LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VII

“CELEBRERAI LA FESTA A GEOVA TUO DIO … E NON DEVI CHE ESSERE GIOIOSO”

Deuteronomio 16:15

 Anteprima
Nel 1513 a.C. Geova Dio liberò in maniera miracolosa gli ebrei dalla schiavitù egiziana. Così mantenne la promessa che aveva fatto al suo fedele servitore Abraamo 400 anni prima allorché gli disse: “sappi che il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni” (Genesi 15:13). Per ricordare quell’importante avvenimento Geova comandò al popolo ebraico di celebrare una festa, detta pasqua, dalla parola ebraica pèsach che significa “passare oltre”. La prima volta fu osservata quello stesso anno, il 14° giorno del mese di abib (chiamato più tardi nisan), in coincidenza con la luna piena. In seguito si doveva celebrarla ogni anno. Quella festa era immediatamente seguita da un’altra importante festa chiamata “festa dei pani non fermentati” che aveva una stretta attinenza con gli avvenimenti ricordati dalla pasqua (cfr. Esodo 12:17-20, 24-27). Essa, infatti, doveva rammentare agli ebrei l’affrettata partenza dall’Egitto, quando non ebbero il tempo di lasciar lievitare il pane (cfr. Esodo 12:34). Tale festa si celebrava per sette giorni, dal 15 al 21 abib o nisan, il primo mese dell’anno sacro degli ebrei, che corrispondeva a fine marzo o ai primi di aprile del nostro calendario. Durante tutto il periodo della festa non doveva esserci lievito in nessun alloggio degli ebrei perché il lievito rappresentava ciò che non è in armonia con Dio, il peccato. Il secondo giorno della festa, il 16 di abib o nisan, veniva osservata una cerimonia particolare: il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un covone della mietitura del nuovo orzo, la primizia del raccolto dell’anno (cfr. Levitico 23:9-11). Questo rito racchiudeva tutto il significato profetico della festa che, in quanto disposta nella Legge, era anch’essa “un’ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). La festa, infatti, anche se era motivo di gioia e allegrezza per il popolo, non era una mera occasione per fare baldoria, come accade nelle moderne feste disposte dal cristianesimo apostata, ma prefigurò un importante aspetto dell’adempimento del proposito di Geova Dio. Richiamando l’attenzione sul significato profetico di questa festa, l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1Corinti 15:20) e anche: “Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1Corinti 5:7,8). Pertanto aveva per i partecipanti un profondo significato spirituale. Quale? … 

wp11 09/01-I______________________________________________________________

Pochi uomini hanno influito sulle religioni del mondo più di lui. Viene riverito da ebrei, musulmani, cristiani e nella Parola di Dio, la Bibbia, viene chiamato “il padre di tutti quelli che hanno fede” (Romani 4:11). È certamente una figura centrale della storia biblica e ben 15 capitoli del libro che narra le origini dell’uomo, Genesi, sono dedicati principalmente alla sua vita: stiamo parlando di Abraamo. A cosa è dovuta la stima di cui gode? Un ispirato scrittore biblico, Giacomo, il fratello di Gesù, lo spiega così: “Abraamo ripose fede in Geova e gli fu attribuito a giustizia, e fu chiamato “amico di Geova”” (Giacomo 2:23). Nessun altro uomo è stato chiamato così!
In origine egli si chiamava Abramo, ma poi Dio cambiò il suo nome in Abraamo che significa “padre di una moltitudine” (cfr. Genesi 17:5). Perché? Egli nacque nel 2018 a.C. a Ur, una città della Mesopotamia sull’estuario del fiume Eufrate. Ur era una città grande e prospera, ma era anche piena di idolatria, tuttavia Abraamo adorava un solo Dio, Geova! E quando questi gli chiese di lasciare la sua città natale per trasferirsi in un altro paese, egli prontamente ubbidì! A motivo di ciò Dio gli fece una promessa, dicendo: “di sicuro ti farò padre di una folla di nazioni.E davvero ti renderò molto, molto fecondo e ti farò divenire nazioni, e da te usciranno dei re … a te e al tuo seme dopo di te darò certamente il paese delle tue residenze come forestiero, l’intero paese di Canaan, in possedimento a tempo indefinito” (Genesi 17:5,8). Era l’anno 1919 a.C. e Abraamo aveva allora 99 anni e sua moglie Sara aveva 90 anni, ma era sterile. Perciò, a garanzia della sua promessa, Geova gli disse: “In quanto a tua moglie … certamente la benedirò e anche ti darò da lei un figlio … e gli devi mettere nome Isacco” (Genesi 17:16,19). Esattamente un anno dopo, nel 1918 a.C., quella promessa fu adempiuta (cfr. Genesi 17:21; 21:1-3). Cinque anni dopo, nel 1913 a.C., Isacco fu svezzato e Abraamo per l’occasione preparò un gran convito. In quella circostanza Sarà notò che Ismaele, il figlio che Abraamo aveva avuto dalla serva egiziana Agar, “si prendeva gioco” di Isacco e se ne lamentò con il marito chiedendogli di allontanare Agar con il figlio. In precedenza Geova aveva detto ad Abraamo: “sappi che il tuo seme diverrà residente forestiero in un paese non loro, e dovranno servirli, e questi certamente li affliggeranno per quattrocento anni” (Genesi 15:13). Fu dunque nel 1913 che si iniziò a calcolare il tempo di afflizione del “seme” di Abraamo, proprio con il maltrattamento da parte di Ismaele (che era mezzo egiziano per via della madre), tempo che terminò, quindi, quattrocento anni dopo, nel 1513 a.C.
Tre volte l’anno ogni tuo maschio deve presentarsi dinanzi a Geova tuo Dio” – Deuteronomio 16:16
Durante quei quattrocento anni il “seme” di Abraamo crebbe fino a formare un popolo abbastanza numeroso tanto che gli egiziani, presso i quali si erano stabiliti al tempo di Giuseppe, uno dei figli di Giacobbe e nipote di Isacco, spaventati da tale crescita, ridusse in schiavitù (cfr. Esodo 1:8-14). Ma al tempo fissato Geova intervenne per liberare quel popolo dalla schiavitù egiziana, lo organizzò in una nazione e lo ricondusse, attraverso il deserto, nella terra di Canaan, che gli diede come “possedimento a tempo indefinito”, secondo la promessa fatta ad Abraamo. Il giorno in cui quelle persone uscirono dall’Egitto come popolo libero fu il 14 del mese di abib o nisan del 1513 a.C. In quell’occasione Geova disse loro: “Vi sia l’osservanza del mese di abib, e devi celebrare la pasqua a Geova tuo Dio, perché nel mese di abib, di notte, Geova tuo Dio ti fece uscire dall’Egitto … Non devi mangiare con essa nulla di lievitato, per sette giorni. Devi mangiare con essa pani non fermentati, il pane d’afflizione, perché fu in fretta che uscisti dal paese d’Egitto, affinché ti ricordi del giorno della tua uscita dal paese d’Egitto per tutti i giorni della tua vita. E per sette giorni in tutto il tuo territorio non si deve vedere presso di te pasta acida … devi sacrificare la pasqua, la sera, appena sarà tramontato il sole, al tempo fissato della tua uscita dall’Egitto.E devi cuocerla e mangiarla nel luogo che Geova tuo Dio sceglierà, e la mattina ti devi voltare e andare alle tue proprie tende.Devi mangiare pani non fermentati per sei giorni; e il settimo giorno ci sarà unassemblea solenne a Geova tuo Dio” (Deuteronomio 16:1-8). Dopo di che aggiunse: “Tre volte l’anno ogni tuo maschio deve presentarsi dinanzi a Geova tuo Dio nel luogo che sceglierà: nella festa dei pani non fermentati e nella festa delle settimane e nella festa delle capanne, e nessuno deve presentarsi dinanzi a Geova a mani vuote. Il dono della mano di ciascuno dev’essere in proporzione alla benedizione di Geova tuo Dio che egli ti ha dato” (Deuteronomio 16:16,17). Dunque la “festa dei pani non fermentati” era la prima di tre grandi feste annuali che gli Israeliti, per legge, dovevano osservare. Le tre feste coincidevano con la mietitura dell’orzo all’inizio della primavera, con quella del frumento nella tarda primavera e col resto del raccolto a fine estate. Vivendo in una società agricola, gli israeliti dipendevano dalla benedizione divina sotto forma di pioggia, pertanto le feste erano occasioni di grande allegrezza, in cui dimostrare gratitudine a Colui che assicurava il perpetuarsi del ciclo della pioggia (cfr. Deuteronomio 11:11-14). Ma, essendo inserite nella Legge mosaica, anche quelle feste erano “un ombra delle buone cose avvenire” , avevano cioè un significato profetico molto più profondo.
per sette giorni … non si deve vedere presso di te pasta acida” – Deuteronomio 16:4
Come già sopra indicato, la prima festa si celebrava nel primo mese dell’antico calendario sacro ebraico, dal 15 al 21 abib o nisan, che corrispondeva a fine marzo o ai primi di aprile del nostro calendario. Era chiamata “festa dei pani non fermentati” e, dato che veniva immediatamente dopo la Pasqua del 14 abib o nisan, era pure chiamata “la festa della pasqua”. Prese il nome dai pani non fermentati o non lievitati, gli unici consentiti durante i sette giorni della festa. Essa ricordava agli israeliti che avevano lasciato l’Egitto così in fretta da non avere il tempo di mettere il lievito nella pasta e di aspettare che fermentasse (cfr. Esodo 12:34). Durante quella festa in nessuna casa israelita doveva esserci pane lievitato. Qualunque partecipante, anche se residente forestiero, avesse mangiato pane lievitato sarebbe stato punito con la morte (cfr. Esodo 12:19).
Il primo giorno della festa si teneva un’assemblea solenne ed era considerato un sabato, anche se cadeva un diverso giorno della settimana. Il secondo giorno della festa, il 16 abib o nisan, il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un covone della mietitura dell’orzo, il primo prodotto dei campi in Palestina (cfr. Levitico 23:6-16). Prima della festa non si potevano mangiare cereali freschi né pane o cereali abbrustoliti del nuovo raccolto. Il sacerdote offriva simbolicamente queste primizie a Geova agitando da una parte all’altra un covone di spighe, mentre veniva offerto in olocausto un montone sano di un anno insieme a un’offerta di cereali intrisi d’olio e a una libagione. Non solo c’era un’offerta di primizie nazionale o pubblica, ma anche ogni famiglia e singolo individuo che aveva un possedimento in Israele doveva offrire sacrifici di rendimento di grazie durante la festa. La Legge, poi, consentiva che, in casi eccezionali, se non fosse stato possibile celebrare la festa nei giorni stabiliti, questa venisse osservata un mese dopo, “nel secondo mese, il quattordicesimo giorno fra le due sere” (cfr. Numeri 9:10,11).
Questo è ciò che accadde, ad esempio, nel primo anno del regno del fedele re Ezechia. Non appena salì al trono, nel 745 a.C., all’età di 25 anni, Ezechia si propose di ristabilire l’adorazione di Geova nel paese poiché suo padre, Acaz, aveva lasciato dilagare in Giuda l’adorazione idolatrica. Ezechia riaprì e restaurò il tempio di Gerusalemme che il padre aveva spogliato di tutti i suoi preziosi arredi per regalarli al re di Assiria onde garantirsi la sua protezione. Il lavoro di restaurazione fu completato solo il 16 di abib o nisan per cui non c’era stato tempo per celebrare la pasqua e la successiva festa dei pani non fermentati. Pertanto Ezechia si avvalse di quella speciale disposizione della Legge per celebrare la festa il mese successivo. La gioia della popolazione fu così grande che si decise di prolungare la festa per altri sette giorni (cfr. 2Cronache 30:1-3,13,21-23). Un’altra significativa narrazione relativa alla celebrazione di questa festa si trova nel libro biblico di Esdra. Dopo la liberazione degli ebrei da Babilonia e il loro ritorno nella Terra Promessa, il tempio di Gerusalemme venne ricostruito e nel 515 a.C. venne inaugurato proprio con la celebrazione della festa dei pani non fermentati. In Esdra 6:19,22, infatti, si legge: “E gli ex esiliati tennero la pasqua il quattordicesimo giorno del primo mese … E continuarono a tenere la festa dei pani non fermentati per sette giorni con allegrezza”. 

wp12 04/01-I

dovete osservare questa cosa come un regolamento per te e per i tuoi figli a tempo indefinito
Un ulteriore riferimento degno di nota che riguarda la festa è quello narrato in Luca 2:41-52. Gesù aveva 12 anni e aveva seguito i suoi genitori, Giuseppe e Maria, a Gerusalemme per la celebrazione annuale della pasqua e della festa dei pani non fermentati. Durante il viaggio di ritorno da Gerusalemme, la sera si accorgono che Gesù non è con il loro gruppo. Allora tornano a Gerusalemme a cercarlo; lo cercano per un giorno intero, ma invano. Nemmeno il secondo giorno riescono a trovarlo. Infine, il terzo giorno, vanno nel tempio. Lì, in una delle sale, vedono Gesù seduto in mezzo ai maestri giudei ad ascoltarli e a far loro domande. Quali lezioni ci insegna questo racconto che Dio ha fatto scrivere nella sua Parola “per nostra istruzione”? (cfr. Romani 15:4) … Giuseppe e Maria non erano certo dei genitori snaturati che non badavano ai loro figli; oltre a Gesù ne avevano almeno altri sei più piccoli di lui di cui dovevano prendersi cura (cfr. Matteo 13:55,56). Probabilmente pensavano che Gesù, il più grande, stesse insieme agli altri parenti e amici che viaggiavano con loro. Il fatto che affrontassero un così lungo viaggio insieme a tutti i loro bambini dimostra non solo che genitori amorevoli erano ma anche quanto tenessero al loro bene spirituale; si, non delegavano ad altri l’istruzione religiosa dei loro figli, come fanno oggi tanti genitori cosiddetti “cristiani”, spesso con risultati disastrosi sotto l’aspetto morale, ma si accertavano in prima persona che i figli imparassero a conoscere il loro Creatore e ad adorarlo portandoli con se ad ascoltare la lettura della Legge che veniva fatta durante quelle feste. Quelle feste, infatti, pur essendo motivo di grande gioia per il popolo di Israele, non erano occasioni per fare baldoria; lo scopo principale era quello di istruire il popolo mediante la lettura della Legge che veniva fatta dai sacerdoti e permettevano ai partecipanti di meditare su importanti verità relative alla loro fede e di parlarne tra loro per un reciproco incoraggiamento rinsaldando i legami spirituali che venivano tenuti stretti anche con quelli che vivevano in altre nazioni (ad esempio in Atti 2:9-11 si legge che alla Pentecoste del 33 A.D., una delle tre feste di cui era richiesta per legge l’osservanza, erano presenti ebrei provenienti da Partia, Media, Elam, Mesopotamia, Cappadocia, Ponto, Asia, Frigia, Panfilia, Egitto, Libia, Roma, Creta e Arabia). Inoltre avevano un significato profetico, lasciando intravedere alcuni aspetti dell’adempimento del proposito di Geova per la salvezza del genere umano.
Comunque, col passare del tempo lo zelo iniziale per il ripristino della vera adorazione si affievolì. I sacerdoti divennero incuranti, orgogliosi e ipocriti e la celebrazione della festa divenne una semplice farsa. Geova dovette suscitare il suo profeta Malachia per denunciare il formalismo del servizio sacerdotale, mediante il quale disse a quegli ipocriti: “voi mi profanate col vostro dire:La tavola di Geova è qualcosa di contaminato, e il suo frutto è qualcosa da disprezzare, il suo cibo’.E avete detto: Ecco, che fatica!’ e lo avete fatto disprezzare” … “E avete portato qualcosa di rapito, e lo zoppo, e il malato; sì, lo avete portato come dono. Posso compiacermi di ciò dalla vostra mano?” (Malachia 1:12,13). Essi avevano perso l’amore per la pura adorazione e continuavano ad osservare le sue norme, incluse quelle relative alle festività, per mero senso del dovere. Invece di offrire il meglio del loro prodotto quegli ipocriti cominciarono a offrire lo scarto, ciò di cui in realtà volevano liberarsi. Qui c’è un’importante lezione per tutti quelli che si dichiarano servitori di Dio! Stanno dando a Dio il meglio di se stessi, delle proprie risorse morali e materiali o gli dedicano gli avanzi del proprio tempo e considerano una “fatica” fare ciò che Dio richiede da loro?
Al tempo di Gesù fu evidente l’allontanamento dei capi religiosi ebrei dallo spirito genuino e sacro della festa, e come questa veniva osservata solo in maniera formale. Mentre si avvicinavano i giorni della celebrazione della festa, nel condannarli Gesù disse loro: “Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti! perché date la decima della menta e dell’aneto e del comino, ma avete trascurato le cose più importanti della Legge, cioè la giustizia e la misericordia e la fedeltà. Queste cose era doveroso fare, senza trascurare le altre. Guide cieche, che scolate il moscerino ma inghiottite il cammello!” (Matteo 23:23,24). Quegli ipocriti scribi e farisei osservavano scrupolosamente i dettagli della Legge e le feste comandate, alle quali avevano aggiunto una sequela di tradizioni di origine umana che aveva fatto perdere di vista il vero significato di quelle disposizioni prese da Geova per la loro benedizione. La loro devozione era divenuta solo di facciata, mostrata per avere il plauso e la lode degli uomini mentre il loro cuore era “molto lontano” dai giusti princìpi su cui la Legge si basava (cfr. anche Matteo 15:6-9).
Continuate a far questo in ricordo di me” – Luca 22:19
La notte che gli Israeliti furono liberati dalla schiavitù egiziana, Dio comandò loro di consumare un pasto che comprendeva pane un agnello senza difetto; doveva infatti essere “sano, un maschio, di un anno”. Il sangue di quell’agnello doveva essere spruzzato sugli stipiti delle porte delle loro case in modo che l’angelo della morte, che avrebbe ucciso i primogeniti degli egiziani, vedendolo sarebbe passato oltre mantenendo in vita i loro primogeniti. Secondo la disposizione di Dio l’agnello veniva ucciso e scuoiato, le interiora venivano pulite e rimesse a posto; poi era arrostito intero, senza rompere nessun osso; questo particolare aspetto profetico si adempì alla morte di Gesù allorché i giudei chiesero ai soldati romani di rompere le gambe di Gesù e dei due malfattori per affrettarne la morte, il racconto dice infatti che “i soldati vennero e ruppero le gambe del primo uomo e quelle dell’altro uomo che erano stati messi al palo con lui.Ma venuti da Gesù, poiché videro che era già morto, non gli ruppero le gambe … queste cose avvennero affinché si adempisse la scrittura: “Nessun osso gli sarà rotto”” (Giovanni 19:31-37 *). L’agnello veniva mangiato insieme a pani non lievitati, “il pane d’afflizione”, ed erbe amare, perché durante la schiavitù la vita degli israeliti era stata amara. Dio poi comandò agli Israeliti di ripetere ogni anno, lo stesso giorno, il 14 abib o nisan, quel pasto per ricordare il ruolo che aveva avuto il sangue di un agnello nella salvezza dei primogeniti di Israele (cfr. Esodo 12:1-14,26,27). Da quel momento in poi, ogni anno, lo stesso giorno, in tutte le famiglie ebree il padre ricordava tale salvezza alla sua famiglia.  
La sera in cui iniziò il 14 di abib o nisan del 33 A.D., in obbedienza a quella disposizione, anche Gesù e i suoi apostoli si riunirono in una stanza superiore a Gerusalemme per ricordare quell’avvenimento. Quella era la quarta volta che Gesù celebrava la pasqua ebraica insieme ai suoi apostoli ma quella sera, dopo aver osservato la pasqua ebraica, Gesù fece qualcosa di nuovo, che non aveva mai fatto nelle tre volte precedenti. Nel racconto dell’evangelista Luca leggiamo: “preso un pane, rese grazie, lo spezzò, e lo diede loro, dicendo: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E il calice nella stessa maniera, dopo che ebbero preso il pasto serale, dicendo: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:19,20). Con queste parole egli istituì ciò che viene oggi chiamato “la Cena del Signore” o “il Pasto Serale del Signore” che da quel momento in poi sostituì la celebrazione della pasqua ebraica. Infatti disse ai suoi fedeli apostoli (il traditore Giuda era stato già allontanato): “Continuate a far questo in ricordo di me”. Poiché la pasqua ebraica si teneva una volta l’anno, il 14 di abib o nisan, è ragionevole pensare che anche la celebrazione della Cena del Signore o del Pasto Serale del Signore, comunque lo si voglia chiamare, si celebri una volta l’anno, nella stessa data, e non più volte come fanno molti sedicenti cristiani. Ciò che Gesù comandò di celebrare o commemorare era la sua morte che seguì quella cerimonia. L’agnello che gli israeliti dovevano uccidere e mangiare quel giorno, come dicono le Scritture, raffigurava proprio Gesù, “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29) e il suo sangue venne versato per la salvezza di tutto il genere umano, com’è ancora scritto: “Per mezzo di lui abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue, sì, il perdono dei nostri falli” (Efesini 1:7). L’apostolo Paolo confermò questo scrivendo sotto ispirazione divina: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1 Corinti 11:26). Pertanto la Pasqua di Risurrezione celebrata dal cristianesimo apostata non ha nulla a che fare con il comando di Cristo.
Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” – 1Corinti 15:20
Il giorno successivo alla pasqua ebraica, cioè dal 15 di abib o nisan, iniziava la celebrazione della “festa dei pani non fermentati” che durava per i successivi sette giorni. Il secondo giorno della festa, come già detto, il sommo sacerdote d’Israele offriva a Geova nel tempio di Gerusalemme un “covone delle primizie” della mietitura dell’orzo, il primo ad essere raccolto nell’anno (cfr. Levitico 23:10,11). Come fu appropriato che nel 33 A.D., proprio in quel giorno, Geova vanificasse i perfidi tentativi di Satana di eliminare per sempre il “seme” promesso. Il 16 nisan di quell’anno Geova risuscitò Gesù dai morti, nel terzo giorno dalla sua morte (cfr. Luca 9:22; 24:1-8). Egli fu ben prefigurato dal “covone delle primizie” che il sommo sacerdote agitava davanti a Geova quel giorno poiché divenne la “primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” (1 Corinti 15:20-23). In che senso? … A differenza di quelli che erano stati risuscitati prima di lui, Gesù non morì di nuovo. Egli, che nacque e visse fino alla morte senza peccato (rappresentato nella Bibbia dal lievito, da cui il comando di non mangiare pane lievitato in quei giorni – cfr. 1Corinzi 5:7,8; Ebrei 7:26; 1Pietro 2:21-24), fu il primo ad esser risuscitato con un corpo spirituale perché potesse tornare a vivere per sempre in cielo in attesa che arrivasse il momento di essere intronizzato Re del celeste Regno di Dio (cfr. Romani 6:9; 1Corinzi 15:44; Ebrei 10:12,13).

 Assunzione

 Cristo … primizia di quelli che si sono addormentati nella morte
Gesù Cristo venne risuscitato il 16 abib o nisan del 33 A.D., il secondo giorno della “festa dei pani non fermentati”, giorno in cui si offrivano a Geova le primizie della mietitura. Riguardo a Gesù l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “Cristo è stato ora destato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte … Nel Cristo tutti saranno resi viventi. Ma ciascuno nel proprio ordine: Cristo la primizia, poi quelli che appartengono al Cristo durante la sua presenza” (1 Corinti 15:20-23). In che senso Gesù fu la “primizia di quelli che si sono addormentati nella morte”? Sappiamo dalle Scritture che prima di lui altri erano stati risuscitati da morte: il profeta Elia a suo tempo aveva risuscitato il figlio di una vedova a Zarefat (cfr. 1Re 17:17-24); il profeta Eliseo anche risuscitò il figlio di una donna nella città di Sunem (cfr. 2Re 4:32-37); Gesù stesso riportò in vita l’unica figlia di Iairo, il presidente della sinagoga di Capernaum, anche l’unico figlio di una vedova della città di Nain e il suo amico Lazzaro a Betania (cfr. Marco 5:35-42; Luca 7:11-17; Giovanni 11:43,44). Ma tutte quelle persone dopo la risurrezione morirono di nuovo. Non fu così per Cristo! Perché? Dio ispirò l’apostolo Pietro a scrivere nella sua prima lettera che Cristo fu “messo a morte nella carne ma … reso vivente nello spirito” e ne spiega anche il motivo dicendo che “Egli è alla destra di Dio, poiché andò in cielo; e angeli e autorità e potenze gli furono sottoposti” (1Pietro 3:18,22). Anche l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere che “l’ultimo Adamo [Cristo] divenne spirito vivificante” e sul motivo aggiunse che “carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né la corruzione eredita l’incorruzione” (1Corinti 15:45,50). Quindi, come lasciano ad intendere le Scritture, a differenza degli altri risuscitati, Cristo fu risuscitato con un corpo spirituale affinché potesse ritornare in cielo da dove era venuto. L’apostolo fu anche ispirato a scrivere: “sappiamo che Cristo, ora che è stato destato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più” (Romani 6:8) e ancora che Gesù è “il solo che ha immortalità”. Cristo, dunque, fu il primo ad essere risuscitato a una vita spirituale immortale, non più soggetta alla corruzione, come può esserlo un corpo carnale. Per tutti questi aspetti Gesù viene anche definito “il primogenito dai morti” (cfr. Colossesi 1:18; Rivelazione o Apocalisse 1:5). Il covone delle primizie che il sommo sacerdote agitava da una parte all’altra dinanzi a Geova prefigurava Gesù Cristo risuscitato, il primo ad essere destato dai morti alla vita eterna.
guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei” – Matteo 16:6
Durante il suo ministero terreno Gesù spiegò il significato simbolico del fermento o lievito, quando consigliò ai discepoli: “Tenete gli occhi aperti e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”. Poiché i discepoli ragionavano erroneamente fra loro sul significato di queste parole, egli disse esplicitamente: “‘Come mai non discernete che non vi ho parlato di pani? Ma guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei’. Allora compresero che non diceva di guardarsi dal lievito dei pani, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei” (Matteo 16:6,11,12). Successivamente anche l’apostolo Paolo attribuì un significato simile al lievito in relazione alla festa dei pani non fermentati e disse: “Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare l’intera massa? Eliminate il vecchio lievito, affinché siate una nuova massa, secondo che siete liberi da fermento. Poiché, in realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1 Corinti 5:6-8). Cosa significa questo per i veri cristiani?
Gesù condannò fermamente l’insegnamento dei farisei e sadducei dicendo loro: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” con il risultato che insegnavano “come dottrine comandi di uomini” (cfr. Matteo 15:6-9). Quegli uomini “ipocriti” avevano corrotto la genuinità dell’insegnamento biblico dando vita a una “tradizione” orale, frutto di pensieri e ragionamenti umani che distorcevano le verità scritte nella Parola di Dio. Col tempo la stessa cosa è accaduta nel cristianesimo: uomini avidi di potere e corrotti hanno dato vita a una “tradizione” umana basata su insegnamenti presi in prestito dal paganesimo e dalla filosofia greca che i cosiddetti “Dottori” hanno rielaborato in chiave “cristiana” dando così vita a un falso cristianesimo. Tali insegnamenti costituiscono la base comune di tutte le chiese di ispirazione cattolica, ortodossa e protestante. I veri cristiani non devono permettere che questo tipo di lievito corrompa la loro fede rigettando tutti quegli insegnamenti che non trovano fondamento nella Parola di Dio (vedi, ad esempio, la dottrina trinitaria, l’insegnamento di un anima immortale e di una vita dopo la morte, quello relativo alla speranza della vita celeste per tutti e all’esistenza di un luogo di tormento eterno, il culto e la venerazione di santi e madonne, l’osservanza di feste di chiara origine pagana, come il Natale, ecc.). Hanno anche l’obbligo di proteggere la purezza della comunità cristiana sia a livello personale, con una condotta casta e pura, che allontanando da essa gli apostati e i peccatori impenitenti. Sebbene non siano più sotto la Legge mosaica e perciò non obbligati ad osservarne tutte le disposizioni (cfr. Galati 3:23-25; Efesini 2:14,15), sotto questi aspetti la loro intera vita deve essere paragonabile all’antica festa dei pani non fermentati. Infatti, richiamando l’attenzione sul significato profetico di questa festa, l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato. Quindi osserviamo la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e malvagità, ma con pani non fermentati di sincerità e verità” (1Corinti 5:7,8).

______________________________________________________________

(*) – Secondo la legge mosaica, il delinquente giustiziato non doveva restare appeso tutta la notte al palo d’esecuzione, ma doveva essere seppellito lo stesso giorno, per non contaminare il paese per mancanza di riguardo verso la legge di Dio (cfr. Deuteronomio 21:22, 23). Se, dunque, Gesù e i delinquenti ch’erano al suo fianco fossero rimasti vivi sul legno, essendo già il tardo pomeriggio, vi sarebbero rimasti anche dopo l’inizio del sabato al tramonto. Per impedire ciò, i Giudei chiesero che a tutt’e tre fossero rotte le gambe. Un ricercatore francese, il dott. Jacques Bréhant, ne commentò la ragione, com’è riportato in Medical World News del 21 ottobre 1966. Vi si legge: “Il crurifragium, la rottura delle gambe all’uomo crocifisso, gli rendeva impossibile di sollevarsi per respirare … I Giudei chiesero che fossero rotte le gambe a tutt’e tre i condannati e che fossero portati via. Conformemente i soldati ruppero le gambe dei ladroni. Ma quando arrivarono da Gesù, i soldati poterono vedere che Egli era già morto”. Se Gesù fosse stato vivo, i soldati avrebbero rotto le gambe anche a lui. In tal modo si adempì la profezia messianica riportata nel Salmo 34:20 che diceva: “Ne custodisce tutte le ossa; nemmeno uno d’essi è stato rotto”.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

Informazioni su GIANNI

Libero pensatore e inguaribile sognatore
Questa voce è stata pubblicata in LA LEGGE E' UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VII

  1. Pingback: LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VIII | MA DOVE STIAMO ANDANDO?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...