LA TUA PAROLA E’ VERITA’ – XXI

“QUANDO FATE UN DIGIUNO RELIGIOSO NON AGITE COME GLI IPOCRITI”

Matteo 6:16,17 – TI

Anteprima
In questi giorni impazza il Carnevale. In tutta la terra, e in special modo nelle nazioni dove i cosiddetti “cristiani” sono la maggioranza, le persone si abbandonano ad una forma di divertimento sfrenato, caratterizzato spesso da ubriachezza e immoralità. Anche nelle forme più “moderate” la festa prevede una gran quantità di musica, balli, maschere, costumi bizzarri, sfilate di carri stravaganti e, soprattutto, tanta “libertà”. Nel nostro paese c’è un detto che recita: “A Carnevale ogni scherzo vale”. Questo modo di dire, trae origine da ciò che accadeva durante i primi festeggiamenti del Carnevale:  per esempio durante i Saturnali romani, dai quali si pensa che la festa trae le sue origini, o durante i festeggiamenti della Repubblica di Venezia, i giorni del Carnevale erano giorni di concessioni, di divertimento, di baldoria e di sovvertimento delle regole sociali proprio per questo era lecito anche fare scherzi di ogni sorta e lasciarsi andare alla dissolutezza.
Perché certi “cristiani” hanno adottato questo atteggiamento che di certo non onora un Dio di purezza e santità? La veduta popolarmente accettata è che la parola “Carnevale” ha a che fare con l’astinenza dalla carne durante la Quaresima, un tempo di digiuno proclamato dalla Chiesa Cattolica e altre chiese “cristiane” prima di arrivare alla celebrazione della Pasqua. Difatti si dice che la parola derivi dal latino “carnem levare” che significa “levare la carne”. Così il Carnevale è l’ultima festa prima che comincino gli austeri quaranta giorni della Quaresima nei quali si osserva l’astinenza dalla carne. L’ultimo giorno di Carnevale, infatti, detto “Martedì grasso” (dall’usanza di consumare tutto il grasso prima che cominciasse la Quaresima) precede direttamente il primo giorno di Quaresima, detto “Mercoledì delle ceneri”.
Il collegamento tra queste due celebrazioni dovrebbe farci riflettere sul significato della Quaresima, poiché la Parola di Dio avverte: “che rapporto ci può essere tra quel che è giusto e quel che è ingiusto? … Perciò dice il Signore: non abbiate nulla a che fare con quel che è impuro” (2Corinzi 6:14,17 – TILC). Tale celebrazione era totalmente sconosciuta agli apostoli e ai cristiani del primo secolo. Giovanni Cassiano, un monaco marsigliese vissuto nel V secolo d.C. nelle Collationes (Conferenze ai monaci) mettendo in contrasto la Chiesa primitiva con la Chiesa del suo giorno relativamente alla Quaresima scrisse: “Si dovrebbe conoscere che l’osservanza dei quaranta giorni non esisté fino a quando la perfezione di quella chiesa primitiva rimase inviolata” (Prima Conferenza dell’Abate Theonas, capitolo 30). Diverse testimonianze storiche la fanno risalire al IV secolo d.C., presa di sana pianta da celebrazioni pagane originate nell’antica Babilonia in onore della dea Ishtar. E com’è che una festa pagana divenne una celebrazione “cristiana”? Una nota enciclopedia dice: “In quanto ad apportare un desiderabile cambiamento al carattere delle feste popolari da tempo stabilite le quali non potevano essere sommariamente abolite, la Chiesa adottò il piano di provvederle con motivi cristiani” (Encyclopædia of Religion and Ethics di James Hastings). Quindi, poiché le feste pagane avevano fra i popoli antichi radici profonde ed erano così popolari che la gente non era incline a rinunciarvi, la Chiesa Cattolica fece un compromesso, permettendo al popolo di ritenere le sue feste, ma diede a queste feste un significato diverso, mettendole in relazione con gli insegnamenti della Chiesa come fece, appunto, con la Quaresima. Per di più il digiuno imposto durante il tempo di Quaresima non trova fondamento nella Parola di Dio. Alla luce di tali fatti, è giusto per i veri cristiani osservare tale celebrazione?

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   carnevale 1   ceneri

Carnevale e Quaresima: due facce della stessa medaglia: il falso cristianesimo
Ricordate il gioco della “pignatta” o della “pentolaccia”? Molto diffuso nelle feste popolari, specialmente in quelle a sfondo religioso, come le feste del santo patrono, consiste nell’appendere ad una corda sospesa tra due pali dei contenitori, generalmente di argilla, ma possono essere fatti di altro materiale frangibile, riempiti di coriandoli, dolci, regalini, soldi, segatura o acqua. I concorrenti a turno vengono bendati e quindi fatti girare come trottole per far perdere loro il senso della direzione poi, una volta liberati, devono vibrare colpi con un bastone per colpire le pignatte. La gente, attorno, stando attenta ad evitare i colpi andati a vuoto, dà indicazioni al concorrente, molte volte confondendolo o guidandolo a seconda se gli spettatori sono “avversari” o “amici” del bendato. Più che un gioco è un rito, una tradizione antica in cui si tenta la fortuna di trovare e rompere la “pignatta” con i regali più belli o più appetiti.
La maggior parte della gente pensa al gioco della “pignatta” esclusivamente come una divertente e innocua attività per le feste. Ma la sua storia rivela molte cose interessanti che vanno al di là dello svolgere di un gioco. Sembra che questa usanza sia nata in Cina, dov’era praticata durante i festeggiamenti del Capodanno cinese che tradizionalmente si celebra nella seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno, un evento che può avvenire tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del nostro calendario, e introdotta in Europa nel XIV secolo d.C. da Marco Polo. Nel vecchio continente venne adattata alle celebrazioni del tempo di Quaresima con il quale la Chiesa Cattolica e altre chiese “cristiane” intendono ricordare i quaranta giorni che Gesù passò digiunando nel deserto dopo il suo battesimo. È un periodo in cui tali chiese incoraggiano i propri fedeli al digiuno, alla penitenza e alla pratica della carità che va dal “Mercoledì delle ceneri” fino al “Giovedì santo” che precede la celebrazione della Pasqua. Quando l’usanza si diffuse in Spagna, la prima domenica di Quaresima divenne la Domingo de Piñata e celebrata con una danza chiamata “Baile de la Piñata”. È interessante notare che anche durante i festeggiamenti del capodanno cinese è tradizione svolgere una parata per le vie di città e villaggi durante la quale si celebra la Danza del Leone, un evento in cui un manichino rappresentante un leone marcia e danza al ritmo chiassoso per scacciare ed esorcizzare gli spiriti cattivi e favorire l’arrivo della fortuna nel nuovo anno. Inoltre il primo giorno della festa è anche tradizione astenersi dal mangiare carne.
All’inizio del XVI secolo i missionari spagnoli utilizzarono la festa della Piñata per attirare e convertire le popolazioni indigene delle Americhe. I Maya, infatti, già praticavano un gioco simile e anche gli Aztechi usavano celebrare la nascita di Huitzilopochtli, dio del sole e della guerra, mettendo nel suo tempio una pignatta di terracotta in cima a un palo. Pertanto i missionari, come era costume della Chiesa Cattolica, pensarono bene di dare a quelle stesse feste un significato religioso “cristiano”: così il recipiente di argilla (la Piñata) rappresentò Satana, che doveva essere distrutto, i dolci e la frutta con cui veniva riempito simboleggiarono le tentazioni di abbondanza e i piaceri terreni, il partecipante bendato rappresentò la fede che, seppure cieca (sich!), vinceva il male. Con la “piñata” tenuta sospesa da una corda la gente guardava verso il cielo aspettando il premio: una volta rotto il recipiente, le caramelle e la frutta che ne uscivano rappresentavano la giusta ricompensa per la fede mantenuta.
Questo legame tra riti “cristiani” e usanze pagane dovrebbe farci riflettere sulla Quaresima, sulla sua origine e sulle tradizioni ad essa legate.
Il tempo di Quaresima e le sue regole
Secondo la descrizione che si legge su Wikipedia, “La Quaresima è uno dei tempi forti che la Chiesa Cattolica e altre chiese cristiane [la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Anglicana, n.d.r.] celebrano lungo l’anno liturgico”. Per la Chiesa Cattolica il digiuno e l’astinenza dalle carni praticati nei giorni di Quaresima rientrano in uno dei cinque precetti generali della Chiesa formulati nel suo Catechismo (n. 2043). Cosa sono tali precetti? Sempre su Wikipedia si legge: “I cinque precetti generali della Chiesa sono leggi morali positive obbligatorie per i fedeli della Chiesa Cattolica. A differenza dei dieci Comandamenti non derivano dalla Sacra Scrittura, ma si iscrivono nel solco della Tradizione cattolica e sono promulgate dall’autorità ecclesiastica”. Il digiuno quaresimale secondo la Chiesa Cattolica viene praticato dai suoi fedeli come forma di penitenza. Per regolarlo sono state scritte apposite norme nella Costituzione Apostolica Paenitemini promulgata nel febbraio 1966 dal papa Paolo VI e riportate nel Codice di Diritto Canonico promulgato nel gennaio 1983 dal papa Giovanni Paolo II (canoni 1249-1253).
Tali norme dispongono che i fedeli cattolici sono tenuti al digiuno e all’astinenza dalla carne due volte l’anno, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Sono poi tenuti alla sola astinenza dalle carni in tutti e singoli venerdì di Quaresima, purché non coincidano con un giorno annoverato tra le solennità dal calendario liturgico della Chiesa. L’obbligo del digiuno inizia a 18 anni compiuti e termina a 60 anni incominciati; quello dell’astinenza inizia a 14 anni compiuti. La regola del digiuno obbliga a fare un solo pasto durante la giornata, ma non proibisce di fare una seconda refezione leggera. L’acqua e le medicine sia solide che liquide si possono assumere liberamente. La regola dell’astinenza dalle carni non proibisce di consumare pesce, uova e latticini, ma proibisce di consumare, oltre alla carne, cibi e bevande che sono da considerarsi come particolarmente ricercati o costosi.
Nell’ottobre 1994 la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha emanato la nota pastorale intitolata Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza con la quale ha concesso la facoltà di commutare l’osservanza dell’astinenza in tutti i venerdì che non sono di Quaresima con qualche altra opera di penitenza, di preghiera o di carità, a discrezione del singolo fedele. In tale nota si afferma, tra l’altro, che “Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù. È vero che il Maestro non impone in modo esplicito ai discepoli nessuna pratica particolare di digiuno e di astinenza. Ma ricorda la necessità del digiuno per lottare contro il maligno e durante tutta la sua vita, in alcuni momenti particolarmente significativi, ne mette in luce l’importanza e ne indica lo spirito e lo stile secondo cui viverlo” e cita a sostegno di questa tesi l’episodio dei quaranta giorni di digiuno di Gesù nel deserto dopo il suo battesimo, descritto nel vangelo di Matteo al capitolo 4. Quindi la nota aggiunge: “La pratica del digiuno, così come quella dell’elemosina e della preghiera, non è una novità portata da Gesù: egli rimanda all’esperienza religiosa del popolo d’Israele, dove il digiuno è praticato come momento di professione di fede nell’unico vero Dio … C’è dunque un intimo legame fra il digiuno e la conversione della vita, il pentimento dei peccati, la preghiera umile e fiduciosa, l’esercizio della carità fraterna e la lotta contro l’ingiustizia”, questa volta però cita a sostegno di tale tesi un libro apocrifo, cioè un libro della tradizione ebraica non riconosciuto come ispirato e arbitrariamente inserito dalla Chiesa Cattolica nella raccolta biblica, il libro di Tobia (12:8). Infine la stessa nota ammette: “La dottrina e la pratica del digiuno e dell’astinenza, da sempre presenti nella vita della Chiesa, assumono una fisionomia più definita negli ambienti monastici del IV secolo, sia con la sottolineatura abituale della frugalità, sia con la privazione del cibo in determinati tempi dell’anno liturgico … Nel IV secolo prende corpo anche l’organizzazione del tempo della Quaresima per i catecumeni e per i penitenti”.
Origini della Quaresima
Giovanni Cassiano, un monaco marsigliese vissuto nel V secolo d.C. nelle Collationes (Conferenze ai monaci) mettendo in contrasto la Chiesa primitiva con la Chiesa del suo giorno relativamente alla Quaresima scrisse: “Si dovrebbe conoscere che l’osservanza dei quaranta giorni non esisté fino a quando la perfezione di quella chiesa primitiva rimase inviolata” (Prima Conferenza dell’Abate Theonas, capitolo 30). Una enciclopedia cattolica poi ammette “Possiamo quindi giustamente concludere che Ireneo verso l’anno 190 non sapeva nulla di alcun digiuno pasquale di quaranta giorni. La stessa deduzione deve farsi dal linguaggio di Tertulliano solo alcuni anni dopo … E lo stesso silenzio è osservato da tutti i Padri preniceni, nonostante che molti avessero l’occasione di menzionare tale istituzione apostolica se fosse esistita” (The Catholic Encyclopedia, Vol. IX, pag. 152). Si ritiene che il primo riferimento attendibile a un digiuno di 40 giorni prima della Pasqua si trovi in alcune lettere di Atanasio, il vescovo di Alessandria già sostenitore del falso dogma trinitario, risalenti al 330 d.C. Se, dunque, non era osservata nella chiesa primitiva, quella apostolica del I secolo tanto per intenderci, da dove ebbe origine la Quaresima?
Alexander Hislop, che fu ministro della chiesa scismatica scozzese Free Church of Scotland, nel suo libro The Two Babylons (Le due Babilonie) ha scritto riguardo all’origine della Quaresima: «I quaranta giorni di astinenza della Quaresima sono una pratica derivante direttamente dagli adoratori della dea babilonese [Ishtar, n.d.r.]. Tale periodo … è ancora osservato dagli Yezidis o pagani adoratori del Diavolo del Kurdistan, che l’hanno ereditata dai loro primi maestri, i Babilonesi” (pp. 104-105). Isthar nella mitologia babilonese era la dea dell’amore e della guerra, sposa di Tammuz, un re sumero “la cui vita e morte lasciarono una profonda impressione sui pensatori e mitografi sumeri” (Inanna, Queen of Heaven and Earth di Diane Wolkstein e Samuel Noah Kramer). Secondo il racconto quando il sovrano morì la sua consorte scese negli inferi e, scambiando il proprio corpo con quello dello sposo, lo riportò in vita sulla terra. Così ogni anno le donne babilonesi commemoravano la morte e la risurrezione di Tammuz e quaranta giorni prima si preparavano per la festa digiunando. Nella Parola di Dio si riporta che anche le donne apostate israelite celebravano tale festa (cfr. Ezechiele 8.14-15). Il culto di Ishtar si diffuse poi in Egitto dove fu venerata con il nome di Iside portando con se gli stessi miti e riti, incluso quello relativo alla morte e risurrezione di Tammuz, che qui prese il nome di Osiri, e il digiuno di 40 giorni (Egyptians di Toby Wilkinson, Vol. I). Tali riti oggi si ritrovano tutti nella liturgia della Chiesa Copta Ortodossa (cfr. http://www.tralci-niklima.com/2013/06/12/dallantico-egitto-allegitto-copto). Lo stesso accadde con i fenici che la venerarono col nome di Astarte e con i greci presso i quali venne chiamata Afrodite mentre Tammuz venne identificato con Adone, il bellissimo giovane fatto uccidere da Marte. Sotto l’impero romano Ishtar fu venerata col nome di Venere alla quale fu dedicato un tempio e una festa chiamata Veneralia, che si celebrava il 1° aprile. Quando il cristianesimo apostata s’impose e venne istituzionalizzato come religione dell’impero, la chiesa che ne derivò, la Chiesa Cattolica Romana, trasformò il digiuno di origine caldeo in un rito “cristiano” associandolo al digiuno osservato da Gesù durante i quaranta giorni che egli trascorse nel deserto dopo il suo battesimo, paragone del tutto fuori luogo in quanto egli non doveva per certo contristarsi né farsi perdonare alcun peccato, e nel X secolo lo formalizzò come pratica religiosa e lo rese obbligatorio per tutti i suoi fedeli durante il periodo di Quaresima che precedeva la celebrazione della Pasqua. Tale caratteristica del culto di Ishtar è stata anche trasmessa alle cerimonie religiose islamiche, come il Ramadan, a testimoniare la comune origine di certe pratiche religiose.
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Poi lo Spirito di Dio fece andare Gesù nel deserto … Per quaranta giorni e quaranta notti Gesù rimase là, e non mangiava né beveva” – Matteo 4:1 , TILC.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica c’è scritto: “La Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima” (n. 540). Questo periodo di quaranta giorni inizia il primo giorno dopo l’ultimo di Carnevale, chiamato “Mercoledì delle ceneri”. Secondo il Codice di Diritto Canonico della stessa Chiesa questi “sono giorni e tempi di penitenza” (canone 1250). Pertanto ancora nel suo Catechismo si legge: “Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie)” (n. 1438). Pertanto il citato Codice dice: “si osservi l’astinenza dalle carni o da altro cibo, secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale” (canone 1251). La Chiesa Cattolica, quindi, invita tutti i suoi fedeli a fare in questo tempo uno sforzo di mortificazione personale come preparazione “alla festa più grande dell’anno: la Domenica della Resurrezione del Signore”.
La cosa sorprendente di tale celebrazione è che la stessa Chiesa riconosce che non ha fondamento nella Parola di Dio, non è di origine apostolica e non veniva osservata dai primi cristiani. Storici cattolici sono concordi nell’affermare che la stessa ha iniziato ad essere osservata verso il IV secolo d.C. ed è stata resa obbligatoria per i fedeli solo a partire dal X secolo d.C. Come mai? Da una approfondita analisi storica risulta che tale celebrazione ha il suo fondamento in molte pratiche pagane che la Chiesa non è riuscita ad estirpare tra i suoi fedeli e che, quindi, ha adottato dandole motivazioni cristiane, come il riferimento ai quaranta giorni di digiuno vissuti da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo.
È corretto questo accostamento? Riflettiamo: se la Quaresima ricalca il digiuno di Gesù nel deserto dopo il battesimo (avvenuto nel periodo autunnale, presumibilmente nei primi giorni di ottobre), come mai viene osservata nelle settimane che precedono la Pasqua, avvenimento che si verifica circa sei mesi dopo (nel periodo primaverile che va dalla seconda metà di marzo alla prima di aprile)? Inoltre, perché Gesù digiunò? … doveva forse fare anche lui penitenza e mortificare il proprio corpo per il perdono dei peccati? Non può essere per tale motivo poiché la Parola di Dio ci rivela che “egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca” (1Pietro 2:22 – CEI). Per quanto perfetto, Gesù era consapevole che aveva bisogno che il Padre suo lo istruisse e gli infondesse forza per adempiere il suo mandato. È significativo il fatto che questa esperienza fatta da Gesù è parallela a quanto accadde a Mosè. Questo profeta, quando ricevette il patto della Legge e le istruzioni relative al suo incarico di mediatore, rimase sul monte Sinai per quaranta giorni. Il racconto dice che Mosè “rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua. Il Signore scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole” (Esodo 34:28 – CEI). In maniera simile Gesù, il profeta più grande di Mosè, deve aver ricevuto nel deserto istruzioni riguardanti il nuovo patto nel quale i suoi seguaci sarebbero stati introdotti come israeliti spirituali e del quale egli sarebbe stato il mediatore (cfr. Luca 22:20). Una profezia che lo riguardava, infatti, diceva: “Lo spirito del Signore verrà su di lui:  gli darà saggezza e intelligenza,  consiglio e forza. Conoscenza e amore per il Signore” (Isaia 11:2 – TILC). Fu molto appropriato, quindi, che digiunasse per potersi concentrare sulle istruzioni ricevute dal Padre. Appropriatamente poi poté dire: “Il mio cibo è fare la volontà di Dio che mi ha mandato, e compiere la sua opera fino in fondo” (Giovanni 4:34 – TILC). Pertanto, sotto qualsiasi aspetto l’esaminiamo, il parallelismo fatto dalla Chiesa Cattolica per giustificare l’adozione di una pratica pagana con la celebrazione della Quaresima è del tutto privo di fondamento scritturale.
Relazione tra la Quaresima e il Carnevale
Sulle origini pagane della Quaresima pesa molto anche il suo collegamento con il Carnevale. L’ultimo giorno di questa festa precede, infatti, il giorno di inizio della Quaresima e del tempo di digiuno, chiamato “Mercoledì delle Ceneri”. Non a caso il nome Carnevale viene fatto derivare dal latino “carnem levare” che significa “levare la carne” e si riferisce all’usanza di astenersi dal mangiare carne durante la Quaresima (cfr. il Dizionario Enciclopedico Italiano di G. Treccani). Questa festa viene celebrata ogni anno in tutto il mondo “cristiano” e con particolare fervore nei paesi dove domina la Chiesa Cattolica. Il Carnevale più famoso di tutti è quello celebrato a Rio de Janeiro, in Brasile, seguito da quello di New Orleans, negli Stati Uniti; sono particolarmente spettacolari anche quelli di Venezia e di Viareggio in Italia, quello di Nizza in Francia, quello di Colonia in Germania, quello di Notting Hill a Londra, Inghilterra, quello di Trinidad e Tobago nei Caraibi, quello di Cadice in Spagna, quello di Oruro in Bolivia, quello di Binche in Belgio e diversi altri. In tutte queste manifestazioni si trovano in gran quantità musica, balli, maschere, costumi bizzarri, sfilate di carri stravaganti e, soprattutto, tanta, ma tanta, “libertà”.  Per molti, infatti, lo “spirito del Carnevale” include l’idea che durante quei giorni di festa si abbia una licenza speciale per fare tutto quello che si vorrebbe fare nel resto dell’anno ma da cui ci si astiene a motivo di certi tabù morali o sociali.
Il Carnevale può anche essere definito “la fiera dell’illegalità”. In Brasile, per esempio, dove la popolazione è a maggioranza cattolica, per cui l’astinenza quaresimale è molto sentita, il Carnevale rappresenta un “addio” ai piaceri della carne in vista dei successivi quaranta giorni di Quaresima. Come viene vissuto? Durante la settimana che precede il mercoledì delle Ceneri, l’intera nazione indossa l’abito più splendido, getta via orologi e calendari e si lancia in uno spettacolo che scuote tutto il paese con canti, balli, fiumi di alcol (ogni giorno vengono consumati 120 milioni di litri di birra) e sesso sfrenato (lo scorso anno il governo brasiliano distribuì alla popolazione 10 milioni di preservativi al fine di prevenire la piaga dell’HIV). Durante la festa si alza notevolmente anche il tasso di criminalità: le cronache di qualche anno fa (non ho trovato stime recenti) dicono che nei cinque giorni di festa ci sono state 2.227 rapine e 807 aggressioni con “ladri che prendevano d’assalto abitazioni, negozi, fabbriche, persone per la strada” (O Estado de S. Paulo). Ci furono anche 63 omicidi, 37 suicidi e 25 stupri. Quello stesso anno il cardinale Eugênio de Araújo Sales, arcivescovo di Rio de Janeiro, disse: “La Chiesa non è contraria al Carnevale come divertimento e manifestazione di allegria, cose entrambe utilissime per l’equilibrio psicologico delle persone” (Jornal do Brasil).
Qualcuno però potrebbe ancora chiedere cosa centrano il Carnevale e le sue gozzoviglie con il digiuno della Quaresima. Ebbene, questa è la risposta che dà una nota Enciclopedia: “Anticamente il carnevale si faceva a cominciare dalla dodicesima notte (6° di gennaio) e durava fino a mezzanotte del martedì grasso. C’è poco da dubitare che questo periodo di licenziosità rappresenti un compromesso che la chiesa è sempre stata incline a fare con le feste pagane e che il carnevale rappresenti in realtà i Saturnali romani. Roma è sempre stata la sede principale del carnevale, e sebbene alcuni papi, notevolmente Clemente IX e XI e Benedetto XIII, facessero sforzi per arginare la marea delle gozzoviglie dei Baccanali, molti papi furono grandi patroni e promotori dell’osservanza del carnevale” (Encyclopædia Britannica, XI Ediz., Vol. 5, pagina 366). È evidente che il Carnevale celebrato nei paesi cattolici è un adattamento di antiche feste pagane. Perché, allora, il clero cattolico lo condona e perfino lo promuove? Un’altra nota Enciclopedia lo spiega così: “In quanto ad apportare un desiderabile cambiamento al carattere delle feste popolari da tempo stabilite le quali non potevano essere sommariamente abolite, la Chiesa adottò il piano di provvederle con motivi cristiani, procedura che fu largamente adottata nel caso delle festività del Carnevale” (Encyclopædia of Religion and Ethics di James Hastings). Quindi, poiché le feste pagane avevano fra i popoli antichi radici profonde ed erano così popolari che la gente non era incline a rinunciarvi, la Chiesa Cattolica fece un compromesso, permettendo al popolo di ritenere le sue feste, ma diede a queste feste un significato diverso, mettendole in relazione con gli insegnamenti della Chiesa come fece, appunto, con la Quaresima. Va da se che il paganesimo insito nella festa di Carnevale suscita notevoli dubbi anche sull’altra festa ad esso collegata, cioè la Quaresima la quale, alla luce delle Sacre Scritture, ha ben poco a che fare con la volontà di Dio.
Il digiuno di Quaresima è richiesto da Dio?
La Legge che Dio diede tramite Mosè alla nazione di Israele prescriveva il digiuno in un’unica circostanza: nell’annuale Giorno di Espiazione che si osservava a fine settembre o ai primi di ottobre. Quale era il suo significato? Non era un semplice rito formale ma aveva un profondo significato profetico: l’apostolo Paolo nella sua lettera agli ebrei divenuti cristiani spiegò che il sommo sacerdote che in quel giorno entrava nel Santissimo del tempio raffigurava il più grande Sommo Sacerdote, Gesù, e il fatto che vi entrava solo una volta all’anno con il sangue delle vittime animali, prefigurava l’entrata di Gesù Cristo nel cielo stesso con il proprio sangue, per fare così espiazione per coloro che avrebbero esercitato fede nel suo sacrificio (cfr. Ebrei 9:11,12,24-28). Pertanto il digiuno doveva ricordare al popolo il proprio stato peccaminoso e il bisogno di redenzione. Quel giorno, infatti, gli israeliti digiunavano in segno di contrizione per i loro peccati e di pentimento dinanzi a Dio. Comunque nei tempi biblici le persone digiunavano per vari altri motivi. Alcune volte Dio approvò tale usanza come, per esempio, quando il popolo di Israele digiunò per esprimere la propria tristezza e il suo pentimento per aver peccato di idolatria ai giorni del profeta Samuele, oppure quando si trattò di implorare Dio e cercare la sua guida e protezione come fece la nazione giudea al tempo di Giosafat sotto la minaccia di un attacco congiunto da parte degli Ammoniti, degli Amalechiti e dei Moabiti, o quando gli Israeliti dovettero tornare a Gerusalemme tra tante difficoltà dopo l’editto di Artaserse che li autorizzava a ricostruire la città (cfr. 1Samuele 7:4-6; 2Cronache 20:3; Esdra 8:21). Altre volte però Dio non approvò tale pratica, ad esempio quando il re Saul digiunò prima di consultare una medium o quando la malvagia regina Izebel invitò gli abitanti di Izreel a proclamare un digiuno al fine di impadronirsi della vigna di Nabot (cfr. 1Samuele 28:20; 1Re 21:7-12). Questi esempi mostrano che non è il digiuno in quanto tale a essere gradito a Dio.
Quando gli Israeliti divennero incalliti nel disubbidire alla Legge che Dio aveva dato loro ostentarono un tipo di adorazione puramente formale compiendo pratiche religiose per mera tradizione. Una di queste pratiche era  il digiuno, che pensavano avrebbe fruttato loro l’attenzione e il favore di Dio. Non avendolo ottenuto, chiesero con evidente perplessità: “Perché digiunare se non ci guardi? Perché umiliarci se non lo noti?”. E Dio spiegò loro la ragione dicendo: “‘Proprio mentre digiunate vi preoccupate dei vostri affari e maltrattate i vostri lavoratori. Litigate con violenza, urlate e fate anche a pugni. Proprio perché digiunate in questo modo, io non vi ascolto. Per voi digiunare vuol dire piegare la testa come una pianta appassita, vestirsi di sacco e stendersi nella cenere. Pensate che sia questo il digiuno che mi piace? Questo, secondo voi, si chiama digiunare, umiliarsi davanti al Signore? Per digiuno io intendo un’altra cosa: rompere le catene dell’ingiustizia, rimuovere ogni peso che opprime gli uomini, rendere la libertà agli oppressi e spezzare ogni legame che li schiaccia. Digiunare significa dividere il pane con chi ha fame, aprire la casa ai poveri senza tetto, dare un vestito a chi non ne ha, non abbandonare il proprio simile” (Isaia 58:3-7, TILC). Così Dio denunciò la loro ipocrisia! Mentre chiedevano giudizi giusti quelle persone ricercavano il proprio piacere e tornaconto, abbandonandosi a contese, oppressione e violenza; non mostravano affatto il devoto rammarico e il pentimento che accompagnava i digiuni sinceri. Che dire dei nostri giorni? … durante il tempo di Quaresima le persone accompagnano forse il loro digiuno con un sincero pentimento e la correzione della loro condotta errata o l’osservano farisaicamente continuando a comportarsi come sempre, solo per rispettare una tradizione?
Gesù durante suo ministero terreno pronunciò una parabola molto significativa al riguardo. È riportata nel vangelo di Luca, capitolo 18, versi 9-14. Parlò di un orgoglioso fariseo che si sentiva moralmente superiore agli altri perché digiunava due volte la settimana. Con quella parabola mise in guardia i suoi ascoltatori dal fare attenzione alla finta umiltà perché Dio, che legge nel profondo del nostro cuore e discerne i nostri veri motivi, rigetta tale atteggiamento. Per questo motivo egli fece scrivere dal suo profeta Gioele queste parole sulle quali riflettere seriamente: “tornate sinceramente a me  con digiuni, pianti e lamenti. Non basta strapparsi le vesti, bisogna cambiare il cuore!” (Gioele 2:12,13 – TILC). Non si dovrebbe mai considerare il digiuno un modo per compensare i peccati perché non è questo a farci ottenere il perdono di Dio ma il sincero pentimento seguito dal cambiamento di condotta dato dall’ubbidienza alle sue giuste norme! Non è con la mortificazione del corpo nei “tempi di ascesi e di penitenza”, com’è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2043), che si acquistano meriti davanti a Dio. Anzi nella sua Parola Dio ha condannato questa idea facendo scrivere da un fedele apostolo questo pensiero: “perché vivete come se la vostra vita dipendesse ancora da certe regole imposte da questo mondo? Perché vi lasciate dire: ‘Questo non si può prendere; quello non si può mangiare; queste cose non si possono toccare’? In realtà sono tutte cose che scompaiono dopo essere state usate. Quelle sono regole e insegnamenti puramente umani. Possono sembrare questioni serie e sapienti perché trattano di devozioni personali, di umiltà o di severità verso il corpo. In realtà non servono a niente. Anzi, servono soltanto a nutrire la nostra superbia” (Colossesi 2:20-23, TILC). Al contrario il saggio scrittore dell’Ecclesiaste fu ispirato a scrivere: “mangiare e bere e godersi i frutti del proprio lavoro è un dono di Dio” (Ecclesiaste o Qoèlet 3:13 – TILC). Infine dobbiamo ricordare l’avvertimento dell’apostolo contro lo sviluppo dell’apostasia; egli scrisse: “Lo Spirito parla chiaro: ci dice che negli ultimi tempi alcuni abbandoneranno la fede, seguiranno maestri di inganno e dottrine diaboliche. Si lasceranno affascinare da ipocriti e imbroglioni che hanno la coscienza segnata con il marchio a fuoco di criminali. Questa gente insegnerà che … non si devono mangiare certi cibi. Ma Dio ha creato questi alimenti perché quelli che credono in lui e conoscono la verità li mangino facendo preghiere di ringraziamento. Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono: non c’è niente da scartare. Tutto deve essere accolto ringraziando Dio” (1Timoteo 4:1-4, TILC). In effetti, ragionandoci, il digiuno di cui si parla nelle Sacre Scritture, a volte osservato anche da fedeli servitori di Dio, non riguardava la limitazione di un alimento particolare come, ad esempio, la carne. Chi, per qualche motivo sceglieva di digiunare, lo faceva astenendosi dal toccare qualsiasi alimento. Inoltre la decisione di digiunare era una scelta strettamente personale e non imposta da altri né doveva esser resa di dominio pubblico; Gesù infatti disse: “quando fate un digiuno religioso, non agite come gli ipocriti. Essi mostrano la faccia triste, perché tutti vedano che stanno digiunando. Ma io vi assicuro che questa è l’unica loro ricompensa. Tu invece, quando fai un digiuno, lavati la faccia e profumati i capelli, perché la gente non si accorga che tu stai digiunando. E Dio tuo Padre, che vede anche ciò che è nascosto, ti ricompenserà” (Matteo 6:16,17 – TILC).
L’adorazione che i veri cristiani rendono a Dio è sempre stata caratterizzata dalla gioia e nella sua Parola scritta la felicità non è mai associata al digiuno. Tuttavia se qualcuno vuol digiunare per un motivo giusto e in una occasione appropriata questo dovrebbe essere una sua scelta personale e una questione privata tra lui e Dio e in sé non è sbagliata. Ciò che è sbagliato è credere che il digiuno sia una esigenza religiosa rituale, imposta da un precetto, come nel caso del tempo di Quaresima prescritto dal cristianesimo apostata. Il fatto, poi, che tale celebrazione sia strettamente collegata con il Carnevale, una festa pagana caratterizzata da grande licenziosità e che esalta stili di vita immorali dal punto di vista di Dio, dovrebbe essere un ulteriore, serio motivo per i veri cristiani per tenersi alla larga da essa ricordando il monito dell’apostolo Paolo: “che rapporto ci può essere tra quel che è giusto e quel che è ingiusto? … Perciò dice il Signore: non abbiate nulla a che fare con quel che è impuro” (2Corinzi 6:14,17 – TILC).

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2 risposte a LA TUA PAROLA E’ VERITA’ – XXI

  1. pseudonico ha detto:

    Ottimo post, posso rilanciarlo sul mio blog?

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