PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – II

“DOVE ANDRAI TU ANDRÒ ANCH’IO; DOVE TI FERMERAI MI FERMERÒ; IL TUO POPOLO SARÀ IL MIO POPOLO E IL TUO DIO SARÀ IL MIO DIO”

Rut 1:16

tutti qui sanno che sei una donna virtuosa – Rut 3:11, VR
 Anteprima
Le tradizioni religiose fanno fatica a morire poiché le usanze e i credi secolari per molti rappresentano un punto fermo che dà loro sicurezza in un mondo pieno di dubbi, incertezze e ansia riguardo al futuro. Mi è capitato spesso di sentire frasi come queste: “sono e sarò sempre un evangelico” oppure “sono nato cattolico e morirò cattolico”. Verrebbe da dire: contenti loro! … ma il fondatore del cristianesimo mise in guardia i suoi discepoli proprio contro tale tendenza avvertendoli che le tradizioni religiose possono allontanare le persone da Dio, rendendo senza valore la sua Parola (cfr. Matteo 15:3-9). Fu per questo motivo che in seguito il discepolo che gli era più caro, Giovanni, raccomandò a tutti: “non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio” (1Giovanni 4:1 – CEI). La stragrande maggioranza di coloro che oggi si dichiarano cristiani sono nati nella religione alla quale professano di appartenere. Non l’hanno scelta, la loro appartenenza è data dal caso. Probabilmente se chi si dichiara cattolico fosse nato in una famiglia evangelica ora sarebbe un evangelico, o viceversa.  Ci siamo mai chiesti a cosa dobbiamo la nostra religione? È un etichetta che ci hanno appiccicato alla nascita, che ci è stata tramandata e che non abbiamo mai messo in discussione? Oppure abbiamo fatto una scelta ponderata, basata sull’unica fonte di verità in materia di fede che abbiamo a disposizione, la Parola di Dio? È proprio la Parola di Dio che esorta a farci queste domande. L’apostolo Paolo scrisse: “esaminatevi per vedere se siete nella fede; mettetevi alla prova” (2Corinzi 13:5 – VR). Molti hanno paura di fare proprio questo! Hanno paura, forse, di scoprire di essere stati ingannati o paura di ciò che gli altri possono pensare se iniziano a mettere in discussione ciò che invece la maggioranza accetta. Ai giorni di Gesù molti riconoscevano il valore del suo insegnamento, tuttavia “a causa dei farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga; perché preferirono la gloria degli uomini alla gloria di Dio” (Giovanni 12:42,43 – VR). Quelle persone persero l’opportunità unica di divenire discepoli di Cristo perché ebbero timore delle pressioni di quella comunità religiosa di mente ristretta! È vero, ci vuole coraggio per andare controcorrente. Non è mai facile essere diversi. Ma non dobbiamo dimenticare la posta in gioco! Agli antichi israeliti Dio disse: “io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Deuteronomio 30:19 – CEI). C’è in gioco la vita eterna su questa terra con tutte le benedizioni che Dio ha promesso! Non lasciamo che siano altri, forse senza scrupoli, a scegliere per noi! La verità in materia di fede è alla portata di tutti. Tramite il suo profeta Geremia Dio ci assicura: “mi cercherete e mi troverete. Poiché mi cercherete con tutto il vostro cuore io mi lascerò trovare da voi, ve lo prometto” (Geremia 29:13,14 – PdS). Se la verità è davvero nel nostro cuore, Dio ce la farà trovare. A tal fine, per nostro incoraggiamento, nella sua Parola Dio ha fatto scrivere storie di persone che, seppur affrontando sacrifici e sofferenze, hanno scelto di tutto cuore di fare la sua volontà. Tali persone sono state grandemente ricompensate da Dio. Una di queste è la storia della moabita Rut che voglio dedicare alla mia amica di Galatone perché possa imparare che “chi si accosta a Dio deve credere … che egli ricompensa tutti quelli che lo cercano” (Ebrei 11:6 – VR).

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La mia cara amica galatonese ha recentemente posto una seria questione che si presenta a tutti quelli che desiderano piacere a Dio, cioè come riuscire a sradicare dalla propria vita gli insegnamenti non conformi alla volontà divina ricevuti sin dall’infanzia. Ad esempio, ad un devoto cattolico al quale fin dalla nascita è stato insegnato che per le sue preghiere può rivolgersi, in qualità di mediatori, alla Madonna o ai vari santi proclamati dalla sua Chiesa, mentre nella Parola di Dio è scritto che solo Gesù può mediare tra Dio e gli uomini (cfr. 1Timoteo 2:5), si pone il problema non solo di smettere di pregare madonne e santi, ma anche di non partecipare più alla moltitudine di riti collegati con tale falso insegnamento. Oppure, e questo riguarda non solo i cattolici ma anche la stragrande maggioranza dei cosiddetti “protestanti”, se fin dalla nascita è stata loro inculcata  l’idea che alla loro morte vanno in cielo, mentre la Parola di Dio insegna che la speranza dell’umanità è quella di vivere per sempre su una terra trasformata in un paradiso (cfr. Salmo 37: 11,29 – VR e Di; 36:11,29 – CEI), ora devono completamente modificare la loro aspettativa e di conseguenza abbandonare tutte quelle pratiche legate al falso insegnamento della vita dopo la morte, nell’ “aldilà”, quali sono i riti legati al culto dei morti. Da non trascurare anche l’aspetto morale della questione: il permissivismo di tali chiese in campo morale con la tolleranza e il condono delle violazioni reiterate delle norme e dei princìpi biblici, ad esempio per quanto riguarda la sfera sessuale (rapporti fuori della relazione matrimoniale, omosessualità, pedofilia) può essere così radicato nella coscienza delle persone da renderla insensibile e incapace di vederne gli effetti deleteri. Lo studio accurato della Parola di Dio dimostra che molte delle dottrine e usanze inculcate dalle chiese cosiddette “cristiane” ai loro fedeli non sono approvate, anzi sono apertamente condannate da Dio; per fare un ultimo esempio, tanto per riferirci all’attualità, la ricorrenza del Natale, una festa che sia dal punto di vista dottrinale che anche semplicemente temporale (cfr. il mio post UNA STORIA FINITA – X parte del 19 febbraio 2011 ), non ha nulla a che vedere con la nascita di Gesù derivando in toto da una festività pagana. Ma molti, pur sapendo questo, si chiedono cosa c’è di male a festeggiare, anzi ci si sente “più buoni”, si sta in famiglia, quindi si rafforzano i vincoli familiari, ecc. ecc. …
Riconosco che dopo anni e anni in cui si è creduto in tali cose, alcune delle quali anche apparentemente piacevoli e innocue, come le festività, può essere difficile apportare cambiamenti così radicali alla propria vita. Oltre alla ragione possono esservi implicati anche l’emotività e il sentimentalismo: queste cose fanno parte di una certa tradizione, sono tramandate di generazione in generazione e ad alcuni cambiare può sembrare un po’ come tradire la fede dei propri genitori, oppure mettersi contro i propri familiari e amici. Una certa influenza sulla decisione da prendere può esercitarla anche il contesto sociale in cui si vive e la paura di esserne emarginati. Ma qualunque sia la ragione della nostra titubanza e per quanto difficile possa sembrare, se riconosciamo che un insegnamento o una pratica religiosa a cui siamo dediti è sbagliata e contraria alla volontà di Dio, non abbiamo alternativa! Se vogliamo essere da Lui approvati e ricevere il premio della vita eterna che Dio ha promesso a tutti quelli che fedelmente si impegnano di camminare nella via della verità, dobbiamo cambiare, è necessario mettere in atto quello che le Scritture ci esortano a fare, cioè “non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2 – VR).
Cosa può aiutarci a “trasformare” il nostro modo di pensare per allinearlo alla volontà di Dio?
Innanzitutto ci vuole una buona dose di umiltà. Questa ci permette di riconoscere che stiamo sbagliando e ci spinge a fare i cambiamenti necessari. Gesù, che pure era un uomo perfetto, tanto che di lui è detto che “non ha conosciuto peccato”, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (2Corinzi 5:21; Filippesi 2:8 – VR). L’umiltà aiutò Gesù ad essere ubbidiente fino all’estremo sacrificio. L’umiltà può aiutare tutti noi fare i cambiamenti necessari per piacere a Dio. Perché? L’umiltà è il contrario dell’orgoglio. L’orgoglio spinge ad avere un’alta opinione di se stessi e una mente “carnale” che ci impone “cose destinate a scomparire … prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza … ma in realtà non servono che per soddisfare la carne” (Colossesi 2:18-23 – CEI). L’umiltà ci aiuta, invece, a coltivare una mente “spirituale” che non ci fa preoccupare tanto di quello che pensano gli uomini, quanto dell’opinione che Dio ha di noi.
Poi ci vuole un genuino amore per la verità! La verità di Dio, non dell’uomo. Noi la possiamo trovare solo nella Parola di Dio (cfr. Salmo 119:160 – VR e Di; 118:160 – CEI; Giovanni 17:17). Questa non è solo un vecchio libro religioso, scritto tanto tempo fa da uomini seppur devoti, con norme e punti di vista antiquati, non adatti ai tempi moderni. L’apostolo Paolo disse che essa “è viva”, cioè è attuale ed è il mezzo con cui Dio parla ogni giorno con noi. E aggiunse che è “efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12,13 – CEI). Ciò ch’è scritto nella Parola di Dio penetra nel profondo del nostro cuore, ne mette a nudo i sentimenti, ci permette di esaminarci e di vedere da quale parte stiamo nella contesa tra il mondo di Satana e il Regno di Dio. Perciò, se amiamo la verità, leggiamo la Parola di Dio, la studiamo, la sosteniamo e lasciamo che guidi la nostra vita con la fiducia che essa può indicarci la via migliore da seguire per il nostro bene.
E qui subentra l’ultimo aspetto di ciò che può aiutarci a ripulire la nostra mente dalle menzogne del falso cristianesimo: la fede! Si, come ha scritto ancora l’apostolo, “la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1 – VR). La fede non è semplice credulità né si basa sul sentito dire. Si basa sulla conoscenza. Se conosciamo Dio, la sua mente, il suo modo di agire, così come Egli si fa conoscere attraverso la sua Parola, allora avremo anche la fiducia che tutto ciò che ha promesso di fare per il nostro bene si avvererà. Le tante storie narrate nelle Sacre Scritture dimostrano infatti che “egli ricompensa coloro che lo cercano” (Ebrei 11:6 – CEI). Dio non ci abbandona al nostro destino ma ha tenera cura di noi. Conosce la nostra personalità meglio ancora di quanto possiamo conoscerla noi stessi. Egli legge nei nostri cuori, conosce i nostri motivi, conosce anche le nostre debolezze. Sa gli sforzi che giorno dopo giorno dobbiamo fare per vincere la nostra carne imperfetta e, nel caso in cui è richiesto di sradicare dalla nostra vita tutti i falsi insegnamenti e le false pratiche religiose che ci sono state inculcate fin dall’infanzia, se lo vogliamo veramente ci dà anche la forza per farlo, così che possiamo anche noi dire: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Filippesi 4:13 – CEI).
Un rimarchevole esempio di tutto questo è la storia della moabita Rut narrata nelle Sacre Scritture.

non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio – Rut 1:16
Al tempo in cui governavano i giudici” … inizia così la storia di questa donna. Dunque siamo verso il 1300 a.C. Nel paese di Giuda si verifica una grave carestia e una famiglia di Betlemme viene particolarmente colpita. Il capofamiglia, Elimelec, prende sua moglie, Naomi, e i suoi due figli, Malon e Chilion, e attraversa il fiume Giordano andando a risiedere come forestieri nel paese di Moab, a est del Mar Morto … Sembra quasi una storia moderna: anche oggi molte famiglie sono costrette ad abbandonare i loro paesi di origine afflitti dalla povertà per recarsi in terra straniera in cerca di miglior fortuna … Dopo qualche tempo Elimelec muore e Naomi resta vedova. I loro due figli sposano due donne moabite di nome Orpa e Rut. Sembrano ormai ben integrati nel nuovo paese quando la calamità si abbatte di nuovo su quella famiglia. Entrambi i figli di Naomi muoiono e per di più senza progenie. Le tre donne rimangono sole con una vedovanza ben dura da sopportare.
Un giorno Naomi apprende, probabilmente da mercanti di passaggio, che la carestia in Israele è finita quindi decide di tornare al proprio paese e le sue due nuore decidono di seguirla. Non è un viaggio facile perché devono attraversare regioni infestate di solito da ladroni e uomini pronti a tutto. Ma la devozione di Naomi al suo Dio e il desiderio di ricongiungersi al suo popolo sono più forti della paura e la spingono a proseguire nonostante i pericoli. Ad un certo punto del viaggio Naomi si rivolge alle due nuore dicendo loro: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito” (Rut:1:1-8 – CEI). Ella riconosce che le due giovani moabite sono state benigne e leali sia con i loro mariti, mentre erano in vita, che con lei. Non ha nulla da offrire loro in ricompensa perciò invoca su di loro la benedizione del suo Dio affinché dia a ciascuna di esse il conforto di trovare un marito che si prenda cura delle loro necessità affettive e materiali.
Davanti all’iniziale riluttanza delle due donne, Naomi insiste mettendole davanti alla responsabilità di prendere una decisione per il loro futuro. Nel loro paese, tra la loro gente certamente avrebbero avuto la possibilità di rifarsi una vita e una famiglia. Ma come moabite avevano scarse prospettive di sposare un uomo in Giuda e quindi di allevare una famiglia. Come mai? I moabiti erano discendenti di Lot, nipote di Abramo, quindi erano imparentati con gli israeliti, tanto che come loro praticavano la circoncisione. Tuttavia quando gli israeliti, nella loro peregrinazione verso la terra promessa dopo l’uscita dall’Egitto, stanchi e affamati erano ormai prossimi alla meta, ebbero bisogno di pane e acqua, i moabiti non diedero loro nessun aiuto e, nei pochi casi in cui lo fecero, fornirono provviste solo a scopo di guadagno. Non solo, ma assoldarono  Balaam, uno stregone, per maledire Israele. Per di più la loro adorazione si era rivolta a diversi dei anziché all’unico e vero Dio adorato dal loro capostipite. A motivo di ciò Dio aveva proibito al suo popolo di stringere relazioni, anche matrimoniali, con i moabiti (cfr. Deuteronomio 23:3,4) … In questo somigliano molto a certi sedicenti cristiani di oggi. Essi vantano una “parentela” con i veri cristiani dichiarando di derivare dalla chiesa cristiana del I secolo. Ma la loro adorazione è corrotta da dogmi e pratiche presi dal paganesimo e adorano un Dio trino, diverso dall’unico Dio insegnato dalle Sacre Scritture (cfr. Deuteronomio 6:4). Per di più sono anch’essi accaniti oppositori di tutti coloro che vogliono fare la volontà di Dio e seguire la verità che nei secoli hanno osteggiato e perseguitato anche in maniera violenta. Così Dio ha vietato a tutti i suoi servitori di avere relazione spirituale con questi falsi cristiani dicendo loro: “quale relazione c’è tra la giustizia e l’iniquità? E quale comunione c’è tra la luce e le tenebre?  E quale accordo c’è tra il tempio di Dio e gli idoli? … Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene” (2Corinzi 6:14-18 – Di)
Orpa è la prima a decidere. Piangendo bacia la suocera e se ne va. Non è una donna cattiva, anzi è stata gentile con la suocera, per la quale evidentemente nutriva molto affetto. Ma l’interesse personale ha preso il sopravvento. Probabilmente per mezzo del marito aveva conosciuto le promesse divine, ma queste non significavano abbastanza per lei da impedirle di tornare “al suo popolo e ai suoi dèi” (Rut 1:15). Così torna indietro, alla sua gente, un popolo con una forte indole materialista, con tradizioni politeistiche che prevedevano orribili sacrifici di bambini al falso dio Chemos e da sempre ostile ad Israele e al suo Dio … Che dire di noi? Siamo anche noi condizionati dall’interesse personale, o dalle necessità contingenti, così da non accettare la sfida di camminare per la via della verità rimanendo attaccati alle tradizioni popolari e ai falsi insegnamenti dottrinali del cristianesimo apostata?
Ma non così Rut. Rivolgendosi alla suocera pronuncia quelle che, a mio parere, sono tra le più significative e commoventi parole contenute nelle Sacre Scritture. Disse a Naomi: “non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Rut 1:16 – CEI). Queste parole dimostrano quale sfida era in atto. Rut non si fa influenzare dalla decisione della cognata. Il suo desiderio è quello di servire lo stesso Dio di Naomi. La conoscenza che ha acquisito riguardo a Lui e alla sua volontà ha operato una vera e propria conversione nel suo cuore. Pur avendone l’occasione, al contrario di Orpa non vuole tornare “al suo popolo e ai suoi dèi” (cfr. Ebrei 11:15). Ora è decisa ad andare avanti; costi quel che costi, è determinata a proseguire nella via della vera adorazione.
Tornate a Betlemme non è che succede automaticamente il miracolo! La sfida per quelle due vedove continua … In questo c’è ancora una lezione per noi. Il cammino per conoscere la verità è progressivo e richiede un continuo sforzo da parte nostra. La trasformazione della nostra personalità temprata da anni e anni di falsi insegnamenti e false pratiche religiose non avviene automaticamente, miracolosamente e istantaneamente. Richiede un continuo e regolare studio della Parola di Dio che dischiude progressivamente davanti ai nostri occhi i “sacri segreti” in essa contenuti in modo che giorno dopo giorno diventa sempre più chiaro il proposito di Dio e come esso si adempirà, rafforzando sempre più la nostra fede nella completa realizzazione delle sue promesse. Questo sviluppo della conoscenza fu ben illustrato dal saggio re Salomone che scrisse: “il sentiero dei giusti è come la luce dell’aurora, che risplende sempre più radiosa fino a giorno pieno” (Proverbi 18:4 – VR).
Così a Betlemme Rut dovette darsi da fare. Non si soffermò a dolersi delle disgrazie capitatele e delle difficoltà incontrate, né si affidò alla pietà e alla carità degli altri. Lei e l’anziana suocera giunsero a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo”, cioè all’inizio della primavera (Rut 1:22). Rut aveva imparato dalla lettura della Legge che, non il chiedere l’elemosina, ma la “spigolatura” era il provvedimento di Dio per il povero e l’afflitto, il residente forestiero, il ragazzo senza padre e la vedova (cfr. Levitico 19:9,10) … Possiamo così anche noi apprezzare quanta saggezza c’è nella direttiva del nostro amorevole Creatore in modo che la nostra fede nelle sue disposizioni risulti accresciuta. Secondo la Legge data da Dio in Israele al tempo della mietitura gli agricoltori non dovevano mietere i campi fino all’orlo né tornare a racimolare l’uva dopo la vendemmia o a raccogliere le olive rimaste sui rami dopo la bacchiatura. Neanche dovevano tornare a prendere i covoni di grano lasciati inavvertitamente nei campi. Questo per far si che i poveri potessero raccogliere quanto rimaneva nei campi. La “spigolatura” era una disposizione amorevole a favore dei poveri i quali erano così incoraggiati a lavorare anziché mendicare. Questa norma, inoltre, non specificava quanta parte del raccolto gli agricoltori dovessero lasciare ai bisognosi. Dipendeva da loro se le fasce non mietute ai bordi dei campi erano ampie o strette. Perciò questa disposizione dava agli agricoltori l’opportunità di dimostrare la loro gratitudine per la benedizione divina sul loro lavoro insegnando loro ad essere essi stessi generosi … Come gli agricoltori israeliti anche noi possiamo mostrare la nostra gratitudine per le cose che impariamo leggendo la Parola di Dio condividendole generosamente con altri!
Pertanto Rut mostrò di essere una donna operosa e rispettosa della disposizione divina andando a spigolare dietro ai mietitori nei campi. Ella capitò nel campo di un giudeo di nome Boaz. Sebbene ne avesse il diritto, umilmente Rut chiese il permesso di poter spigolare in quel campo. Boaz era un uomo di una certa età molto stimato nella collettività per la sua indole mite, aveva una mente spirituale e ascoltava Dio apprezzandone la guida. A lui non sfuggì quella donna umile che aveva spigolato assiduamente nel suo campo nel fresco della mattina finché il sole è stato alto nel cielo, sopportando il caldo senza lamentarsi e dimostrando di essere una lavoratrice instancabile. Perciò la esortò a non spigolare in un altro campo, ma a stare insieme alle donne che seguivano i suoi mietitori per legare i covoni, comandando ai giovani di non toccarla. Boaz non stava cercando di conquistarsi il suo affetto per appagare il capriccio di un vecchio. Egli fu colpito dall’amore leale della donna nei confronti dell’anziana suocera e dal suo rispetto per la Legge divina, nonché dalla sua umiltà. Così quando Rut, con senso di gratitudine, gli chiese come mai avesse incontrato favore ai suoi occhi pur essendo una straniera, l’uomo le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso un popolo, che prima non conoscevi. Il Signore ti ripaghi quanto hai fatto e il tuo salario sia pieno da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti” (Rut 2:11 – CEI). Ecco qui che viene messo in risalto il punto: Rut aveva rinunciato al conforto e alla sicurezza che avrebbe forse trovato nel paese nativo perché voleva seguire l’Iddio di verità ed essere tra i suoi adoratori. Nel momento delle difficoltà anziché confidare in ciò che gli uomini avrebbero potuto fare per lei si rifugiò sotto “le ali” protettrici di Dio avendo fiducia nelle sue promesse. Con quale risultato?
Boaz era un parente prossimo del defunto marito di Naomi. Quindi, secondo la legge di Dio era un “ricompratore”, cioè un congiunto (un fratello o altro parente maschio) avente il diritto di ricomprare, redimere o riacquistare la persona, la proprietà o l’eredità del parente più prossimo. Dio, infatti, con la Legge data ad Israele aveva stabilito il cosiddetto “matrimonio del cognato” o “levirato”. In cosa consisteva? Esso stabiliva che “se dei fratelli abitano assieme e uno di essi muore senza lasciar figli, la moglie del defunto non si mariterà ad un estraneo fuori della famiglia; suo cognato entrerà da lei e la prenderà in moglie, compiendo verso di lei il dovere di cognato; e il primogenito che ella partorirà prenderà il nome del fratello defunto, perché il suo nome non sia cancellato in Israele” (Deuteronomio 25:5,6 – Di). Questa norma si basava su un principio che fu in seguito spiegato dall’apostolo Paolo, allorché scrisse: “piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome” (Efesini 3:15 – VR) … Dio è l’istitutore del nucleo familiare e desidera che ogni famiglia preservi il proprio nome e la propria discendenza. Pertanto con la Legge data a Israele stabilì che una vedova non avrebbe dovuto sposare qualcuno al di fuori della famiglia ma il parente più prossimo, sicuramente il fratello, cioè suo cognato, se esisteva. Quando il cognato la sposava, acquisiva anche la proprietà del defunto e il primogenito che sarebbe nato da quel matrimonio non avrebbe portato il nome di lui, ma quello del deceduto. Questo significava che  la discendenza della famiglia non sarebbe stata interrotta e la proprietà ereditaria sarebbe rimasta nella casa del deceduto. Boaz, dunque, aveva il dirittto/dovere di rinnovare il nome della famiglia di Elimelec, defunto marito di Naomi, del quale era stretto parente. Ma Naomi era ormai troppo anziana per avere figli, per cui chiese a Rut, anch’essa una vedova della famiglia, di prendere il suo posto nel “matrimonio del cognato” affinché si potesse generare un figlio che portasse il nome di Elimelec … Rut era una giovane donna, avrebbe potuto sposare qualsiasi giovanotto, un ricco se l’avesse voluto o un povero se lo avesse amato, ma fu invece disposta a sposare un vecchio solo perché suo figlio potesse divenire il figlio di Naomi. Lo fece perché amava Dio e voleva partecipare all’adempimento del suo proposito. Boaz, anche lui uomo timorato di Dio e rispettoso delle sue disposizioni, non si tirò indietro davanti a tale responsabilità, sposò Rut e acquisì la proprietà di Elimelec. Da quel matrimonio nacque poi un figlio al quale fu dato il nome Obed. Appropriatamente alla sua nascita i vicini dissero “«Benedetto il Signore, il quale non ha permesso che oggi ti mancasse uno con il diritto di riscatto! Il suo nome sia celebrato in Israele! Egli consolerà l’anima tua e sarà il sostegno della tua vecchiaia; l’ha partorito tua nuora che ti ama, e che vale per te più di sette figli». E Naomi prese il bambino, se lo strinse al seno, e gli fece da nutrice. Le vicine gli diedero il nome, e dicevano: «È nato un figlio a Naomi!» Lo chiamarono Obed” (Rut 4 13-17 – VR).
Obed divenne il nonno del futuro re Davide e perciò antenato di Gesù. Così la moabita Rut, una donna straniera, ebbe il privilegio di essere un’antenata del promesso Messia. Ella è una delle quattro donne menzionate nella linea di discendenza di Gesù nel vangelo di Matteo … Nella sua lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo disse che tutte quelle persone di fede che vissero prima della venuta del Messia “sono morti nella fede, senza ricevere le cose promesse, ma le hanno vedute e salutate da lontano” (Ebrei 11:13 – VR). La loro ricompensa più grande l’avrebbero ricevuta in un  tempo futuro. Così Rut, che fa parte di quella schiera di testimoni della fede, è ora in attesa di essere risuscitata per ottenere la vita eterna sulla terra resa possibile dal sacrificio dell’uomo di cui divenne un’antenata (cfr. Salmo 45:16 – VR e Di; 46:17 – CEI).
Quante lezioni si possono imparare esaminando i dettagli di questa storia! Ne ho citate solo alcune finalizzate al mio argomento, cioè come riuscire a sradicare dalla propria vita quelli che riconosciamo essere falsi insegnamenti intorno a Dio e alla sua volontà … Rut ci riuscì innanzitutto perché aveva imparato a conoscere il vero Dio e i suoi propositi … Ci riuscì perché amava la verità e una volta conosciuta la vera adorazione non volle tornare indietro, alle menzogne religiose praticate in Moab … Ci riuscì perché era una persona umile, disposta ad accettare i sacrifici richiesti dal seguire la verità in un mondo dominato dalla menzogna … Ci riuscì perché antepose la volontà di Dio ai suoi interessi personali … Non lasciò che l’orgoglio e il timore di dispiacere agli altri divenissero un ostacolo al cammino che aveva intrapreso verso la vera adorazione … Desiderava soprattutto piacere a Dio osservando scrupolosamente ogni sua disposizione, quale, ad esempio, quella di accettare il matrimonio per levirato con un uomo molto più anziano di lei … Ci riuscì perché ebbe fede in Dio e nelle sue promesse di prendersi cura di lei, perché era certa che “che egli ricompensa tutti quelli che lo cercano”!
Può darsi che le menzogne religiose che ci sono state inculcate fin dall’infanzia ci abbiano resi “stranieri” rispetto alla volontà di Dio … Può darsi che il contesto sociale, vale a dire il mondo di Satana in cui fin’ora ci siamo pienamente, anche se involontariamente, identificati, ci abbia ridotti come tante povere “vedove”, cioè bisognosi in senso spirituale … Può darsi che alle nostre orecchie stanno arrivando notizie “dal paese della rettitudine”, cioè attraverso degli strumenti che Dio sta utilizzando in questo tempo per avvertire tutte le persone, che la “carestia” spirituale causata dal cristianesimo apostata è finita ed è tempo di restaurazione della vera adorazione (cfr. Salmo 143:10; Matteo 24:14) … Questo è sicuramente il tempo in cui ciascuno di noi deve prendere una decisione rispetto all’adorazione da rendere a Dio, come lui stesso l’ha indicata nella sua Parola di verità: saremo come Orpa che tornò indietro “al suo popolo e ai suoi dèi” o imiteremo il coraggio e la fede di Rut, che volle a tutti costi seguire Naomi e unirsi al suo popolo nell’adorare il vero Dio, cioè come coloro che “mediante fede e pazienza ereditano le promesse”? (Ebrei 6:12 – Di)

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Una risposta a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – II

  1. Non conoscevo la storia di Rut che per sentito dire…e stasera ho avuto il piacere di leggerla da te, illustrata con tanta poesia e chiarita nel suo senso più profondo. E’ sempre un piacere leggerti. Un caro saluto

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