; leggo qualche sottotitolo: “Torbide manovre finanziarie”… “Lo scandalo pedofilia”… “Una feroce repressione”… “I soldi del Banco Ambrosiano”… “Pugno di ferro dentro la Chiesa”… “Santi e beati su misura”… “L’amicizia imbarazzante con padre Maciel”… insomma sono trattati tutti i più grandi scandali che hanno visto protagonista la Chiesa Cattolica e le sue gerarchie ecclesiastiche negli ultimi anni. Lo prendo, il viaggio è lungo, penso di impiegare tutto il tempo a leggerlo. Appena sul treno, confortato dal fresco dell’aria condizionata, dalla solita bibita con le noccioline e l’immancabile caramellina latte e menta offerte da Trenitalia, sprofondo nella poltroncina e inizio a leggere.
1° capitolo, 1° sottotitolo: “«Santo subito»: una beatificazione a tempo di record”. Inizia così: “È il 14 gennaio 2011. Il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, dirama la notizia. L’invocazione della folla che il giorno dei funerali in piazza San Pietro gridava «santo subito» è stata ascoltata: il primo maggio 2011 Giovanni Paolo II sarà beatificato”. Penso tra me: questa è ormai “acqua passata”… ma ciò ch’è scritto di seguito, i retroscena di quella beatificazione, attira in modo particolare la mia attenzione. Elenco alcuni passi significativi: “Il 18 maggio 2005, un mese e mezzo dopo la scomparsa di Wojtyla, il vicario della diocesi di Roma, cardinale Camillo Ruini, promulgava l’editto con cui invitava i fedeli a comunicare «tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del servo di Dio» … Nei mesi successivi venivano aperti altri due processi per la raccolta di documenti e testimonianze a Cracovia e a New York … Durante il processo di beatificazione sono state ascoltate 114 persone: 35 cardinali, 20 arcivescovi e vescovi, 11 sacerdoti, 5 religiosi, 3 suore, 36 laici cattolici, 3 non cattolici e un ebreo. Il consenso è stato ampio ma non sono certo mancate le polemiche, sorte anche tra le mura della curia romana”.
A questo punto l’argomento “santità” inizia a frullare nella mia mente … Ripasso in fretta mnemonicamente le nozioni bibliche assimilate sull’argomento … diverse cose non quadrano … Decido allora di saltare tutti gli altri argomenti, che pure sarebbero interessanti, e di concentrarmi su questo. Perciò, ricordando di averlo letto nel sommario, vado al sottotitolo “Santi e beati su misura” nella Terza Parte del libro. Che cosa vi leggo? “Tra il 1978 e il 2004 [Giovanni Paolo II] ha proclamato 482 santi e 1338 beati, più di tutti i pontefici che l’hanno preceduto negli ultimi quattro secoli, dando vita a quella che molti hanno definito la «fabbrica dei santi». Le  scelte dei modelli da proporre alla cristianità non sono mai casuali, ma appaiono sempre motivate da ragioni ecclesiali o politiche … Particolarmente rapido e iniziato con eccezionale anticipo, in deroga alla norma, è per esempio il processo di beatificazione di madre Teresa di Calcutta, morta nel 1997 e proclamata beata nel 2003 … Ma decisamente (e meno comprensibilmente) veloce rispetto ai tempi abituali è anche il percorso della causa del fondatore dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer, morto nel 1975, beatificato nel 1992 e canonizzato del 2002 … un fedelissimo delle direttive vaticane, a suo tempo estimatore del franchismo e al centro di aspre polemiche … Controversa è anche la beatificazione di Alojzije Stepinać (1998), il vescovo croato accusato di essere rimasto in silenzio (e da taluni addirittura di connivenza) di fronte ai massacri perpetrati dagli ustascia di Ante Pavelić negli anni della seconda guerra mondiale. Così pure ha suscitato polemiche la beatificazione congiunta, il 3 settembre 2000, di due papi per certi versi opposti fra loro: Pio IX, oggetto di profonde tensioni con il mondo ebraico … e Giovanni XXIII, un papa che volle un Concilio anche per cancellare l’odio teologico dei cattolici verso gli ebrei … Un utilizzo di santi e beati, dunque, spesso finalizzato a sostenere le strategie vaticane nei diversi momenti del pontificato …”.
Fin qui il libro … ma nella mia mente è già scattato il desiderio di confrontare tale operato con ciò che dice la fonte della verità su questioni teologiche, cioè la Parola di Dio (cfr. Giovanni 17:17). Apro il mio notebook e inizio a consultare la mia biblioteca personale quivi memorizzata. Posso anche fare ricerche nel Web attraverso Internet. Ed ho nel mio fedele, piccolo trolley l’immancabile copia della Parola di Dio in italiano moderno, con note e riferimenti di termini ebraici e greci. Tutti gli elementi per fare una soddisfacente ricerca.
Sul tema della santità le Sacre Scritture hanno molto da dire. Dalla loro lettura impariamo, innanzitutto, che il termine italiano è tradotto da una parola (qòdhesh) tratta dalla radice di un verbo ebraico che significa, in senso fisico, “essere luminoso, essere nuovo o fresco, immacolato o puro”. Ma la stessa parola dà anche l’idea di qualcosa di separato, esclusivo, riservato, nel caso specifico per il servizio a Dio. La corrispondente parola greca usata nel Nuovo Testamento, cioè hagiasmòs, in maniera simile denota separazione per servire Dio. Questi termini sono quindi usati nelle Sacre Scritture in riferimento alla santità come qualità di Dio e alla purezza o perfezione della condotta personale degli individui nonché alla condizione di chi è riservato al servizio di Dio.
Dio è superiore in santità a chiunque altro, come è dichiarato: “Nessuno è santo come il Signore” (1Samuele 2:2 – VR). Per questo motivo Egli, e solo Lui, può esser dichiarato “Santissimo” (in Proverbi 9:10 e 30:3 nel testo ebraico viene usato il termine qedhoshìm, plurale di qadhòhsh, per indicare eccellenza. – cfr. Gesenius’ Hebrew Grammar, a cura di E. Kautzsch e A. E. Cowley, Oxford GB, 1910).
Gesù viene chiamato “il Santo di Dio” (Marco 1:24; Luca 4:34). Egli fu l’unico essere umano a mantenere una vita perfetta, senza peccato fino alla fine della sua esistenza terrena. Di lui è infatti scritto che era “santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli” (Ebrei 7:26 – VR).
Anche tutta l’antica nazione di Israele era considerata “santa” (cfr. Esodo 19:3-6). Quella nazione, infatti, era stata scelta, o appartata dalle altre nazioni della terra, come una speciale proprietà da parte di Dio. Per questo ad ogni singolo israelita era raccomandato: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Levitico 19:2 – CEI). Tutti, uomini e donne, dovevano contribuire a mantenere la santità della nazione, santità che non era determinata da una vita ascetica, di sofferenze o di rinunce, né dal compiere atti straordinari e prodigiosi, ma dalla fedele osservanza della legge di Dio (cfr. Esodo 19:5).
Quando, nel I secolo dell’era cristiana, Dio cambiò la sua disposizione rigettando la nazione di Israele come sua speciale proprietà a causa della sua infedeltà, e istituì una “nuova nazione”, formata dai discepoli di Gesù di tutte le nazioni, indistintamente tutti questi vennero considerati santi. Non c’erano alcuni che si elevavano in santità rispetto agli altri. Infatti, gli apostoli, scrivendo le loro lettere ispirate alle varie comunità cristiane sparse nel mondo, si rivolgevano a tutti i loro componenti, sia uomini che donne, chiamandoli “santi” (cfr. Efesini 1:1; Filippesi 4:21). Ma l’apostolo Paolo scrisse al riguardo qualcosa che deve farci riflettere. Egli disse: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Romani 3:23 – CEI). Mentre Gesù fu considerato a pieno titolo “il Santo di Dio” per la sua condotta perfetta, nei suoi discepoli la santità non era insita né apparteneva loro per merito personale. La santità veniva loro attribuita solo grazie alla fede nel sacrificio di riscatto di Cristo. Pertanto essi non erano resi “santi” dagli uomini o da qualche organizzazione umana, a seguito di qualche processo canonico per la raccolta di testimonianze atte a stabilire “elementi favorevoli o contrari alla fama di santità”. Nel momento in cui essi riconoscevano il valore del provvedimento di Dio per la salvezza, cioè il sacrificio di Cristo Gesù, Dio, e solo Lui, “per la sua grazia” (dal greco chàris, termine che dà l’idea di un dono generoso, di qualcosa non guadagnato e non meritato), li considerava santi e non dopo che erano morti, ma mentre erano ancora in vita sulla terra, seppur nella condizione di imperfetti e peccatori discendenti di Adamo. Ma anche nel loro caso la santità era correlata al concetto di separazione per servire Dio nel suo proposito e di fedele osservanza delle leggi divine. Non a caso l’apostolo Pietro applicò a loro la scrittura di Levitico 19:2 sopracitata (cfr. 1Pietro 1:15,16) e disse a tutti i componenti della chiesa cristiana: “voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pietro 2:9 – VR). L’apostolo Paolo fece loro una raccomandazione simile dicendo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Romani 12:1 – CEI) e ancora: “purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione” (2Corinzi 7:1 – CEI). Pertanto i cristiani dovevano continuare a mantenere la loro condizione di santità con una vita dedicata a compiere la volontà di Dio e con una condotta moralmente pura e retta.

 “SIATE SANTI PERCHÉ IO … DIO VOSTRO, SONO SANTO”
Nei tempi precristiani l’intera nazione d’Israele era considerata santa perché Dio l’aveva scelta e santificata, portandola in un’esclusiva relazione di patto con lui, come sua speciale proprietà (cfr. Esodo 19:5,6). Dio richiedeva ad ogni singolo israelita di contribuire con la propria condotta a mantenere quella condizione di santità (cfr. Levitico 19:2). Tutti avevano la stessa responsabilità, che dovevano assolvere nella loro vita quotidiana senza particolari forme di ascetismo o eroismo ma semplicemente ubbidendo alle norme fisiche e morali stabilite da Dio. In tutti i 39 libri del Vecchio Testamento, scritti in un periodo di circa 1.000, dal XVI al VI sec. a.C., non c’è un solo riferimento a qualche “santo” venerato dal popolo ebraico. Abramo, Mosè, Elia, Giobbe, Ruth, Ester e tanti altri, sono menzionati nelle Sacre Scritture come esempi di fede e devozione, e per mezzo di alcuni di essi Dio compì grandi miracoli; non avrebbero meritato di essere venerati al pari dei “santi” cattolici? Ma nessuno d’essi fu elevato agli onori degli altari!
In maniera simile anche la chiesa cristiana dei tempi apostolici era considerata santa (cfr. Apocalisse 21:2). Tutti i suoi componenti ottenevano la santità, cioè erano considerati giusti da Dio nonostante fossero ancora imperfetti nella carne, in base alla loro “obbedienza e accettazione del vangelo di Cristo” e alla loro fede nel valore propiziatorio del suo sacrificio (cfr. 2Corinzi 9:13; Romani 3:23). L’apostolo Pietro con una delle sue lettere ispirate ricordò a tutti loro il comando di Levitico 19:2 esortando ciascun d’essi a mantenere una condotta pura, degna del favore che Dio concedeva loro. Come mai in tutti i 27 libri del Nuovo Testamento non troviamo alcun riferimento alla venerazione di qualcuno di essi?
Sia nell’antico Israele che nella primitiva chiesa cristiana il concetto di santità riguardava ogni membro della comunità mentre era in vita, nessuno era innalzato al di sopra degli altri, non c’erano santi nominati ad hoc e venerati dagli altri, tantomeno c’erano altari o edifici di culto eretti in onore di santi! Questa pratica sorse a partire dal II secolo d.C., dopo la morte di tutti gli apostoli.  Mentre il cristianesimo apostata, preannunciato da Gesù con la parabola del grano e delle zizzanie (cfr. Matteo 13:24:30; 36-42), andava prendendo forma invalse tra gli apostati la tendenza a cercare di farne una religione popolare, che attirasse i pagani e potesse essere facilmente accettata da loro. Quei pagani adoravano un pantheon di dèi, mentre la nuova religione era rigidamente monoteista. Così fu trovato un compromesso adottando dei “santi” che prendessero il posto degli antichi dèi, semidei ed eroi mitici. Afferma, infatti, un testo di storia ecclesiastica: “Per coloro che si convertivano dal paganesimo al cristianesimo era facile riconoscere nei martiri gli eroi che avevano abbandonato e cominciare a rendere loro l’onore che prima rendevano a questi … Molto spesso, però, il rendere tale onore ai santi divenne vera e propria idolatria” (Ekklisiastiki Istoria).
Potete ora comprendere tutte le mie perplessità nel leggere come si è arrivati a beatificare il papa Giovanni Paolo II o a proclamare tutti quei santi che egli stesso ha canonizzato? Con un giudizio che viene dagli uomini e non da Dio e con una procedura del tutto contraria agli insegnamenti biblici!
Quanto sia scorretta questa pratica è dimostrato anche dai risultati che essa ha prodotto!
Nella Chiesa Cattolica il processo canonico per la beatificazione di una persona avviene solo quando questa è defunta e richiede “che vengano riconosciuti dei miracoli attribuiti all’intercessione della persona oggetto del processo” (http://it.wikipedia.org/wiki/Canonizzazione).
Come ampiamente illustrato nel mio precedente post, la Parola di Dio dice che le persone defunte sono in uno stato di completa incoscienza perché “i morti non sanno nulla … perché nello Sceol … non c’è più né lavoro né pensiero né conoscenza né sapienza” (Ecclesiaste 9:5-10 – Di). Essi sono tornati ad essere polvere, da dove l’uomo è stato tratto (cfr. Genesi 3:19). Come possono dunque, in tale stato, intercedere o fare miracoli a favore dei vivi, dato che è anche scritto che “essi non avranno mai più alcuna parte in tutto ciò che si fa sotto il sole”?
E che dire proprio della loro presunta “intercessione”? Dice al riguardo una nota enciclopedia cattolica: “Un cattolico non può nutrire nessun dubbio sul fatto della loro intercessione, giacché il Concilio di Trento definì chiaramente questo dogma: ‘i santi, regnando insieme a Cristo, offrono a Dio le loro preghiere per gli uomini’” (New Catholic Encyclopedia).  Il Concilio di Trento si tenne dal 1545 al 1563, quindici secoli dopo la morte degli apostoli e la completa stesura del testo biblico. La stessa enciclopedia quindi ammette: “Riguardo all’intercessione dei morti per i vivi, di cui non è fatta nessuna menzione nei libri più antichi del [Vecchio Testamento] … Se negli scritti del [Nuovo Testamento] … non c’è nessuna esplicita menzione del soggetto, nella pratica della Chiesa primitiva c’è ancora un’abbondante quantità di prove le quali dimostrano fede e credenza nel potere di intercedere di quelli che erano ‘morti in Cristo’. Tali prove … si vedono nei molti epitaffi, nelle anafore, nelle litanie, nei documenti liturgici, negli atti dei martiri e nelle frequenti allusioni che si incontrano nella letteratura patristica orientale, greca e latina”. Dunque implicitamente quest’opera riconosce che l’origine di tale credenza non è scritturale ma umana. Un’altra autorevole enciclopedia afferma: “l’invocazione dei “santi” non ha conferma scritturale, era sconosciuta alla Chiesa primitiva e fu “espressamente condannata dal Concilio di Laodicea (481 d.C.) e dai primi padri … Si deve ricordare che sono soltanto aggiunte non scritturali e che ebbero origine dopo l’introduzione nel sistema ecclesiastico del neoplatonismo alessandrino e delle dottrine dei magi d’Oriente, che lasciò le sue tracce anche nella forma più ortodossa di adorazione cristiana, nonché di credo, fino al quarto e al quinto secolo, periodo della storia della Chiesa Cristiana in cui le eresie, per usare un’espressione comune, erano quasi all’ordine del giorno” (Cyclopædia of Biblical, Theological, and Ecclesiastical Literature di M’Clintock e Strong). Al contrario la Parola di Dio afferma: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Timoteo 2:5,6 – CEI). Dunque non sono tanti coloro che possono intercedere presso Dio [si pensi che l’Acta Sanctorum della Chiesa, che si iniziò a redigere dal 1643, elencava già allora 17.000 “santi”] ma “uno solo”, Cristo Gesù.
Pertanto, chi si raccomanda ai cosiddetti “santi” affinché intercedano a proprio favore presso Dio deve sapere che ciò è tutto un terribile inganno perché, 1°) quelle persone sono morte e “non sanno nulla”, 2°) perché Dio non accetta altri intercessori se non “il solo mediatore”, Cristo Gesù! E Gesù stesso lo confermò dicendo “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6 – CEI).
Una volta canonizzati, i “santi” della Chiesa Cattolica acquisiscono il diritto ad essere venerati. Pertanto vengono elevati agli “onori degli altari”. Ad essi, cioè, si possono dedicare chiese e altari, possono essere eletti come Patroni (o protettori), le loro reliquie possono essere venerate in tutte le chiese. Sebbene la Chiesa Cattolica faccia una distinzione tra venerazione e adorazione, in sostanza è la stessa pratica. Dei suoi “santi”, infatti, vengono fatte immagini, i fedeli si inginocchiano davanti ad esse, pregano davanti ad esse e le invocano. E per la Parola di Dio questa è pura idolatria! Condannando “ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini”, l’apostolo Paolo parla degli uomini che “soffocano la verità nell’ingiustizia” perché “pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa … poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore” (Romani 1:18-25 – CEI). Avete notato quale parola usa l’apostolo? Si … proprio “venerato”, cioè lo stesso termine che usa la Chiesa Cattolica per giustificare il culto dei suoi “santi”. La venerazione dei cosiddetti “santi” è dunque considerata da Dio una “menzogna” teologica! A conferma di ciò, quando l’apostolo Giovanni si inginocchiò riverente davanti ad uno degli angeli impiegati da Dio per dargli la visione apocalittica, questi prontamente gli disse: “Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare” (Apocalisse 19:10 – CEI). L’apostolo apprezzò tanto questo consiglio che lo mise per iscritto per nostro beneficio. L’apprezziamo anche noi?

“NON SANNO NÉ COMPRENDONO … UNA PATINA IMPEDISCE AL LORO CUORE DI CAPIRE”
Molte volte le Sacre Scritture richiamano l’attenzione sulla stoltezza di chi confida nelle vanità, quali sono le rappresentazioni idolatriche fatte di legno, pietra o metallo. Il profeta Isaia, ad esempio, nel descrivere la fabbricazione di idoli fa notare la stupidità di chi utilizza parte del legno di un albero per cucinare e per scaldarsi e poi con quello che rimane si fa un dio a cui chiede aiuto. Egli scrisse: “Il fabbro lavora il ferro di una scure, lo elabora sulle braci e gli dà forma con martelli, lo rifinisce con braccio vigoroso; soffre persino la fame, la forza gli viene meno; non beve acqua ed è spossato. Il falegname stende il regolo, disegna l’immagine con il gesso; la lavora con scalpelli, misura con il compasso, riproducendo una forma umana, una bella figura d’uomo da mettere in un tempio. Egli si taglia cedri, prende un cipresso o una quercia che lascia crescere robusta nella selva; pianta un frassino che la pioggia farà crescere. Tutto ciò diventa per l’uomo legna da bruciare; ne prende una parte e si riscalda o anche accende il forno per cuocervi il pane o ne fa persino un idolo e lo adora, ne forma una statua e la venera. Una metà la brucia al fuoco, sulla brace arrostisce la carne, poi mangia l’arrosto e si sazia. Ugualmente si scalda e dice: «Mi riscaldo; mi godo il fuoco». Con il resto fa un dio, il suo idolo; lo venera, lo adora e lo prega: «Salvami, perché sei il mio dio!»” (Isaia 44:12-17 – CEI). Secondo voi, alla luce di queste parole ispirate, ha davvero senso venerare l’immagine di un “santo”? Leggete ancora cosa ne pensa Dio: “Non sanno né comprendono; una patina impedisce agli occhi loro di vedere e al loro cuore di capire. Essi non riflettono, non hanno scienza e intelligenza per dire: «Ho bruciato nel fuoco una parte, sulle sue braci ho cotto perfino il pane e arrostito la carne che ho mangiato; col residuo farò un idolo abominevole? Mi prostrerò dinanzi ad un pezzo di legno?». Si pasce di cenere, ha un cuore illuso che lo travia; egli non sa liberarsene e dire: «Ciò che tengo in mano non è forse falso?»” … “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono. Come loro sono quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano” (Isaia 44:18-20 – CEI; Salmo 115:4-8 – VR e Di; 114:4-8 – CEI). Ne cogliete il significato?
Tuttavia la Chiesa Cattolica continua a giustificare tale pratica. Con quali argomentazioni?
Nel IV secolo d.C. il “Dottore” della Chiesa, S. Agostino, schernì i ragionamenti dei pagani adoratori di idoli, dicendo: “C’è un certo contenditore che si reputa dotto, e dice: Io non adoro quella pietra, né quell’immagine che non ha intelligenza … Non adoro quest’immagine; ma venero ciò che vedo, e servo colui che non vedo”. In altre parole, S. Agostino irrise il fatto che essi affermavano di adorare non l’immagine stessa ma la persona invisibile che essa rappresentava. “Giustificando così le loro immagini”, aggiunse egli “si reputano abili disputatori, poiché non adorano idoli, e tuttavia adorano diavoli” (Enarrationes in Psalmos, di Agostino, Salmo xcvii 9). Vi sorprenderà sapere che le stesse argomentazioni di quegli adoratori pagani furono addotte dai “padri” conciliari a Trento. Quel Concilio, infatti dichiarò riguardo alle immagini di Cristo, di Maria e dei “santi”: “Si devono loro tributare il debito onore e la debita venerazione; non perché si creda che vi sia insita una qualsiasi divina virtù”. Perché, allora, si devono venerare? “Perché l’onore che si rende loro”, fu spiegato, “si riferisce ai prototipi da esse rappresentati, così che per mezzo delle immagini che noi baciamo e davanti alle quali scopriamo il capo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, la cui somiglianza esse portano”. Tutt’oggi la Chiesa Cattolica continua a giustificare tale pratica idolatra con le stesse scuse, cioè che le immagini sono solo dei mezzi per dirigere l’attenzione sull’essere celeste che rappresentano. Ora, per capire bene qual è il giusto punto di vista cristiano, prendiamo la statua che vuole raffigurare l’apostolo Pietro che è nella basilica di S. Pietro a Roma – a dire il vero ce ne sono tante, come d’altra parte ce ne sono in tutte le cattedrali cattoliche, e raffigurano ognuna un personaggio dichiarato “santo” dalla Chiesa. Davanti alla statua di Pietro le persone si soffermano, si inginocchiano, pregano. Molte di esse forse ignorano che quando il centurione romano Cornelio si inginocchiò davanti all’apostolo stesso, cioè all’originale in carne e ossa e non la sua immagine, allorché questi si recò nella sua casa per annunciargli la “buona novella” riguardo a Cristo, Pietro glie lo impedì dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!” (Atti 10:25,26 – CEI).
Perché la Chiesa Cattolica insiste su tale pratica e, soprattutto perché continua ad additare come esempi di virtù cristiane personaggi che tanto santi non lo sono stati? Si prenda ad esempio il su citato Alojzije Stepinać cardinale croato beatificato dal papa Giovanni Paolo II il 2 ottobre 1998. Costui “aveva guidato con mano di ferro il comitato che procedeva alle ‘conversioni forzate’ al cattolicesimo, pena la morte. Egli era stato anche il Vicario apostolico militare dell’esercito ustascia, il braccio armato che massacrava chi si rifiutava di convertirsi. Nel maggio 1941 Stepinać … scrisse: «Dio, che guida il destino delle nazioni e controlla il cuore dei sovrani, ci ha dato Ante Pavelić e ha introdotto Adolf Hitler, il condottiero di un popolo amico e alleato, a usare le sue truppe vittoriose per sbaragliare i nostri oppressori. Sia gloria a Dio, la nostra gratitudine va a Hitler e la nostra fedeltà al poglavnik Ante Pavelić»” (Il libro che nessun Papa ti farebbe mai leggere, di Tim C. Leedom e Maryane Churchville – Newton Compton Editori, 2011). E che dire ancora di Josemaría Escrivá de Balaguer? “La sua più grande opera è consistita nel fondare, dirigere e sviluppare l’Opus Dei … Ecco le principali riserve emerse su di lui durante il processo di canonizzazione: Comportamento irascibile, Crudeltà, Vanità, Stretti rapporti con il dittatore spagnolo Francisco Franco, Filonazismo, Sostegno alla dittatura di Pinochet in Cile” (ibid.). Che razza di conforto e aiuto pensate si potrebbe mai ricevere da un “santo” il cui motto era: “Sia benedetto il dolore. Sia amato il dolore. Sia santificato il dolore. Sia glorificato il dolore” (Josemaría Escrivá de Balaguer, Cammino). Per quali motivi uomini del genere, sui quali perfino all’interno della stessa Chiesa ci sono state parecchie riserve, sono stati beatificati? E come non riflettere sulla canonizzazione di Padre Pio? Il Vaticano non l’ha sempre considerato un sant’uomo: aveva forti dubbi sulle sue stigmate, sulle sue visioni e sui miracoli che gli venivano attribuiti ogni giorno. A considerarlo un ciarlatano e un mistificatore è stato proprio un papa, Giovanni XXIII, uno dei suoi più autorevoli critici. Riguardo alla sua canonizzazione è stato scritto: “ci si può porre dei seri quesiti critici su di un modello di esperienza religiosa che sta prevalendo nell’epoca contemporanea, e non solo nel mondo cattolico, di cui Padre Pio è indiscutibilmente emblema. Pare infatti che per l’uomo religioso dell’inizio del Terzo Millennio il Divino debba essere visibile nelle più svariate allucinazioni estatiche, udibile in loquacissime locuzioni interiori, “nasabile” nei più sublimi profumi celesti (nonché distinguibile dagli olezzi sulfurei del suo antagonista), gustabile in tutte le fontane miracolose e, finalmente, tastabile dalle più segrete transverberazioni interiori fino all’orticaria epidermica mariana” (da “il foglio” 292 – diretto da Enrico Peyretti – maggio 2002). Ma il giro d’affari legato alla sua figura è strabiliante e supera i cinque miliardi di euro all’anno. Insomma, per riprendere le conclusioni del libro citato all’inizio: “Un utilizzo di santi e beati … spesso finalizzato a sostenere le strategie vaticane”.
Per chi ama la verità e desidera veramente fare la volontà di Dio e non quella degli uomini, c’è una ragione ancora più impellente e importate da considerare in relazione al culto dei santi e delle loro immagini. Un pericolo particolarmente letale!
Questo rischio fu portato all’attenzione dall’apostolo Paolo quando scrisse ai santi, cioè a tutti i suoi conservi cristiani, della chiesa di Corinto: “Che dico dunque? Che l’idolo sia qualche cosa? O che ciò che è sacrificato agli idoli sia qualche cosa? No, ma dico che le cose che i gentili sacrificano, le sacrificano ai démoni e non a Dio; or io non voglio che voi abbiate parte con i démoni” (1Corinzi 10:19,20 – Di). Il pericolo particolarmente legato alla venerazione dei “santi” e delle loro immagini è la possibilità che quelle immagini facciano da punto di contatto con forze demoniche. Sì, le malvage forze spirituali, Satana il Diavolo e i suoi demòni, cercano in tutti i modi di portare gli uomini sotto il loro controllo. L’uso delle immagini nell’adorazione è un modo in cui fanno questo (cfr. 1Corinzi 10:20). Per questo l’apostolo avvertì: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Efesini 6:12 – CEI). Qualsiasi tipo di adorazione delle immagini indebolisce le proprie facoltà spirituali, incoraggia la superstizione e rende più facile essere manipolati dai dominatori occulti di questo mondo malvagio. Perciò l’apostolo disse ancora che: “Satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia” (2Corinzi 11:14,15 – CEI). Questo può spiegare le varie “opere miracolose” o eventi soprannaturali inspiegabili che vengono attribuiti ai cosiddetti “santi”. Non a caso l’apostolo Paolo parla anche della “potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno” (2Tessalonicesi 2:9 – CEI).
Se vogliamo che la nostra adorazione sia accettata da Dio dobbiamo assicurarci che non implichi alcuna forma di idolatria. La lettura della Parola di Dio ci aiuta a comprendere quali sono le pratiche idolatriche che Dio disapprova in modo che possiamo tenerci lontano da esse. La venerazione dei “santi” è una di queste! Non dobbiamo sottovalutare questa responsabilità che tutti abbiamo nei confronti del nostro Creatore perché è in gioco la nostra salvezza e le nostre prospettive di vita futura.
Il mio viaggio è giunto alla meta. Da molto tempo sono sceso dal treno carico di menzogne fatto correre in ogni parte della terra dal cristianesimo apostata, ma ora è tempo di scendere anche da questo treno. Un caro saluto a tutti i miei lettori. Al prossimo post!

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3 risposte a UNA STORIA FINITA – XX parte

  1. silvianovabellatrix ha detto:

    Caro Gianni, il culto dei santi con tutto il loro corollario di mercimonio, superstizione, strumentalizzazione, uso ed abuso della credulità ed anche della buona fede delle persone è un aspetto che, fortunatamente, disgusta anche molti cattolici. Almeno questo….

    • GIANNI ha detto:

      Silvia, cara e perspicace amica,
      non so dalle tue parti (e credo sia lo stesso), ma se viaggi nel centro-sud in questo periodo, vedi un pullulare di feste “patronali” dedicate a questo o a quel “santo” venerato dalle popolazioni non solo dei piccoli paesi, anche delle grandi città. Molte di queste feste ripercorrono usanze del tutto pagane che si sovrappongono all’aspetto religioso fino a prevalerne. Queste feste coinvolgono tutti, anche quelli che, come dici tu, sono disgustati dal mercimonio, dalla superstizione e dalla credulità, perché sono legate alla “tradizione”. Questa è stata l’invenzione diabolica della Chiesa, l’aver creato nel tempo una “tradizione “, cioè un complesso di dogmi e usanze che si mescolano tra di loro e agiscono sulle menti e sui cuori dei “fedeli” tenendoli legati all’Istituzione. Già, perché proprio questo è il problema centrale, al di là delle singole manifestazioni: l’Istituzione Chiesa, e nel caso specifico, Chiesa Cattolica. Questa “tradizione”, fatta di dottrine e cerimonie, dimostra che essa non ha nulla a che fare con la volontà di Dio, quella volontà che ci viene rivelata attraverso la sua Parola scritta, e ne è in totale contrasto. Essa rappresenta la punta di diamante, per l’importanza acquisita nel corso della storia, della grande apostasia dal vero cristianesimo che, secondo la parabola di Gesù, il Diavolo avrebbe scatenato dopo la morte degli apostoli (cfr. Matteo 13:24-30,36-42). Lo scopo? Confondere la mente delle persone, allontanarle dalla verità riguardo al proposito di Dio per l’uomo e per la nostra terra, far perdere loro la speranza della vita sotto il dominio divino causandone la morte spirituale e infine la distruzione eterna, perché, come ci rivela la Sacra Scrittura, “Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui” (Giovanni 8:44, cfr. anche 2 Corinzi 4:4). Per questo motivo la Chiesa Cattolica, come tante altre denominazioni religiose che si dichiarano “cristiane”, ma che hanno ugualmente rinnegato l’insegnamento di Cristo con le loro dottrine e le loro pratiche religiose, e, naturalmente, tutte le religioni prettamente “pagane”, tutte accumunate nella visione apocalittica di una donna, una “prostituta” spirituale per la sua stretta associazione con le altre istituzioni sataniche di questo sistema di cose (la politica, il militarismo, l’avida finanza), a cui è stato attribuito il simbolico nome di “Babilonia la Grande” a causa dell’origine babilonica di gran parte dei suoi insegnamenti e delle sue pratiche religiose (a Babele o Babilonia, secondo il racconto biblico, per la prima volta l’uomo si ribellò di nuovo alla volontà di Dio dopo il diluvio – cfr. Genesi 10:8-10), tutto questo “impero” di falsa religione dovrà sparire dalla faccia della terra quando Dio interverrà per ristabilire il suo proposito originale (cfr. Apocalisse 18:2-21). Ora il comando di Dio, rivolto a tutto il genere umano sottomesso e reso schiavo dalla “tradizione” religiosa è questo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli” (Apocalisse 18:4). Anche gli apostoli, mentre erano ancora in vita e intravedevano i primi segnali dell’apostasia, ordinarono: “uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò” (2Corinzi 6:17). Come vedi, dunque, non si tratta solo di essere “disgustati”; quello che Dio richiede è di essere completamente separati dal falso cristianesimo, smettere di credere alle menzogne dogmatiche che esso ha inventate, smettere di frequentare le sue cerimonie religiose idolatriche e cambiare la nostra mentalità “per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Romani 12:2). Questo è qualcosa da fare con urgenza, perché il tempo dell’intervento divino, secondo la profezia biblica, è ormai prossimo, e con molta serietà, perché sono in gioco le nostre prospettive di vita e di felicità future (cfr. Matteo 25:31-34,41). Un caro saluto. G.
      P.S. Non ho riportato volutamente tutti i versetti biblici citati perché vorrei che tu li leggessi direttamente nella tua copia delle Sacre Scritture (cfr. Ebrei 4:12,13).

  2. Se le masse seguissero un senso logico…difficilmente frequenterebbero la chiesa cattolica !

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