UNA STORIA FINITA – XXII parte

“ECCO, LA VOSTRA CASA STA PER ESSERVI LASCIATA DESERTA”

Matteo 23:38 – VR

Anteprima
Il 6 aprile del 2009 un disastroso terremoto colpì la città dell’Aquila, in Italia, causando grande distruzione e un doloroso lutto. Quell’avvenimento non arrivò all’improvviso, ci furono nei mesi e nei giorni precedenti diverse avvisaglie che qualcosa di grave stava per accadere. Ma tutti i segnali vennero sottovalutati e disattesi dalle autorità e dagli abitanti di quella zona. Questo causò la perdita della vita di numerosi suoi abitanti. Circa 2.000 anni fa qualcosa del genere accadde all’antica città di Gerusalemme. In quella circostanza non furono eventi naturali a causarne la rovina, ma il giudizio di Dio contro la sua infedeltà religiosa, che fu eseguito per mezzo delle milizie romane al comando del generale Tito, nel 70 d.C. Anche quell’avvenimento non arrivò all’improvviso. Era stato predetto dalla lungimiranza e dalla capacità profetica di Dio circa 600 anni prima mediante il profeta Daniele (cfr. Daniele 9:26;11:31). Nella primavera del 33 A.D., mentre era sul Monte degli Ulivi, di fronte allo splendido tempio di Gerusalemme, insieme ai suoi fedeli apostoli, Gesù riprese quella profezia per spiegare a quegli uomini quando sarebbe arrivato il tempo del suo adempimento e ciò che essi avrebbero dovuto fare per scampare alla distruzione della città. Egli diede loro un “segno” composito, il cui verificarsi avrebbe permesso di riconoscere quel tempo (cfr. Matteo 24:15-21; Luca 21:7-11,20,21).
Quel “segno” si verificò nel periodo dal 33 al 66 d.C. Fu riconosciuto dai suoi discepoli che fecero l’azione comandata da Gesù e scamparono alla distruzione di Gerusalemme. Fu disatteso dalla maggioranza degli abitanti della Giudea che subirono una “tribolazione grande” e la perdita della propria vita. Come tutte le profezie bibliche quella pronunciata da Daniele e da Gesù ha un duplice adempimento e il secondo adempimento ci riguarda molto da vicino. Esaminando il primo possiamo imparare una utile lezione per i nostri tempi difficili.

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In Giudea, durante la calda estate del 66 d.C., gli zeloti ebrei, un gruppo di facinorosi integralisti che lottava per ottenere l’indipendenza da Roma, lanciarono un attacco contro la guarnigione romana della fortezza di Masada, vicino a Gerusalemme. Massacrarono la guarnigione e stabilirono la propria base operativa sulla fortezza arroccata in cima a una rupe. Di lì quegli uomini iniziarono a sferrare i loro attacchi contro le milizie romane dando vita a una serie di atti di violenza nel paese che furono la spina nel fianco delle autorità imperiali. Heinrich Graetz, il grande storico ebreo e docente al seminario rabbinico di Breslavia, nel suo libro History of the Jews, descrive cosa accadde in seguito: “Cestio Gallo, il cui compito quale governatore della Siria era di tenere alto l’onore delle armi romane … non poteva più assistere inerte al propagarsi della rivolta senza far nulla per arginarla. Radunò le legioni, a cui si aggiunsero le truppe inviate spontaneamente dai principi vicini”. Con questo esercito di 30.000 uomini circondò Gerusalemme.
La maggior parte degli ebrei viveva  allora nella convinzione che Dio avrebbe protetto sia loro che la città santa. Così, dopo alcuni giorni di combattimenti, essi si ritirarono dentro le mura della città, in prossimità del tempio, considerato un luogo inviolabile, il simbolo della loro relazione con Dio.
Graetz nel suo racconto dice: “Nei cinque giorni che seguirono, i romani diedero l’assalto alle mura, ma ogni volta furono costretti a ritirarsi a causa dei dardi lanciati dai giudei. Soltanto il sesto giorno riuscirono a scalzare un tratto del muro settentrionale di fronte al Tempio”. Arrivati, però, a un passo dalla conquista della città, inaspettatamente si fermarono e si ritirarono. Per quale motivo? Graetz avanza questa ipotesi: “Cestio Gallo ritenne sconsigliabile continuare a combattere contro eroici esaltati e imbarcarsi in una lunga campagna in quella stagione, dato che presto sarebbero iniziate le piogge autunnali … che avrebbero potuto ostacolare i rifornimenti al suo esercito. Per questa ragione probabilmente ritenne più prudente ritirarsi”. Qualunque cosa pensasse Cestio Gallo, sta di fatto che l’esercito romano si ritirò dalla città, subendo anche gravi perdite per mano degli ebrei che li inseguirono. Immaginate l’entusiasmo della popolazione giudea, convinta che ancora una volta Dio era intervenuto in loro soccorso, liberandoli dalla calamità!
Nulla fu più ingannevole!
33 anni prima quella situazione era stata dettagliatamente profetizzata. Nel vangelo di Luca, leggiamo queste parole pronunciate da Gesù l’11 nisan di quell’anno, cioè tre giorni prima di essere ucciso: “quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che allora la sua desolazione è vicina” (21:20 – Di). Perché Gesù disse questo ai suoi fedeli apostoli? Poco prima, mentre uscivano dal sontuoso tempio di Gerusalemme, di cui gli apostoli avevano orgogliosamente messo in evidenza tutta la sua magnificenza, Gesù aveva detto loro: “Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata” (Matteo 24:2 – CEI). Perché doveva accadere tutto questo? Mentre erano nel tempio Gesù aveva pronunciato un veemente discorso di condanna contro i capi religiosi del giudaismo, contro la loro tradizione orale e contro il sistema di adorazione falso e ipocrita che avevano instaurato a danno della verità contenuta nella Parola scritta che Dio aveva loro data (cfr. Matteo capitolo 23). Egli aveva quindi concluso il suo discorso dicendo: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta” (Matteo 23:37,38 – VR). La città di Gerusalemme e il suo splendido tempio sarebbero stati distrutti a prova che Dio, la cui adorazione era lì rappresentata, rigettava il sistema giudaico che era venuto meno al patto di reciproca relazione che Egli aveva stipulato con i loro antenati dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana (cfr. Esodo 19:5,6; 24:3). Così, quell’estate del 66 d.C. iniziò ad adempiersi la profezia pronunciata da Gesù.
Gesù, comunque, non aveva detto nulla di nuovo, semplicemente aveva spiegato ai suoi apostoli come si sarebbe adempiuta un’altra grande profezia biblica pronunciata da Dio mediante il suo  profeta Daniele circa 600 anni prima. Gesù la ricordò loro dicendo: “Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà” (Matteo 24:15-21 – CEI). La profezia a cui Gesù fece riferimento è quella delle 70 settimane descritta in Daniele capitolo 9. L’adempimento di quella profezia trovò il suo culmine proprio al tempo di Gesù. Potete leggere i particolari del suo adempimento nel mio post del 6 febbraio u.s. (IX parte di questa serie). Quella profezia, tra l’altro, diceva che dopo le 70 settimane profetiche: “il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario … sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore” (Daniele 9:26 – CEI). Quindi aggiungeva: “Forze da lui armate si muoveranno a profanare il santuario della cittadella, aboliranno il sacrificio quotidiano e vi metteranno l’abominio della desolazione” (Daniele 11:31 – VR).
La città e il santuario di cui si parla nella profezia di Daniele sono proprio Gerusalemme con il suo magnifico tempio. Gerusalemme era la capitale della nazione israelitica. Lì per circa 500 anni sedettero i re della dinastia davidica di cui si diceva che “sedevano sul trono del Signore” (cfr. 1Cronache 29:23 – CEI). Essa, quindi, rappresentava il “Regno di Dio” o il dominio divino sulla terra. Quando si presentò il legittimo erede di quel regno, il promesso Messia, Gesù, colui al quale “appartiene di diritto” (cfr. Luca 1:32,33; Ezechiele 21:31-32 – CEI), alla fine della sessantanovesima settimana della profezia di Daniele (cioè nell’autunno del 29 A.D., quando Gesù si presentò al fiume Giordano per essere battezzato da Giovanni e fu “unto” o nominato “re” dallo spirito santo di Dio), non fu accettato ma respinto dagli israeliti che dissero al governatore romano Pilato “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 19:15 – VR). Allo stesso modo il tempio, che era considerato un luogo santo dagli ebrei, non lo era più per Dio. Gli stessi capi religiosi ebrei ne avevano profanato la santità, come disse loro Gesù: “Non è scritto: ‘La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!” (Marco 11:17 – CEI). Pertanto Dio aveva rigettato la nazione di Israele come sua “speciale proprietà” e non accettava più l’adorazione ipocrita, santocchiana e falsa dei suoi abitanti; aveva perciò decretato che sia la città che il suo tempio venissero distrutti (cfr. Daniele 9:26).
La distruzione del sistema di cose giudaico avrebbe colpito tutti quegli integralisti, tipo gli zeloti, e i loro connazionali impassibili davanti all’adempimento delle profezie bibliche. Non doveva però riguardare i fedeli discepoli di Gesù. A loro infatti egli rivolse l’invito: “Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo … allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti … Poiché vi sarà allora una tribolazione grande”. Cos’era “l’abominio della desolazione” profetizzato da Daniele? Secondo la profezia questo doveva manifestarsi in un periodo dopo la settantesima settimana, quindi dopo la morte del promesso Messia o “unto”. Perché sarebbe stato considerato un “abominio”? Lo spiegò lo stesso Gesù dicendo: “Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione … stare nel luogo santo” (Matteo 24:15). Egli si riferiva proprio all’esercito romano che sarebbe venuto nel 66 d.C. con le sue insegne. Questi stendardi, da molto tempo in uso, erano praticamente degli idoli e per gli ebrei erano abominevoli. Dice al riguardo The Encyclopædia Britannica: “Gli stendardi romani erano custoditi con venerazione religiosa nei templi di Roma; e la riverenza di questo popolo per le loro insegne era proporzionata alla loro superiorità sulle altre nazioni … Lo stendardo era forse per i soldati la cosa più sacra che esistesse sulla terra. Il soldato romano giurava per la sua insegna”. Quando l’esercito romano, con le sue insegne, attaccò Gerusalemme e il suo tempio, che gli ebrei consideravano sacro, giunse al punto di scalzare il muro dell’area del tempio. Fu in quell’occasione che, come aveva detto Gesù, ciò che era un “abominio” venne stabilito nel “luogo santo”. Quello era dunque il momento per i cristiani di riconoscere il tempo profetizzato e di mettere in atto l’invito di Gesù di abbandonare Gerusalemme, proprio come egli aveva detto: “quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che allora la sua desolazione è vicina” (Luca 21:20 – Di).
Comunque Gesù non volle lasciare dubbi nella mente dei suoi discepoli e aggiunse altri particolari che avrebbero permesso loro di stare all’erta per riconoscere il tempo della distruzione del sistema di cose giudaico e per compiere l’azione da lui raccomandata, di fuggire da Gerusalemme. Agli apostoli che gli chiesero: “Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?” (Luca 21:7 – VR) egli rispose: “Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie” (Luca 21:7-11 – VR). Si avverarono le parole di Gesù?
Secondo la storia dopo la sua morte ci furono diverse “sommosse” e “guerre”: le insurrezioni nelle province romane di Gallia e Spagna (39-40 d.C.); le guerre di conquista della Britannia da parte dei romani (43-68 d.C.); la dichiarazione di guerra dei Parti contro il re Izates del paese dell’Adiabene; la guerra dei romani contro i Parti per la conquista dell’Armenia (58-62 d.C.); la guerra combattuta da Asinius e Alinaeus contro i Parti a est dell’Impero Romano (The Historians’ History of the World, volume VIII, pag. 70 e seguenti). Ci furono poi diverse sommosse contro l’impero romano che riguardarono direttamente gli abitanti della Giudea e che avevano trasformato il paese in un focolaio di conflitti civili ed etnici (50-66 d.C.).
Per quanto riguarda i terremoti, la stessa Parola di Dio ne menziona alcuni verificatesi in quel periodo, in Matteo 28:1,2 e in Atti 16:26. Secondo la storia questi sono alcuni terremoti verificatisi in quel periodo: nel 33 d.C. a Gerusalemme (cfr. Matteo 28:1,2); nel 46 d.C. nell’isola di Creta; nel 50 d.C. a Filippi, in Macedonia (cfr. Atti 16:26); nel 51 d.C. a Roma; nel 53 d.C. ad Apamea e nel 60 d.C. a Laodicea in Asia Minore; nel 63 d.C. a Pompei in Italia; nel 67 d.C. ancora a Gerusalemme.
Anche la predizione sulle carestie si avverò. Per esempio, Atti 11:27-30 narra: “In quei giorni, alcuni profeti scesero da Gerusalemme ad Antiochia. E uno di loro, di nome Agabo, alzatosi, predisse mediante lo Spirito che ci sarebbe stata una grande carestia su tutta la terra; la si ebbe infatti durante l’impero di Claudio (41-54 d.C.). I discepoli decisero allora di inviare una sovvenzione, ciascuno secondo le proprie possibilità, ai fratelli che abitavano in Giudea”. Anche lo storico giudeo Giuseppe Flavio descrive la stessa carestia nelle Antichità giudaiche (Libro XX, Cap. 2, par. 5). In quel periodo, dice Giuseppe, la città di Gerusalemme “era duramente provata dalla carestia e molti perivano non avendo il denaro per comprare il necessario”.
Quelle sopra citate sono solo alcune dimostrazioni delle cose che accaddero in quel periodo in relazione con la profezia di Gesù. Queste cose per se non proverebbero nulla. Ad esempio un terremoto non era qualcosa di insolito nel primo secolo; la crosta terrestre attorno al Mediterraneo, inclusa Gerusalemme, si trova, infatti, in una zona sismica moderatamente attiva, e perciò soggetta a instabilità, pertanto le scosse di terremoto non erano nulla di eccezionale per gli abitanti della Palestina nel primo secolo. La Great Rift Valley, la grande depressione del Giordano e del Mar Morto, e le faglie trasversali che formano la pianura di Esdrelon (o Izreel) fra la Galilea e la Samaria erano colpite da terremoti anche prima del primo secolo (cfr. Amos 1:1; Zaccaria 14:5). I terremoti in se stessi non avrebbero dato nessun significato speciale al “segno” profetico di Gesù circa l’imminente fine di Gerusalemme, così come non l’avrebbe dato una carestia o un conflitto. Ma Gesù diede una indicazione molto significativa e disse: “Imparate dal fico questa similitudine: quando già i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte. Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Matteo 24:32-35 – VR). Perciò, quello che diede speciale significato alla predizione di Gesù fu il fatto che tutti gli aspetti del “segno” avvennero insieme, nella stessa “generazione“, cioè nel corso di un determinato periodo di tempo. I cristiani del primo secolo furono testimoni di questo “segno” composito di avvenimenti predetti, “segno” a cui prestarono attenzione, Nel 61 d.C. scrivendo la sua lettera ai cristiani di origine ebraica, l’apostolo Paolo disse: “Ancora un brevissimo tempo e colui che deve venire verrà e non tarderà” (Ebrei 10:37 – VR). Egli aveva in mente le parole profetiche di Abacuc “è una visione per un tempo già fissato; essa si affretta verso il suo termine e non mentirà; se tarda, aspettala; poiché certamente verrà; e non tarderà” (Abacuc 2:3 – VR).
Così, mentre gli zeloti, la frangia più fondamentalista, e la popolazione di Gerusalemme in genere festeggiavano quella che ritenevano una ennesima prova che Dio li proteggeva e li salvava, i cristiani riconobbero in quegli avvenimenti del 66 d.C. l’adempimento delle Parole di Gesù: “quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate che allora la sua desolazione è vicina … allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti”. La storia dice che essi approfittarono del temporaneo ritiro delle milizie romane per abbandonare Gerusalemme e rifugiarsi al di là del fiume Giordano, nella regione montagnosa di Pella. Essi “compresero” il “segno” dei tempi che stavano vivendo, capirono che era il momento in cui “colui che doveva venire”, il Signore Dio, sarebbe arrivato per portare il suo giudizio sull’infedele Gerusalemme!
Nel 67 d.C. il generale Vespasiano e suo figlio Tito mobilitarono un grande esercito di 60.000 uomini. Nei successivi due anni questa gigantesca macchina da guerra iniziò ad avanzare verso Gerusalemme sgominando ogni resistenza incontrata lungo il cammino. Quando, nel 68 d.C., morì l’imperatore romano Nerone, Vespasiano ripartì alla volta di Roma per assicurarsi il trono, lasciando a Tito il compito di portare a termine la campagna contro la Giudea. Tito arrivò a Gerusalemme intorno alla Pasqua del 70 d.C. La città pullulava di residenti e pellegrini convenuti per festeggiare l’imminente festività. Un grandissimo raduno di “fedeli” che cantavano, pregavano, si muovevano festosamente, ignavi dei tempi difficili che stavano vivendo. Ne più, ne meno di quello che accade oggi con le adunate fastose organizzate dal cristianesimo apostata. Improvvisamente, quando meno se l’aspettavano, restarono tutti intrappolati dentro la città. Gli uomini di Tito spogliarono le campagne della Giudea abbattendo gli alberi e costruirono intorno alla città assediata una fortificazione di pali appuntiti lunga oltre sette chilometri. Fu quanto ancora aveva predetto Gesù: “verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte” (Luca 19:43 – VR). Presto le riserve di grano all’interno della città si esaurirono e Gerusalemme si trovò stretta nella morsa della fame. Gente armata iniziò a saccheggiare le case di morti e moribondi. Nel suo racconto Giuseppe Flavio dice che alcune mamme uccisero e mangiarono il proprio lattante, adempiendo le parole profetiche: “Durante l’assedio e l’angoscia alla quale ti ridurrà il tuo nemico, mangerai il frutto delle tue viscere, le carni dei tuoi figli e delle tue figlie … mancando di tutto durante l’assedio e l’angoscia alla quale i nemici ti avranno ridotto entro tutte le tue città” (Deuteronomio 28:53-57 – CEI). Come disse Gesù, ci fu in quel tempo “una tribolazione grande”, come non ce n’era mai stata fino ad allora, che pose fine all’intero sistema giudaico! Dopo cinque mesi d’assedio, Gerusalemme cadde. La città e il suo maestoso tempio vennero saccheggiati, dati alle fiamme e completamente distrutti, proprio come aveva profetizzato Daniele (cfr. Daniele 9:26). Morirono in totale circa 1.100.000 persone e 97.000 superstiti furono portati via in schiavitù (cfr. Deuteronomio 28:68). In Giudea non rimasero quasi più ebrei. Fu davvero una tragedia nazionale senza precedenti, una terribile svolta nella vita politica, religiosa e culturale degli ebrei. Tutto per non aver saputo riconoscere i tempi che stavano vivendo, mentre a Pella i cristiani ringraziarono sentitamente Dio per averli liberati da quella “tribolazione grande”. La fede nelle profezie bibliche salvò loro la vita.

“CHI LEGGE COMPRENDA”  (Matteo 24:15 – CEI)
Gesù esortò i lettori a cercare di comprendere. I lettori di che cosa? Del libro biblico di Daniele. Al capitolo 9 si trovava una profezia che indicava l’anno in cui sarebbe comparso il Messia (nell’autunno del 29 A.D.) e che prediceva che sarebbe stato “messo a morte” dopo tre anni e mezzo (nella primavera del 33 A.D. – vv. 26,27 – Di). La profezia diceva anche: “sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore”. Gli ebrei pensavano che questo si riferisse alla profanazione del tempio per mano di Antioco IV, avvenuta circa 200 anni prima. Gesù però spiegò che non era così, esortando i suoi ascoltatori a “comprendere” che “l’abominio della desolazione” doveva ancora apparire ed essere stabilito in “nel luogo santo” (cfr. Matteo 24:15). Egli si riferiva all’esercito romano che sarebbe venuto nel 66 d.C. con le sue abominevoli insegne poste nell’area del tempio di Gerusalemme, il “luogo santo” degli ebrei. Quell’ “abominio” sarebbe stato lo strumento utilizzato da Dio per portare il suo giudizio sull’infedele Gerusalemme, causando una “tribolazione grande”. Per riconoscere il tempo in cui questo sarebbe avvenuto, Gesù diede ai suoi apostoli “un segno”. Egli predisse che ci sarebbero state guerre, carestie, pestilenze, terremoti, nonché odio e persecuzione verso i cristiani, falsi messia e un’estesa predicazione dell’evangelo del Regno (cfr. Matteo 24:5-14). Gesù disse queste cose nella prima parte del 33 A.D. Nei decenni successivi i suoi vigili discepoli poterono riconoscere che le cose predette si stavano realmente avverando in modo significativo. La storia mostra che il “segno” ebbe un adempimento a quel tempo e portò al termine del sistema di cose giudaico per mano dei romani nel 66-70 d.C. Se consideriamo la situazione della città di Gerusalemme nel primo secolo  troviamo una sorprendente analogia con i nostri tempi. Il popolo in genere e i loro capi riconoscevano che le condizioni erano tutt’altro che soddisfacenti. Ma che cosa predicevano per il futuro i saggi e i capi del popolo? Alcuni erano assai soddisfatti dello status quo e sarebbero stati felici che continuasse immutato. Altri fomentavano la rivolta e la rivoluzione contro il dominio di Roma e le sue tasse, asserendo che tale strada avrebbe portato a maggiore libertà, pace e prosperità. Comunque, nessuno dei saggi, dei consulenti e dei consiglieri di quella città prediceva che Gerusalemme sarebbe stata completamente distrutta con una “grande tribolazione” che sarebbe avvenuta entro quella “generazione“, cioè entro un determinato e ben definito periodo di tempo caratterizzato dall’adempimento di tutti gli aspetti del “segno” dato da Gesù. Una simile eventualità era ben lungi dai loro pensieri! Ma i cristiani di quel tempo ricordarono le parole di avvertimento del loro Maestro e quando se ne verificò la condizione, nel 66 d.C., allorché le milizie romane guidate da Cestio Gallo si ritirarono dall’assedio alla città, fuggirono da essa (cfr. Matteo 24:15-21). Quando l’esercito romano, al comando del generale Tito tornò nel 70 d.C. la città e il suo tempio furono rasi al suolo e dati alle fiamme. 1.100.000 suoi abitanti e pellegrini che si erano lì radunati per festeggiare la Pasqua ebraica, peraltro già abolita con il sacrificio di Gesù 33 anni prima (cfr. Ebrei 10:1-10), persero la vita nella situazione drammatica che si verificò. I superstiti furono soltanto 97.000. Deportati in schiavitù, la loro sorte non fu certo migliore di quella dei caduti. Giuseppe Flavio spiega: “Tutti quelli di età superiore ai diciassette anni, li mandò in catene a lavorare in Egitto, ma moltissimi Tito ne inviò in dono nelle varie province a dar spettacolo nei teatri morendo di spada o dilaniati dalle belve feroci” (La guerra giudaica, VI, 418, a cura di G. Vitucci, 3a ed., Mondadori, Milano, 1982). La mancanza di fede nelle profezie bibliche risultò drammatica per persone che pure asserivano di credere in Dio e costituisce un monito per tanti “fedeli” anche nei nostri giorni … …
Come tutti gli avvenimenti profetici narrati nella Parola di Dio, ciò che allora accadde a Gerusalemme fu una figura di ciò che sarebbe accaduto, in scala maggiore, in un tempo futuro. Nel rispondere alla domanda dei suoi apostoli sul “segno” delle “cose stanno per compiersi” Gesù menzionò alcuni aspetti che non si avverarono allora, poiché riguardavano il secondo e più grande adempimento di quella profezia … …

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