LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO ? – I

“QUANDO RICEVESTE LA PAROLA DI DIO … L’ACCETTASTE NON COME PAROLA DI UOMINI”

1Tessalonicesi 2:13

Anteprima
Qualche anno fa, una domenica pomeriggio una donna cristiana suonò alla porta di un uomo per parlargli del futuro del nostro pianeta. Questi mostrò subito interesse quando la donna iniziò a parlare dei problemi causati dall’inquinamento della terra. Ma quando lei volle mostrargli ciò che la Bibbia dice al riguardo egli si dichiarò molto scettico. La donna, quindi, gli chiese cosa ne pensava della Bibbia e la sua risposta fu: “È un bel libro, scritto da uomini intelligenti, ma non va presa sul serio”. Pertanto lei gli chiese: “Ha mai letto la Bibbia?” … Preso alla sprovvista, l’uomo dovette ammettere che non l’aveva letta. Quindi la donna gli chiese ancora: “Come fa a esprimere un giudizio così categorico su un libro che non ha mai letto?” … L’uomo riconobbe che la donna aveva ragione perciò decise di prendere in esame la Bibbia per farsene un’idea.
Quell’uomo non è l’unico. Molti si sono fatti un’idea della Bibbia pur non avendola mai letta di persona. Magari possiedono una Bibbia. Forse ne riconoscono il valore letterario o storico. Ma per loro è un libro chiuso. Perché? Una delle principali ragioni fu indicata da un docente universitario che disse: “Le opinioni espresse dagli scrittori della Bibbia rispecchiano le idee, le convinzioni e i concetti comuni nel loro tempo, e sono condizionate dal grado di conoscenza di quei tempi” (Gerald Larue, “The Bible as a Political Weapon”, Free Inquiry). Questa dichiarazione rispecchia la convinzione di molti, cioè che la Bibbia è un libro antico, adatto alla mentalità dei tempi in cui fu scritto e non più valido per i nostri giorni … Che dire di noi? … L’abbiamo mai letta? … Come la consideriamo? ….
Nel I secolo d.C. uno scrittore cristiano, l’apostolo Paolo, scrisse a una comunità cristiana: “Quando riceveste la parola di Dio, che udiste da noi, l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Pertanto fin dall’inizio i veri discepoli di Gesù hanno considerato la Bibbia “come parola di Dio”. Questo è un aspetto importante della questione, specialmente per chi si dichiara cristiano. Se la Bibbia fosse un libro scritto da uomini con una conoscenza limitata al loro periodo storico, il suo messaggio davvero sarebbe opinabile come qualunque altro scritto umano. Ma se è “parola di Dio” allora ha profonde implicazioni sulla nostra vita. Significa che Dio mediante essa comunica con noi rispondendo a molte domande esistenziali che spesso ci facciamo e che non hanno ancora trovato risposte nella conoscenza e nella sapienza umana, se mai queste riusciranno a darle, risposte che possono dare un senso alla nostra vita che va oltre la mera accettazione degli accadimenti quotidiani. Significa prestare molta attenzione alle questioni morali che essa tratta perché qualificano il tipo di persona che siamo davanti a Dio, incidendo sul suo giudizio. Significa anche guardare alle nostre prospettive per il futuro in base a ciò che essa predice per il futuro dell’umanità e della terra.
Lo scopo, quindi, di questa nuova serie di post che oggi inizio è portare all’attenzione di chi vorrà leggerli le prove che la Bibbia è realmente la Parola di Dio, perché il sottoscritto, dopo averla attentamente esaminata, si è personalmente convinto che essa, come ha affermato un suo ispirato scrittore: “è una lampada al mio piede, e una luce al mio cammino” (Salmo 119:105), cioè è una guida sicura che il nostro Creatore, Geova Dio, ha voluto darci per affrontare i problemi di ogni giorno, per prendere sagge decisioni coerenti con la Sua volontà e fare scelte per assicurarci un futuro migliore di quanto qualsiasi scienza o attività umana potranno mai darci. Cioè, tanto per essere chiari, nulla che possa essere prodotto dall’uomo potrà mai darci la vita eterna su una terra trasformata in un grande giardino, un paradiso pieno di delizie in condizioni di sicurezza totale, pace e perfetta giustizia. Ma questa prospettiva fa parte del messaggio biblico!
I post riguarderanno questi argomenti: Quando, da chi e come fu scritta la Bibbia. Prove della sua ispirazione divina. Come è stata conservata e tramandata nei secoli. La sua accuratezza storica e le testimonianze archeologiche. La sua attendibilità scientifica. Il suo valore pratico. Il suo messaggio per l’umanità.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/video)
Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” – 2Timoteo 3:16,17

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Per certo la Bibbia è il più antico e straordinario testo religioso tra quelli che sono stati preservati fino ai nostri giorni. La sua parte più antica risale al XVI secolo a.C., prima della comparsa del Rigveda indù (verso il 1300 a.C.), del canone buddista dei “Tre Canestri” (V secolo a.C.), del Corano (VII secolo d.C.) o del Nihongi scintoista (720 d.C.). Il sostantivo italiano “Bibbia” deriva, attraverso il latino, dalla parola greca biblìa, che significa “libretti”. Questa a sua volta deriva da bìblos, termine che indica la parte interna della pianta di papiro, da cui si ricavava una specie di carta. I greci chiamarono “Biblos” la città fenicia di Ghebal, famosa per la produzione di carta di papiro. Col tempo biblìa finì per indicare vari scritti, rotoli, libri, e quindi la raccolta di libretti che costituiscono la Bibbia. Gesù e i suoi discepoli chiamarono questa raccolta “le Scritture” o “le sacre Scritture” o “gli scritti sacri” (cfr. Matteo 21:42; Luca 24:32; Romani 1:2; 2Timoteo 3:15).
Degli uomini parlarono da parte di Dio” – 2Pietro 1:21
Tale raccolta è composta in tutto da 66 singoli libri. 39 di essi fanno parte di quello che comunemente viene chiamato Vecchio Testamento o, più appropriatamente, Scritture Ebraiche poiché furono tutti scritti inizialmente in quella lingua, ad eccezione di alcuni brani scritti in aramaico. Il primo di questi libri è Genesi, scritto da Mosè nel deserto del Sinai nel 1513 a.C. e l’ultimo è Malachìa, scritto dall’omonimo profeta verso il 443 a.C. I restanti 27 costituiscono ciò che viene comunemente chiamato Nuovo Testamento o, più appropriatamente, Scritture Greche Cristiane, perché scritti in greco koinè, lingua formata da una mescolanza di diversi dialetti greci, che dal IV secolo a.C. al V secolo d.C. fu considerata una lingua internazionale e parlata in tutto l’impero romano. Il primo di questi libri è il vangelo di Matteo, scritto dall’omonimo apostolo verso il 41 d.C. Lo scrittore scrisse questo libro dapprima in ebraico e poi lo tradusse in greco. L’ultimo libro in elenco è Rivelazione o Apocalisse, scritto dall’apostolo Giovanni mentre si trovava prigioniero nell’isola di Patmos, nel 96 d.C. Comunque Rivelazione o Apocalisse non fu l’ultimo libro ad essere scritto in ordine cronologico poiché due anni dopo, nel 98 d.C., lo stesso apostolo scrisse le sue tre lettere (1°, 2° e 3° Giovanni) che pure fanno parte della raccolta biblica.
Come si evince, i 66 libri della Bibbia furono composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Alla loro stesura contribuirono 40 scrittori vissuti in epoche e luoghi diversi, molti dei quali non si conobbero tra loro. Queste persone, inoltre, differivano l’una dall’altra: alcune erano istruite, come re, funzionari di stato, sacerdoti e anche un medico, mentre altre erano umili contadini, pastori o pescatori. Una tale diversità potrebbe suscitare dubbi sulla coerenza e sull’armonia dell’intera opera. Tuttavia, in maniera sorprendente, questa non può essere minimamente messa in dubbio e, come vedremo, è una delle tante indicazioni che essa proviene da una fonte più alta dell’uomo.
Se aprite una qualsiasi versione della Bibbia potete notare che i vari libri che la compongono sono suddivisi in ‘capitoli’ (in genere il numero più grande, in neretto) e ‘versetti’ (indicati all’interno dei capitoli con il relativo numero più piccolo). Tutta la Bibbia si compone complessivamente di 1.189 capitoli e 31.173 versetti. Questa suddivisione non è opera degli scrittori originali i quali scrissero tutte le parole di seguito, senza usare alcun segno di interpunzione poiché a quel tempo la punteggiatura non esisteva. Tale suddivisione, peraltro oggi molto utile, venne fatta e definita nel XIII secolo d.C. dai masoreti, copisti molto scrupolosi che ricopiarono le Scritture con meticolosa attenzione.
la parola di Geova dura per sempre” – 1Pietro 1:25 
Come detto la maggior parte dei libri biblici fu scritta in ebraico in un periodo di tempo che va dal 1513 al 443 a.C., nel corso di circa 11 secoli. L’ebraico biblico appartiene al gruppo delle lingue semitiche di cui fu il capostipite. Questa era la lingua parlata in terra di Canaan al tempo di Abraamo dal cui ceppo si formarono vari dialetti cananei ed era la lingua parlata nelle città egiziane in cui gli ebrei discendenti del patriarca si erano rifugiati in tempi di difficoltà. Nel libro di Isaia, capitolo 19, verso 18 si legge infatti: “In quel giorno ci saranno cinque città nel paese d’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno a Geova degli eserciti”. Mosè, che era stato “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” dopo che fu adottato dalla figlia del Faraone (cfr. Atti 7:22), fu allattato e allevato dalla propria madre, che era al servizio della principessa, dalla quale imparò a conoscere la storia del suo popolo d’origine, inclusa la sua lingua, “la lingua di Canaan” (cfr. Esodo 2:1-10). Per questa ragione fu in grado di leggere antichi documenti giunti fino a lui, i quali furono alla base di alcune informazioni che egli mise per iscritto nel libro biblico di Genesi.
A seguito della diaspora o dispersione del popolo ebraico avvenuta dopo la conquista babilonese del 607 a.C., molti ebrei si stabilirono fuori del paese di Canaan. Nei paesi che li ospitarono impararono a parlare altre lingue. Così per fare in modo che essi e i loro proseliti potessero continuare a leggere ed osservare la Legge mosaica e il resto delle Scritture ebraiche, si rese necessario provvedere alla loro traduzione in altre lingue. Pertanto ad Alessandria d’Egitto, dove si era formata una numerosa comunità ebraica, si diede il via al lavoro di traduzione dei libri sacri in greco che, dopo le conquiste di Alessandro Magno, era diventata una lingua internazionale parlata da gran parte delle popolazioni. Secondo la tradizione l’opera fu iniziata ai giorni di Tolomeo Filadelfo, nel 280 a.C., e fu completata verso il 150 a.C. La versione che ne uscì venne chiamata dei Settanta, dal numero degli eruditi che parteciparono al lavoro di traduzione. Questa fu la versione adoperata diffusamente al tempo di Gesù e degli apostoli. Tutte le citazioni e i riferimenti alle Scritture Ebraiche fatti dagli scrittori cristiani nei loro libri si basano sulla Settanta.
Molti frammenti della Settanta scritti su papiro sono giunti fino a noi e possono essere studiati. Sono preziosi perché appartengono ai primi tempi cristiani e, anche se spesso constano solo di pochi versetti o capitoli, aiutano a chiarire molti aspetti del messaggio biblico e stabilire importanti verità. Ad esempio diversi di questi frammenti, come  il papiro di Fouad risalente al I secolo a.C., contengono il nome di Dio nella forma del Tetragramma. Questo dimostra che il nome divino era conosciuto e ampiamente usato al tempo di Cristo ed è difficile credere che Gesù e i suoi discepoli seguissero la tradizione ebraica, che ripetutamente condannarono, di non pronunciare tale nome (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù stesso nella sua ultima preghiera al Padre disse: “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere” (Giovanni 17:6,26). In manoscritti successivi della Settanta, come nel Codice Alessandrino risalente al V secolo d.C., il Tetragramma è stato fatto sparire e sostituito con Kyrios (Signore) a prova del tentativo di manipolare il testo delle Scritture fatto con l’avvento del cristianesimo apostata dal tempo di Costantino in poi (cfr. 2Tessalonicesi 2:3,9-12; 2Pietro 3:15,16). Grazie a Dio, però, oggi abbiamo a disposizione circa 6.000 copie manoscritte delle Scritture Ebraiche o di parti di esse la cui analisi comparata permette di smascherare ogni tentativo di frode del testo originale o gli eventuali errori fatti dai copisti.
002
Frammento del papiro Fouad 266Société Egyptienne de Papyrologie, Il Cairo.
Questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al I secolo a.C. che riporta il versetto di Deuteronomio 18:15,16. Come si evince, il testo greco contiene il nome personale di Dio nella forma del Tetragramma in lettere ebraiche quadrate (יהוה).
001
Frammento del Codice AlessandrinoBritish Museum, Londra
Anche questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al V secolo d.C. Riporta gli stessi versetti di Deuteronomio 18:15,16 e, nel testo greco in caratteri onciali, il Tetragramma del nome di Dio è stato sostituito con le lettere KC e KY, forme abbreviate della parola greca Kyrios (Signore).
Nell’ultima parte del II secolo d.C. il greco iniziò a perdere il suo carattere ‘internazionale’ e sorse l’esigenza di adottare il latino, lingua ufficiale dell’impero romano, in sua sostituzione. Così le gerarchie ecclesiastiche che nel frattempo, contrariamente al modello della chiesa del I secolo, si erano attestate, iniziando ad esercitare il loro potere sul resto dei fedeli, pensarono di far realizzare una ‘versione autorizzata’ dell’intera Bibbia in latino. L’incarico venne dato dal papa di Roma, Damaso (lo stesso che aveva assunto il titolo di Pontifex Maximus in precedenza appartenuto all’imperatore romano in qualità di capo del collegio dei sacerdoti pagani di Roma), a Sofronio Eusebio Girolamo, un presbitero che lo serviva come segretario. Per eseguire l’opera Girolamo adottò un concetto di traduzione che, come egli stesso affermò, prevedeva non la traduzione “parola per parola” ma del “senso con il senso”, precorrendo di migliaia d’anni i moderni metodi di traduzione. A tal fine, per quanto riguarda le Scritture Ebraiche, si rifiutò di tradurre dalla versione greca dei Settanta preferendo tradurre dall’originale ebraico. Girolamo studiò e confrontò con acribia antichi manoscritti ebraici e greci riuscendo a dare un nuovo indirizzo alla ricerca biblica, restituendo valore al testo ebraico. Verso il 405 d.C. completò il suo lavoro che, come dichiarò lo storico Will Durant, “rimane l’opera letteraria più grande e influente del quarto secolo” (Storia della Civiltà, Parte IV, L’epoca della fede, traduzione di M. Tassoni, Mondadori, Milano, 1958). La sua traduzione fu soprannominata Vulgata, a indicare una versione comunemente accettata (dal latino vulgatus, che significa ‘comune, popolare’). La traduzione originale di Girolamo subì nel tempo diverse revisioni, finché quella del 1592 divenne l’edizione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Col tempo però anche il latino divenne una lingua morta. Persino la maggior parte del clero era incapace di leggere in tale lingua. Pertanto ci furono vari tentativi di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Così iniziarono a circolare in Europa versioni in molte lingue, ma le traduzioni venivano fatte clandestinamente a motivo della forte opposizione della Chiesa Cattolica. Nel 1079, infatti, il papa Gregorio VII emanò il primo di numerosi editti ecclesiastici in cui si proibiva di produrre e a volte anche solo di possedere versioni in volgare. Le copie della Bibbia nelle lingue volgari erano tutte manoscritte, perciò erano poche e costose, tuttavia tale lavoro clandestino tenne in vita la fiammella della conoscenza e dell’apprezzamento per ciò che molte persone sincere ritenevano un dono di Dio all’umanità. L’invenzione della stampa diede impulso a tale desiderio. Non a caso il primo libro ad essere stampato fu un’edizione della Vulgata latina, nel 1495. Seguirono quindi stampe dell’intera Bibbia o parti di essa in tedesco, italiano, francese, ceco, olandese, ebraico, catalano, greco, spagnolo, slavo, portoghese e serbo. Coraggiosi studiosi, come John Wycliffe e William Tyndale, sfidarono, spesso a costo della loro vita, i veti della Chiesa Cattolica, per produrre Bibbie in lingue volgari. In tempi più recenti vari studiosi sono stati in grado, collazionando centinaia di manoscritti biblici ancora esistenti, di realizzare edizioni critiche in lingue originali della Bibbia. La maggior parte delle versioni moderne della Bibbia si avvalgono di tali edizioni, riferendosi alle quali Sir Frederic George Kenyon, rinomato studioso di lingue antiche e Presidente della British Academy, affermò: “Come generale risultato di tutte queste scoperte e di tutti questi studi è stata convalidata la prova dell’autenticità delle Scritture, e rafforzata la nostra convinzione che abbiamo in mano, sostanzialmente integra, l’autentica Parola di Dio” (The Story of the Bible, 1937).
A distanza, quindi, di 3.500 anni dalla prima stesura del testo biblico, abbiamo oggi validi motivi per ritenere che la Bibbia sia stata copiata e trasmessa fino ai nostri giorni in maniera accurata. Questo perché, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” (Isaia 40:8, cfr. anche 1Pietro 1:25).
Non dovete aggiungere alla parola che vi comando” – Duteronomio 4:2
Se prendete, però, una qualsiasi versione della Bibbia fatta con l’imprimatur della Chiesa Cattolica, noterete che i libri in essa contenuti non sono 66 ma 73. Come mai? … I sette libri in più che tale Chiesa ha aggiunto ai 39 delle Scritture Ebraiche (VT) vengono comunemente definiti ‘apocrifi’, dal greco apòkyphos che significa ‘occultato’ o ‘nascosto’. Questo perché a differenza dei 66 libri originali questi non venivano letti in pubblico, perciò erano ‘occultati’ o ‘nascosti’ ad altri in quanto ritenuti portatori di tradizioni errate. Comunque la Chiesa Cattolica chiama questi libri ‘deuterocanonici’, vale a dire ‘del secondo (o successivo) canone’, per distinguerli da quelli ‘protocanonici’. Questi libri aggiunti sono Tobia, Giuditta, Sapienza (di Salomone), Ecclesiastico (non Ecclesiaste), Baruc, 1 e 2 Maccabei, più alcune interpolazioni a Ester e tre aggiunte a Daniele, cioè il cantico dei tre giovani, Susanna e gli anziani, e la distruzione di Bel e del dragone. La data della loro stesura è incerta, ma l’evidenza indica che non dev’essere anteriore al II o III secolo a.C.
Gli scritti apocrifi non furono mai inclusi nel canone ebraico delle Scritture e non ne fanno parte neanche oggi. Ad esempio, Giuseppe Flavio, noto storico ebreo del I secolo, nel suo libro Contro Arpione affermò: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”. Egli poi mostrò di essere a conoscenza dell’esistenza dei libri apocrifi aggiungendo: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti”.
Lo stesso Girolamo, oggi considerato dalla Chiesa Cattolica ‘Padre’ e ‘Dottore’ della stessa, portando a termine la Vulgata prese decisamente posizione contro tali libri apocrifi, anzi fu il primo a usare il termine ‘apocrifi’ nel senso di non canonici in riferimento a questi scritti. Infatti nel prologo ai libri di Samuele e Re, egli elencò i libri ispirati delle Scritture Ebraiche seguendo il canone ebraico e disse: “Ci sono ventidue libri … Questo prologo delle Scritture può concorrere per così dire alla difesa di tutti i libri che traduciamo dall’ebraico in latino: affinché siamo in grado di sapere che tutto ciò che è al di fuori va incluso negli apocrifi” (Jacques Paul Migne, Patrologia latina, vol. 28, coll. 600, 601). Poi, in una lettera che scrisse a una donna di nome Leta a proposito dell’educazione della figlia, raccomandò: “Stia bene attenta a tutti quanti i libri apocrifi. Se qualche volta avesse intenzione di consultarli, non per trarne verità dogmatiche ma solo per contemplarne devotamente i simboli, sappia che gli autori non sono quelli che figurano nelle rispettive intestazioni e che ci sono frammischiati non pochi elementi falsi, per cui occorre una grande prudenza per discernere l’oro nel fango” (San Girolamo – Le lettere, Roma, 1962, vol. III, p. 274).
La sua Chiesa non ha tenuto conto di tale raccomandazione e ha incluso tali scritti nel suo catalogo dei libri biblici nonostante che gli stessi “declinano in puerilità meschine oppure si perdono in fantasticherie ridicole (La Sacra Bibbia a cura di Giuseppe Ricciotti, Introduzione generale)
Ma come fu determinata la canonicità dei 66 libri della Bibbia? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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