PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – V

“TEMETE DIO”

1Pietro 2:17

Anteprima
Qualche tempo fa uno dei tanti soloni che bazzicano il Web al solo scopo di autoproporsi, dandosi importanza col denigrare tutto e tutti, scrisse su questo argomento:Il timore di Dio … cosa può nascere dal timore e dalla paura???? L’amore??? che amore può nascere dalla paura???…  nulla … di nulla …”. Questo saccente però, pur con la sua presunzione, non faceva altro che esprimere uno stato d’animo negativo riguardo al timore di Dio molto diffuso perfino tra coloro che si dichiarano credenti. Molti, infatti, temono Dio solo perché hanno paura di ricevere una punizione e per questo, se mai si illudono di farla franca o opportunamente confidano nel perdono finale in punto di morte, praticano regolarmente ciò ch’è male agli occhi di Dio (cfr. Isaia 26:10). Il vero timore di Dio, invece, è molto più di un semplice stato d’animo o di un sentimento; nelle Sacre Scritture esso viene presentato in chiave positiva, come un profondo senso di riverenza e di rispetto nei confronti del Signore, un forte desiderio di non dispiacergli. Pertanto chi ha timore di Dio accetta le sue norme morali, vi aderisce scrupolosamente e desidera adottare il suo punto di vista su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Un tale timore, quindi, trattiene dal fare il male e dal prendere Dio, in un certo senso, come una cosa scontata poiché aiuta a non cadere in ragionamenti compiacenti, anche questi piuttosto diffusi, del tipo: “tanto Dio mi perdonerà, sa che sono debole”. Un saggio scrittore biblico infatti scrisse: “con il timore dell’Eterno uno si allontana dal male” (Proverbi 16:6 – Di). Il timore di Dio aiuta anche a superare la paura degli uomini, alla quale spesso si contrappone. Diversi esempi biblici, come quello del re Saul trattato in un precedente post, dimostrano quanto è deleterio cedere al timore degli uomini, poiché induce a fare compromesso con la propria coscienza e a violare i comandamenti di Dio. Ciò accadde perfino ad Aaronne, il fratello minore di Mosè il quale, sebbene mostrò di avere coraggio nell’affrontare il superbo e potente faraone egiziano per chiedergli la liberazione del popolo israelita, in seguito, per timore del popolo, violò il comandamento di Dio di evitare l’idolatria. Alcuni aspetti di quell’episodio, che vengono trattati in questo post, aiutano a riflettere sulla propria attitudine e, soprattutto, su cosa è necessario fare per evitare di fare compromessi con la propria coscienza e a trattenersi  dal compiere ciò che dispiace al nostro Padre celeste. “Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti” scrisse il salmista (Salmo 111:1 – CEI; 112:1 – VR e Di). Come ho già spiegato in un altro post (cfr. la XIII parte di “UNA STORIA FINITA” del 3 aprile 2011), il termine greco makàrios, in queste versioni tradotto “beato, rende meglio il pensiero dell’autore divino se viene tradotto “felice”, come fanno diverse versioni bibliche. La felicità, quindi, è strettamente connessa con il giusto timore di Dio poiché per essere veramente felici bisogna fare le scelte giuste, agire rettamente ed evitare ciò che è sbagliato. Dio ci ha dato la sua Parola per insegnarci quello che è in assoluto il miglior modo di vivere. Se ricerchiamo la sua guida e poi la seguiamo, mostrando così di temere Dio, possiamo essere veramente soddisfatti e felici.
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Se fate parte di una delle chiese cosiddette “cristiane”, sia cattolica che ortodossa o di qualsiasi altra denominazione “protestante”, molto probabilmente vi è stato insegnato che Dio torturerà le persone cattive in un inferno di fuoco ardente dopo la loro morte. Così per tanti la possibilità che Dio li possa gettare in questo spaventoso luogo è la ragione per temerlo. Si, molti temono Dio perché ha la potenza di punire la trasgressione, tuttavia sembra che questo non sia un motivo abbastanza valido per trattenerli dal compiere il male perché il mondo, specialmente quello che si definisce “cristiano”, è pieno di malvagità, di disonestà, di violenza, di immoralità. La maggioranza delle persone che professano di essere “cristiane” timorose di Dio praticano flagrantemente ciò che le sue leggi condannano, come è scritto: “dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, abominevoli come sono, ribelli e incapaci di qualsiasi opera buona” (Tito 1:16 – CEI).
In ogni caso la Parola di Dio, l’unica fonte di verità per i veri cristiani, non insegna tale dottrina la quale ha il solo scopo di gettare discredito su Dio secondo il disegno del suo vero ispiratore, Satana il Diavolo, cioè del “calunniatore”. A Dio “non è mai venuto in mente” di bruciare i suoi figli nel fuoco, questa è una pratica degli adoratori satanici (cfr. Geremia 19:5 – CEI; vedi anche i resoconti dell’Inquisizione cattolica). Nella sua Parola ha fatto scrivere che “il salario del peccato è la morte”, pertanto il peccatore sconta il suo peccato con la morte e non con il tormento eterno dopo la sua morte, poiché “chi è morto, è ormai libero dal peccato” (Romani 6:7,23 – CEI).
Cosa significa, dunque, l’esortazione “temete Dio” contenuta nelle Sacre Scritture?
Il saggio scrittore del libro dei Proverbi lo spiega così: “temere il Signore è odiare il male” (Proverbi 8:13 – CEI). Lo stesso scrittore poi aggiunge: “temi Dio e osserva i suoi comandamenti” (Ecclesiaste 12:13 – CEI e Di). Se ne deduce che ciò che è male è la violazione dei “comandamenti” di Dio. Chi non ha timore di Dio, infatti, non ha neanche rispetto delle sue norme (cfr. Deuteronomio 5:29). I veri cristiani comprendono che i “comandamenti” o le leggi stabilite da Dio sono per il loro bene, per la loro sicurezza e per la loro libertà (cfr. Isaia 48:17). Per questo motivo amano Dio, il loro Padre celeste, proprio come un figlio ama suo padre e rispetta la sua autorità. Essi hanno tanti motivi per essere grati a Dio: per la vita che hanno ricevuto e per tutto ciò che ha creato a sostegno della loro vita (cfr. Salmi 35:10 – CEI, 36:9 – VR e Di; 103:14 – CEI, 104:14 – VR e Di; 144:15,16 – CEI, 145:15,16 – VR e Di); per aver dato loro la sua Parola come guida sicura in un mondo dominato dal male e dall’incertezza e anche per far conoscere la verità riguardo alla loro esistenza, al motivo delle loro sofferenze, al modo corretto in cui possono relazionarsi con Lui (cfr. Salmi 118:105 – CEI, 119:105 – VR e Di; 118:160 – CEI, 119:160 – VR e Di; Giovanni 17:17; Romani 15:4; 2Timoteo 3:16); sono grati a Dio per aver  provveduto loro un mezzo di riscatto dall’imperfezione e dalla morte con il sacrificio di Gesù e per aver dato loro la meravigliosa speranza di poter vivere per sempre su una terra in condizioni paradisiache (cfr. Matteo 20:28; Romani 5:18,19; 1Corinzi 15:22; Salmo 36:11,29 – CEI; 37:11,29 – VR e Di; Isaia 33:24; 35:1-7; Apocalisse 21:2,4). Pertanto essi “odiano il male” perché non vogliono fare nulla che dispiaccia al loro Padre celeste o che ne danneggi il buon nome. Per i veri cristiani il timore di Dio, dunque, non è la paura della punizione che potrebbero ricevere se si comportano male ma è il timore di dispiacergli, di disubbidirgli, per questo accettano le sue norme morali, vi aderiscono scrupolosamente e desiderano adottare il suo punto di vista su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Solo chi non ha una coscienza che lo trattiene dal dispiacere a Dio ha motivo di provare un timore di natura diversa: teme la punizione da parte di Dio ma nello stesso tempo spera di farla franca, incoraggiato anche dalla falsa filosofia dell’ “estrema unzione”, cioè della liberazione dei peccati in fin di vita, e perciò, incallito nel compiere il male, non riconosce il diritto di Dio, quale Sovrano universale, di agire contro i trasgressori volontari e impenitenti (cfr. Ebrei 10:26,27). Nel loro caso valgono le parole pronunciate dal saggio re Salomone: “Poiché la sentenza contro una cattiva azione non è prontamente eseguita, il cuore dei figli degli uomini è pieno di voglia di fare il male” (Ecclesiaste 8:11 – Di).
C’è un altro tipo di timore di cui si parla nelle Scritture, al quale però bisogna prestare attenzione per i suoi risultati deleteri: il timore dell’uomo!
Mentre il retto timore di Dio può spingere a fare ciò che è giusto, il timore dell’uomo può indebolire la fede in Dio. In quali modi? Un fedele servitore di Dio dell’antichità affermò: “Colui che toglie misericordia dal suo amico, abbandona il timore del Signore” (Giobbe 6:14 – DRB). Qual è il princìpio enunciato con queste parole? Quando si ha timore di ciò che possono pensare gli altri uomini, anche se non si commettono azioni malvage, violente o immorali, ci si può trattenere dal fare il bene. Tale timore non è da intendere solo con il più comune significato etimologico del termine, cioè della paura che si prova di fronte a qualcosa o a qualcuno che può causare un danno, ma anche come riverenza, sottomissione , compiacimento o compromesso nei confronti di qualcosa o qualcuno che si pensa avere una posizione di superiorità o procurare un vantaggio. Per esempio, qualcuno potrebbe essere sconcertato da quello che vede accadere nella religione dove è stato educato e cresciuto. Forse si rende conto che la condotta del suo clero non è irreprensibile ed è macchiata da pesanti responsabilità in campo morale e sociale (vedi, per esempio, i numerosi casi di pedofilia in cui sono stati implicati rappresentanti del clero cattolico, perfino nella persona del suo papa accusato, e non a torto, di aver coperto tali misfatti, o le accuse rivolte allo stesso clero relativamente all’evasione delle leggi fiscali nel nostro paese). Forse può essere perplesso per i tanti dogmi religiosi spacciati per insegnamenti divini ma talmente irrazionali e innaturali da far sorgere seri dubbi sulla giustezza delle norme di Dio (vedi, per esempio, la posizione della Chiesa Cattolica sul controllo delle nascite, o sul celibato per i sacerdoti, peraltro del tutto contraria agli insegnamenti scritturali). Forse si rende conto che per essere un vero cristiano deve abbandonare pratiche e riti di origine pagana che nulla hanno a che fare con la volontà di Dio e introdotte nell’adorazione da uomini ipocriti i quali, pur sapendo di insegnare il falso, non si sono trattenuti dal farlo per conseguire i loro interessi egoistici (vedi, per esempio, la venerazione di uomini e donne, come accade con i cosidetti “santi” o con le varie “Madonne”, o con l’osservanza di festività come il Natale). Ma, nonostante si renda conto di tutto questo, pur riconoscendo la necessità di cambiare la propria mentalità e il proprio modo di vivere per fare ciò che è giusto agli occhi di Dio, questa persona preferisce mantenere il proprio status quo religioso e continuare a sostenere tali uomini ipocriti, a credere nei loro falsi insegnamenti, a identificarsi con la loro organizzazione che nella struttura e nelle finalità ha ben poco di cristiano, a osservare le loro pratiche errate. Perché? Forse perché non vuol dispiacere a genitori, parenti o amici; forse perché teme il giudizio dei vicini; forse perché non vuole essere considerato “diverso” rispetto alla maggioranza del proprio contesto sociale, forse perché non vuole rinunciare a qualche tipo di vantaggio che ne deriva. Qualunque sia la motivazione, il timore dell’uomo impedisce a tale individuo di fare ciò che a livello mentale comprende essere buono agli occhi di Dio per continuare a conformarsi a un modello di vita disapprovato da Dio. Non dovremmo mai dimenticare che se Dio vuole che facciamo qualche cosa è perché questa è giusta e ciò dovrebbe spingerci a farla indipendentemente da quello che gli altri possono pensare. Perciò il saggio scrittore dei Proverbi mise in guardia contro un tale pericolo, dichiarando: “la paura dell’uomo costituisce un laccio” (Proverbi 29:25 – Di).
Il timore dell’uomo può spingere a fare compromessi, a imitare quello fa la maggioranza di un mondo alienato da Dio e a fare ciò che Dio stesso vieta. Nella Parola di Dio sono descritti alcuni esempi ammonitori al riguardo. Qui vogliamo prendere in considerazione quello di Aaronne, il fratello maggiore di Mosè. Dio lo scelse per fare da portavoce di Mosè davanti all’ arrogante faraone egiziano. In quel tempo Aaronne aveva 83 anni  e Dio stesso aveva detto a Mosè: “Io so che lui sa parlar bene … Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi suggerirò quello che dovrete fare” (Esodo 4:14-16 – CEI).
Ora cerchiamo di immaginare la scena: Mosè e Aaronne si trovano davanti all’uomo in quel tempo considerato il più potente della terra. Non era solo un autorevole governante, quell’uomo era considerato un dio, l’incarnazione di Horus, dio con la testa di falco. Insieme a Iside e a Osiride, Horus formava la principale triade di dei egiziani. I due si trovano davanti a questo sovrano divinizzato per presentargli una richiesta per lui inconcepibile, questa:  “Così dice il Signore, il Dio d’Israele: “Lascia andare il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto””. L’insolente risposta del faraone fu: “Chi è il Signore che io debba ubbidire alla sua voce e lasciare andare Israele?” (Esodo 5:1,2 – VR). Iniziò così un drammatico scontro tra i rappresentati del Sovrano Signore dell’intero universo e il superbo re egiziano che si concluse solo dopo che Dio colpì con dieci piaghe devastatrici l’intero paese e la persona stessa del faraone tanto da indurlo a dire: “Alzatevi, partite di mezzo al mio popolo, voi e i figli d’Israele. Andate a servire il Signore, come avete detto” (Esodo 12:31 – VR). In tutta questa storia Aaronne ebbe un ruolo di comprimario insieme al fratello riferendo al faraone esattamente quello che Mosè gli proferiva, dimostrando di essere fidato e coraggioso anche davanti alle minacce di morte da parte di quell’arrogante sovrano (cfr. Esodo 10:28). Per queste sue buone qualità in seguito Aaronne fu scelto da Dio per l’incarico di Sommo Sacerdote con il compito di prendere la direttiva in tutti gli aspetti dell’adorazione e la responsabilità di insegnare alla nazione la Parola di Dio.
Eppure la sua devozione fu ben presto messa alla prova. Circa tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, il popolo di Israele, composto da circa tre milioni di persone, si accampò ai piedi del monte Sinai, nella penisola arabica. Qui, mentre Mosè era salito sul monte dove ricevette le tavole della Legge, accadde qualcosa che macchiò la buona reputazione che egli si era fatta dinnanzi a Dio. Il racconto biblico dice che “il popolo vide che Mosè tardava a scendere dal monte; allora si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: «Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto»” (Esodo 32:1 – VR). Che sconforto per il loro Dio! Aveva appena detto loro: “Non fatevi altri dèi accanto a me; non vi fate dèi d’argento, né dèi d’oro” (Esodo 20:23 – VR). Non riuscì a trattene il suo disappunto dichiarando: “Ho considerato bene questo popolo; ecco, è un popolo dal collo duro” (Esodo 32:9 – VR). Come reagì Aaronne, quell’uomo intrepido che solo qualche mese prima si era posto di faccia al potente faraone per dichiarargli la volontà del suo Dio? Il racconto dice: “E Aaronne rispose loro: «Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie, e portatemeli». E tutto il popolo si staccò dagli orecchi gli anelli d’oro e li portò ad Aaronne. Egli li prese dalle loro mani e, dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: «O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!»” (Esodo 32:2-4, VR).
Aaronne acconsentì e addirittura cooperò con quei ribelli nel fare la statua di un vitello d’oro. Quando più tardi Mosè gli chiese conto del suo operato come si giustificò? Egli disse: “«L’ira del mio signore non s’infiammi; tu conosci questo popolo e sai che è incline al male. Essi mi hanno detto: “Facci un dio che vada davanti a noi; poiché quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che fine abbia fatto”. Io ho detto loro: “Chi ha dell’oro se lo levi di dosso!” Essi me l’hanno dato; io l’ho buttato nel fuoco e ne è venuto fuori questo vitello»” (Esodo 32:22-24, VR). Il timore del popolo aveva preso il sopravvento nella sua mente inducendolo a violare il comandamento divino!
camminiamo per fede e non per visione– 2Corinzi 5:7
Qualche giorno fa circa 20.000 pellegrini cattolici si sono radunati nel Palavesuvio di Ponticelli (NA) per assistere all’ennesima “apparizione” della Madonna di Medjugorje alla veggente Mirjana Dragicevic, la donna bosniaca che da circa 30 anni vanta di avere tali visioni. Le folle seguono con grande emotività eventi del genere nella convinzione che siano un mezzo per avvicinarsi a Dio. Circa 3.500 anni fa un’altra grande folla, incapace di  esercitare con la mente e con il cuore una fiducia incondizionata nella guida divina, in maniera simile si lasciò attirare da ciò che poteva percepire con i sensi fisici. Quella folla di adoratori, composta da circa 3 milioni di israeliti, chiese ad Aaronne, uomo deputato alla guida spirituale della nazione, “Facci un dio che vada davanti a noi” (Esodo 32:1 – VR). Aaronne, sebbene avesse dato prova di essere un coraggioso difensore della volontà di Dio presentandosi con il fratello Mosè davanti al potente e arrogante faraone egiziano per chiedergli, in nome di Dio, di lasciar libero il suo popolo e pur conoscendo il comando che Dio aveva dato di non farsi “dèi d’argento, né dèi d’oro”, in quella circostanza si fece prendere dal timore della folla e, per compiacerla, realizzò un vitello d’oro davanti al quale sull’onda di una generale emotività tutti dichiararono: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”; quindi Aaronne “costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore»” (Esodo 20:23; 32:4,5 – CEI). Quelle persone non pensavano certo di darsi all’idolatria! Sapevano bene che il loro era “un Dio geloso” che non tollerava che si facessero “idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra” né che si prostrassero davanti a tali rappresentazioni (cfr. Esodo 20:4,5). Certamente l’adorazione idolatrica dell’Egitto, che collegava gli dèi con tori e altri animali, influenzò molto quella richiesta. Non riuscendo a credere in un Dio che non potevano vedere, quegli israeliti vollero farsene un’immagine. Questo fu confermato dalle parole pronunciate dal discepolo Stefano nel I secolo, allorché disse: “i nostri padri … si volsero in cuor loro verso l’Egitto, dicendo ad Aronne: Fa’ per noi una divinità che ci vada innanzi … E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sacrifici all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani” (Atti 7:39-41 – CEI). Pertanto apparve loro del tutto lecito farsi quella scultura che nella loro immaginazione raffigurava non un idolo ma “il Dio di Israele che l’aveva fatto uscire dal paese d’Egitto”. Quell’immagine, dunque, rappresentava per loro un semplice ausilio per adorare il loro Dio, esattamente come gli odierni apostati considerano la venerazione delle tante immagini di cui hanno riempito le loro chiese, imitando le altre religioni non cristiane proprio come gli Israeliti copiarono dagli egiziani! Ma Dio non fu del loro stesso parere e considerò talmente grave tale pratica che ordinò di mettere a morte tutti quelli che ebbero parte attiva nel promuovere e sostenere quella deliberata violazione del suo comandamento! Circa 3.000 uomini furono giustiziati! Quei ribelli non si fidarono delle parole di salvezza che Dio aveva proferito loro per mezzo di Mosè e, al contrario di questi, non riuscirono più a vedere “colui che è invisibile”, riponendo la loro fiducia in ciò che gli occhi fisici potevano vedere: il vitello d’oro (cfr. Ebrei 11:27). In maniera simile gli odierni apostati non edificano la loro fede sulla Parola di Dio ma hanno bisogno di “credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana” (cfr. Atti 17:29 – VR). Al contrario di ciò che insegnarono gli apostoli essi hanno bisogno di  “camminare per visione e non per fede” (cfr. 2Corinti 5:7).   
Aaronne non era certo un debole. Si era comportato da impavido al fianco di Mosè quando avevano affrontato il faraone. Ma appena gli Israeliti fecero pressione su di lui, Aaronne si piegò. Per lui era stato più facile tener testa al potente re dell’Egitto che resistere alle pressioni dei suoi connazionali. Quella sua debolezza costò la vita a circa 3.000 persone che, lanciatesi in una danza  sfrenata, persero ogni senso morale cosicché la loro condotta divenne “oggetto di scherno tra i loro nemici” (Esodo 32:25 – NAS). Dio dovette intervenire per porre fine a tanta dissolutezza ordinando l’uccisione di tutti quelli che vi si erano irrefrenabilmente abbandonati. Aaronne non perseverò nell’errore ma si riscattò mettendosi di nuovo a fianco del fratello Mosè e dei leviti che eseguirono il giudizio divino sui trasgressori, dimostrando che il suo cuore era ancora integro verso la pura adorazione, anche se in quella circostanza era venuto meno per il timore.
                                         “il clamore che io odo è di gente che canta” – Esodo 32:18
Quando gli israeliti passarono le acque del Mar Rosso che miracolosamente si erano aperte davanti a loro e videro gli egiziani che li inseguirono travolti dalle stesse acque, per esprimere la loro sentita gratitudine a Dio gli uomini si unirono a Mosè in un canto di vittoria e sua sorella Miriam guidò le donne nelle danze (cfr. Esodo 15:1-20). La musica è un dono di Dio, fa parte della sua creazione, è la sua arte. Prima ancora di creare la terra Dio aveva creato milioni di angeli  con la capacità di cantare in maniera sublime  e quando infine creò la terra, davanti a quel mirabile spettacolo quelle angeliche creature “cantavano tutte assieme e … alzavano grida di gioia” (Giobbe 38:7 – CEI). Dio ha fatto questo dono alle sue creature per il loro godimento e la loro felicità. Esso permette di  esprimere una gamma quasi infinita di emozioni: può esprimere amore, gioia, felicità o anche dolore ma può addirittura promuovere odio, immoralità o violenza. Poiché può influire così profondamente sul cuore, sulla mente e sul corpo, si dovrebbe essere selettivi e usarlo in modo generoso e saggio. Fin dall’antichità uomini e donne timorati di Dio hanno usato il canto e la musica per lodare il Creatore: “Celebrerò il nome di Dio con un canto, lo esalterò con le mie lodi” disse il re Davide (Salmo 69:30 – VR e Di; 68:31 – CEI). Ma non sempre la musica è stata impiegata per scopi così nobili. Mentre era sul monte Sinai per ricevere la Legge, Dio disse a Mosè: “Va’, scendi; perché il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è corrotto; si sono presto sviati dalla strada che io avevo loro ordinato di seguire; si sono fatti un vitello di metallo fuso, l’hanno adorato, gli hanno offerto sacrifici”. Scendendo dalla montagna, mentre si avvicinava all’accampamento degli Israeliti, Mosè udì un fragore provenire da questo e disse: “Questo non è grido di vittoria, né grido di vinti; il clamore che io odo è di gente che canta”. Si, quel suono assordante e confusionario era completamente diverso dal canto di apprezzamento, di gioia e di allegria intonato dagli Israeliti dopo la loro salvezza sulle rive del Mar Rosso. Quando fu vicino all’accampamento “Mosè vide che il popolo era senza freno e che Aaronne lo aveva lasciato sfrenarsi esponendolo all’obbrobrio dei suoi nemici” (Esodo 32:7,8,18,25 – VR). Gli israeliti si erano dati all’idolatria imitando quello che avevano visto fare agli egiziani, cioè rappresentare i loro dèi con forme di animali. Certamente in quella circostanza ne stavano imitando anche il modo di festeggiare i loro dèi usando la musica e il ballo in modo sfrenato e sensuale. Anche nei nostri giorni la musica può essere usata per la nostra gioia e felicità e per lodare il nostro Creatore oppure, come fecero gli antichi Israeliti, per scimmiottare l’uso sfrenato che ne viene fatto in un mondo alienato da Dio e per promuovere un falso modo di adorare il nostro Creatore. Per capire come è facile cadere nell’inganno provate a guardare i due filmati sottoriportati: il primo è relativo ad uno dei tanti concerti rock/pop che vengono prodotti nel mondo, l’altro riguarda la musica suonata in occasione di una manifestazione per “l’evangelizzazione” di un gruppo religioso che si definisce “cristiano” evangelico. Valutate voi se c’è qualche differenza tra il comportamento delle folle che vi assistono e se non si possano entrambi paragonare al fragore che Mosè udì provenire dal campo degli Israeliti che si erano dati all’idolatria.
http://www.youtube.com/watch?v=gNoNBhaJUrc&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=Gw_QW07CvQU
Non seguirai la maggioranza per agire male” disse Dio al popolo di Israele (Esodo 23:2 – CEI). Come mostra l’episodio sopra narrato cedere al timore degli uomini per adeguarsi al modo di pensare e di agire della maggioranza può avere gravi conseguenze. Dio avvertì ripetutamente l’antica nazione d’Israele di non farsi influenzare dal pensiero, dalle pratiche e dalle usanze religiose delle nazioni circonvicine, che adoravano altri dèi. L’aveva posto come condizione per rimanere nella Terra Promessa: non dovevano imitare la condotta e la falsa adorazione delle altre nazioni (cfr. Levitico 18:24-30; Deuteronomio 12:29-31).
Questo comando non includeva solo l’idolatria ma ogni forma di pratica che non fosse conforme alla sua Parola. Perché? Dio aveva rivelato a quel popolo la verità religiosa e l’aveva reso custode di quella verità. Non c’era altro popolo sulla terra che conoscesse il Creatore e Sovrano dell’intero universo e la sua volontà come gli Israeliti. Per questo, rivolgendosi a loro, Dio disse: “Voi siete i miei testimoni … che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io” (Isaia 43:10 – CEI). Al contrario le usanze e le pratiche religiose di altre nazioni rispecchiavano una sostanziale mancanza di conoscenza riguardo a Dio. Questa è anche la differenza tra la vera e la falsa religione, tra il vero e il falso cristianesimo. Il fondatore del cristianesimo, Gesù, lo mise ben in risalto quando rivolgendosi alla donna samaritana al pozzo di Sichar, che si credeva un’adoratrice di Dio, le disse: “Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo” (Giovanni 4:22 – CEI).
Il ruolo della Parola di Dio è fondamentale nella fede di chiunque desidera essere un vero discepolo di Cristo. Non a caso Gesù rivolgendosi al Padre in preghiera disse: “Io ho dato a loro la tua parola … Santificali nella verità: la tua parola è verità” (Giovanni 17:14,17 – VR). Leggendo la Parola di Dio si acquista conoscenza della verità riguardo a Dio e alla sua volontà, si impara ad apprezzare di più il Creatore e il suo buon proposito per le sue creature. Questa conoscenza edifica la fede e la rafforza, aiuta ad avere il giusto timore di Dio e a non cedere alla paura degli uomini né a fare compromesso quando si tratta di scegliere se fare le cose giuste o quelle disapprovate da Dio procurando la sua benedizione perché, è scritto: “Il Signore si compiace di chi lo teme” (Salmo 146:11 – CEI; 147:11 – VR e Di).

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