UNA STORIA FINITA – XXIII parte

“GERUSALEMME SARÀ CALPESTATA DAI POPOLI FINCHÈ I TEMPI DELLE NAZIONI SIANO COMPIUTI”

Luca 21:24 – VR

Anteprima

Circa 2.600 anni fa un potente governante umano fu umiliato da Dio proprio mentre si trovava all’apice della sua gloria. L’oggetto del contendere fu il dominio della terra. Quel re si chiamava Nabucodonosor. Era il re della potenza mondiale babilonese e il suo dominio si estendeva su gran parte del mondo allora conosciuto. Aveva persino rovesciato il regno di Israele e desolato completamente il suo territorio, cosa che fino ad allora non era stato permesso a nessun altro governante. Ma mentre si gloriava del suo successo e del suo enorme potere, ricevette un sogno profetico nel corso del quale una voce disse: “Gli sia cambiato il cuore; invece di un cuore umano, gli sia dato un cuore di bestia”. Quando quel sogno profetico di origine divina si avverò,  Nabucodonosor improvvisamente impazzì e divenne come un animale che mangiava “l’erba della campagna”, perdendo il suo potere. Egli rimase in quello stato per “sette tempi”, un periodo profeticamente ben definito, al termine dei quali rinsavì e riconobbe che “l’Altissimo … colui che vive in eterno: il suo dominio è un dominio eterno e il suo regno dura di generazione in generazione. Tutti gli abitanti della terra sono un nulla davanti a lui” (Daniele 4:13,22,34,35 – VR).
A quei “sette tempi” fece riferimento Gesù ai suoi giorni, indicando in tal modo che avevano un valore profetico abbracciando un periodo di tempo che andava oltre la vicenda del re caldeo cfr. (Luca 21:24). Gesù lasciò intendere che avevano a che fare con il suo ritorno, indicando il tempo in cui egli avrebbe iniziato a governare l’intera terra secondo il proposito di Dio. Il calcolo di questi “sette tempi” profetici ci riguarda molto da vicino e coincide perfettamente con le vicende storiche dei nostri giorni …
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Poco più di 2.000 anni fa una giovane vergine giudea di nome Maria ricevette da un messaggero angelico questo annuncio: “concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Luca 1:31-33 – CEI). Quella donna, secondo le parole dell’angelo, fu “grandemente favorita” (Luca 1:28 – Di; cfr. The Jerusalem Bible). Perché? Ella stessa era una discendente della casa reale di Davide e anche l’uomo che stava per sposare, Giuseppe, apparteneva alla dinastia davidica (cfr. Luca 3:23-31; Matteo 1:6:16). Per questo motivo sia lei che il marito furono scelti da Dio per fare da genitori terreni al bambino che sarebbe diventato l’erede naturale e legale del regno di Davide. Ma Giuseppe sarebbe stato solo il padre adottivo di quel bambino, perché questi sarebbe nato per intervento diretto e miracoloso di Dio e perciò sarebbe stato considerato “figlio dell’Altissimo”.
Quando quel figlio compì trent’anni, nell’autunno del 29 A.D., si presentò al fiume Giordano, in una località chiamata Enon, vicino a Salim (odierna Tel Shalem), dove “c’era molta acqua”, per essere battezzato mediante completa immersione in acqua da Giovanni il battezzatore (cfr. Giovanni 3:23). In quel tempo, dice il racconto storico dell’evangelista Luca, “il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo” (Luca 3:15 – VR). Perché il popolo “era in attesa”? La Parola di Dio indica diverse valide ragioni per comprendere come mai il il popolo era in attesa. 1) L’annuncio dato dall’angelo ai pastori che badavano ai greggi vicino a Gerusalemme quando nacque Gesù, i quali poi lo trasmisero ad altre persone (cfr. Luca 2:8-18); 2) Quando Maria portò il piccolo a Gerusalemme per presentarlo a Dio come richiesto dalla Legge, la profetessa Anna parlò a tutti quelli che aspettavano la liberazione di quel bambino diffondendo la notizia della sua nascita (cfr. Luca 2:36-38); 3) gli astrologi (i cosiddetti re magi) che andarono a trovare il bambino si informarono sul luogo della nascita presso Erode, tutti i capi sacerdoti e gli scribi così che tutta Gerusalemme venne messa al corrente della nascita del Messia tanto atteso (cfr. Matteo 2:3,4); 4) il fatto che molti in quel tempo pensavano che Giovanni il Battezzatore potesse essere il Cristo. C’era poi la profezia Biblica che additava quell’anno per la venuta del promesso Messia! Anche se non possiamo esser certi se gli ebrei del I secolo ne avessero già il corretto intendimento, l’anno della venuta del promesso Messia era stato indicato con molto anticipo. Grazie a Dio e al progressivo intendimento che dà del suo proposito oggi noi siamo in grado di avere chiaro il significato di quella profezia. Circa 600 anni prima del 29 A.D., infatti, mediante il profeta Daniele, Dio aveva fatto scrivere: “dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme fino all’apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane e sessantadue settimane” (Daniele 9:25 – VR). Quel periodo profetico di 69 settimane, corrispondenti a 483 anni (cfr. Numeri 14:34; Ezechiele 4:6), partiva dal 455 a.C., anno in cui l’imperatore persiano Artaserse emanò “l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme”, dopo la desolazione Babilonese (cfr. Neemia 2:1-8), e scadeva proprio nell’autunno del 29 d.C. (per i particolari dell’adempimento di questa profezia vedi il mio post del 6 febbraio u.s. – IX parte di questa serie).
Cosa accadde, quindi, quando Gesù fu battezzato? Il racconto evangelico dice che quando egli uscì dall’acqua dove era stato immerso “lo Spirito Santo scese su di lui in forma corporea, come una colomba; e venne una voce dal cielo: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto»” (Luca 3:22 – VR). L’apostolo Pietro in seguito spiegò che in quel modo “Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza” (Atti 10:38 – VR). Si, Gesù venne ufficialmente l’“unto” (ebraico Mashìach, Messia, greco Christòs, Cristo), cioè venne incaricato quale Re messianico. Si adempì così l’annuncio angelico dato a Maria in base al quale Dio avrebbe dato a quel “Figlio diletto” “il trono di Davide suo padre”.
Ma l’incarico ricevuto non coincise con la piena presa di potere di Gesù come Re. Dopo tre anni e mezzo, nella primavera del 33 A.D, esattamente a metà della 70a settimana profetica, egli fu messo a morte (cfr. Daniele 9:27). Il terzo giorno il Padre lo risuscitò e dopo 40 giorni egli tornò in cielo, da dove era venuto per nascere come uomo perfetto sulla terra (cfr. Giovanni 6:38). Le Scritture dicono che lì, in cielo, egli sedette in una posizione di favore, “alla destra di Dio”, in attesa di ricevere pieni poteri di Re per iniziare a governare sottomettendo tutti i nemici del dominio divino (cfr. Atti 2:32-36; Ebrei 10:12,13).
Il giorno della sua ascensione in cielo un angelo disse ai suoi discepoli: “Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (Atti 1:11 – CEI). Ascoltandolo, sicuramente agli apostoli venne in mente la domanda che essi gli rivolsero mentre erano sul monte degli Ulivi, poco prima che venisse arrestato e ucciso. Gli avevano chiesto: “quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?” (Matteo 24:3 – CEI). Come è illustrato nel mio post precedente, quella conversazione tra Gesù e i suoi apostoli riguardava il sistema di cose giudaico, destinato ad essere distrutto a causa della sua infedeltà religiosa (cfr. Matteo 23:37,38). La profezia delle 70 settimane di Daniele capitolo 9 indicava il tempo in cui questo sarebbe accaduto, e cioè dopo l’avvento del promesso Messia, dopo le 70 settimane di anni, in un periodo ben definito, durante la “generazione” che sarebbe stata testimone di quegli avvenimenti profetici e dell’adempimento di un ulteriore “segno” che Gesù diede (cfr. Matteo 23:36; 24:6-34). Buona parte del “segno” si adempì in quel tempo permettendo ai discepoli di Gesù di riconoscere che la loro era la “generazione” che avrebbe visto la fine del sistema di cose giudaico e di fare l’azione richiesta da Gesù per sopravvive: fuggire da Gerusalemme (cfr. Luca 21:20).
Ma alcuni aspetti di quel segno non si avverarono in quel tempo. Ad esempio nel racconto evangelico leggiamo che Gesù disse anche: “Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo splendore, le stelle cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno scrollate. Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria” (Matteo 24:29,30 – VR). Anche il corrispondente racconto dell’evangelista Luca riporta le parole di Gesù in questi termini: “vi saranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli, nello smarrimento al fragore del mare e dei flutti; gli uomini verranno meno dalla paura e dall’attesa delle cose che si abbatteranno sul mondo, perché le potenze dei cieli saranno scrollate. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nuvola con potenza e grande gloria” (Luca 21:25-27 – Di). Similmente il terzo vangelo sinottico, quello di Marco, dice: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (Marco 13:24-26 – CEI).
Non abbiamo alcuna testimonianza che in quel tempo si verificarono i fenomeni celesti descritti in queste parole né, tantomeno, che le persone videro “il Figlio dell’uomo”, cioè Gesù, venire di nuovo in tutta la sua potenza e gloria! Perché allora Gesù disse queste parole? Mentre gli apostoli, nella loro limitata conoscenza e intendimento, avevano solo in mente la distruzione di quel sistema di cose giudaico e pensavano alla restaurazione del regno di Israele (cfr. Atti 1:6-8), Gesù colse quell’occasione per estendere la sua profezia alla fine dell’intero sistema di cose mondiale. Disse infatti che la sua venuta sarebbe stata “come il lampo” che“esce da levante e si vede fino a ponente” (Matteo 24:27). Non sarebbe stata solo un avvenimento locale ma avrebbe interessato l’intero sistema di cose mondiale, “da levante a ponente”. Inoltre disse che sarebbe venuto “su una nuvola con potenza e grande gloria”. Quest’altro particolare coincide con il racconto della sua ascensione al cielo, il quale narra che mentre ascendeva “una nube lo sottrasse al loro sguardo” e che un angelo disse ai suoi discepoli: “tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (Atti 1:9-11 – CEI). Cosa significa questo? L’ascesa al cielo di Gesù fu osservata solo dai suoi discepoli, mentre il resto del mondo non si rese conto di quel che stava accadendo. Ad un certo punto la sua ascesa divenne invisibile agli occhi umani, in quanto nascosta dalla nuvola. L’angelo disse che il suo ritorno sarebbe avvenuto “allo stesso modo”, cioè sarebbe stato invisibile agli occhi umani e riconosciuto solo dai suoi discepoli. Perché?
Nel I secolo solo i discepoli di Gesù riconobbero il tempo e gli avvenimenti che stavano accadendo perché essi si interessarono alle profezie bibliche, indagarono per conoscerne l’adempimento ed ebbero fede in esse (cfr. Matteo 24:3). Che dire delle persone che sarebbero vissute nel tempo del promesso ritorno di Gesù per esercitare il potere del regno e porre tutti i nemici del dominio divino come “sgabello ai suoi piedi”? (cfr. Atti 2:35) Avrebbero avuto le stesse opportunità di riconoscere il tempo e gli avvenimenti che si sarebbero verificati?
Lo studio della Parola di Dio ci fa rispondere SI a questa domanda!
Come i discepoli del I secolo ebbero una profezia che indicava esattamente l’anno della venuta del promesso Messia, quella delle 70 settimane di anni di Daniele capitolo 9, così i cristiani che sarebbero vissuti al tempo del ritorno di Cristo avrebbero avuto a disposizione un’altra profezia che ne indicava esattamente l’anno. Inoltre, proprio come nel I secolo, a riprova di ciò, essi avrebbero visto l’adempimento completo del “segno” dato da Gesù per riconoscere quel tempo o quella “generazione”.
Qual è, dunque, questa profezia?
Dio usò lo stesso profeta Daniele per farcela conoscere. Nel quarto capitolo del suo libro si parla di un sogno profetico avuto dal re di Babilonia, Nabucodonosor, colui che nell’anno 607 a.C rovesciò “il trono del Signore” conquistando Gerusalemme, togliendo in tal modo la rappresentanza del dominio divino sulla terra. Il sogno fu descritto dallo stesso re in questo modo:
Queste sono le visioni della mia mente mentre ero sul mio letto: Io guardavo, ed ecco in mezzo alla terra c’era un albero la cui altezza era grande. L’albero era diventato alto e robusto, la sua altezza giungeva al cielo ed era visibile dalle estremità di tutta la terra. Il suo fogliame era bello, il suo frutto era così abbondante che tutti potevano nutrirsene. Le bestie dei campi si riparavano sotto la sua ombra, gli uccelli del cielo abitavano fra i suoi rami e ogni creatura si nutriva del suo frutto. Nelle visioni che ebbi, mentre ero a letto, vidi uno dei santi veglianti scendere dal cielo e gridare con forza: “Abbattete l’albero e tagliate i suoi rami; scotete il fogliame e disperdete il suo frutto; fuggano gli animali dalla sua ombra e gli uccelli dai suoi rami! Però, lasciate in terra il ceppo e le sue radici, ma legati con catene di ferro e di bronzo, tra l’erba dei campi; sia bagnato dalla rugiada del cielo e, come gli animali, abbia in sorte l’erba della terra. Gli sia cambiato il cuore; invece di un cuore umano, gli sia dato un cuore di bestia; e passino su di lui sette tempi. Questa è la decisione dei veglianti e la sentenza proviene dai santi, affinché i viventi sappiano che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole, e vi innalza il più misero degli uomini” (Daniele 4:10-17 – VR).
Questo sogno turbò molto il re babilonese e nessuno degli astrologi, dei maghi e dei rivelatori di sogni del suo paese fu in grado di svelarne il significato. Pertanto chiamò Daniele ad interpretarlo, poiché in precedenza gli aveva già dato la spiegazione ad un altro sogno profetico (cfr. Daniele 2:31-45). Daniele era un principe ebreo che era stato portato a Babilonia come ostaggio. A motivo della sua forte fede e della sua integrità, mostrate fino a sfidare la morte (cfr. Daniele cap. 6), Dio lo usò per dichiarare importanti profezie che avevano a che fare con il suo dominio. Anche questa volta il profeta si accinse ad interpretare quel sogno, non attribuendosene alcun merito personale ma riconoscendo che Dio era sia la fonte di quei sogni profetici che Colui che ne dava la corretta interpretazione (cfr. Daniele 2:29,30). Questa fu l’interpretazione del sogno:
L’albero che tu hai visto, grande e robusto, la cui cima giungeva fino al cielo e si poteva vedere da tutta la terra e le cui foglie erano belle e i suoi frutti abbondanti e in cui c’era da mangiare per tutti e sotto il quale dimoravano le bestie della terra e sui cui rami facevano il nido gli uccelli del cielo, sei tu, re, che sei diventato grande e forte; la tua grandezza è cresciuta, è giunta al cielo e il tuo dominio si è esteso sino ai confini della terra. Che il re abbia visto un vigilante, un santo che scendeva dal cielo e diceva: Tagliate l’albero, spezzatelo, però lasciate nella terra il ceppo delle sue radici legato con catene di ferro e di bronzo fra l’erba della campagna e sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia sorte comune con le bestie della terra, finché sette tempi siano passati su di lui, questa, o re, ne è la spiegazione e questo è il decreto dell’Altissimo, che deve essere eseguito sopra il re, mio signore: Tu sarai cacciato dal consorzio umano e la tua dimora sarà con le bestie della terra; ti pascerai d’erba come i buoi e sarai bagnato dalla rugiada del cielo; sette tempi passeranno su di te, finché tu riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole. L’ordine che è stato dato di lasciare il ceppo con le radici dell’albero significa che il tuo regno ti sarà ristabilito, quando avrai riconosciuto che al Cielo appartiene il dominio” (Daniele 4:17-23 – CEI).
Dunque, secondo tale interpretazione, l’albero nella sua grandezza raffigurava Nabucodonosor stesso all’apice del suo dominio. Egli doveva essere “tagliato”, avrebbe cioè perso il suo potere e sarebbero passati “sette tempi” durante i quali Nabucodonosor sarebbe stato come le bestie del campo. Ma proprio come l’“albero” non fu distrutto completamente, poiché ne restava il ceppo con le radici, così dopo i “sette tempi” il re sarebbe stato ristabilito. Il seguito del racconto narra che questo è precisamente ciò che accadde a Nabucodonosor. Un anno dopo quella visione, mentre passeggiava sul suo terrazzo glorificando se stesso e la sua potenza, improvvisamente impazzì e divenne come un animale allontanato dalla dimora umana, che mangiava “l’erba della campagna”. Quei “sette tempi” furono evidentemente sette anni, durante i quali Nabucodonosor perse il suo dominio e ebbe “sorte comune con le bestie della terra”. I suoi propri capelli si allungarono, come le penne delle aquile, e le sue unghie crebbero da essere simili agli artigli degli uccelli (cfr. Daniele 4:26-30). Ma infine riacquistò la sua sanità e fu ristabilito nel suo regno. Fu allora che riconobbe che l’Altissimo Dio di Daniele è  “colui che vive in eterno, la cui potenza è potenza eterna e il cui regno è di generazione in generazione” (Daniele 4:31 – CEI).
Tutto qui? Si chiudeva lì il sogno e il suo significato profetico?
No! Circa 600 anni dopo Gesù fece riferimento a quel sogno, a quella profezia, e disse: “Gerusalemme sarà calpestata dai popoli, finché i tempi delle nazioni siano compiuti” (Luca 21:24 – VR). Le “nazioni” a cui si riferì Gesù erano le nazioni non giudaiche o “gentili”; la versione della Bibbia di Fulvio Nardoni (cattolica ) usa qui l’espressione “tempi dei Gentili”. Così ci chiediamo: che cosa sono i Tempi dei Gentili? E in che senso Gerusalemme sarebbe stata “calpestata”?
Archibald Thomas Robertson, stimato biblista e docente del Nuovo Testamento della Southern Baptist Theological Seminary del Kentucky (USA), nel suo libro Word Pictures in the New Testament affermò che “Gesù usò la distruzione del tempio e di Gerusalemme, che in effetti accadde in quella generazione nel 70 d.C., anche come un simbolo della sua seconda venuta e della fine del mondo o conclusione dell’epoca” (Vol. I, pag. 188). Gesù considerò Gerusalemme la città capitale d’Israele, dove i re della discendenza di Davide erano seduti “sul trono del regno del Signore” (1Cronache 28:5 – CEI). Essa, quindi, rappresentava il Regno di Dio o il dominio divino esercitato sulla terra. A causa della infedeltà e della malvagità del popolo, Dio permise che quel regno venisse abbattuto, come è scritto: “Quando Sedecìa divenne re, aveva ventun anni; regnò undici anni in Gerusalemme. Egli fece ciò che è male agli occhi del Signore suo Dio … Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Allora il Signore fece marciare contro di loro il re dei Caldei, che uccise di spada i loro uomini migliori nel santuario, senza pietà per i giovani, per le fanciulle, per gli anziani e per le persone canute. Il Signore mise tutti nelle sue mani. Quegli portò in Babilonia tutti gli oggetti del tempio, grandi e piccoli, i tesori del tempio e i tesori del re e dei suoi ufficiali. Quindi incendiarono il tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutte le sue case” (2Cronache 36:11,12,15-19 – CEI). Questo avvenne nel 607 a.C., il decimo giorno del quinto mese del calendario sacro ebraico, il mese di Ab (luglio-agosto), per mano di Nabucodonosor, re dei Caldei (cfr. Geremia 52:12-14). Fu allora che Gerusalemme, o ciò che essa rappresentava, il dominio di Dio sulla terra, iniziò ad essere “calpestata”.
Osservando la condotta ribelle del popolo di Israele, Dio aveva predetto in anticipo la detronizzazione di Sedecìa (o Sedechia). Mediante il suo profeta Ezechiele aveva fatto scrivere: “A te, sconsacrato, empio principe d’Israele, di cui è giunto il giorno con il tempo della tua iniquità finale, così dice il Signore Dio: Deponi il turbante e togliti la corona: tutto sarà cambiato: ciò che è basso sarà elevato e ciò che è alto sarà abbassato. In rovina, in rovina, in rovina la ridurrò e non si rialzerà più finché non giunga colui al quale appartiene di diritto e al quale io la darò” (Ezechiele 21:30-32 – CEI). Colui al quale quel trono “apparteneva di diritto” era Gesù e, come disse l’angelo nell’annunciare la sua nascita a Maria, a lui Dio l’avrebbe dato “per sempre”.
Quanto tempo sarebbe passato finché questo avvenisse? Lo disse Gesù stesso riferendosi alla profezia di Daniele sul grande albero la cui “altezza giungeva al cielo ed era visibile dalle estremità di tutta la terra”: finché non si compissero “i tempi delle nazioni”. In un adempimento più grande di quello sullo stesso re Nabuconosor, quell’albero rappresentava dunque il dominio della terra, come affermò il profeta Daniele nella sua spiegazione del sogno, allorché disse al re caldeo: “finché tu riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole” (Daniele 4:22 – CEI).
Nella sua Parola scritta Dio ha spesso usato gli alberi per rappresentare individui, governanti e regni (cfr. Ezechiele 31:1-14). Anche l’albero della visione di Nabucodonosor raffigurava nel suo primo adempimento lo stesso re caldeo e nell’adempimento più grande il dominio dell’intera terra. Esso, infatti, “era visibile dalle estremità di tutta la terra”. Dio è il creatore della terra, pertanto ne è il legittimo Sovrano, e “il suo dominio si estende su tutto” (Salmo 103:19 – VR; cfr. anche Genesi 1:1; Giobbe 18:4). Egli mandò quella visione profetica per far conoscere agli uomini, e ai suoi servitori in particolare (cfr. Amos 3:7), ciò che doveva accadere, nell’immediato e poi nel futuro, al governo della terra. Dio non ha mai rinunciato alla sua Sovranità sulla terra e sul genere umano. Più volte è stato sfidato riguardo a questo suo diritto, ad iniziare dalla ribellione dei nostri due progenitori, Adamo ed Eva, in Eden. Poi di nuovo dopo il Diluvio gli uomini al comando di Nimrod, “potente cacciatore davanti al Signore” (Genesi 10:9 – VR), provarono di nuovo ad imporre il loro dominio, costringendo Dio ad intervenire per frustrare i loro propositi (cfr. Genesi 11:4-9). Dal 1513 a.C. Dio instaurò sulla terra una rappresentanza della sua sovranità. In base ad un patto che aveva fatto con un uomo sottomesso al suo dominio, il fedele Abramo, prese la sua discendenza e ne fece una nazione, assegnandole un territorio nella ricca terra bagnata dal fiume Giordano (cfr. Esodo 3:8: Numeri 13:27). Egli stesso si prese cura di quella nazione dapprima direttamente, dandole la sua Legge, poi per mezzo di una dinastia di re scelti personalmente da Lui, che governavano il popolo nel suo nome. Ma quella nazione, formata da uomini imperfetti, deviò dalla sua Legge e i suoi governanti ne furono i massimi responsabili (cfr. 2Cronache 36:11,12,15-19). Perciò Dio decise di toglier loro il privilegio di rappresentare il suo dominio. Nessuno più si sarebbe “seduto sul trono del Signore” a Gerusalemme, finché non sarebbe venuto “colui al quale appartiene di diritto” e al quale Dio l’avrebbe dato (cfr. 1 Cronache 29:23; Ezechiele 21:30-32). Costui era Gesù, il promesso Messia. La visione profetica dell’albero doveva servire ad indicare il tempo in cui questo sarebbe avvenuto. Pertanto dal momento in cui Dio permise che venisse tolto il regno rappresentativo della sua sovranità, e questo avvenne nel 607 a.C., alcune potenze umane dominanti avrebbero regnato incontrastate anche sul territorio che un tempo apparteneva al popolo di Dio per un periodo corrispondente a “sette tempi” profetici, al termine dei quali l’Iddio del cielo avrebbe fatto “sorgere un regno, che non sarà mai distrutto e che non cadrà sotto il dominio d’un altro popolo. Spezzerà e annienterà tutti quei regni, ma esso durerà per sempre” (Daniele 2:44 – VR).
Il dominio del mondo sarebbe stato esercitato incontrastato da “bassi” governi umani, prima che ciò che era “alto”, il Regno di Dio, lo riprendesse per sempre. Per quanto tempo? Per lo stesso periodo in cui ciò che nella visione profetica lo rappresentò, il grande albero, rimase abbattuto con il suo ceppo in catene, cioè per “sette tempi” (Daniele 4:13,22). Esattamente per quanto tempo?
Mentre su Nabucodonosor la profezia si adempì in sette anni letterali, è evidente che nel suo adempimento più grande i “sette tempi” abbracciano un periodo maggiore. Infatti, 640 anni dopo, al tempo in cui Gesù li citò, essi erano ancora in corso. La chiave per capire la durata dei “sette tempi” profetici la diede sempre Gesù nell’ultimo libro della Biblioteca divina, l’Apocalisse. Qui, al capitolo 12, venne descritta la scena futura della presa di potere da parte sua. Una simbolica donna, che rappresenta l’organizzazione celeste di Dio, composta dalle sue creature spirituali, alla quale Gesù apparteneva, sta per partorire “un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro” (v. 5). Quel “figlio maschio” è proprio il Regno di Dio nelle mani di Cristo Gesù. Non è un evento facile, poiché esso scatena una guerra celeste fra le forze angeliche e il principale nemico di Dio “Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra” (v. 9). Nella concitata descrizione della battaglia vien detto che “la donna fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni” (v. 6) e successivamente che “furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente” (v. 14). Dunque comprendiamo che tre tempi e mezzo corrispondono a 1.260 giorni. Pertanto il doppio di essi, cioè “sette tempi”, corrispondono ad un periodo di 2.520 giorni.
Dio permise il rovesciamento del trono di Israele come punizione per l’infedeltà e la malvagità di quella nazione. Pertanto anche in questo caso si applica la regola da Lui stabilita di “un anno per ogni giorno”, la stessa applicata per il calcolo delle 70 settimane di anni della profezia di Daniele capitolo 9 che indicava la venuta del promesso Messia (cfr. Numeri 14:34; Ezechiele 4:6). L’adempimento di quella profezia costituisce la “prova del nove” della correttezza di tale calcolo. Quindi i “sette tempi” dell’incontrastato dominio umano sulla terra prima che Gesù prendesse pieni poteri come Re corrispondono a 2.520 giorni o 2.520 anni!
Abbiamo la data di inizio di questo periodo, cioè l’anno 607 a.C., quando Dio permise alle forze caldee al comando di Nabucodonosor di togliere la rappresentanza del suo dominio sulla terra. Da allora, infatti, più nessun re si è seduto “sul trono del Signore” e Gesù stesso, che nel 29 d.C. venne “unto” o nominato Re del Regno di Dio, dopo la sua risurrezione e ascesa al cielo è rimasto in una posizione di attesa “alla destra di Dio” (cfr. Atti 2:34,35; Ebrei 10:12,13).
Provate ora a fare i vostri calcoli e vedete quando finiscono i 2.520 anni che dovevano passare da allora fino a quando sarebbe venuto, di nuovo, “colui al quale appartiene di diritto”. Ne riparliamo con il prossimo post … …

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