PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XIII

“DIO RESISTE AI SUPERBI, MA DÀ GRAZIA AGLI UMILI”

1Pietro 5:5 – TEV

Dalla bocca dei bambini … hai tratto lode” – Matteo 21:16
Anteprima
L’attuale crisi mondiale non è un caso né è legata alla contingenza dei tempi. Fu profetizzata da Dio già migliaia di anni fa e prelude alla fine del sistema di cose politico, economico e di falsa religione instaurato dall’uomo sulla terra sotto l’influenza satanica (cfr. 2Timoteo 3:1-5; 1Giovanni 5:19). La totale caduta di valori spirituali e la dominante ricerca di mete materialiste, l’amore del denaro, le manifestazioni di opulenza anche in campo religioso, sono i sintomi di una malattia spirituale che attanaglia l’anima umana, una malattia degenerativa, ripugnante, che stà portando l’intero genere umano verso la morte e la conseguente perdita delle benedizioni promesse da Dio. Alcuni esempi del passato, che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola quale monito, possono aiutarci a riflettere su quella che è la nostra personale attitudine al riguardo. Gli abitanti dell’antica Tiro si fecero prendere al laccio dalla continua ricerca di ricchezza materiale che li rese orgogliosi, avidi e cinici attirando su di essi l’avverso giudizio di Dio, che odia tali sentimenti, il quale chiese conto delle loro azioni. Quelle persone che si credevano “prìncipi”  e “nobili” della terra furono “svergognate” e “umiliate” da Dio e, infine, persero la loro elevata, effimera posizione e anche la vita: oggi l’orgogliosa Tiro, l’antica “signora” del Mediterraneo, non è che un cumulo di macerie nei pressi di un piccolo, insignificante villaggio. Un altro interessante parallelo profetico per il giorno d’oggi è costituito dalla storia di Naaman narrata nel capitolo 5 del 2° libro dei Re. I personaggi implicati, una semplice bambina, Eliseo, Naaman e Gheazi corrispondono a figure profetiche facilmente individuabili oggi e i rispettivi atteggiamenti costituiscono motivi di riflessione per chiunque desidera fare la volontà di Dio. La posta in gioco è alta! Riguarda la nostra guarigione spirituale dall’imperfezione fisica e morale alla quale siamo stati condannati fin dalla nascita dal peccato dei nostri progenitori, dai quali l’abbiamo ereditata, la liberazione da false “terapie” o aspettative inventate dalla progenie visibile del Diavolo (cfr. Giovanni 8:32,44) e la vita eterna sotto il dominio divino in condizioni paradisiache.

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Tiro fu una delle più grandi potenze navali del mondo antico. Nel VII secolo a.C. era il principale porto fenicio e la sua flotta solcava in lungo e in largo le acque del Mediterraneo. Abili costruttori di navi, i maestri d’ascia fenici costruirono imbarcazioni che superavano i 30 metri ed erano in grado di percorrere lunghe distanze. Esperti navigatori, essi si spinsero con le loro navi fino alle porte dell’Oceano Atlantico. Tiro si arricchì molto con i suoi commerci: i suoi abitanti fabbricavano oggetti di metallo, di vetro e la porpora; era un centro di scambi per le carovane e un grande deposito di merci per importazione ed esportazione; i commercianti fenici divennero i signori del Mediterraneo.  Fu in quel periodo che Dio fece scrivere di lei: “O Tiro … Il tuo dominio è nel cuore dei mari; i tuoi costruttori ti hanno fatto di una bellezza perfetta … in te sono tutte le navi del mare con i loro marinai, per far lo scambio delle tue mercanzie … Tarsis commercia con te, a causa di tutte le ricchezze che possiedi in abbondanza; fornisce i tuoi mercanti d’argento, di ferro, di stagno e di piombo” (Ezechiele 27:3-12 – VR). Quasi tutti gli studiosi identificano l’antica Tarsis con la Spagna; il geografo greco Strabone (I secolo a.C.) la colloca nella regione del Guadalquivir, in Andalusia, tuttavia appare più verosimile che il nome si riferisse a tutta la parte meridionale della Penisola Iberica ed è noto che sin dall’antichità la Spagna ha avuto miniere per lo sfruttamento di ricchi giacimenti di argento, ferro, stagno e altri metalli.
Per mezzo di un altro suo antico profeta Dio definì Tiro anche: “dispensatrice di corone, i cui mercanti erano prìncipi, i cui negozianti erano dei nobili della terra” (Isaia 23:8 – VR). La sua ricchezza gli permetteva di conferire a certi personaggi potenti posizioni di grande autorità nelle sue colonie e altrove, diventando così “dispensatrice di corone” e i suoi uomini d’affari godevano di un prestigio pari a quello dei “prìncipi” e dei “nobili della terra”. Per rendere l’idea della potenza economica raggiunta dalla città, Maurice Chehab, ex soprintendente alle antichità del Museo Nazionale di Beirut in Libano, disse che “dal IX al VI secolo a.C. Tiro ebbe la posizione di prestigio goduta da Londra all’inizio del XX secolo”. Tale prestigio, però, produsse nei suoi abitanti un malefico orgoglio e uno spietato cinismo.  Il loro commercio, infatti, incluse anche la tratta degli schiavi; si dice che a volte attirassero le persone sulle navi col pretesto di mostrare loro le merci, ma poi le riducevano in schiavitù.
Che sorprendente somiglianza con gli odierni “mercanti”, i perfidi padroni della politica economica mondiale, cinici personaggi che si considerano “prìncipi” e “nobili” della terra, i quali controllano i traffici commerciali e non si fanno scrupoli di affamare popoli e nazioni per assoggettarli al potere dei loro loschi affari!
I mercanti tiri tradirono anche gli israeliti, un tempo loro partner commerciali, e li vendettero come schiavi. Hiram, re di Tiro, per esempio, stabilì relazioni amichevoli con i re giudei Davide e Salomone. Egli fornì a Salomone materiali e mano d’opera per la costruzione del magnifico tempio di Gerusalemme (cfr. 1 Re 5:2-6; 2Cronache 2:3-10). Ma poi si alleò con i nemici di Israele e arrivò a vendere gli Israeliti come schiavi a Greci ed Edomiti. Questo fatto spinse l’Onnipotente Dio di Israele a pronunciare il suo giudizio contro quella antica, opulenta città: “Oracolo su Tiro. Fate il lamento, navi di Tarsis, perché è stato distrutto il vostro rifugio! … Chi ha deciso questo contro Tiro l’incoronata? … Il Signore degli eserciti lo ha deciso per svergognare l’orgoglio di tutto il suo fasto, per umiliare i più nobili sulla terra” (Isaia 23:1-9 – CEI). L’arrogante orgoglio della città, che si era arricchita a spese degli altri popoli, incluso il popolo di Dio, ora doveva fare i conti con il Sovrano d’Israele e dell’intera terra che non poteva passar sopra al fatto che Tiro trattava il popolo del suo patto come semplice merce di scambio (cfr. Gioele 3:6).
Pertanto, al suo profeta Geremia Dio comandò: “manda un messaggio al re di Edom, al re di Moab, al re degli Ammoniti, al re di Tiro e al re di Sidòne … ho consegnato tutte quelle regioni in potere di Nabucodònosor re di Babilonia, mio servo … Tutte le nazioni saranno soggette a lui, a suo figlio e al nipote, finché anche per il suo paese non verrà il momento. … queste genti resteranno schiave del re di Babilonia per settanta anni” (Geremia 27:3-7; 25:11; Isaia 23:15 – CEI). Queste straordinarie parole profetiche si adempirono a partire dal 607 a.C. allorché il re babilonese iniziò la sua campagna contro quel blocco di nazioni. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio narra che l’assedio caldeo contro Tiro durò ben 13 anni con una ingente perdita di vite umane nella città assediata (Contro Apione, I, 156 [21]). Lo sfacciato disprezzo di Tiro nei confronti del popolo di Dio fu la causa del suo avverso giudizio contro di essa, della sua caduta e distruzione (cfr Ezechiele 28:2-19).
Dopo 70 anni, con la caduta di Babilonia per mano dei Medi e dei Persiani, Tiro sembrò riprendersi la sua antica gloria, ma Dio suscitò di nuovo un suo profeta, Zaccaria, per avvertirla che “il Signore se ne impossesserà, sprofonderà nel mare le sue ricchezze ed essa sarà divorata dal fuoco” (Zaccaria 9:4 – CEI). Queste parole profetiche si adempirono circa 200 anni dopo che furono pronunciate quando, nel 332 a.C., Alessandro Magno marciò col suo esercito attraverso l’Asia Minore, e si fermò nei pressi di Tiro. Quando la città rifiutò di aprirgli le porte, Alessandro, pieno d’ira, fece gettare in mare dal suo esercito i detriti della città continentale, costruendo così un molo o strada rialzata per raggiungere la città insulare, proprio come era stato predetto (cfr. Ezechiele 26:4). Dopo sette mesi, fece breccia nelle mura alte 46 m. Oltre agli 8.000 soldati uccisi in combattimento, 2.000 notabili vennero uccisi per rappresaglia e 30.000 abitanti furono venduti schiavi. La profezia biblica si è immancabilmente adempiuta su Tiro! Oggi la sua antica gloria non esiste più. Il luogo è caratterizzato da rovine e da un piccolo porto di mare chiamato Sour.
Dio condannò Tiro per il suo orgoglio e per l’avidità dei suoi abitanti, caratteristiche che Egli detesta. Perché Tiro era orgogliosa? La città era dedita al commercio e ad ammassare denaro. Il successo che aveva in questa attività la rese insopportabilmente superba. La presunzione, ad esempio, aveva spinto il suo re a dichiarare “Io sono un dio! Io sto seduto su un trono di Dio nel cuore dei mari” (Ezechiele 28:1 – VR). Tutt’oggi intere nazioni, e anche singoli individui, possono essere dominati dall’orgoglio e da un concetto errato della ricchezza. Viviamo in un mondo in cui molti sono caduti vittime di avidità ed egoismo. A motivo del prevalente clima commerciale, si dà grande risalto alla ricchezza. Chi non vuol ricevere il giudizio avverso di Dio, lo stesso rivolto contro l’antica Tiro e i suoi abitanti, farebbe bene ad esaminarsi perché tutte le profezie scritte nella Parola di Dio contro gli arroganti e orgogliosi “mercanti”, che hanno fatto della ricchezza il fine della propria vita, che dedicano tanto tempo ed energie ad attività materialistiche disinteressandosi della volontà divina,  che sono così presi dalla ricerca della ricchezza da ignorare i princìpi cristiani nei rapporti d’affari, si adempiranno immancabilmente. Dio, infatti, ha promesso che sarà “un testimone pronto … contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero” (Malachia 3:5 – CEI; cfr. anche 1Timoteo 6:9,10; 2Timoteo 2:4).
L’orgoglio ha sempre messo le persone contro Dio, la sua volontà e il suo popolo e può manifestarsi in diversi altri modi: può essere dovuto a nazionalismo, razzismo, distinzioni di classe o di casta, istruzione, ricchezza, prestigio, potere. In un modo o nell’altro, l’orgoglio può facilmente farsi strada nell’animo di una persona e corromperne la personalità. Per esempio, nel mio post del 7 gennaio u.s., dal titolo “L’UBBIDIRE È MEGLIO DEL SACRIFICIO”, viene mostrato come l’orgoglio impedì al re Saul di riconoscere i propri errori e cambiare la propria condotta facendogli perdere il favore di Dio e il trono. Nel X secolo a.C. un altro “uomo tenuto in grande stima e onore” rischiò, a causa dell’orgoglio, di cadere dalla sua elevata posizione e perdere ogni speranza per la propria salvezza; quest’uomo fu Naaman, comandante dell’esercito siro sotto il re Ben-Adad II (2Re 5:1 – VR).
Naaman aveva acquistato grande fama e onore riuscendo a sventare i tentativi di Salmaneser III re d’Assiria di invadere la Siria. Egli, però, si ammalò di lebbra, una spaventosa e ripugnante malattia degenerativa che consumava il corpo di chi ne veniva colpito conducendolo lentamente alla morte. Sebbene i siri non mettessero in isolamento coloro che prendevano la malattia, come invece richiedeva in Israele la Legge data da Dio, per Naaman quella doveva essere una condizione davvero umiliante e, per di più, senza alcuna prospettiva di miglioramento. Ma nella sua casa dimorava una ragazzina ebrea che una banda di predoni aveva fatto prigioniera, vendendola come schiava, ed era diventata la serva della moglie di Naaman. Questa giovane, sebbene fosse stata allontanata dai genitori, dalla sua famiglia e dal suo popolo, non si era adeguata al mondo pagano in cui venne a trovarsi ma aveva conservato nel cuore la fede in Dio (il suo nome non è rivelato nel racconto, così si è evitato di farla “santa”), perciò parlò alla sua signora di Eliseo, un profeta che aveva compiuto diversi miracoli, dicendole: “se il mio signore potesse presentarsi al profeta che sta a Samaria! Egli lo libererebbe dalla sua lebbra!” (2Re 5:3 – VR). Sotto la guida dello spirito di Dio Eliseo aveva compiuto doversi miracoli, aveva perfino risuscitato il figlio di una donna sunamita (cfr. 2Re 4:8-27). Quella ragazzina dovette parlare con un tale entusiasmo e in modo così convincente da riuscire a far accettare il suo messaggio; ciò che disse spinse ad agire e non fu considerato solo un’idea infantile. Quando, infatti, Naaman venne a conoscenza di questo ne parlò al suo re il quale lo inviò immediatamente da Ieoram, re di Israele con molti doni e una lettera con la quale richiedeva la sua guarigione. Ieoram rimase sgomentato da quella richiesta temendo che il re di Siria cercasse un pretesto per attaccar briga. Messo al corrente della questione, Eliseo rassicurò Ieoram e gli chiese di inviargli Naaman il quale “venne con i suoi cavalli e i suoi carri, e si fermò alla porta della casa di Eliseo” (2Re 5:9 – VR).
Cerchiamo di immaginare la scena! Eliseo si trovava di fronte uno dei più alti dignitari della corte sira, un uomo di grande valore, potente e famoso … Cosa avrebbe fatto? … Noi oggi siamo abituati a vedere cosa accade quando un personaggio simile si reca in visita da uno dei capi religiosi della terra: in genere si dà molto risalto all’avvenimento con un cerimoniale organizzato in pompa magna. Come si comportò Eliseo alla presenza di un tale dignitario? Organizzò qualche speciale e pomposa cerimonia per ricevere questo famoso capo dell’esercito siro? Nulla di tutto ciò! Egli volle evitare che l’attenzione si concentrasse sulla sua persona e neanche pensò di guadagnarsi il favore di quel personaggio d’alto rango. Perciò non gli andò incontro ma mandò da lui un messaggero con questa missiva: “Va’, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito” (2Re 5:10 – CEI).

Come reagì Naaman? Colpito nel suo orgoglio si offese e “se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato” (2Re 5:11,12 – CEI). Aveva dimenticato la sua malattia e lo scopo per cui si era recato da Eliseo. Il suo amor proprio ferito prese il sopravvento! Pensò di non essere stato trattato con l’onore che meritava e che gli era stato chiesto qualcosa che a quanto pare egli giudicava inefficace e umiliante. L’orgoglio e il pregiudizio stava per prendere il sopravvento e fargli perdere una opportunità irrepetibile per la sua salute e la sua salvezza.
La richiesta di Eliseo era molto semplice e non era certo troppo difficile da soddisfare. Buon per lui che i suoi servitori lo aiutassero a ragionare dicendo: “Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito” (2Re 5:13 – CEI). Mettendo da parte il suo orgoglio ferito, Naaman accettò l’assennato consiglio dei suoi servitori e si immerse sette volte nel Giordano. Immaginiamo la gioia che provò quando “si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito” (2Re 5:14 – CEI). Pieno di gratitudine decise che da quel momento in poi non avrebbe adorato altro dio che l’Iddio di Israele!

Che lezioni per tutti quelli che vogliono fare la volontà di Dio!
Tutto il genere umano si trova nella condizione di Naaman: nascendo nel peccato tutti siamo spiritualmente malati, di una malattia che può portarci lentamente alla morte eterna (cfr. Romani 5:12; 6:23). Molti si rivolgono a Dio nella speranza di ricevere aiuto e sollievo dalle comuni sofferenze. Le pagine del Web sono piene di espressioni d’amore e di fiducia nei suoi confronti; ma la maggioranza di queste persone spesso pensa anche che Dio richieda troppo da noi, pretendendo che ubbidiamo a norme che vanno contro i nostri desideri, la nostra personalità, i nostri punti di vista, regole troppo restrittive che limitano il nostro “libero arbitrio” o il comune senso della vita. Eppure, come nel caso di Naaman, Dio non chiede mai cose che non possiamo fare o difficili da soddisfare. Egli sa bene come siamo fatti e richiede da noi solo di prestare attenzione ai suoi comandamenti poiché li ha dati “per il nostro beneficio” e per metterci in guardia contro un modo di vivere che potrebbe danneggiarci (cfr. Isaia 48:17,18). Come è scritto: “in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi” (1Giovanni 5:3 – CEI).
Dio si servì di un fedele uomo, Eliseo, per indicare a Naaman cosa fare per ottenere la guarigione. Egli più volte aveva dato prova che il suo desiderio non era quello di mettersi in mostra né di arricchire ma, piuttosto, di aiutare gli altri ad accrescere il loro apprezzamento verso Dio e i suoi propositi. Quando Naaman volle mostrare riconoscenza a Eliseo offrendogli in dono migliaia di pezzi d’oro e d’argento e dieci cambi di bellissime vesti egli rifiutò il dono. Per lui, in realtà, era stato Dio a compiere la guarigione miracolosa ed egli non intendeva prendersene il merito accettando il dono. Non la pensò così, però, il suo servitore, Gheazi. Questi, bramando quel dono, ragionò che era giusto accettarlo. Perciò rincorse Naaman e, a nome di Eliseo, chiese un talento d’argento (il cui valore ammontava a circa 5.000 euro attuali) e due mute di abiti, col pretesto che servivano per due giovani figli dei profeti appena arrivati dalla regione montagnosa di Efraim. Ricevuto ciò che aveva richiesto, Gheazi lo portò a casa sua e poi si presentò da Eliseo negando di essere andato in qualche posto quando questi gli chiese: “Da dove vieni, Gheazi?”. Ma Dio aveva rivelato a Eliseo quello che Gheazi aveva fatto, perciò il profeta gli disse: “È forse questo il momento di prendere denaro, di prendere vesti … La lebbra di Naaman s’attaccherà perciò a te e alla tua discendenza per sempre” (2Re 5:26,27 – VR). Quella fu la giusta punizione per la sua avidità.
Dio si è sempre servito di persone che, come Eliseo, hanno avuto uno spirito umile e si sono interessate non certo di farsi un nome né di accumulare beni materiali ma di esaltare il suo nome. Egli usò Eliseo per indicare a Naaman cosa doveva fare per ottenere la guarigione. In ogni tempo, anche nei nostri giorni, Dio ha usato persone dalla disposizione mentale simile a quella di Eliseo per far conoscere ad altri la via da seguire per ottenere la salvezza eterna. Riferendosi a loro Gesù le paragonò a un “servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto” (Matteo 24:45 – VR). Come disse Gesù, questo gruppo composito di persone è lo strumento usato da Dio per dare nutrimento spirituale “al tempo dovuto”, cioè per indicare al resto del genere umano, in questo quadro profetico raffigurato dal lebbroso Naaman, cosa egli richiede per guarire spiritualmente e per ottenere una buona coscienza nei suoi confronti. È, dunque, fondamentale per chi vuole fare la volontà di Dio e ottenere la salvezza individuare chi compone questo “servo fidato”, chi sono queste persone umili, scevre di ogni sentimento egotista, che hanno a cuore, come Gesù, il desiderio di esaltare il nome divino (cfr. Giovanni 17:26). Persone che non amano ricchezza, gloria, pomposità ma dedicano tutti i loro averi materiali e morali alla diffusione della buona novella del Regno di Dio. Persone che rifiutano qualsiasi paga per l’assistenza che danno agli altri affinché ottengano la guarigione spirituale, proprio come Eliseo rifiutò qualsiasi dono, pecuniario o materiale, da parte di Naaman. Persone che hanno profondo rispetto per la Parola di Dio, dalla quale si fanno guidare e che fanno ogni sforzo per divulgarla e farla conoscere ad altri.
Ma la figura di Gheazi … a chi ci fa pensare? … Il suo comportamento fu del tutto diverso dall’umile atteggiamento di Eliseo: lasciò che l’avidità prendesse il sopravvento su di lui quando vide che il suo padrone rifiutava tutto l’argento e le vesti offerte da Naaman. Egli inventò una storia per ottenere le cose materiali che Eliseo aveva rifiutate. Arrivò al punto di mentire al suo padrone, mentendo in effetti a Dio stesso, che aveva nominato Eliseo. Dio lo smascherò e lo punì severamente. Oggi molti capi religiosi mostrano di avere la stessa attitudine di Gheazi. Amano i beni materiali, il lusso, l’opulenza. Ad esempio, nel 1995 il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartholomeos I, considerato il capo simbolico della Chiesa Ortodossa nel mondo, proclamò l’ “Anno dell’Apocalisse” per celebrare 1900 anni della stesura dell’ultimo libro biblico, l’Apocalisse. Le celebrazioni giunsero al culmine con l’arrivo sull’isola di Patmos di alti prelati della maggior parte dei patriarcati ortodossi. Erano presenti anche rappresentanti della Chiesa Cattolica Romana, della Chiesa Anglicana e di varie denominazioni protestanti. Parteciparono anche le massime autorità politiche e militari greche insieme a funzionari, uomini politici e importanti operatori economici stranieri, oltre ad altri ospiti invitati da tutto il mondo. Ma, aldilà delle buone intenzioni proclamate, la maggior parte degli osservatori ebbe l’impressione che tutte le parti in causa cercassero di sfruttare la situazione per il proprio tornaconto. Gli ecclesiastici colsero l’occasione per accrescere il proprio prestigio comparendo vicino a eminenti uomini politici, mentre i politici cercarono di migliorare la propria immagine facendo leva sulla religiosità del pubblico. Un giornale scrisse: “I quattro giorni di celebrazioni a Patmos si dimostrarono una ‘rivelazione’ del lusso … Il fascino bizantino trascendeva i limiti della cerimonia ecclesiastica, minacciando di trasformare un avvenimento ecumenico in una costosa festa”. Molti si preoccuparono per la quantità di denaro speso nelle celebrazioni, specie in un tempo in cui la sopravvivenza della popolazione dei vicini Balcani e dell’Europa Orientale era minacciata. Secondo alcune stime il costo di quella che fu definita una “baldoria senza precedenti” si sarebbe aggirato, allora, sui 27 miliardi di lire. Navi da crociera di lusso arrivarono nel porto di Patmos per alloggiare alcuni ospiti facoltosi invitati al convegno. L’intera isola fu sottoposta a restauri all’ultimo minuto per fare una migliore impressione sui visitatori d’alto rango … altro che l’esempio di Eliseo che rifiutò di andare incontro a Naaman!
Quello non fu l’unico esempio di cerimonia religiosa basata sullo sperpero di risorse economiche e sull’ostentazione della ricchezza. Ne sappiamo qualcosa vivendo in un paese dove queste manifestazioni sono all’ordine del giorno! In un tempo in cui la gente comune in ogni parte della terra soffre, i capi e tutto il clero delle chiese cosiddette “cristiane”, anziché dare conforto e aiuto spirituale, si preoccupano dell’opulenza di celebrazioni spiritualmente vuote. Inoltre, come Gheazi, per conseguire i loro scopi, non si trattengono dal mentire! Mentono sotto l’aspetto dottrinale spacciando insegnamenti e dogmi, che mirano solo ad accrescere il loro prestigio, il loro potere e la loro ricchezza, come se venissero da Dio, mentre non hanno nulla a che fare con la sua volontà essendo di origine satanica: ne sono un esempio l’insegnamento della vita dopo la morte, la venerazione di santi e madonne, i cui riti servono a impinguare le casse delle chiese e dei commercianti. Una descrizione accurata della loro personalità venne fatta da Gesù ed è riportata nel vangelo di Matteo al capitolo 23. Provate a leggerlo, non avrete dubbi a chi possa applicarsi! Su di loro si è attaccata la “lebbra di Naaman”: il loro messaggio è un messaggio di morte, dominato dalla morte che porta solo alla morte! Chi li segue non ha scampo perché, come disse Gesù, essi non riceveranno le benedizioni del regno di Dio ma non le faranno ricevere neanche a coloro che li seguono (cfr. Matteo 23:13-15).
Il racconto di Naaman è stato fatto scrivere da Dio nella sua Parola per aiutarci a dismettere ogni forma di orgoglio e pregiudizio e ogni avida ambizione materialistica per fare quello che Lui ci dice mediante la sua Parola e per mezzo di persone che lo rappresentano su questa terra, persone che noi possiamo riconoscere dalla loro condotta e dai frutti che il loro insegnamento produce (cfr. Matteo 7:16-20).

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