PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XIX

“NON È COSTUI IL FIGLIO DEL FALEGNAME?”

Matteo 13:55

Anteprima
“La sua grandezza sta al di sopra di quella di tutti gli angeli e i santi. Dopo Maria, è il santo più Santo … possiamo dire senza timore e senza dubbi che questo è il più santo di tutti i santi e che, anche se non è dogma di fede, con molta probabilità è già con Gesù e con Maria in corpo ed anima in cielo … è per questo che l’intercessione di san Giuseppe come padre di Gesù e sposo di Maria è così potente”. Inizia e finisce così un libro dedicato alla figura di Giuseppe, il marito di Maria e padre adottivo di Gesù (“San Giuseppe il più santo dei santi” di P. Àngel Peña O.A.R., Traduzione e commenti didascalici di Rita Maria Scolari – Edizioni Villadiseriane). Per questo motivo Giuseppe è stato proclamato dalla Chiesa Cattolica “Protector universalis Ecclesiae” (Patrono della Chiesa universale) e “Redemptoris Custos” (Il Custode del Redentore) e a lui sono stati dedicati santuari e chiese in tutto il mondo, nel suo nome sono state fondate diverse congregazioni religiose e a lui i fedeli rivolgono quotidianamente litanie, preghiere e suppliche per ottenere favori, grazie, guarigioni e salvezza. A lui hanno reso testimonianza mistici, “santi” e papi raccontando storie difficilmente verificabili e connotate da una forte natura fantasiosa. Di lui però dice poco o nulla l’unica fonte sicura di verità in materia religiosa, la Parola di Dio ch’è pur piena di esperienze e storie di persone, belle da leggere ma soprattutto utili per le lezioni di vita che impartiscono. Anzi, quelle poche informazioni che la Parola di Dio ci fornisce su Giuseppe smentiscono sistematicamente tutte le congetture e i riti legati al culto del personaggio portato avanti da una rilevante parte del cristianesimo apostata (oltre dalla Chiesa Cattolica anche da quelle Ortodosse) dimostrando che sono solo frutto dell’immaginazione, contrarie alla realtà storica, sono “favole profane, roba da vecchierelle”, o “precetti di uomini che rifiutano la verità”, storie che i veri cristiani devono fermamente respingere  (1Timoteo 4:7; Tito 1:14). La Parola di Dio, infatti, avverte che ci sarebbe stato “un tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina ma gli uomini si circonderanno di una folla di maestri secondo i propri capricci, facendosi solleticare le orecchie, e storneranno l’udito dalla verità per volgersi alle favole” (2Timoteo 4:3,4 – NT Interlineare, Ed. San Paolo). Tali false storie servono solo a fare gli interessi del Diavolo, il “padre della menzogna” e dei suoi avidi scagnozzi terreni, cioè allontanare le persone dal vero proposito di Dio e impedire loro di ricevere le benedizioni promesse (cfr. Giovanni 8:44). Quale fu, dunque, l’effettivo ruolo che Giuseppe svolse nel progetto divino e quale posizione occupa egli nel vero cristianesimo?

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L’8 dicembre 1870 Papa Pio IX proclamò Giuseppe, il marito di Maria, la madre di Gesù, venerato dalla Chiesa Cattolica come “santo”, “Protector universalis Ecclesiae” (Patrono della Chiesa universale) e stabilì che venisse festeggiato il 19 marzo di ogni anno con una celebrazione liturgica di rito doppio di prima classe (Decreto Quemadmodum Deus, 8 dicembre 1870). Successivamente, il 7 luglio 1874, con l’enciclica “Inclytum Patriarcham”, lo stesso Papa decretò che fosse riconosciuto al “santo” il diritto ad un culto superiore a quello degli altri santi, con l’introduzione di particolari “privilegi” nella “Santa Messa” e nella “Liturgia delle Ore”. Più recentemente, il 15 agosto 1989, il Papa Giovanni Paolo II, con una sua omelia, proclamava il “santo” Giuseppe “Redemptoris Custos” (Il Custode del Redentore). Questo documento viene considerato come la “magna carta” della teologia di “san Giuseppe” proposta ufficialmente a tutti i fedeli della Chiesa Cattolica; con essa si “considera san Giuseppe inserito direttamente nel mistero della Redenzione, in stretta relazione con Gesù, verso il quale adempie la funzione di padre, con Maria, la Madre di Gesù, della quale egli è sposo, e con la Chiesa stessa, affidata alla sua protezione. Si tratta di un ruolo eccezionale, che fa da supporto alla devozione della quale san Giuseppe ampiamente gode nel cuore dei credenti e che la teologia non deve trascurare” (http://it.wikipedia.org/wiki/San_Giuseppe). Vittorio Messori, noto scrittore cattolico, riferendosi a tale interpretazione, ha detto di lui: “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Perché lo scrittore rimarca questo particolare aspetto della vita di Giuseppe?
Perché nella Parola di Dio non viene rivelato molto della vita di Giuseppe. Degli antichi patriarchi ebrei, quali Abramo e Giacobbe, o dei condottieri quali Mosé e Giosué, o di personaggi di rilievo della storia ebraica quali il re Davide e il re Salomone, o di profeti quali Elia, Eliseo e Daniele, o di tanta gente comune che venne impiegata da Dio in relazione al suo proposito quale la moabita Rut, l’anziano Mardocheo e perfino il non israelita Giobbe sappiamo tutto perché la loro vita e il ruolo che ebbero nell’adempimento del proposito di Dio sono stati descritti con dovizia di particolari, ma di Giuseppe e del suo presunto “ruolo eccezionale” no, non è scritto quasi nulla! Quei pochi aneddoti che lo riguardano, riportati nei vangeli, sono riferiti alla nascita e all’infanzia di Gesù ma quando questi da adulto inizia il suo ministero terreno, all’età di trent’anni, Giuseppe è già scomparso dalla scena: alla prima uscita pubblica di Gesù, alle nozze di Cana, egli non viene menzionato né ci viene detto dove e quando morì, né conosciamo la sua tomba mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli (cfr. Genesi 25:7-10). Inoltre la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano quasi sempre con il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio mentre, secondo i racconti evangelici, egli era un uomo nel fiore degli anni, forte e vigoroso, che ebbe anche diversi figli. Su cosa si basa, dunque, la “teologia di san Giuseppe” proposta dalla Chiesa Cattolica e “ampiamente” accettata dai suoi fedeli?
Un attento esame delle scarne informazioni che i vangeli ci danno di lui ci aiuta comunque a conoscere il personaggio e il vero ruolo che ebbe nell’adempimento del proposito di Dio al di là delle tante illazioni e favole che la tradizione popolare ha voluto attribuirgli.
La prima menzione di Giuseppe la troviamo nel vangelo di Matteo, capitolo 1, verso 16, che parla di lui come un discendente del patriarca Abramo e della casa reale di Davide, attraverso il figlio primogenito di questi e di Betsabea, Salomone (cfr. Matteo 1:6-16). Non è questo un particolare trascurabile: presso gli ebrei la questione delle registrazioni genealogiche aveva una primaria importanza poiché secondo i patti che Dio aveva fatto con Abramo e con Davide il promesso Messia doveva venire dalla discendenza dell’antico patriarca e dalla casa reale di Davide (cfr. Genesi 22:17,18; 2Samuele 7:12-16). Per questo stesso motivo nel vangelo di Luca, al capitolo 3, versi 23-31, viene riportata la genealogia di Maria (*) che ugualmente è fatta discendere da Abramo e da Davide, attraverso l’altro figlio di questi, Natan. Comprendiamo così perché sia Giuseppe che Maria, tra tutti gli uomini e le donne di Giuda, vennero scelti da Dio per far nascere sulla terra il promesso Messia, Gesù: perché entrambi discendevano da Abramo e da Davide e questo era uno dei tanti inequivocabili segni dati da Dio per riconoscere il “seme” della promessa. Essi non avevano nulla di speciale rispetto agli altri uomini devoti e alle donne vergini di Giuda; a motivo della loro discendenza umana erano anch’essi nati sotto la schiavitù del peccato (cfr. Romani 5:12), Maria non era “immacolata”, come falsamente insegnato dal cristianesimo apostata, tantomeno lo era Giuseppe e lo prova il fatto che dopo la nascita di Gesù entrambi si recarono al tempio per offrire il sacrificio prescritto dalla legge (cfr. Luca 2:21-24; Levitico 12:1-8). Questa prescrizione, infatti, aveva proprio lo scopo di mettere in risalto il fatto che il genere umano era peccatore e trasmetteva l’imperfezione generando figli. Pertanto, Gesù attraverso la madre Maria era un discendente naturale della casa reale di Davide e attraverso Giuseppe, che l’adottò come figlio suo, acquisì anche il diritto legale al trono di Davide quale discendente maschile del re Salomone (cfr. Luca 1:32).
Sia Maria che Giuseppe erano, come tutti i discendenti di Adamo, sotto la schiavitù del peccato e della morte (cfr. Romani 3:23; 5:12)
Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme … per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore” (Luca 2:22-24 – CEI)
Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti … porterà al sacerdote … due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei” (Levitico 12:1-8 – CEI)
Giuseppe adottò Gesù in quanto questi non venne concepito per mezzo di un seme umano ma con un miracolo di Dio che trasferì la sua vita dal cielo, dove preesisteva, nel seno di Maria (cfr. Giovanni 6:38,62). Gesù, infatti, doveva nascere come uomo perfetto, come lo era stato Adamo prima che peccasse, in modo che potesse pagare un riscatto corrispondente alla vita perfetta persa da Adamo cedendo la sua vita perfetta con una morte di sacrificio e ciò non sarebbe stato possibile se avesse avuto un padre umano (cfr. Matteo 20:28). Quando l’angelo annunciò a Maria la nascita di Gesù le disse: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Luca 1:35 – CEI). A quel tempo Maria era fidanzata con Giuseppe il quale, quando seppe della sua gravidanza, essendo “uomo giusto e non voleva esporla ad infamia, deliberò di lasciarla segretamente” (Matteo 1:19 – Di). Ma quando Dio lo informò sul miracoloso concepimento, da persona umile e mansueta che aveva fede in Dio e desiderava fare ciò che era giusto, “fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie” (Matteo 1:24 – Di).
A questo punto il racconto aggiunge che Giuseppe: “non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio” (Matteo 1:25 – VR). Alcune versioni traducono l’ultima parte della frase con “finché ella diede alla luce il figlio suo primogenito” (cfr. Ri – vedi anche Luca 2:7). Questo fu molto appropriato poiché non dovevano esserci dubbi su chi era effettivamente il Padre del bambino. Fu un mirabile esempio di padronanza di sè da parte di Giuseppe il quale mise i valori spirituali al di sopra dei suoi desideri naturali. Ma, dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria ebbero una normale vita matrimoniale durante la quale concepirono altri figli e figlie, i fratelli naturali di Gesù (cfr. Matteo 13:55,56). La Chiesa Cattolica nel tentativo di difendere il falso insegnamento della verginità perpetua di Maria sostiene che Maria e Giuseppe fecero voto di castità prima del matrimonio, voto che entrambi osservarono per sempre, e che i fratelli di cui parlano i vangeli erano solo cugini. Mentre la favola del matrimonio verginale non ha alcun fondamento biblico ma è il frutto di idee elaborate da pensatori cattolici a partire dal IV secolo d.C., gli arrampicatori di specchi della teologia cattolica si attaccano al fatto che nell’Antico Testamento i termini ah ed aha (fratello) e hôt e ahot (sorella) vengono adoperati per indicare i rapporti di parentela più vari quali fratelli e sorelle carnali figli degli stessi genitori, o fratellastri e sorellastre figli di uno stesso genitore ma di padre o madre diversi o cugini figli di coppie di genitori imparentate tra loro, per cui ipotizzano che i fratelli di Gesù menzionati nei vangeli fossero in effetti suoi cugini o tuttalpiù fossero fratelli in senso spirituale. Costoro, però, sembrano dimenticare che il Nuovo Testamento fu scritto in greco e che tale lingua usa termini diversi e specifici per indicare sia i fratelli carnali, cioé adelphòi, sia i cugini o altri parenti, cioé anepsiòi e syggeneis. Nel caso di Matteo 13:55,56, come dei paralleli racconti di Marco 3:31, Luca 8:19 e Giovanni 2:12, il termine usato è proprio e inequivocabilmente adelphoi cioè fratelli carnali, mentre, ad esempio, in Colossesi 4:10 parlando di Marco come del “cugino di Barnaba” l’apostolo Paolo usa correttamente il termine anepsiòs. Priva di fondamento è anche l’idea che venissero chiamati “fratelli” per la comunanza spirituale in quanto è anche specificamente detto che “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” (Giovanni 7:3-5 – CEI). Essi probabilmente divennero discepoli di Gesù solo dopo la sua risurrezione, e questo spiegherebbe anche perché Gesù, in punto di morte, affidò la madre, Maria, all’apostolo Giovanni invece che ai suoi fratelli carnali: Giuseppe era ormai morto da tempo e Giovanni, peraltro cugino di Gesù, era un uomo di fede provata, era il discepolo che Gesù amava teneramente, e questa relazione spirituale per Gesù trascendeva quella carnale (cfr. Matteo 12:46-50; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21). Il fatto che Giuseppe e Maria avessero altri figli, almeno altri sei come fanno comprendere le Scritture (cfr. Matteo 13:55,56), spiega un avvenimento che ebbe luogo quando Gesù aveva circa dodici anni. La famiglia tornava a Nazaret dalla celebrazione pasquale a Gerusalemme. Benché Gesù mancasse, Giuseppe e Maria non se ne accorsero che dopo un giorno di viaggio. Supposero che fosse in compagnia di parenti o conoscenti. Se avessero avuto solo un bambino a cui badare, è difficile immaginare come potesse accadere una tal cosa (cfr. Luca 2:42-45). 
Giuseppe e Maria, dopo la nascita di Gesù, vissero una normale vita matrimoniale e non un matrimonio “verginale”
non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio” (Matteo 1:25 – VR)
Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?” (Matteo 13:55,56 – VR)
Quando, dopo la nascita di Gesù, si presentarono al tempio per offrire il sacrificio prescritto dalla legge, Giuseppe e Maria offrirono “una coppia di tortore o di giovani colombi” cioè l’offerta che facevano i poveri (cfr. Levitico 12:8). Giuseppe, infatti, di mestiere faceva il falegname, un lavoro che richiedeva fatica e che, evidentemente, gli permetteva di ricavare appena quanto bastava per mantenere decorosamente la sua numerosa famiglia. Nel I secolo non esistevano depositi di legname o rivenditori di materiale edile presso cui i falegnami potevano selezionare dei pezzi di legno tagliati a misura. Bisognava piuttosto andare nei boschi, scegliere gli alberi adatti, abbatterli e trasportare i pesanti tronchi fino alla bottega. Con il legno così ottenuto il falegname poteva realizzare numerosi lavori: poteva produrre travi per costruire tetti, o scale per interni, porte, finestre e armature per pareti. Poteva anche creare mobili per arredare le case oppure attrezzi di lavoro utilizzati da altri, ad esempio aratri, gioghi, forconi, carri per gli agricoltori. Per realizzare tutto questo era richiesta forza fisica e tecnica che si acquisivano con anni di addestramento iniziando, in genere, da ragazzi. Giuseppe, dunque, insegnò al ragazzo Gesù il suo stesso mestiere, infatti questi era conosciuto non solo come “il figlio del falegname” ma anche come “il falegname” (cfr. Matteo 13:55; Marco 6:3 – Di). Riflettiamo un attimo come questo lavoro così pesante possa aver influito sull’aspetto fisico di Gesù: probabilmente la sua pelle era abbronzata dal sole mediorientale, i suoi muscoli scolpiti dagli anni di lavoro fisico e le sue mani segnate dal legno ruvido e dall’utilizzo di asce, seghe e martelli. Altro che la figura pallida ed emaciata spesso raffigurata nelle immagini del cristianesimo apostata. Quanta potenza ci fosse nel suo corpo fu evidente quando rovesciò i banchi dei cambiamonete e con una frusta scacciò dal tempio i commercianti che vi trafficavano (cfr. Giovanni 2:15).
Chissà quante ore piacevoli Giuseppe avrà trascorso con Gesù, lavorando e conversando con lui, trasmettendogli le sue conoscenze. Egli sarà anche stato orgoglioso di vedere come quel giovane diventava sempre più forte e abile. Ma Giuseppe nonostante il duro lavoro non dimenticò mai di adempiere il ruolo più importante che Dio ha affidato ai genitori: l’addestramento spirituale dei propri figli (cfr. Deuteronomio 6:7). Se ne occupò personalmente, non delegò nessun’altro a farlo, come succede oggi con tanti genitori che mandano i propri figli al catechismo o alle scuole domenicali, con risultati spesso disastrosi, come dimostrano i numerosi casi di pedofilia verificatisi in tali occasioni! L’episodio sopra ricordato ne è una prova evidente: ogni anno, nonostante le ristrettezze economiche, Giuseppe portava tutta la sua famiglia a Gerusalemme, durante le feste comandate da Dio, affinché tutti insieme ricevessero istruzione mediante la lettura della Parola di Dio (cfr. Deuteronomio 31:10-13). Il risultato di questo continuo e amorevole addestramento fisico e spirituale fu che “Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini” (Luca 2:52 – VR). Durante il suo ministero Gesù ripetute volte si servì in modo magistrale della sua esperienza giovanile a fianco del padre adottivo per insegnare profonde verità spirituali. Una volta disse a una folla: “Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Matteo 7:3 – CEI) Di certo un falegname sapeva quanto era ingombrante una trave. In seguito, parlando a un altro gruppo di persone, disse: “Nessuno che ha messo la mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. (Luca 9:62). Probabilmente Gesù aveva costruito diversi aratri. E anche uno degli inviti più calorosi che egli rivolse ai suoi ascoltatori faceva riferimento a un attrezzo realizzato dai falegnami. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Matteo 11:29,30 – CEI). Gesù senza dubbio aveva imparato a costruire un giogo che non fosse “pesante” ma che piuttosto fosse comodo o “leggero”.
Giuseppe addestrò personalmente Gesù sia sotto l’aspetto fisico che spirituale.
Non è costui il falegname …?” (Marco 6:3 – Di)
Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini” (Luca 2:52 – Di)
Senza dubbio Giuseppe fu un uomo umile e mansueto che aveva fede in Dio e desiderava fare ciò che era giusto. I pochi episodi della sua vita narrati nelle Scritture mostrano che ubbidì sempre ai comandi di Dio, sia che fossero contenuti nella Legge o che li ricevesse personalmente attraverso angeli. Ebbe il grande privilegio di prendersi cura del Figlio di Dio finché questi non fu pronto per svolgere il suo ministero terreno e lo fece con tutta la responsabilità e la devozione che l’incarico richiedeva. Ma il suo ruolo nel proposito divino si limitò a questo e nulla di più. Le Sacre Scritture non aggiungono altro agli episodi narrati. L’ultima vicenda che lo vide protagonista, narrata nei vangeli, fu quella in cui si recò con la famiglia a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Allora Gesù aveva 12 anni. Quando Gesù iniziò il suo ministero, al compimento dei trent’anni, Giuseppe già non c’era più, pertanto deve essere morto in quel lasso di tempo. E qui si pone un altro grosso problema per la teologia cattolica che viene riassunta nel libro “San Giuseppe il più santo dei santi” di P. Àngel Peña O.A.R., Traduzione e commenti didascalici di Rita Maria Scolari – Edizioni Villadiseriane, pubblicato con l’Imprimatur di Mons. José Carmelo Martínez, con questa affermazione: “Uno dei privilegi speciali concessi da Dio a san Giuseppe, secondo alcuni santi, è quello della sua Assunzione al cielo in anima e corpo. Lo affermano il famoso teologo spagnolo Suárez, san Pier Damiani e san Bernardino da Siena, san Francesco di Sales, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, la venerabile Madre Maria Jesus di Agreda, Bossuet, sant’Enrique de Ossó y Cervelló e altri ancora”. E aggiunge “È interessante notare che papa Giovanni XXIII, nell’Omelia pronunciata nella festa dell’Ascensione, il 26 maggio 1960, per la canonizzazione di Gregorio Barbarigo, espresse la sua opinione personale che san Giuseppe si trova in cielo in corpo e anima; e la espose come opinione accettabile”. Già … la questione però è che lo dicono tutti questi personaggi, tranne l’unica fonte di verità sicura, la Parola di Dio! Non a caso lo stesso autore conclude l’argomento affermando: “Naturalmente l’Assunzione di san Giuseppe non è dogma di fede, ma speriamo che lo diventi in un futuro non molto lontano”.
Tale insegnamento contrasta totalmente con quanto insegna la Parola di Dio per questi motivi:
1) Nel primo anno del suo ministero, il 31 A.D., quando Giuseppe era già morto, Gesù disse a Nicodemo, Fariseo e maestro di Israele, “nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” (Giovanni 3:13 – CEI). Sappiamo dalle Scritture che Gesù risalì in cielo, da dove “era disceso”, nel 33 A.D., quaranta giorni dopo la sua risurrezione. Dov’era dunque Giuseppe se nessuno, fino a quel tempo, era asceso al cielo? … Per rafforzare questo concetto, Gesù disse che perfino Giovanni Battista, che “tra i nati di donna era il più grande di tutti” (quindi anche di Giuseppe), e anche lui morto prima del 33 A.D., neppure lui era andato in cielo (cfr. Matteo 11:11). E, il giorno di Pentecoste del 33 A.D., anche l’apostolo Pietro, che la Chiesa Cattolica addita come il primo Papa, sostenne questa importante verità dicendo nel suo discorso che neppure il re Davide, uomo approvato da Dio, ormai morto da più di 900 anni, era asceso al cielo (cfr. Atti 2:34). Secondo quanto Pietro affermò sotto ispirazione divina, Davide si trovava ancora nell’Ades, nel soggiorno dei morti, nella tomba.
2) La Parola di Dio afferma che “la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità” (1Corinzi 15:50 – CEI). Pertanto, in ogni caso, Giuseppe non sarebbe mai potuto ascendere al cielo “anima e corpo”. Lo stesso principio vale, naturalmente, per Maria, sconfessando del tutto anche il dogma cattolico della sua assunzione in cielo “anima e corpo”.
Giuseppe, come il re Davide e Giovanni Battista e tanti altri uomini e donne fedeli che vissero e morirono prima di Cristo, che la Parola di Dio indica ancora come “il primogenito dei morti”, cioè il primo che è stato risuscitato, con un corpo spirituale, alla vita celeste (cfr. Colossesi 1:18; 1Corinzi 15:44,45; Apocalisse 1:5), tutti questi “giusti” sono ancora nelle loro tombe in attesa di essere risuscitati per tornare a vivere per sempre sulla terra, come è scritto: “verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno” e ancora: “I giusti possederanno la terra e la abiteranno per sempre” (Giovanni 5:25-29; Salmo 36:29 – CEI; 37:29 – VR e Di). Nell’ “ora”, o nel tempo stabilito da Dio per la risurrezione dei morti, cioè durante il futuro regno millenario di Cristo Gesù (cfr. Apocalisse 20:13), anche Giuseppe riceverà il premio per la sua fedele condotta, la vita eterna sulla terra. Nel frattempo egli rimane ancora nella tomba, nella condizione di morte descritta dalla Parola di verità di Dio, in Ecclesiaste 9:5-10, che dice: “i morti non sanno nulla, e per essi non c’è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole … nel soggiorno dei morti … non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza”. Questo pone un ulteriore problema alla teologia cattolica!
Il citato libro di P. Àngel Peña, infatti, parla di presunte “apparizioni” di san Giuseppe nel corso dei secoli, di un suo altrettanto presunto ruolo di “intercessore” presso Gesù a favore della Chiesa Cattolica e dei suoi fedeli, degli altrettanti presunti “favori e miracoli fatti da Dio per intercessione di san Giuseppe ai suoi fedeli” e delle preghiere che i fedeli possono rivolgergli per chiedere la sua intercessione e la sua protezione. Perciò c’è da chiedersi, alla luce di quanto ha scritto l’ispirato scrittore dell’Ecclesiaste, come è possibile che Giuseppe possa essere attore di tutto ciò se “non ha alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole” e se “nel soggiorno dei morti”, dove si trova, “non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza”? L’Àngel Peña cita a sostegno delle sue affermazioni esperienze e dichiarazioni di mistici, di altri presunti “santi”, di papi, ch’è poi tutta e l’unica letteratura che si trova sul culto di san Giuseppe, ma non cita un solo passo biblico che le possa sostenere! Questo dovrebbe farci riflettere sull’attendibilità e la veridicità delle sue affermazioni e di quelle della Chiesa Cattolica che egli rappresenta. Ad esempio, riguardo al presunto ruolo di “intercessore”, non solo di san Giuseppe ma della stessa Maria e di tutti gli altri “santi” proclamati dalla Chiesa, la Parola di Dio esplicitamente dice che c’è “un solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Timoteo 2:5 – CEI). E Gesù stesso disse: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6 – CEI). Pertanto, perché le preghiere dei fedeli vengano ascoltate devono essere rivolte a Dio solo per mezzo di Cristo e nessun’altri, incluso san Giuseppe, come è ancora scritto: “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Filippesi 2:9,10 – CEI). Questa è la pura e semplice verità che la Parola di Dio insegna, tutti gli altri insegnamenti diversi da questo sono “favole profane, roba da vecchierelle” o “precetti di uomini che rifiutano la verità” (1Timoteo 4:7; Tito 1:14 – CEI).
Per riassumere e concludere, quindi, Giuseppe, il falegname, il marito di Maria, secondo quando è scritto nella Parola di Dio, fu scelto per fare da padre adottivo di Gesù semplicemente perché era un discendente del re Davide, il legittimo erede della casa reale davidica da cui doveva venire il promesso Messia. Egli dimostrò di essere un “uomo giusto” essendo umile e sottomesso a Dio, ubbidiente a tutte le sue disposizioni nel prendersi cura ed educare il giovane Gesù secondo la Legge e i princîpi stabiliti da Dio. Questo è l’unico ruolo che la Parola di Dio gli riconosce e che egli svolse fedelmente fino alla sua morte, avvenuta in età relativamente giovane, prima che Gesù iniziasse il suo ministero terreno. Alla sua morte Giuseppe non andò in cielo, come falsamente insegna il cristianesimo apostata, ed è tutt’ora totalmente inconscio nella tomba in attesa di essere risuscitato per tornare a vivere per sempre su questa terra, secondo la promessa di Dio per tutti i giusti che si sono addormentati nella morte prima della venuta del Cristo. Il culto che si è sviluppato intorno alla sua persona non ha alcun fondamento scritturale ma è frutto di fantasie umane che hanno il solo scopo di allontanare le persone dalla verità. Le persone che, anche in buona fede, vi sono dedite vivono nell’inganno ideato dal nemico principale della verità, Satana il Diavolo, il “padre della menzogna”, che si serve di personaggi ipocriti “bollati a fuoco nella loro coscienza” per diffondere le sue falsità (cfr. Giovanni 8:44; 1Timoteo 4:1-3 – CEI). L’unica protezione che possiamo avere contro le macchinazioni sataniche è lo studio della Parola di Dio perché ci permette di conoscere la verità e, come disse Gesù, “la verità vi farà liberi” in quanto smaschera le menzogne sataniche. La conoscenza della verità che deriva dallo studio della Parola di Dio è fondamentale per fare sagge scelte per il proprio futuro, poiché è anche scritto: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3 – CEI).

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(*) Lo storico ed evangelista Luca riporta nel suo vangelo la genealogia di Maria, la madre di Gesù (cfr. Luca 3:23-31). Nel versetto 23 si parla, però, “di Giuseppe, figlio di Eli” e non di Maria quale figlia di Eli, come mai? Una nota enciclopedia biblica (M’Clintock e Strong, Cyclopædia, 1881, vol. III, p. 774) ce lo spiega. Essa dice: “Nel compilare le loro tavole genealogiche è risaputo che gli ebrei includevano esclusivamente i maschi, senza indicare il nome della figlia stessa, dove la discendenza del nonno passava al nipote per mezzo di una figlia, e considerando il marito della figlia come figlio del nonno materno”. Questo è il motivo per cui Giuseppe, in quanto marito di Maria, occupa il posto della moglie nella genealogia di quest’ultima.

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2 risposte a PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XIX

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