PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – VIII

“BEATI QUELLI CHE PUR NON AVENDO VISTO CREDERANNO”

Giovanni 20:29

Anteprima
Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3). Con queste parole pronunciate poco prima di essere messo a morte Cristo Gesù indicò ai suoi discepoli quale sarebbe stata la base di una fede forte e sicura: una accurata conoscenza di Dio e della sua volontà che Egli intende adempiere mediante il suo diletto figlio (cfr. Colossesi 1:9). Milioni di persone hanno un’idea generale e anche piuttosto vaga riguardo a Dio. Pensano a lui come ad un essere superiore che esiste “lassù” e dicono di credere in lui ma spesso le loro azioni smentiscono tale pretesa. Al tempo di Gesù la mancanza di conoscenza di Dio e della sua volontà spinse molte persone, che pure dichiaravano di credere in Dio, a rigettare il mezzo di salvezza da lui provveduto. Esse preferirono seguire la tradizione stabilita da uomini imperfetti e fallaci, fatta di dottrine, comandi e consuetudini frutto del pensiero umano, piuttosto che le tante indicazioni profetiche riguardo alla venuta del promesso Messia che Dio aveva fatto scrivere nella sua Parola per il loro beneficio. Così Gesù disse loro: “avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione” (Matteo 15:6 – VR). Dopo 2.000 anni la maggioranza delle persone che affermano di credere in Dio continua a fare lo stesso errore. Ne è una prova la recente festività di Pasqua celebrata dal cristianesimo apostata. La tradizione umana ha spinto le persone a seguire una serie di riti nessuno dei quali trova il suo fondamento della Parola di Dio; nessuno di essi fu osservato nella primitiva chiesa cristiana e la loro storia dimostra che spesso traggono origine da usanze pagane. Questa tradizione ha impedito alla mente e al cuore di queste persone di comprendere il giusto valore del sacrificio di Cristo e di mostrare vero apprezzamento; ha trasformato la loro fede in una mera manifestazione esteriore, basata sull’emotività, sulla superstizione, ossessionata dalla ritualità e dalla pomposità, una fede che esprime un’ubbidienza proforma per salvare le apparenze, un fertile suolo per l’ipocrisia. La mancanza di una più accurata conoscenza delle profezie bibliche fu un problema perfino per un fedele apostolo di Gesù il quale arrivò a tentennare davanti a uno dei più grandi insegnamenti della Parola di Dio, la risurrezione dei morti e, nel caso specifico, a dubitare della risurrezione di Gesù, dovendo ricorrere, per credere, a una manifestazione visiva della volontà e del potere divino. Possiamo imparare un’importante lezione dalla sua storia che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola per nostra istruzione affinché “crediamo e abbiamo vita” nel nome di Gesù (cfr. Giovanni 20:31).
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Domenica scorsa il mondo cosiddetto “cristiano” ha festeggiato la sua Pasqua con un cerimoniale che, alla luce delle Sacre Scritture, nulla aveva a che vedere con la vera pasqua cristiana, perché:
a) era sbagliato il tempo; Gesù, infatti, si riunì con i suoi discepoli a Gerusalemme subito dopo il tramonto che dava inizio al 14° giorno del mese di nisan del calendario ebraico, tempo in cui gli israeliti avevano il comando di ricordare il Pesach, da cui Pasqua, termine che significa “passare oltre”. La ricorrenza fu istituita da Dio stesso nel 1513 a.C. per ricordare la miracolosa liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana; in particolare si riferiva alla decima delle piaghe che Dio mandò contro l’Egitto per indurlo a liberare il suo popolo allorché, durante la notte, l’angelo della morte si fermò nelle case degli egiziani colpendone tutti i primogeniti ma “passò oltre” le case degli ebrei sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato del sangue dell’agnello sacrificale (cfr. Esodo 12:1-20, 24-27). Da allora ogni anno gli israeliti ricordavano quell’avvenimento nello stesso periodo e alla stessa maniera: mangiando pane azzimo, cioè non lievitato, erbe amare e agnello arrostito; fu per questo motivo che Gesù si riunì con i suoi discepoli quel 14 nisan del 33 A.D. In quella occasione, però, fece qualcosa di particolare che, oltre ad adempiere il significato profetico della festa in quanto, come simbolico agnello sacrificale, avrebbe di lì a poco versato il suo sangue per la salvezza di tutto il genere umano, ne ampliò il valore poiché istituì con i suoi discepoli un “patto per il regno” per farli partecipare con lui al governo della terra (cfr. Luca 22:28-30); quindi comandò ai suoi discepoli di continuare a commemorare quell’avvenimento. Quest’anno il 14 nisan corrispondeva nel nostro calendario a venerdì 6 aprile, con inizio dopo il tramonto di giovedì 5 aprile e termine al tramonto del 6 (poiché gli israeliti contavano il giorno da tramonto a tramonto). Il cristianesimo “apostata”, dunque, ha ricordato l’avvenimento in un giorno sbagliato, l’8 aprile, e questo perché, come vedremo di seguito, ha snaturato il vero significato della ricorrenza facendola ricadere sempre di domenica (1);
b) era sbagliato il motivo della ricorrenza; i cosiddetti “cristiani” hanno festeggiato la risurrezione di Gesù, mentre egli comandò ai suoi discepoli di commemorare la sua morte perché questa sancì una vita di perfetta ubbidienza a sostegno della sovranità universale del suo Padre celeste (cfr. Matteo 4:10; Filippesi 2:8). Quella vita offerta in sacrificio servì come prezzo per il riscatto dell’umanità dal peccato ereditato da Adamo e dalle sue mortifere conseguenze (cfr. Matteo 20:28; Romani 5:6-21; 1Timoteo 2:5,6; Ebrei 10:9,10). La morte dell’uomo perfetto Gesù, equivalente del perfetto Adamo, fu il provvedimento preso da Dio per la salvezza del genere umano e questo gli uomini devono sempre ricordare. La risurrezione di Gesù fu solo il giusto premio che Dio gli diede affinché potesse tornare nel reame celeste da dove era venuto per esercitare l’incarico di Re e governante dell’intera terra, al tempo stabilito da Dio (cfr. Atti 5:30,31; Romani 8:34; Ebrei 10:12,13; Apocalisse 5:5-13);
c) erano sbagliati i riti legati alla festività; nei suoi aspetti salienti la celebrazione ha incluso un’intera settimana, definita la “Settimana santa”, aperta dalla “Domenica delle palme” istituita per ricordare l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, per cui secondo l’usanza i fedeli portano a casa i rametti di ulivo o di palma benedetti per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici, seguita dalla scenografica quanto ipocrita cerimonia della “lavanda dei piedi”, che nulla ha a che fare con l’esempio di modestia e umiltà lasciato da Gesù, e dalle varie rappresentazioni mistiche e piuttosto folkroristiche della “Passione di Cristo”, quali i “sepolcri” allestiti nelle chiese o la famosa “Via Crucis” celebrata con la presenza del Papa, e conclusa la domenica successiva con la festa di Pasqua vera e propria con la quale si è celebrata la risurrezione di Gesù, considerata la «festa delle feste» o la «solennità delle solennità» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1169). Nessuno di questi riti viene descritto nella Parola di Dio come osservato dai primi cristiani, né nei vangeli, né negli Atti della primitiva chiesa cristiana e né nelle lettere apostoliche, mentre vi è scritto che la sera prima di morire Gesù, dopo aver celebrato insieme ai suoi apostoli la pasqua ebraica e dopo aver allontanato il traditore, Giuda, istituì quello che è noto come Pasto Serale del Signore: egli prese del pane non lievitato e il vino e li passò agli undici fedeli apostoli dicendo loro che quegli elementi rappresentavano il suo corpo e il suo sangue, cioè la sua vita, che egli stava per cedere in sacrificio a favore dell’intera umanità. Quindi comandò ai discepoli: “fate questo in memoria di me” (Luca 22:17-19). Quello era il vero rito da osservare, l’unico che i primi cristiani seguivano, come confermò circa 20 anni dopo l’apostolo Paolo allorché scrisse: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11:23-26 – CEI).
La festa di Pasqua, così come viene osservata dal cristianesimo apostata, pertanto non ha alcun fondamento biblico. Da dove, allora, ha avuto dunque origine?
Lo storico Socrate lo Scolastico affermò nella sua Storia Ecclesiastica: “Mi sembra che la festa della Pasqua sia stata introdotta nella Chiesa rifacendosi a qualche vecchia usanza, così com’è accaduto per molti altri costumi che si sono affermati”. Quali erano queste “vecchie usanze”? Spiega un altro storico moderno, William Shepard Walsh, nel suo libro Curiosities of Popular Customs: “La tattica della Chiesa primitiva era invariabilmente quella di dare un significato cristiano alle cerimonie pagane ancora esistenti che non si riusciva a sradicare. Nel caso della Pasqua la trasformazione fu particolarmente facile. La gioia per il sorgere del sole letterale, e il risveglio della natura dalla morte invernale, divenne la gioia per il sorgere del Sole della giustizia, per la risurrezione di Cristo dalla tomba”. Infine Cristina Hole, nel suo libro Easter and Its Customs aggiunge: “Era a primavera che, nella stagione della nuova vita e del rinnovo quando, da tempo immemore, i popoli pagani d’Europa e Asia tenevano le loro Feste di Primavera, rappresentando di nuovo gli antichi miti della rigenerazione e compiendo cerimonie magiche e religiose per fare crescere e prosperare le messi. I Misteri Invernali, come quelli di Tammuz [dio babilonese condannato nella Parola di Dio] e di Osiride [dio egiziano] e di Adone [dio greco], fiorirono nel mondo mediterraneo quando vi viveva e operava il nostro Signore, e più a settentrione e a oriente ve n’erano altri meno conosciuti ma non meno vivamente attivi. È inevitabile che alcuni dei loro preferiti riti e simboli fossero portati nelle usanze pasquali”.
C’è allora da chiedersi come mai riti pagani hanno avuto così tanta presa sui cosiddetti “cristiani”.
Qualche giorno fa, navigando in Internet mi sono imbattuto in una dichiarazione di una giovane mistica cattolica di nome Rosellina che lamentava la diffusione della secolarizzazione, del relativismo e dell’ipocrisia religiosa all’interno della sua Chiesa attribuendone la colpa a Satana! Per la verità la sua visione della fede mi è apparsa piuttosto allineata con l’integralismo, il misticismo e il fervore inquisitorio medioevale (non a caso veste alla maniera francescana e condivide lo stesso spirito di “caccia alle streghe” e ai presunti “simboli satanici” di un gruppo integralista che fa capo a tale ordine che fu, non lo dimentichiamo, uno dei più sanguinari durante i bui secoli dell’Inquisizione cattolica), tuttavia non si è allontanata molto dalla verità. Quello che però Rosellina non sa spiegare è come Satana riesce ad influenzare le persone. Ma questo lo spiegò Gesù quando, rivolgendosi agli ipocriti capi religiosi del suo tempo, disse loro: “Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 2:44 – VR). Satana, dunque, ha dei “figli” terreni, una sua “progenie” o “stirpe” o “seme” (cfr. Genesi 3:15 – VR,CEI,Di), composta da persone false e ipocrite le quali, per soddisfare il loro desiderio di preminenza, ricorrono, come il loro malefico “padre” o ispiratore, alla menzogna. Egli si serve di questi per divulgare falsi insegnamenti su Dio per distogliere l’attenzione delle persone dal suo vero proposito. In che modo lo fanno? Ancora Gesù lo ha spiegato dicendo di loro: “avete annullato la parola di Dio a motivo della vostra tradizione. Ipocriti! Ben profetizzò Isaia di voi quando disse: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d’uomini’” (Matteo 15:6-9 – VR). Quei capi religiosi cercavano di imporre le loro proprie coscienze, scrupoli, preferenze personali e pregiudizi a tutto il resto del popolo si, come disse Gesù, essi “legavano pesanti fardelli e li imponevano sulle spalle della gente, ma loro non volevano muoverli neppure con un dito” (cfr. Matteo 23:4), e lo facevano attraverso una serie di informazioni, dottrine, prescrizioni, comandi o consuetudini tramandate di generazione in generazione finché diventavano un radicato modo di pensare o di agire. A queste tradizioni, che erano “precetti d’uomini”, cioè il frutto di pensieri umani, si dava importanza più che alla Parola di Dio stessa sminuendone il valore agli occhi dei fedeli e addirittura preferendole in caso di contrasto con essa.
Gli ebrei che esercitarono fede in Cristo dovettero abbandonare quelle tradizioni poiché, come spiegò loro l’apostolo Pietro, costituivano un “vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri” (1Pietro 1:18 – VR). Ma dopo la morte degli apostoli uomini ipocriti ed egotisti che ambivano alla preminenza, iniziarono di nuovo a diffondere dottrine, comandi e consuetudini frutto di pensieri umani che col tempo divennero anch’esse un diffuso e radicato modo di pensare e agire, proprio come era stato predetto (cfr. (Atti 20:30; 1Timoteo 4:1-3; 2Pietro 2:1-3; 1Giovanni 2:18, 19). Tutte queste cose col tempo hanno costituito quella “tradizione” (2) che il cristianesimo apostata ha inculcato nelle menti dei fedeli distogliendole dalle verità esposte nella Parola di Dio, producendo lo stesso risultato della religione farisaica: una fede fondata sul fragile fondamento delle emozioni e delle superstizioni, una fede basata sulla credulità più che sulla conoscenza, una fede ossessionata dall’esteriorità, dalla ritualità e dalla pomposità, una fede che esprime un’ubbidienza proforma per salvare le apparenze, un fertile suolo per l’ipocrisia, come riconosce Rosellina. È per questo che dopo 2.000 anni le Chiese del cristianesimo apostata sono costrette a parlare di “rievangelizzazione” dei loro adepti, ma su quale base? … sulla stessa tradizione che ha prodotto tale fallimento? …
Sia Gesù che i suoi fedeli apostoli misero la tradizione degli uomini in contrasto con la Parola di Dio dicendo che la prima, per imporsi, annullava la seconda. Non a caso i fedeli delle Chiese del cristianesimo apostata sono tra i più ignoranti riguardo alla conoscenza della Parola di Dio. Questa ignoranza è stata il fertile sottobosco per l’affermarsi della tradizione, perciò è stata alimentata, anche con il ricorso alla violenza, dalle gerarchie ecclesiastiche che hanno costruito le loro lussuriose fortune sulla mancanza di conoscenza della verità da parte delle masse dei fedeli.

“So che cercate Gesù … Non è qui! È risorto, come aveva detto”
La domenica 16 nisan alcune donne devote si recarono nel luogo dov’era stato sepolto Gesù con degli olii aromatici per imbalsamarne il corpo. Arrivate sul posto trovarono che la grande pietra che chiudeva l’accesso alla tomba era stata spostata. Smarrite e preoccupate si interrogarono su cosa potesse essere successo quando apparve loro un angelo che disse: : “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù … Non è qui! È risorto, come aveva detto … Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli” (Matteo 28:5-7 – CEI). Alle parole dell’angelo quelle donne certamente dovettero ricordare i momenti in cui Gesù stesso aveva profetizzato la sua morte e la sua risurrezione il terzo giorno: al principio del suo ministero, durante la Pasqua del 30 A.D., egli vi si riferì, dicendo ai suoi interlocutori: “distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere egli parlava del tempio del suo corpo” (Giovanni 2:19-22 – CEI). In diverse altre occasioni aveva preannunciato la sua morte e risurrezione il terzo giorno (cfr. Matteo 12:39,40; 16:21; 17:1-9,22,23; 20:18,19; 26:31,32). Immediatamente “con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli”. Mentre andavano “ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno»” (Matteo 28:1-10 – CEI). Più tardi Gesù apparve di nuovo a una d’esse, Maria di Magdala. In seguito, quella stessa giornata, egli apparve ad altri due discepoli in cammino da Gerusalemme ad Emmaus ai quali “cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Luca 24:27 – CEI). Infine, la sera di quella domenica, apparve ai discepoli che si erano radunati a Gerusalemme e, incoraggiandoli e spiegando loro l’opera che ora li attendeva, “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (cfr. Luca 24:45 – CEI). Nel cristianesimo apostata si ricordano quegli avvenimenti il lunedì dopo la Pasqua, che viene chiamato il “lunedì dell’Angelo”, con riferimento all’incontro dell’angelo con le donne giunte al sepolcro. Non risulta dagli Atti che i primi cristiani osservassero questa ricorrenza. Chissà, però, quanti che oggi lo festeggiano sono a conoscenza del racconto evangelico al quale si riferisce? Popolarmente, per indicare quell’avvenimento, si usa maggiormente il termine “Pasquetta” ed è emblematica la differenza tra ciò che accadde effettivamente quel giorno e ciò che oggi la “tradizione” degli uomini spinge i cosiddetti “cristiani” a fare. Mentre per i discepoli di Gesù quello fu un giorno di istruzione religiosa che accrebbe la loro conoscenza e la loro fede nella Parola di Dio, oggi si festeggia facendo una passeggiata o una scampagnata “fuori le mura” o “fuori porta”, un pic-nic sull’erba o altra attività all’aperto che, sempre secondo la “tradizione”, dovrebbe  ricordare quel viaggio dei due discepoli da Gerusalemme ad Emmaus (cfr. Matteo 15:6-9). Così, mentre questi si interessarono di conoscere quello che le Scritture dicevano su Gesù, oggi si è più attirati “da gozzoviglie … e dalle preoccupazioni di questa vita” (cfr. Luca 21:34 – Di).
Quanto è importante acquistare conoscenza della verità fu messa in risalto da Gesù il quale disse esplicitamente: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3). Dunque le prospettive di vita eterna dipendono dal conoscere il solo vero Dio e colui che ha mandato, il principale Agente della salvezza, Gesù.
Voi credete alla vita eterna, e in particolare alla promessa di Dio di far vivere i suoi leali servitori per sempre sulla terra trasformata in un paradiso? (cfr. Salmo 36:9-11,29 – CEI; 37:9-11,29 – VR e Di; Isaia 35; Luca 23:42,43).
Crederci o meno dipende dalla conoscenza che abbiamo dell’intero proposito di Dio. Gesù mostrò in un modo pratico come la fede nelle promesse di Dio è legato alla conoscenza della sua volontà: lo fece in una occasione subito dopo la sua risurrezione. Era infatti la domenica 16 nisan, il terzo giorno dalla sua morte: mentre albeggiava Maria Maddalena, una delle fedeli donne che avevano seguito Gesù per quasi tutto il suo ministero terreno, si recò alla tomba dove il cadavere di Gesù era stato posto e trovò che la grossa pietra che la chiudeva era stata spostata e la tomba stessa era vuota. Perciò corse ad avvertire gli apostoli i quali andarono subito alla tomba per costatare che quanto aveva detto Maria era vero. La sera di quella domenica alcuni degli apostoli e altri discepoli si ritrovarono in una stanza a Gerusalemme, con le porte serrate per paura dei giudei, quando all’improvviso Gesù apparve in mezzo a loro, li tranquillizzò e assicurò loro che non li avrebbe abbandonati. Possiamo immaginare la gioia di quei discepoli nel vedere di nuovo in vita il loro Signore e nell’ascoltare le sue confortanti parole. Nei giorni successivi non fecero altro che parlare di quell’avvenimento dicendo gioiosamente a tutti: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma uno degli apostoli, Tommaso, ascoltandoli replicò: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (Giovanni 20:1-25 – CEI). Perché Tommaso fu così scettico?
Che persona era Tommaso? La Parola di Dio ci da alcune informazioni su di lui. Ce lo descrive con un  carattere piuttosto impetuoso non solo nell’esternare i suoi dubbi ma anche nell’esprimere i suoi sentimenti. Ad esempio, quando Gesù fu informato che il suo amico Lazzaro, che abitava a Betania in Giudea, era morto e decise di andare lì per risuscitarlo, i suoi discepoli tentarono di dissuaderlo dicendogli “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?” (Giovanni 11:8 – CEI). Questo era accaduto solo sei mesi prima, nell’autunno del 32 A.D. (cfr. Giovanni 8:59). Ma Tommaso senza esitazione disse a tutti gli altri “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Giovanni 11:16 – CEI). Si rese conto che Gesù tornando lì rischiava la vita e con lui anche i suoi discepoli, ma coraggiosamente non si tirò indietro! La sua fede, dunque, era forte, anche davanti alla morte! Eppure nella circostanza della risurrezione di Gesù in qualche modo vacillò. Perché? Il racconto dell’apostolo Giovanni ci dice che quella domenica sera a Gerusalemme, “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù” (Giovanni 20:24 – CEI). Per qualche motivo Tommaso non era lì con gli altri. I paralleli racconti degli altri evangelisti, Matteo, Marco e Luca, forniscono altri particolari su quella riunione. Ci dicono che durante il giorno Gesù era già apparso altre volte, almeno altre 4 volte: alle donne che erano andate alla sua tomba per spalmare il suo cadavere con oli profumati (cfr. Matteo 28:1-7), a Maria Maddalena quando tornò lì dopo aver avvisato gli apostoli (cfr. Giovanni 20:14-18), a Pietro (cfr. Luca 24:34), a Cleopa e a un altro discepolo sulla strada per Emmaus (Luca 24:13-15). Quella sera, dunque, i discepoli erano lì riuniti e parlavano di quelle apparizioni e di ciò che era accaduto nella circostanza. Essi raccontavano l’uno all’altro ciò che Gesù aveva detto loro, come aveva spiegato le profezie relative alla sua morte e risurrezione e le istruzioni che aveva dato circa il ministero che ora li attendeva, così che “i loro occhi furono aperti” e la loro fede nelle promesse divine venne rafforzata, come dichiarò Cleopa: “Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?” (Luca 24:31,32 – VR). Tutto questo era mancato a Tommaso a causa della sua assenza; la sua fede non era stata rafforzata dalle informazioni che gli altri avevano ricevuto, perciò ebbe un atteggiamento dubbioso alla notizia della risurrezione di Gesù.

beati quelli che pur non avendo visto crederanno!
Otto giorni dopo Gesù apparve di nuovo ai suoi discepoli e questa volta c’era anche Tommaso. Rivolgendosi a lui Gesù disse: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” (Giovanni 20:27 – CEI). Questa volta Tommaso non ebbe dubbi e Gesù lo riprese dolcemente, dicendo: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Giovanni 20:29 – CEI). Queste parole ci ricordano quelle che Gesù stesso disse alla donna samaritana al pozzo di Sicar: “l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” (Giovanni 4:23 – VR). Perciò Gesù insegnò a Tommaso che la fede in Dio e nelle sue promesse non si sarebbe basata su manifestazioni visive, spettacolari e pompose, come quelle messe in scena durante il periodo pasquale dal cristianesimo apostata, ma sulla conoscenza della verità.
Quale verità?
In una delle sue ultime preghiere a favore dei suoi discepoli Gesù disse: “Santificali nella verità: la tua parola è verità” (Giovanni 17:17 – VR). La Parola di Dio è l’unica fonte di verità e la base della fede dei veri cristiani. Questa fornisce non solo conoscenza della volontà divina ma dà anche il corretto intendimento delle norme, dei princìpi e degli insegnamenti che Dio vi ha fatto scrivere. Come scrisse l’apostolo Paolo: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16 – CEI). Il risultato dello studio della Parola di Dio venne così descritto dall’apostolo Giovanni alla fine del suo racconto di quella domenica: “questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Giovanni 20:31 – VR).
Com’è la nostra fede in Dio e nelle sue promesse? Forte e sicura come quella dei discepoli che acquistarono conoscenza attraverso l’insegnamento di Gesù o traballante come quella del Tommaso che aveva perso l’occasione di accrescere la sua conoscenza delle Scritture la sera di domenica 16 nisan ed ebbe bisogno di una manifestazione visibile per credere? È importante determinarlo perché, come ripetutamente affermato da Cristo e dai suoi apostoli, la posta in gioco è altissima: la vita eterna su una terra paradisiaca!
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Note
(1) – Gesù e i suoi discepoli celebrarono il pasto pasquale il 14 nisan, secondo le istruzioni della legge di Mosè (cfr. Esodo 12:6-8; Levitico 23:5; Matteo 26:18-20). Al tempo in cui l’imperatore romano Costantino fece dell’apostata cristianesimo la religione di stato, il Concilio di Nicea (325 d.C.) ordinò che la Pasqua fosse sempre celebrata la domenica immediatamente successiva al plenilunio che ha luogo il giorno dell’equinozio primaverile o subito dopo. Di solito la data di questo equinozio è il 21 marzo. Se il quattordicesimo giorno dal novilunio, che consideravano come il giorno del plenilunio, cadeva di domenica, la celebrazione della Pasqua era spostata alla domenica successiva. Fecero questo allo scopo di evitare che la data della loro festa più importante coincidesse con quella della principale festa ebraica e per distinguersi dalla minoranza di cristiani detti quartodecimani che la celebravano ancora il quattordicesimo giorno di nisan. In tal modo il cristianesimo apostata è giunto ad avere il “giovedì santo” in cui commemorare l’Ultima Cena di Gesù, sempre di giovedì, e il “venerdì santo” in cui commemorare la sua morte sempre di venerdì, e a festeggiare la pasqua di risurrezione sempre di domenica.
(2) – “Nella teologia cattolica la t. (lat. traditio, che traduce il gr. παράδοσις) è una delle due fonti della rivelazione. Il Concilio di Trento [1545-63] la definì: «il complesso delle verità rivelate, appartenenti alla fede e alla morale, non contenute nella Sacra Scrittura, ma trasmesse da Dio alla Chiesa oralmente» … Dopo la composizione dei libri del Nuovo Testamento, la t. continuò a essere riguardata come norma di fede rispetto sia all’interpretazione della Sacra Scrittura, sia all’elaborazione delle idee relative alla dottrina religiosa e al culto che si andava sviluppando nel cristianesimo; e questo, senza interruzione dai Padri della Chiesa e dalla prassi dei pastori sia in Oriente sia in Occidente” (Enciclopedia Treccani).

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