LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – V

“CRISTO ENTRÒ … NEL CIELO STESSO, PER COMPARIRE ORA DINANZI ALLA PERSONA DI DIO PER NOI”

Ebrei 9:24

Anteprima
Sia nell’antico “tabernacolo” costruito su disegno divino da Mosè nel deserto del Sinai, che nel successivo tempio costruito dal re Salomone, il “santissimo” o “santo dei santi” era la parte più sacra e più nascosta dell’intera struttura. Vi poteva accedere solo una persona e solo una volta l’anno, nel giorno di Espiazione: il sommo sacerdote. In questo luogo fu conservata per circa 900 anni l’Arca del patto, dentro la quale c’erano le tavole della Legge, una giara d’oro contenente la manna e la verga di Aaronne che germogliò. A un certo punto della storia del popolo israelita, però, l’Arca sparì dalla circolazione, e non ci è dato di sapere né la data né la circostanza. Comunque, anche questo compartimento, come tutte le altre strutture e i relativi arredi di quel “tabernacolo” fu “un’ombra delle buone cose avvenire”, raffigurò, cioè, un aspetto della futura disposizione che Dio avrebbe preso per mezzo di Gesù per la salvezza del genere umano (Ebrei 10:1). Cosa simboleggiava, dunque, il “santissimo”?
Tra le religioni cosiddette ‘cristiane’ c’è diversità di interpretazione al riguardo. Ad esempio, una delle tante spiegazioni che danno, specialmente in ambito cattolico, è che il compartimento del “santo” simboleggia il vecchio patto della Legge mentre il “santissimo” rappresenta il “nuovo patto” di cui parlò Gesù durante l’ultima cena con i suoi apostoli (cfr. Luca 22:20). Un’altra ipotesi che viene fatta è che il “santissimo” rappresenta lo stato di comunione diretta e personale con Dio che ciascuna persona può raggiungere in base alla propria fede per godere della Sua presenza nella propria vita quotidiana, in attesa del tempo in si cui potrà essere fisicamente alla presenza di Dio, al ritorno di Cristo. Un’altra particolare interpretazione è quella avventista secondo la quale  il “santo” dell’antico “tabernacolo” rappresenta la prima fase del ministero celeste di Gesù che va dalla sua ascensione in cielo fino al 1844 durante la quale egli ha compiuto un’opera di intercessione per il perdono dei peccati, mentre il “santissimo” rappresenta una seconda fase che va dal 1844 fino al ritorno di Cristo, durante la quale Gesù purifica il santuario celeste dando vita ad una vera e propria opera di giudizio.
Va da se che tutte queste interpretazioni diverse l’una dall’altra non possono essere tutte corrette e contribuiscono a creare confusione sul reale significato simbolico dell’antico “tabernacolo”. Nella generalità dei casi la confusione è dovuta al fatto che tali interpretazioni si basano su punti di vista umani e personali di alcune persone considerate erudite o dalla vocazione mistica, come è accaduto, per esempio, nel caso degli avventisti i quali hanno fatto proprie le tesi di Ellen G. White basate su presunte visioni che ella avrebbe ricevuto al riguardo. A volte, per sostenere le tesi di queste persone, si è proceduto anche a forzare l’uso delle Sacre Scritture per cercare di adattarle alle loro argomentazioni. Questo è quanto avvenuto, ad esempio, con il capitolo 9 della lettera dell’apostolo Paolo agli Ebrei, dove, come vedremo nella trattazione che segue, qualcuno ha voluto leggervi oltre ciò che è scritto.
Solo un attento, semplice e sincero esame della Parola di Dio, scevro di ogni pregiudiziale interpretativa personale può aiutarci a comprendere qual è “l’ombra delle buone cose avvenire” a cui l’apostolo si riferì parlando dell’antico “tabernacolo” nella lettera in questione. Un erudito biblico del XIX secolo ha detto: “Uomini di ogni confessione religiosa trovano conferma delle loro peculiari opinioni all’interno del testo sacro. Non è infatti la Scrittura che istruisce loro: sono loro che attribuiscono alla Scrittura il significato che vogliono” (John Lingard, A New Version of the Four Gospels). Vorremo per certo evitare di fare quest’errore. Possiamo farlo solo se ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio stessa attenendoci strettamente a ciò che in essa vi è scritto, lasciando da parte elucubrazioni filosofico-letterarie e visioni mistiche. L’interpretazione non viene miracolosamente da un essere umano, ma da Dio. Vi si giunge solo grazie al suo spirito e alla sua Parola. Tale interpretazione è basata unicamente sulla Bibbia e non trae origine da menti umane.
 espiazione
dietro la seconda cortina c’era il compartimento della tenda chiamato “il Santissimo”. Questo aveva un incensiere d’oro e l’arca del patto ricoperta d’oro da ogni parte, nella quale erano una giara d’oro contenente la manna e la verga di Aaronne che germogliò e le tavolette del patto;ma al di sopra dessa cerano i gloriosi cherubini che coprivano con la loro ombra il propiziatorio nel secondo compartimento solo il sommo sacerdote entra una volta l’anno, non senza sangue, che egli offre per se stesso e per i peccati di ignoranza del popolo … Comunque, quando Cristo venne come sommo sacerdote delle buone cose adempiute, attraverso la tenda più grande e più perfetta non fatta con mani, cioè non di questa creazione,entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna Poiché Cristo entrò non in un luogo santo fatto con mani, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” – Ebrei 9:3-5,7,11,12,24

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Il 22 ottobre del 1844 migliaia di persone (secondo alcune stime erano circa 50.000) si radunarono nelle loro case o nei loro luoghi di culto per aspettare il ritorno di Cristo. Erano i cosiddetti Milleriti, cioè seguaci di William Miller un predicatore considerato il fondatore del movimento avventista. Quelle persone si aspettavano di essere rapite in cielo, per questo motivo nell’approssimarsi di quel giorno molti vendettero le loro proprietà, chiusero i loro negozi e, quelli che lavoravano la terra, abbandonarono i loro campi senza raccogliere il frutto del loro lavoro. Ma quel giorno non ci fu nessun ritorno di Cristo: la delusione fu così grande che molti abbandonarono la fede nell’avvento di Cristo.
Hiram Edson, un metodista che aveva abbracciato le idee di Miller sul ritorno di Cristo nel 1844, non si arrese all’evidenza e formulò una sua ipotesi sul mancato adempimento delle aspettative millerite. Egli affermò che Miller non aveva affatto sbagliato i suoi calcoli ma aveva sbagliato a capire cosa effettivamente sarebbe accaduto in quella data. Interpretando la profezia di Daniele, capitoli 8 e 9, secondo lui in quell’anno si verificò un altro grande evento, di natura diversa da quello predetto da Miller, cioè il passaggio del Signore Gesù dal luogo santo al luogo santissimo nel cielo con conseguente inizio di un periodo di purificazione del santuario celeste. In altre parole, secondo Edson dei due comparti dell’antico santuario terreno il “santo” rappresentava la prima fase del ministero celeste di Gesù che andava dalla sua ascensione fino al 1844 durante la quale egli aveva compiuto un’opera di intercessione per il perdono dei peccati, mentre il “santissimo” rappresentava una seconda fase che andava dal 1844 fino al ritorno di Cristo durante la quale Gesù avrebbe purificato il santuario celeste dando vita ad una vera e propria opera di giudizio. Le sue teorie furono riprese da Ellen Gould White, una ‘mistica’ del movimento millerita la quale riferì di aver avuto una visione in cui vide Gesù entrare nel luogo santissimo del santuario celeste, confermando così la tesi di Hiram Edson e la dottrina del santuario. Da allora tale dottrina rappresenta il fulcro degli insegnamenti della Chiesa Avventista e la stessa White viene considerata una profetessa i cui scritti rappresentano una autorevole fonte di verità di quella Chiesa al pari della stessa Sacra Scrittura.
Ma la tesi avventista sulla purificazione del santuario celeste viene contestata da molte altre denominazioni ‘protestanti’ che pure hanno con la Chiesa Avventista diverse affinità dottrinali, quali il dogma trinitario, la risurrezione corporale di Cristo, il rito della Santa Cena ed altre. Naturalmente tale diversità lascia perplessi tutti i sinceri adoratori di Dio che credono alle parole che Egli ispirò l’apostolo Paolo a scrivere: “vi esorto, fratelli, per il nome del nostro Signore Gesù Cristo, a parlare tutti concordemente, e a non avere fra voi divisioni, ma ad essere perfettamente uniti nella stessa mente e nello stesso pensiero” (1Corinti 1:10). Ma un fondamentale elemento di perplessità riguarda direttamente la tesi avventista: secondo la loro dottrina la contaminazione del santuario celeste è dovuta all’operato di Cristo che trasferisce qui i peccati dei credenti mentre la profezia di Daniele afferma che è dovuta ad un aggressore che attacca il santuario, simboleggiato da un “piccolo corno” che la Chiesa Avventista stessa identifica non in Cristo ma nella Roma pagana, prima, e poi in quella papale.
Per ovviare alle tante perplessità che sono sorte anche all’interno del movimento avventista la stessa Chiesa ha poi tentato di collegare la profezia di Daniele sulla purificazione del santuario con quanto scritto dall’apostolo Paolo nella lettera agli Ebrei, capitoli 8 e 9, dove l’apostolo argomenta sulla superiorità del “nuovo patto” sul precedente patto della Legge. Purtroppo per essi leggendo attentamente quanto scritto dall’apostolo non è stato possibile individuare alcun collegamento con la profezia di Daniele, tanto che il teologo avventista Desmond Ford, nel suo libro Daniel 8:14, the Day of Atonement, and the Investigative Judgment (Daniele 8:14, il giorno dell’espiazione, e il Giudizio Investigativo) fu costretto ad ammettere: “Leggendo Ebr. 9 certe cose saltano subito all’occhio. Non c’è nessuna palese allusione al libro di Daniele e sicuramente nessuna a Dan. 8:14 … L’intero capitolo è un’applicazione di Lev. 16 … La nostra dottrina del santuario non si trova nell’unico libro del Nuovo Testamento che spiega il significato dei servizi che avevano luogo nel santuario. Questo è un fatto riconosciuto da noti scrittori avventisti di tutto il mondo”. Per aver riconosciuto tale incongruenza Ford venne espulso dalla Chiesa Avventista.
Fatta questa opportuna premessa, poiché comunque l’apostolo Paolo dopo aver parlato dell’antico santuario e dei sacrifici che vi si compivano secondo la disposizione della Legge mosaica scrisse che quella Legge era “un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1), dopo aver esaminato, nei precedenti post, il significato profetico del sacerdozio aaronnico e di alcune parti dell’antico santuario, poi sostituito dal bellissimo tempio di Salomone, come il “cortile” con l’altare dei sacrifici e il “santo” con il candelabro d’oro, la tavola del pane di presentazione e l’altare dell’incenso, è doveroso e necessario cercare di comprendere, alla luce delle Sacre Scritture e non dell’emotività personale e visionaria, anche il significato profetico dell’altro compartimento del santuario o tempio, il “santissimo” nonché dei sacrifici ad esso strettamente connessi, quelli del giorno di Espiazione.
egli entrò una volta per sempre nel luogo santo” – Ebrei 9:12
Nella citata lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo parla del “santuario” con uno specifico riferimento alla tenda o “tabernacolo” costruito su istruzione divina da Mosè nel deserto del Sinai nel 1512 a.C. Dopo aver fatto una sintetica descrizione di come era fatto l’antico tabernacolo egli scrisse: “Ma ora non è il tempo di parlare di queste cose nei particolari … Questa medesima tenda è un’illustrazione per il tempo fissato che ora è venuto, e conforme ad essa si offrono sia doni che sacrifici” (Ebrei 9:5,9). Il “tempo fissato che ora è venuto”, nel caso dell’apostolo era il 61 d.C., quando scrisse la sua lettera. Quello, secondo l’ispirato scrittore biblico, era il tempo dell’adempimento antitipico di ciò che l’antico “tabernacolo”, con tutti i suoi comparti, rappresentava! Infatti, proseguendo nella sua lettera l’apostolo scrisse: “Comunque, quando Cristo venne come sommo sacerdote delle buone cose adempiute, attraverso la tenda più grande e più perfetta non fatta con mani, cioè non di questa creazione, entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:11,12). Il “luogo santo” di cui qui si fa menzione è proprio il “santissimo” dell’antico tabernacolo dove il sommo sacerdote entrava una volta l’anno, il giorno di Espiazione, prima col sangue del toro sacrificato e poi con quello del capro che la sorte aveva designato per il sacrificio (cfr. Levitico capitolo 16). Come afferma l’apostolo, l’aspetto antitipico di quell’antico avvenimento si era adempiuto nel I secolo con l’entrata di Cristo nella “tenda più grande e più perfetta non fatta con mani”; in altre parole fu in quel tempo che Gesù entrò nel “santissimo” del tempio celeste e non nel 1844 come affermato dagli Avventisti seguaci di Hiram Edson e di Ellen G. White!
Quando e come Cristo entrò nel “santissimo” del tempio spirituale?
inaugurò per noi come via nuova e vivente attraverso la cortina, cioè la sua carne” – Ebrei 10:20
Nei miei precedenti post su questo argomento ho esaminato le Scritture che indicano il 29 A.D. come l’anno in cui il tempio spirituale raffigurato dall’antico “tabernacolo” costruito da Mosè venne all’esistenza, anno in cui Gesù si recò al fiume Giordano per essere battezzato da Giovanni Battista e fu unto dallo spirito santo di Dio come Sommo Sacerdote e futuro Re del regno di Dio (cfr. il mio post del 1 dicembre 2015, ABBIAMO UN GRANDE SOMMO SACERDOTE CHE HA ATTRAVERSATO I CIELI, GESÙ IL FIGLIO DI DIO,  https://gi1967.wordpress.com/2015/12/01/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-ii/). Ho anche analizzato i versetti biblici che dimostrano come il compartimento denominato “il santo” simboleggiava la condizione di Gesù quale Figlio di Dio generato dallo spirito pur essendo ancora in forma umana sulla terra (cfr. il post del 29 gennaio 2016, QUESTA MEDESIMA TENDA È UN’ILLUSTRAZIONE PER IL TEMPO FISSATO, CHE ORA È VENUTO, https://gi1967.wordpress.com/2016/01/29/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-iv/). Giova qui ricordare che “il santo” era separato dall’altro compartimento interno del tabernacolo denominato “il santissimo” o “il santo dei santi” da una tenda chiamata “cortina” che nessuno era autorizzato a oltrepassare con eccezione del Sommo Sacerdote, ma una sola volta l’anno, il giorno di Espiazione. Questo è il punto focale di questa trattazione che fa ulteriore luce sul vero significato delle parole dell’apostolo riportate nella lettera agli Ebrei capitolo 9 e, conseguentemente, dà la risposta alla domanda: quando e come Cristo entrò nel “santissimo” del tempio spirituale?
In Ebrei 10:19,20 si legge che Gesù, per entrare nel “luogo santo”, passò: “attraverso la cortina, cioè la sua carne”. Dunque la “cortina” raffigurava la “carne” o il corpo carnale di Gesù. Esso infatti era la barriera che impediva a Gesù di entrare alla presenza del Padre mentre era uomo sulla terra poiché, come è scritto: “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l’incorruzione” (1Corinti 15:50). Ecco perché quando Gesù morì, “la cortina del santuario si squarciò in due, da cima a fondo” (Matteo 27:51). Questo indicò in modo vivido che ora la barriera che impediva a Gesù di entrare in cielo era stata rimossa. Tre giorni dopo, Geova Dio compì uno straordinario miracolo. Risuscitò Gesù non come un mortale essere umano di carne e sangue, ma come gloriosa creatura spirituale, come è scritto: “Il primo uomo Adamo divenne anima vivente”. L’ultimo Adamo divenne spirito vivificante” (1Corinti 15:45). Quaranta giorni dopo, Gesù ascese al cielo ed entrò nel vero “santissimo” o “santo dei santi”, “per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9:24). Cos’è dunque il “santissimo” del tempio spirituale di Dio?

 Deposizione

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Nella sua ispirata lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo disse che per entrare nel “santissimo” del tempio spirituale Gesù dovette attraversare la simbolica “cortina” che divideva il “santo” dal “santissimo” (cfr. Esodo 26:31-33). Quindi spiega che la cortina raffigurava la carne di Gesù; in Ebrei 10:19,20 infatti si legge: “Perciò, fratelli, poiché abbiamo franchezza per la via d’ingresso nel luogo santo mediante il sangue di Gesù, che egli inaugurò per noi come via nuova e vivente attraverso la cortina, cioè la sua carne”. Il “santissimo” della tenda di adunanza, o” tabernacolo”, conteneva l’arca del patto; il coperchio dell’Arca sormontato da due cherubini d’oro rappresentava il trono di Dio. Perciò il “santissimo” viene usato in senso figurato per rappresentare la dimora di Geova Dio, il cielo stesso. Per questo l’apostolo scrisse: “quando Cristo venne come sommo sacerdote … entrò non in un luogo santo fatto con mani, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9:11,24). Finché Gesù restava un uomo carnale non avrebbe potuto accedere al cielo poiché, come è ancora scritto: “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l’incorruzione” (1Corinti 15:50). Il 14 nisan del 33 A.D. Gesù venne giustiziato dai soldati romani su istigazione degli ipocriti scribi e farisei giudaici deponendo così il suo corpo carnale in una morte di sacrificio. In quel momento la “cortina” del tempio di Gerusalemme si squarciò in due, mostrando che la carne di Gesù non costituiva più una barriera che gli impediva l’accesso alla presenza di Geova in cielo (cfr. Matteo 27:50,51). Tre giorni dopo, infatti, Dio lo risuscitò dandogli un corpo spirituale, come viene testimoniato: “È seminato corpo fisico, è destato corpo spirituale”, ““Il primo uomo Adamo divenne anima vivente”. L’ultimo Adamo divenne spirito vivificante” (1Corinti 15:44,45). L’apostolo Pietro anche confermò che Cristo fu “messo a morte nella carne, ma … reso vivente nello spirito” (1Pietro 3:18). Con quel corpo spirituale quaranta giorni dopo Gesù poté tornare in cielo “per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” e presentare il valore del suo sacrificio (Ebrei 9:24).
Geova è nel suo santo tempio. Geova, nei cieli è il suo trono” – Salmo 11:4
Nell’antico tabernacolo il compartimento chiamato “santissimo” conteneva l’Arca del patto; questa serviva come archivio santo per conservare la testimonianza o i sacri rammemoratori: le due tavolette della testimonianza o Dieci Comandamenti, una giara d’oro contenente la manna e la verga di Aaronne che germogliò. L’Arca rappresentava la presenza di Dio in mezzo al popolo in quanto Dio stesso disse: “Lì per certo mi presenterò a te e ti parlerò di sopra il coperchio, di fra i due cherubini che sono sull’arca della testimonianza” (Esodo 25:22). Il coperchio dell’Arca era sormontato da due cherubini d’oro con le ali spiegate a coprire la cassa; circa il loro significato Dio stesso fece scrivere dal suo profeta Samuele: “Geova degli eserciti … siede sui cherubini” (1Samuele 4:4). Il “santissimo” del tabernacolo era dunque il luogo ove Geova risiedeva in mezzo al suo popolo, l’Arca del patto rappresentava la sua presenza. Quell’Arca rimase nel tabernacolo, ed in seguito nel “santissimo” del tempio costruito da Salomone, per circa 900 anni poi scomparve dalla circolazione, infatti non è inclusa nell’elenco degli arredi del tempio portati via dai babilonesi nel 607 a.C. La Bibbia non rivela quando e in quali circostanze sia scomparsa ma è significativa la coincidenza col fatto che in quel tempo i rappresentanti della casa di Davide smisero di ‘sedere sul trono di Geova come re’. Dal 607 a.C. infatti Geova Dio non ebbe più una rappresentanza visibile della sua sovranità sulla terra in mezzo al popolo di Israele (cfr. Ezechiele 21:25-27).
Ma la Parola di Dio rivela un’altra cosa. Nel libro di Rivelazione o Apocalisse si legge: “E il santuario del tempio di Dio che è in cielo fu aperto, e l’arca del suo patto fu vista nel santuario del suo tempio” (Rivelazione o Apocalisse 11:19). Certamente quella non fu la letterale Arca del patto costruita da Mosè che era stata trasferita in cielo; sappiamo infatti che il libro di Rivelazione usa un linguaggio simbolico, perciò quella visione dovette simboleggiare qualcosa in relazione con il regno celeste. Il fatto che nella visione apocalittica l’Arca del patto venne vista in cielo significava semplicemente che il “santissimo” del tempio spirituale rappresentava la dimora di Geova, il cielo dove, nella disposizione divina, Gesù doveva ritornare dopo aver compiuto la sua missione sulla terra per esercitare il suo potere come Re incaricato del Regno di Dio e dove avrebbero avuto accesso, terminata la loro vita terrena, anche i suoi 144.000 coregnanti “comprati dalla terra” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). Fu per questo motivo che nella sua lettera agli Ebrei l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere le parole, già in parte citate: “Perciò, fratelli, poiché abbiamo franchezza per la via d’ingresso nel luogo santo mediante il sangue di Gesù,che egli inaugurò per noi come via nuova e vivente attraverso la cortina, cioè la sua carne … Manteniamo salda la pubblica dichiarazione della nostra speranza” (Ebrei 10:19-23).
Riassumendo, quindi, il valore simbolico dell’antico “tabernacolo” possiamo dire, alla luce delle Sacre Scritture, che esso rappresentava la disposizione di Dio per la salvezza del genere umano e riportare l’intera terra sotto la sua sovranità. Esaminandone gli aspetti principali possiamo comprendere che:
L’ “altare dei sacrifici” collocato nel cortile rappresentava il più grande sacrificio, quello della vita perfetta di Gesù quale riscatto corrispondente alla vita perfetta persa dal peccatore Adamo (cfr. Ebrei 13:10). Grazie a quel sacrificio gli esseri umani discendenti di Adamo hanno ora l’opportunità di riottenere quello che Adamo perse col suo peccato: la perfezione umana, sia sotto l’aspetto fisico che morale! Perfino coloro che sono morti potranno tornare a vivere per sempre sulla terra mediante la risurrezione di cui Cristo fu il precursore,  “primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1Corinti 15:20).
Il compartimento del “santo” raffigurava la condizione di Gesù quale Figlio spirituale di Dio, generato dallo spirito santo mentre era ancora sulla terra con un corpo carnale. Questa ‘nuova nascita’ avvenne il giorno del suo battesimo quando lo spirito santo di Dio scese su di lui e si udì la voce del Padre dire: “Tu sei mio Figlio, il diletto; io ti ho approvato” (Marco 1:11), dichiarazione che richiamava alla mente la medesima dichiarazione profetica pronunciata dall’ispirato salmista: “Tu sei mio Figlio; io, oggi, ti ho generato” (Salmo 2:7).  Essa fu necessaria affinché, adempiuto il suo mandato terreno, Gesù potesse poi ritornare in cielo dove non è possibile accedere con corpi carnali (cfr. 1Corinti 15:50). Questa ‘nuova nascita’ di Gesù quale Figlio spirituale di Dio venne confermata sia dall’apostolo Paolo che, sotto ispirazione divina, scrisse: “L’ultimo Adamo divenne spirito vivificante” (1Corinti 15:45) che dall’apostolo Pietro, il quale fu ugualmente ispirato a scrivere: “Cristo morì una volta per sempre in quanto ai peccati, un giusto per ingiusti, per condurvi a Dio, essendo messo a morte nella carne, ma essendo reso vivente nello spirito” (1Pietro 3:18).
La “cortina” che divideva il “santo” dall’altro compartimento più interno del tabernacolo, denominato “santissimo”, come viene spiegato dall’apostolo in Ebrei 10:19,20, simboleggiava la barriera carnale che Gesù doveva attraversare per entrare nel “santissimo”, cioè il suo corpo carnale, la sua umanità. Gesù attraversò in modo simbolico la “cortina” il 14 nisan del 33 A.D. allorché abbandonò il suo corpo carnale con una morte di sacrificio. Quando lo risuscitò il terzo giorno Dio gli diede un corpo spirituale, come è stato testimoniato: “È seminato corpo fisico, è destato corpo spirituale” (1Corinti 15:44). Come persona spirituale, quaranta giorni dopo poté tornare in cielo per presentare a Dio il valore del suo sacrificio (cfr. Ebrei 9:24).
Il “santissimo”, infine, rappresenta il cielo, la dimora di Geova Dio e la sede del suo regno, come Egli stesso ha fatto scrivere: “Geova è nel suo santo tempio. Geova, nei cieli è il suo trono” (Salmo 11:4). Tornato in cielo Gesù poté presentare a Dio il valore espiatorio del suo sacrificio. L’ispirata lettera agli Ebrei sostiene questa interpretazione paragonando l’ingresso del sommo sacerdote di Israele nel Santissimo il giorno di Espiazione, all’ingresso in ciò che il Santissimo simboleggiava, del grande Sommo Sacerdote, Gesù Cristo, col suo sacrificio per i peccati. In essa si legge: “nel secondo compartimento [il Santissimo] solo il sommo sacerdote entra una volta l’anno [il giorno di Espiazione] … quando Cristo venne come sommo sacerdote delle buone cose adempiute … entrò non in un luogo santo fatto con mani, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9 7-12,23,24).
E proprio un’attenta considerazione del giorno di Espiazione e del suo significato profetico, che mi riservo per il prossimo post, ci aiuta a fare maggiore luce sul vero significato simbolico dell’antico “tabernacolo” e delle parole che l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere nella sua lettera agli Ebrei.
Quando, dunque, ci si allontana da ciò che la Parola di Dio insegna per andar dietro a pensieri umani, come è accaduto agli Avventisti che hanno seguito le idee personali di Hiram Edson e della Ellen G. White, il risultato è quello di distorcere la verità e le Scritture stesse nel vano tentativo di adattarle a tali errati concetti. La conseguenza ancora più grave è di perseguire false speranze, come quella di vedere tornare Cristo, ora una celeste e potente creatura spirituale, in carne ed ossa sulla terra o di seguirlo con i corpi carnali in cielo, come sono stati indotti a credere molti in contrasto con quanto dichiarato in 1Corinti 15:50! Il risultato questa volta potrebbe essere una delusione ancora più grande e cocente di quella patita il 22 ottobre 1844!

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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