PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – IV

“SE QUALCUNO VUOL VENIRE DIETRO A ME RINNEGHI SE STESSO … E MI SEGUA”

Matteo 16:24

Anteprima
Cosa significa “rinnegare se stessi”? La parola greca così tradotta, aparnèsasthò, indica che si è disposti a dire di no ai desideri egoistici o alle comodità personali. Rinnegare se stessi non vuol dire solo rinunciare occasionalmente a certi piaceri e neppure diventare asceti o autolesionisti. Come spiegò l’apostolo Paolo, significa che “non apparteniamo più a noi stessi” nel senso che cediamo spontaneamente a Dio la nostra intera vita e tutto ciò che essa abbraccia (1 Corinti 6:19,20). Il fulcro della nostra vita diventa il fare la volontà di Dio e non soddisfare noi stessi, anche quando questo va contro le nostre inclinazioni imperfette. Oggi centinaia di milioni di persone pensano di aver accettato l’invito di Cristo a seguirlo e amano definirsi “cristiani”. Magari seguono la religione dei loro genitori oppure dicono di sentirsi emotivamente legati a Gesù e di accettarlo come loro Salvatore. Ma basta questo per essere veri seguaci di Cristo? È questo che Gesù aveva in mente quando ci ha invitati a diventare suoi seguaci? Riflettiamo … qual è la condizione morale e sociale dei paesi dove prevalgono i cosiddetti “cristiani” come, ad esempio, il nostro? Non sono forse pieni di odio, oppressione, criminalità e ingiustizie come in tutto il resto del mondo? Dimostrano in tal modo di essere veri seguaci di Cristo? Gesù disse che i suoi veri seguaci si sarebbero riconosciuti non dalle parole o da come si sarebbero fatti chiamare ma, soprattutto, da come si sarebbero comportati. Il discepolo e fratello di Gesù, Giacomo, spiegò qual’era il motivo che spingeva gli uomini ad essere così ipocriti nel dichiararsi discepoli di Cristo, scrivendo: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri” (Giacomo 4:1-3 – CEI). Si, se si permette che la ricerca dei piaceri personali prenda il sopravvento nella propria vita, si rischia seriamente di perdere l’apprezzamento per le cose spirituali e, conseguentemente, l’approvazione di Dio. Questo, purtroppo, è quello che in effetti è accaduto a molti che si dichiarano “cristiani”, con il tacito consenso, e perfino con il pessimo esempio, delle rispettive chiese di appartenenza e del loro clero. La Parola di Dio contiene diversi esempi ammonitori di persone che hanno dimostrato con le loro azioni quanto era importante nella loro vita fare la volontà di Dio e, in contrasto, di gente che, pur avendo l’opportunità di coltivare una buona relazione con Dio, ha mostrato con le proprie azioni di disprezzare tale grande privilegio. Uno di questi è dato dalla storia di due fratelli gemelli, cresciuti nello stesso ambiente eppure manifestarono un attitudine diversa: Giacobbe e suo fratello Esaù.

Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?

Circa 2.000 anni fa una persona molto rispettata nella sua comunità, un uomo giovane, ricco e potente, qualità che di solito gli esseri umani desiderano e perfino invidiano, mentre Gesù usciva per la via “gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?»”. Quell’uomo era talmente ansioso di parlare con Gesù da corrergli incontro e quando lo raggiunse si inginocchiò rispettosamente davanti a lui dimostrando di avere una certa umiltà e di rendersi conto del proprio bisogno spirituale. Gesù fu colpito dall’azione di quel giovane e l’apprezzò molto, tanto che il racconto dice: “fissatolo, lo amò”. Quindi, riferendosi a ciò che era già scritto nella Parola di Dio, gli spiegò cosa doveva fare per ottenere la vita eterna dicendogli: “Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”. Come certamente saprete, questi sono alcuni dei dieci comandamenti dati da Dio alla nazione di Israele al monte Sinai (cfr. Esodo 20:1-17). Quando quel giovane affermò di osservare fedelmente la Legge mosaica, Gesù con la sua straordinaria perspicacia capì che c’era dell’altro da considerare: quell’uomo aveva un problema spirituale, un problema molto serio. Perciò gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Marco 10:17-21 – CEI).
Gesù stava forse dicendo che per servire Dio occorre essere nullatenenti? Certamente no! Egli non chiese mai ai suoi seguaci di rinunciare a ogni possedimento. Infatti alcuni ricchi diventarono suoi seguaci e, anche se ricevettero consigli specifici, non fu mai chiesto loro di donare tutti i loro averi ai poveri (cfr. 1 Timoteo 6:17). Per fargli capire che cosa gli mancava, Gesù offrì all’uomo una straordinaria opportunità. Gli disse: “vieni e seguimi”. Pensate: il Figlio dell’Iddio Altissimo, il futuro Re dell’intera terra, invitava l’uomo che gli stava di fronte a seguirlo. Inoltre gli prometteva una ricompensa inimmaginabile: “avrai un tesoro in cielo”. Quel giovane ricco colse forse l’occasione, accettando quello splendido invito? Leggiamo: “egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Marco 19:22 – CEI). Le parole di Gesù rivelarono che nel cuore di quell’uomo c’era un problema: era troppo attaccato ai suoi possedimenti e, senza dubbio, al potere e al prestigio che ne conseguivano. Purtroppo l’amore per queste cose superava di gran lunga l’amore per Cristo. La “cosa” che gli mancava era dunque il sincero, altruistico amore per Gesù e per il suo Padre celeste. Mancando di tale amore il giovane declinò l’invito più importante che gli fosse mai capitato nella vita.
Lo scarso apprezzamento per i privilegi e le opportunità che Dio offre alle sue creature umane non è una sorpresa per chi è a conoscenza dell’ispirata Parola di Dio. Essa contiene diversi esempi di persone che, cercando di appagare i propri desideri e dedicandosi alla ricerca dei piaceri o anche per avere più libertà di fare come gli pare, hanno rinunciato a compiere la volontà di Dio. Questi esempi sono stati scritti per nostro monito, poiché stiamo vivendo un periodo cruciale della storia dell’uomo; la profezia e la cronologia biblica mostrano che viviamo quelli che la Parola di Dio definisce “gli ultimi tempi” o gli “ultimi giorni” del corrotto sistema politico, economico e religioso che Satana il Diavolo ha instaurato sulla terra. Descrivendo la generale attitudine degli uomini in questi tempi la Scrittura dice che molti sarebbero stati “amanti di se stessi”, “avidi di denaro”, “amanti dei piaceri invece che amanti di Dio” (2Timoteo 3:1-4, Di).  In contrasto, però, anche se per una minoranza di persone, ci sarebbe stato l’atteggiamento opposto di chi è disposto a fare veramente quello che raccomandò Gesù, cioè di “rinnegare se stessi”. Cosa significa? L’apostolo Paolo lo spiegò dicendo: “quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Corinzi 5:15 – CEI). In altre parole tali persone tengono a freno i propri desideri personali e fanno del compimento della volontà di Dio l’interesse principale della propria vita. Spiegando ulteriormente questo importante caratteristica dei veri cristiani l’apostolo ne chiarì anche il motivo, dicendo: “è poco il tempo che ci rimane. Perciò, da ora in poi … quelli che usano i beni di questo mondo [vivano] come se non se ne servissero. Perché questo mondo, così com’è, non durerà più a lungo” (1Corinzi 7:29-31 – TILC). La fine del sistema satanico che domina sulla terra è sempre più vicina, “è poco il tempo che ci rimane”, perciò è della massima importanza avere la giusta veduta di questi due opposti atteggiamenti poiché Gesù Cristo disse: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16:25,26 – CEI).
Circa 4.000 anni fa, per l’esattezza nel 1858 a.C., ad una donna di nome Rebecca, nuora del patriarca Abramo, capostipite della nazione di Israele, di cui aveva sposato il figlio Isacco, nacquero due gemelli ai quali furono imposti i nomi di Esaù, al primo nato, e Giacobbe, al secondo. La Parola di Dio rivela un particolare curioso riguardo alla gestazione dei due nascituri, dice: “i bambini si spingevano l’un l’altro nel suo grembo”, praticamente contendevano tra di loro. Interrogato da Rebecca su quello strano fenomeno, Dio le rivelò il significato profetico dicendole: “Due nazioni sono nel tuo grembo, e due popoli separati usciranno dalle tue viscere. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore” (Genesi 25:22,23 – Di). Dio dimostrò così la sua capacità di individuare le tendenze genetiche del nascituro e di esercitare la preconoscenza e il diritto di decidere in anticipo chi scegliere per i suoi propositi, senza per questo determinare in alcun modo il destino finale dei singoli (cfr. Romani 9:10-12).
Per inciso, questo episodio dimostra che Dio considera la vita umana fin dal suo concepimento e non solo dal momento della nascita. Il re Davide confermò questo fatto scrivendo: “tu hai formato le mie interiora, tu mi hai intessuto nel grembo di mia madre … Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui formato in segreto … I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano già scritti tutti i giorni che erano stati fissati per me, anche se nessuno di essi esisteva ancora” (Salmo 139:13-16, VR e Di; 138;13-16, CEI). Agli occhi di Dio la vita è sacra, e lo è fin dal suo concepimento. Perciò la soppressione della vita, anche in fase fetale, come avviene con l’aborto procurato deliberatamente, è considerato da Dio un atto criminoso (cfr. Esodo 21:22-25). La diffusione di tale pratica nei nostri giorni rientra nelle parole profetiche che descrivono gli uomini “amanti dei piaceri invece che amanti di Dio”, essendo essi inclini a metter da parte la legge di Dio a vantaggio di una più libera moralità e dell’appagamento dei piaceri personali senza tener conto delle responsabilità o delle conseguenze.
Tornando ai due gemelli, Esaù e Giacobbe, il primo diventò un abile e avventuroso cacciatore, “un uomo di campagna” ed era molto amato dal padre, perché “la cacciagione era di suo gusto”. Il secondo era un ragazzo tranquillo, pacifico e fidato, ed era il figlio particolarmente amato dalla madre (cfr. Genesi 25:27,28 – VR). Entrambi i ragazzi certamente avevano sentito raccontare dal nonno Abramo del patto che Dio aveva fatto con lui, vincolato da un giuramento, per la benedizione di tutte le nazioni della terra (cfr. Genesi 22:15-18). Pertanto sapevano entrambi che la loro famiglia avrebbe avuto un ruolo speciale nel proposito di Dio ma, mentre Giacobbe si interessava all’adempimento di quella promessa prendendosi cura di tutto ciò che riguardava la famiglia, Esaù era totalmente preso dalla sua attività di cacciatore interessandosi poco della sua eredità spirituale. Lo dimostrò il giorno in cui, tornato stanco e affamato dai campi, trovò il fratello che stava cucinando una minestra e glie ne chiese anche per se. Giacobbe si dimostrò disponibile a dargliela a patto che egli gli vendesse la sua primogenitura. Il colloquio tra i due fratelli si svolse in questi termini:
Esaù sopraggiunse dai campi, tutto stanco … disse a Giacobbe: «Dammi per favore da mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché sono stanco» … Giacobbe gli rispose: «Vendimi prima di tutto la tua primogenitura». Esaù disse: «Ecco, io sto morendo; a che mi serve la primogenitura?» Giacobbe disse: «Prima, giuramelo». Esaù glielo giurò e vendette la sua primogenitura a Giacobbe. Allora Giacobbe diede a Esaù del pane e della minestra di lenticchie. Egli mangiò e bevve; poi si alzò, e se ne andò. Fu in questo modo che Esaù disprezzò la primogenitura” (Genesi 25:30-34, VR).
Non avendo nessun apprezzamento per le cose sacre, cioè per la promessa fatta da Dio a suo nonno Abramo riguardo al Seme per mezzo del quale tutte le nazioni della terra si sarebbero benedette, impulsivamente Esaù cedette con un giuramento i suoi diritti di primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie e del pane (cfr. Genesi 22:15-18). Disprezzando così la primogenitura, considerandola di ben poco valore, Esaù manifestò una mentalità carnale, materialistica e completa mancanza di fede nelle promesse divine. Forse sarà stato anche scoraggiato dalle conseguenze che avrebbe dovuto subire prima dell’adempimento di quella promessa, poiché Dio aveva anche detto ad Abramo: “sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni” (Genesi 15:13 – CEI). Questa straordinaria profezia si adempì dal 1913 a.C., allorché il figlio della promessa, Isacco, già “residente forestiero” in un paese non suo, cominciò a subire la predetta oppressione essendo schernito da Ismaele, l’altro figlio di Abramo e della sua schiava egiziana Agar, al 1513 a.C., quando la nazione discendente da Isacco fu liberata dalla schiavitù egiziana (cfr. Genesi 21:8-13;  Galati 4:28-31).

“Non vi sia nessuno … come Esaù, che in cambio di una sola pietanza vendette la sua primogenitura”
Nella società patriarcale, in cui la storia di Giacobbe ed Esaù è ambientata, alla morte del padre il figlio maggiore diventava capofamiglia ed esercitava autorità sugli altri finché rimanevano in seno alla famiglia. Egli doveva prendersi cura di tutti i componenti della famiglia paterna di cui prendeva la rappresentanza, non solo di fronte agli uomini, ma soprattutto dinnanzi a Dio e tra i suoi compiti c’era anche quello di rendere conto degli errori commessi dai familiari e punire i colpevoli. Tale ruolo era talmente importante che venne regolamentato dalla Legge che Dio diede a Israele. Al figlio primogenito spettavano due parti dell’eredità paterna. Tale diritto, però, non era così fermamente vincolato al figlio primogenito. Esso poteva, per qualche ragione, essere trasferito a un altro figlio, come avvenne nel caso di Esaù e Giacobbe. Quest’ultimo non usurpò affatto l’eredità del fratello poiché acquistò legalmente la primogenitura da Esaù che, affamato e privo di apprezzamento, gliela vendette in cambio di un misero pasto. Esaù, con la sua mentalità egotista e materialista non si dimostrò degno del privilegio di ereditare la benedizione promessa da Dio a suo nonno Abramo mentre Giacobbe fu disposto a sopportare ogni sacrificio per ottenere il favore divino. Qui c’è una importante lezione per tutti noi: Dio non elargisce benedizioni a quelli che si autoreferenziano e pensano di avervi diritto, ma mostra benignità a coloro che Egli stesso sceglie in base all’attitudine fattiva che essi mostrano di avere nei riguardi della sua volontà. Per questo la primogenitura andò a Giacobbe, non al fratello maggiore che non l’apprezzava. Nei secoli successivi gli eredi di Giacobbe dovettero imparare questa stessa lezione. Gli israeliti, seppur discendenti di Giacobbe (il cui nome era stato da Dio cambiato in Israele dopo che egli lottò con un angelo per ottenere una benedizione) quando manifestarono lo stesso atteggiamento di Esaù furono sostituiti come popolo privilegiato da Dio con quello che la Parola di Dio stessa definisce l’ “Israele di Dio”, cioè da una nuova nazione composta non più dai discendenti naturali di Abramo, Isacco e Giacobbe, ma da persone di ogni nazione della terra che mostravano singolarmente di apprezzare le cose spirituali e di voler sottomettersi alla volontà di Dio (cfr. Isaia 26:2; Matteo 21:43; Romani 6:16-24; Galati 6:16). Queste persone dimostrano il loro apprezzamento accettando l’invito di Cristo di “rinnegare se stessi”, che significa mettere da parte i propri piaceri personali per “seguirlo di continuo”, cioè per vivere ogni giorno secondo il modello di vita e gli insegnamenti di Gesù, anche se questo comporta dei sacrifici. Pertanto, oggi una buona relazione con Dio e la sua approvazione non si ottiene senza impegno e neppure perché si nasce in un ambiente o in una famiglia che si dichiara “cristiana”. Tutti quelli che desiderano le benedizioni di Dio devono sforzarsi singolarmente di avere una condotta corretta, nel pieno rispetto delle norme divine e devono mostrare di apprezzare veramente le cose spirituali mettendole al di sopra dei propri interessi personali. La Parola di Dio dice che è in serbo per tutti una meravigliosa eredità, una ricompensa: la vita eterna in un nuovo sistema che, sotto la guida di Cristo Gesù, porterà condizioni di pace e di giustizia su tutta la terra. Oggi non dobbiamo più guardare tanto lontano, come fecero i fedeli uomini e donne dell’antichità (cfr. Ebrei 11:13), perché siamo alla soglia dell’adempimento delle promesse divine. Per evitare il pericolo di disprezzare l’eredità, di disdegnarla e perderla è necessario prestare costante attenzione per tenere al giusto posto l’amore verso tale eredità, perché dev’essere non solo nella nostra mente ma anche nel nostro cuore.
Pur avendo venduto la sua primogenitura con un giuramento, Esaù tentò lo stesso di farsi benedire dal padre, ormai in punto di morte, come primogenito. Memore di quanto Dio gli aveva detto prima della nascita dei due gemelli, la madre, Rebecca, intervenne esortando Giacobbe a presentarsi al padre al posto di Esaù e ottenere così la benedizione che gli spettava di diritto. Quando Esaù lo seppe, “dette in un grido forte ed amarissimo” (Genesi 27:34 – VR). Esaù non si rammaricò della disposizione d’animo poco spirituale che lo aveva spinto a disprezzare i suoi diritti di primogenito. No, si rammaricò dei benefici che aveva perduti a causa della sua condotta. Con grande ardore, ma per un motivo egoistico, chiese a suo padre una benedizione, tuttavia neanche le lacrime indussero Isacco a un ripensamento, facendogli revocare la benedizione che aveva pronunciato su Giacobbe. Evidentemente Isacco riconobbe che c’era stata la guida di Dio al riguardo e pronunciò su Esaù questa profezia: “lungi dalle terre grasse sarà la tua sede e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto. Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo” (Genesi 27:39 – CEI). Come Caino, anche Esaù iniziò a covare rancore verso il fratello aspettando che si presentasse l’occasione per ucciderlo (cfr. Genesi 27:41). Ma, ancora sotto la guida divina, la madre Rebecca intervenne e allontanò Giacobbe con una scusa, inviandolo dallo zio e fratello di lei Labano a cercarsi una moglie tra le giovani timorate di Dio, al contrario del fratello che, incurante di mantenere una buona relazione con Dio, aveva preso come mogli due donne pagane. La personalità di Esaù indica chiaramente che la scelta di Giacobbe come uno degli antenati del Seme promesso, il futuro Messia, non fu una scelta arbitraria né un irragionevole favoritismo da parte di Dio. La mancanza di apprezzamento per le cose spirituali, insieme alla forte tendenza a soddisfare i desideri carnali, resero Esaù non idoneo per essere un antenato diretto del Messia.
Questa sua attitudine si riflettè su tutta la sua discendenza. Mentre Giacobbe era assente egli concentrò i suoi interessi nel paese di Seir, a sud-est di Ebron dove Abramo aveva preso a dimorare dopo aver lasciato la città natale di Ur in Caldea. Per questo motivo Seir venne anche chiamato “il campo di Edom” (Edom, che significa “rosso”, era il soprannome dato ad Esaù perché alla sua nascita aveva un colorito molto rosso). Seir includeva le alture del Negheb, una zona desertica, pertanto era carente di suolo fertile. Esaù vi si trasferì con la sua famiglia e 400 uomini armati che aveva al suo comando con i quali conquistò il paese sottomettendone gli abitanti. Così iniziò ad adempiersi la profezia pronunciata dal padre Isacco: lontano dalle “terre grasse”, le fertili terre di Ebron, Esaù incominciò a “vivere della sua spada”. Gli edomiti, suoi discendenti, erano fondamentalmente semiti, ma con un forte ceppo camitico. Questo era dovuto al fatto che due delle mogli di Esaù erano cananee di origine camitica (una ittita e una ivvea). Queste mogli pagane, che erano state fonte di amarezza di spirito per Isacco e Rebecca (cfr. Genesi 26:35), certamente contribuirono ad educare la loro discendenza con lo stesso disprezzo per le cose spirituali. Infatti, sebbene Dio comandasse ai discendenti di Giacobbe di mostrare riguardo per la loro parentela carnale con gli edomiti, dicendo loro “non detesterai l’Idumeo, poiché egli è tuo fratello” (Deuteronomio 23:7 – VR), gli edomiti non tennero in nessuna considerazione tale legame fraterno trattando la nazione consorella come un vero nemico. Fu una tribù edomita, gli amalechiti, a lanciare il primo ingiustificato attacco contro gli israeliti dopo che questi furono usciti dall’Egitto al comando di Mosè (cfr. Esodo 17:8-16). Poi, quando Mosè chiese loro rispettosamente di lasciar passare gli israeliti attraverso Edom lungo la strada regia, incontrò una tenace opposizione. Per due volte gli edomiti negarono il permesso, minacciando di fermare gli israeliti con la forza delle armi. Nei secoli successivi gli edomiti colsero ogni occasione per attaccare Israele finché il re Davide li sconfisse e li sottomise stanziando guarnigioni di soldati israeliti in tutta Edom; così, come era stato profetizzato, essi “servirono il proprio fratello” (cfr. 2Samuele 8:14; 1Cronache 18:13). Quando, verso la fine del VII secolo a.C., i babilonesi conquistarono il regno di Giuda, essi si rallegrarono del disastro della nazione consorella, presero parte al saccheggio e addirittura consegnarono ai babilonesi i giudei che erano riusciti a sfuggire. Infine “si scossero e spezzarono il giogo dal loro collo” quando un discendente di Esaù, Erode il Grande, nel 37 a.C. attaccò Gerusalemme, la catturò e regnò in qualità di governante nominato da Roma. Questi fu lo stesso Erode che poi comandò di uccidere tutti i bambini fino ai due anni nel tentativo di uccidere il neonato Gesù, il Seme promesso, il Messia! Per tutti questi motivi Dio decretò: “non rimarrà più nulla della casa di Esaù” (Abdia 18 – VR). E in effetti gli edomiti come popolo sono completamente scomparsi. Tutto questo spiega il senso delle parole di Dio riportate in Esodo 20:5, allorché disse: “punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano” (VR). L’errore, o la cattiva attitudine di una persona può avere dei riflessi e delle conseguenze che si ripercuotono sui suoi figli o sui suoi discendenti inclini a manifestare la stessa personalità. Questo dovrebbe renderci maggiormente responsabili nel valutare se effettivamente noi ci stiamo comportando come persone che fanno della volontà di Dio la priorità della propria vita (cfr. Matteo 6:33) o se cerchiamo di soddisfare prima i nostri piaceri personali. Non solo è in gioco la nostra vita ma anche quella dei nostri parenti più stretti. Questo, inoltre, fa capire al di là d’ogni dubbio che Dio non lascia impunito il disprezzo intenzionale per la sua volontà e il suo proposito e che quelli che persistono in atteggiamenti e azioni contrari alle sue vie non sfuggiranno al giudizio avverso. Pertanto sono veramente saggi quelli che vivono in armonia con la sua Parola poiché, come scrisse l’ispirato apostolo Giovanni, “il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Giovanni 2:17).
Ma che dire di Giacobbe? Forse qualcuno potrà pensare che fosse solo un opportunista che approfittò delle circostanze per carpire i diritti di primogenitura del fratello per meri fini egoistici e materialistici. Ma diversi episodi della sua vita dimostrano che ciò che egli aveva veramente a cuore era la promessa del patto fatta a suo nonno Abramo e la cura degli interessi della famiglia che Dio aveva designato come erede di quella promessa. Innanzitutto c’è da considerare che dopo aver ottenuto la benedizione come primogenito da parte di Isacco egli lasciò la casa non assumendo la responsabilità della proprietà familiare né mai pretese la porzione doppia di eredità che, quale primogenito, gli spettava. Anzi, quando rientrò a casa, saputo che Esaù gli stava venendo incontro con i suoi 400 uomini armati, temendo di doversi scontrare con lui, dopo essersi rivolto a Dio in preghiera per avere consiglio e protezione ricordandogli proprio la promessa fatta ad Abramo, mandò davanti a sé un generoso dono di oltre 550 capi di bestiame (cfr. Genesi 32:9-13). Quindi, scorto Esaù, umilmente “si inchinò fino a terra sette volte, finché si fu avvicinato a suo fratello”. Esaù stesso fu colpito da quel gesto tanto che “gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero”. Esaù in un primo momento rifiutò di accettare i capi di bestiame offertigli in dono dal fratello dicendo che aveva già abbastanza di suo, ma Giacobbe insistette perché egli accettasse il dono dicendogli: “accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito. Accetta il mio dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto”. Così, infine, Esaù accettò il dono (Genesi 33:3-11 – CEI).
Ma prima che avvenisse quell’incontro, si verificò un episodio molto insolito. Il racconto dice: “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe». Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto» … E lo benedisse lì” (Genesi 32:24-30 – VR). Qui è rivelata la grande differenza fra l’attitudine di Giacobbe e quella di Esaù verso l’eredità spirituale provveduta da Dio. Mentre Esaù non volle soffrire nemmeno un po’ la fame per la primogenitura, Giacobbe lottò tutta la notte con un angelo di Dio che si era materializzato come uomo. Giacobbe fece questo per ottenere una parola di benedizione da Dio per mezzo dell’angelo. Sapeva senz’altro che l’angelo era apparso per uno scopo, ed era a conoscenza del fatto che nelle passate apparizioni gli angeli avevano recato una benedizione o un comando a conferma del patto abramico sia al nonno Abramo che al padre Isacco (cfr. Genesi 22:15-18; 26:2-5). Egli era perciò così desideroso che Dio continuasse ad essere con lui, così come era stato con suo padre e con suo nonno, che s’impegnò in una vigorosa, spossante lotta con l’angelo, tenendosi stretto a lui. Giacobbe dimostrò così il grande apprezzamento che aveva per le promesse divine e il suo desiderio d’essere accettato da Dio e avere il suo favore.
A questo punto, quindi, sorge la domanda: che razza di persone siamo noi? Siamo come Esaù, inclini ad appagare noi stessi e del tutto concentrati a cercare le comodità e gli agi materiali, dedicando tutto il nostro tempo e i nostri sforzi a farci una “posizione” in questo mondo che sta andando inesorabilmente verso la sua fine, relegando le cose che caratterizzano la nostra relazione con Dio, cioè la regolare lettura e considerazione della sua Parola, il sostegno leale e incondizionato al suo dominio attraverso il rispetto e l’osservanza delle sue norme, all’ultimo posto della nostra vita e solo se il tempo e le circostanze ce lo consentono? O, come Giacobbe, siamo disposti a tenere nella giusta considerazione le nostre aspirazioni personali subordinandole al compiere la volontà di Dio, con spirito di abnegazione e sacrificio se necessario, non perdendo mai di vista la nostra eredità, cioè la prospettiva di vivere per sempre nella perfezione su una terra trasformata in un paradiso sotto il dominio divino? In altre parole, siamo “cristiani” autoreferenziati e appagati dalla nostra personale concezione della relazione con Dio o abbiamo “rinnegato noi stessi” per seguire il comando di Cristo: “cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”? (Matteo 6:33 – CEI). Gesù disse che i suoi veri seguaci si sarebbero riconosciuti non dalle parole o da come si sarebbero fatti chiamare, ma soprattutto dalle azioni. Egli affermò: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità” (Matteo 7:21-23, CEI).
Non basta dichiarare di essere “cristiani” per essere dei veri seguaci di Cristo. Ricordiamo l’esempio del giovane ricco: credeva di essere a posto ma gli mancava “una cosa”, una sola cosa ma fondamentale per essere approvato da Dio. Molto spesso chi si professa cristiano manca anch’egli di “una cosa”: pur dichiarandolo a parole, non ama con tutta l’anima Gesù e Colui che l’ha mandato. Perché? Gesù disse ancora: “se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Giovanni 14:23 – CEI). Quello che dimostra che amiamo Cristo non sono tanto le nostre parole o i sentimenti che proviamo, quanto le nostre azioni perché queste non sono mai casuali ma rispecchiano quello che siamo dentro. Perciò ognuno di noi deve sempre chiedersi: dimostra il mio modo di vivere che ho in debita considerazione la sua Parola e sto mettendo al primo posto il Regno di Dio? Dimostra che sono determinato a fare la volontà di Dio anche quando questa va contro le mie aspirazioni, i miei desideri, le mie inclinazioni imperfette? Dalla risposta che ciascuno di noi dà a questa domanda si comprende se siamo solo “cristiani” nominali o veri seguaci di Cristo.

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Libero pensatore e inguaribile sognatore
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