LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VI

“QUESTO SIGNIFICA IL MIO SANGUE … CHE DEVE ESSERE VERSATO A FAVORE DI MOLTI PER IL PERDONO DEI PECCATI”

Matteo 26:28

Cristo

Anteprima
Vi dichiarate ‘cristiani? … Allora qual è la vostra speranza per il futuro?… Sperate in qualche modo di andare a vivere in cielo, alla presenza di Dio, come insegnano ai loro fedeli la maggior parte delle confessioni religiose cosiddette ‘cristiane’? … Se è così dovreste leggere con molta attenzione le informazioni che seguono, basate principalmente sulla Parola di verità di Dio. Perché? … Coloro che si dichiarano ‘cristiani’, appartenenti ad una delle religioni della galassia protestante, o alle varie Chiese Ortodosse o alla Chiesa Cattolica, oggi sono circa 2.200.000.000 su tutta la terra; a questi si devono aggiungere anche i milioni di uomini e donne che hanno dichiarato di avere la stessa fede ma che si sono addormentati nella morte. Ma la Parola di Dio dice esplicitamente che solo 144.000 “sono comprati dalla terra … comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). Nella visione apocalittica l’apostolo Giovanni li vede stare insieme all’Agnello, Cristo Gesù, “sul monte Sion”; cosa simboleggia? … Sion anticamente era il monte su cui sorgeva Gerusalemme, la capitale del regno di Israele che rappresentava il dominio divino sulla terra. Perciò nella visione è preso come simbolo della sede celeste del Regno di Dio. L’apostolo Paolo lo confermò quando scrisse sotto ispirazione divina: “vi siete accostati al monte Sion e alla città dell’Iddio vivente, la Gerusalemme celeste, e a miriadi di angeli, in generale assemblea, e alla congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli, e a Dio giudice di tutti, e alle vite spirituali dei giusti che sono stati resi perfetti, e a Gesù mediatore di un nuovo patto” (Ebrei 12:22-24). Questi 144.000, e solo loro, sono dunque destinati alla vita celeste con l’incarico di affiancare Gesù nel regno millenario, svolgendo la doppia funzione di ‘re e sacerdoti’ (cfr. Rivelazione o Apocalisse 5:10). Che fine faranno tutti gli altri? … Quale sarà la vostra personale sorte? … La storia dimostra che nel corso del tempo alcuni che dichiaravano di essere ‘cristiani’ si aspettavano di andare in cielo, ma sono rimasti profondamente delusi; quella loro speranza non si è mai concretizzata. Ad esempio, il 22 ottobre del 1844 migliaia di ‘cristiani’ avventisti aspettarono che Gesù scendesse dal cielo per prenderli e portarli con se nel reame celeste. La loro delusione fu grande quando ciò non si avverò! … Nonostante questo quei ‘cristiani’ hanno ripreso a sperare nella discesa di Cristo per prenderli e portarli con se in cielo. Oltre a loro milioni di fedeli delle altre confessioni ‘cristiane’ si aspettano in qualche modo di andare a vivere in cielo, alla loro morte o in qualche tempo stabilito da Dio. C’è il rischio che questa speranza sia ancora delusa? E perché? … Cosa insegna la Parola di Dio al riguardo? …

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Una cosa che sembra molto difficile da comprendere e accettare per molti sedicenti ‘cristiani’ è la dicotomia della speranza contenuta nelle Sacre Scritture. Quasi tutte le confessioni religiose facenti capo a un cristianesimo che spesso non si basa sugli insegnamenti di Cristo e dei suoi fedeli apostoli ma su tradizioni, filosofie e ragionamenti d’origine umana, che siano essi formulati da “Dottori”, “Maestri”, “Santoni”, presunti “Profeti”, ecc., insegnano ai loro fedeli, pur con qualche variante l’una rispetto all’altra, che andranno tutti a vivere in cielo dopo la loro morte o, comunque, al ritorno di Cristo. Eppure Gesù parlò chiaro quando disse: “Felici quelli che si rendono conto del loro bisogno spirituale, poiché a loro appartiene il regno dei cieli … Felici quelli che sono d’indole mite, poiché erediteranno la terra” (Matteo 5:3,5). Sembra abbastanza chiaro l’insegnamento di Cristo: c’è una speranza celeste e una terrestre. Chi e perché può perseguire la prima, chi e perché si affida alla seconda?
Pur avendo esiti diversi, queste due speranze hanno un comune denominatore: il sacrificio di Cristo. Questo, infatti, fu il provvedimento preso da Geova Dio per la salvezza di tutto il genere umano ubbidiente discendente da Adamo, come è stato scritto: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, onde chiunque esercita fede in lui non sia distrutto ma abbia vita eterna”, perciò “come in Adamo tutti muoiono, così anche nel Cristo tutti saranno resi viventi” (Giovanni 3:16; 1Corinti 15:22). Sempre sotto ispirazione divina, poi l’apostolo Paolo aggiunse: “Dio ritenne bene di far dimorare in lui tutta la pienezza,e per mezzo di lui riconciliare di nuovo con sé tutte le altre cose facendo la pace mediante il sangue che egli sparse sul palo di tortura, siano esse le cose sulla terra o le cose nei cieli” (Colossesi 1:19,20). Come si evince, ancora una volta viene dato risalto alla duplice speranza che Dio, mediante il sacrificio di Cristo, ha posto dinnanzi al genere umano: l’espressione “le cose sulla terra” si riferisce agli esseri umani che otterranno la vita eterna sulla terra (cfr. Salmo 37:29) mentre l’espressione “le cose nei cieli” si riferisce a coloro che invece hanno la speranza di vivere in cielo come re e sacerdoti accanto al Re e Sommo Sacerdote, Cristo Gesù (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:6).
In linea con il tema di questa serie di post, anche questa duplice speranza venne raffigurata da una disposizione che Geova Dio prese nel passato a favore del popolo di Israele, scritta nella Legge data per mezzo di Mosè e riportata nella Parola di Dio anche per il nostro beneficio, così spiegata: “Tutte le cose che furono scritte anteriormente furono scritte per nostra istruzione, affinché per mezzo della nostra perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza” (Romani 15:4). Questa disposizione fu la celebrazione del Giorno di Espiazione, come riportata nel libro biblico di Levitico al capitolo 16.
il decimo giorno di questo settimo mese … dovete affliggere le vostre anime” – Levitico 23:27
Quello era un giorno speciale per tutta la nazione. Doveva essere osservato “nel settimo mese, il decimo giorno del mese” (Levitico 16:29). Il “settimo mese”, chiamato etanim o tishri,  dell’anno sacro ebraico (che iniziava in primavera con il primo mese, chiamato abib o nisan, che si calcolava a partire dalla prima luna nuova più vicina all’equinozio di primavera, il 21 marzo dell’attuale calendario) era un mese particolarmente dedicato all’osservanza di feste comandate. Il 15° giorno del mese, infatti, si celebrava la “festa delle capanne”, detta anche “la festa della raccolta al volgere dell’anno” poiché segnava la fine dell’anno agricolo con la raccolta degli ultimi frutti della principale attività della popolazione, quella agricola. Durava 7 giorni, dal 15° al 21° giorno del mese e si concludeva l’8° giorno con una solenne assemblea. Erano giorni di grande allegria ma anche di rendimento di grazie per le benedizioni ricevute da Geova col frutto di tutte le messi (cfr. Numeri 29:12-38). Il giorno di Espiazione precedeva questa festa, poiché doveva celebrarsi il 10° giorno di tishri. Quello era un tempo di santo congresso e di digiuno, com’è indicato dal fatto che il popolo doveva “affliggere la propria anima” (cfr. Levitico 23:27). Questo era l’unico digiuno obbligatorio sotto la Legge mosaica. Era anche un sabato, tempo di astensione dal normale lavoro. Questa festa fu istituita quando Israele era accampato nel deserto del Sinai, dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana.
Dio stesso fornì il modello per la celebrazione di questo avvenimento che fu seguito da tutte le successive generazioni degli Israeliti. Gli aspetti principali erano questi:
Il sommo sacerdote doveva entrare nel primo compartimento del tabernacolo (poi del tempio costruito da Salomone) chiamato il “santo” con un giovane toro come offerta per il peccato e un montone come olocausto (cfr. Levitico 16:3 – *). Doveva anche prendere due capri, esattamente uguali, sani e senza difetto sui quali tirava la sorte per determinare quale dei due sarebbe stato sacrificato a Geova come offerta per il peccato e quale sarebbe stato lasciato libero nel deserto per portare i loro peccati come capro “per Azazel” (**).
Egli immolava il giovane toro come offerta per il peccato per sé e per la sua casa, che includeva l’intera tribù di Levi, di cui la sua famiglia faceva parte (cfr. Levitico 16:6,11). Quindi entrava nel secondo compartimento, detto il “santissimo”, dov’era conservata l’Arca della testimonianza, per bruciare incenso sul coperchio dell’arca sormontato da due cherubini. Fatta questa operazione usciva dal “santissimo” per prendere il sangue del toro sacrificato e vi rientrava con lo stesso per spruzzarlo, con il dito, sette volte davanti al coperchio dell’Arca. In questo modo completava l’espiazione per la classe sacerdotale, così che i sacerdoti erano resi puri e in grado di fare da mediatori fra Geova e il suo popolo (cfr. Levitico 16:6,14).
Successivamente immolava il capro su cui era caduta la sorte “per Geova”, ne portava il sangue nel “santissimo” da spruzzare ugualmente davanti al coperchio dell’Arca facendo in tal modo espiazione per il resto della popolazione, cioè per gli appartenenti alle altre tribù non sacerdotali di Israele (cfr. Levitico 16:15,16). Nessun altro, oltre al sommo sacerdote e solo in quella circostanza, poteva entrare nel “santissimo”, pena la morte (cfr. Levitico 16:2).
Poi doveva prendere un po’ del sangue del toro e un po’ del sangue del capro e uscire nel cortile, dov’era “l’altare dell’olocausto” e spruzzarli insieme, nella medesima maniera con cui l’aveva fatto verso l’Arca, sull’altare stesso. In questo modo l’altare veniva purificato e santificato (cfr. Levitico 16:16-20).
Infine il sommo sacerdote doveva rivolgere l’attenzione all’altro capro, quello “per Azazel”. Gli poneva le mani sul capo, confessava su di esso “tutti gli errori dei figli d’Israele e tutte le loro rivolte in tutti i loro peccati”, ponendoli sul suo capo, e poi lo mandava via “nel deserto”. In tal modo il capro portava gli errori degli israeliti nel deserto, dove scompariva (cfr. Levitico 16:20-22).
fratelli santi, partecipi della chiamata celeste” – Ebrei 3:1
In base a quando scritto dall’apostolo Paolo in Ebrei 10:1, cioè che “la Legge ha un ombra delle buone cose avvenire”, facendo il giorno di Espiazione parte di quella Legge, qual è il suo significato profetico? Nella sua lettera l’apostolo spiega che l’adempimento antitipico di quella celebrazione è imperniato sull’unico sacrificio di Gesù Cristo. Infatti, al capitolo 9, dopo aver detto che “come in realtà il sommo sacerdote entra nel luogo santo di anno in anno con sangue non suo”, con un chiaro riferimento a quanto accadeva nel giorno di Espiazione, affermò che “Cristo entrò non in un luogo santo fatto con mani, che è una copia della realtà, ma nel cielo stesso, per apparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi ... per togliere il peccato per mezzo del sacrificio di se stesso” (vv. 24-26). Il fatto che in quel giorno si portava nel Santissimo il sangue di più di un animale serviva a richiamare l’attenzione su aspetti diversi di ciò che viene conseguito dal perfetto sacrificio umano di Gesù. Quali?
Ricordiamo che la prima cosa che il sommo sacerdote faceva era quella di portare nel “santissimo” il sangue del toro che serviva per l’espiazione “di Aaronne e la sua casa” (cfr. Levitico 16:11), cioè per la classe sacerdotale. Scrivendo la sua prima lettera ai suoi conservi cristiani, sotto ispirazione divina l’apostolo Pietro disse: “voi, come pietre viventi, siete edificati come una casa spirituale in vista di un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo”, quindi aggiunse: “Voi siete ‘una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso, affinché dichiariate le eccellenze’ di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce” (1Pietro 2:5,9). Pertanto quei cristiani avrebbero affiancato Cristo, l’antitipico Sommo Sacerdote, nel servizio sacerdotale. Dove questi dovevano svolgere il loro servizio? Uno di loro, l’apostolo Paolo, lo spiegò dicendo: “Quindi, fratelli santi, partecipi della chiamata celeste, considerate l’apostolo e sommo sacerdote che noi confessiamo, Gesù” (Ebrei 3:1). È dunque in cielo che questi cristiani affiancheranno Gesù per officiare la loro opera sacerdotale. Come spiegato nel mio precedente post, proprio il cielo venne rappresentato dal compartimento detto “santissimo” dell’antico tabernacolo o tempio dove entrava una volta l’anno il sommo sacerdote, il giorno di Espiazione, e dove Cristo “entrò una volta per sempre … non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Per accedere al cielo Gesù dovette superare la simbolica “cortina” che divideva il “santo” dal “santissimo”, una parete divisoria che, come scrisse l’apostolo Paolo, rappresentava “la sua carne” (cfr. Ebrei 10:20). Dovette, cioè, abbandonare il suo corpo carnale nella morte per essere poi risuscitato con un corpo spirituale (cfr. il mio post del 23 febbraio u.s., CRISTO ENTRÒ … NEL CIELO STESSO, PER COMPARIRE ORA DINANZI ALLA PERSONA DI DIO PER NOI, https://gi1967.wordpress.com/2016/02/23/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-v/). In maniera simile anche i suoi sottosacerdoti dovranno abbandonare i loro corpi carnali nella morte per essere poi risuscitati con un corpo spirituale onde accedere al cielo. Quindi il sacrificio del giovane toro, il cui sangue veniva portato per primo nel “santissimo”, simboleggiò il fatto che il sacrificio di Cristo sarebbe stato applicato prima a favore di coloro che sarebbero stati uniti a Gesù nel sacerdozio con la speranza di andare a vivere in cielo dopo la loro morte. Questi furono prefigurati dalla tribù sacerdotale di Levi. Per questo motivo essi vengono definiti “primizie a Dio e all’Agnello” (cfr. Giacomo 1:18; Rivelazione o Apocalisse 14:4). Dio iniziò a scegliere le persone che  avrebbero fatto parte di questo primo gruppo il giorno di Pentecoste del 33 A.D. facendo scendere su di loro il suo spirito santo, proprio come aveva già fatto con Gesù il giorno del suo battesimo, “ungendoli” o nominandoli per quel particolare incarico (cfr. Atti 2:1-4). Anch’essi, infatti devono “nascere di nuovo” o essere “ricreati” o, come viene più propriamente detto, “adottati” quali figli spirituali di Dio per poter accedere al reame celeste (cfr. Matteo 19:28; Giovanni 1:12; 3:3-7; Romani 8:14-16). La raccolta dei cristiani con la speranza celeste è continuata nei secoli fino a completare il numero stabilito da Dio di 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:4; 14:1-4). Proprio perché il numero di quelli che hanno la speranza di andare in cielo a regnare con Cristo è limitato, Gesù lo definì un “piccolo gregge” dicendo loro: “Non aver timore, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha approvato di darvi il regno” (Luca 12:32).

 Unti

Felici quelli che si rendono conto del loro bisogno spirituale, poiché a loro appartiene il regno dei cieli
Il giorno di Pentecoste del 33 A.D. Geova Dio iniziò a scegliere coloro che avrebbero affiancato Cristo Gesù nel governo celeste che dovrà riportare sulla terra le condizioni paradisiache che c’erano prima del peccato di Adamo ed Eva. Egli fece scendere il suo spirito santo, con una manifestazione visibile simile a fiammelle di fuoco, su 120 discepoli di Gesù riuniti in una stanza a Gerusalemme. In tal modo li rigenerò come suoi figli spirituali, come aveva già fatto con Gesù al tempo del suo battesimo, così che abbandonati i loro corpi carnali nella morte potessero essere risuscitati con un corpo spirituale per accedere al cielo. La Bibbia chiama la loro risurrezione “prima risurrezione” (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:5,6) perché, come spiegò l’apostolo Paolo, è “la risurrezione dai morti che ha luogo più presto”, “alla presenza del Signore” (cfr. Filippesi 3:11; 1Tessalonicesi 4:15,16; cfr. anche 1Corinti 15:22,23) e in ordine di importanza, poiché la loro risurrezione sarà come quella di Cristo (cfr. Romani 6:5), riguardo alla quale l’apostolo Pietro disse: “Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, poiché secondo la sua grande misericordia ci ha dato un nuova nascita per una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un’eredità incorruttibile e incontaminata e durevole. Essa è riservata nei cieli per voi” (1Pietro 1:3,4). Da allora il radunamento di quelli che hanno la speranza celeste è continuato fino ai nostri giorni onde completare il numero fissato da Dio di 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:4; 14:1-4).
I giusti stessi possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” – Salmo 37:29
Il fatto che dopo fosse presentato il sangue di un secondo sacrificio, quello del capro dell’offerta per il peccato fatta “per il popolo” (cfr. Levitico 16:15,16), indicava che, dopo la classe celeste, altri esseri umani avrebbero beneficiato del sacrificio di Gesù. Questi furono prefigurate dalle “dodici tribù [non sacerdotali] d’Israele” nel Giorno di Espiazione. Infatti Gesù aveva detto ai suoi discepoli che costituirono il gruppo iniziale dei 144.000 eletti: “Nella ricreazione, quando il Figlio dell’uomo sederà sul suo glorioso trono, anche voi che mi avete seguito sederete su dodici troni, giudicando le dodici tribù d’Israele” (Matteo 19:28). A loro si riferì Gesù quando disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile; quelle pure devo condurre, ed esse ascolteranno la mia voce, e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Giovanni 10:16). Chi intese con l’espressione “altre pecore”? Tale espressione richiama alla mente una parabola di Gesù, quella delle pecore e dei capri narrata in Matteo 25:31-46. Nella parabola le persone paragonate a “pecore” riceveranno, l’approvazione di Cristo e le benedizioni promesse, quando egli “sederà sul suo glorioso trono”. Perché saranno benedette? Gesù dice perché avranno fatto del bene ai suoi fratelli spirituali. Se ne deduce che le “altre pecore” sono un gruppo di persone diverse da questi che hanno la speranza celeste. Infatti Gesù prima di parlare delle “altre pecore” menzionò un “ovile” dove già entravano delle “pecore” che lo seguivano riconoscendolo come “il pastore eccellente”. Chi erano queste? Proprio il gruppo delle “primizie a Dio e all’Agnello”, cioè coloro che per primi lo accettarono come il Messia promesso al tempo della sua venuta sulla terra. Quando, infatti, Gesù si presentò come Pastore, nel 29 A.D. dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista, disse che era stato specificamente mandato alle “pecore smarrite della casa d’Israele” (Matteo 15:24). Durante i suoi tre anni e mezzo di ministero terreno egli limitò la sua predicazione agli Israeliti naturali. I 120 discepoli che per primi vennero unti con spirito santo il giorno di Pentecoste del 33 A.D. appartenevano tutti alla nazione di Israele (cfr. Atti 2:2-4). Cosi i 3.000 e i 5.000 che divennero suoi discepoli a seguito della testimonianza dei suoi apostoli erano giudei o proseliti giudei che venivano da ogni parte della terra (cfr. Atti 2:5-41; 3:1-26, 4:1-4). Dopo qualche tempo lo spirito santo scese anche sui samaritani e successivamente, a partire dal 36 d.C., anche sui “gentili”, cioè su persone non di stirpe ebraica (cfr. Atti 8:14-17; 10:44-48). Quindi, come già menzionato, il radunamento continuò fino a completare il numero di quelli che venivano scelti con l’unzione dello spirito santo, il “piccolo gregge”. Tutti questi, entrarono a far parte dell’ “ovile” menzionato da Gesù in Giovanni 10:1-10.
Ma poi Gesù disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile”. Questi erano suoi discepoli che non facevano parte del “piccolo gregge”, cioè non avevano la speranza di andare in cielo per essere “re e sacerdoti” insieme a Cristo. Infatti, nella visione apocalittica, dopo aver visto sul “monte Sion”, che rappresentava il regno celeste, i 144.000 “che sono stati comprati dalla terra … comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello”, l’apostolo Giovanni vide “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua”. Queste persone non stavano sul celeste “monte Sion”, perciò non erano coloro che ricevevano un’eredità spirituale o celeste, ma stavano “in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello … E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello”” (Rivelazione o Apocalisse 7:4,9,10; 14:1-4). Gli appartenenti a questa “grande folla” pure usufruiscono dei benefici del sacrificio di Cristo ma con una prospettiva diversa: saranno i sudditi terreni del Regno di Dio, si, hanno la speranza di vivere per sempre sulla terra. Infatti, alla domanda: “Questi che sono vestiti di lunghe vesti bianche, chi sono e da dove son venuti?” la risposta è “Questi sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro lunghe vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:13,14). Essi sono coloro che hanno esercitato fede nel valore espiatorio del sacrificio di Gesù perciò sopravvivranno alla predetta prossima “grande tribolazione” con la quale si porrà fine al sistema satanico sulla terra (cfr. Matteo 24:21). A loro si uniranno, durante il millennio del Regno di Cristo e dei suoi coeredi celesti, i fedeli uomini che sono vissuti e morti prima del sacrificio di Cristo, i quali per questo motivo non hanno la speranza di andare in cielo (cfr. Matteo 11:11; Atti 2:29,34) ma saranno risuscitati per tornare a vivere per sempre sulla terra (cfr. Salmo 45:16). Tutti questi, cioè gli appartenenti alla “grande folla” che sopravvivrà alla fine del sistema satanico e i fedeli uomini del passato che saranno risuscitati durante i mille anni di dominio del Regno (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:13) compongono le “altre pecore” menzionate da Gesù in Giovanni 10:16; essi sono i “giusti” che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre” (Salmo 37:29).
Alla fine delle procedure sopradescritte, il sommo sacerdote doveva “uscire verso l’altare”, che si trovava nel cortile del tabernacolo o del tempio, “prendere parte del sangue del toro e parte del sangue del capro e metterlo sui corni dell’altare all’intorno” (Levitico 16:18). Quale significato aveva tale azione? Come già spiegato nel mio precedente post del 29 gennaio u.s. (QUESTA MEDESIMA TENDA È UN’ILLUSTRA-ZIONE PER IL TEMPO FISSATO, CHE ORA È VENUTO, https://gi1967.wordpress.com/2016/01/29/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-iv/) l’altare dell’olocausto raffigurava il provvedimento di Dio per il riscatto della progenie di Adamo da questi condannata a morire, cioè il perfetto sacrificio umano di suo Figlio Cristo Gesù. Pertanto il fatto che il sangue sia del toro che del capro sacrificati venivano sparsi insieme sull’altare stava ad indicare che entrambe le speranze raffigurate dai due sacrifici, quella celeste, per quanto riguardava l’offerta del toro, e quella terrena, simboleggiata dall’offerta del capro, si basavano su un unico sacrificio, quello della vita umana perfetta di Gesù, rappresentata dal suo sangue “versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:28).

 Altre pecore

Felici quelli che sono d’indole mite, poiché erediteranno la terra
Gesù chiamò “piccolo gregge” i suoi 144.000 coeredi celesti (cfr. Luca 12:32). Poi disse: “Ho altre pecore che non sono di questo ovile” (Giovanni 10:16). Dicendo che non erano “di questo ovile” affermò che esse non facevano parte del ristretto gruppo di suoi discepoli ai quali il Padre dà “il regno”. Queste rappresentano uomini e donne umili, sottomessi al Re celeste che hanno una speranza diversa. Non vanno in cielo a regnare con Cristo ma sono i sudditi terreni del suo regno. Essi sono quei “giusti” di cui si parla nel Salmo 37:29 che “possederanno la terra, e risiederanno su di essa per sempre”. Queste simboliche “altre pecore” saranno composte da quella “grande folla”, non numerata, di discepoli di Gesù che sopravvivranno alla prossima “grande tribolazione” con la quale Geova Dio porrà fine al sistema satanico sulla terra (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:9,10) e dai fedeli discepoli che si sono addormentati nella morte, i quali saranno risuscitati durante il regno millenario (cfr. Rivelazione o Apocalisse 20:6). Tra quest’ultimi ci saranno i fedeli uomini dell’antichità morti prima della venuta di Cristo, come Enoc, Noè, Abramo, Giacobbe, Isacco, Davide, Giuseppe il marito di Maria e tutti gli altri uomini e donne di fede menzionati nel capitolo 11 di Ebrei (cfr. Salmo 45:16). Essi riceveranno di nuovo la vita mediante la risurrezione grazie al sacrificio di Cristo, divenendo in tal modo da suoi “antenati”, suoi “figli”.
è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” – Levitico 17:11
Infatti, riguardo al secondo capro scelto per quel particolare giorno, il comando di Dio diceva: “deve restare vivo dinanzi a Geova in modo da fare espiazione per esso, al fine di mandarlo via per Azazel nel deserto” (Levitico 16:10). Cosa simboleggiava? Un modello fornito nella Legge ci aiuta a comprenderlo. Quando un israelita veniva colpito dalla lebbra, per certificarne la guarigione il sacerdote doveva prendere due uccelli; uno dei due veniva sgozzato mentre l’altro doveva essere immerso nel sangue di quello sgozzato, dopo di che l’uccello vivo veniva lasciato volare via, in tal modo era come se portava via l’impurità della persona che ne era stata colpita (cfr. Levitico 14:1-8). Allo stesso modo il secondo capro, quello “per Azazel”, sul quale il sommo sacerdote confessava tutti i peccati del popolo, veniva mandato via nel deserto portando con se tutti i peccati commessi dal popolo l’anno prima, che venivano così perdonati. Il valore espiatorio di questo capro derivava dal sangue del capro sacrificato. Geova Dio, infatti, aveva dato al sangue un significato sacro, quando fece scrivere: “l’anima della carne è nel sangue, e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione … perché è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” (Levitico 17:11). Il sangue, quindi, rappresentava la vita di tutte le sue creature. Nel giorno di Espiazione la vita del capro ucciso passava così al capro vivo, cioè al “capro per Azazel” il quale simbolicamente portava via dal popolo i peccati commessi. Il fatto di usare due capri che, ricordiamo erano perfettamente uguali e solo la sorte decideva quale sacrificare e quale mantenere in vita, serviva, quindi, ad accrescere il significato del perdono che Geova concede a coloro che si pentono, come viene spiegato nel Salmo 103:12 con il quale Dio assicura: “Quanto il levante è lontano dal ponente, tanto lontano da noi egli ha posto le nostre trasgressioni”. Erano necessari due capri, perché uno solo non poteva servire come sacrificio letterale ed essere usato poi per portare via i peccati d’Israele. Allo stesso modo Gesù Cristo non solo fu sacrificato, ma porta anche via i peccati di coloro per i quali morì come sacrificio.
Quindi, contrariamente a quando viene insegnato in alcune confessioni cosiddette ‘cristiane’, come gli Avventisti del settimo giorno ad esempio, il “capro per Azazel” non simboleggia Satana il Diavolo il quale non può avere alcuna partecipazione al progetto di espiazione del peccato da parte di Dio! Semmai egli, come insegnano le Scritture, è l’ispiratore principale del peccato (cfr. Giovanni 8:44). Infatti, mediante il suo profeta Isaia Dio fece scrivere: “portò lui stesso le nostre infermità; e in quanto alle nostre pene, se le caricò … egli era trafitto per la nostra trasgressione; era schiacciato per i nostri errori … Geova stesso ha fatto imbattere in lui l’errore di tutti noi … ed egli stesso portò il medesimo peccato di molti, e si interponeva per i trasgressori” (Isaia 53:4-6,12). L’apostolo Pietro, nella sua prima lettera ispirata, ribadì questo punto quando scrisse:Egli stesso portò i nostri peccati nel proprio corpo, sul palo, affinché morissimo ai peccati e vivessimo per la giustizia(1Pietro 2:24). Di chi stavano parlando gli scrittori ispirati? … si, proprio di Gesù! (cfr. Matteo 8:17) … è lui il simbolico “capro per Azazel in quanto portò via con il suo sacrificio i peccati di tutti coloro che manifestano fede nel valore espiatorio di questo provvedimento di Dio.
L’antico giorno di Espiazione permetteva solo un temporaneo perdono dei peccati, per questo doveva essere ripetuto di anno in anno. Ma, come abbiamo visto, i vari aspetti di quella celebrazione annuale prefiguravano la grande espiazione dei peccati compiuta da Gesù quando venne sulla terra. Per questo l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere: “quando Cristo venne come sommo sacerdote delle buone cose adempiute … entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna”. Gli ebrei di oggi, i quali non riconoscono il sacrificio di Gesù, continuano a osservare il giorno di Espiazione, lo Yom Kippur, ma la loro celebrazione ha ben poco in comune con quella istituita da Dio; infatti viene tenuta senza tabernacolo, né altare, né arca del patto, non vengono sacrificati tori né capri e non esiste un sacerdozio levitico. Oggi i cristiani non hanno bisogno di celebrare un giorno di Espiazione poiché quella disposizione, come molte altre previste dalla Legge mosaica, vennero abrogate con la morte di Gesù, come è scritto: “Per mezzo della sua carne ha abolito … la Legge di comandamenti consistente in decretied “Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Efesini 2:15; Colossesi 2:14).

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(*) – L’ “offerta per il peccato” veniva fatta quando si commettevano peccati involontari, commessi per debolezza della carne imperfetta, non “con mano alzata”, vale a dire non apertamente, con arroganza o di proposito (cfr. Numeri 15:30,31).
L’ “olocausto” costituiva invece una invocazione a Geova perché accettasse, o mostrasse di gradire, l’offerta per il peccato che a volte l’accompagnava. In entrambi i casi gli animali uccisi venivano offerti interamente a Dio, nessuna parte era trattenuta dall’adoratore, pertanto gli animali venivano completamente bruciati.

 

(**) – Il nome Azazel ricorre solo quattro volte nella Bibbia, tutte in relazione con il giorno di Espiazione. L’etimologia di questa parola è controversa. Stando alla grafia del testo ebraico masoretico, ʽazaʼzèl sembra una parola composta da due termini che significano “capro” e “scomparire”. Di qui il significato “capro che scompare”. La Vulgata latina rende il termine ebraico con caper emissarius, cioè “capro espiatorio”. E l’espressione greca usata nella Settanta significa “quello che porta via (che allontana) il male”.

 

Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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