PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XVIII

“L’ESERCIZIO FISICO GIOVA A POCO, MA LA DEVOZIONE È UTILE A TUTTE LE COSE”

1Timoteo 4:8 – KGB

Anteprima
È stata ribattezzata “la religione da spogliatoio”. È praticata da un crescente numero di atleti di ogni nazionalità impegnati in varie competizioni sportive convinti “di vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio nel mondo dello sport”. Un gruppo di essi afferisce a un movimento denominato “Atleti di Cristo” e sono riconoscibili dalle gesta che compiono durante una manifestazione sportiva, poiché spesso si inginocchiano sul campo di gara per pregare o alzano le mani al cielo quando ottengono un risultato personale, come per attribuire a Dio il merito del loro successo. Ma gli sport praticati da tali atleti sono sempre più spesso oggetto di violenza, di corruzione, sia fisica che morale, e incitano a sentimenti in pieno contrasto con i princîpi cristiani, quali lo spirito di competizione (cfr. Giacomo 3:16; Galati 5:20), l’orgoglio personale e nazionalistico (cfr. Proverbi 16:18; Galati 3:28; 5:26), l’esaltazione idolatrica della personalità (cfr. 1Corinzi 10:14), l’amore per il denaro e l’avidità ad esso legata (cfr. 1Timoteo 6:10). La Parola di Dio spiega perché anche il mondo dello sport competitivo, come tutto il resto del sistema di cose instaurato sulla terra dall’uomo, sia politico che economico e perfino religioso, crea sì tanti problemi e non è un ambiente compatibile con il vero cristianesimo: essa dice espressamente che “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5:19 – VR). Il maligno è Satana il Diavolo che corrompe le cose belle‚ come ad esempio la sana attività sportiva. È lui a promuovere lo spirito violento. Ed è sempre lui a fomentare il nazionalismo‚ l’egoismo e l’avidità che hanno rovinato la nostra società e lo sport. Poiché “il maligno” è anche abile nell’inganno, così che “si traveste da angelo di luce” nell’intento di far passare le attività da lui controllate come se venissero ispirate da Dio e avessero la sua approvazione, la Parola di Dio avverte che “anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia” e “si travestono da apostoli di Cristo” (2Corinzi 11:13-15 – VR). Pertanto è necessario valutare attentamente l’attività atletica fatta in nome di Dio alla luce dei princîpi che Egli ha fatto scrivere nella sua Parola, anche perché è espressamente scritto che “l’esercizio fisico giova a poco”, e figuriamoci quello competitivo, ai fini dell’adempimento della volontà di Dio (1Timoteo 4:8 – KGB).
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Correva l’anno 1761 a.C., probabilmente un giorno di primavera poiché era il tempo della tosatura delle pecore (cfr. Genesi 31:17-19), quando Giacobbe, nipote di Abramo, desideroso di ritornare in patria dopo 20 anni di permanenza in Haran, città nella Mesopotamia settentrionale, al servizio del suocero Labano, si apprestava ad attraversare il torrente Iabboc, che segnava il confine naturale della Terra Promessa ad Est. Calata la notte, Giacobbe passò il guado con tutta la sua famiglia e i suoi armenti. A questo punto il racconto di quell’avvenimento dice che “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba” (Genesi 32:25 – VR).
Sul significato di questo episodio sono state date diverse interpretazioni. Ad esempio, questo è ciò che un sacerdote cattolico ha risposto alla domanda di un fedele: “Il patriarca si attacca a Dio, gli forza la mano per ottenere una benedizione che obbligherà Dio nei confronti di coloro che dopo di lui porteranno il nome di Israele. Così la scena è potuta diventare l’immagine del combattimento spirituale e dell’efficacia di una preghiera insistente … lasciandosi vincere in questa lotta, dava una ferma speranza a Giacobbe di poter superare con molta maggiore facilità non solo Esaù, ma anche tutti i nemici e le avversità … Per altri si vuole anche indicare che Giacobbe, sempre più umile e diffidando di se stesso, sente tutta la propria incapacità. E con uno sforzo supremo si appella alla bontà e alla misericordia di Dio” (http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1201). Su un sito di cultura ebraica ho trovato questa spiegazione: “Il personaggio è un uomo e non un essere spirituale. Il termine ebraico usato è “malach” che vuol dire “emissario, messaggero”. Si tratta di un emissario di Esaù che ha il compito di impedire a Giacobbe di varcare il fiume e di prendere possesso del territorio. Dopo la strenua lotta l’inviato di Esaù è costretto a soccombere e a riconoscere la supremazia anche territoriale di Giacobbe. Questa è la spiegazione talmudica dell’evento, non si tratta di nessun evento soprannaturale, ma di un vero e proprio sicario che deve cercare di eliminare Giacobbe” (http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=63104308). Un rabbino, invece, è andato oltre questa semplice spiegazione, affermando quanto segue: “è qui in una atmosfera che trascende la vita umana, che si annuncia quella lotta che compendia e sostituisce quella del mondo terreno; è qui che si riassume in un’immagine vivente il complesso delle passate e future contese che Giacobbe dovrà sostenere col mondo avverso: non solo la guerra con Esaù che lo attende, ma quella con infiniti altri personaggi che gli contenderanno il passo, con infinite altre forze che si erigeranno contro a lui per abbatterlo o per sottrargli il terreno della sua azione. Ora Giacobbe prima di ritornare in quella terra che sarà come il teatro della sua azione futura, deve sapere che in tutto questo mondo di contese che a lui si prepara, il vincitore ultimo sarà lui … questo è il compito che attende Giacobbe [leggi nazione di Israele, n.d.r.], questo il programma della sua vita, compito aspro e duro che si riassume in una parola: lotta” (http://digilander.libero.it/parasha/discorsi/RP08.htm). Da un sito di ispirazione evangelica si trae questa conclusione, che poi non è molto distante da quella cattolica: “Quando il nostro spirito è afflitto dalle infermità e i nostri grandi e profondi desideri non riescono a trovare espressione e vogliamo dire ancora più di quanto possiamo esprimere, la preghiera diventa una lotta con Dio. Tuttavia, sebbene provati o scoraggiati, dobbiamo prevalere e trionfare con Lui in preghiera, così prevarremo anche su tutti i nemici che ci cercano. Niente richiede più vigore ed esercizio incessante della lotta. È il simbolo di un vero spirito di fede e di preghiera. Giacobbe ci teneva alla sua terra e sebbene la lotta continuò a lungo, questa non scosse la sua fiducia, né fece tacere la sua preghiera”. (http://www.laparola.net/testo.php?versioni%5B%5D=Commentario&riferimento=Genesi32) Perfino un buddista si azzarda ad interpretare questo brano, esprimendosi in questi termini: “Quando ci confrontiamo con una situazione e con gli altri, conosciamo sempre qualcosa delle nostre risorse e delle nostre debolezze, ma quando ci confrontiamo con Dio, per ottenere la salvezza dal terrore dell’incalzare del tempo e dall’annientamento per l’assenza di significato, quando l’interlocutore è l’Assoluto, la messa in gioco è totale e l’uomo stesso si assolutizza. Lui, l’Assoluto, è là, “totalmente altro”, al di là delle determinazioni e dei dualismi, quasi nemico nella sua diversità, e noi invece qui, avvinghiati ai nostri attaccamenti, innamorati delle nostre passioni, orgogliosi delle nostre costruzioni, e tuttavia supplici. Fede come conflitto, fede come lotta”                       (http://www.culturabuddhista.it/joomla/index.php/insegnamenti/il-buddhismo-oggi/107-la-lotta-con-langelo.html)
Al di là delle suindicate interpretazioni che, pur divergendo tra loro, comunque hanno in comune il fatto che nessuna di esse viene supportata da altri passi biblici, come doverosamente si dovrebbe fare dato che “non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni?” (Genesi 40:8 – CEI), facendo ricerche un particolare mi ha incuriosito, e mi dà lo spunto per trattare l’argomento che ho in mente: il racconto dice che la lotta tra Giacobbe e quell’uomo, che poi si rivelò essere un angelo, andò avanti per ore senza concludersi a favore dell’uno o dell’altro (cfr. Genesi 32:25,26; Osea 12:4,5). Questo fatto farebbe presupporre che Giacobbe fosse abbastanza pratico in questa attività. Alcuni studiosi, infatti, affermano che il racconto potrebbe indicare che egli aveva una certa conoscenza delle regole della lotta (cfr. Matthew Henry’s Whole Bible Commentary). Dalle Scritture sappiamo pure che gli israeliti si dedicavano a vari tipi di sport, oltre la lotta, che richiedevano pratica e abilità come, ad esempio, il tiro con l’arco o la corsa (cfr. 1Samuele 20:20; 1Cronache 12:18). Probabilmente la loro attività sportiva implicava anche l’uso di una palla, come dimostra l’analogia utilizzata in Isaia 22:18. Per chi, quindi, si è fatta l’idea che lo sport non è contemplato nella Sacra Scrittura qui viene regolarmente smentito. Ma la Parola di Dio indica anche che una competizione sfrenata può sfociare in un vero e proprio combattimento e finire tragicamente. Consideriamo, ad esempio, l’incontro di lotta organizzato fra gli uomini di Saul e quelli di Davide a Gabaon, quando i rispettivi comandanti, Abner e Ioab, decisero di comune accordo che 12 giovani di entrambe le parti “si affrontassero con la spada”, uno scontro che degenerò in una violenta e sanguinosa battaglia che causò la morte di 380 uomini (cfr. 2Samuele 2:14-32).  Si può capire di che tempra atletica fossero quegli uomini dal fatto che, dopo la battaglia, l’esercito di Abner durante la notte percorse 80 km o più, scendendo nel bacino del Giordano, guadando il fiume e risalendo poi la valle del Giordano fino alle colline di Galaad, dove raggiunsero Maanaim, mentre gli uomini di Ioab percorsero nella stessa notte più di 22 km fra i monti per raggiungere Ebron.

Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!
Giacobbe ed Esaù erano fratelli gemelli cresciuti nello stesso ambiente ma svilupparono due personalità diverse: il primo mostrò di avere a cuore le promesse divine e visse in modo da vederne l’adempimento; il secondo non ebbe alcun apprezzamento per le cose spirituali tant’è che vendette al fratello il suo diritto di primogenitura, che includeva il privilegio di essere un antenato del promesso Messia, per un misero piatto di minestra. Dopo quell’avvenimento vissero separati per 20 anni a seguito del trasferimento di Giacobbe nel paese di Haran, a circa 600 km da Canaan, la loro terra natìa. Quando Giacobbe decise di tornare in patria, si preoccupò di ciò che il fratello avrebbe potuto fare in preda al rancore pertanto, sulla strada del ritorno, appena attraversato il guado dello Iabboc, il torrente che delimitava a NE il confine della Terra Promessa, cercò da Dio la conferma della promessa benedizione sulla sua famiglia e su tutta la sua discendenza (cfr. Genesi 28:13-15). In che modo? Venendo alle prese e lottando tutta la notte con un angelo (cfr. Osea 12:4,5). A quel tempo Giacobbe aveva 97 anni, tuttavia dimostrò di avere ancora una sorprendentemente agilità. Sul motivo di quella lotta il racconto è chiaro e dice: “l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»” (Genesi 32:26 – VR). Giacobbe non cercava di arricchire per permettere alla sua famiglia di avere una vita agiata, né si dedicava a curare le sue passioni personali, come faceva il fratello Esaù il quale trascorreva gran parte del suo tempo ad esercitare il suo “sport” preferito, la caccia (cfr. Genesi 25:27-34). Aveva chiara in mente l’eredità promessagli. Si concentrava sull’adempimento della volontà di Dio ed era deciso a fare tutto ciò che poteva per ottenere la benedizione divina nonostante le difficoltà. Mantenne tale atteggiamento per tutta la sua vita e per questo Dio lo benedisse. Questo episodio dovrebbe farci riflettere sulla nostra attitudine poiché la promessa di benedizioni fatta a Giacobbe riguardava anche “tutte le famiglie della terra”, noi inclusi. Siamo anche noi, come Giacobbe, decisi a fare tutto il possibile per l’eredità che ci è posta davanti o dedichiamo gran parte del nostro tempo e le nostre migliori risorse a soddisfare le nostre personali aspirazioni? Con gran fatica e lacrime Giacobbe si impegnò in quella lotta. Durante la lotta l’angelo toccò la cavità della giuntura della sua coscia, slogandola, ma ne sopportò il dolore e da quel momento Giacobbe zoppicò. Questo gli servì da memoriale per il resto della sua vita; al termine della lotta l’angelo gli disse: “tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto” (Genesi 32:28 – VR). Giacobbe non avrebbe mai potuto contendere con successo con un potente angelo, ci riuscì solo per volontà di Dio e col suo permesso.  Perciò da quel momento Dio gli cambiò nome in Israele che significa “colui che contende con Dio” o “Dio contende”. In maniera simile, se mostriamo lo stesso apprezzamento per le cose spirituali e la stessa determinazione nel cercare la benedizione di Dio, anche noi potremo contare sul Suo aiuto e avere successo nel ricevere le sue benedizioni.
Gli episodi soprariportati dovrebbero aiutarci a comprendere il punto di vista di Dio sullo spirito di competizione che anima lo sport. La mia curiosità su questo argomento è stata suscitata da diversi post, che vengono spesso pubblicati sui vari social network, che esaltano la personalità e le gesta sportive di atleti, specialmente di fede evangelica, spacciandole per attività benedette dal Signore e utili alla diffusione del vangelo. Così ho scoperto che esiste un movimento di ispirazione evangelica, “composto da sportivi professionisti di tutte le discipline”, denominato “Atleti di Cristo”, che si è dato il compito “di vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio nel mondo dello sport” (http://www.atletidicristo.org/). A tale movimento appartengono anche noti personaggi che militano in squadre sportive del nostro paese ed è curioso vedere come essi, quando ottengono risultati personali, alzano le mani al cielo come per attribuire a Dio il merito del loro successo. A questo spesso si aggiungono altri gesti scaramantici di natura religiosa, a dire il vero effettuati anche da atleti di altre fedi, come quello di inginocchiarsi a pregare o farsi il segno della croce prima dell’inizio della competizione. A volte accade che un atleta esulti nel nome di Dio per il suo successo e che lo faccia anche un atleta della squadra avversaria per lo stesso motivo, così che c’è seriamente da chiedersi per quale delle due compagini Dio fa il tifo …. mah! … misteri della fede! In ogni caso una domanda è d’obbligo: è veramente possibile “vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio nel mondo dello sport”, dello sport competitivo in modo particolare?
Come abbiamo visto, la partecipazione a sport e giochi è cosa antica che ritroviamo anche nella storia del popolo di Dio poiché fece parte del disegno di Dio per la sua creazione metterci anche quel pizzico di allegria derivante dal gioco, come è scritto: “Le piazze della città saranno affollate di ragazzi e ragazze che giocheranno nelle sue piazze” (Zaccaria 8:5 – Di). Un altro saggio scrittore biblico pure scrisse che “per ogni cosa c’è il suo momento”  e che c’è anche “un tempo per ballare”, a indicare che Dio si propose che le sue creature provassero piacere nelle sane attività ricreative (Ecclesiaste 3:1,4 – CEI). Nei tempi apostolici spesso giochi e sport vennero usati in senso metaforico in riferimento alla vita cristiana. Ad esempio l’apostolo Paolo citò il vigoroso allenamento di un atleta per raffrontarlo alla necessità di acquisire padronanza di se e di perseveranza da parte del cristiano (cfr. 1Corinzi 9:24,25; Ebrei 12:1). Pertanto nella Parola di Dio si parla favorevolmente delle attività ricreative poiché fanno bene alla salute: essa riconosce esplicitamente che “l’esercizio fisico è utile” perché aiuta a sviluppare coordinazione fisica, elasticità, tono e forza muscolare; inoltre può ristorare mentalmente (1Timoteo 4:8 – CEI).
Tuttavia le Scritture contengono anche una serie di ammonizioni che dovrebbero far riflettere tutti quelli che vogliono “vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio”.
Ad esempio, cosa intese dire l’apostolo Paolo quando scrisse: “Non diventiamo presuntuosi, sfidandoci l’un l’altro, invidiandoci l’un l’altro”? (Galati 5:26 – NAS). L’avvertimento di non essere presuntuosi viene reso in altre versioni bibliche con “non siamo vanagloriosi” (VR e Di) oppure “non dobbiamo essere gonfi d’orgoglio” (PdS); queste aiutano a far luce sul concetto. A quei tempi tra gli atleti era comune cercare di ottenere fama e gloria. Questa era la motivazione che li spingeva a sfidare o a competere con altri; tale spirito, però, li portava spesso a ciò che l’apostolo menziona nella parte conclusiva: a invidiare gli altri. L’invidia non è di certo un sentimento conforme alla volontà di Dio (cfr. Romani 1:28,29). La competizione, si sa, spinge le persone a sfoderare tutto il proprio orgoglio per provare che sono migliori degli altri. Questo è lo stesso spirito mostrato nell’antichità dal prepotente Golia allorché disse: “Scegliete uno dei vostri e scenda contro di me … Datemi un uomo e ci batteremo” (1Samuele 17:8-10 – VR). Sappiamo quale fu il tragico risultato. Pertanto, secondo la Parola di Dio lo spirito di competizione, lo stesso che predomina gli sport organizzati nel mondo, non è saggio, non crea buone relazioni, può portare a risultati tragici. Questo è evidente anche dai numerosi episodi di violenza che si verificano nelle gare sportive. L’aggressività è legata allo sport agonistico e gli impianti dove questo viene esercitato sono diventati “stadi da guerriglia” (Documenti di seduta del Parlamento Europeo, ediz. in lingua italiana, 1987-88, del 12/11/1987). Questo è evidente dagli striscioni esposti dai tifosi delle squadre con scritte tipo “Commando Ultrà” o “Brigate … (segue il colore della squadra)” o “Irriducibili”, ecc. Gli scontri violenti avvengono sia tra i giocatori che tra le opposte tifoserie che spesso sono anche pericolosamente armate. Le condizioni che si verificano in molte competizioni sportive sono molto simili a quelle delle antiche arene romane‚ dove gli spettatori incitavano i gladiatori a scannare l’avversario. I cori di incitamento delle tifoserie sono spesso pieni di sconcezze e slogan razzistici. Tale violenza viene alimentata anche dal forte spirito nazionalistico che porta gli atleti, gli allenatori, i dirigenti e gli spettatori a esasperare l’importanza della vittoria. Dopo certe manifestazioni sportive internazionali‚ alla squadra vincente vengono tributati onori trionfali‚ come si faceva nell’antichità per il ritorno dei condottieri vittoriosi. E i tifosi‚ imitandoli‚ portano agli eccessi la lealtà alla loro squadra o alla loro nazione‚ scatenando lotte furibonde prima‚ durante e dopo la competizione sportiva. Non è, dunque, un ambiente indicato per i cristiani i quali sono avvertiti che “dove c’è … spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni” (Giacomo 3:16 – CEI).
Lo spirito di competizione alimenta la tendenza egoistica del “prima io”. Qualche anno fa, Wes Neal, fondatore dell’ Institute for Athletic Perfection, un ente usato dagli evangelici per “santificare lo sport agonistico”, dichiarò che “la qualità dei risultati ottenuti da un atleta può indicare la qualità del suo amore per Dio” pertanto, a suo parere, sul campo da gioco gli atleti dovrebbero metterci lo stesso impegno che Gesù mostrò nel “compiere la volontà del Padre suo”. La rivista Christianity Today nel riportare le sue parole, affermò che questo modo di ragionare è diventato la dottrina popolare della “religione da spogliatoio” e citò l’esempio di un giocatore professionista di football americano che “si è dipinto delle croci sulle scarpe e sui polsini per non dimenticare che stava giocando per glorificare Cristo”. Questa stessa rivista, però, faceva anche notare che “la natura stessa della competizione richiede che si assuma temporaneamente una mentalità egoistica mentre l’atleta cerca di vincere”. Tale mentalità non riflette la personalità dei veri cristiani i quali sono incoraggiati a non cercare “il proprio vantaggio ma quello di molti, affinché siano salvati” (1Corinzi 10:33 – Di). In effetti i veri cristiani glorificano Dio facendo la sua volontà, non la propria, come è scritto: “Se tu trattieni il piede … dal fare i tuoi affari nel mio santo giorno, se lo onori astenendoti … dallo sbrigare i tuoi affari e dal parlare dei tuoi problemi, allora troverai il tuo diletto nell’Eterno” (Isaia 58:13,14 – Di).
Un ulteriore aspetto da tenere in debita considerazione è l’effetto che la propria attività sportiva ha sugli altri. Quando un atleta diventa famoso per le sue capacità e per le sue imprese viene ammirato e osannato dai suoi estimatori. Ne diventa l’idolo e la sua immagine viene riprodotta e appesa alle pareti delle abitazioni dei suoi fans. Un famoso giocatore di calcio, un “nazionale” inglese, raccontando la propria esperienza ha dichiarato: “mentre giocavamo … la folla mi tributò una straordinaria ovazione. Gridavano: “Dagli una bella lezione Knowles; segna!” E ogni volta che segnavo impazzivano, gridando ripetutamente il mio nome … Molti fra la folla mi trattavano quasi come un dio. Era una forma di idolatria”. I tifosi sono ansiosi di seguire il modello dei loro beniamini, una tendenza abilmente sfruttata dalla pubblicità che ne alimenta lo spirito idolatrico incoraggiandoli a mangiare lo stesso cibo o a vestire gli stessi abiti o ad assumerne le stesse abitudini; guardate l’effetto che ha fatto sui giovani, e anche sui meno giovani … sich!, la consuetudine di molti atleti di farsi tatuare il corpo. La Parola di Dio dice chiaramente: “fuggite l’idolatria” (1Corinzi 10:14). Secondo “la volontà di Dio”, dunque, è sbagliato idolatrare qualsiasi uomo, e questo vale specialmente per coloro che eccellono in attività che secondo la sua Parola hanno poca utilità o un’utilità limitata (cfr. 1Timoteo 4:8). Fu per questo motivo che Peter Knowles, il quale inizialmente pensava anche lui di poter testimoniare la propria fede attraverso lo sport, in seguito abbandonò l’attività agonistica riconoscendone l’incompatibilità con i princîpi cristiani.
La religione da spogliatoio
      
Uno degli “Atleti di Cristo” … ammirato per la sua fede o per le sue gesta sportive?
Il Tatuaggio non è affatto una pratica dei nostri giorni. Sono state rinvenute mummie egizie e libiche risalenti a centinaia di anni prima di Cristo che sono tatuate. Anche in Sudamerica sono state scoperte mummie tatuate. Molte delle immagini tatuate erano collegate direttamente al culto di divinità pagane. Al riguardo è interessante notare che la Legge mosaica vietava ai servitori di Dio di tatuarsi. In Levitico 19:28 infatti si legge: Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso (NVR). Gli adoratori pagani, come gli egizi, si tatuavano sul petto o sulle braccia nomi o simboli delle loro divinità. Ubbidendo al comando di Dio di non tatuarsi gli Israeliti avrebbero dimostrato di essere diversi dalle altre nazioni. Anche se oggi i cristiani non sono sotto la Legge mosaica, il fatto che vietasse di tatuarsi fa riflettere: di sicuro nessun vero cristiano vorrà incidersi sulla pelle immagini di qualsiasi forma o natura imitando una pratica di chiare origini pagane e idolatre.
L’attività sportiva negli ultimi decenni è diventata molto lucrativa per il mondo degli affari e gli interessi economici si sono aggiunti agli interessi nazionali e di classe: grossi affari e profitti sono ormai la molla delle attività agonistiche, essendo divenuti un’enorme fonte di denaro. Lo sport è diventato un fenomeno di massa e vincere significa spesso guadagnare miliardi! Così lo slogan decoubertiniano dell’“importante è partecipare” è andato a farsi friggere mentre l’importanza della vittoria viene esasperata. I pezzi grossi del commercio vogliono i loro profitti. I mezzi d’informazione, per incrementare le loro stesse vendite, a volte adulano e a volte accusano gli atleti che, pertanto, devono sempre mostrarsi all’altezza della situazione fornendo azione, eccitazione e violenza. Per ottenere tali risultati molti atleti cono costretti a fare uso di farmaci. Così è stata coniata la parola doping che è diventata una vera piaga che ha contagiato lo sport agonistico. Ormai se ne fa un uso talmente esteso fra gli atleti da richiedere “organizzazioni complicate e costose‚ non di rado istituite dalle stesse federazioni sportive‚ con il fine evidente di conseguire risultati di grande prestigio‚ attrarre sponsor‚ incassare danari‚ conquistare potere” (L’Espresso, 9/10/1988). Inoltre il grosso giro di affari nel mondo dello sport alimenta l’avidità e l’amore per il denaro che, come dice la Scrittura, “è radice di ogni specie di mali” (1Timoteo 6:10 – VR). Pertanto anche la corruzione dilaga tra gli atleti che falsano i risultati delle competizioni alimentando il mercato delle scommesse spesso in combutta con la criminalità organizzata.
Per riassumere, quindi, il mondo dello sport competitivo, al quale appartengono molti atleti che si ritengono “cristiani”, sotto qualsiasi aspetto lo si voglia esaminare risulta totalmente impregnato di quelle caratteristiche che la Parola di Dio indica per gli ultimi giorni di questo sistema di cose, allorché parla di uomini che sarebbero stati “amanti di se stessi, avidi di denaro, vanagloriosi, superbi, … orgogliosi, amanti dei piaceri invece che amanti di Dio, aventi l’apparenza della pietà, ma avendone rinnegato la potenza” (2Timoteo 3:1-5 – Di). Qui il termine greco originale morphōsis, impropriamente tradotto “pietà”, “indica una semplice manifestazione esteriore della religiosità, fingendo grande pietà e santità, essendo esteriormente giusti davanti agli uomini … nelle parole professano religiosità e pietà, timore di Dio e pura adorazione, ma in opere negano tutto” (Gill’s Exposition of the Entire Bible). Perché il mondo in generale e quello sportivo in particolare hanno assunto queste caratteriche? Lo spiega ancora la Parola di Dio: perché “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5:19 – VR). Il maligno è Satana il Diavolo che corrompe le cose belle‚ come ad esempio la sana attività sportiva. È lui a promuovere lo spirito violento. Ed è sempre lui a fomentare il nazionalismo‚ l’egoismo e l’avidità che hanno rovinato la nostra società e lo sport.
Come si può evitare l’influenza di questo spirito demonico? Inginocchiandosi in campo prima di ogni competizione, facendosi il segno della croce prima di entrare in campo o alzando lo sguardo al cielo al raggiungimento del successo personale? No! Non è certo questa la strada indicata da Cristo il quale disse che i suoi veri discepoli “non fanno parte del mondo”, perciò avrebbero evitato di farsi prendere dallo spirito di competizione mondano e per questo sarebbero stati addirittura odiati dal resto del mondo e non certamente osannati e idolatrati per le loro imprese sportive (Giovanni 17:14-16 – NLT).
Nel sito ufficiale degli Atleti di Cristo è anche scritto che la loro visione è: “diffondere in ogni modo possibile il messaggio del Vangelo attraverso lo sport”. Ma non è questo il comando che diede Cristo ai suoi veri discepoli. Egli disse loro “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli … insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Matteo 28:19,20 – VR). I discepoli del I secolo compresero bene il significato di questo comando e lo misero in pratica. Come? Le cronache di quei giorni dicono che essi “ogni giorno, nel tempio e per le case, non cessavano di insegnare e di annunziare la buona novella” (Atti 5:42 – Di). Dell’apostolo Paolo è detto che “discuteva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie, e ogni giorno sulla piazza con quelli che incontrava” (Atti 17:17). Che cosa si comprende da queste testimonianze? Che il cristiano non aspettava  le grandi occasioni, come un avvenimento sportivo, per dare testimonianza al Vangelo o alla Buona Novella. Era convinto che il suo messaggio fosse per lo più diretto a singoli individui, pur essendo altrettanto pronto a dichiararlo alle folle. Perciò “andava”: per le strade, nelle pubbliche piazze, nelle case private, ovunque potesse personalmente raggiungere le persone per “insegnare” loro il messaggio del Regno di Dio, lo stesso messaggio che Cristo predicava (cfr. Matteo 4:17; 10:7; 24:14; Atti 28:30,31). Essere un vero seguace di Cristo significa fondamentalmente assolvere questo incarico.
Come è noto, un atleta deve dedicare gran parte del proprio tempo ad allenarsi e prepararsi per la competizione che l’aspetta. L’allenamento fisico occupa il posto più importante della sua vita e a questo dedica le sue migliori risorse. Anche nel I secolo si dava molta importanza a quest’aspetto della vita di un atleta, per questo motivo l’apostolo Paolo consigliò ad un giovane cristiano, la cui età era simile a quella dei tanti “Atleti di Cristo” moderni: “Allenati continuamente ad amare Dio. Allenare il corpo serve a poco; amare Dio, invece, serve a tutto” (1Timoteo 4:7,8 – PdS). Se dunque lo sport, e quello competitivo in particolare, “serve a poco” dal punto di vista di Dio, ed è fonte di tanti problemi, è saggio proporlo come modello o credere che possa aiutare a “vivere una vita cristiana concorde alla volontà di Dio” e dedicarvi tutto il proprio tempo e le proprie risorse?

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2 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XVIII

  1. Ivan N. Morales ha detto:

    Non riusciremo mai a comprendere fino in fondo la grandezza dell’amore di Dio. Guardando alla croce dove Gesù ha donato la Sua vita per redimerci, possiamo comprendere che la nostra situazione era ed è veramente disperata e insanabile, il nostro peccato orrendo e crudele ha forato le mani e i piedi di Gesù, il suo costato è stato trafitto, ma da quella ferita sono sgorgati sangue e acqua, il prezzo del nostro riscatto e della nostra purificazione. Da quel costato è sgorgato un fiume di amore e grazia, nessuno poteva e può meritare la misericordia di Dio, nessuno la può conquistare con le sue opere o con la sua devozione, perché non sarebbero mai sufficienti per colmare l’abisso del nostro peccato e per soddisfare la giustizia di Dio, e del resto Dio stesso dice che non sono servono i nostri sforzi perché Lui è misericordioso, ma facciamo attenzione perché la misericordia di Dio, che ci conduce a ravvedimento e a vita eterna è pur sempre rivestita della santità perfetta, non possiamo ingannare Dio, e in ogni caso Lui si aspetta una risposta, “figliol mio dammi il tuo cuore”, ogni rifiuto, ritardo, o risposta diversa a quest’invito ci condurrà in sentieri difficili e tortuosi.

  2. Can-C Eye Drops ha detto:

    È impossibile non fare un confronto tra il suo e il nostro personale atteggiamento riguardo al grave problema di una società umana recalcitrante di fronte alla Parola di Dio, cui non sappiamo porre rimedio.

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