PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – XX

“FAMMI SAPERE PERCHÉ CONTENDI CON ME”

Giobbe 10:2

Giobbe 1

Anteprima
Giobbe, l’antico patriarca semita pur non essendo israelita era un adoratore dello stesso Dio di Abramo. È conosciuto in tutta la terra per la sua proverbiale “pazienza” eppure quanti conoscono la sua vera storia? … Voi la conoscete? … Figura di rilievo nell’antico mondo patriarcale era stimato e onorato da tutti, persino dagli anziani e dai principi. Soprattutto era tenuto in grande considerazione da Dio che lo definì “uomo integro e retto” come nessun altro sulla terra in quel tempo. Era anche un uomo molto ricco ma non avido e si comportava molto generosamente con i poveri e i bisognosi. Ad un certo punto della sua vita cominciò ad essere colpito da ogni sorta di disgrazie: dapprima perse tutti gli animali che possedeva, i bovini, poi le asine, quindi le pecore e i cammelli, portati via dai sabei, dai fulmini e dai caldei. Poi perse tutti i suoi figli e le sue figlie uccisi nel crollo della casa dove stavano banchettando. Infine fu colpito nella sua stessa carne da una terribile malattia che lo rese talmente ripugnante a tutti che desiderò di morire. Al culmine delle sue disgrazie la sua stessa moglie gli disse: “lascia stare Dio, e muori!” . Ma Giobbe le rispose: “Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”. Da questa esemplare attitudine a sopportare le sue disgrazie deriva la fama della sua “pazienza”. Ma la Parola di Dio ci rivela che l’esempio di Giobbe va oltre la mera accettazione del dolore, delle difficoltà e delle avversità. In tutto ciò che gli accadde vi era implicata una questione di vitale importanza che trascende la semplice capacità di sopportazione della calamità e il caso stesso del patriarca, perché riguarda tutte le creature e il loro atteggiamento verso il loro Creatore, il Sovrano dell’intero universo: Dio. Sapete perché? …

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Correva l’anno 1553 a.C. quando Mosè, che aveva allora 40 anni, osservando i carichi che gli ebrei, resi schiavi dagli egiziani, erano costretti a portare, vide un egiziano che colpiva un ebreo. In quel momento egli prese la decisione più importante della sua vita. Cresciuto nella famiglia del Faraone, dopo essere stato adottato dalla figlia di questi, egli era stato “istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere” ma, nonostante la posizione privilegiata che aveva acquisito presso gli egiziani, il cuore di Mosè era con il suo vero popolo e ardeva dal desiderio di liberarlo dalla schiavitù (Atti 7:20-22 – CEI). Pertanto, davanti a quell’azione ingiusta e violenta egli reagì in difesa dell’israelita uccidendo l’egiziano. L’apostolo cristiano Paolo, riferendosi a quell’avvenimento, ha scritto: “Per fede Mosè … rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, che godere per breve tempo i piaceri del peccato” (Ebrei 11:24,25 – VR). Così Mosè rinunciò all’onore e alla ricchezza che avrebbe potuto avere quale componente della famiglia del potente Faraone pensando che fosse giunto il momento di intervenire per salvare gli ebrei. Ma i suoi connazionali allora non la pensarono allo stesso modo, perciò quando il Faraone seppe dell’uccisione dell’egiziano egli fu costretto a fuggire dall’Egitto e dopo un lungo viaggio nel deserto trovò rifugio nel paese di Madian, un territorio della regione nordoccidentale dell’Arabia a Est del golfo di Aqaba. Qui Mosè risiedette per altri 40 anni, finché Dio non lo chiamò per assolvere il compito di liberatore del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana.
Madian confinava con un altro paese, Uz, una località che a sua volta confinava, a Nord, con la terra che Dio aveva promesso alla progenie di Abramo. Ad Uz viveva un uomo del quale Dio stesso disse “Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male” (Giobbe 1:8 – CEI). Quest’uomo si chiamava Giobbe. Molti di noi certamente l’hanno sentito nominare: è conosciuto soprattutto per la sua proverbiale “pazienza”. Vivendo in Madian certamente Mosè sentì parlare di Giobbe e venne a conoscenza di molti particolari della sua vita, delle avversioni che lo colpirono e delle gravi sofferenze che patì. In seguito, molti anni dopo, mentre peregrinava nel deserto diretto verso la terra promessa con il popolo di Israele dopo la liberazione egiziana, allorché gli israeliti giunsero nei pressi di Uz, nel 1473 a.C., egli potè informarsi anche degli ultimi fatti relativi alla vita di Giobbe che poi, sotto ispirazione divina, mise per iscritto. Così la storia di Giobbe è una delle più antiche narrate nelle Sacre Scritture e contiene lezioni di fondamentale importanza per tutti i veri servitori di Dio. La sua attendibilità venne attestata sia dagli antichi profeti che dagli scrittori cristiani ed è entrata a far parte del canone biblico nonostante che Giobbe non fosse un israelita (cfr. Ezechiele 14:14,20; Giacomo 5:11).
Quando, circa un anno fa, iniziai a scrivere questa serie di post fui spinto da alcune riflessioni fatte sulle storie di tanti “santi” venerati nella Chiesa Cattolica e spesso riportate dai suoi fedeli sui vari social-network con parole di grande ammirazione (cfr. il mio post del 3 dicembre 2011: PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – I). Come scrissi allora, tali storie “oltre ad essere molto fantasiose e difficilmente comprovabili, in quanto i fatti descritti accadono sempre in un contesto misterioso di solitudine o isolamento, sono anche piene di disgrazie, malattie e morte. Insomma costituiscono, nella quasi totalità, un’esaltazione del dolore e della sofferenza come mezzi per piacere a Dio. Le sofferenze patite e la sopportazione del dolore vengono sempre presentate come un sacrificio richiesto da Dio, una sorta di catarsi a favore dei peccatori”. Poiché, come rivela la sua Parola scritta, tali cose a Dio non sono mai passate per la mente, la loro esaltazione fa parte di una grande mistificazione che tende a screditare il buon nome di Dio e a nascondere i suoi veri propositi (cfr. Giacomo 1:13). Perciò la storia di Giobbe mi sembra una degna conclusione di questo argomento poiché rivela chi è la vera causa di tutte le sofferenze umane e cosa effettivamente c’è dietro tutte le storie fantasiose narrate da una tradizione popolare in netto contrasto con la Parola di Dio (cfr. Matteo 15:6-9).
Nella parte introduttiva la storia parla di una adunanza che si  tenne in cielo presieduta da Dio e con la partecipazione degli angeli. Sfrontatamente anche Satana il Diavolo si presentò con un atteggiamento provocatorio. Il suo intento era quello di sfidare la legittima sovranità di Dio sulle sue creature e mettere in dubbio la lealtà di quest’ultime nei suoi confronti. Iniziata circa 2500 anni prima in Eden, dove aveva fomentato la ribellione della prima coppia umana, Adamo ed Eva, contro il loro Creatore, tale sfida veniva ora riproposta con l’attacco a un’altra creatura umana, Giobbe, un uomo che Dio stimava “integro e retto” come nessun’altro sulla terra in quel periodo (cfr. Giobbe 1:8). Quando, infatti, Dio lo additò come esempio, Satana subito rispose: “È forse per nulla che Giobbe teme Dio? … Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese” (Giobbe 1:9,10 – VR). Dunque il Diavolo affermò che l’adorazione resa a Dio da Giobbe era motivata dall’egoismo e non da una completa devozione di cuore. Dichiarò che Giobbe sarebbe stato leale a Dio solo finché questi avesse continuato a ricompensarlo e proteggerlo, dicendo “stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (v. 11). Tutti gli angeli presenti udirono l’accusa lanciata da Satana perciò la questione andava risolta. Dio disse dunque a quella malvagia creatura: “Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui” (Giobbe 1:12 – CEI). Il Diavolo non perse tempo e si mise subito all’opera. Senza alcun preavviso Giobbe iniziò ad esser colpito dalla disgrazia che si abbatté su di lui a ondate, non faceva a tempo a riprendersi da un disastro che ne arrivava subito un altro. Perse prima i bovini, poi le asine, quindi le pecore e i cammelli, portati via dai sabei, dai fulmini e dai caldei. Infine lo raggiunse la notizia che tutti i suoi figli e le sue figlie erano rimasti uccisi nel crollo della casa dove stavano banchettando (cfr. Giobbe 1:13:19) … Che cosa avremmo fatto noi al suo posto? … avremmo forse imprecato contro Dio per la malasorte? … avremmo chiesto a Dio ragione di tanti disastri? … avremmo fatto le vittime chiedendoci perché quelle cose capitavano proprio a noi e non a qualcun altro che forse era peggio di noi? … Cosa fece Giobbe? … Probabilmente pensieri così negativi sfiorarono anche la sua mente ma, anziché provare risentimento contro Dio, esclamò: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Giobbe 1:21 – CEI).
Le afflizioni di Giobbe non finirono lì. Satana tornò alla carica e quando Dio gli fece ancora notare l’integrità del patriarca sentenziò: “Pelle per pelle! L’uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po’ la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (Giobbe 2:4,5 – VR). Dunque Satana affermò che  Giobbe non avrebbe continuato a ubbidire a Dio se fosse stato colpito in prima persona e se la sua propria vita, la sua anima, fosse stata in pericolo … Questa stessa questione è stata ripresentata nei secoli: molti servitori di Dio trovandosi in una situazione critica causata dal Diavolo e dai suoi scagnozzi terreni, in cui rischiavano di perdere la vita, hanno dovuto decidere se continuare o no a ubbidire alle leggi divine: ad esempio i tre giovani compagni di Daniele quando dovettero decidere se inginocchiarsi o no davanti alla statua simbolo nazionale del re Nabucodonosor (cfr. Daniele capitolo 3 e anche il mio post del 25 marzo 2012: PREZIOSE LEZIONI DI VITA DALLE STORIE BIBLICHE – VII); o i cristiani del primo secolo che dovettero scegliere se conformarsi o meno alla forma di adorazione pagana sotto l’impero romano (cfr. Romani 12:2); o i veri cristiani di ogni tempo che hanno dovuto decidere se impugnare o no le armi per combattere le guerre degli uomini (cfr. Matteo 26:51,52; 2Corinzi 10:3,4); o anche i cristiani di oggi che devono decidere se ubbidire o no al comando divino di “astenersi dal sangue” (cfr. Atti 15:29). Non erano dunque questioni di poco conto quelle sollevate dal Diavolo, che non potevano essere risolte con un semplice atto di forza da parte di Dio. Perciò Egli concesse ancora a Satana di provare le sue accuse dicendogli: “Eccolo in tuo potere; risparmia però la sua vita” (Giobbe 2:6 – Di). Questa volta Giobbe venne colpito nella sua stessa carne da “un’ulcera maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo … prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere” (Giobbe 2:7,8 – Di). Quanto fosse fastidiosa e ripugnante quella malattia e quali sofferenze gli procurasse venne descritto da Giobbe con queste parole: “la notte si prolunga, e mi sazio di agitazioni fino all’alba. La mia carne è coperta di vermi e di croste polverose, la mia pelle si richiude, poi riprende a suppurare” (Giobbe 7:4,5 – VR). Lui, che prima era ammirato come uno dei patriarchi preminenti della regione, ora era scansato da tutti, dai suoi parenti più stretti, dai suoi servi e perfino i criminali e i rifiuti della società lo oltraggiavano; come egli stesso affermò:  “da estraneo mi trattano le mie ancelle … Chiamo il mio servo ed egli non risponde, devo supplicarlo con la mia bocca. Il mio fiato è ripugnante per mia moglie e faccio schifo ai figli di mia madre” (Giobbe 19:15-17 – CEI) … “sedevo come capo, e vi rimanevo come un re fra i soldati o come un consolatore d’afflittiOra invece si ridono di me i più giovani di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge …  Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia!” (Giobbe 29:25; 30:1,9,10 – CEI). Le sue sofferenze erano tali che a un certo momento invocò la morte per avere sollievo (cfr. Giobbe 14:13). Finanche la moglie arrivò al punto di dirgli “lascia stare Dio, e muori!” (Giobbe 2:9 – VR). Ma, pur nell’estremo dolore e nell’angoscia, Giobbe rifiutò di scegliere quella che poteva sembrare la via più facile e alla moglie replicò: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?”. Quindi, ancora una volta il racconto ribatte: “In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra” (Giobbe 2:10 – VR).
Cosa possiamo imparare dalla sua storia? Innanzitutto che Satana il Diavolo è l’inesorabile nemico dell’umanità ed è lui che causa difficoltà al genere umano con lo scopo di minare la relazione degli esseri umani con il proprio Creatore. Come dice il significato del suo nome, egli è un calunniatore, uno che mente spudoratamente, che mistifica la verità per raggiungere il suo sordido scopo. Giobbe non conosceva la fonte e il motivo dei suoi guai, nella sua ignoranza dei fatti arrivò anche ad accettare la possibilità che fosse Dio a causare le sue difficoltà (cfr. Giobbe 2:10), tuttavia mantenne la sua fedeltà dimostrando con la sua condotta che Satana era un bugiardo quando asseriva che gli uomini facevano la volontà di Dio solo per propria convenienza. Lo scopo di Satana è anche quello di screditare Dio presso le sue creature facendo credere che li mette alla prova mandando loro il male. Oggi, grazie al racconto di Giobbe, noi sappiamo che non è così, sappiamo che, come scrisse il discepolo Giacomo, “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Giacomo 1:13 – CEI). Per diffondere le sue calunnie il Diavolo usa anche gli uomini, persone che, come dice ancora la Parola di Dio, sono anch’esse incallite nel diffondere menzogne perché “bollati a fuoco nella loro coscienza” (1Timoteo 4:1-3 – CEI). Questo lo fa soprattutto per mezzo del suo capolavoro in fatto di menzogne: il falso cristianesimo, cioè una organizzazione religiosa da lui ispirata che, guidata da quel tipo di uomini dalla coscienza incallita, ha come finalità la mistificazione delle verità che Dio ha rivelato mediante la sua Parola scritta (cfr. Atti 20:29,30). Prendiamo ad esempio le storie dei “santi”, cioè dei modelli di vita prodotte da una parte preminente di questa organizzazione. Come ho già scritto sopra, sono per la maggior parte piene di disgrazie, malattie, sofferenze fisiche e morte, inventate per esaltare il dolore e la sofferenza come mezzi per piacere a Dio. Ne volete una prova?
Esaminate la storia della “santa” polacca Faustina Kowalska, molto in voga ai giorni del papa polacco Giovanni Paolo II. Nel suo diario ha scritto: “Gesù mi domandò: «Chi sei? ». Risposi: «Io sono una tua serva, Signore». «Devi scontare un giorno di fuoco nel purgatorio». Avrei voluto gettarmi immediatamente fra le fiamme del purgatorio, ma Gesù mi trattenne e disse: «Che cosa preferisci: soffrire adesso per un giorno oppure per un breve tempo sulla terra? ». Risposi: «Gesù, voglio soffrire in purgatorio e voglio soffrire sulla terra sia pure i più grandi tormenti fino alla fine del mondo». Gesù disse: «E sufficiente una cosa sola. Scenderai in terra e soffrirai molto, ma non per molto tempo ed eseguirai la Mia volontà ed i Miei desideri ed un Mio servo fedele ti aiuterà ad eseguirla. Ora posa il capo sul Mio petto, sul Mio Cuore ed attingivi forza e vigore per tutte le sofferenze, dato che altrove non troverai sollievo, né aiuto, né conforto. Sappi che avrai molto, molto da soffrire, ma questo non ti spaventi. Io sono con te»”  (http://gesu.altervista.org/doc/kowalska/diario.html).
Di un’altra “santa”, la mistica tedesca Teresa Neumann, pure molto considerata durante l’attuale pontificato, si dice che: “durante la settimana santa … la giovane contadina di 28 anni scopriva nelle sue membra, mani, piedi, costato e persino sul capo, i segni della Passione di Cristo: le stigmate dolorose e sanguinanti, terribile e prezioso documento della predilezione di Dio per certe anime che chiama ad essere, anche nella carne, simili al Figlio suo. Teresa, ben lungi dal desiderare il fenomeno, neppure lo conosceva, ma per 26 anni lo porterà nel suo corpo, sino alla morte. Da allora, dalla notte di ogni giovedì, entrava letteralmente nei racconti evangelici della Passione. Era come se vivesse in tempo reale quei momenti e accompagnasse Gesù sino alla morte nel primo pomeriggio del venerdì, sanguinando copiosamente dalle ferite e versando sangue anche dagli occhi. La Passione di Gesù riviveva nelle membra straziate di Teresa Neumann”  (http://www.santiebeati.it/dettaglio/93515).
E che dire del più famoso “santo” moderno venerato dalla Chiesa Cattolica, Padre Pio da Pietrelcina? Di lui è scritto: “Le ferite che si manifestavano sul suo corpo, erano provocate dalla comprensione e dalla partecipazione alla Passione di Cristo. Le piaghe prodotte nell’anima in contemplazione delle opere dell’Incarnazione del Verbo e dei Misteri della Fede, apparivano all’esterno trapassando il cuore, manifestandosi con la trasverberazione, e segnando le mani, i piedi ed il costato con le stimmate. Padre Pio ricevette questa grazia la sera del 5 agosto del 1918, qualche giorno più tardi scrivendo al padre Benedetto, disse: “…Cosa io soffrii in questo periodo così luttuoso io non so dirlo. (…) Da quel giorno in qua io sono stato ferito a morte. Sento nel più intimo dell’anima una ferita che è sempre aperta, che mi fa spasimare assiduamente (…) Non l’è questa una nuova punizione inflittami dalla giustizia divina?” (http://www.cappuccinipietrelcina.com/index.php?option=com_content&view=article&id=86:le-piaghe-damore-la-trasverberazione&catid=41:san-pio-da-pietrelcina&Itemid=133).
Al tempo di Giobbe gli stratagemmi di Satana per minare l’integrità di quelli che volevano fare la volontà di Dio non erano stati così apertamente svelati per cui le persone umili e timorate di Dio, come il patriarca, potevano anche essere tratte in inganno; ma oggi non è più così, le sue vere intenzioni insieme alle sue tattiche sono manifeste, proprio come è scritto: “non ignoriamo le sue macchinazioni” (2Corinzi 2:11 – VR). Pertanto quelli sopra riportati sono solo alcuni esempi che attestano la malafede e come la verità comunicataci da Dio è stata cambiata ad uso e consumo di una Chiesa che vuole “condizionare” i comportamenti dei propri fedeli facendo leva sul naturale timore della sofferenza, della malattia e della morte presentando loro come stereotipi le vite tormentate dei suoi “santi”. Non a caso le manifestazioni di devozione dei suoi fedeli sono quasi sempre caratterizzate da accorati appelli alla protezione dal male, da testimonianze sui miracolosi scampati pericoli e dai pellegrinaggi a santuari pieni di ex voto anatomici.
Comunque, nonostante ignorasse le macchinazioni sataniche, la fede di Giobbe non era intrisa di superstizioni, tradizioni e falsi insegnamenti, come lo è quella dei “santi” del cristianesimo apostata, piena di riferimenti a dottrine di chiara origine satanica come, ad esempio, quella della vita dopo la morte nelle beatitudini celesti, o nell’Inferno, inesistente luogo di tormento eterno, o nel Purgatorio, immaginario luogo di pena e purificazione dei defunti. Quando, sfinito dalla sofferenza, desiderò morire, Giobbe non chiese di andare in cielo per godere le gioie divine, né nel Purgatorio a scontare i suoi possibili peccati; disse a Dio: “Oh, se tu volessi nascondermi nella tomba, occultarmi, finché sarà passata la tua ira, fissarmi un termine e poi ricordarti di me!” (Giobbe 14:13 – CEI). Quello che lui si aspettava era di restare nella tomba, in uno stato di totale incoscienza, finché sarebbe arrivato il giorno in cui Dio si sarebbe ricordato di lui e lo avrebbe riportato in vita sulla terra mediante la risurrezione. Questo fu conforme al corretto insegnamento divino (cfr. Ecclesiaste 9:5-10; Giovanni 5:25-29; Salmo 36:9,11,29 – CEI; 37:9,11,29 – VR e Di).
Qualche giorno fa ho letto su uno dei social-network più voga un post firmato da Massimo L.R. che parlava del regno di Dio e diceva testualmente: “Il Regno di Dio annullerà tutto il danno arrecato al genere umano nei passati seimila anni. In quel tempo le gioie supereranno di gran lunga tutte le sofferenze avute. La vita non sarà turbata da tristi ricordi di sofferenze passate. Le idee e le attività costruttive che saranno cosa di ogni giorno un po’ alla volta cancelleranno i ricordi penosi”. Naturalmente sono stato subito attratto da questa dichiarazione, poiché ho riconosciuto in essa un messaggio che tante volte ho letto nella Parola di Dio (cfr. Daniele 2:44; Isaia 65:17,20-25; 2Pietro 3.13; Apocalisse 21:3-4). Così, incuriosito, sono andato anche a leggere i vari commenti. Ne cito un paio che ritengo emblematici anche ai fini del mio argomento. Giovanna S. ha scritto: “Non è Dio che mi risolverà i problemi. Sarò io, attraverso la sua forza, che potrò farlo”. Emanuela S. ha aggiunto: “penso che Dio non abbia nessuna intenzione di risolvere i nostri problemi … il regno di Dio non è per i vivi …  io credo in qualcosa di molto più forte e spirituale … sento che c è altro per ognuno di noi”. C’è, dunque, una cosa che colpisce subito in tali commenti: l’egotismo delle persone. “Sarò io …”, “penso che …”, “io credo …”, “sento che …”. È un atteggiamento che si nota spesso quando si parla di fede e stride molto con quanto Dio ha fatto scrivere nella sua Parola: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Isaia 55:8 – CEI). È, più o meno, lo stesso atteggiamento che assunsero tre amici di Giobbe che andarono a trovarlo per consolarlo. Si chiamavano Elifaz, Bildad e Zofar. Tutti e tre espressero la loro opinione personale sulla questione: il primo affermò che Dio non ha nessuna fiducia nei suoi servitori e che per lui non fa differenza se si comportano bene o no (cfr. Giobbe 15:15; 22:2, 3), mentre nella sua Parola Dio ha fatto scrivere che egli sa tutto dei suoi servitori, che questi gli stanno molto a cuore e osserva attentamente la loro condotta (cfr. Salmo 138:1-3 – CEI; 139:1-3 – VR e Di; Proverbi 27:11); Elifaz, per sostenere i suoi pensieri, arrivò perfino ad inventarsi false accuse contro Giobbe insinuando che fosse un avido usuraio (cfr. Giobbe 22:5-7) mentre Dio aveva descritto il patriarca come “uomo integro e retto” (cfr. Giobbe 1:8). Non va dimenticato che calunniare i veri servitori di Dio ricorrendo ad accuse false e pretestuose è tipico della personalità di Satana, colui che instaurò l’egotismo dando risalto a se stesso anziché al suo Creatore. Bildad espresse la sua convinzione che Dio non è mai contento di quello che gli uomini possono fare (cfr. Giobbe 25:4,5). Tale concetto tende a scoraggiare chi vuole fare la volontà di Dio poiché fa sembrare Dio troppo esigente, mentre il racconto ispirato presenta Dio come un Sovrano amorevole, benigno, misericordioso e comprensivo; si legga, ad esempio, la narrazione di quando informò Abramo che Sodoma e Gomorra stavano per essere distrutte. Per ben otto volte Abramo lo interrogò in merito al suo giudizio e tutte le volte Dio, anziché mostrarsi irritato o contrariato, lo rassicurò e lo confortò (cfr. Genesi 18:22-33). Le argomentazioni del terzo amico, Zofar, in linea di massima ricalcarono quelle dei primi due ma ancor più pesantemente egli affermò che Giobbe veniva colpito dalla calamità per le sue malefatte (cfr. Giobbe capitolo 20). Questo è lo stesso concetto espresso dai “santi” cattolici, come attestano gli esempi sopra riportati i quali, con questi ragionamenti di ispirazione satanica, in effetti dichiarano Dio malvagio insinuando che la sofferenza è una punizione inviata da Dio per i peccati e che è necessaria per preparare le persone alla vita celeste.

Giobbe 2

non avete parlato di me secondo la verità
Mentre Giobbe soffriva a causa dell’attacco di Satana il Diavolo, tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Zofar, gli fecero visita per confortarlo. Il più influente e forse il più vecchio dei tre era Elifaz, colui che parlò per primo e più a lungo degli altri. Egli iniziò il suo discorso dicendo: “Uno spirito mi passò davanti, e i peli del mio corpo si rizzarono. Si fermò, ma non potei riconoscere il suo aspetto; una figura mi stava davanti agli occhi; c’era silenzio, poi udii una voce che diceva …” (Giobbe 4:15,16 – Di). Quello spirito non era certo uno dei fedeli angeli di Dio poiché ispirò Elifaz a dire cose insensate e menzognere, tanto che Dio alla fine lo rimproverò per questo (cfr. Giobbe 42:7). Doveva quindi trattarsi di una creatura spirituale malvagia, un demonio che influenzò il suo modo di pensare empio e ingannevole. Anche molti dei “santi” del cristianesimo apostata rivelano di avere visioni di creature spirituali, queste non sono altro che spiriti demonici che li spingono a dichiarare menzogne dottrinali allo scopo di screditare la persona di Dio e ingannare quelli che vogliono fare la sua volontà (cfr. 2Corinzi 11:13-15).
Tutti e tre quei falsi confortatori furono aspramente rimproverati da Dio il quale disse loro: “non avete parlato di me secondo la verità” (Giobbe 42:7 – VR). Essi non avevano un quadro completo della situazione, quindi presuntuosamente salirono in cattedra e accusarono Giobbe di essere un trasgressore. Questo è esattamente quello che accade anche a molti che si dichiarano cristiani i quali ostentano giustizia e zelo e forse non hanno neanche mai letto la Parola di Dio, quella Parola  che dice di loro: “hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza; poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3 – CEI). Questo sembra anche il caso delle persone simili alle due signore sopra citate che hanno commentato la dichiarazione scritturale di Massimo L.R. dicendo “Sarò io …”, “penso che …”, “io credo …”, “sento che …” senza citare nessun passo scritturale a sostegno delle loro tesi. Chiunque desidera l’approvazione di Dio dovrebbe evitare il pessimo esempio dei tre falsi confortatori di Giobbe, quell’umile servitore di Dio che, ben conscio della sua limitata conoscenza, ammise: “ho detto cose che non comprendevo, cose … che non conoscevo” per cui, invece di insistere su pensieri e valutazioni personali su quanto accadeva, chiese a Dio: “Fammi sapere perché contendi con me” (Giobbe 10:2; 42:3 – Di).
Riassumendo, quindi,  la storia di Giobbe ci rivela la fondamentale contesa fra Dio e Satana, che implica la lealtà dell’uomo nel riconoscere Dio quale suo Sovrano. Dimostra inoltre che non è Dio la causa delle sofferenze, delle malattie e della morte del genere umano, e spiega perché i giusti sono perseguitati, mentre viene permesso ai malvagi e alla malvagità di continuare a esistere. Le conversazioni tra Giobbe e i suoi tre falsi confortatori mettono in guardia contro il pericolo di lasciarsi guidare da pensieri umani e incoraggiano ad acquistare una più  accurata conoscenza di Dio e dei suoi propositi per mezzo dello studio della sua Parola. Non sono lezioni da sottovalutare e ciascun essere umano deve rendersi conto che è implicato nella contesa della sovranità di Dio e dovrà rendere conto dell’atteggiamento che assumerà al riguardo sapendo anche che “Dio non è ingiusto da dimenticare l’opera … e l’amore … dimostrato per il suo nome” (Ebrei 6:10 – VR – cfr. anche Giobbe 31:6). Nel caso del patriarca, alla fine della sua prova Dio “benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi” ristabilendolo in buona salute e dandogli il doppio di tutto quello che aveva perso per mantenere la sua lealtà (cfr. Giobbe 33:25; 42:10,12 – VR). Sebbene si sia addormentato nella morte e riposi ancora nella tomba, Giobbe sarà risuscitato nel giorno stabilito da Dio per tornare a vivere su questa terra una vita perfetta e felice perché colui che gli causò tante afflizioni non ci sarà mai più (cfr. Apocalisse 20:10). La contesa in cui Giobbe venne, suo malgrado, implicato riguarda tutti gli uomini, noi inclusi. Nessuno di noi è in grado di sapere come e quando Satana colpirà per mettere alla prova la nostra lealtà. Egli conosce le nostre debolezze e immancabilmente lo farà: potrà colpire i nostri interessi materiali, o forse anche la nostra carne e la stessa vita, o può far leva sul nostro amor proprio per indurci a fare affidamento sul nostro intendimento anziché lasciarci guidare dalla sua Parola scritta. In qualsiasi modo lo farà noi siamo avvertiti, come sappiamo anche che Dio vuole che ne usciamo vittoriosi e ha fiducia che continueremo a essere leali. Il suo invito infatti è: “Sii saggio, figlio mio, e allieterai il mio cuore e avrò di che rispondere a colui che mi insulta” (Proverbi 27:11 – CEI).

Informazioni su GIANNI

Libero pensatore e inguaribile sognatore
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