PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – I

Prendi come modello le sane parole che hai udito da me …
Premessa
Uno degli ultimi commenti ricevuti sul blog mi ha dato lo spunto per iniziare questa nuova serie di post. Mi ha scritto Annica: “dopo tutto il terrorismo psicologico che ho letto in rete riguardo a questi argomenti …”. Ecco, vorrei partire proprio da questa considerazione …
Leggo spesso in rete le manifestazioni di devozione a qualche “santo”, o “santa”, scritte da persone che si dichiarano cristiane, per lo più di fede cattolica, considerato che in questo paese il 96% della popolazione asserisce di appartenere a tale Chiesa. Così, spinto dalla curiosità, vado a leggermi i racconti sulla vita di questi personaggi. Molti li ho conosciuti proprio in questo modo, prima ne ignoravo l’esistenza. Sono tanti … e mi chiedo chi li conosce tutti? … se siete cattolici conoscete tutti i “santi” e i “beati” dichiarati dalla chiesa? … conoscete le loro vite? Alcuni di questi attraversano momenti di grande popolarità, probabilmente legata alla contingenza del periodo! Ad esempio, durante il pontificato del papa Giovanni Paolo II andava molto di moda la “santa” Maria Faustina Kowalska, forse per le sue origini polacche. Ultimamente mi è capitato spesso di leggere il nome di “santa” Maria Teresa Neumann, una mistica tedesca. Altri invece sono stabili nella devozione popolare nel corso del tempo, come, ad esempio, San Francesco, Sant’Antonio, Santa Rita, San Rocco o San Gennaro e altri grandi nomi del Martyrologium Romanum, cioè dell’elenco ufficiale dei santi e beati venerati dalla chiesa cattolica. E sapete chi è il “santo” più invocato in Italia? … secondo un sondaggio effettuato qualche tempo fa dal settimanale cattolico Famiglia Cristiana è Padre Pio da Pietrelcina che con il suo 31% di preferenze stacca decisamente tutti gli altri nella classifica degli esempi di santità a cui gli italiani si rivolgono per chiedere aiuto e perfino la Madonna e Gesù Cristo relegati rispettivamente solo al 9% e al 2%.
Secondo la Chiesa Cattolica, il “santo” è “colui che in vita si è distinto per l’esercizio delle virtù cristiane in forma eroica”, pertanto viene proposto come modello a tutti i fedeli. Le esperienze di vita dei santi vengono quindi additate come esempi da imitare. Ed è proprio qui che mi ricollego al commento di Annica sul “terrorismo psicologico”. Leggendo le storie di tanti “santi” ho constatato che queste, oltre ad essere molto fantasiose e difficilmente comprovabili, in quanto i fatti descritti accadono sempre in un contesto misterioso di solitudine o isolamento, sono anche piene di disgrazie, malattie e morte. Insomma costituiscono, nella quasi totalità, un’esaltazione del dolore e della sofferenza come mezzi per piacere a Dio. Le sofferenze patite e la sopportazione del dolore vengono sempre presentate come un sacrificio richiesto da Dio, una sorta di catarsi a favore dei peccatori. Ma a chi e a cosa giova, ad esempio, se uno ha stigmate dolorose e sanguinanti, come nel caso di Padre Pio o della citata Teresa Neumann? … Si dice in uno dei tanti racconti sulla vita di quest’ultima che queste sono un “terribile e prezioso documento della predilezione di Dio per certe anime che chiama ad essere, anche nella carne, simili al Figlio suo”. Ma quando mai? È vero che Dio approvò la fedeltà di Gesù fino alla morte, ma le sofferenze che questi patì non furono causate dal Padre bensì dal Diavolo e dai suoi scagnozzi terreni che lo giustiziarono come un malfattore inchiodandolo al legno! Vale quindi il principio descritto da Giacomo, il fratello carnale di Gesù, “Nessuno, quand’è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno”; Dio non ha mai messo alla prova i suoi servitori con il male anzi, ha aggiunto Giacomo, “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto” (Giacomo 1:13,17 – VR). Da lui non possiamo mai aspettarci qualcosa che possa causarci sofferenza e dolore, sotto qualsiasi forma, ma solo “ogni cosa buona”. Satana il Diavolo è colui che causa ogni male, fino alle estreme conseguenze (cfr. Giovanni 8:44). È perciò evidente che l’origine del concetto di Dio che predilige e chiama anime sofferenti è satanico e mira a screditare il “Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento”. Colpisce anche, in tali racconti, il continuo riferimento a dottrine anticristiane e di chiara origine satanica come, ad esempio, quella dell’Inferno, inesistente luogo di tormento eterno, o del Purgatorio, immaginario luogo di pena e purificazione dei defunti, alle cui anime è perfino attribuita la facoltà di intercedere presso i “santi” per ottenere le grazie richieste (in contrasto leggi cosa è scritto in Ecclesiaste 9:5-10).
Cosa spinge, dunque, la Chiesa Cattolica a proporre simili modelli? Essa usa le immaginarie vite dei cosiddetti “santi”, facendo credere che sono storie autentiche, per coercizzare la volontà dei propri fedeli. Incapace di  “educare” le coscienze delle persone su una linea di coerenza con le proprie norme a causa della illogicità e della irrazionalità dei propri dogmi, e non volendo nemmeno dotarli di autonomia decisionale rispetto ai princîpi della fede, questa Chiesa tenta di “condizionare” i comportamenti dei propri fedeli facendo leva sul naturale timore della sofferenza, della malattia e della morte presentando loro come stereotipi le vite tormentate dei “santi”. Non a caso le manifestazioni di devozione dei fedeli sono quasi sempre caratterizzate da accorati appelli alla protezione dal male, da miracolose testimonianze sugli scampati pericoli e dai pellegrinaggi a santuari pieni di ex voto anatomici, peraltro realizzati sul modello di quelli dedicati alle divinità pagane in epoca precristiana.
Questo è un antico problema che si ripropone nel cristianesimo. Nel I secolo l’apostolo Paolo fu costretto a scrivere a un giovane vescovo, o sorvegliante, di una comunità cristiana: “rifiuta le favole profane e da vecchie” (1Timoteo 4:7 – VR). E a un altro raccomandò di non dare retta “a favole giudaiche né a comandamenti di uomini che voltano le spalle alla verità” (Tito 1:14 – VR).
Qual’erano queste “favole profane” o “favole giudaiche”? Entrambe le espressioni traducono il termine greco mỳthos (mito). Questo termine indica “una storia religiosa che non ha alcun legame con la realtà” (The International Standard Bible Encyclopaedia). In quel tempo questo tipo di storie abbondavano. Ad esempio, il libro apocrifo di Tobia, inserito arbitrariamente dalla Chiesa Cattolica nel canone biblico e scritto probabilmente più di duecento anni prima di Paolo, narra la storia di Tobi, un ebreo che viene accecato da escrementi di volatile cadutigli sugli occhi. Questi manda il figlio Tobia a riscuotere un debito. Strada facendo, dietro suggerimento di un angelo, Tobia si procura il cuore, il fegato e il fiele di un pesce. Poi incontra una vedova la quale, pur essendosi sposata sette volte, è ancora vergine perché ciascun marito è stato ucciso da uno spirito maligno la notte stessa delle nozze. Incoraggiato dall’angelo, Tobia la sposa e scaccia il demonio bruciando il cuore e il fegato del pesce. Con il fiele, poi, restituisce la vista al padre … Che ne pensate? … Non vi sembra chiaro che si tratta di una “favola” e non di una storia vera? … A parte la sua natura fantasiosa e il fatto che promuove la superstizione, fortemente condannata nella Parola di Dio (cfr. Tobia 6:7,8; Ezechiele 21:26 – CEI), contiene anche un grossolano errore storico poiché dice che Tobi fu testimone sia della rivolta delle tribù settentrionali che della deportazione degli israeliti a Ninive, avvenimenti che nella storia d’Israele distano 257 anni l’uno dall’altro (la prima avvenuta nel 997 a.C., dopo la morte di Salomone, e l’altra nel 740 a.C.). Mentre il racconto stesso afferma che, quando morì, Tobi aveva 112 anni (cfr. Tobia 1:4,10; 14:2 – CEI). Questa era una storia popolare, raccontata da “vecchie” e da “uomini che voltavano le spalle alla verità”, esattamente come frutto dell’immaginazione popolare e contrarie alla realtà e alla verità sono le storie di molti dei cosiddetti “santi”. L’apostolo Paolo diede, poi, un avvertimento di cui dovremmo tener conto considerando questo argomento. Sempre al giovane Timoteo scrisse: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma … gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2Timoteo 4:3,4 – CEI). Il proliferare di tante storie fantasiose sulla vita dei “santi” è una ulteriore prova che stiamo vivendo in questo giorno particolare in cui, invece di imparare “la sana dottrina” le persone preferiscono “volgersi alle favole” il cui unico scopo è quello di allontanarli dalla verità!
Per questo motivo ho deciso di proporre storie tratte dalla Parola di Dio. Alcune sono abbastanza note, altre forse meno conosciute, ma tutte raccontano la vita reale di persone comuni, gente del tutto normale, priva di qualsiasi propensione all’ascetismo o al misticismo, uomini e donne come noi che affrontarono la vita con i suoi problemi di tutti i giorni. Faccio mia la raccomandazione che l’apostolo Paolo fece ancora a Timoteo: “Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù” (2Timoteo 1:13 – CEI). Nei suoi scritti Paolo citò diversi modelli di vita da imitare. Ad esempio, nella lettera indirizzata ai cristiani di origine ebraica nominò molte persone la cui fede fu esemplare (cfr. Ebrei capitolo 11). Le storie di queste persone sono tutte attestate da Dio che le ha fatte scrivere nella sua Parola “per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17 – CEI). Non sono il frutto della fantasia umana e narrano avvenimenti accaduti alla luce del giorno, alla presenza di testimoni oculari e hanno il suono della verità. Contrariamente ai racconti sulla vita dei “santi”, le storie narrate nella Parola di Dio non danno mai risalto alle persone, neppure a quelle la cui condotta è stata esemplare. Come ha scritto l’apostolo, Dio se ne serve per darci lezioni di vita. Esse evidenziano il tipo di condotta che Egli odia e indicano quale sono le qualità che invece approva. Servono ad ammonire, a correggere idee e azioni sbagliate, oppure a incoraggiare a perseverare sulla via della verità. Non ci sono stigmate, ferite carnali o malattie (nell’unico caso in cui sono menzionati problemi fisici, quello di Giobbe, viene chiaramente detto che a causargli dei foruncoli maligni fu Satana e non Dio – cfr. Giobbe 2:7).
Perciò ho deciso di esaminare nei particolari alcune significative storie narrate nella Parola di Dio, con senso di realtà e con lo stesso spirito con cui sono state fatte scrivere, cioè non per terrorizzare le persone con la paura delle piaghe, delle malattie, della morte, ma per dare indicazioni certe sulla volontà del nostro Creatore, per cercare di trarre quelle lezioni di vita che Egli ha voluto trasmetterci, utili specialmente in questi giorni di confusione, per poter riconoscere il giusto modo di vivere cristiano dal falso cristianesimo che l’apostasia religiosa ha sviluppato nei passati 2.000 anni. Non seguirò uno stretto ordine cronologico ma di volta in volta, in base a quello che le circostanze mi ispireranno, tratterò la storia che potrebbe essere utile per far un confronto, per cercare di capire qual è il punto di vista di Dio al riguardo, insomma per trarne lezioni preziose per la nostra vita attuale e, soprattutto, per la nostra vita futura.

“NOI ADORIAMO QUELLO CHE CONOSCIAMO”

Giovanni 4:32
In una occasione Gesù si rivolse ad una donna samaritana dicendole: “Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo” (Giovanni 4:22 – CEI). I samaritani erano un popolo che discendeva dall’unione di un rimanente del popolo di Israele, che nell’VIII secolo a.C. era scampato alla deportazione assira dopo la caduta del regno delle 10 tribù che si erano staccate dalla nazione israelita successivamente alla morte di Salomone, con gente straniera che era stata portata nel paese dai conquistatori assiri. Da questo connubio era sorta una religione che era il risultato di un miscuglio di credenze israelite e pagane. Pertanto i samaritani affermavano di adorare lo stesso Dio di Israele, ma la loro adorazione era infarcita di dottrine e usanze che Dio disapprovava perché di origine demonica. Essa, ad esempio, permetteva l’uso di immagini nell’adorazione, cosa che Dio aveva severamente vietato agli israeliti (cfr. Esodo 20:4,5; 2Re 17:24,29-31). La religione samaritana rappresentò, dunque, un prototipo del falso cristianesimo che si sarebbe sviluppato dopo la morte degli apostoli.
A quella donna samaritana Gesù disse che se voleva essere approvata da Dio avrebbe dovuto modificare il proprio modo di adorare, perché “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Giovanni 4:24 – CEI). Questo episodio non è affatto da sottovalutare. Molti pensano di essere approvati da Dio solo perché in qualche modo si rivolgono a lui in preghiera e forse fanno anche delle opere buone in nome suo. Tali persone mostrano di  “non conoscere”, o di non tener conto, del punto di vista di Dio sull’adorazione e rischiano di essere tra coloro che, quando tutti saremo chiamati a rendere conto del nostro modo di agire, diranno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”, per sentirsi rispondere “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”. Perché tale risposta? Gesù disse: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Matteo 7:21-23 – CEI). L’adorazione che conta non è quella che a noi appare giusta ma è quella che è conforme alla volontà di Dio.
All’inizio della storia umana questo fu subito reso evidente dai due diversi modi di adorare Dio che manifestarono i primi due figli di Adamo ed Eva: Caino e Abele. Ritorno su questa storia perché mi permette di trattare un punto che ritengo fondamentale nella relazione con Dio. La loro storia, infatti, è narrata nelle Sacre Scritture per insegnarci che Dio deve essere adorato nel modo che Lui approva e non come noi pensiamo sia giusto fare, e anche per aiutarci a capire che il nostro modo di agire rivela cosa c’è veramente dentro di noi, se un cosciente e sincero amore nei confronti del nostro Creatore e apprezzamento per quello che ha fatto per noi o se la nostra fede è solo formale, superficiale, che si limita all’esteriorità ma è priva di qualsiasi sentimento di gratitudine che nasce dal cuore.

Caino e Abele: offrirono entrambi sacrifici a Dio, ma è scritto cheil Signore guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta Sapete il perché?
Il racconto dice che “Abele fu pastore di pecore; Caino lavoratore della terra” e che questi due fratelli ad un certo punto iniziarono ad offrire sacrifici a Dio, evidentemente riconoscendo il loro stato peccaminoso e desiderando ottenere il suo favore. Così è scritto e che “Caino fece un’offerta di frutti della terra” mentre Abele “offrì anch’egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso”. Ma il risultato delle due offerte fu notevolmente diverso dell’una rispetto all’altra, perché “Il Signore guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta”  (Genesi 4:2-5 – VR). Perché questa differenza? Parlando di Abele, l’apostolo Paolo scrisse che “per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino” (Ebrei 11:4 – CEI). In che senso il sacrificio di Abele fu “migliore” di quello del fratello? L’apostolo scrisse che vi fu implicata la fede. Certamente entrambi i fratelli erano stati messi al corrente della promessa che Dio aveva fatto dopo la ribellione dei loro genitori, cioè che avrebbe prodotto un “seme” che avrebbe dovuto schiacciare la testa del simbolico “serpente”, Satana il Diavolo, in modo da distruggerlo (cfr. Genesi 3:15 – Di). Quel “seme” doveva essere il promesso Messia, Gesù, e la simbolica “donna” da cui doveva venire rappresenta la celeste organizzazione di Dio, composta dalle sue creature spirituali, alla quale Gesù apparteneva. Secondo quella profezia, prima che il promesso “seme” schiacciasse la testa al “serpente”, questi l’avrebbe ferito al calcagno. Ciò avvenne quando l’organizzazione terrena di Satana mise a morte Gesù, nel 33 A.D. Quell’evento però fu solo una “ferita”, non mortale, in quanto dopo tre giorni Dio lo risuscitò dalla morte. Il sacrificio della perfetta vita terrena del promesso “seme” doveva però servire quale prezzo di riscatto in favore della incolpevole discendenza di Adamo ed Eva, di cui i figli Caino e Abele facevano parte. Evidentemente Abele mostrò di avere non solo piena conoscenza ma anche il corretto intendimento di quella profezia, perciò faceva sacrifici che avevano relazione con il significato profetico della promessa, in quanto offriva a Dio la vita degli animali di cui si prendeva cura. In seguito, quando Dio diede la sua Legge alla nazione che si era scelta come sua particolare proprietà tra tutte le nazioni della terra, al popolo di Israele, dispose che si facessero sacrifici animali che ricordassero a quella gente la necessità di essere riscattati dal peccato mediante il sacrificio di una vita umana perfetta, come quella che aveva perso Adamo (cfr. Romani 3:23-26). Abele dimostrò di avere fede in quella promessa comportandosi di conseguenza: i suoi sacrifici, che richiedevano spargimento di sangue, prefigurarono il vero sacrificio per i peccati, quello di Gesù Cristo. Caino non mostrò lo stesso discernimento del fratello. Sebbene nella sua offerta “di frutti della terra” non ci fosse nulla di sbagliato, essa dimostrò la sua scarsa attenzione per le promesse divine e questo influì sulla sua fede rendendola puramente formale e ritualistica, priva di significato sacramentale. Il suo modo di agire rivelò che nel suo cuore non c’era il desiderio di approfondire la conoscenza della volontà divina né, tantomeno, l’apprezzamento per i provvedimenti che Dio avrebbe preso in favore del genere umano. Che la sua fede non avesse una solida base spirituale divenne evidente quando Dio gli comunicò che non approvava il suo modo di fare. Anziché essere compunto nel cuore per la disapprovazione divina e pentirsi, modificando il suo atteggiamento, “ne fu molto irritato, e il suo viso ne fu abbattuto”. E non cambiò atteggiamento neanche quando Dio gli disse: “Perché sei tu irritato e perché è il tuo volto abbattuto? Se fai bene non sarai tu accettato? Ma se fai male, il peccato sta spiandoti alla porta e i suoi desideri sono volti a te; ma tu lo devi dominare” (Genesi 4:5-7 – Di). Caino aveva, come tutti gli uomini, il libero arbitrio. Dio non lo obbligò a cambiare ma lo lasciò libero di scegliere se fare o no ciò ch’era giusto. Nonostante offrisse a Dio sacrifici, il suo cuore aveva motivi sbagliati, per cui la sua adorazione era solo apparente e la sua fede non era genuina. Come in seguito Dio fece scrivere “Se si fa grazia all’empio, egli non impara la giustizia; agisce da perverso nel paese della rettitudine e non considera la maestà del Signore” (Isaia 26:10 – VR). Ostinatamente Caino continuò a fare di testa sua, perseguendo il suo proprio concetto di ciò che era giusto fare senza ascoltare l’autorevole e diretto consiglio del Creatore celeste. Questa sua attitudine lo portò alla rovina poiché, accecato dalla gelosia, alla prima occasione uccise il proprio fratello.
Abele e Caino erano cresciuti nello stesso ambiente ma svilupparono personalità diverse. L’uno era determinato a piacere a Dio a qualunque costo, teneva in debito conto le sue promesse e si comportava di conseguenza, distinguendosi nettamente dai suoi ingrati familiari, i genitori Adamo ed Eva e dal fratello Caino. Di lui la Parola di Dio dice che “benché morto, egli parla ancora” in quanto il suo esempio di fede è parte integrante della storia sacra (Ebrei 11:4 – VR). Caino invece mostrò di avere lo stesso spirito di indipendenza dei suoi genitori, volendo decidere da solo ciò che era giusto fare, senza tener conto del consiglio divino, divenendo sempre più incline alla gelosia, alla contesa e agli scoppi d’ira, finché non commise assassinio. Quando Dio gli mostrò  in che cosa stava sbagliando avrebbe potuto umiliarsi imitando l’approvato esempio del fratello, ma preferì ignorare il consiglio di Dio, perciò di lui è scritto “che era dal maligno e uccise il suo fratello” (1Giovanni 3:12). Così divenne il primo rappresentante terreno del “seme” del simbolico serpente della profezia di Genesi 3:15, cioè di Satana il Diavolo che “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità” (Giovanni 8:44 – VR).
Questi due fratelli rappresentarono due diversi modi di aver fede in Dio:
Il primo, Abele, basò la sua fede sulla conoscenza delle promesse divine e sul loro corretto intendimento. Agì in armonia con quelle promesse cercando sempre di fare le cose che piacevano a Dio. Divenne il capostipite di un gran numero di persone che hanno dato prova di una fede incrollabile nella Parola di Dio e si sono sottomessi alla sua volontà (cfr. Ebrei capitolo 11). Gesù definì Abele un “giusto” perciò possiamo esser certi che, sebbene sia morto, Dio lo risusciterà perché possa tornare a vivere, e questa volta per sempre, sulla terra (cfr. Matteo 23:35; Atti 24:15; Salmo 37:29 – VR e Di; 36:29 – CEI).
L’altro, Caino, mostrò scarsa fiducia nelle promesse divine perciò non si curò di conoscere in che modo queste si sarebbero adempiute. Molto probabilmente come Abele anche lui era venuto a conoscenza della promessa di Dio di produrre un “seme” per il riscatto della razza umana attraverso il racconto fatto dai suoi genitori. Ma al contrario del fratello egli non si soffermò a riflettere sul modo in cui questa promessa si sarebbe realizzata. La sua fede si esauriva in un semplice riconoscimento della benevolenza di Dio senza tener conto dei princîpi che vi erano implicati. La sua conoscenza della volontà di Dio era superficiale e dava luogo a una fede formale, ritualistica, basata sulle apparenze, risultando irragionevole, debole e dominata dal peccato. Una fede del genere facilmente si associa alla menzogna! Quando Dio gli chiese dove fosse Abele, Caino aggiunse al suo peccato anche la menzogna dicendo: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?” (Genesi 4:9 – CEI).  La sua coscienza era talmente incallita dal male da renderlo insensibile davanti alla più evidente delle verità; mentiva spudoratamente al suo Dio! Caino fu maledetto per il suo comportamento perciò quando morì finì per sempre la sua esistenza, egli non si trova in nessun luogo a scontare la sua pena, semplicemente non esiste più; al contrario del fratello non sarà risuscitato per tornare a vivere per sempre sulla terra (cfr. 1Giovanni 3:12).
Il discepolo e fratello di Gesù, Giuda, scrisse che molti “si sono incamminati per la strada di Caino” (Giuda 11 – CEI). Si, la fede di molti che dichiarano di credere in Dio somiglia molto a quella di Caino: è dominata dall’ignoranza dei suoi propositi ed è del tutto formale, caratterizzata da manifestazioni solo esteriori quasi sempre basate sull’emotività che non sul reale intendimento della sua volontà. Una tale fede è facilmente associata alle più spudorate menzogne dogmatiche, come quella di una vita dopo la morte, o dell’esistenza di un luogo di tormento eterno o di un dio trino! … e, avete notato questo fatto? … Caino aveva appena ucciso Abele eppure continuava a chiamarlo ipocritamente “fratello”. Quanto somiglia questo all’attitudine ipocrita di molti che dichiarano di avere fede in Cristo e si chiamano “fratelli” ma poi si scannano a vicenda in guerra, semplicemente perché appartengono a etnie o nazioni diverse! Ad esempio, durante le due ultime guerre mondiali, quanti cattolici americani, o francesi o polacchi hanno sparato contro cattolici tedeschi o italiani, e viceversa, uccidendoli? E quanti protestanti americani o inglesi hanno sparato contro protestanti tedeschi, e viceversa, uccidendoli? Che differenza c’è tra loro e Caino? Poiché l’ipocrisia religiosa inibisce il giusto esercizio della coscienza rendendola insensibile alla verità, quasi sempre si riflette anche sulla quotidianità della vita condizionando i comportamenti delle persone nei rapporti sociali e perfino in quelli familiari.
Dopo aver considerato questo racconto, non vi sembra il caso di verificare la qualità della nostra fede? È come quella di Abele, basata sulla conoscenza e sul corretto intendimento dei propositi di Dio? Conosciamo bene la volontà di Dio e ci comportiamo in armonia con essa? Quello che crediamo e facciamo è proprio quello che Dio vuole da noi e che a tal fine ha fatto scrivere nella sua Parola o, come nel caso di Caino, abbiamo edificato la nostra fede sul sentito dire, forse dai nostri genitori, o su storie artefatte, “favole” inventate di proposito per dare un’immagine distorta del nostro Creatore e della sua volontà? La nostra vita è guidata dai sani princîpi e dal rispetto delle norme stabilite da Dio o ci facciamo dominare dalla tendenza a viverla con una interpretazione del tutto personale, forse più permissiva? E che dire della nostra coscienza? È ancora sensibile alla verità, quella verità che Dio ha fatto scrivere a nostro beneficio nella sua Parola o siamo “già bollati a fuoco” così da non riconoscere neanche i più semplici ed evidenti insegnamenti biblici “dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche”? (cfr. 1Timoteo 4:1-5 – CEI)
Non vi è dubbio, la fede cristiana non si edifica su “favole abilmente inventate” o storie immaginarie narrate e scritte sull’onda dell’emotività e del misticismo, ma su fatti concreti, ragionevoli e attendibili, storie di vita reale dalle quali possiamo imparare preziose lezioni per la nostra vita poiché si basano sulla verità, quella verità scritta nella Parola di Dio alla quale “facciamo bene a prestare attenzione come a una lampada splendente in luogo oscuro” (2 Pietro 1:16-21 – VR).

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3 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – I

  1. aniger7093 ha detto:

    I Santi così come vengono chiamati, sono uomini e donne come tutti noi, che la Chiesa sceglie come testimoni. Ho sempre avuto difficoltà a rivolgermi ad essi, perchè le loro vite sono sempre state troppo ammantate da eventi straordinari al confine dell’immaginazione pura e semplice. I nuovi Santi sembrano più esseri normali e non alieni, forse perchè la gente si pone più domande e vuole conferme precise.
    La tua analisi ha un fondamento, però rimane sempre la questione di fondo, riuscire a sradicare dalla vita di un cattolico gli insegnamenti ricevuti sin dall’infanzia, non è facile. Se è vero che molte delle cose narrate sulla vita dei santi sa di favola…perchè allora credere alla verginità di Maria, all’opera dello Spirito Santo in Lei …

  2. GIANNI ha detto:

    Mia cara amica, certamente la questione di fondo di cui parli si presentò anche a quella donna samaritana che disse a Gesù: “I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare” (Giovanni 4:20 – CEI). Dunque ciò in cui lei aveva fino ad allora creduto risaliva ai suoi “padri”, e le era stato insegnato fin dall’infanzia. Tuttavia Gesù insistette nel dire che era “giunto il momento … in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori”, perciò se voleva veramente l’approvazione di Dio, quello era il momento in cui quella donna doveva modificare il suo modo di adorare (Giovanni 4:23 – CEI). Come reagì ella? “La donna lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» … Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna” (Giovanni 4:28,29,39 – CEI). Pensa anche agli apostoli e agli altri discepoli di Gesù: per nascita appartenevano tutti alla nazione di Israele e fin dall’infanzia erano stati addestrati secondo la legge e ne osservavano tutti i precetti e gli aspetti cerimoniali. Ma quando Gesù li chiamò senza alcuna esitazione “lasciarono tutto e lo seguirono” (Luca 5:11). Il giorno di Pentecoste del 33 d.C. una numerosa folla di persone era radunata a Gerusalemme per osservare quella festa comandata nella Legge. Fino ad allora tutte quelle persone erano convinte di fare ciò che Dio approvava. Ma quando l’apostolo Pietro diede loro completa testimonianza su Gesù tutte quelle persone si chiesero: “che dobbiamo fare?”. L’apostolo disse loro chiaramente “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo … per voi è la promessa, per i vostri figli … Salvatevi da questa perversa generazione”. Che fecero essi? “Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati; e in quel giorno furono aggiunte a loro circa tremila persone” (Atti 2:37-41 – VR). Quel giorno era presente a Gerusalemme anche un uomo di nome Saulo. Era un fervente giudeo, come fariseo apparteneva a quella classe di persone che Gesù aveva duramente condannato (cfr. Matteo capitolo 23). Qualche anno dopo, con il nome di Paolo egli scrisse: “voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand’ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo; e mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri” (Galati 1:13,14 – VR). Quando comprese che per ottenere l’approvazione di Dio doveva cambiare il suo modo di adorare, Paolo non esitò a farlo! Perciò in seguito egli stesso scrisse che alcuni “hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3 – CEI). Cosa avevano in comune tutte quelle persone? Tutte pensavano di adorare Dio in base all’addestramento che avevano ricevuto fin dall’infanzia, ma in effetti non lo stavano facendo. Stavano solo seguendo la tradizione umana che li aveva allontanati da Dio. Ma avevano anche in comune il vivo desiderio di fare la volontà di Dio e di essere da Lui approvati. Perciò quando furono messi a conoscenza che il loro modo di adorare era sbagliato non esitarono a cambiare. Tutti loro, una volta messi al corrente della verità, dovettero fare una scelta. Dio non li costrinse a scegliere in un modo o nell’altro. Essi scelsero in base a ciò che il cuore dettò loro di fare. Seguire la verità è una questione di cuore, l’organo del corpo umano che è la sede dei sentimenti. Se amiamo la verità, se veramente vogliamo fare la volontà di Dio, non avremo dubbi sul da farsi, diversamente …

  3. aniger7093 ha detto:

    è scontata la riflessione da parte mia.

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