VENGA IL TUO REGNO – VI

“SE APPARTENETE A CRISTO, SIETE REALMENTE SEME DI ABRAAMO, EREDI SECONDO LA PROMESSA”

Galati 3:29

 

Anteprima
Circa la metà della popolazione mondiale, composta oggi da circa 7,3 miliardi di persone, spera di andare a vivere in cielo dopo la morte o nel prossimo futuro. Queste persone appartengono in maggioranza alla religione “cristiana”, cattolica, ortodossa e protestante, e in buona percentuale anche alle altre due religioni monoteiste, islam ed ebraismo. Tutti questi, direttamente o indirettamente fanno risalire tale speranza alla Parola di Dio, la Bibbia. Ma è veramente questo che la Bibbia insegna, cioè che il destino finale di quelli che in qualche modo credono al suo divino autore è di andare un giorno a vivere in cielo?
Esaminando quello che fu l’originale proposito di Dio per l’uomo, tale interpretazione delle Scritture lascia alquanto perplessi. Quando, infatti, creò la prima coppia umana Egli dichiarò loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela” (Genesi 1:28). Pertanto lasciò chiaramente intendere che il destino dell’uomo era strettamente legato alla terra sulla quale doveva vivere, come recita il salmo “Riguardo ai cieli, i cieli appartengono a Geova, ma la terra l’ha data ai figli degli uomini” (Salmo 115:16). Ma, dopo un felice inizio durante il quale l’uomo collaborò con il progetto creativo di Dio (cfr. Genesi 2:19,20), questi si ribellò al suo Creatore subendone le tragiche conseguenze; Dio lo aveva avvertito: “Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà.Ma in quanto allalbero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai positivamente morirai” (Genesi 2:16,17). Purtroppo l’uomo disubbidì e ricevette la condanna annunciata. Cambiò questo l’originale proposito di Dio? … Già il salmo sopra citato dovrebbe aiutarci ad avere la risposta: fu scritto circa 3.000 anni dopo la ribellione umana e ancora vi si affermava che la terra era la dimora stabilita per l’uomo! Anzi, lo stesso scrittore disse esplicitamente che il destino finale dei “giusti” sarebbe stato quello di ‘possedere la terra e risiedere su di essa per sempre’ (cfr. Salmo 37:29).
Tuttavia la Bibbia parla anche di una speranza celeste. L’apostolo cristiano Paolo scrisse, infatti: “In quanto a noi, la nostra cittadinanza esiste nei cieli, dal qual luogo pure aspettiamo ansiosamente un salvatore, il Signore Gesù Cristo” (Filippesi 3:20). Cosa significa questo? … Si contraddice la Bibbia? … Un altro discepolo di Gesù, il suo fratellastro Giacomo, disse che questo è impossibile poiché in Dio “non c’è variazione del volgimento d’ombra” (Giacomo 1:17). La verità è che la Parola di Dio indica chiaramente entrambe le speranze: l’una, di andare in cielo, per svolgere un particolare compito che, nella sua immensa sapienza e amore, Dio ha affidato ad alcuni uomini e donne per il bene dell’intera umanità; questa speranza però è stata riservata solo a un limitato numero di persone che Gesù definì “piccolo gregge” (cfr. Luca 12:32); l’altra, di vivere per sempre su una terra paradisiaca, riservata alla generalità del genere umano che si sottometterà al dominio divino, che Gesù chiamò “altre pecore” (cfr. Giovanni 10:16). Di quest’ultimo gruppo faranno parte una “grande folla” di persone che sopravvivranno alla prossima distruzione del sistema satanico sulla terra (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:9,10) e anche milioni di persone che si sono addormentate nella morte, come i fedeli uomini dell’antichità, le quali saranno risuscitate grazie all’opera salvifica di Cristo e degli appartenenti al “piccolo gregge”.
Questo è il chiaro e inequivocabile insegnamento biblico ad onta delle menzogne dottrinali del cristianesimo apostata! Ciò che rimane da comprendere è qual sarà il personale destino finale di tutti coloro che affermano di credere in Cristo e nel suo Padre celeste. Se siete tra questi, voi, ad esempio, sapete quale potrebbe essere il vostro? … …

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Circa 2,2 miliardi di persone che dichiarano di credere in Cristo coltivano la speranza di andare a vivere un giorno con lui in cielo. Si, seppur con delle diverse sfumature dottrinali, questa è la speranza di cattolici, ortodossi e degli appartenenti alle varie denominazioni derivate dalla riforma protestante. Sorprendentemente questa è anche la speranza di persone la cui fede non è legata direttamente a Cristo ma che dichiarano comunque di credere nello stesso Dio in cui il Cristo credeva come, ad esempio, l’1,6 miliardi di musulmani e i 14 milioni di ebrei, sebbene quest’ultimi non abbiamo mai ufficialmente definito cosa accade nella vita futura lasciando l’interpretazione di ciò che le Scritture dicono al riguardo alle diverse correnti di pensiero che esistono all’interno della comunità.
Secondo la Parola di Dio, la Bibbia, la vita celeste esiste e fa parte del proposito di Dio per l’uomo. Sia nel VT, anche se solo profeticamente accennata, che nel NT, dove viene esplicitamente dichiarata, diversi scrittori biblici hanno fatto riferimento a una speranza celeste. Si leggano, ad esempio, Daniele 7:18; 12:2,3; 1Tessalonicesi 4:17; 1Pietro 1:2,4; Rivelazione o Apocalisse 11:11,12. Ma significa questo che tutti quelli che sperano in Dio andranno a vivere in cielo? … Per avere risposta a questa domanda dobbiamo seguire il metodo apostolico di “ragionare sulle Scritture” per avere un corretto intendimento di quello che è, nel suo complesso, il proposito di Dio per l’uomo (cfr. Atti 17:1-4).
L’originale proposito del Creatore dell’uomo
La Bibbia rivela che quando Dio, il cui nome è Geova, creò l’uomo, lo fece perché vivesse per sempre sulla terra. Il suo proposito era che la prima coppia umana, formata da Adamo ed Eva, generasse una progenie che si spandesse sull’intera terra e si prendesse cura della “casa” che Dio aveva appositamente creata per loro, il nostro bellissimo pianeta che destò la meraviglia perfino degli angeli quando fu creato (cfr. Giobbe 38:7; Salmo 115:16), e lo trasformassero tutto in un giardino di delizie, un vero Paradiso (cfr. Genesi 1:28,29). Purtroppo le cose poi non andarono così. Quella prima coppia umana si ribellò all’autorità del suo Creatore decidendo di non seguire più la sua guida per realizzare quel bel progetto ma di fare di testa propria, cosa per cui non erano stati creati (cfr. Geremia 10:23), e “peccò”, cioè, secondo il significato etimologico del termine ebraico così tradotto, “fallì il bersaglio” della vita eterna e perfetta su una terra trasformata in un luogo di delizie subendo le conseguenze della loro ribellione per se stessi e per la loro futura progenie: la perdita della perfezione fisica e morale di cui erano stati dotati all’inizio, l’invecchiamento e infine la morte (cfr. Genesi 3:16-19).
Ecco, a questo punto, che siamo chiamati ad usare la nostra “facoltà di ragionare” … Chiediamoci infatti: se quella prima coppia non si fosse ribellata ma avesse continuato a seguire la guida del proprio Creatore, sarebbe stata punita con la morte? … Possiamo senza ombra di dubbio rispondere no! perché Dio disse loro che solo se avessero disubbidito al suo comando di non mangiare il frutto di un certo albero sarebbero morti (cfr. Genesi 2:17) … questo significa che se avessero ubbidito avrebbero continuato a vivere per sempre lì, dove Dio li aveva posti, sulla terra, impiegando tutto il resto della loro vita a coltivarla e a trasformarla in un Paradiso. Un lavoro piacevole e non certo noioso come alcuni detrattori delle Scritture vorrebbero insinuare (cfr. Ecclesiaste 3:11). Questo fu l’originale proposito di Geova Dio quando creò l’uomo … non vi sembra “ragionevole” arrivare a questa conclusione?
Purtroppo alcuni che travisano le Scritture hanno avanzato l’idea che fin dall’inizio Dio avesse previsto, o addirittura già programmato, la ribellione umana con tutte le sue conseguenze. Ad esempio Ellen G. White, “profetessa” della Chiesa Avventista, nel suo libro “The desire of ages” (La speranza dell’uomo) dichiara che fin dal principio Dio sapeva che si sarebbe verificata la ribellione dell’uomo e che aveva già previsto come affrontare questa situazione. Questa teoria è molto comune tra la varie chiese protestanti essendo stata definita da Giovanni Calvino nella sua opera “Institutio christianae religionis” (Istituzione della religione cristiana), ma ancor prima di lui era già stata elaborata dal cattolico Agostino da Ippona. Questo concetto, che viene proposto come la “dottrina della predestinazione”, presuppone che Dio ha preordinato tutto ciò che è accaduto e deve ancora accadere, addirittura destinando un numero determinato di persone alla salvezza e il resto dell’umanità alla distruzione eterna. Ma … “ragioniamo” ancora … se così fosse, non sarebbe stato ipocrita da parte di Dio offrire ad Adamo ed Eva la prospettiva della vita eterna pur sapendo che sarebbe stato impossibile per loro ottenerla? … Per di più, in nessun luogo delle Sacre Scritture c’è scritto qualcosa che faccia pensare che la prima coppia umana non potesse scegliere se seguire le istruzioni divine e vivere per sempre o se respingerle e morire anzi, vi si afferma proprio il contrario (cfr. Deuteronomio 30:19). Fu per questo motivo che l’uomo, fatto a “immagine di Dio”, fu dotato del “libero arbitrio”, cioè della facoltà di fare delle scelte, giuste o sbagliate, di cui doveva assumersi la responsabilità e rendere conto al proprio Creatore (cfr. Giobbe 31:14; Romani 14:12), capacità indispensabile se si voleva che gli uomini onorassero e servissero Dio per amore e non come automi i cui movimenti fossero stati predeterminati fin dalla creazione. Il concetto che Dio sapesse già prima di crearlo che l’uomo avrebbe peccato disonora un Dio di amore e di giustizia perciò è di chiara ispirazione satanica nell’intento di denigrare il nostro Creatore e sminuire la sua più grande espressione d’amore, quella di sacrificare suo figlio in soccorso del genere umano divenuto, per propria scellerata scelta, imperfetto e peccatore!
Geova Dio non ha rinunciato a realizzare il suo proposito
Ad ogni modo, il peccato di Adamo ed Eva non frustrò l’originale proposito divino perché subito dopo il loro peccato Geova annunciò che avrebbe suscitato un “seme” per “distruggere le opere del Diavolo” e rimettere di nuovo a posto le cose sulla terra (cfr. Genesi 3:15; 1Giovanni 3:8). Identificare chi è questo “seme” ci aiuta a conoscere meglio il modo di agire di Geova Dio e ad apprezzarlo per la sua sapienza e il suo grande amore per le sue creature. Come già trattato nel mio precedente post, la Bibbia dice che il “seme” promesso sarebbe venuto dalla discendenza di Abraamo, un fedele uomo dell’antichità, e poi dalla casa reale di Davide, quindi lo identifica inequivocabilmente nel Figlio di Dio, Cristo Gesù (cfr. Genesi 22:15-18; 2Samuele 7:11-16; Luca 1:30-33; Galati 3:16). Ma poi dicono che ci sarebbe stata anche una parte secondaria di quel “seme” che avrebbe dovuto affiancare Gesù nella sua opera di redenzione. Scrivendo ai cristiani della Galazia, infatti, l’apostolo Paolo disse loro: “se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:29). Qual è il significato di questa dichiarazione?
Circa 600 anni prima dell’apparizione terrena del promesso “seme” Geova ispirò un suo profeta a scrivere: “Proprio come l’esercito dei cieli non si può contare, né si può misurare la sabbia del mare, così moltiplicherò il seme di Davide mio servitore e i leviti che mi servono” (Geremia 33:22). Questo confermava la precedente promessa fatta al capostipite Abraamo in base alla quale Dio avrebbe esteso a molti l’opportunità di far parte del promesso “seme” (cfr. Genesi 22:17). Egli allora non ne rivelò il numero ma lo lasciò indeterminato proprio come può esserlo il numero dei granelli di sabbia. Poi, sempre per mezzo del profeta Geremia, predisse la fine del patto della Legge e la sua sostituzione con un “nuovo patto” (cfr. Geremia 31:-34). La sera in cui venne arrestato per poi essere processato e ucciso, mentre era radunato con i suoi fedeli apostoli per celebrare la pasqua ebraica, Gesù, il “seme” principale della promessa, fece riferimento proprio a quel “nuovo patto” quando, passando il calice di vino, disse: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:20). Rivelò, quindi, che quel “nuovo patto” avrebbe sostituito il vecchio patto della Legge e sarebbe entrato in vigore in virtù del suo sacrificio e che egli ne sarebbe stato il mediatore (cfr. Ebrei 8:6). Qualche giorno prima aveva già detto che a motivo della sua continua disubbidienza l’Israele carnale non era più il popolo eletto di Dio (cfr. Matteo 21:43; 23:38) pertanto la benedizione promessa ad Abraamo sarebbe stata pienamente adempiuta mediante quel “nuovo patto”. L’apostolo Paolo in seguito fu ispirato a scrivere: “tutti quelli che cammineranno ordinatamente secondo questa regola di condotta, su di essi siano pace e misericordia, sì, sull’Israele di Dio” (Galati 6:16). Pertanto l’Israele carnale venne sostituito dall’“Israele di Dio”, una nuova nazione formata dai discepoli di Cristo Gesù appartenenti ad “ogni tribù e lingua e popolo e nazione” (Atti 10:43,35; Rivelazione o Apocalisse 5:9).
Un “nuovo patto” e una “nuova nazione” per la realizzazione del proposito divino
Il vecchio patto della Legge cessò di aver vigore con la morte di Gesù poiché Dio “cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Con esso ebbe fine la posizione di favore che l’Israele carnale aveva avuto presso Dio per circa 1.500 anni. Il motivo per cui quel patto della Legge fu sostituito venne ulteriormente spiegato sotto ispirazione divina dall’apostolo Paolo il quale disse: “La Legge ha un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1). Essa servì a fornire delle “rappresentazioni tipiche” di cose che dovevano accadere con la venuta del promesso “seme” perché era il “tutore che conduce a Cristo” (Ebrei 9:23; Galati 3:24). Cinquanta giorni dopo quell’avvenimento, il giorno di Pentecoste del 33 A.D. entrò in vigore il “nuovo patto” e si iniziò a formare l’“Israele di Dio”, la nuova nazione alla quale aveva fatto riferimento Gesù stesso (cfr. Matteo 21:43). Quel giorno entrarono a far parte dell’“Israele di Dio” i 120 discepoli di Gesù che si erano radunati a Gerusalemme e circa 3.000 giudei e loro proseliti che accettarono la testimonianza dell’apostolo Pietro riguardo a Cristo (cfr. Atti 1:15; 2:41.) In seguito il privilegio di far parte del “nuovo patto” fu esteso ai samaritani che non erano inclusi nel vecchio patto della Legge (cfr. Atti 8:14-17). Infine, nel 36 d.C., con la conversione del centurione romano Cornelio e la sua famiglia, entrarono nel “nuovo patto” anche i “gentili” così che l’“Israele di Dio”, la nuova nazione, fu formata effettivamente da persone di “ogni tribù e lingua e popolo e nazione” (Atti 10:24-28,42-48). Tutte queste circostanze, in cui l’apostolo Pietro ebbe un ruolo guida usando le simboliche “chiavi” affidategli da Gesù (cfr. Matteo 16:19), erano state prefigurate da cose disposte nel vecchio patto della Legge.
La legge ha un ombra delle buone cose avvenire
FESTE PROFETICHE RELATIVE AL “SEME” DELLA PROMESSA
Il popolo di Israele aveva ricevuto un preciso comando da Geova, loro Dio. In Deuteronomio 16:16, infatti si legge:  “Tre volte l’anno ogni tuo maschio deve presentarsi dinanzi a Geova tuo Dio nel luogo che sceglierà: nella festa dei pani non fermentati e nella festa delle settimane e nella festa delle capanne”. Queste feste, incluse nella Legge mosaica, non erano occasioni per fare baldoria, come oggi avviene con le feste del cristianesimo apostata. Pur essendo delle occasioni gioiose quelle feste si potevano definire anche “santi congressi” (Levitico 23:2). Aiutavano tutti i presenti ad avere in mente la Parola di Dio, che in tali occasioni veniva letta e spiegata loro dai leviti, la classe sacerdotale, e a non lasciarsi prendere dalle faccende della vita di ogni giorno al punto di dimenticare le cose spirituali ben più importanti. Esse costituivano una parte della vera adorazione resa a Dio e avevano un profondo significato profetico lasciando intravedere alcuni aspetti dell’adempimento del proposito di Geova relativo al promesso “seme” della simbolica donna.
Pani non fermentati
Festa dei pani non fermentati
Ogni anno, il 15 nisan, il giorno dopo la Pasqua, gli Israeliti iniziavano a celebrare la “festa dei pani non fermentati”, così chiamata perché il pane non fermentato, impastato con acqua e farina ma senza lievito, era l’unico consentito di mangiare durante i sette giorni di durata della festa (cfr. Levitico 23:6-8). Il secondo giorno della festa, il 16 nisan, si doveva portare al sacerdote un covone delle primizie della mietitura dell’orzo, il primo prodotto dei campi in Palestina, da agitare “dinanzi a Geova per ottenere l’approvazione” (cfr. Levitico 23:9-14). Gesù, messo a morte il 14 nisan, fu risuscitato proprio quel giorno, il 16 nisan del 33 A.D. e fu ben prefigurato dal “covone delle primizie” offerte in quel giorno perché, come spiegò in seguito l’apostolo Paolo, “Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1Corinzi 15:20). Egli, che nacque e visse fino alla morte senza peccato (rappresentato nella Bibbia dal lievito, da cui il comando di non mangiare pane lievitato in quel giorno – cfr. 1Corinzi 5:7,8; Ebrei 7:26; 1 Pietro 2:21-24),  fu il primo ad esser risuscitato con un corpo spirituale perché potesse tornare a vivere per sempre in cielo (cfr. Romani 6:9; 1Corinzi 15:44).

001

Festa della mietitura
Chiamando Cristo la “primizia”, l’apostolo lascia quindi intendere che ci sarebbe stata un’ulteriore raccolta di persone che sarebbero state risuscitate alla vita celeste. Il 50° giorno dal 16 nisan, il 6° giorno del terzo mese dell’anno sacro ebraico, il mese di sivan, gli Israeliti celebravano la “festa della mietitura” dei primi frutti maturi della mietitura del grano, che maturava più tardi dell’orzo, detta anche Pentecoste (che significa 50° giorno – cfr. Levitico 23:15-17). Quel giorno oltre all’offerta di cereali si dovevano preparare anche due pani, ma in questa occasione dovevano essere lievitati. Perché? … Fu alla Pentecoste del 33 A.D. che i componenti della nuova nazione, l’“Israele di Dio” iniziarono ad essere raccolti. Questi, come Cristo al tempo del suo battesimo, furono unti con spirito santo e rigenerati come figli spirituali di Dio per avere, dopo la loro morte e risurrezione, accesso alla vita celeste (cfr. 1Corinzi 15:42-52). Questo avvenne sebbene essi, come discendenti di Adamo, fossero ancora sotto la schiavitù del peccato ereditato. Erano, quindi, simili alle primizie del grano offerte nella festa, un secondo raccolto di primizie (cfr. Giacomo 1:18), e furono ben prefigurati anche dai due pani lievitati che venivano preparati in quel giorno in quanto erano ancora soggetti al peccato adamitico. Il fatto che i pani erano due indicava che l’adempimento avrebbe riguardato più di una persona e anche che quelli che sarebbero divenuti seguaci di Cristo generati dallo spirito sarebbero stati presi da due gruppi dell’umanità: prima dagli ebrei naturali circoncisi, e poi da tutte le altre nazioni del mondo, dai gentili (cfr. Efesini 2:13-18).
Rivolgendosi a tutte queste persone che ora, in virtù del “nuovo patto” entravano a far parte dell’“Israele di Dio” lo stesso apostolo scrisse: “voi siete “una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso, affinché dichiariate le eccellenze” di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce. Poiché una volta voi non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi eravate coloro ai quali non era stata mostrata misericordia, ma ora siete coloro ai quali è stata mostrata misericordia” (1Pietro 2:9,10). Ripeté, quindi, loro la stessa promessa che Geova aveva già rivolto all’Israele naturale quando stipulò con loro il patto della Legge ai piedi del monte Sinai. In Esodo 19:5,6 si possono leggere queste parole che Dio rivolse a quel popolo: “se ubbidirete strettamente alla mia voce e osserverete in realtà il mio patto, allora certamente diverrete di fra tutti gli altri popoli la mia speciale proprietà, perché l’intera terra appartiene a me.E voi stessi mi diverrete un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Perché i componenti dell’“Israele di Dio” sarebbero stati un “regal sacerdozio” o “un regno di sacerdoti”?
Re e sacerdoti secondo il proposito divino
La sera del 14 nisan del 33 A.D., Gesù Cristo e i dodici apostoli osservarono per l’ultima volta la Pasqua ebraica. Dopo aver allontanato Giuda Iscariota, che di lì a poco lo avrebbe tradito, Gesù si rivolse agli undici fedeli apostoli dicendo: “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;e io faccio un patto con voi, come il Padre mio ha fatto un patto con me, per un regno,affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù dIsraele” (Luca 22:28-30). In base a questo “patto per un regno”, dunque, tutti quelli che entravano a far parte del “nuovo patto” avrebbero regnato insieme a Cristo nel suo regno. L’apostolo Paolo confermò questo quando scrisse: “tutti quelli che sono condotti dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio … Se, dunque, siamo figli, siamo anche eredi: eredi in realtà di Dio, ma coeredi di Cristo” e anche “se continuiamo a perseverare, insieme pure regneremo” (Romani 8:14-17; 2Timoteo 2:12). Quelle persone, inoltre, avrebbero anche dovuto svolgere una funzione sacerdotale. Perché?
Nella sua lettera ai cristiani di origine ebraica, l’apostolo Paolo spiegò: “Poiché ogni sommo sacerdote preso di fra gli uomini è costituito a favore degli uomini sulle cose relative a Dio, affinché offra doni e sacrifici per i peccati” (Ebrei 5:1). Il sacerdote nominato da Dio rappresentava il popolo peccatore davanti a Lui, intercedendo a suo favore con l’offerta dei sacrifici prescritti. D’altra parte il sacerdote rappresentava anche Dio stesso davanti al popolo, istruendolo intorno alla legge di Dio. Questa era la funzione dei sacerdoti nell’antico Israele. Sotto il vecchio patto della Legge le due funzioni di re e di sacerdote erano nettamente separate, ma col “nuovo patto” vennero unificate. Di Gesù infatti è detto: “Tu sei sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedec” (Ebrei 7:17). Pertanto oltre alla funzione di Re del Regno di Dio egli svolge anche quella di Sommo Sacerdote, alla “maniera di Melchisedec”. Melchisedec era “re di Salem  … ed era sacerdote dell’Iddio Altissimo” (Genesi 14:18). Di lui si sa molto poco, la Bibbia non parla dei suoi antenati, né della sua nascita o della sua morte. Egli non ebbe predecessori né successori. Fu re e sacerdote per designazione di Geova Dio stesso e non per eredità. Fu un appropriata figura di Cristo che similmente ricevette l’incarico non per discendenza sacerdotale ma direttamente da Geova Dio. Coloro, quindi, che entravano a far parte del “nuovo patto” sarebbero similmente stati “un regno di sacerdoti”, avrebbero ricoperto questo doppio incarico di re e sacerdoti insieme a Cristo (cfr. Rivelazione o Apocalisse 5:10; 20:6).
La vita celeste per chi?
Dove eserciteranno il loro incarico? L’apostolo Pietro scrisse loro: “Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, poiché secondo la sua grande misericordia ci ha dato una nuova nascita …per uneredità incorruttibile e incontaminata e durevole. Essa è riservata nei cieli per voi” (1Pietro 1:3,4). È, dunque, in cielo che essi eserciteranno la loro doppia funzione di re e sacerdoti. E poiché, come è scritto che: “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l’incorruzione”, questi, alla stessa maniera di Cristo, dovranno abbandonare il loro corpo carnale nella morte per essere risuscitati con un corpo spirituale (cfr. 1Corinzi 15:42-53). Per questo motivo al momento del loro battesimo, un atto simbolico che attesta la loro dedicazione a compiere la volontà di Dio, o nel corso della loro vita di dedicazione, essi vengono unti “con spirito santo”, vengono, cioè, rigenerati come figli spirituali di Dio. In che modio questo avvenga possono saperlo solo loro perché ricevono dentro di se una inconfondibile testimonianza che sono stati da Dio chiamati per quello scopo, come scrisse l’apostolo: “tutti quelli che sono condotti dallo spirito di Dio, questi sono figli di Dio.Poiché voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli, mediante il quale spirito gridiamo: “Abba, Padre!”Lo spirito stesso rende testimonianza col nostro spirito che siamo figli di Dio” (Romani 8:14-16). Quand’è che essi avrebbero iniziato ad svolgere il loro incarico? L’apostolo scrisse “durante l’ultima tromba” o durante “la presenza del Signore” (1Tessalonicesi 4:15,16).
A questo punto è lecito fare ancora una domanda … sempre per continuare a “ragionare facendo uso delle Scritture” … Tutti coloro che divengono discepoli di Gesù sono chiamati a far parte dell’“Israele di Dio” per regnare e svolgere la funzione sacerdotale insieme a Cristo in cielo? In altre parole, tutti i discepoli di Gesù andranno in cielo? … Se così fosse, su chi essi regnerebbero e in favore di chi svolgerebbero la loro funzione sacerdotale? …
… Per avere la risposta a questa importante domanda, quindi, bisogna ancora rivolgersi alle Sacre Scritture. Parlando di coloro che regneranno insieme a Cristo in cielo nella visione apocalittica si dice: “Questi furono comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 14:4,5). Il discepolo Giacomo confermò questo dicendo: “egli ci ha generati mediante la parola di verità, affinché siamo certe primizie delle sue creature” (Giacomo 1:18; cfr. anche Romani 8:23). Quando si parla di “primizie” in genere si riferisce ai primi frutti di una stagione, i primi prodotti o primi risultati di qualsiasi cosa. Il termine greco qui usato, aparché, deriva da una parola che indica sempre un “primato”, sia di tempo che di grado. Nella rivelazione apocalittica viene rivelato che quelli che vengono “comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” sono “centoquarantaquattromila” (Rivelazione o Apocalisse 14:1-3). Che questo numero sia letterale o meno (lascio al vostro intendimento delle Scritture stabilirlo), una cosa mi pare certa: coloro che sono destinati ad andare in cielo a regnare con Cristo non sono tutti i suoi seguaci ma solo un limitato e ben definito numero di questi! Solo questi “centoquarantaquattromila” sono, infatti, visti stare “sul monte Sion” insieme all’Agnello, Cristo Gesù, che non è il terrestre monte Sion sul quale sorgeva l’antica Gerusalemme, ma il “monte Sion e … città dell’Iddio vivente, la Gerusalemme celeste” (Ebrei 12:22-24), cioè la sede celeste del Regno.
Una speranza terrena
E che dire di tutto il resto dei discepoli di Gesù! … Sempre la rivelazione apocalittica, dopo aver parlato dei “centoquarantaquattromila riscattati dalla terra” ci dice: “Dopo queste cose vidi, ed ecco, una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua, che stavano in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di lunghe vesti bianche; e nelle loro mani c’erano rami di palme.E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e allAgnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:9,10). Gli appartenenti a questa “grande folla” vengono anch’essi identificati come discepoli di Gesù poiché “hanno lavato le loro lunghe vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello” (vv. 13,14), cioè hanno esercitato fede nel valore purificatore del suo sacrificio dichiarando “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello”. Questi però non stanno insieme a Cristo sul celeste monte Sion ma “in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello”, non sono inclusi fra i cantori originali del “nuovo cantico” e neanche viene detto che sono “comprati dalla terra” o “comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello”. Questi “sono quelli che vengono dalla grande tribolazione”, scrisse sotto ispirazione divina l’apostolo Giovanni, cioè sono i sopravvissuti a quella “grande tribolazione” profetizzata da Gesù che porrà fine al sistema di cose satanico sulla terra, sono quei “giusti” che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” (Matteo 24:21; Salmo 37:29). Sono i sudditi terreni del Regno in favore dei quali eserciteranno la loro funzione sacerdotale Cristo e i suoi coeredi riportandoli ad una condizione di perfezione fisica e morale, liberandoli dagli effetti del peccato adamitico poiché durante il loro regno millenario “la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore. Le cose precedenti sono passate” (Rivelazione o Apocalisse 21:4; 22:1,2; cfr. anche Isaia 33:24). Il loro numero non è limitato, come nel caso dei “centoquarantaquattromila riscattati dalla terra” perché questa opportunità viene offerta a tutti quegli abitanti della terra che sono disposti a sottomettersi al dominio divino.

Raccolta

Festa della raccolta
La terza e ultima festa in programma nell’anno sacro che gli Israeliti dovevano osservare era la “festa delle capanne” che si celebrava il settimo mese, mese autunnale chiamato etanim o tishri, e durava dal 15° al 21° giorno del mese. Questa festa veniva chiamata anche “festa della raccolta” poiché coincideva con la raccolta degli ultimi frutti dell’anno agricolo, che includeva cereali, olio e vino (cfr. Levitico 23:39). Per tutta la durata della festa gli Israeliti dovevano abitare in capanne costruite per l’occasione per ricordarsi del tempo in cui vissero nel deserto dopo la miracolosa liberazione dalla schiavitù egiziana (cfr. Levitico 23:42-43). Per costruire queste strutture temporanee si usavano fronde di olivo e di albero oleifero, mirto (molto profumato), foglie di palma e anche rami di altri alberi (cfr. Levitico 23:40). Durante questa festa si offriva un numero di sacrifici maggiore che in qualsiasi altra festa dell’anno. Il sacrificio per la nazione consisteva di 13 tori il primo giorno, diminuendo poi di uno ogni giorno, per un totale di 70 tori (cfr. Numeri 29:12-24). Ciò che poi distingueva tale festa, la sua principale caratteristica, era un gioioso rendimento di grazie. Tutti i sacrifici erano accompagnati dal suono di strumenti musicali mentre si elevavano i canti dell’Hallel (i Salmi 113-119) e tutti gli adoratori agitavano rami di palme verso l’altare. Il sacrificio dei 70 tori avrebbe provveduto abbastanza sangue per la purificazione e la salvezza dell’intero mondo del genere umano e trova corrispondenza nelle 70 famiglie elencate in Genesi capitolo 10 dalle quali viene fatta discendere tutta la popolazione mondiale dopo il Diluvio. Questo aspetto della festa additava profeticamente la perfetta e completa opera salvifica svolta da Gesù Cristo in favore di tutto il genere umano. L’agitazione dei rami di palma durante la festa similmente ricorda la “grande folla” descritta in Rivelazione o Apocalisse capitolo 7. Anche questa viene vista agitare rami di palma “dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello” mentre gridano “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (vv. 9,10). Perciò l’antica “festa delle capanne” o “festa della raccolta” prefigurò il completamento della raccolta delle persone disposte a sottomettersi alla Sovranità di Geova Dio con il radunamento della “grande folla” che sopravvivrà alla “grande tribolazione” con la quale si porrà fine al sistema di cose satanico sulla terra. Ma questa grandiosa opera di radunamento continuerà anche dopo, sulla terra paradisiaca, durante il regno millenario di Cristo e dei suoi coeredi celesti, allorché miliardi di risuscitati saranno invitati a partecipare anch’essi all’antitipica “festa delle capanne”. Questi, insieme a quella “grande folla” formeranno le “altre pecore” che non fanno parte del “piccolo gregge” di coloro che andranno in cielo a regnare con Cristo ma che ugualmente usufruiranno dei benefici del suo sacrificio (cfr. Luca 12:32; Giovanni 10:16); tutti questi, infatti, saranno quei “giusti” che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” (Salmo 37:29).
Quando venne sulla terra terra Gesù stesso fece riferimento a questi due diversi gruppi di discepoli e a questa dicotomia della speranza cristiana dicendo: “Non aver timore, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha approvato di darvi il regno” (Luca 12:32). Qui stava parlando, appunto, di coloro al quale il Padre avrebbe dato il “regno”. Essi erano un “piccolo gregge” in paragone alla “grande folla” con la speranza della vita terrena. Mentre a questa ultima si riferì dicendo: “ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diverranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). A questo gruppo, oltre alla “grande folla” dei sopravvissuti alla prossima distruzione del sistema satanico impiantato sulla terra, appartengono anche tutti i fedeli servitori di Dio dell’antichità che sono morti prima che Gesù stipulasse con i suoi discepoli il “patto per il regno”. Per esempio, di uno di questi, Giovanni Battista, Gesù disse: “Fra i nati di donna non è stato suscitato uno maggiore di Giovanni il Battista”, e poi aggiunse “ma il minore nel regno dei cieli è maggiore di lui” ad indicare che questi non avrebbe fatto parte di coloro che avevano la speranza celeste (Matteo 11:11). E di tanti uomini fedeli che fecero parte della linea di discendenza del “seme” della donna, come Enoc, Noè,  Abraamo, Isacco, Giacobbe, Davide e tanti altri (cfr. Matteo 1:1-17; Luca 3:23-38) e anche scritto: “In luogo dei tuoi antenati ci saranno i tuoi figli, che costituirai principi in tutta la terra” (Salmi 54:16). Tutti questi diverranno “figli” del Cristo in quanto riceveranno la risurrezione e la vita grazie al suo sacrificio di riscatto e potranno vivere per sempre sulla terra ricoprendo incarichi di responsabilità tra i sudditi terreni del regno come fecero già quando erano in vita nell’antichità.
Mostriamo apprezzamento per la sapienza divina
Dobbiamo davvero essere molto grati al nostro Celeste creatore, Geova Dio, per la sapienza manifestata nel prendere provvedimenti per restaurare il suo originale proposito di far vivere per sempre gli uomini sulla terra! Avrebbe potuto affiancare al “seme” della promessa, Cristo Gesù, nel regno millenario i suoi santi angeli, ma questi non avrebbero mai potuto comprendere pienamente i problemi della natura umana imperfetta così da officiare come “sacerdoti” per riportare il genere umano a una giusta condizione fisica e morale. Ha scelto invece per questo incarico alcune persone che hanno provato l’esperienza della vita umana imperfetta, conoscendone essi stessi tutti i limiti e tutte le difficoltà. Gesù stesso visse come uomo sulla terra provando gli stessi sentimenti umani. Tutti questi durante la loro vita terrena hanno dimostrato lealtà al dominio di Dio al di là di ogni ragionevole dubbio, pagando spesso con la loro vita tale lealtà. Tutti questi hanno anche dimostrato di avere un forte, saldo, incrollabile amore per Dio e per il loro prossimo (cfr. Matteo 22:37-40). Nessun’altro meglio di loro potrebbe assolvere quel doppio incarico di “re e sacerdoti” durante il regno millenario ideato da Dio per restaurare il suo proposito per la terra trasformandola in un Paradiso dove gli esseri umani ubbidienti saranno condotti alla perfezione per vivere per sempre su di essa.
Per concludere … continuando a “ragionare facendo uso delle Scritture” … chiunque affermi di essere un discepolo di Cristo dovrebbe esaminare attentamente e coscienziosamente qual è la sua vera speranza: se crede di andare in cielo dovrebbe chiedersi se ha dentro di se quell’inconfondibile “testimonianza” dello spirito santo di Dio di essere stato chiamato a far parte del “piccolo gregge” che dovrà regnare con Cristo (cfr. Romani 8:14-17) oppure se la sua speranza è quella di vivere per sempre su una terra trasformata in un Paradiso (cfr. Salmo 37:29). Per quanto mi riguarda, ad esempio, io non ho idea di come sia quella “testimonianza”, per cui ne deduco che la mia speranza non è quella di andare in cielo ma è quella della vita eterna sulla terra, se l’avrò meritata con la mia fedeltà al regno di Dio fino alla fine, e di questo ne sono immensamente felice!

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

Informazioni su GIANNI

Libero pensatore e inguaribile sognatore
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2 risposte a VENGA IL TUO REGNO – VI

  1. luciana ha detto:

    Ciao Gianni

  2. Concetta Cavalleri ha detto:

    Spiegato molto bene bravissimo

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