PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XIV

“GETTERANNO L’ARGENTO PER LE STRADE E IL LORO ORO SI CAMBIERÀ IN IMMONDIZIA”

Ezechiele 7:19

 
Anteprima
Una crisi economica di grande proporzioni minaccia la pace, la serenità e la sicurezza dell’intera razza umana. Tutti si chiedono fin dove arriverà e quale sarà la soluzione. Nonostante le rassicurazioni e gli sforzi dei governanti per correre ai ripari, la crisi persiste, tra momenti di panico ed altri di distensione, proprio come vanno e vengono i dolori di una donna incinta all’approssimarsi del parto (cfr. 1Tessalonicesi 5:3). La crisi non è solo economica ma implica diversi importanti aspetti della vita sociale, specialmente quelli che attengono alla sfera personale, da quelli etici, a causa della diffusa illegalità, a quelli religiosi, per il levarsi del relativismo morale e per la crescente secolarizzazione delle masse. Pochi si interessano di sapere cosa dice la Parola di Dio al riguardo, anche se più di un terzo dell’umanità la considera un libro sacro mentre la restante parte ne ha comunque rispetto. Ma la Parola di Dio ha molto da dire sui tempi che stiamo vivendo, essi sono segnati nella profezia e nella cronologia biblica. Le attuali condizioni difficili furono predette migliaia di anni fa, così come ne è stata indicata la causa e l’unica soluzione (cfr. 1Timoteo 3:1-5; Luca 21:25,26; Geremia 10:23; Ecclesiaste 8:9; Daniele 2:44; Apocalisse 11:15). Mentre gli uomini, in genere, non hanno alcuna percezione della volontà di Dio, anche a causa della diffusa ignoranza della sua Parola, i capi religiosi sono dolosamente colpevoli di insegnare menzogne su di essa, di incoraggiare false speranze continuando a proporre e a sostenere soluzioni umane con il solo scopo di mantenere le proprie posizioni di privilegio in questo sistema. Il clero del cristianesimo apostata, in particolare, dimostra di non avere alcun intendimento degli insegnamenti di Cristo, ne è una prova la semplicistica e fuorviante spiegazione da essi data alla parabola del ricco e Lazzaro con la quale, invece, Cristo volle illustrare un importante aspetto relativamente al Regno di Dio.

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Avete mai sentito parlare del “sogno americano”, l’ “american dream”?
Secondo una nota enciclopedia, esso “si riferisce alla speranza … che attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica” (http://it.wikipedia.org/wiki/Sogno_americano).
Questo “sogno” ebbe origine all’epoca della conquista dell’America da parte dei coloni europei che vi accorrevano “per poter rimediare al loro basso tenore di vita e godere delle ampie libertà economiche e costituzionali offerte dall’America”. Il suo teorico viene considerato Horatio Alger, popolare scrittore statunitense. Formatosi alla Scuola di Teologia di Harvard, Alger divenne pastore della Chiesa Unitariana, un movimento religioso che rifiuta la dottrina della trinità considerata – a ragione, n.d.r. – contraria all’insegnamento di Cristo e dei suoi apostoli, carica dalla quale fu poi costretto a dimettersi a seguito di accuse di molestie sessuali nei confronti di due adolescenti della sua parrocchia. Lasciato l’incarico e trasferitosi a New York, venne a contatto con il misero mondo dei ragazzi di strada. Fu proprio questo mondo, insieme ai valori morali che aveva ricevuto in famiglia, ad  ispirare la sua produzione letteraria tutta improntata sullo stesso tema: la risalita dalla miseria alla ricchezza.
Da allora il “sogno americano” è stato trasmesso a tutte le successive generazioni divenendone il leit-motiv per il raggiungimento del successo e della felicità. Nel corso del tempo tale filosofia di vita ha prodotto effetti contrastanti sulle persone: sotto la sua spinta alcuni, poveri ed emarginati, tramite i loro sforzi sono riusciti, si, a conquistare ricchezza e successo arrivando a controllare grandi industrie e immensi capitali; ma ha visto anche il verificarsi di immani tragedie economiche, come la Grande Depressione che causò vaste sofferenze e privazioni durante gli Anni Trenta. Tuttavia è rimasto il modello al quale persone di tutto il mondo hanno guardato affascinate, e che ha prodotto il più grande flusso di immigrazione del mondo.
Oggi questo “sogno” si trova ad affrontare una nuova grande sfida: una crisi economica globale che sta causando pesanti recessioni e vertiginosi crolli di PIL (cioè del Prodotto Interno Lordo, o del valore totale dei beni e dei servizi prodotti da una nazione) in numerosi paesi del mondo e in special modo in quei paesi che pure erano considerati sicuri per il loro livello industriale, quale il nostro. Tale crisi, a detta degli esperti, trova il suo fondamento proprio nei presupposti del “sogno americano”, il quale continua a spingere le persone a investire energie e risorse, spesso al limite delle reali possibilità, nella corsa all’arricchimento. Così, ad esempio, nello scorso secolo, un grande “interprete” del “sogno americano”, un uomo cresciuto in una famiglia di basso rango, figlio di un venditore ambulante di scarpe dello stato americano dell’Illinois, salì pian piano tutti i gradini della scala sociale, passando dal ruolo di bagnino a quello di commentatore sportivo radiofonico, transitando dal grande schermo di Hollywood nelle vesti di un mediocre attore al palcoscenico della politica fino a diventare il Presidente degli Stati Uniti d’America: Ronald Reagan. Raggiunta tale posizione l’ex attore lanciò la sua azione politica innovativa: l’eliminazione della regolamentazione delle attività economiche, definita “deregulation”, con successivo abbassamento del tasso di interesse al 2% per incentivare gli investimenti. Le banche americane si gettarono a capofitto nell’ “affare” e mostrarono tutta la loro generosità concedendo i cosiddetti “mutui subprime”, ovvero dando prestiti anche a chi non ne garantiva il pagamento. Naturalmente un tasso di interesse così conveniente spinse chiunque a comprarsi la casa, i cui prezzi, data la grande richiesta, salirono alle stelle. Per abbattere, poi, la conseguente inflazione, il Presidente pensò di adottare una politica di freno alla crescita dell’offerta di denaro alzando di nuovo il tasso di interesse. Improvvisamente milioni di famiglie si trovarono a non poter più far fronte al pagamento della rata del mutuo della loro casa. Le banche iniziarono a confiscare le case, per poi venderle sul mercato nel cercare di recuperare le perdite ma, come un colpo di frusta si può rivoltare contro chi lo ha lanciato, così l’elevata vendita provocò il crollo del mercato immobiliare. Per coprire le perdite le banche hanno dovuto gradualmente ridurre i propri guadagni, sino a che le perdite hanno iniziato ad intaccare e divorare il loro capitale, causandone il fallimento. La bolla immobiliare americana ha portato di conseguenza i crolli in borsa e alcuni fra i più grandi istituti di credito americani sono collassati provocando ripercussioni economiche a livello mondiale. La crisi generalizzata ha determinato un aumento verticale della disoccupazione e ha compresso la capacità di spesa delle famiglie aggravando la condizione di povertà. La profonda crisi dell’economia ha costretto molti governi ad adottare drastici piani di austerità nella speranza di ridurre il debito pubblico delle loro nazioni che, contrariamente alle aspettative, continua invece a crescere. Pertanto il futuro resta molto incerto, nonostante i continui sforzi per rilanciare le economie, anche a causa della speculazione di avidi potentati economici insensibili alle sofferenze causate a gran parte della popolazione mondiale. Proprio come dichiara la Parola di Dio, “l’uomo domina sull’altro uomo, a proprio danno” (Ecclesiaste 8:9 – CEI).
La crisi economica mondiale e la speculazione ad essa associata non ha lasciato indifferenti le grandi organizzazione religiose mondiali, anche perché esse stesse ne subiscono le conseguenze. Nel nostro paese, ad esempio, sono sempre di più le voci che si levano contro i finanziamenti statali, elargiti sotto varie forme, alla Chiesa Cattolica, che ne è la maggiore, se non l’unica vera destinataria. Molti vorrebbero che fossero aboliti e le cospicue somme destinate al finanziamento di iniziative pubbliche penalizzate dai tagli di bilancio operati a motivo della crisi. Altrettante voci si levano contro l’accumulo di ricchezze e la dispendiosa opulenza mostrata dalle gerarchie ecclesiastiche in tempi così difficoltosi e a onta della dilagante povertà. Così le chiese si difendono in ogni modo, tirando in ballo perfino i princîpi biblici che hanno sempre sistematicamente violato, pur di mantenere i loro privilegi economici. Naturalmente lo fanno come sempre hanno fatto: attraverso una subdola commistione con gli elementi politici con i quali si sono sempre alleate e che hanno supportato, contrariamente all’esempio e all’insegnamento di Cristo e dei suoi fedeli apostoli (cfr. Giovanni 6:15; 18:36; Giacomo 4:4).
Ad esempio, nel 1994 i vescovi italiani pubblicarono un documento intitolato: “Democrazia economica, sviluppo e bene comune” il quale, richiamando i princîpi della dottrina sociale della Chiesa Cattolica in campo economico, si soffermava su quelli che erano ritenuti i grandi problemi del sistema economico italiano: disoccupazione, debito pubblico, crisi demografica, questione meridionale. Quel documento, pertanto, indicava qual’era, secondo la Chiesa, la soluzione di tali problemi: non certo il Regno di Dio che, come dichiarato nelle Sacre Scritture, sarà il mezzo usato dal Sovrano dell’universo per ristabilire condizioni di equità e giustizia non solo in questo paese ma in tutta la terra (cfr. Isaia 9:6,7; Michea 4:1-4), ma un nuovo modello di Stato sociale “basato su un ordine morale dell’economia”. Recentemente, richiamandosi a quel documento, il Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), ha pubblicato un articolo sul sito Web di tale organismo, con il quale ha voluto spiegare la visione “cristiana” dell’economia tirando in ballo una parabola di Cristo, quella del ricco “epulone” e Lazzaro che, a suo parere, intende condannare l’uso egoistico che vien fatto della ricchezza, e ha ribadito che “non occorre attendere il giudizio di Dio per impegnarsi ogni giorno nella soluzione delle ineguaglianze e delle povertà”. Secondo la Chiesa, dunque, la soluzione della crisi economica che ci attanaglia sarebbe quella di sostituire “a sistemi finanziari abusivi se non usurai … uno sforzo comune per mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale, culturale ed economico, ridifinendo le priorità e le scale di valori” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2438). In altre parole le gerarchie cattoliche affermano che “è necessaria una urgente azione nel contesto sociale e politico capace di ridisegnare le regole del gioco in una prospettiva di valore a servizio degli uomini e del loro sviluppo armonico”. Strano richiamo all’etica di una Chiesa che possiede una banca, lo IOR, sempre al centro dei più grandi scandali finanziari degli ultimi anni, quali il caso Marcinkus-Calvi-Banco Ambrosiano, la maxi-tangente Enimont, il riciclo dei soldi della malavita organizzata e tanti altri misfatti. In ogni caso, sono grandi parole, che non collimano però con il principio di Ecclesiaste 8:9 sopracitato, poiché la soluzione indicata da Dio non è in quello che l’uomo può ancora fare ma in quello che Dio farà con il suo prossimo dominio mondiale! (cfr. Daniele 2:44; Apocalisse 11:15)
D’altra parte, un’attenta disamina della parabola in questione ci aiuta a comprendere meglio quanto la Chiesa Cattolica, e tutte le altre che la pensano allo stesso modo, sono fuori strada! … Perché Gesù la pronunciò? Aveva anche lui in mente le ingiustizie sociali, certamente presenti anche in quel tempo, e voleva indicare ai suoi interlocutori la via da seguire per una soluzione umana della questione? Leggiamo e analizziamo le sue parole:
C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno” (Luca 16:19-30 – CEI).
Una domanda subito sorge in mente leggendo questo racconto: perché l’uomo ricco va “nell’inferno tra i tormenti” (qui la parola “inferno” traduce quella greca, nel testo originale, Ades) mentre “il povero … fu portato dagli angeli nel seno di Abramo”? Il citato funzionario dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI lo spiega dicendo: “L’uomo ricco non nega nulla al povero … semplicemente non si accorge di Lazzaro perché il suo cuore è ottenebrato dalle ricchezze, è troppo raggomitolato su se stesso per poter vedere i bisogni degli altri, è accecato dalla sua stessa ricchezza, adoperata solo per se”. Ma guarda, guarda … da quale pulpito viene la lezione! … Comunque, è tutto qui? … Certamente quella del ricco fu una grave mancanza, poiché non mostrò compassione per il povero, ma meritò forse la sua condotta la punizione col tormento? Gesù non disse che egli aveva condotto una vita degradata, tutto ciò che disse di lui fu che era ricco, vestiva bene e banchettava sontuosamente. D’altro canto valutiamo anche ciò che Gesù disse di Lazzaro: semplicemente lo descrisse come un mendicante malato. Non disse che aveva compiuto opere eccellenti verso Dio per cui aveva meritato di essere “portato dagli angeli nel seno di Abramo”. Dovremmo forse credere che tutti i mendicanti malati riceveranno alla morte le benedizioni divine, mentre tutti i ricchi andranno in un luogo di tormento cosciente? Non sembra tanto logica una tale conclusione. Sebbene avvertissero contro i pericoli dell’esser eccessivamente attaccati alle ricchezze materiali, né Gesù né i suoi apostoli condannarono i ricchi in quanto tali!
Non dobbiamo dimenticare che quella era una “parabola” (dal greco “parabolè”, che significa accostamento, raffronto) termine che indica un paragone o una similitudine, una breve narrazione, di solito immaginaria, da cui si ricava una morale o una verità spirituale. Gesù stava usando quel linguaggio figurato per dimostrare qualcosa in relazione al Regno di Dio (cfr. Luca 16:16). Esaminando il contesto siamo aiutati ad avere il corretto significato di quella illustrazione. Il versetto 14 del medesimo capitolo del vangelo di Luca dice che di fronte egli aveva “I farisei, che erano attaccati al denaro … e si beffavano di lui”. Quella illustrazione fu evidentemente rivolta ad essi, poiché erano simili al ricco: amavano sia il denaro che la preminenza e i titoli adulatori. In un’altra circostanza, infatti, Gesù disse di loro: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente” (Matteo 23:5-7 – CEI). I Farisei disprezzavano gli altri, specialmente i pubblicani, cioè gli esattori di tasse, le prostitute e chiunque aveva la reputazione d’esser peccatore, che consideravano “gente maledetta” (cfr. Luca 18:11,12; Giovanni 7:48,49). Queste persone furono ben rappresentate dal mendicante Lazzaro: erano povere in senso figurato e bisognose dei provvedimenti di Dio per soddisfare le loro necessità spirituali. Sebbene modesti rispetto alla cultura boriosa e sprezzante dei “sapienti” farisei, molte di tali persone ascoltando la testimonianza di Gesù si pentirono, cambiarono condotta e diventarono suoi seguaci. Accettarono Gesù come il Messia promesso, ascoltarono le sue istruzioni, rifiutarono l’ipocrisia dogmatica e ritualistica dei farisei e dei capi religiosi del loro tempo e modellarono la loro vita sui semplici e più autentici insegnamenti di Gesù. Quelle persone acquistarono, quindi, una posizione di favore presso Dio, il simbolico “Abramo” mentre i Farisei e gli altri preminenti capi religiosi, simboleggiati come classe dal ricco, l’avevano persa. Gesù infatti disse: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Matteo 21:31,32 – CEI).
La “morte” dei due personaggi della parabola, pertanto, non deve essere intesa come l’evento naturale che capita al genere umano ma ha un significato metaforico. Spesso la Parola di Dio usa tale espressione per indicare un cambiamento nella condizione degli individui. Ad esempio, le persone che vivono in contrasto con la volontà di Dio sono definite “morti nei peccati”, mentre se diventano discepoli di Gesù conformandosi alle norme divine ricevono la sua approvazione e sono dichiarati “viventi per Dio” (cfr. Efesini 2:1,5; Romani 6:11). Così il fatto che sia il ricco che il povero Lazzaro morirono significa che avvenne un cambiamento nella posizione di coloro che essi rappresentarono. I farisei, e con loro tutto il gotha della classe sacerdotale di Israele nonché i sadducei e gli scribi, si ritenevano ricchi per i privilegi è le opportunità che i loro incarichi garantivano; nella parabola questo fu rappresentato dagli splendidi abiti di porpora che il ricco indossava. Inoltre erano orgogliosi della loro pretesa osservanza della Legge di Mosè, una presunta giustizia ben rappresentata dal lino bianco di cui il ricco si adornava (cfr. Apocalisse 19:8). Ma quella Legge era stata data da Dio alla nazione per condurla a Cristo, per far comprendere la necessità della sua venuta come riscattatore e governante per la salvezza del genere umano (cfr. Galati 3:24). E ora che il Messia si era presentato quella Legge aveva adempiuto il suo scopo perciò, come disse Gesù stesso: “La legge e i profeti arrivano fino a Giovanni; da allora in poi il regno di Dio è annunziato e ognuno si sforza di entrarvi” (Luca 16:16 – Di). Quei farisei avrebbero quindi dovuto accettare il messaggio del Regno proclamato da Gesù ma si ostinarono a non farlo. Perciò persero la loro posizione di apparente favore davanti a Dio, spiritualmente furono come morti ai suoi occhi. Mentre gli umili peccatori, simili al povero Lazzaro, riconobbero in Cristo il Messia promesso e, mentre prima si rivolgevano ai capi religiosi per avere quel poco che cadeva dalla tavola spirituale, le briciole della conoscenza del proposito di Dio, ora potevano nutrirsi delle importanti verità insegnate da Gesù atte a soddisfare la loro fame di conoscenza (cfr. Giovanni 6:35,48-51). Questo permise loro di essere portati nella posizione “del seno di Abramo”, cioè in una condizione di favore presso il più grande Abramo, Dio stesso.
Ma in che senso il ricco stette “all’inferno tra i tormenti”? Nel cristianesimo apostata queste parole vengono prese alla lettera e additate come prova dell’esistenza di un luogo di tormento eterno per le anime dei malvagi. Niente di più sbagliato! A parte il fatto che tale insegnamento è del tutto contrario a ciò che invece è scritto nella Parola di Dio sulla condizione dei morti (cfr. Ecclesiaste 9:5,6,10), non va dimenticato che qui siamo in una parabola, in una illustrazione e il linguaggio usato ha un valore simbolico. La classe di persone rappresentata dal ricco, i farisei, furono “tormentati” dagli infuocati messaggi di giudizio pronunciati contro di loro da Gesù e dai suoi discepoli. Gesù li definì “ipocriti”, “guide cieche”, “sepolcri imbiancati”, “serpenti, razza di vipere”, e disse loro che non sarebbero mai entrati nel regno dei cieli e né avrebbero lasciato entrare quelli che avrebbero voluto entrarci, poiché i proseliti che avrebbero fatto li avrebbero resi “figli della Geenna” (simbolo di distruzione eterna) il doppio di loro (cfr. Matteo 23: 13-33). I suoi discepoli non furono da meno dato che vennero accusati dai farisei di aver riempito Gerusalemme con la loro testimonianza facendo ricadere su di loro la colpa del sangue per l’uccisione di Gesù. Per questo motivo quegli ipocriti “digrignavano i denti” (cfr. Atti 7:54). Avrebbero voluto che i discepoli di Gesù smettessero di dichiarare i loro messaggi, ordinando loro “di non insegnare più nel nome di Gesù” (cfr. Atti 5:28). In tal modo sarebbe stato come se la classe rappresentata da Lazzaro avesse intinto “nell’acqua la punta del dito per bagnargli la lingua” concedendo loro un certo sollievo dai tormenti di quella coraggiosa predicazione.
All’ordine dei farisei i discepoli di Gesù risposero: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5:29). Questa loro attitudine li differenziava nettamente dagli ipocriti capi religiosi, sempre pronti al compromesso pur di mantenere il loro prestigio, il loro potere e i loro privilegi, e suonava come una condanna per essi. La successiva richiesta del ricco di mandare Lazzaro alla casa di suo padre per avvertire i suoi cinque fratelli dimostra che non era Dio il padre dei farisei e dei capi religiosi raffigurati dal ricco. Come disse Gesù essi avevano “per padre il diavolo”, e come lui non si attenevano alla verità, dichiaravano il falso ed erano omicidi (cfr. Giovanni 8:44). Il giusto e immutabile giudizio di Dio contro di loro era come “un grande abisso” che li separava dai veri adoratori, poiché “Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli?” (2Corinzi 6:14,15 – CEI). I discepoli di Gesù non avrebbero mai potuto annacquare i messaggi di giudizio di Dio per consentire ai “fratelli” del simbolico ricco, cioè ai compagni religiosi dei farisei, di non subire lo stesso “tormento” di essere smascherati quali figli del diavolo, bugiardi e assassini.

 Cosa intese dire Gesù quando, nell’illustrare la sua parabola, disse che “il ricco” stava “nell’inferno tra i tormenti”? Volle forse sostenere il concetto di un luogo abitato da demoni in cui i malvagi, dopo la morte, vengono puniti o, addirittura, tormentati, come si insegna nel cristianesimo apostata? La parola “inferno”, usata in diverse traduzioni, traduce il termine greco hàides ed è l’equivalente di quello ebraico she’òhl. Un autorevole dizionario biblico dice a proposito di tale traduzione: “HADES … Corrisponde a ‘Sceol’ nell’A.T. … è stato poco felicemente reso ‘Inferno’” (Vine’s Expository Dictionary of Old and New Testament Words, 1981, vol. 2, p. 187). Perché questa affermazione? È il significato che viene comunemente attribuito al termine “inferno” che la rende una traduzione “poco felice”. Tale significato è quello datogli nella ‘Divina Commedia’ da Dante Alighieri, o anche nel ‘Paradiso perduto’ di John Milton, cioè di un luogo dei dannati. Il concetto, però, è molto più antico dei due autori summenzionati: i sumeri e i babilonesi già 2.000 anni prima di Cristo credevano in un mondo sotterraneo che chiamavano “terra senza ritorno”. Gli antichi egizi, le religioni indo-iraniche, il giainismo e il buddismo, i greci, gli etruschi e i romani, pur con delle variabili, credevano tutti all’esistenza di un mondo ultraterreno dove i peccatori erano tormentati dopo la morte. Tutte queste superstizioni si basavano su un unico presupposto: l’idea secondo cui la persona in realtà non muoia insieme al corpo carnale, ma che un qualcosa, spesso chiamato anima, sopravviva alla morte del corpo. Tale idea contraddice totalmente l’insegnamento biblico il quale, sulla condizione dei morti, dice chiaramente: “i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole … non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi (ebr. she’òhl)” (Ecclesiaste 9:5,6,10 – CEI). Il concetto di un’anima che sopravvive alla morte, o immortale, non si basa sulla Parola di Dio la quale, usando questo termine (tradotto dall’ebraico nèfesh o dal greco psychè), dice chiaramente che “L’anima che pecca morirà” (Ezechiele 18:4 – Di), ma è il risultato del fatto che l’uomo non vuole accettare la realtà che la morte pone fine a ogni esistenza cosciente. È un concetto satanico in quanto costituisce la perpetuazione della menzogna pronunciata dal Diavolo secondo la quale l’uomo non sarebbe affatto morto se si fosse ribellato al suo Creatore (cfr. Genesi 3:4). Secondo le Scritture la morte è il contrario della vita ed è venuta all’esistenza come conseguenza del peccato (cfr. Romani 5:12). Essa è la giusta punizione per la ribellione contro la volontà di Dio (cfr. Romani 6:23). L’unico rimedio contro di essa è la risurrezione resa possibile dal sacrifico di Cristo (cfr. Romani 5:18-21; Giovanni 5:25-29). La dottrina del tormento eterno in un luogo chiamato “inferno” è ugualmente satanica poiché è una menzogna ideata per screditare Dio quale essere crudele che tortura le sue creature (cfr. Giovanni 8:44). Un teologo canadese, Clark H. Pinnock, ha affermato: “L’idea che una creatura cosciente debba subire torture fisiche e mentali per l’eternità lascia profondamente turbati, e il pensiero che sia la volontà divina a richiederlo è un insulto alla mia convinzione che Dio è amore”. Ci riteniamo anche noi “insultati” dalle menzogne dottrinali del clero del cristianesimo apostata?
I risvolti simbolici di quella parabola non si limitano al tempo di Gesù e dei suoi primi discepoli, ma hanno un sorprendente parallelo moderno. C’è oggi una classe di persone che somiglia molto ai farisei e ai capi sacerdoti di quel tempo, rappresentati dal “ricco epulone”. È formata dal clero del cristianesimo apostata, cattolico, ortodosso e ‘protestante’. Come quegli antichi stereotipi anche i capi religiosi di tali chiese amano essere “ammirati dagli uomini” perciò “allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì’ … ‘padre’ … ‘maestri’” (Matteo 23:5-10 – CEI). Ostentano la loro ricchezza materiale con preziosi paramenti, per mezzo di sontuose cerimonie e con una condotta personale dispendiosa a onta della povertà della stragrande maggioranza dei loro fedeli, una miseria non solo materiale ma soprattutto spirituale poiché vengono tenuti nell’assoluta ignoranza dei propositi di Dio, lontano dalla conoscenza della sua Parola. Anche questi moderni “farisei” hanno ostinatamente rigettato il Cristo come Re del Regno di Dio continuando a sostenere questo o quel governo umano.
Ma anche in questo particolare tempo della storia Dio ha disposto che “il vangelo del Regno venga predicato in tutto il mondo affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti” (Matteo 24:14). Questa testimonianza mondiale ha lo scopo di smascherare gli ipocriti capi religiosi, i loro falsi insegnamenti e rendere palese la loro posizione di assoluto sfavore nei confronti di Dio, ai cui occhi sono spiritualmente morti, esattamente nella stessa condizione in cui, nella parabola, venne a trovarsi il “ricco epulone” e, nel suo adempimento tipico, i farisei e i capi religiosi al tempo di Cristo. Nello stesso tempo tale predicazione in tutta la terra libera le persone dalla miseria spirituale in cui si trovavano, poiché ora possono acquistare conoscenza della Parola di Dio e conformare la loro vita alla sua volontà, così da esser elevate a una condizione morale approvata da Dio, esattamente come accadde al povero Lazzaro della parabola e a quelli che egli rappresentava, i “poveri in spirito” del tempo di Cristo i quali, accettando la testimonianza di Gesù, vennero a trovarsi nel favore di Dio (cfr. Matteo 5:3). Tali persone mostrano la loro fedeltà al Regno di Dio proclamandolo in tutta la terra e la loro predicazione è un “tormento” per l’infedele classe clericale del cristianesimo apostata. I suoi componenti fanno ogni sorta di pressione affinché le verità riguardo al Regno di Dio vengano “annacquate”, cioè adattate a dottrine e usanze di origine umana, se non satanica, ma la dichiarata fedeltà dei proclamatori del Regno, non disposti a venire ad alcuna sorta di compromesso con gli elementi politici, economici e religiosi di questo mondo in base al princîpio di 2Corinzi 6:14,15, costituisce un grande e invalicabile “abisso” tra i veri e i falsi adoratori, una netta separazione peraltro evidenziata dalle loro opere (cfr. Matteo 7:15-20; Galati 5:19-24).
Tra non molto, come indicano sia la profezia che la cronologia biblica, l’attuale sistema mondiale giungerà alla sua fine e l’odierna classe del “ricco epulone”, composta dagli ipocriti capi del cristianesimo apostata, dovrà rendere conto a Dio della sua avidità, del suo amore per la ricchezza, per essersi schierata contro il suo dominio e per aver annacquato le verità della sua Parola. Il giudizio che Dio recherà contro simili persone è descritto nella sua Parola profetica in questi termini: “Getteranno l’argento per le strade e il loro oro si cambierà in immondizia, con esso non si sfameranno, non si riempiranno il ventre, perché è stato per loro causa di peccato. Della bellezza dei loro gioielli fecero oggetto d’orgoglio e fabbricarono con essi le abominevoli statue dei loro idoli: per questo li tratterò come immondizia, li darò in preda agli stranieri e in bottino alla feccia del paese” (Ezechiele 7:19-21 – CEI). Essi sono a capo delle più potenti organizzazioni religiose che formano quell’impero mondiale di falsa religione che la Parola di Dio identifica col nome simbolico di “Babilonia la Grande”, perché ha insegnato per secoli dottrine pagane che ebbero origine nell’antica Babilonia e ha posto tali dottrine e tradizioni pagane di origine umana al di sopra dell’ispirata Parola di Dio. Essa viene paragonata a una “prostituta” perché “con lei si sono prostituiti i re della terra”, una “prostituta” religiosa, anch’essa, come il “ricco” della parabola, “ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle” (Apocalisse 17:1-5  – CEI). Saranno proprio i suoi amanti satanici che le si rivolteranno contro nell’intento di distruggere tutta la falsa religione, incluso il cristianesimo apostata e il suo clero, perché “Dio ha messo nei loro cuori di eseguire il suo disegno” (Apocalisse 17:17 – VR). L’ipocrita clero del cristianesimo apostata non potrà più sviare, con la manipolazione del messaggio biblico, le menti degli uomini dalla sua responsabilità per tutte le malefatte che ha commesso in nome di Dio, dalle menzogne dottrinali che ha divulgato, al sostegno che ha dato al sistema politico umano, fino ai loschi affari intrattenuti con l’avido sistema commerciale che ha portato il genere umano all’attuale disastro mondiale. Sulla spinta delle crescenti difficoltà economiche e sociali che, non illudiamoci, secondo la profezia biblica precipiteranno ogni giorno di più poiché gli uomini non sono nella condizione di risolvere i loro problemi in quanto il loro vero governante, Satana il Diavolo, li sta portando verso lo sfacelo mondiale (cfr. 1Giovanni 5:19; Apocalisse 16:14,16), gli abitanti della terra saranno costretti ad aprire gli occhi anche sul ruolo che la falsa religione ha avuto, e sta tutt’ora avendo nel causare la catastrofe, e sul fatto che in tali condizioni critiche quelle ipocrite organizzazioni religiose non potranno dar loro alcuno aiuto, anzi contibruiranno ad accrescere le difficoltà con le loro pretese, perciò “odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco” (Apocalisse 17:16 – CEI; cfr. anche Luca 21:25,26). Per questo motivo tutti quelli che ancora amano verità e giustizia sono incoraggiati, finché c’è ancora tempo, a dissociarsi dalle organizzazioni religiose guidate dall’odierna classe del “ricco epulone” per non essere ritenuti ugualmente responsabili delle sue malefatte “Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo e Dio si è ricordato delle sue iniquità … per questo, in un solo giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco, poiché potente Signore è Dio che l’ha condannata” (Apocalisse 18:4-8 – CEI).

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2 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XIV

  1. Antonio Giaconia ha detto:

    La parabola del ricco Epulone indica chiaramente che dopo la morte la vita continua. Per i giusti ci sarà il Paradiso (seno di Abramo) per gli empi la condanna eterna. E poi non sarebbe più cristiano essere un pò più tolleranti verso coloro che praticano una fede diversa dalla vostra? (cattolici, protestanti, ortodossi, anglicani etc)
    Secondo me l’inferno non è un lager creato da Dio, infinito amore, ma la condizione scelta liberamente e ostinataente in vita dall’empio che si è totalmente chiuso all’amore verso Dio e verso prossimo. L’empio soffrirà terribilmente quando avrà preso piena coscenza che il suo fine era l’amore verso Dio e verso il prossimo che in vita ha fino all’ultimo istante rifiutato e del quale dopo la morte è privo: ebbi fame e non mi avete dato da mangiare. Mi piace la definizione dell’inferno che l’ortodosso Dostoievski fa pronunciare in punto di morte a padre Zosima ne “I fratelli Karamazov” : la sofferenza di non potere amare.
    Certo è motivo di turbamento pensare che Dio, infinito amore, possa tollerare una infinita pena. Auguriamoci che i dannati siano pochissimi e che Dio onnipotente conceda a tutti una possibilità di pentimento, ma purtroppo l’esperienza umana ci dimostra il contrario. Ve lo immaginate tra gli eletti un Hitler che conclude la sua vita col suicidio, dopo aver provocato la morte di milioni di uomini, dopo aver avuto forse commercio col demonio al fine di realizzare i suoi empi progetti di far prevalere una razza sulle altre, di far prevalere i più forti sui deboli? Tutta la sua vita (e la sua morte) è stata in opposizione all’amore insegnato da Gesù, che onnipotente, re dei re, si offre vittima sacrificale per la salvezza di tutti gli uomini.
    Ma tornando a Hitler, forse non sapeva quello che faceva, forse ere totalmente folle.
    Certamente Gesù pregò anche per lui quando disse: “Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno.”
    Quando penso ai tesori e ai beni temporali della chiesa penso soltanto che forse sarebbe meglio se vendesse tutto e desse il ricavato ai poveri, cosi cone fece San Francesco, che benestante di famiglia, volle sposare madonna povertà. I francescani dopo molti secoli testimoniano ancora il vangelo e le scelte del loro fondatore: Francesco.
    La parabola del ricco epulone mi rende inquieto: D’estate, la sera, mi piace sedere ai tavolini accanto ai camion dei panini in Piazza della Stazione, a Catania, e consumare al fresco un panino imbottito con birra e un vassoio di patatine; non si tratta del banchetto del ricco epulone ma di una cosumazione del costo inferiore ai dieci euro.
    Ma la Piazza della Stazione è strapiena di mendicanti italiani ed extracomunitari che mentre consumi il panino ti chiedono un obolo, un panino, ti offrono dei fiori in cambio di un euro; non mancano i bambini che chiedono l’elemosina e ti accorgi che ci sono anche delle donne, che per il loro portamento non fai fatica a immaginare come delle prostitute. Anche queste donne sedute consumano i loro panino, forse in attesa di qualche amico o cliente che offra o paghi per loro la consumazione. Ho notato che queste donne spessimo concedono l’obolo ai mendicati, quasi sempre ai bambini.
    Dio vi benedica.
    Antonio

    • GIANNI ha detto:

      Ciao Antonio, innanzitutto grazie per il tuo commento. Come dice la Scrittura, “la salvezza sta nel numero dei consiglieri” (Proverbi 24:6 – EdP), perciò è sempre utile vagliare sotto diversi aspetti ogni questione, specialmente quelle che riguardano la verità. Tu hai espresso il tuo personale punto di vista sulla parabola del ricco epulone e questa è una prerogativa che tutti abbiamo, fa parte delle capacità intellettive che il nostro Creatore ci ha donato per aiutarci l’un l’altro a crescere e rafforzarci nella fede. Ma la Parola di Dio ci avverte anche di non fare troppo affidamento sui nostri punti di vista personali perché, come dice il suo divino Autore, “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Isaia 55:8,9 – CEI). La conoscenza e la sapienza di Dio sorpassa ogni nostra capacità intellettiva, anche quella di notevoli pensatori, come il tuo Dostoievsky, pertanto per avere il corretto intendimento della sua volontà è sempre a Lui che dobbiamo rivolgerci ed Egli ci istruisce mediante la sua Parola scritta, poiché a questo scopo ce l’ha data (cfr. 2Timoteo 3:16,17). E la sua Parola dice chiaramente che alla morte la vita di una persona finisce, non continua in alcun modo e in nessuna altra parte poiché “i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole … perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare” (Ecclesiaste 9:5-10 – CEI). Alla luce di questa immutabile verità comunicataci da Dio, la parabola del ricco epulone resta quello che è: un racconto allegorico usato da Cristo per insegnare un importante aspetto del proposito di Dio. Il contesto mostra chiaramente che Gesù alludeva al cambiamento di condizione tra i farisei e i sacerdoti, che si credevano spiritualmente “ricchi” ma perdevano il favore di Dio avendo rigettato il promesso Messia, e il popolo comune, spiritualmente “povero”, disprezzato e tenuto nell’ignoranza, ma umile di cuore tanto da riconoscere e accettare il promesso Messia, il quale poteva ora sperare nella benignità di Dio. E, poiché ogni racconto profetico contenuto nelle Sacre Scritture ha sempre un doppio adempimento, quella illustrazione mostra anche ciò che sta accadendo nei nostri giorni in cui il moderno ricco epulone, l’opulenta classe sacerdotale del cristianesimo apostata, ha perso la sua maschera perché Dio ne rivela la posizione decaduta ai suoi occhi mentre milioni di persone spiritualmente “povere”, perché tenute nell’ignoranza delle Scritture e della volontà divina, vengono a contatto con la Parola di Dio, umilmente riconoscono che essa contiene la verità e l’accettano come ispirata guida per la propria vita (cfr. Salmo 118:105 – CEI; 119:105 – VR e Di) guadagnandosi il favore divino. Tra questi possono esserci anche persone che hanno commesso, a causa della loro ignoranza o delle circostanze in cui sono venute a trovarsi, gravi peccati ma che, una volta presa coscienza della loro condizione, si sono pentiti e hanno cambiato il loro modo di vivere per allinearlo alla volontà di Dio (cfr. 1Corinzi 6:9-11). Comunque, anch’io, come te, dubito che personaggi come Hitler, Stalin, Mussolini, Franco, Pinochet e tanti altri che si sono mostrati acerrimi nemici di quelli che volevano fare la volontà di Dio, ma anche grande amici dell’ipocrita clero del cristianesimo apostata, possano essere annoverati tra gli umili che riceveranno l’approvazione divina! Mi preme anche ribadire bene che la “povertà” a cui Cristo si riferì con la sua parabola non è quella materiale, che si può soddisfare con qualche spicciolo o un panino nelle piazze delle stazioni, ma è quella necessità spirituale che manca alla maggioranza delle persone della terra e che solo la conoscenza della verità può soddisfare (cfr. Matteo 5:3). In ogni caso, quando la parabola del ricco epulone avrà raggiunto il suo finale adempimento con la distruzione, rappresentata dal simbolico fuoco dell’ “inferno”, sia della classe clericale che dei suoi alleati politici che nella ricerca dei loro personali privilegi hanno sempre oppresso la popolazione mondiale, anche le necessità materiali dei diseredati della terra saranno soddisfatte, come è profetizzato: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli … un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Isaia 25:6 – CEI). Dire come stanno le cose alla luce delle Sacre Scritture non significa essere intolleranti, esattamente come non fu intollerante Gesù quando definì i capi religiosi del suo tempo “ipocriti”, “guide cieche”, “sepolcri imbiancati”, “serpenti, razza di vipere” (Matteo 23:15-33). Un caro saluto. G.

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