PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – III

“L’UBBIDIRE È MEGLIO DEL SACRIFICIO”

1Samuele 15:22
 Anteprima
Vi è mai capitato di commettere un errore? … certamente direste: chi non ne commette! … La Parola di Dio dice chiaramente che tutti sbagliamo, poiché in essa è scritto che “non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai” (Ecclesiaste 7:20 – VR). Anche il discepolo cristiano Giacomo affermò: “tutti quanti manchiamo in molte cose” (Giacomo 3:2 – CEI) … Quando è accaduto come vi siete comportati? … l’avete ammesso o avete tentato di nasconderlo, o anche solo di giustificarlo? … Per quanto sia comune fare errori e sbagliare, com’è difficile ammetterlo! … può essere piuttosto imbarazzante e increscioso … potrebbe perfino avere un costo da dover pagare.
Sembra che cercare di giustificare se stessi davanti ai propri errori faccia parte della natura umana. Nel farlo si può addirittura arrivare a convincersi che ciò che si è fatto non è realmente sbagliato, oppure se ne dà la colpa a qualcun altro. Questo accade quando ci si lascia guidare dal proprio orgoglio: ci si preoccupa di quello che potrebbero pensare gli altri, perciò quello che più ci interessa è “salvare la faccia”. Ma non ammettere i propri errori influisce negativamente sulla propria coscienza poiché col tempo può diventare un’abitudine. Il nostro grande insegnante, Gesù Cristo, disse che “chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi” (Luca 16:10 – VR). Non riconoscendo gli errori, anche i più piccoli, potremmo presto trovarci a non voler ammettere errori più grandi, tutto a nostro danno perché come risultato, anche davanti a un grave errore, la nostra coscienza può diventare insensibile, come se fosse “bollata a fuoco” (cfr. 1Timoteo 4:1,2 – CEI). Quel che è peggio, nel caso ci dichiariamo credenti, una condotta simile rovina la propria relazione con Dio, il nostro Creatore, la fonte della nostra vita, e può rendere vane le nostre aspettative di fede. Si, perché in campo religioso l’errore, o il peccato, è la violazione della legge divina.
Molte persone sono convinte che a Dio non importa tanto se esse commettono degli errori, anche gravi, quanto se nell’insieme si comportino bene. Credono che Dio sia più incline a perdonare che a condannare, pertanto possono ritenere irrilevante disubbidire a certi suoi comandi. Ma per mezzo della sua Parola Dio ha provveduto leggi e pricìpi come guida della nostra condotta e della nostra adorazione (cfr. Isaia 30:21). Per questo motivo nessuna delle  sue istruzioni può essere considerata trascurabile. Mediante il suo profeta Geremia ha fatto scrivere: “Ascoltate la mia voce e fate tutto quello che vi comanderò” (Geremia 11:4 – VR). È vero che Dio tiene conto della nostra imperfezione ed è disposto a perdonare i nostri errori, ma non lo fa all’infinito e soprattutto valuta la nostra reazione quando l’errore diviene manifesto. Egli non si fa guidare dal semplice sentimento. La sua misericordia ha dei limiti. Non perdonerà in alcun modo quelli che hanno il cuore duro e praticano malvagiamente e volontariamente il peccato ma ha in considerazione quelli che veramente se ne rammaricano e ce la mettono tutta per non ripeterlo (cfr. Salmo 32:2-5, VR e Di; 31:2-5, CEI; Ebrei 10:26,27).
Le storie bibliche contrapposte di due re dell’antichità possono aiutarci a riflettere su questo importante aspetto della vita cristiana. Una è quella del re Saul che si fece dominare dalla presunzione di servire Dio non tenendo conto delle sue istruzioni ma facendo di testa propria. Così commise gravi errori che l’orgoglio gli impedì di riconoscere e perse il suo regno. L’altra riguarda il re Davide il quale, sebbene cercasse di fare sempre la volontà di Dio, commise anche lui dei gravi errori. Ma, al contrario di Saul, la sua indole mite gli permise di affrontare i giudizi divini sui suoi errori che riconobbe sempre con profonda umiltà e contrizione, doti che lo indussero ad accettare la riprensione e a cambiare condotta. Davide fu perdonato da Dio e aiutato ad avere maggiore perspicacia per agire con più giudizio.
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Un antico proverbio biblico dice: “Quando viene la superbia, viene anche il disonore; ma la sapienza è con gli umili” (Proverbi 11:2 – Di). La superbia è una caratteristica del cuore che costituisce una seria minaccia per la vita dei cristiani. La persona superba è presuntuosa e si prende spavaldamente indebite libertà. Descrivendo tale caratteristica un dizionario dice che il superbo, o la persona presuntuosa, “ha una stima esagerata di sé, e assume per questo atteggiamenti di superiorità e di sprezzo nei confronti degli altri”. Il contrario della superbia è l’umiltà. Anche questa è una condizione di cuore e spinge non solo a riconoscere i propri errori ma fa anche accettare la guida divina per correggerli. Nella Parola di Dio troviamo due esempi che confermano tutto questo.
Siamo nel 1117 a.C. e nell’organizzazione nazionale di Israele avviene un importantissimo cambiamento. È un periodo turbolento della storia di quella nazione. I popoli che la circondano, i filistei in particolare, rappresentano una costante minaccia. Gli anziani di Israele, dimentichi della capacità di Dio di proteggere il suo popolo più volte dimostrata, si recano da Samuele, il profeta e giudice che Dio aveva messo alla guida della nazione, con questa richiesta: “tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli” (1Samuele 8:5 – CEI). Per l’anziano profeta, che tanto aveva faticato per indurre i suoi connazionali ad abbandonare l’adorazione idolatrica per servire l’unico vero Dio, quella richiesta fu un colpo al cuore. Umilmente si rivolse a Dio in preghiera per sapere come comportarsi. La risposta che ricevette è molto significativa anche per tutti noi, dopo migliaia di anni. Dio disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di essi … però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro” (1Samuele 8:7-9 – CEI). Dio accolse a malincuore quella richiesta e lo fece solo per amore del suo proposito, poiché da quella nazione doveva venire il promesso Messia (cfr. Esodo 32:9-14). Tutt’oggi molti si dichiarano servitori di Dio ma ripongono la loro fiducia nei governi degli uomini e li sostengono, incoraggiati in questo dal clero del cristianesimo apostata. Non affidano le loro speranze e le loro aspettative al Regno di Dio che è destinato a spazzare via dalla terra tutti i governi umani (cfr. Daniele 2:44). Così, come quegli antichi israeliti, anche essi “hanno rigettato Dio perché non regni su di essi”. Con quale risultato? Disse il profeta a quel popolo: “Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà” (1Samuele 8:11-18 – CEI). Che prezzo avrebbero pagato! Fino ad allora erano stati governati da Dio il quale aveva dato loro una legge perfetta, che provvedeva ad ogni loro necessità e li salvaguardava dalla corruzione e dall’avidità dei governanti umani. Sotto il diretto dominio dell’incorruttibile Dio, l’intera nazione prosperava e non conosceva povertà tanto che, anche nel malaugurato caso in cui qualcuno, per incuria o per le avversità della vita, perdeva i suoi beni, tale situazione non l’avrebbe sopraffatto per sempre poiché con la disposizione divina del Giubileo poteva tornare in possesso dei propri beni (cfr. Levitico 25:8-10,13,25-28). Ma ora le cose sarebbero cambiate! L’esercizio del potere da parte di un re umano avrebbe avuto un costo sia in termini di libertà personale che economico! Come massima conseguenza, mal guidata da re umani, la nazione dell’antico Israele col tempo non fu più disposta a servire Dio fedelmente, dimenticò la sua Legge e infine fu rigettata da Dio. La storia, inoltre, dimostra che nel corso dei secoli tutti i governi retti da uomini non sono riusciti a raggiungere risultati positivi e duraturi e noi, oggi, siamo testimoni della grande portata del loro fallimento osservando la difficile e critica situazione mondiale che ci ritroviamo ad affrontare per il malgoverno umano! Come dice la Parola di Dio: “l’uomo domina sull’altro uomo, a proprio danno” (Ecclesiaste 8:9 – CEI).
Come primo re di Israele venne scelto Saul, un uomo della tribù di Beniamino. Apparteneva ad una famiglia agiata ed era un bell’uomo, dotato di grande forza fisica e agilità. Ma non furono questi i motivi della scelta. Saul si era presentato a Samuele con queste parole: “Non sono io forse un Beniaminita, della più piccola tribù d’Israele? E la mia famiglia non è forse la più piccola fra tutte le famiglie della tribù di Beniamino?” (1Samuele 9:21 – CEI). E quando venne scelto come re timidamente si nascose fra il bagaglio (cfr. 1Samuele 10:20-22). Poi, davanti alle manifestazioni di disprezzo di alcuni uomini, rimase semplicemente in silenzio (1Samuele 10:27). Dimostrò dunque di essere un uomo modesto, qualità molto apprezzata da Dio che lo indicò come il prescelto.
Per un certo tempo Saul si comportò come un re capace: governò la nazione seguendo la direttiva divina e guidandola nella lotta contro la dominazione filistea. Ma in seguito la sua modestia svanì. Forse il grande onore che aveva ricevuto lo spinse a prendersi troppo sul serio, commettendo un atto di presunzione dopo l’altro. Un giorno, nell’imminenza di una battaglia decisiva, mentre aspettava il profeta Samuele per offrire un sacrificio a Dio onde ottenerne il favore, poiché questi tardava e temendo che il nemico potesse piombare su di lui mentre non si era assicurato l’aiuto di Dio, presuntuosamente decise di offrire egli stesso il sacrificio. Sebbene le sue intenzioni fossero apparentemente buone, Saul aveva disubbidito al comando di Dio di attendere che fosse Samuele ad offrire il sacrificio. Quando Samuele lo riprese per tale azione, invece di riconoscere il suo errore e pentirsi, Saul scaricò la responsabilità sullo stesso Samuele per il suo ritardo e sul popolo che aveva avuto paura (cfr. 1Samuele 13:10-14).
In un’altra circostanza, Saul fu spinto da Dio a muovere guerra contro gli Amalechiti, i quali si erano rivelati acerrimi nemici del popolo di Israele e più volte l’avevano attaccato mentre tentava di entrare nella Terra Promessa. Anche quando si era stabilito in quel territorio gli Amalechiti non diedero tregua assalendo e saccheggiando ripetutamente il paese di Israele. Arrivò quindi il tempo in cui Dio ‘chiese conto’ agli Amalechiti del loro persistente odio contro il suo popolo, comandando al re Saul di eseguire il suo giudizio contro di loro abbattendoli, distruggendo tutte le loro proprietà e mettendo a morte il loro re Agag. Di nuovo Saul trasgredì al comando di Dio risparmiando il meglio dei loro greggi e delle loro mandrie e anche il loro re. Quando Samuele gli chiese perché non aveva ubbidito alla voce di Dio, Saul rispose: “Ma io ho ubbidito alla voce del Signore, ho compiuto la missione che il Signore mi aveva affidata, ho condotto qui Agag, re di Amalec, e ho votato allo sterminio gli Amalechiti; ma il popolo ha preso, fra il bottino, delle pecore e dei buoi come primizie di ciò che doveva essere sterminato, per farne dei sacrifici al Signore, al tuo Dio, a Ghilgal” (1Samuele 15:20,21 – VR). Ancora una volta aveva disubbidito alle istruzioni di Dio e non ammise le sue responsabilità incolpando il popolo; cercò anche di giustificarsi affermando che in fondo la trasgressione era stata compiuta a fin di bene. Trasgredire e poi giustificarsi era ormai divenuta per Saul una pratica di vita. Lo aveva reso presuntuoso al punto di inibirne la coscienza, così che non era più in grado di comprendere la gravità della disubbidienza alle istruzioni divine.
Fu a questo punto che Samuele gli disse: “Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l’ubbidire alla sua voce? No, l’ubbidire è meglio del sacrificio, dare ascolto vale più che il grasso dei montoni; infatti la ribellione è come il peccato della divinazione, e l’ostinatezza è come l’adorazione degli idoli e degli dèi domestici. Poiché tu hai rigettato la parola del Signore, anch’egli ti rigetta come re” (1Samuele 15:22,23 – VR). Saul perse così l’appoggio del suo Dio. Quando i Filistei si ammassarono di nuovo per attaccare egli cercò invano la guida di Dio ma le sue preghiere restarono inascoltate! Disperato, mostrò ancora quanto si fosse allontanato dalla pura adorazione trasgredendo di nuovo la Legge di Dio consultando una medium spiritica che gli diede solo cattive notizie. Proprio come fanno oggi molti “credenti” davanti alle difficoltà della vita. Anziché rivolgersi alla Parola di Dio per avere una guida consultano oroscopi, ogni altro mezzo di divinazione o persone la cui condotta e i cui insegnamenti sono  in contrasto con le norme divine, esponendosi sempre più all’attacco dei demòni che usano tali mezzi per portare le persone sotto la loro sfera di influenza. Così nella battaglia Saul subì una terribile sconfitta, suo figlio Gionatan venne ucciso ed egli stesso, mortalmente ferito, si suicidò. A quale triste risultato lo portò la disubbidienza alle istruzioni divine e la presunzione di non riconoscere i propri errori!

Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore?
Un proverbio biblico dice: “Il superbo … agisce nell’eccesso dell’insolenza” (Proverbi 21:24 – CEI). Il termine ebraico zadhòhn, che viene tradotto con “superbo” o “presuntuoso”, deriva da una forma verbale usata spesso nelle Sacre Scritture per descrivere l’azione del popolo di Israele nel disubbidire al comando di Dio e procedere senza autorizzazione. Pertanto superbo o presuntuoso può essere definito chiunque dichiara di servire Dio ma tende a farlo di testa propria anziché ubbidire fedelmente alle istruzioni divine. Un atteggiamento superbo, infatti, può portare a pensare di non avere bisogno di guida da parte di nessuno, nemmeno di Dio, alimentando uno spirito di indipendenza dal nostro Creatore che nessuno può permettersi (cfr. Geremia 10:23). L’esempio del re Saul serve come monito a questo riguardo. La sua presunzione lo spinse a comportarsi indipendentemente dalla volontà di Dio. Non volendo aspettare l’arrivo di Samuele, come Dio gli aveva comandato di fare, Saul si sentì autorizzato a offrire egli stesso dei sacrifici (cfr. 1Samule 13:8-14). Inoltre si affidò al proprio giudizio risparmiando il re amalechita Agag e il meglio delle spoglie, mentre il comando di Dio era di votare gli amalechiti alla distruzione (cfr. 1Samuele 15:2,3,8,9). Per il suo comportamento presuntuoso Saul fu rigettato come re (cfr. 1Samuele 15:11,17-23). Chi agisce con presunzione nei confronti di Dio mostra mancanza di rispetto per la sua sovranità alla quale si sottrae disubbidendo alle sue istruzioni. Come si manifesta oggi uno spirito simile? Dio ci parla attraverso la sua Parola scritta dandoci istruzioni su come fare la sua volontà. Se rifiutiamo di seguire le norme e i princìpi scritti nella Parola di Dio per fare di testa nostra o, peggio ancora, per seguire la tradizione di uomini egoisti e ipocriti che hanno apostatato dalla verità, dimostriamo di avere un atteggiamento superbo, uno spirito presuntuoso. Anche se dovessimo pensarla come Saul, che disse “io ho obbedito alla parola del Signore, ho fatto la spedizione che il Signore mi ha ordinato” (1Samuele 15:20 – CEI), la risposta che riceveremo sarà la stessa che ricevette Saul: “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio … perché tu stesso hai rigettato la parola del Signore e il Signore ti ha rigettato” (1Samuele 15:22,26 – CEI). In era cristiana l’apostolo Paolo ribadì questo importante aspetto scrivendo di quelli che si sarebbero comportati allo stesso modo: “hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3 – CEI).
Che lezione per tutti noi! Dio è il Creatore dell’intero universo. Tutto, nei cieli e sulla terra gli appartiene. Cosa mai possiamo dargli noi che siamo come semplice “polvere”? Anche gli animali che gli israeliti offrivano in sacrificio gli appartenevano. Qual’era dunque il reale valore di quei sacrifici? Poiché erano disposti da Dio, ciò che contava veramente era il rispetto delle istruzioni che Dio dava in relazione ad essi. Dunque Saul offriva i sacrifici richiesti ma non lo faceva come Dio voleva, preferiva fare di testa sua. Per di più, orgogliosamente si rifiutava di ammetterlo o ne dava la colpa ad altri. Non si rendeva conto di quanto Dio considera importante che i suoi servitori osservino tutte le sue istruzioni e quanto Egli si addolora quando gli esseri umani non gli ubbidiscono, perché sa bene che le conseguenze derivanti dall’ignorare i suoi comandi possono significare perdere la vita. Che dire allora di noi? Forse anche noi siamo disposti a fare sacrifici in relazione con la nostra fede, ma stiamo facendo proprio quello che Dio richiede da noi o lo serviamo facendo di testa nostra? Come nel caso di Saul anche a noi Dio dice cosa dobbiamo fare, lo ha fatto mettere per iscritto, nella sua Parola. Lì sono riportate le sue istruzioni per noi e tutti siamo invitati ad usarla come “una lampada”, come una guida, che illumina il nostro cammino (cfr. Salmo 119:105 – VR e Di; 118:105 – CEI). Lo stiamo facendo? Ci siamo mai accertati, confrontandolo con ciò che è scritto nella Parola di Dio, se il nostro modo di adorare Dio, le cose che crediamo o che pratichiamo, anche se a volte è fatto di sacrifici, è conforme alle sue istruzioni? Non è che, presuntuosamente e orgogliosamente, facciamo di testa nostra o, ancor peggio, seguiamo la testa di altri, sempre pronti, poi, a scaricare su loro la colpa? Saul perse il favore di Dio e perfino le sue preghiere rimasero inascoltate. Vogliamo correre lo stesso rischio? …
Come successore di Saul sul trono di Israele fu scelto Davide, un giovane della tribù di Giuda, discendente di Boaz e Rut, due persone che accettarono sempre la guida divina, di cui ho parlato nel mio precedente post. Davide era un semplice pastore quando fu scelto per l’incarico di re. Quell’attività esercitò una profonda influenza sul resto della sua vita. Divenne abile nel tirare pietre con la fionda. Questa sua abilità gli fu utile quando affrontò Golia, il gigante campione dei filistei, che egli uccise con un colpo mirato alla testa. Manifestò anche coraggio e prontezza nel cercare di salvare le pecore che si allontanavano dal gregge, senza esitare ad uccidere un orso o un leone quando fu necessario. In tal modo fu pronto quando dovette affrontare con lo stesso coraggio i più numerosi e meglio armati nemici del suo regno, guidando la nazione in numerose battaglie per la difesa del territorio che Dio aveva assegnato ad Israele. Nelle lunghe ore di solitudine passate a sorvegliare il gregge sviluppò anche un animo di poeta e musicista che gli permise in seguito di comporre diversi cantici, dei veri capolavori dedicati all’adorazione e alla lode di Dio. Molti di questi canti sono parte integrale del testo biblico costituendone circa il 10%. Tuttavia, nonostante tutte le sue buone qualità, anche Davide non rimase immune dal peccare. E i suoi errori costituirono delle gravi violazioni della Legge di Dio.
Uno degli episodi più tristi che lo vide protagonista accadde mentre la nazione era impegnata in guerra contro gli Ammoniti. Un giorno, mentre passeggiava sulla terrazza del suo palazzo notò una bella donna che stava facendo il bagno. Anziché distogliere immediatamente il suo sguardo, Davide si soffermò su quella scena così che diede inizio a quel meccanismo che, secondo le Scritture, conduce al peccato. Volendo spiegarlo, il discepolo Giacomo scrisse: “ciascuno … è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Giacomo 1:14,15 – CEI). Non dovremmo mai dimenticare queste parole: quando un desiderio errato passa per la nostra mente dovremmo immediatamente distoglierci da esso, perché se ci soffermiamo a coltivarlo, rischia di trasformarsi in “concupiscenza”, cioè in un “desiderio intenso e smodato” al quale è difficile resistere, finché ci spinge ad ottenere ad ogni costo, anche peccando, l’oggetto del desiderio. Questo è quello che accadde a Davide. Continuando a guardare fu preso dal desiderio di possedere quella donna, il cui nome era Betsabea, finché chiese informazioni su di lei. Saputo che era sposata e che il marito, Uria, era impegnato in guerra, la fece condurre nel suo palazzo ed ebbe rapporti con lei. Betsabea rimase incinta. Per porre rimedio al suo peccato Davide mandò subito a richiamare Uria dal fronte con la speranza che passasse la notte con la moglie. Ma benché Davide lo facesse ubriacare, Uria rifiutò di dormire con Betsabea. Egli infatti non ritenne opportuno dedicarsi al proprio piacere personale mentre tutto il popolo era impegnato in una guerra santa. Disperato, Davide lo rimandò al fronte ordinando in segreto al comandante Gioab di metterlo in prima linea, dove sarebbe stato sicuramente ucciso. Le cose andarono proprio così. Uria morì in combattimento, la vedova osservò il consueto periodo di lutto e Davide la sposò prima che la gente si accorgesse che era incinta (cfr. 2Samuele 11:1-27).
Ma quell’azione, sebbene nascosta agli uomini, non era passata inosservata agli occhi di Dio che mandò il suo profeta Natan a smascherare Davide. Da questo episodio possiamo imparare la grandezza, l’empatia e la tenera cura che Dio ha per i suoi servitori, anche quando sbagliano. Se nessuno avesse parlato a Davide ed egli avesse continuato a tacere, può darsi che si sarebbe incallito nella condotta peccaminosa. Natan abilmente fece riferimento al passato di Davide come pastore e gli disse: “C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa”. Il “pastore” Davide subito schizzò in piedi e in un lampo d’ira disse: “Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte” (2Samuele 12:5 – VR). Ora che Davide era consapevole dell’efferatezza di quell’azione e delle sue gravi conseguenze Natan gli disse “Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell’altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l’Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon” (2Samuele 12:1-9 – VR).
Davide dunque, come egli stesso aveva sentenziato, meritava la morte. Come reagì? Scaricò la sua colpa su altri, come faceva Saul, forse su Betsabea che si era messa a fare il bagno dove poteva esser vista sottoponendolo a tentazione? Il racconto dice: “Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore»” (2Samuele 12:13 – VR). Non cercò scuse né tentò di nascondere ciò che aveva fatto ma onestamente ammise la sua responsabilità e conscio di dover rendere conto a Dio, disse ancora: “riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Continuate a leggere questo Salmo, il 51 (VR e Di; Salmo 50 – CEI) e vi renderete conto della differenza tra la sua reazione contrita e quella del presuntuoso Saul. Davide non fu indifferente al proprio reato né si preoccupò per la punizione. Si mostrò profondamente dispiaciuto di essersi lasciato sopraffare dal suo desiderio peccaminoso. Si rese anche conto che qualcosa nel suo cuore non aveva funzionato perciò umilmente chiese: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Salmo 50:12 – CEI; 51:10 – VR e Di). Non lasciò che il suo cuore si incallisse al male ma immediatamente corresse la cattiva tendenza. Infine fu disposto ad accettare le conseguenze del suo peccato riconoscendo che qualsiasi cosa Dio avrebbe deciso di fare, il suo giudizio sarebbe stato giusto.

ciascuno … è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce”
Poco prima di morire il re Davide raccomandò al figlio Salomone: “figlio mio, riconosci il Dio di tuo padre, servilo con cuore perfetto e con animo volenteroso, perché il Signore scruta i cuori e penetra ogni intimo pensiero” (1Cronache 28:9). Dai suoi errori aveva imparato che il cuore ha un ruolo fondamentale nella nostra relazione con Dio. Il cuore è la sede dei nostri motivi (cfr. Esodo 35:21). Qui possiamo custodirvi sentimenti buoni o cattivi. Gesù disse: “L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male” (Luca 6:45 – CEI). Dunque sono i motivi del nostro cuore che ci spingono a comportarci bene o male secondo il punto di vista di Dio. Quando commise adulterio con Betsabea, Davide si rese conto che qualcosa nel suo cuore non aveva funzionato. C’è, infatti, da chiedersi come un uomo che amava la giustizia potesse commettere adulterio e diventare un assassino. I semi di quel peccato furono di certo piantati gradualmente. Come mai egli non era a sostenere i suoi uomini nella campagna militare contro i nemici di Dio e se stava invece tranquillo e beato nel suo palazzo, dove gli echi della guerra erano troppo lontani per indurlo a scacciare dalla mente il desiderio errato di avere rapporti con la moglie di un fedele soldato? Il re di Israele doveva farsi una copia della Legge e leggerla ogni giorno “per imparare a temere il Signore suo Dio, a osservare tutte le parole di questa legge e tutti questi statuti, perché il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi” (Deuteronomio 17:18-20 – CEI). Probabilmente quando commise quei gravi peccati Davide non stava seguendo questo comando per cui il suo cuore era divenuto pieno di “concupiscenza”, cioè di un “desiderio intenso e smodato” di avere qualcosa che era sbagliata agli occhi di Dio che egli non ebbe la forza di dominare. Vedendo la bella Betsabea fare il bagno anziché andarsene all’istante e cancellarne il ricordo, lasciò che un illecito desiderio sessuale mettesse radice nel suo cuore. Cedendo alla tentazione diede inizio alla reazione a catena che lo portò al peccato (cfr. Giacomo 1:14,15). Quando venne ripreso da Natan, rendendosi conto di come era potuto arrivare a commettere sì gravi errori, chiese a Dio di aiutarlo a rinnovare il suo spirito per avere un “cuore puro”. Per qualche motivo può capitare anche a chiunque di noi di avere nel cuore desideri sbagliati che possono portarci a violare la legge di Dio. Come nel caso di Davide, Dio viene in nostro soccorso, prima che il nostro cuore si incallisca nel peccato. Come? L’apostolo cristiano Paolo scrisse: “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4:12 – CEI). Dio ci ha fornito la sua Parola scritta, dove sono narrate esperienze come quelle di Davide e Betsabea, per aiutarci a riflettere sui motivi del nostro cuore. La conoscenza delle norme che vi ha fatto scrivere, delle verità in essa dichiarate, degli esempi pratici in essa riportati, può aiutarci a riconoscere le macchinazioni del Diavolo per spingerci a peccare e a resistere alla tentazione di fare cose sbagliate o, nel malaugurato caso in cui cadiamo in errore, come il re Davide, per spingerci a riconoscere umilmente i nostri errori e a desiderare di avere di nuovo un “cuore puro” al cospetto di Dio. Sebbene il peccato di Davide e Betsabea fosse contemplato nella Legge, che ne prevedeva anche la pena, Dio non permise che i due trasgressori fossero giudicati dagli anziani di Israele poiché, applicando alla lettera quella Legge, certamente li avrebbero condannati a morte. Trattò lui stesso, in prima persona, il caso. Perché? Solo Dio poteva fare ciò che gli uomini non avrebbero potuto fare: leggere nel cuore dei due rei. Ed egli vi lesse un sincero pentimento in base al quale accordò loro la sua misericordia. Questo fatto avvalora ancora di più l’importanza di prestare attenzione ai motivi del nostro cuore confrontandoli con ciò ch’è dichiarato nella Parola di Dio.
Dio perdonò Davide perché tenne conto del suo sincero pentimento e del suo desiderio di continuare a fare la sua volontà dandogli questa assicurazione: “ti istruirò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò gli occhi su di te” (Salmo 32:8 – VR e Di; 31:8 – CEI). Gli diede più perspicacia e la capacità di vedere oltre le apparenze così di metterlo in grado di valutare meglio le conseguenze delle sue azioni e il loro effetto su altri, e quindi di agire giudiziosamente. Nonostante i suoi errori, Davide non fece del peccato una pratica di vita, fu sempre disposto a riconoscere le sue mancanze e a cambiare il suo modo di pensare e di comportarsi.
Che lezione per tutti noi! Può capitare a tutti di sbagliare e di commettere anche gravi violazioni della legge divina. Siamo quotidianamente bombardati da una propaganda che mira a spingerci a fare il male. Riconoscendo i nostri errori e dando prova di sincero pentimento possiamo ottenere e mantenere una buona relazione con Dio, che è il bene più prezioso che possiamo avere! C’è da notare, però, che il sincero pentimento è sempre seguito da un cambiamento di condotta! Questo vale in qualsiasi campo: dottrinale, se ci rendiamo conto di seguire insegnamenti e pratiche errate come, ad esempio, quelle che hanno a che fare con l’idolatria (culto e venerazione di creature e di loro immagini) o con lo spiritismo (culto dei morti), insegnamenti e pratiche che hanno diffamato il nome di Dio, non dovremmo temere di riconoscerlo, ammetterlo a noi stessi e a Dio e umilmente chiedergli di darci maggiore conoscenza, perspicacia e intendimento al fine di smettere di credere e praticare la falsità. Soprattutto vale per la condotta personale. La morale di questo mondo riflette sempre di più lo spirito ribelle e trasgressore del suo vero governante: Satana il Diavolo! (cfr. Giovanni 12:31; 1Giovanni 5:19). L’intero sistema mondiale è permeato da avidità e immoralità così che la coscienza collettiva dell’umanità è stata “bollata a fuoco” e resa insensibile alle norme morali dettate dal suo Creatore. L’aumento della disonestà, del ladrocinio, dei rapporti sessuali promiscui, di pratiche sessuali degenerate, la disgregazione dei rapporti sociali e umani ne sono la triste conseguenza. Seguendo questo spirito anche noi possiamo aver infranto le leggi divine. Cosa faremo? Chi imiteremo? Il presuntuoso Saul che mai riconobbe i suoi errori e si intestardì nel nasconderli o giustificarli? … o l’umile Davide che così pregò: “Lavami da tutte le mie iniquità e purificami dal mio peccato; poiché riconosco le mie colpe, il mio peccato è sempre davanti a me … O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo”?
Nonostante i suoi errori, Dio disse di Davide “è un uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22 – CEI). Perciò Davide viene annoverato fra i numerosi testimoni di Dio che manifestarono una fede straordinaria (cfr. Ebrei 11:32). E qui vorrei fare un ultima annotazione che può aiutare molti a riflettere seriamente anche sulla propria speranza. Nel suo discorso del giorno di Pentecoste del 33 A.D., l’apostolo Pietro disse: “Davide non è salito in cielo” (Atti 2:34 – Di). Non vi sembra strano che un uomo così approvato da Dio (che la Chiesa venera addirittura come suo “santo”, commemorandolo come tale il 29 dicembre), da essere indicato nelle Sacre Scritture perfino come una figura profetica di Cristo Gesù, non è andato in cielo, dove invece molti semplici “credenti” sperano di andare alla loro morte? Come tutti coloro che si sono addormentati nella morte prima della venuta di Gesù e come la grande maggioranza del genere umano vissuto dopo Cristo, Davide si trova nello Sceol (greco Ades), cioè nella tomba in un completo stato di incoscienza (cfr. Ecclesiaste 9:5-10). Questa è la vera, attuale condizione di tutti i morti del genere umano. Come tutti anche Davide è  lì in attesa del giorno stabilito da Dio per la risurrezione dei morti, per essere riportato in vita e poter ricevere il premio promesso a tutti coloro che fedelmente hanno cercato di servire Dio mentre erano in vita non secondo la propria testa, come fece Saul, ma seguendo la sua dichiarata volontà, cioè la vita eterna su una terra restaurata in un paradiso! (cfr. Salmo 37:29 – VR e Di; 36:29 – CEI)

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2 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – III

  1. Regina Resta ha detto:

    Da riflettere con molta calma.

  2. gianluca marino ha detto:

    bellissimo studio complimenti Dio vi benedica.

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