PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – VII

“ESSI NON FANNO PARTE DEL MONDO COME IO NON FACCIO PARTE DEL MONDO”

Giovanni 17:16.

noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere
Anteprima
Nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica l’apostolo Paolo scrisse che tutti i veri adoratori di Dio, da Abele fino agli apostoli, a motivo della loro fede furono sempre diversi da quelli che li circondavano (cfr. Ebrei capitolo 11). L’apostolo Pietro aggiunse che gli altri “trovavano strano” il loro modo di comportarsi, non riuscivano a capirlo (cfr. 1Pietro 4:4). Essi furono diversi nel loro modo di adorare Dio perché le cose che credevano e facevano non si basavano su alcuna tradizione o filosofia umana ma solo sulla Parola di Dio, comunicata loro per mezzo di fedeli profeti o fatta mettere per iscritto per mezzo di uomini guidati dalla spirito santo di Dio (cfr. Ebrei 1:1; 2Pietro 1:20,21). Furono diversi perché si tennero sempre lontani dalle contese politiche e sociali del mondo in quanto riconoscevano che Dio è il Sovrano universale e lui solo dovevano servire (cfr. Salmo 82:19, CEI; 83:18, VR e Di; Matteo 4:10, NAS). Furono diversi riguardo alla morale perché riconoscevano la superiorità delle norme divine, le accettavano e le mettevano in pratica rifiutando ogni forma di lassismo nella condotta (cfr. Levitico 18:6-23; Deuteronomio 22:22-27; 23:17,18; 1Corinzi 5:11). Per questo motivo in ogni tempo e in ogni società i veri adoratori di Dio non sono mai stati la maggioranza della popolazione ma una piccola impopolare minoranza, accusata di essere settaria e asociale, perciò spesso vennero umiliati, derisi, perseguitati, imprigionati e anche messi a morte (cfr. Matteo 7:13,14; Atti 24:14; Ebrei 11:32-38). Cristo Gesù, il servitore di Dio per eccellenza, spiegò tutto questo dicendo ai suoi seguaci “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo … per questo il mondo vi odia” (Giovanni 15:19 – CEI). A chi si riferì Gesù con l’espressione “mondo”? Scrive, Roland Minnerath, Arcivescovo di Digione e Membro della Pontificia Accademia di Scienze Sociali, nel suo libro Les chrétiens et le monde: “Nell’accezione negativa, il mondo è considerato … il reame in cui si esplica l’azione delle potenze ostili a Dio e che forma, per la sua opposizione al regno del Cristo vittorioso, un impero antagonista governato da Satana”. Gesù, dunque, si riferì alla massa dell’umanità estraniata da Dio che agiva sotto l’influenza di colui che egli definì il “governante del mondo”, cioè Satana il Diavolo (Giovanni 14:30 – NAS; cfr. 1Giovanni 5:19). Da questa massa i veri servitori di Dio si sono sempre distinti e i giovani in particolare, a differenza dei loro coetanei, hanno coraggiosamente rinunciato al mondo con le sue ambizioni e i suoi piaceri. In questo articolo si esamina la storia di quattro di loro che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola “per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17 – CEI). Il loro esempio, e quello dei loro devoti genitori che, invece di delegare altri, personalmente li addestrarono “nella disciplina e nell’istruzione del Signore” (Efesini 6:4 – VR), tutt’oggi sprona i veri servitori di Dio ad essere determinati a “non fare parte del mondo” a imitazione di Cristo.
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 “Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui” (Genesi 2:18 – VR). Nel post precedente ho trattato questo versetto biblico in relazione al ruolo della donna nella società secondo il proposito di Dio. Ma queste parole dimostrano anche un altro fatto importante: Dio creò gli esseri umani come persone socievoli, in grado di andare d’accordo gli uni con gli altri e di provare gioia nel fare le cose insieme. Perciò per ogni individuo è del tutto naturale voler stare con i propri simili e voler essere accettato dagli altri poiché questo rende la sua vita più piacevole e contribuisce alla pace e all’armonia nei suoi rapporti interpersonali. Non a caso la Parola di Dio avverte anche che “chi si separa dagli altri cerca la sua propria soddisfazione”, in altre parole è un egotista, uno che pensa solo a se stesso (Proverbi 18:1 – VR).
Questo desiderio innato in ogni persona di sentirsi accettata non è comunque privo di insidie poiché, sebbene sia giusto fare del proprio meglio per andare d’accordo con gli altri, può anche essere pericoloso conformarsi ciecamente a ciò che fa la maggioranza. Per quale motivo? Perché ciò che è popolare fra gli uomini spesso è contrario alle norme di Dio. La Parola di Dio ne spiega la ragione dicendo che “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5:19). Astutamente il “maligno”, cioè Satana il Diavolo, usa ogni mezzo a sua disposizione – materialismo, bassa morale, pregiudizi razziali, bigottismo religioso, nazionalismo e così via – per influenzare le masse e allontanarle da Dio. Conformandosi a queste consuetudini la persona si metterebbe in effetti contro Dio e i suoi propositi.
Questo, ad esempio, è quello che accadde quando Dio scelse Israele come suo popolo liberandolo dalla schiavitù egiziana. Mentre il loro condottiero, Mosè, era sul monte Sinai per ricevere sue istruzioni, quelle persone vollero conformarsi al modo di adorare i propri dèi da parte degli altri popoli e si diedero all’idolatria, forgiando un vitello d’oro e praticando licenziosi atti per imitare il modo di festeggiare dei pagani (cfr. 1Corinzi 10:7). Perciò prima che entrassero nella Terra Promessa Dio raccomandò loro: “Non seguirai la maggioranza per agire male” (Esodo 23:2 – VR), ma nel corso della loro storia gli israeliti spesso cedettero alle pressioni dei popoli vicini e conformarono il loro modo di vivere a quello della maggioranza delle persone delle nazioni che li circondavano, trasgredendo ogni volta la Legge di Dio. Accadde che col tempo i loro cuori divennero totalmente insensibili ai continui richiami che Dio faceva loro tramite i suoi profeti così che si incallirono nel compiere azioni stolte e prive di sani princìpi, come è scritto: “Quante volte si ribellarono a lui … lo contristarono … Sempre di nuovo tentavano Dio, esasperavano il Santo di Israele” (Salmo 77:40,41 – CEI; 78:40,41 – VR e Di). Tutto questo finché Dio si stancò delle loro trasgressioni e li rigettò definitivamente come suo popolo (cfr. Matteo 23:37,38).
Non tutti gli Israeliti però si comportarono così. Ci furono uomini e donne, giovani e anziani, che mantennero la loro integrità ed ebbero il coraggio di essere diversi, non solo dagli apostati connazionali ma da tutti quelli che li circondavano e il cui modo di vivere non corrispondeva alle alte norme morali e alle regole di comportamento stabilite da Dio. Tra questi ci furono Daniele e altri tre giovani ebrei i cui nomi erano Anania, Misael e Azaria.
Questi quattro giovani furono deportati in qualità di ostaggi a Babilonia nel 617 a.C. dopo che il re babilonese Nabucodonosor assediò per la seconda volta Gerusalemme per punire il ribelle re di Giuda, Ioiachim. Come si legge nel racconto storico riportato nel libro biblico di Daniele, Nabucodonosor “ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani israeliti di stirpe reale o di famiglia nobile, senza difetti, di bell’aspetto, dotati di ogni scienza, educati, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, per essere istruiti nella scrittura e nella lingua dei Caldei” (Daniele 1:3,4 – CEI). Daniele e i suoi tre compagni furono tra questi (cfr. v. 6). Essi, dunque, appartenevano a famiglie giudee di una certa importanza e influenza e rappresentavano il fior fiore della gioventù di Gerusalemme.
I quattro giovani oltre a godere di buona salute fisica e mentale, avevano anche perspicacia, sapienza, conoscenza e discernimento, qualità non dovute al caso ma sicuramente frutto dell’amorevole cura dei loro genitori. La Parola di Dio non dice chi fossero i genitori di questi ragazzi ma certamente erano persone devote che avevano preso sul serio la responsabilità che Dio aveva loro data di addestrare personalmente i propri figli “nella disciplina e nell’istruzione del Signore”, senza delegare altri, come comunemente fanno nei nostri giorni molti genitori che si dichiarano adoratori di Dio ma si sottraggono alla loro responsabilità mandando i propri figli all’ “oratorio” o al “catechismo”, per essere istruiti da sconosciuti, spesso con risultati disastrosi, come testimoniano molte cronache di abusi sui minori (cfr. Deuteronomio 6:7; Efesini 6:4). L’esito di tale addestramento divenne evidente qualche tempo dopo che i ragazzi giunsero a Babilonia e dovette essere motivo di grande orgoglio per i loro devoti genitori.
Arrivati a Babilonia, infatti, per i ragazzi cominciò immediatamente una guerra psicologica. Al fine di assicurarsi che i giovani ebrei si adeguassero al sistema babilonese, Nabucodonosor decretò che i suoi funzionari dovevano insegnare loro “la scrittura e la lingua dei caldei”. Quella non era un’educazione qualunque. Un’enciclopedia biblica spiega che “includeva lo studio del sumero, dell’accadico, dell’aramaico … e di altre lingue, come pure della vasta letteratura in quelle lingue”. La “vasta letteratura” comprendeva storia, matematica, astronomia e … “testi religiosi annessi, sia presagi che astrologia” (The International Standard Bible Encyclopedia). Quest’ultime erano pratiche totalmente condannate dalla Legge di Dio (cfr. Deuteronomio 18:10-12). Poi, al fine di far loro adottare completamente le consuetudini e la cultura della vita babilonese, Nabucodonosor “assegnò loro una razione giornaliera dei cibi della sua tavola e dei vini che egli beveva” (Daniele 1:5 – VR). Inoltre i loro nomi ebrei furono cambiati con nomi caldei: Daniele venne chiamato Baltazzar, Anania venne chiamato Sadrac, Misael venne chiamato Mesac e ad Azaria venne dato il nome di Abdenego (cfr. Daniele 1:17). Non fu un cambiamento banale. I nomi che i loro genitori avevano dato ai ragazzi riflettevano la loro adorazione poiché Daniele significava “il mio giudice è Dio”, Anania significava “Dio ha mostrato favore”, Misael significava “chi è simile a Dio?” e Azaria significava “Dio ha aiutato”, mentre i nuovi nomi erano tutti strettamente legati ai nomi degli dèi babilonesi (cfr. Daniele 4:8). Baltazzar era la forma abbreviata di un’invocazione a Bel, il principale dio di Babilonia, Sadrac era un nome composto che significava “comando di Aku”, nome di un altro dio sumero; Mesac significava “chi è ciò che Aku è?”, probabilmente un’abile forzatura del significato ebraico “chi è simile a Dio?” e Abdenego significava “servitore di Nego”, una variante di Nebo, altra divinità caldea. Evidentemente con quel cambiamento i babilonesi vollero dare l’impressione che il Dio di Israele fosse stato soggiogato dalle divinità caldee. Tutto questo costituì un palese tentativo di allontanare i ragazzi dal loro Dio e dalla loro istruzione e cultura religiosa.
Come reagirono essi?
La Parola di Dio dice che “Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con i cibi squisiti del re e con il vino che egli stesso beveva” (Daniele 1:8 – Di). In che modo il cibo fornito dal re l’avrebbe “contaminato”? Ebbene, i babilonesi non erano sotto la Legge di Dio, per cui non ne osservavano le disposizioni come quella di non mangiare carne di animali considerati “impuri” (cfr. Levitico 11:1-31; 20:24-26; Deuteronomio 14:3-20). Inoltre i babilonesi non avevano l’abitudine di dissanguare gli animali macellati prima di mangiarne la carne; mangiare carne non dissanguata sarebbe stata una vera e propria violazione della legge di Dio sul sangue (cfr. Genesi 9:1, 3, 4; Levitico 17:10-12; Deuteronomio 12:23-25). Infine i babilonesi offrivano abitualmente il cibo agli idoli prima di mangiarlo in un pasto di comunione e questo non era appropriato per gli adoratori di Dio (cfr. 1Corinti 10:20-22). Daniele e i suoi tre compagni, quindi, ben istruiti dai loro genitori nella Legge, avevano imparato ciò che era giusto e ciò che era sbagliato fare di fronte al loro Dio.
Ora la vera questione era: come si sarebbero comportati? Poiché si trovavano molto lontani dalle loro case, dai loro genitori e dai conoscenti, sapevano che questi non avrebbero potuto controllare cosa essi facevano. Potevano anche pensare che in quella condizione non avevano alcuna alternativa all’obbedire all’ordine del re babilonese. Inoltre, se la loro condotta viene così evidenziata, evidentemente c’erano altri giovani nella loro stessa situazione che si erano sottomessi alle disposizioni del re caldeo, forse considerandole un privilegio più che una prova, dovevano conformarsi o no agli altri? Una cosa, infatti, è sapere cosa è giusto fare, ma un’altra cosa è avere il coraggio di farlo quando si è tentati o sotto pressione. Ma quei quattro giovani non ebbero dubbi sul da farsi. Essi sapevano che, anche se le loro azioni potevano essere nascoste agli uomini, “gli occhi del Signore sono in ogni luogo, osservano i cattivi e i buoni” (Proverbi 15:3 – VR). Avevano anche imparato che “Dio farà venire in giudizio ogni opera, anche tutto ciò che è nascosto, sia bene o male” (Ecclesiaste 12:14 – Di). E queste sono parole sulle quali anche tutti noi dovremmo riflettere! …
Avendo deciso “in cuor suo” di resistere alle influenze corruttrici, Daniele agì di conseguenza e “chiese al capo dei funzionari di non farlo contaminare” (Daniele 1:8 – CEI). I suoi tre compagni scelsero di fare altrettanto. Ma il funzionario di corte fece obiezione alla loro richiesta poiché sapeva che il re Nabucodonosor non era uno a cui si poteva dire di no, per cui se andava contro gli ordini del re egli rischiava la “testa”. Fu qui che entrarono in gioco la perspicacia e la sapienza dei ragazzi. A nome di tutti Daniele disse al funzionario: “Ti prego, metti i tuoi servi alla prova per dieci giorni; dacci da mangiare legumi e da bere acqua;  in seguito confronterai il nostro aspetto con quello dei giovani che mangiano i cibi del re e ti regolerai su ciò che dovrai fare” (Daniele 1:12,13 – VR). Essi chiesero di poter seguire la comune dieta vegetale della popolazione, generalmente composta da piatti nutrienti a base di aglio, cipolle, cetrioli, fagioli, lenticchie, meloni, porri e pane di vari cereali, anziché quella più ricca e sostanziosa della tavola reale. Possiamo provare ad immaginare cosa pensassero di Daniele e dei suoi tre compagni tutti gli altri ragazzi che seguivano il programma di addestramento della corte babilonese. Rifiutare un banchetto da re per mangiare ogni giorno cibi vegetali forse poteva sembrare loro molto stupido. Ma dietro la ferma decisione dei quattro ragazzi c’era la mano del loro Dio il quale, profilandosi all’orizzonte prove e grandi difficoltà che avrebbero richiesto, oltre alla forza fisica e alla salute, molta prontezza e sobrietà, venne in loro soccorso prendendosi cura non solo del loro aspetto fisico ma dando loro ciò di cui avevano più bisogno. Il racconto, infatti, dice che “concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura e ogni sapienza” (Daniele 1:17 – CEI).
Di fronte alla mitezza e alla ragionevolezza dei quattro ragazzi il funzionario acconsentì alla loro richiesta. Quale fu il risultato? “Alla fine dei dieci giorni, essi avevano miglior aspetto ed erano più prosperosi di tutti i giovani che avevano mangiato i cibi del re” (Daniele 1:15 – VR). Qui non si vuol certo dare risalto ai vantaggi di una dieta vegetariana, in quanto dieci giorni sono proprio pochi perché qualsiasi tipo di dieta produca risultati tangibili. Dieci giorni però furono sufficienti per Dio per portare a compimento il suo proposito: i quattro giovani ebrei riposero fede in Lui, confidarono nella sua Parola e Dio non li abbandonò ma si prese cura della loro salute. In maniera simile sei secoli dopo Dio sostenne il diletto figlio Gesù, il quale sopravvisse nel deserto senza mangiare per 40 giorni e, nella prova, citò le parole che si trovano in Deuteronomio 8:3, dove è scritto: “l’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di ogni parola che procede dalla bocca dell’Eterno” (cfr. Matteo 4:1-4). L’esperienza di Daniele e dei suoi tre amici dimostrò la veridicità di ciò che è scritto nella Parola di Dio, cioè che “è la benedizione del Signore che rende ricchi, ed Egli non vi aggiunge nessuna pena” (Proverbi 10:22 – NAS).
I tre anni stabiliti dal programma educativo della corte babilonese giunsero infine a conclusione, con quale risultato? Condotti alla presenza di Nabucodonosor insieme a tutti gli altri giovani che si erano conformati al programma educativo babilonese, “il re parlò con loro; ma fra tutti quei giovani non se ne trovò nessuno che fosse pari a Daniele, Anania, Misael e Azaria, i quali furono ammessi al servizio del re. Su tutti i punti che richiedevano saggezza e intelletto, sui quali il re li interrogasse, li trovava dieci volte superiori a tutti i magi e astrologi che erano in tutto il suo regno” (Daniele 1:19,20 – VR). Quale prova della validità del comportamento tenuto da quei ragazzi! La loro fede e la loro coscienza addestrata secondo la Parola di Dio fece loro ottenere quello a cui tutti i giovani che erano stati inclusi nel programma di addestramento caldeo aspiravano: “furono ammessi al servizio del re”, cioè vennero scelti per far parte della sua corte. Questo certamente, da un punto di vista umano, fu un grande privilegio per loro. Ma un onore molto maggiore che essi ricevettero fu la considerazione e la benedizione del loro Dio che guidò gli avvenimenti in modo che per mezzo di essi rendesse noto importanti aspetti del suo proposito. Qualche tempo dopo, infatti, sotto la guida divina Daniele umiliò i saggi, i magi e gli astrologi di Babilonia interpretando fondamentali sogni profetici che Dio mandò al re Nabucodonosor e al suo erede designato Baldassar (cfr. Daniele capitoli 4, 5, 7 e 9). Alcuni aspetti di quelle profezie interessano anche noi a distanza di migliaia di anni da quegli avvenimenti poiché riguardano la prima e la seconda venuta del promesso Messia, Cristo Gesù (cfr. i miei post del 6/2/2011 e del 3/9/2011 – rispettivamente UNA STORIA FINITA IX e XXIII parte).
Per quanto riguarda gli altri tre giovani, Anania, Misael e Azaria, la loro incrollabile fiducia in Dio e la loro integrità fu ulteriormente e drammaticamente messa alla prova dopo che furono ammessi alla corte reale, quando,  nel tentativo di rafforzare l’unità del suo impero, Nabucodonosor eresse una statua d’oro nella pianura di Dura, una località poco fuori dalla città di Babilonia. Quella enorme statua (misurava 27 mt di altezza e 2,7 mt in larghezza) non era una comune immagine religiosa, come le tante che erano in Babilonia, ma aveva un preciso significato politico: era un simbolo dell’impero babilonese. Lo si comprende da ciò che il re Nabucodonosor fece per il giorno della sua inaugurazione. Egli ordinò a tutti i satrapi, i prefetti, i governatori, i consiglieri, i tesorieri, i giudici, i funzionari di polizia e tutti gli amministratori dei distretti giurisdizionali, cioè a tutti i rappresentanti delle istituzioni governative babilonesi, di presenziare alla cerimonia e, a un comando, di prostrarsi e rendere gli onori alla statua, pena l’esser messi a morte bruciati vivi in una fornace ardente (cfr. Daniele 3:1-6). Mentre per la stragrande maggioranza dei convenuti non c’era alcun problema nell’obbedire all’ordine del re poiché essi erano abituati a inchinarsi davanti a immagini religiose, per cui non si facevano scrupoli a piegarsi davanti a un’altra statua, per gli ebrei la cosa era diversa. Il loro Dio aveva comandato: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire” (Esodo 20:4,5 – VR). Perciò quando iniziò la cerimonia e tutti gli altri si prostrarono davanti alla statua, Anania o Sadrac, Misael o Mesac e Azaria o Abdenego, che si erano presentati nel luogo della cerimonia come il re aveva comandato di fare, rimasero rispettosamente in piedi rifiutandosi di inchinarsi e rendere omaggio all’immagine. La cosa fu portata all’attenzione del re il quale, probabilmente incredulo e deluso dal fatto di non essere riuscito a trasformare i tre giovani ebrei in leali sostenitori dell’impero babilonese, davanti al loro deciso e ripetuto rifiuto ordinò di gettarli nella fornace di fuoco ardente. Con tono di sfida il re disse loro: “quale Dio potrà liberarvi dalla mia mano?” (Daniele 3:15 – VR).
Nabucodonosor aveva la memoria corta: aveva già dimenticato che poco tempo prima, quando Daniele interpretò un suo sogno, era stato costretto a riconoscere che il Dio degli ebrei “è il Dio degli dèi, il Signore dei re” (Daniele 2:47). I tre giovani ebrei non l’avevano per certo dimenticato e prontamente risposero: “O Nabucodonosor, noi non abbiamo bisogno di darti risposta su questo punto. Ma il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re.  Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere” (Daniele 3:16-18 – VR). Infuriato il re ordinò ai suoi servitori di riscaldare la fornace sette volte più del solito quindi ordinò di legare Sadrac, Mesac e Abdnego e di gettarli nel fuoco ardente. Il calore della fornace era così forte che gli uomini incaricati di eseguire quell’ordine rimasero essi stessi uccisi dalle fiamme. Ma accadde qualcosa di straordinario: i tre giovani benché legati e gettati nel mezzo della fornace erano ancora vivi e le fiamme non li consumavano! Avvicinandosi per vedere cosa stava accadendo, Nabuconosor si meravigliò ancora di più allorché notò che nella fornace invece di tre persone ce n’erano quattro. Certamente il quarto uomo era un angelo che Dio aveva inviato in soccorso dei tre fedeli giovani. A quel punto Nabucodonosor chiamò fuori della fornace i tre giovani e, tra lo stupore generale, tutti i presenti constatarono che su di essi non c’era neanche l’odore del fuoco e non si era bruciato neanche un capello della loro testa (cfr. Daniele 3:21-27). Ancora una volta quel potente governante fu costretto a riconoscere che “il Dio di Sadrac, di Mesac, e di Abed-Nego … ha mandato il suo angelo e ha liberato i suoi servi che hanno confidato in lui, hanno trasgredito l’ordine del re, hanno esposto i loro corpi per non servire né adorare alcun altro Dio che il loro … non c’è nessun altro Dio che possa salvare in questo modo” (Daniele 3:28,29 – VR).

il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re
Navigando in Internet e, in particolare, dando un occhiata ad alcuni account di persone che postano pensieri, opinioni, immagini e filmati di natura religiosa sui vari social network, ho notato una cosa che, come studioso delle Sacre Scritture, mi ha lasciato sconcertato: in molte foto e filmati di cerimonie e adunanze religiose gli ambienti sono tappezzati di bandiere nazionali. Questa pratica riguarda in modo particolare movimenti religiosi che si dichiarano “cristiani”, cattolici, ortodossi ed evangelici, devo dire, con una marcata preminenza di quest’ultimi. Perché il mio “stupore”? Come è noto la bandiera è più che un semplice pezzo di stoffa colorata, essa è il simbolo di una nazione, in particolare della sua sovranità. Ad esempio, al  tempo in cui la Gran Bretagna possedeva colonie in tutta la terra, la sua presenza in questi territori era rappresentata dalla pittoresca bandiera inglese chiamata Union Jack. Il suo sventolìo indicava che quei territori appartenevano alla Gran Bretagna. Cito questa bandiera perché è emblematica di un altro fattore che spesso caratterizza tale simbolo: ha nel suo disegno una croce, la croce rossa di S. Giorgio, un vessillo religioso; molte bandiere hanno nel loro disegno un simbolo religioso, una croce, la mezzaluna, le stelle e altri. Riguardo alla bandiera americana a stelle e strisce, il codice che regola l’uso della stessa, The Flag Code, afferma: “La stella è un simbolo dei cieli e la mèta divina a cui l’uomo ha aspirato da tempo immemorabile; la striscia è simbolica dei raggi di luce che emanano dal sole”. L’uso di simboli religiosi è stato adottato per conferire un alone di santità alle bandiere nazionali. Questo fatto viene sintetizzato dal giuramento di fedeltà alla bandiera stabilito nel citato codice, che dice: “Io giuro fedeltà alla Bandiera degli Stati Uniti d’America, e alla Repubblica che essa rappresenta, una Nazione guidata da Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti”. Dunque l’esposizione di una bandiera in un ambiente o in una cerimonia religiosa denota una forte commistione tra quella religione e lo spirito nazionalista del mondo. I risultati prodotti nel tempo da questa mistura nazional-religiosa sono stati riassunti da Arnold Toynbee, celebre storico inglese, il quale ha affermato: “Le guerre di religione sono state seguite, dopo una brevissima tregua, dalle guerre di nazionalità; e nel moderno mondo occidentale lo spirito del fanatismo religioso e lo spirito del fanatismo nazionalista sono manifestamente la stessa malefica passione” (Panorami della storia, traduzione di G. Cambon – Mondadori, Milano, 1954, pag. 20,21). Il nazionalismo è il cancro della società umana; è sempre stato alla base di divisioni, discriminazioni, conflitti sociali, guerre e stermini. Ivo D. Duchacek, Professore di Scienze Politiche presso la City University di New York scrive nel suo libro Conflict and Cooperation Among Nations: “Il nazionalismo divide l’umanità in unità reciprocamente intolleranti. Di conseguenza, si pensa prima come Americani, Russi, Cinesi, Egiziani o Peruviani, e poi come esseri umani, se ci si pensa”.
Il nazionalismo non è una cosa nuova. La Parola di Dio mostra che ebbe inizio nell’antica Babele o Babilonia con Nimrod, il primo che, dopo il Diluvio, si innalzò come re in opposizione al Signore (cfr. Genesi 10:9). Sadrac, Mesac e Abednego erano tra i sudditi che il re babilonese Nabucodonosor aveva fatto radunare sulla pianura di Dura e che avevano l’ordine di inchinarsi in adorazione davanti all’immagine nazionale dello stato. Questi giovani adoratori del vero Dio, però, rifiutarono di inchinarsi, anche dietro la minaccia d’essere gettati vivi nella fornace ardente. Ebbero la determinazione e il coraggio di dire al re infuriato: “sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere”. Questo racconto dimostra che Dio non vuole che i suoi adoratori nutrano sentimenti nazionalisti e non approva che essi facciano uso dei simboli patriottici delle nazioni e gli rendano onore. Da qui la mia perplessità nel vedere invece chiese, luoghi di adunanze e cerimonie religiose addobbate con la bandiera nazionale. Quando il fondatore del cristianesimo, Gesù, fu processato davanti al governatore romano Pilato con la falsa accusa di essersi fatto re dei giudei, quindi di aver parteggiato per un governo umano, disse chiaramente “Il mio regno non è di questo mondo”. In contrasto i suoi apostati connazionali replicarono: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 18:36; 19:12-15). Gli apostati moderni con il loro spirito nazionalista hanno fatto la stessa scelta, si sono schierati dalla parte dei governanti umani e li sostengono! I veri discepoli di Gesù nel primo secolo, però, si comportarono diversamente. Nel suo libro Those About to Die Daniel P. Mannix, scrittore e giornalista americano (forse molti lo ricordano per aver ispirato con i suoi scritti la sceneggiatura del film Gladiator) ha scritto: “I cristiani si rifiutarono di … sacrificare al genio dell’imperatore, all’incirca equivalente oggi al rifiuto di salutare la bandiera o di ripetere il giuramento di fedeltà … Tutto quello che un prigioniero doveva fare era spargere sulle fiamme un pizzico d’incenso e gli veniva dato un Certificato di Sacrificio ed era messo in libertà. Gli si spiegava inoltre con cura che egli non adorava l’imperatore; semplicemente riconosceva il carattere divino dell’imperatore come capo dello stato romano. Tuttavia, quasi nessun cristiano si valse dell’opportunità di sfuggire”. Nei tempi moderni i veri cristiani si comportano allo stesso modo. Durante la II guerra mondiale, mentre milioni di giovani cosiddetti “cristiani”, cattolici, ortodossi e protestanti, si scannavano gli uni con gli altri animati dallo stesso spirito nazionalista, un piccolo gruppo di giovani in ogni parte della terra, in qualsiasi nazione vivessero, si rifiutò di piegarsi al volere dello Stato e uccidere i propri fratelli; quei giovani coraggiosi ritennero che quello che la maggioranza stava facendo era in contrasto con la superiore legge divina. Come i fedeli tre ebrei compagni di Daniele, dovettero affrontare la prova della loro integrità e fedeltà al dominio divino: alcuni di loro vennero gettati nella “fornace di fuoco ardente”, imprigionati e giustiziati a motivo della loro scelta, in diversi casi persero la vita proprio nei forni crematori della follia nazista. Altri sopravvissero e si impegnarono per aiutare le persone a comprendere l’importanza di mantenersi separati dalle distruttive beghe nazionalistiche del mondo. Sul modello del loro coraggioso esempio tutt’oggi milioni di giovani cristiani, contrariamente ai loro coetanei che continuano a conformarsi allo spirito nazionalista del mondo, stanno mantenendo la loro neutralità rispetto alle vicende politiche e militari dei paesi in cui vivono. Per questo vengono ancora perseguiti, imprigionati e, in qualche nazione, perfino giustiziati ma anche essi, come i primi cristiani, hanno scelto di “ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29 – VR).
Quando il promesso Messia si presentò sulla terra, gli apostati israeliti infervorati da spirito nazionalista volevano nominarlo re con l’intento di metterlo a capo della loro lotta di indipendenza dall’impero romano, “ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (Giovanni 6:14,15 – CEI). Egli rifiutò sempre di farsi coinvolgere nelle beghe politiche dei suoi connazionali e ne spiegò il motivo dicendo: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). Gesù era stato designato da Dio quale futuro re del governo celeste, l’unico governo che avrebbe risolto tutti i problemi del genere umano (cfr. Daniele 2:44; 7:13,14; Isaia11:2-5; 35:5,6). Perciò se si fosse immischiato nelle controversie nazionalistiche del mondo sarebbe stato sleale al governo del Padre. Egli poi disse ai suoi discepoli che dovevano fare la stessa cosa indicando loro la meta da perseguire: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Matteo 6:33). Questo comando riguardava l’intera condotta dei suoi seguaci, ogni aspetto della loro vita religiosa e sociale perché, come il loro Maestro, anch’essi “non facevano parte del mondo” (Giovanni 17:16). Pertanto, nel I secolo, e per tutti i secoli successivi, i discepoli di Gesù dovettero far fronte alle tante pressioni che venivano fatte loro per adeguarsi al modo di vivere sia della maggioranza degli israeliti apostati che dei popoli pagani in mezzo ai quali vivevano. Come gruppo essi mantennero una netta linea di demarcazione con il modo di comportarsi del resto del mondo. Pertanto, pur rispettando le leggi umane, quando queste entravano in contrasto con la suprema legge di Dio e davanti a qualsiasi scelta tra l’ubbidienza alle norme divine e l’adeguarsi ai modelli di vita proposti dagli uomini il loro motto fu sempre: “Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini” (Atti 5:29 – VR).
La storia attesta sotto quali aspetti i cristiani furono diversi dal resto dell’umanità.
Anzitutto lo furono in materia di fede religiosa: essi, ad esempio, non credevano nelle triadi di dei, come la maggioranza delle persone religiose dei loro tempi, ma in “un solo Dio”; non si fecero influenzare dalle filosofie umane, quale quelle sull’immortalità dell’anima e della vita dopo la morte nell’aldilà, ma credevano che i morti non erano coscienti di alcuna cosa e che l’unica speranza per essi era quella di essere riportati in vita mediante la risurrezione in un tempo stabilito da Dio; non usavano immagini nell’adorazione; né avevano un apparato gerarchico clericale che dominasse sul resto dei fedeli (cfr. Efesini 4:6; Colossesi 2:8; Giovanni 5:28,29; Atti 24:15; Giovanni 4:23,24; Romani 1:22,23; Matteo 23:8-12; 2Tessalonicesi 2:4). Essi chiamavano il loro credo “la Via” poiché erano fermamente convinti di essere gli unici a seguire la vera religione e consideravano falsa ogni altra forma di adorazione; perciò non cercarono mai una “unione delle fedi” ma si separarono nettamente da altri culti (cfr. Atti 9:2; 19:9; 2Corinzi 6:14-17).
Quei cristiani furono diversi nei rapporti con altre parti del sistema di cose che li circondava: ad esempio rifiutarono di occupare cariche governative e si mantennero neutrali nelle vicende politiche degli uomini, considerandosi cittadini del Regno di Dio; non vollero prestare servizio negli eserciti dei paesi dove vivevano poiché erano contrari all’uso delle armi  (cfr. Giovanni 15:19; 17:16; Filippesi 3:20; Matteo 26:52; 2Corinzi 10:3,4). Essi si distinsero anche nelle mete che perseguirono nella loro vita poiché cessarono di essere materialisti; le ricchezze materiali non furono più l’obiettivo dei loro sforzi ma semplicemente un mezzo usato, oltreché per procurarsi il necessario per vivere, per promuovere quello che essi considerarono il loro primario interesse o la loro principale attività: la predicazione del Regno di Dio (cfr. Matteo 6:19,25,31; 28:19,20; Marco 13:10; Colossesi 1:23; 1Giovanni 2:15,16).
I primi cristiani furono diversi riguardo alla morale: dovettero affrontare il problema di mantenersi virtuosi in una società, quella romana, che era permeata dal vizio e vi si praticava ogni forma d’immoralità; l’immoralità sessuale faceva perfino parte dell’adorazione e le perversioni sessuali, come l’omosessualità e la pedofilia, erano molto comuni. Essi respinsero ogni forma di permissività al riguardo (cfr. Romani 1:24-27; 1Corinzi 6:9-11).
Questo loro rifiuto di conformarsi a quel sistema di cose creò un diffuso clima di ostilità nei loro confronti, poiché vennero considerati “persone strane e pericolose, e il resto della popolazione istintivamente sospettava di loro” (Wyatt Aiken Smart, Still the Bible Speaks). Sotto l’aspetto religioso erano sprezzantemente tacciati di essere una “setta” (cfr. Atti 24:14). Poiché non partecipavano alle lotte politiche e militari delle nazioni furono considerati degli “asociali” e selvaggiamente perseguitati, imprigionati e messi a morte (cfr. Ebrei 11:36-38). Non erano di certo popolari tra le nazioni: non avevano amicizie con i potenti della terra (cfr. Giacomo 4:4). Quando compivano la loro opera di predicazione non venivano accolti e osannati con cori da stadio ma spesso erano umiliati, insultati, derisi e maltrattati. La loro condizione rispetto alla maggioranza delle persone fu così descritta dall’apostolo: “Noi siamo pazzi a causa di Cristo, ma voi siete sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi siete forti; voi siete onorati, ma noi siamo disprezzati. Fino a questo momento, noi abbiamo fame e sete. Siamo nudi, schiaffeggiati e senza fissa dimora, e ci affatichiamo lavorando con le nostre proprie mani; ingiuriati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; diffamati, esortiamo; siamo diventati, e siamo tuttora, come la spazzatura del mondo, come il rifiuto di tutti” (1Corinzi 4:10-13 – VR).
Oggi la situazione di quelli che vogliono fare la volontà di Dio, cioè dei veri seguaci di Cristo, non è molto diversa. I tempi che tutti stiamo vivendo sotto l’aspetto sociale e morale hanno le stesse caratteristiche del tempo di Daniele e dei suoi tre compagni o del mondo romano del I secolo: lotte politiche, conflitti sociali, degenerazione morale, ipocrisia religiosa continuano  a dominare l’intera scena mondiale e sono estese a un grado tale da mettere in dubbio perfino la sopravvivenza della razza umana. Tuttavia la maggioranza degli abitanti della terra continua a conformarsi a questo stato di cose e non vede di buon occhio chi vuole comportarsi diversamente. Come disse Gesù stesso ai suoi veri seguaci: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo … per questo il mondo vi odia” (Giovanni 15:19 – CEI).

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5 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – VII

  1. silvianovabellatrix ha detto:

    Un saluto carissimo Gianni…leggo sempre i tuoi post anche se non commento spesso. Ma li tengo presenti come spunto di riflessione . A presto!

  2. GIANNI ha detto:

    Ciao Silvia,
    è sempre un piacere entrare in contatto con te. Anch’io leggo i tuoi post che mi vengono regolarmente segnalati per e-mail appena li pubblichi. Apprezzo molto le tue capacità descrittive e la fantasia che usi nell’esporre fatti reali e immaginari nonchè le tue doti artistiche (e me ne intendo, essendomi formato in quel mondo dal quale, ahimè, le vicende della vita mi hanno un pò allontanato … ma non ho perso la mano! … ahahahahah …. e aspetto la “pensione” per riprendere matite e pennelli!). Riguardo ai commenti, tu sai che io non sono qui per farmi discepoli, anche se apprezzo le opportunità che gli altri mi offrono per estendere gli argomenti che tratto, le cui sfaccettature sono varie e affascinanti poiché, come dice la Scrittura non basta il tempo infinito “per trovare l’opera che Dio ha fatto dall’inizio alla fine” (Ecclesiaste 3:11). Mi basta che le persone sensibili, come te, leggano e riflettano, per il resto, come dice ancora la Scrittura, “è Dio che fa crescere” (1Corinzi 3:6,7), Lui solo legge nei cuori delle persone e sa ispirarli. Un caro saluto. G.

  3. Desiree Bravi ha detto:

    Ho letto con molto interesse questo articolo, mi piacerebbe sapere come era fatta la fornace ardente. Grazie

    • GIANNI ha detto:

      Ciao Desiree, immagino che tu ti riferisca alla fornace dove Nabucodonosor fece gettare i tre giovani ebrei Sadrac, Mesac e Abdnego per essersi rifiutati di commettere idolatria inginocchiandosi davanti alla statua fatta erigere dallo stesso re. La Parola di Dio non ci dice se si trattava di una fornace speciale costruita per questo scopo o di una fornace normale comunemente adibita ad altri usi, pertanto su questo non posso dire nulla senza il rischio di esprimere solo un’idea personale. Abbiamo però alcuni elementi, biblici ed extrabiblici, su cui possiamo riflettere se vogliamo soddisfare la nostra curiosità. Ad esempio, quando gli avi di quei caldei si accinsero a costruire la città di Babele o Babilonia con la sua torre nel paese di Sinar, dissero “venite, facciamoci mattoni e cuociamoli col fuoco” (Genesi 11:3 – CEI). I mattoni cotti col fuoco erano più resistenti rispetto a quelli seccati al sole ed erano usati nelle costruzioni più importanti; le rovine dell’antica Babilonia dimostrano l’ampio uso di mattoni cotti nelle fornaci nella sua costruzione. Di sicuro per cuocere quei mattoni venivano utilizzate fornaci abbastanza grandi per sfornarne un certo numero per volta, che ne pensi? … Gli archeologi hanno riportato alla luce nell’area di Meghiddo, nella stessa regione, alcune fornaci a forma di U che misuravano circa 2,5 m per 3. In queste fornaci il focolare era situato nell’incurvatura, l’aria che entrava dallo sportello sottostante spingeva la fiamma nelle due camere di riscaldamento, facendola uscire dalle due canne fumarie situate nella parte posteriore della fornace. Che le fornaci potessero avere una certa grandezza è confermato da un altro racconto contenuto della Parola di Dio. In Genesi 19:28 si dice che quando Abramo osservò dall’alto bruciare Sodoma e Gomorra, “vide che fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace”; pertanto appare logico pensare che le fornaci allora usate potessero essere abbastanza grandi per produrre una quantità di fumo visibile a molta distanza e tanto grandi da contenere più uomini, come avvenne nel caso in questione. Spero di esserti stato utile, di più non saprei dire. Un caro saluto, G.

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