LA TUA PAROLA E’ VERITA’ – VI

“DIO … HA TANTO AMATO IL MONDO DA DARE IL SUO FIGLIO UNIGENITO”

Giovanni 3:16

Anteprima
L’apostolo Giovanni scrisse in una delle sue lettere che “Dio è amore” (1Giovanni 4:8). Dio manifesta un amore così straordinario che, come viene detto, lui stesso ne è la personificazione. Dio ha mostrato amore in molti modi, ma ce n’è uno che supera tutti gli altri: l’aver mandato suo Figlio, il suo “Figlio prediletto”, a soffrire e morire per noi (cfr. Matteo 3:17). Questo è stato il più grande atto di amore di tutta la storia. Perché possiamo dir questo? Nella Parola di Dio, Gesù viene definito “il primogenito di ogni creatura” (Colossesi 1:15). Questo Figlio venne all’esistenza prima di ogni altra cosa creata da Dio, esisteva ancor prima dell’universo. Gli scienziati calcolano che l’universo abbia miliardi e miliardi di anni, pensiamo, dunque, per quanto tempo il Padre e il Figlio sono stati insieme. La Parola di Dio ci rivela che Dio e il Figlio operarono insieme, spalla a spalla, per portare all’esistenza tutte le altre cose (cfr. Proverbi 8:30; Giovanni 1:3). Quando fondarono la terra, il racconto biblico ci dice che “le stelle del mattino”, cioè gli angeli, “alzavano grida di gioia”; proviamo ad immaginare quella scena e quali momenti felici ed emozionanti provarono insieme nell’opera creativa. Per questo motivo Dio e il Figlio sono uniti dal più forte vincolo di amore che si sia mai formato. L’ispirato scrittore biblico parla di Gesù come del “Figlio suo amatissimo” (Colossesi 1:13 – PdS). Tuttavia Dio mandò il Figlio sulla terra perché nascesse come un bambino. Questo significò che per alcuni decenni Egli dovette rinunciare all’intima compagnia di quel Figlio diletto in cielo. Con vivo interesse osservò dal cielo Gesù che cresceva e diventava un uomo perfetto. A 30 anni circa Gesù si battezzò. In quell’occasione il Padre disse personalmente dal cielo: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17 – CEI). Si, Dio era compiaciuto di vedere che Gesù faceva tutto quello che era stato profetizzato, tutto quello che era richiesto da lui! Ma che dolore dovette poi provare quando, il 14 nisan del 33 A.D., Gesù venne tradito e poi arrestato da una turba inferocita … quando venne schernito, sputacchiato e preso a pugni … quando venne flagellato e il suo dorso ridotto in brandelli … quando venne inchiodato, mani e piedi, e appeso a un legno, e la gente lo insultava … quando quel diletto Figlio lo invocò negli spasimi dell’agonia … quando il suo caro Figlio esalò l’ultimo respiro e, per la prima volta dall’inizio della creazione, cessò di esistere. Perché Dio si assoggettò a un simile dolore? Un apostolo, un caro amico di Gesù che gli fu a fianco per tutto il suo ministero terreno, ce lo spiega con queste parole: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3:16 – CEI). Quindi il motivo è l’amore. Non è mai stato mostrato amore più grande.

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In un articolo pubblicato su Today’s Education,  il giornale della National Education Association,  un celebre antropologo e saggista britannico, Ashley Montagu, scrisse: “Per la prima volta nella storia della nostra specie comprendiamo che il più importante dei basilari bisogni psicologici dell’uomo è il suo bisogno d’amore. È al centro di tutti i bisogni dell’uomo, come il sole è al centro del nostro sistema solare … Ciò che ora sappiamo è che l’essere umano nasce per vivere come se vita e amore fossero la stessa cosa”. Ma ciò che solo ora gli uomini istruiti della terra sembrano comprendere era già stato scritto nella Parola di Dio più di 19 secoli fa. Infatti, scrivendo una delle sue lettere alla comunità cristiana ch’era in Corinto, l’apostolo di Gesù, Paolo, scrisse: “queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore” (1Corinzi 13:13 – VR). La capacità umana di mostrare amore è un’espressione della sapienza di Dio e della sua amorevole cura per il genere umano. Nella sua Parola scritta leggiamo infatti che “Dio è amore” e che ha creato l’uomo a sua “immagine e somiglianza”, cioè con i suoi stessi attributi morali tra i quali, il più grande, è l’amore (cfr. Genesi 1:26; 1Giovanni 4:8).
Nel post precedente ho trattato in grandi linee questa principale qualità divina, ma c’è una espressione dell’amore di Dio per le sue creature umane che merita di essere considerata a parte, ed è quello che mi accingo a fare.
La Pasqua: un memoriale di salvezza per gli adoratori di Dio
Qualche giorno fa si è festeggiata la Pasqua, la festa per eccellenza non solo dell’ebraismo, dove ebbe origine, ma anche delle religioni cosiddette “cristiane”, cattolica, ortodossa e protestante. Con la Pasqua, o Pesach, gli ebrei ricordano l’esodo e la liberazione del popolo israelita dall’Egitto, mentre i “cristiani” celebrano la risurrezione di Gesù avvenuta nel terzo giorno successivo alla sua morte. Quindi, sebbene si riferiscano allo stesso avvenimento, tali religioni danno allo stesso un significato diverso e non solo, poiché la differenza si riscontra anche sulla data della celebrazione, perfino fra confessioni molto affini tra loro, quali quella cattolica, che fa ricadere l’avvenimento nella domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera secondo il calendario gregoriano, mentre quella ortodossa calcola la data in base al calendario giuliano [tanto per intenderci, nel 2013 i cattolici hanno celebrato la Pasqua domenica 31 marzo mente gli ortodossi la festeggeranno domenica 5 maggio]. Tali differenze, che lasciano perplesso qualunque sincero adoratore, non possono venire da Dio, “perché Dio non è un Dio di confusione” (1Corinzi 14:33 – VR), ma sono il frutto di tradizioni umane che sminuiscono l’operato di Dio e allontanano le persone dalla conoscenza della verità (cfr. Matteo 15:6-9).
Quando istituì la celebrazione pasquale, nel 1513 a.C., al tempo della liberazione della nazione di Israele dalla schiavitù egiziana, Dio disse agli Israeliti: “Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione … Quando i vostri figli vi diranno: “Che significa per voi questo rito?” risponderete: “Questo è il sacrificio della Pasqua in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto, quando colpì gli Egiziani e salvò le nostre case”” (Esodo 12:14,26,27 – VR). Gli ebrei dovevano osservare la Pasqua per commemorare la loro salvezza e ogni anno, durante la cena pasquale, il padre doveva ricordare tale salvezza alla sua famiglia. Da queste parole, però, si comprende che la salvezza andava oltre la liberazione dalla schiavitù egiziana e aveva un significato molto più profondo. Essa, infatti, viene messa in relazione con ciò che Dio comandò agli Israeliti di fare in quella circostanza: “ognuno prenda un agnello per famiglia, un agnello per casa … e tutta la comunità d’Israele, riunita, lo sacrificherà al tramonto. Poi si prenda del sangue d’agnello e lo si metta sui due stipiti e sull’architrave della porta delle case dove lo si mangerà … Quella notte io passerò per il paese d’Egitto, colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto … Il sangue vi servirà di segno sulle case dove sarete; quand’io vedrò il sangue, passerò oltre, e non vi sarà piaga su di voi per distruggervi”  (Esodo 12:3,6,7,12,13 – VR). Il sangue dell’agnello servì a mantenere in vita tutti i primogeniti degli Israeliti. Per questo motivo quel sacrificio avrebbe avuto un significato che andava oltre la cerimonia fatta per ricordare la liberazione dall’Egitto.
Quando, in seguito, Dio diede la sua Legge a quel popolo, vi incluse una norma specifica riguardo al sangue che diceva: “Poiché la vita della carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di porlo sull’altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita. Perciò ho detto agli Israeliti: Nessuno tra voi mangerà il sangue, neppure lo straniero che soggiorna fra voi mangerà sangue” (Levitico 17:11,12 – CEI). Così Dio attribuì un valore al sangue, riservandolo come sacro: esso rappresentava la vita che proviene da lui e doveva essere usato solo in un modo, nei sacrifici a scopo espiatorio; non doveva essere né mangiato né bevuto, né impiegato in alcun altro modo gli uomini escogitassero e quando un animale era ucciso solo per nutrirsene e non per sacrificarlo, se ne doveva versare il sangue in terra, la vita dell’animale era quindi in un certo senso restituita a Dio.
Il rito sacrificale dell’agnello pasquale, però, avrebbe avuto un valore aggiunto rispetto a tutti i sacrifici animali che in seguito, con la Legge, Dio stabilì che si dovessero fare in relazione a peccati o colpe personali. L’agnello pasquale, infatti, non veniva bruciato sull’altare come tutti gli altri sacrifici animali ma veniva offerto da un gruppo di persone, di solito una famiglia, che erano gli stessi che poi dovevano mangiarlo (cfr. Esodo 12:4,8-11). La particolare importanza che Dio diede a quel sacrificio la si comprende dal fatto che egli lo definì “il mio sacrificio” (Esodo 23:18; 34:25 – KJV, ISV, NDi). Quel sacrificio aveva a che fare con la salvezza e le prospettive di vita future, non solo per gli appartenenti al popolo ebreo ma anche per “lo straniero”, cioè per i non Israeliti naturali, perché, come Dio ha fatto scrivere: “senza spargimento di sangue non c’è perdono dei peccati” (Ebrei 9:22 – Di).
Il sacrificio pasquale e il suo significato profetico
L’aspetto principale di quel sacrificio, come detto, fu rappresentato proprio dal sangue dell’agnello che, quella notte del 14 nisan del 1513 a.C., Dio comandò agli Israeliti di spruzzare sui due stipiti e sulla parte superiore della porta delle loro case così che quando l’angelo di Dio sarebbe passato per uccidere i primogeniti degli egiziani, avrebbe oltrepassato le case che avevano il sangue sugli stipiti. Nel I secolo d.C. alcuni ebrei che ogni anno celebravano quell’avvenimento in osservanza del comando divino rifletterono sul suo significato profetico e misero in relazione quel sacrificio con Gesù, il Christòs (greco) o il Mashìach (ebraico). Giovanni detto “il Battista”, della tribù di Levi e della famiglia sacerdotale di Aaronne, incaricata di officiare tutti i sacrifici disposti dalla Legge, si riferì a lui definendolo “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29 – VR) mentre l’altro Giovanni, l’evangelista che riportò queste parole, definì Gesù “l’Agnello, che è stato ucciso” (Apocalisse 5:12 – Di). La loro non fu una interpretazione personale ma faceva riferimento alle profezie scritte nella Parola di Dio, ad esempio a una profezia pronunciata circa 700 anni prima che diceva del futuro Mashìach (Messia): “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello” (Isaia 53:7 – CEI) oppure a un’altra profezia scritta circa 550 anni prima dal profeta Daniele che calcolava il tempo della venuta del Messia in 483 anni (69 settimane di anni a partire dal 455 a.C.) “per far cessare la trasgressione, per mettere fine al peccato, per espiare l’iniquità” e della sua soppressione dopo tre anni e mezzo, cioè a metà della settantesima settimana (cfr. Daniele 9:24-27 – Di; vedi anche il mio post del 6 febbraio 2011 – UNA STORIA FINITA – IX parte). Per questi stessi motivi un altro ebreo, Saulo di Tarso, della tribù di Beniamino, educato nella Legge dal dotto fariseo Gamaliele, definì Gesù “nostra Pasqua” (1Corinzi 5:7). Pertanto l’agnello che gli Israeliti sacrificarono la notte del 14 nisan del 1513 a.C. e il cui sangue spruzzarono sugli stipiti delle loro porte per la salvezza dei loro primogeniti, raffigurò il futuro sacrificio del promesso Messia “per mettere fine al peccato”, cioè per eliminare gli effetti del peccato adamico che le persone ereditavano alla loro nascita e procurare una salvezza ancora più grande di quella che avvenne al tempo della liberazione dalla schiavitù egiziana.
Ma la maggioranza degli ebrei del I secolo, che pure conoscevano bene i tempi profetizzati da Daniele, tanto che aspettavano la comparsa del Messia proprio in quel periodo (cfr. Luca 3:15), sviati dalla tradizione umana persero di vista il significato profetico della Pasqua e si rifiutarono di riconoscere in Gesù il promesso Messia. Tutt’oggi i loro discendenti continuano a non tener conto delle indicazioni profetiche contenute nelle Scritture Ebraiche circa la venuta del Messia perciò celebrano la Pasqua ancora secondo l’antico rituale previsto dalla Legge mosaica ignorando che il profeta aveva predetto che a “metà settimana [della settantesima settimana] farà cessare il sacrificio e l’offerta”, cioè sarebbero cessati tutti gli aspetti cerimoniali previsti dalla Legge (cfr. Efesini 2:15,16).
L’ebreo Gesù, figlio adottivo di Giuseppe, un falegname di Nazaret della tribù di Giuda, e di Maria, una vergine ebrea anch’essa della tribù di Giuda ed entrambi discendenti della casa reale di Davide, dalla quale, secondo la profezia doveva venire il promesso Messia (cfr. Genesi 49:10; Isaia 9:6,7; Matteo 1:6-16; Luca 3:23-31), dal momento in cui, nell’autunno del 29 A.D. venne ufficialmente nominato dallo Spirito di Dio Mashìach o Christòs, dopo il suo battesimo in acqua (cfr. Luca 3:21,22; Giovanni 1:32-34), celebrò insieme ai suoi discepoli per ben 4 volte la Pasqua ebraica, ogni anno nella primavera del 30, 31, 32 e 33 A.D. (cfr. Giovanni 2:13; 5:1; 6:4; 13:1). Ma nell’ultima circostanza, il 14 nisan del 33 A.D., esattamente tre anni e mezzo dopo l’inizio del suo incarico di Messia o a metà della settantesima settimana della profezia di Daniele, dopo aver osservato il rito stabilito nella Legge, fece qualcosa in più, qualcosa che non aveva mai fatto prima. Il racconto dice: “Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo significa il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo significa il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati …»” (Matteo 26:26-28 – AT-Mo). Come si può notare Gesù, ancora una volta, mise in relazione quella celebrazione con il valore del sangue, con il suo sangue che sarebbe stato “sparso … per il perdono dei peccati”. Quello stesso giorno, poi, Gesù venne messo a morte, una morte sacrificale, dagli stessi che avevano dato più importanza alla tradizione che alle profezie bibliche (cfr. Matteo 27:17-25; Luca 23:20-23; Giovanni 19:12-16). Il racconto parallelo dell’evangelista Luca aggiunge a tutto questo il comando che Gesù diede ai suoi apostoli in quella circostanza: “fate questo in memoria di me” (Luca 22:19). Da quel momento in poi l’antico rito ebraico per la celebrazione pasquale cambiava con questo nuovo rito istituito da Gesù. Coerentemente l’apostolo Paolo, riferendosi a quell’avvenimento, scrisse in una delle sue lettere “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11:26 – CEI). Pertanto la celebrazione della Pasqua ebraica, per i discepoli di Gesù, i veri cristiani, venne sostituita da un memoriale o commemorazione della morte di Gesù. Dunque festeggiare con la Pasqua la risurrezione di Gesù, come fanno molti che si definiscono “cristiani”, esula dal comando dato da Gesù stesso, ma fa parte di una certa tradizione umana che, come accadde nel caso degli Israeliti del I secolo, ha lo scopo di sviarli dagli aspetti profetici ad essa connessi e dalla verità circa il proposito di Dio.

0010

La sera di inizio del 14 nisan del 33 A.D. [il giorno ebraico iniziava dopo il tramonto], dopo aver commemorato la festa ebraica della Pasqua e allontanato il traditore, Giuda, Gesù diede agli 11 fedeli apostoli che erano con lui del pane non lievitato, che si usava durante la cerimonia, dicendo loro che simboleggiava il suo corpo. Successivamente porse loro un calice di vino, dicendo che simboleggiava il suo sangue che doveva esser versato in loro favore. Poi concluse dicendo: “fate questo in memoria di me” (Luca 22:19,20). Questa celebrazione o commemorazione è l’unica che Gesù comandò ai suoi seguaci di osservare. Qualche anno dopo l’apostolo Paolo in una delle sue lettere spiegò il vero significato di quella commemorazione dicendo: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11:26 – CEI). Dunque i veri cristiani, obbedendo a quel comando, di anno in anno, in quello stesso giorno, commemorano la morte di Gesù, non festeggiano la sua risurrezione. Perché, allora, molti che si dichiarano “cristiani” festeggiano una Pasqua di risurrezione?
Lo storico Socrate lo Scolastico affermò nella sua Storia Ecclesiastica: “Mi sembra che la festa della Pasqua sia stata introdotta nella Chiesa rifacendosi a qualche vecchia usanza, così com’è accaduto per molti altri costumi che si sono affermati”. Quali erano queste “vecchie usanze”? Spiega un altro storico moderno, William Shepard Walsh, nel suo libro Curiosities of Popular Customs: “La tattica della Chiesa primitiva era invariabilmente quella di dare un significato cristiano alle cerimonie pagane ancora esistenti che non si riusciva a sradicare. Nel caso della Pasqua la trasformazione fu particolarmente facile. La gioia per il sorgere del sole letterale, e il risveglio della natura dalla morte invernale, divenne la gioia per il sorgere del Sole della giustizia, per la risurrezione di Cristo dalla tomba”. Infine Cristina Hole, nel suo libro Easter and Its Customs, aggiunge: “Era a primavera che, nella stagione della nuova vita e del rinnovo quando, da tempo immemore, i popoli pagani d’Europa e Asia tenevano le loro Feste di Primavera, rappresentando di nuovo gli antichi miti della rigenerazione e compiendo cerimonie magiche e religiose per fare crescere e prosperare le messi. I Misteri Invernali, come quelli di Tammuz [dio babilonese il cui culto è condannato nella Parola di Dio] e di Osiride [corrispondente dio egiziano] e di Adone [corrispondente dio greco], fiorirono nel mondo mediterraneo quando vi viveva e operava il nostro Signore, e più a settentrione e a oriente ve n’erano altri meno conosciuti ma non meno vivamente attivi. È inevitabile che alcuni dei loro preferiti riti e simboli fossero portati nelle usanze pasquali”. La nascita della festa di Pasqua di risurrezione non ebbe pertanto un fondamento biblico ma, per attirare masse di fedeli, il cristianesimo apostata sorto dopo la morte degli apostoli, adottò molte delle loro usanze pagane dandole una connotazione “cristiana”. Ad esempio, riguardo alle uova di pasqua, un libro dice: “negli antichi Egitto, Persia, Grecia e Roma si coloravano e si mangiavano uova in occasione delle feste di primavera. I persiani di quel tempo regalavano uova all’equinozio di primavera” (CelebrationsThe Complete Book of American Holidays, di Robert J. Myers)
E perché molti “cristiani”, sebbene Gesù e i suoi discepoli celebrarono il pasto pasquale il 14 nisan del calendario ebraico (che nel 2013 corrispondeva al 26 marzo u.s.), secondo le istruzioni della legge di Mosè (cfr. Esodo 12:6-8; Levitico 23:5; Matteo 26:18-20), festeggiano la loro Pasqua in un giorno diverso? La storia dice che fu al tempo in cui l’imperatore romano Costantino fece dell’apostata cristianesimo la religione di stato, in particolare durante il Concilio di Nicea (nel 325 d.C.) che egli ordinò che la Pasqua fosse sempre celebrata la domenica immediatamente successiva al plenilunio che ha luogo il giorno dell’equinozio primaverile o subito dopo. Di solito la data di questo equinozio è il 21 marzo. Se il quattordicesimo giorno dal novilunio, che consideravano come il giorno del plenilunio, cadeva di domenica, la celebrazione della Pasqua era spostata alla domenica successiva. Quei cristiani apostati fecero questo allo scopo di evitare che la data della loro festa più importante coincidesse con quella della principale festa ebraica e per distinguersi dalla minoranza di cristiani detti “quartodecimani” che la celebravano ancora il quattordicesimo giorno di nisan. In tal modo il cristianesimo apostata è giunto ad avere il “giovedì santo” in cui commemorare l’Ultima Cena di Gesù, sempre di giovedì, e il “venerdì santo” in cui commemorare la sua morte sempre di venerdì, e a festeggiare la pasqua di risurrezione sempre di domenica.
Il sacrificio di Gesù è la più alta espressione dell’amore di Dio
La morte sacrificale di Gesù non fu casuale ma faceva parte del piano di Dio per la redenzione del genere umano. Al riguardo l’apostolo Paolo scrisse: “Dio, quando fu giunto il tempo stabilito mandò suo Figlio … per liberare quelli che erano sotto la Legge” (Galati 4:4,5 – PdS). Perché si rese necessaria questa azione da parte di Dio?
All’inizio della storia umana, la prima coppia che Dio creò, Adamo e sua moglie Eva, erano circondati dall’espressione della tenera cura che Dio aveva per loro. Ovunque guardassero nella loro dimora paradisiaca in Eden, potevano vedere la prova dell’amore del Padre per loro. Quel giardino doveva essere indescrivibilmente bello perché “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare”. Si, lì c’era ogni albero piacevole per bellezza e frutta prelibata. Inoltre “Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Non era un posto immaginario ma un luogo geograficamente ben localizzato, un territorio abbastanza ampio, ben irrigato e brulicante di un’affascinante varietà di vegetazione, di cose preziose e di animali (cfr. Genesi. 2:9-15 – CEI). Adamo ed Eva avevano tutto quello che serviva per rendere la loro vita felice e piena, incluso un lavoro gratificante e una compagnia perfetta. Dio per primo mostrò loro tutto il suo amore, ed essi avevano ogni ragione per ricambiarlo. Eppure non lo fecero. Invece di ubbidire amorevolmente al loro Padre celeste, si ribellarono egoisticamente.
Se siete dei genitori amorevoli potete capire quale dolore dovette provare Dio quando quei suoi figli umani ingrati si ribellarono! Come vi sentireste se i vostri figli, di cui vi prendete tenera cura, vi si rivoltassero contro? Per certo ne sarete addolorati. Eppure, son altrettanto certo, nonostante il dolore non smetterete di amare i vostri figli e di correre in loro soccorso, se necessario. Ebbene, Dio non è da meno di noi! Non dimentichiamo che siamo stati fatti “a sua immagine e a sua somiglianza”, pertanto i nostri sentimenti riflettono i suoi stessi sentimenti (cfr. Genesi 1:26).  Egli, infatti, pensò immediatamente a come redimere ogni discendente di Adamo ed Eva non direttamente colpevole di quella ribellione. Così, coniugando la sua perfetta giustizia con il suo immenso amore, prese dei provvedimenti perché questo fosse reso possibile e in questi era compreso il sacrificio del suo Figlio diletto, che gli costò davvero tanto. Il riscatto mediante il sacrificio di Gesù è uno dei principali insegnamenti della Parola di Dio, la dottrina fondamentale per spiegare la sua volontà riguardo al genere umano e merita di essere considerato con un post a parte per comprendere tutti gli aspetti formali e sostanziali ad esso connessi. Per questo ci ritornerò sopra nel prossimo futuro. Per ora mi limito a rilevare come questo provvedimento sia stato la massima espressione dell’amore di Dio per le sue creature terrene.
Nei vangeli Gesù viene definito “l’unigenito figlio di Dio” (Giovanni 3:18). Il termine unigenito è chiaro e inequivocabile, secondo il Vocabolario della lingua italiana Treccani significa “che è l’unico generato, l’unico figlio”. Perché l’evangelista usò questo termine? Un altro scrittore biblico, l’apostolo Paolo, ci dà la spiegazione dicendo di Gesù “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Colossesi 1:15,16 – CEI). Quindi Gesù è l’unico dei figli, spirituali o umani, creato direttamente da Dio, dato che tutti gli altri furono creati tramite, o “per mezzo di lui” ed è, in senso assoluto, la prima creazione di Dio, come lui stesso attestò definendosi “il principio della creazione di Dio” (Apocalisse 3:14). Per questo motivo tra il Padre e il Figlio si era sviluppato un amore e un affetto reciproco così intenso da essere ineguagliabile, tanto che l’ispirato apostolo parla di Gesù come del “Figlio suo amatissimo” (Colossesi 1:13 – PdS). Avendo partecipato alla creazione a fianco del Padre, questo Figlio poteva benissimo comprenderne i sentimenti di dolore per la particolare situazione in cui venne a trovarsi l’umanità dopo il peccato. Questo avvalora ancora di più la scelta di Dio di affidargli la missione di salvezza a favore del genere umano poiché quell’“unigenito Figlio” era “lo specchio della gloria di Dio, l’immagine perfetta di ciò che Dio è” e certamente poteva esprimere lo stesso amore del Padre nei confronti delle sue creature terrene (Ebrei 1:3 – PdS). Quando venne sulla terra per adempiere il suo incarico Gesù stesso lo confermò dicendo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giovanni 3:16 – CEI).
Quando Gesù fu battezzato nel 29 A.D., si sentì la voce di Dio dal cielo dire: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17 – CEI). Dio provava particolare diletto in Gesù mentre faceva tutto quello che aveva profetizzato e che richiedeva da lui (cfr. Giovanni 17:4). Possiamo mai immaginare cosa Egli provò quel 14 nisan del 33 A.D. nel vedere il suo Figlio “prediletto” che veniva tradito e poi arrestato da una turba nella notte? … mentre veniva abbandonato dagli amici e sottoposto a un processo illegale? … mentre veniva schernito, sputacchiato e preso a pugni? … mentre veniva flagellato e il suo dorso ridotto in brandelli? … mentre veniva inchiodato, mani e piedi, e appeso al legno, e la gente lo insultava? … E cosa dovette provare quando questi lo invocò negli spasimi dell’agonia? … quando esalò l’ultimo respiro e, per la prima volta dall’inizio della creazione, cessò di esistere? … Con quali parole potremo mai descrivere il suo dolore per tutta quell’ingiustizia? Ma la sofferenza e la morte di Gesù era necessaria per la salvezza del genere umano perché, come scrisse ancora l’apostolo “Cristo è morto per noi e noi siamo liberati; i nostri peccati sono perdonati” (Eesini 1:7 – PdS). Non a caso dunque, quando l’angelo annunciò a Giuseppe, il promesso sposo di Maria, la nascita del bambino, gli disse: “tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Matteo 1:21 – CEI). Il nome Gesù, infatti, dall’ebraico Yehohshùaʽ, significa “Yehowàh è salvezza”. L’aver mandato il suo Figlio “prediletto” a soffrire e morire per tutti noi è il più grande atto di amore che sia mai stato compiuto, un dono immeritato che Dio ha fatto alle sue creature umane, come è ancora scritto: “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Giovanni 4:10 – CEI).

001

“Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”
Gesù fu disposto a morire per adempiere la volontà del Padre (cfr. Ebrei 10:5-10). Viene quindi chiamato “l’agnello di Dio” perché fu Dio l’autore del provvedimento del riscatto dal peccato. Il sacrificio di suo Figlio fu un’espressione del profondo amore che Dio prova per l’umanità.
Come ricambiare l’amore di Dio
Chiunque riceve un atto d’amore dovrebbe sentirsi gratificato nella sua anima perché, come spiegò ancora l’apostolo, “l’amore edifica” (1Corinzi 8:1 – VR). Cosa possiamo personalmente fare per essere noi stessi “edificati” dall’amore di Dio? Questo periodo dell’anno è il momento adatto per chiunque si interessi della volontà di Dio per meditare sul grande amore che sia il Padre che il Figlio hanno mostrato provvedendo un sacrificio di riscatto per l’umanità. Si può fare riflettendo sul vero significato della celebrazione pasquale, che non è più il ricordo dell’esodo e della liberazione del popolo israelita dall’Egitto, come continuano a fare gli ebrei, e tantomeno è la festa per la risurrezione di Gesù celebrata da tanti cosiddetti “cristiani”, cosa che non è mai stata comandata loro di osservare. Il comando che Gesù diede ai suoi discepoli alla fine dell’ultimo pasto che consumò con loro, in cui passò del pane non lievitato, che simboleggiava il suo corpo perfetto,  e un calice di vino, che simboleggiava il suo sangue, i quali venivano offerti in sacrificio per la salvezza del genere umano, fu: “fate questo in memoria di me” (Luca 22:19,20). Quindi, ciò che si doveva ricordare o celebrare era la sua morte in sacrificio e non la sua risurrezione, come spiegò l’apostolo Paolo scrivendo: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Corinzi 11:26 – CEI). I veri discepoli di Gesù avrebbero dovuto, per tutte le generazioni future, ricordare o commemorare la sua morte in sacrificio, poiché questa permetteva di ottenere il perdono dei peccati e la salvezza eterna.
Un approfondito esame della Parola di Dio ci aiuta a comprendere che qualsiasi altra cosa diversa dal comando dato da Gesù è arbitraria, frutto della tradizione umana che non corrisponde alla volontà di Dio (cfr. Matteo 15:6-9). Tale conoscenza ci permette, se lo vogliamo, di osservare in modo corretto la cerimonia di commemorazione della morte di Gesù, in modo che possiamo essere certi di mostrare apprezzamento per l’amore di Dio e manifestare la giusta riconoscenza “per questo suo ineffabile dono!” (2Corinzi 9:15 – CEI).

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Una risposta a LA TUA PAROLA E’ VERITA’ – VI

  1. Tristan Becker ha detto:

    Nessuno, al Mondo, Ti eguaglierà e perciò Ti chiedo di fare altrettanto a me, che sono un Tuo figlio, misero e peccatore.

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