PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XVII

“SIATE OSPITALI GLI UNI VERSO GLI ALTRI SENZA MORMORARE”

1Pietro 4:9

sarò un testimone … contro chi fa torto al forestiero
Anteprima
Viviamo nell’era della “globalizzazione”, cioè in un periodo della storia dell’uomo in cui una rete mondiale di comunicazioni, come un gigantesco sistema nervoso centrale, collega tutte le nazioni della terra rendendole sempre più interdipendenti sotto l’aspetto culturale, sociale, politico ed economico. Lo scambio di idee, informazioni e tecnologia fa sì che le culture si fondano e si adattino le une alle altre. Ma anche se persone e culture si mischiano fra loro, il pregiudizio nei confronti degli altri continua a prevalere impedendo agli uomini di considerarsi tutti fratelli. Non passa giorno, infatti, senza dover leggere sui mezzi di comunicazione notizie di intolleranza, xenofobia, pulizia etnica, lotte razziali, tumulti religiosi, massacri di civili, campi di sterminio, campi di stupro, tortura e genocidio. Questi problemi vengono aggravati dall’enorme flusso migratorio verificatosi negli ultimi decenni che sposta milioni e milioni di persone dai loro paesi di origine in altre nazioni dove sperano di avere una vita migliore e far fronte alla crescente povertà o per scampare ai conflitti che, sempre più numerosi, scoppiano in varie parti del pianeta.
Quando la terra fu creata, il racconto biblico dice che gli angeli, osservatori curiosi della creazione, “cantavano tutti insieme e … mandavano grida di gioia” per la meraviglia che provarono (Giobbe 38:7 – Di). Il nostro sapiente e amorevole Creatore non si limitò semplicemente a creare la terra e la vita su di essa ma fece una ricca varietà di paesaggi, di colori, di suoni, molte specie di piante, di animali, di cibo: una diversità enorme e una varietà infinita che dovevano servire all’uomo per non “scoprire l’opera che Dio ha fatto dal principio alla fine” (Ecclesiaste 3:11 – Di). Tutti noi apprezziamo la varietà e la diversità che esistono nel creato poiché permettono di non annoiarci ma di imparare sempre cose nuove. Dio ha creato varietà anche nella razza umana, pur facendola discendere da una sola coppia di persone, un uomo e una donna (cfr. Atti 17:26). Tuttavia, per qualche motivo, non sempre il nostro apprezzamento per la varietà vale anche nel caso delle persone che differiscono da noi in quanto a razza, mentalità e usanze. Quello che rende difficile il rapporto con persone di razza e culture diverse è che un po’ dappertutto si tende a dare per scontato che la propria etnia, la propria cultura, le proprie credenze, i propri valori, le proprie tradizioni siano migliori di qualsiasi altro. Tale forte tendenza etnocentrica spesso conduce alla discriminazione che a sua volta può sfociare in ostilità e conflitti. Davanti ai risultati di questa ottusa visione della vita c’è solo da rabbrividire: basta ricordare le atrocità dell’Olocausto durante la II Guerra Mondiale o i crimini commessi più recentemente nell’ex Iugoslavia e in Ruanda o le migliaia e migliaia di vittime dei barconi della morte che trasportano i profughi attraverso le acque del mediterraneo.
Nessuno uomo può scegliersi la famiglia o la nazione in cui nascere né può decidere quale cultura modella il suo pensiero, ispira i suoi valori o determina le proprie credenze; tutti gli uomini sono soggetti al tempo e alle circostanze. Tuttavia ciascun uomo può decidere come considerare gli altri e come trattarli. La Parola di Dio dà diverse indicazioni in proposito: ad esempio afferma che Dio “ha tratto da uno solo tutte le stirpi degli uomini” (Atti 17:26 – Di) e “che Dio non fa preferenze di persone” (Atti 24:34 – CEI); esorta l’uomo a considerare“gli altri superiori a se stesso” (Filippesi 2:3 – CEI) e a fare “del bene a tutti” (Galati 6:10 – VR); insegna che i veri cristiani devono considerarsi “tutti fratelli” indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, dalla cultura o dall’estrazione sociale (Matteo 23:8). Riflettere su questi principi aiuterà ogni persona che vuol essere un vero discepolo di Cristo a comportarsi come il Creatore e vero padrone della terra desidera che i suoi abitanti si comportino, riflettendo le sue qualità (cfr. Genesi 1:26; Colossesi 3:10). C’è, infine, una ragione impellente perché ogni uomo “allarghi” la propria visione sulla varietà e la diversità umana volute dal Creatore e sia spinto non dal pregiudizio, dalla diffidenza e dalla grettezza ma da un atteggiamento positivo e da un cuore generoso: mediante un suo profeta Dio ha fatto scrivere che sarà “un testimone … contro chi fa torto al forestiero” (Malachia 3:5 – CEI; cfr. anche 2Corinzi 6:11-13 ). Presto ogni uomo sarà chiamato a rendere conto a Dio del suo pensiero e del suo comportamento nei confronti di ogni altro appartenente alla stessa unica razza: quella umana.

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Era un giorno di autunno di 1.976 anni fa. Poteva essere un bel giorno di inizio di ottobre di quell’anno, il 36 d.C., pieno di tiepido sole e di colori autunnali, proprio come lo è oggi. L’apostolo cristiano Pietro si trovava sul tetto a terrazza di una casa a Ioppe (o Giaffa), una cittadina sul mare a NO di Gerusalemme (l’attuale Giaffa-Tel Aviv), ospite di un conservo cristiano di nome Simone. Questi era un conciatore di pelle, una categoria di persone non molto stimata in Israele. Gli ebrei, infatti, disprezzavano i conciatori e li tenevano a distanza, considerandoli indegni di frequentare il tempio, perché a causa del loro lavoro maneggiavano pelli, carcasse di animali e materiali ripugnanti. Ma Pietro non aveva di questi pregiudizi ed era lì ospite di una persona che considerava un caro fratello in fede. Egli si era ritirato tutto solo sulla terrazza per pregare e mentre pregava cadde in estasi ed ebbe una visione. Vide scendere dal cielo un telo che conteneva animali considerati impuri dalla Legge mosaica (cfr. Deuteronomio 14:3-8). Sentì anche una voce che l’invitò a scannare e mangiare quegli animali. Per ben tre volte Pietro ricevette quel comando ma tutte e tre le volte egli rifiutò sdegnato! Ogni volta però la voce gli disse: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (Atti 10:14-16 – CEI). L’apostolo restò abbastanza perplesso per quella visione di cui, al momento, non riuscì a comprendere il significato.
Egli, infatti, non sapeva che solo il giorno prima a Cesarea, una cinquantina di chilometri più a nord, anche un uomo di nome Cornelio aveva avuto una visione da Dio e che le due visioni erano tra loro collegate. Cornelio era un centurione romano, un incirconciso, tuttavia la Parola di Dio lo descrive come un “uomo pio e timorato di Dio” che “pregava sempre Dio”. Anche lui stava pregando quando ricevette la visione di un angelo che gli disse: “Le tue preghiere … sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio” (Atti 10:1-4 – CEI). Quindi l’angelo lo invitò a mandare degli uomini dall’apostolo Pietro per invitarlo a recarsi a casa sua. Cornelio fece proprio così e mentre l’apostolo stava ancora interrogandosi sul significato della propria visione, gli uomini mandati da Cornelio arrivarono da lui. Possiamo immaginare quale fosse lo stato d’animo di Pietro: solo poco prima aveva rifiutato di mangiare cibi considerati impuri secondo la Legge, ora doveva andare a casa di un “gentile”, cioè uno straniero che non era sotto la Legge. Saputo, però, che era stato Dio a dire a Cornelio di mandarlo a chiamare, l’apostolo abbandonò ogni ritrosia e, dopo aver accolto e ospitato quegli uomini, il giorno successivo li seguì fino a Cesarea, a casa di Cornelio.
Arrivato, trovò Cornelio che “stava ad aspettarli ed aveva invitato i congiunti e gli amici intimi”. L’apostolo, dunque, si trovò di fronte persone che erano ansiose, come gli disse lo stesso Cornelio, di “ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato”. Ora egli si rendeva conto che la visione avuta il giorno precedente non aveva il mero scopo di fargli capire quali cibi si potevano mangiare e quali no. Il vero senso della visione era che non doveva più considerare “profano” nessun uomo, nemmeno un “gentile”, cioè un non israelita. Egli infatti disse a Cornelio: “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo”. Pietro comprese che era arrivato il momento dell’adempimento di un altro importante aspetto della profezia di Daniele, capitolo 9, relativa alle 70 settimane di anni (cfr. il mio post del 26 febbraio 2011, UNA STORIA FINITA – IX parte), cioè che il promesso Messia, quando si sarebbe presentato per svolgere il suo incarico (e questo avvenne nell’autunno del 29 A.D.), avrebbe mantenuto in vigore il patto di favore stipulato da Dio con Abramo, che privilegiava la sua discendenza nei rapporti tra Dio e gli uomini, ancora per una settimana (di anni) fino alla fine della 70a settimana (cfr. Daniele 9:27). Pertanto disse: “sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (Atti 10:24-35 – CEI). Quindi, esattamente allo scadere della 70a settimana profetizzata da Daniele, cioè nell’autunno del 36 d.C., Dio condusse l’apostolo Pietro a casa di Cornelio, un “gentile”, non discendente di Abramo. Questi e la sua famiglia accettarono la testimonianza riguardo a Cristo riconoscendolo quale promesso Messia. Esercitarono fede in lui e furono battezzati divenendo così suoi seguaci e parte della nuova chiesa cristiana, composta da persone di tutte le nazioni, che ora sostituiva la nazione di Israele nel rapporto privilegiato con Dio (cfr. Atti 10:44-48; Matteo 21:42,43; Romani 9:30-33).
Qualche anno più tardi, un altro apostolo di Gesù, Paolo, ribadì questo importante aspetto del cristianesimo scrivendo alla comunità di Colosse, città dell’Asia Minore sudoccidentale, “Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Colossesi 3:11 – CEI). Questo concetto non era del tutto nuovo ma si basava su una fondamentale verità già espressa nelle Sacre Scritture, cioè che Dio “ha tratto da uno solo tutte le stirpi degli uomini, perché abitassero sopra tutta la faccia della terra” (Atti 17:26; cfr. anche Genesi 1:28; 3:20; 10:32; 18:18). Questo è il semplice insegnamento della Parola di Dio sull’origine della famiglia umana: tutti gli uomini, indipendentemente da dove vivono e da quali caratteristiche fisiche hanno, discendono da un unico ceppo comune. Ne consegue anche che, nonostante tutte le differenze visibili, “tutte le stirpe degli uomini” possiedono le stesse capacità e le stesse facoltà intellettive. Sì, agli occhi di Dio gli uomini di ogni razza e nazionalità sono uguali. Pertanto, fin dall’inizio della chiesa cristiana, tutti i veri discepoli di Gesù si sono impegnati per eliminare ogni forma di pregiudizio e diventare parte di una fratellanza internazionale. Dal momento che accettano Cristo come loro Signore, essi cessano di seguire le idee preconcette che hanno assimilato in precedenza e che erano fonte di divisione culturale, razziale o sociale e tra di loro non solo si chiamano “fratelli”, ma si considerano davvero tali, pur avendo origini molto diverse. Quindi sentimenti divisivi, come l’odio razziale o etnico, la gelosia e l’invidia, l’avidità commerciale o il materialismo, il nazionalismo o anche il semplice campanilismo, vengono sostituiti dall’amore, dall’interesse e dal sostegno reciproco, nonché da un genuino spirito di ospitalità. Non a caso l’apostolo Paolo esortò tutti a “non dimenticare l’ospitalità” (Ebrei 13:2). Di questo sentimento altruista la storia di quei cristiani è piena di esempi. Tabita, un’anziana donna di Ioppe, cuciva molti vestiti per donarli ai “fratelli” bisognosi (cfr. Atti 9:36-42); Aquila e Priscilla, due coniugi cristiani, più volte accolsero l’apostolo Paolo nella loro casa a Corinto (cfr. Atti 18:1-3;); Gaio, altro cristiano di Corinto, anche lui ospitava l’apostolo Paolo durante i suoi viaggi missionari e teneva nella sua casa le riunioni della comunità (cfr. Romani 16:23); Giasone ospitò Paolo e Sila a Tessalonica e pagò perfino una cauzione affinché fossero liberati quando vennero arrestati (cfr. Atti 17:7-9); Mnasone, un cristiano originario di Cipro che viveva a Gerusalemme, ospitò nella sua casa Paolo e i suoi compagni di viaggi (cfr. Atti 21:16); ovunque, da Filippi a Troas, da Efeso a Tiro, da Tolemaide a Gerusalemme, i cristiani spalancavano le porte delle loro case per accogliere i loro conservi nella fede (cfr. Atti 20, 21); un altro cristiano di nome Gaio fu lodato dall’apostolo Giovanni nella sua terza lettera con queste parole: “tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché forestieri” (3Giovanni 5 – CEI). Si, tutti quelli che erano ben disposti ad accettare il “vangelo” intorno al Cristo acquisivano nell’animo l’amore e lo spirito di fratellanza che caratterizzò la primitiva chiesa cristiana.
Quando, verso il 50 d.C., l’apostolo Paolo mise per la prima volta piede in Europa, si fermò a predicare nella città di Filippi in Macedonia. Questa era una colonia militare retta dallo ius italicum (diritto italico), un particolare privilegio che veniva accordato dai romani ad alcune municipalità provinciali in base al quale, oltre a tanti altri benefici di natura giuridica e fiscale, i cittadini acquisivano anche la cittadinanza romana, perciò i filippesi avevano un enorme attaccamento e devozione per Roma. L’apostolo arrivò nella città in un tempo non molto favorevole per gli ebrei, poiché un clima di antisemitismo si era da poco sviluppato nell’impero a seguito di un decreto con il quale l’imperatore Claudio aveva espulso da Roma tutti gli ebrei (Svetonio, Le vite di dodici Cesari, V, 25). Quando, infatti, Paolo e il suo compagno di viaggio Sila sanarono una schiava che aveva uno spirito di divinazione, i suoi proprietari, privati di una redditizia fonte di guadagno, sfruttarono proprio i pregiudizi dei loro concittadini dicendo: “Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare” (Atti 16:16-24 – CEI). Per questo motivo Paolo e Sila vennero picchiati e messi in prigione. In  un clima del genere ci voleva coraggio per mostrare uno spirito cristiano, esattamente come ce ne vuole oggi, in molte parti della terra, incluso il nostro paese, afflitte da pregiudizi di ogni sorta verso gli estranei. Ma evidentemente a Lidia non dispiaceva essere diversa.
Originaria di Tiatira, città dell’Asia Minore famosa per le sue tintorie, Lidia si era trasferita a Filippi dove aveva intrapreso l’attività di “commerciante di porpora” (Atti 16:14 – CEI). Come è noto, la porpora era una sostanza colorante in quel tempo molto pregiata. Lo storico romano Marziale riferisce che un mantello della miglior porpora poteva costare persino 10.000 sesterzi, o 2.500 denari, cioè l’equivalente della paga di un operaio per 2.500 giorni lavorativi (cfr. Matteo 20:2). E chiaro che un tale indumento era considerato un capo di lusso che solo pochi potevano permettersi. Questo fa supporre che Lidia fosse una commerciante affermata e benestante, dato che la sua attività richiedeva la disponibilità di un certo capitale. Tuttavia non si era fatta prendere dall’amore per il denaro così da trascurare i suoi bisogni spirituali; il racconto biblico, infatti, la presenta come “una credente in Dio”, probabilmente era una proselita del giudaismo. Di solito, quando arrivava in una nuova città, l’apostolo Paolo si recava nella sinagoga per predicare. Ma a Filippi la legge romana vietava agli ebrei di praticare la loro religione entro i “sacri confini” della città per cui non c’era una sinagoga. Perciò Paolo e Sila si recarono in un posto fuori città, vicino al fiume che l’attraversava, “dove pensavano ci fosse un luogo di preghiera” (Atti 16:12, 13 – VR). Qui trovarono un gruppo di donne, fra cui Lidia. I due missionari conversarono con loro sulla speranza della salvezza e della vita eterna mediante Cristo (cfr. Filippesi 2:12,16) e ciò che dissero toccò in modo particolare il cuore di Lidia la quale “stava ad ascoltare” e “il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo” (Atti 16:14 – VR). Lidia fu così colpita da quanto udì che lei e quelli della sua casa si battezzarono; immediatamente manifestò sentimenti di ospitalità dicendo: “Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa” (Atti 16:15 – CEI).
“«Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa». E ci costrinse ad accettare

Qui l’accurato scrittore del libro degli Atti, Luca, che con Sila aveva seguito Paolo nel suo viaggio missionario in Macedonia, riferisce un particolare molto significativo sull’attitudine dei veri cristiani; egli ha scritto che Lidia li “costrinse” ad accettare la sua ospitalità. Questo significa che Paolo e i suoi compagni fecero una certa resistenza. Perché? Lo spiegò l’apostolo stesso quando, in seguito, disse: “annunciando il vangelo, io offro il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà” (1Corinzi 9:18 – VR). Sebbene sia la Legge mosaica che l’insegnamento di Gesù consentivano di ricevere un sostegno materiale per l’opera di “annunciare il vangelo”, l’apostolo Paolo non si avvalse mai di tale facoltà, svolgendo il suo ministero “gratuitamente”. I suoi servizi erano resi senza alcun compenso e quando aveva bisogno di denaro lavorava come fabbricante di tende (cfr. Atti 18:1-3). Che differenza con i capi religiosi del cristianesimo apostata i quali, spinti dall’avidità, hanno fatto del vangelo “un luogo di mercato”, non lavorando e ponendosi totalmente a carico della comunità, percependo spesso uno stipendio, proprio come avviene nel nostro Paese, e chiedendo un compenso per i servizi religiosi, o dando vita a un fiorente business trasformando conventi e seminari in alberghi, perfino di lusso, per ospitare i tanti fedeli che viaggiano per pellegrinaggio (cfr. Giovanni 2:16 – CEI).
Anche Lidia diede un ottimo esempio di vita cristiana considerando l’offrire ospitalità come una manifestazione della sua fede. La sua calorosa ospitalità si dimostrò una caratteristica dell’intera comunità cristiana di Filippi. Nonostante che la maggioranza dei suoi componenti vivesse in condizione di povertà, diverse volte mandarono all’apostolo le cose di cui aveva bisogno; perfino anni dopo, quando Paolo era in prigione a Roma, giunse un inviato da Filippi con doni e l’offerta di servizi personali per l’apostolo. Paolo ne fu commosso e molto riconoscente (cfr. 2Corinzi 8:1,2; Filippesi 4:10-16).

Nelle Sacre Scritture la parola “ospitalità” traduce quella greca filoxenìa, composta da due termini:  filèo, che significa “essere amico di” o “avere affetto per”, e xènos, che significa “forestiero” o “straniero”. Sostanzialmente, quindi, nel mostrare ospitalità vengono chiamati in causa i sentimenti, quali amore, affetto o benignità verso i forestieri o gli estranei. Poiché richiede un cuore sincero, l’ospitalità è sempre stata un segno del vero cristianesimo, un requisito per chiunque voglia adorare Dio nel modo che gli è gradito, un’opera essenziale con cui si dimostra la propria fede. Ad esempio, il giorno di Pentecoste del 33 d.C. molti di quelli che si convertirono al cristianesimo rimasero a Gerusalemme per imparare di più circa il “vangelo del Regno”, prima di tornare a casa loro in varie parti della terra. I cristiani di Gerusalemme mostrarono loro ospitalità accogliendoli in casa propria e persino vendendo i propri possedimenti, mettendo tutto in comune (cfr. Atti 2:42-46).
Oggi viviamo in una società edonistica in cui le persone sono dedite alla ricerca dei piaceri e dei divertimenti. Come prediceva la Parola di Dio, la maggioranza degli uomini sono diventati “egoisti … amanti dei piaceri anziché amanti di Dio” (2 Timoteo 3:1-4 – VR). Quando la ricerca dei piaceri diventa fine a se stessa o quando l’unico obiettivo è gratificare se stessi o pensare agli affari propri, non si prova vera soddisfazione, “tutto è vanità, è un correr dietro al vento” (Ecclesiaste 1:14 – VR). Per questo il mondo è pieno di persone sole e frustrate, e ciò, a sua volta, causa molti problemi nella società: le persone diventano sospettose e si creano divisioni razziali, etniche, sociali ed economiche. Negli ultimi decenni il fenomeno dell’emigrazione ha assunto proporzioni tali da spaventare molti e ha creato un esteso clima di xenofobia nelle comunità che si sono sentite minacciate dall’improvviso afflusso di stranieri, clima che spesso si è manifestato in maniera violenta. Tale clima quasi sempre viene alimentato da politicanti senza scrupoli i quali, perseguendo sordidi interessi personali, proprio come fecero i padroni della schiava di Filippi summenzionati, sfruttano a proprio vantaggio i pregiudizi dei loro concittadini fomentando l’odio per gli stranieri.
Il pregiudizio contro l’estraneo si presenta in moltissime forme: etnico, di nazionalità, socioeconomico, religioso.
Il nazionalismo e il razzismo hanno sempre generato odio e innumerevoli guai all’intera razza umana, basta ricordare, solo per citare degli esempi, il genocidio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale, che causò 1.200.000/1.300.000 vittime e le aberrazioni a sfondo razziale prodotte dal nazismo e dal fascismo in Europa nel periodo successivo fino alla seconda guerra mondiale. Anche negli anni recenti guerre e conflitti hanno avuto come causa scatenante il nazionalismo, le divisioni etniche e tribali, come è accaduto nei paesi dell’ex Iugoslavia, dell’Asia Minore e in diversi paesi africani. Nei conflitti scoppiati nella regione dei Balcani hanno perso la vita più di 200.000 persone. Vicini di casa che erano vissuti pacificamente insieme per anni si sono ammazzati tra loro. Migliaia di donne sono state violentate e milioni di persone sono state brutalmente cacciate dalle loro case con il pretesto della pulizia etnica. L’odio tribale tra tutsi e hutu ha provocato nell’Africa orientale la morte di almeno mezzo milione di persone. Tali conflitti, inoltre, hanno causato l’impoverimento dei paesi coinvolti provocando un enorme afflusso di profughi e di emigranti verso i paesi considerati più prosperi e sicuri. Questo ha spaventato i loro abitanti creando una situazione parallela a quanto accadde nell’antico Egitto. Quando l’ebreo Giacobbe e la sua famiglia si rifugiarono in quel paese per sfuggire agli effetti devastanti di sette anni di carestia, furono accolti bene. Il Faraone egiziano li fece addirittura dimorare “nella parte migliore del paese” (Genesi 47:6 – CEI). Tuttavia, con il passare del tempo, gli israeliti divennero numerosi “e il paese ne fu ripieno”. A questo punto gli egiziani cominciarono a trattarli con durezza, pensando che gli israeliti, crescendo, invadessero i loro spazi vitali e si impossessassero delle loro ricchezze, ma “più li opprimevano, più essi moltiplicavano e si estendevano; per questo gli Egiziani giunsero a temere grandemente i figli d’Israele” (Esodo 1:7,12 – Di). In maniera analoga, le nazioni odierne provano timore man mano che il numero degli immigrati aumenta. Uno dei motivi principali di tale timore è certamente di ordine economico. I rifugiati sono motivo di un accresciuto onere per tali paesi a causa dell’assistenza che devono fornire loro. Essi fuggono dalle loro terre a causa delle guerre, delle persecuzioni o della povertà e cercano nei paesi dove arrivano una vita migliore. A tal fine sono costretti ad accettare ogni tipo di lavoro a qualsiasi condizione: salari più bassi, evasione degli oneri sociali e fiscali, elusione delle norme di sicurezza e altro. Questo causa uno squilibrio nelle economie locali, alimentando l’illegalità da parte di datori di lavoro che sfruttano l’immigrazione a vantaggio del loro avido guadagno e aumentando il malcontento dei residenti costretti a vedere gli immigrati come una minaccia per i loro posti di lavoro e per le regole della comunità. Questi fattori generano odio e pregiudizio generalizzato. Gli stranieri che portano con se il proprio patrimonio di conoscenza, la propria tradizione, le proprie consuetudini anziché esser visti come un’opportunità per arricchire il proprio retaggio culturale, in molti paesi, inclusa la nostra nazione “cristiana” … sich!, sono visti come una minaccia per la propria identità nazionale. Non è a caso che alla base di tante tensioni ritroviamo contrasti religiosi poiché le tradizioni e i valori religiosi sono quelli che più sono visti minacciati in una società multiculturale. Questa fu la stessa accusa rivolta contro l’apostolo Paolo e i suoi compagni di viaggio dagli ipocriti ed egoisti mercanti di Filippi, i quali dissero: “predicano usanze che a noi … non è lecito accogliere né praticare”.
Molti sono portati a pensare che la religione promuova l’amore tra le persone e fra i popoli, ma i fatti contraddicono tale pensiero e additano la religione come uno degli strumenti più micidiali per fomentare l’odio e il pregiudizio. L’Encyclopedia of Religion (Lindsay Jones Editor) ammette francamente: “Nel corso della storia, in Medio Oriente e in Europa i capi religiosi hanno incitato ripetutamente ad aggredire con violenza altri gruppi religiosi … La religione è stata una fonte inesauribile di conflitti, di violenza”. Naturalmente parlando di religione che fomenta odio e pregiudizio, ci si può riferire solo alla falsa religione, quella basata sulle ideologie e il dogmatismo umano anziché sulla verità, le norme e i princîpi contenuti nella Parola di Dio, e questa include anche il falso cristianesimo, quello dell’intolleranza crociata contro “l’infedele”, quello delle guerre di religione tra cattolici e protestanti che hanno insanguinato l’Europa, mietendo milioni di vittime, nei secoli XIV, XVI e XVII, quello delle tensioni violente in Irlanda del Nord, quello della pulizia etnica tra cattolici e ortodossi nei Balcani e dell’odio tribale in Africa   (cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2012/09/24/news/ruanda_sacerdote_ricercato-43213875/), quello dei cosiddetti difensori delle “radici cristiane” del nostro paese e dell’Europa i quali, pur avendo spesso la coscienza carica di corruzione e illegalità, vomitano odio contro gli stranieri, molti dei quali appartengono alla stessa loro chiesa, infischiandosene delle raccomandazioni apostoliche, quali: “esercitate l’ospitalità” (Romani 12:13 – Di) o “siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare” (1Pietro 4:9 – Di). In tutta la terra le più pericolose manifestazioni di pregiudizio e di intolleranza xenofoba hanno, oggi come nel passato, una matrice religiosa: così in India, tra comunità indù e comunità musulmane o tra comunità indù e comunità sikh; così in Sri Lanka tra comunità tamil indù e comunità buddista, così in Medio Oriente tra comunità “cristiane” e comunità musulmane o tra comunità ebraica e comunità musulmana o tra comunità musulmana sciita e comunità musulmana sunnita; così in Nigeria tra le popolazioni musulmane del nord e quelle cristiane del sud; così nel Sudan tra il nord musulmano e il sud cristiano e animista; così tra comunità musulmana sciita e comunità musulmana sunnita in Indonesia; e questi solo per citarne alcuni. Perciò tutta la falsa religione della terra, incluso il cristianesimo apostata, paragonata a una prostituta nelle Sacre Scritture, subirà presto il giudizio da parte di Dio, il cui nome ha disonorato in quanto “in lei è stato trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati uccisi sulla terra” (Apocalisse 17:1,2,15-17; 18:24 – VR). E non si lascino ingannare certuni dalle varie organizzazioni religiose che apparentemente si dedicano alla cura degli stranieri o a opere di “carità”. Facciano il paragone tra le loro opere, lautamente rimunerate dallo Stato, e quelle dei cristiani del primo secolo che “vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (Atti 2:44-46 – VR). Non a caso la Parola di Dio avverte di “non mangiare il pane di chi ha l’occhio maligno … poiché, nell’intimo suo, egli è calcolatore; ti dirà: «Mangia e bevi!», ma il suo cuore non è con te” (Proverbi 23:6,7 – VR). Questa è l’ospitalità ipocrita di chi non dà qualcosa di cuore, ma si aspetta di averne un tornaconto e fa i suoi calcoli con un secondo fine, alle spalle degli altri.
Il Dio delle Sacre Scritture, non quello della falsa religione né quello del cristianesimo apostata, è un perfetto esempio di ospitalità. Il primo verso della Parola di Dio afferma: “In principio Dio creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1). In qualità di Creatore Dio è il proprietario della terra ma l’ha messa altruisticamente a disposizione di tutti gli uomini (cfr. Salmo 114:16 – CEI; 115:16 – VR e Di). L’ha preparata con cura, con generosità, provvedendo con abbondanza e grande varietà a tutte le necessità dell’uomo, fisiche e morali, come è scritto: “[il] Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi …  non ha lasciato se stesso senza testimonianza, facendo del bene, dandoci dal cielo piogge e stagioni fruttifere e riempiendo i nostri cuori di cibo e di gioia” (Atti 14:15-17 – Di). L’ha fatto senza alcuna parzialità dovuta a razza, nazionalità o ceto sociale, come è ancora testimoniato: “il vostro Dio … non usa alcuna parzialità e non accetta regali, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero dandogli pane e vestito” (Deuteronomio 10:17,18 – Di). Anche dopo la ribellione umana, nonostante le loro imperfezioni, il loro egoismo, le loro cattiverie, Dio continua a provvedere per tutti gli uomini, come disse Gesù “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”. Confortato da questo esempio, Gesù proseguì dicendo: “se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?” (Matteo 5:45-47 – CEI). Si, per cristiani la sincera ospitalità supera le divisioni e le discriminazioni dettate dal pregiudizio e dal timore. Perciò la raccomandazione per tutti i veri cristiani è: “Siate dunque imitatori di Dio, perché siete figli da lui amati” (Efesini 5:1 – VR). Il pregiudizio, a qualsiasi titolo, la xenofobia e l’odio per il diverso non sono sentimenti per i veri adoratori di Dio. Chiunque prova tali sentimenti sarà chiamato a rendere conto a Dio, come è scritto: “Io mi accosterò a voi per giudicare e sarò un testimone … contro chi fa torto al forestiero” (Malachia 3:5 – CEI).

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