LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – II

“NOI SIAMO TESTIMONI DI QUESTE COSE, E LO È ANCHE LO SPIRITO SANTO”

Atti 5:32

Anteprima
La Bibbia è una raccolta di 66 libri scritti nell’arco di 1.600 anni da 40 diversi scrittori. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri universalmente riconosciuto, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale. La stessa Chiesa, poi, avanza la pretesa di essere stata la curatrice di tale elenco o, per descriverlo in termini ‘tecnici’, del “canone” biblico. Tale termine deriva dall’ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura, e dal greco “kanòn”, generalmente usato nelle Scritture per indicare una “regola”. Pertanto vengono indicati per canonici quei libri considerati veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. In base a quali criteri è stata determinata la canonicità dei 66 libri biblici ritenuti tali e da chi?
Se la Bibbia è davvero Parola di Dio, e i libri che la compongono sono ispirati dal suo divino autore per far conoscere alle sue creature la sua volontà, non dovremmo aspettarci che Dio stesso, oltre alla stesura, ne abbia guidato anche la corretta catalogazione affinché non si creasse confusione tra gli scritti ispirati e quelli apocrifi? Pertanto non sarebbe logico anche aspettarsi che Dio stesso abbia stabilito i criteri per provare l’appartenenza di ciascun libro alla raccolta sacra e che gli stessi siano insiti in ogni libro? Così pure, se Dio ha usato lo spirito santo per redigere ciascun libro (cfr. 2Pietro 1:21) non è altrettanto logico pensare che mediante la stessa forza abbia guidato la raccolta dei vari scritti per la compilazione dell’intera biblioteca divina? … Ebbene, questo è proprio quello che è accaduto! … vediamo come …

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Alcuni giorni fa compiendo la mia opera pubblica per la predicazione del vangelo del Regno di Dio (cfr. Matteo 24:14; 28:19,10 e Atti 1:8) ho incontrato un sacerdote cattolico appartenente a un ordine canonicale che passeggiava in un parco del mio quartiere. La nostra conversazione si è subito indirizzata sulla Sacra Scrittura e sul suo messaggio. Tralascio i vari aspetti del nostro colloquio, ne riporto solo uno che è pertinente all’argomento di questa serie di post. Egli ha infatti affermato che se la Parola di Dio è arrivata fino a noi è grazie alla Chiesa Cattolica, la quale ne avrebbe anche curato il canone. Non so quanto fosse convinto di tale affermazione, poiché contrasta pienamente con la storia che invece attesta la strenua e violenta lotta della Chiesa contro la Bibbia, con migliaia e migliaia di copie bruciate sui sagrati delle chiese (per maggiori informazioni al riguardo cfr. il mio post del 14 giugno 2011, UNA STORIA FINITA – XVIII parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/06/14/una-storia-finita-xviii-parte/). Ma il punto che ora interessa è: chi ha fissato il canone biblico, cioè chi ha compilato il catalogo dei libri ispirati, degni di essere usati come regola di fede, dottrina e condotta?
in mano all’uomo c’era la canna per misurare” – Ezechiele 40:5
Come detto nel mio precedente post, la Bibbia è in effetti una collezione di antichi documenti ispirati da Dio composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri, il quale include solo i libri che rientrano nell’ambito e nella specializzazione della stessa. Il catalogo comprende comunemente 66 libri, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale.
Perché a questo catalogo si fa riferimento come al canone biblico? Tale parola origina dal termine ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura (cfr. Ezechiele 40:5). Lo scrittore cristiano Paolo usò lo stesso termine in greco, cioè kanòn, per indicare una “regola di condotta” (cfr. Galati 6:16). I libri canonici sono pertanto quelli veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. E se Dio li ha ispirati, non è logico pensare che abbia guidato anche la loro raccolta nella biblioteca divina in base a inequivocabili criteri da Lui stabiliti e insiti in ciascun libro? Quali sono, dunque, alcuni criteri divini che permettono di determinare la canonicità dei libri della Bibbia? Possiamo riassumerli in questo modo:
– Devono rivolgere gli uomini all’adorazione del suo ispiratore, cioè a Dio e suscitare profondo rispetto per la sua persona, per il suo nome, per la sua opera e per i suoi propositi relativi alla terra (cfr. Deuteronomio 6:4,5; Isaia 33:22; Matteo 6:9; 22:37).
– Non devono in alcun modo promuovere la superstizione o il culto delle creature, ma piuttosto devono incoraggiare ad amare e servire Dio (cfr. Esodo 20:3-6; Isaia 44:14-20; 46:5-7; Romani 1:21-25).
– Devono dar prova della loro ispirazione divina, di essere cioè il prodotto dello spirito santo (cfr. 2Samuele 23:2; Ezechiele 2:2; 2Timoteo 3:16; 1Pietro 1:21).
– Non devono essere in contrasto con l’armonia interna dell’intera raccolta ma, al contrario, ciascun libro deve dimostrare, mediante la sua affinità con gli altri, di essere opera del medesimo autore, Dio (cfr. 1Corinti 12:4-11; 1Timoteo 6:3).
– Devono essere accurati sia dal punto di vista storico che scientifico quando trattano argomenti attinenti a tali materie (per esempio cfr. Giobbe 26:7 e Isaia 40:22).
Inoltre, quando si parla di canone biblico, considerato il ragguardevole arco di tempo in cui i libri furono scritti, non si deve pensare che per accettare ciò che costituiva Scrittura ispirata si dovesse attendere fino al completamento della raccolta ispirata. Ad esempio, quando Mosè completò il Pentateuco (i primi cinque libri della raccolta) esso costituì il canone fino a quel tempo. I successivi libri man mano che vennero redatti si aggiunsero al canone già esistente, il quale forniva anche il modello dell’ispirazione divina. Solo per fare un ulteriore esempio, nel primo libro, Genesi, venne espresso il grandioso tema della Bibbia: la santificazione del nome di Geova e la rivendicazione della sua sovranità per mezzo di un “seme” promesso (cfr. Genesi 3:15). Tutti i successivi scritti vennero considerati ispirati e aggiunti al canone perché erano in armonia con questo tema, fornendo altri particolari sull’adempimento di tale promessa.
Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?” – Deuteronomio 18:20
I 39 libri delle Scritture Ebraiche (impropriamente detto Vecchio Testamento) contengono molte profezie che si collegano a detto tema. Basti pensare, solo per fare ancora alcuni esempi, alla promessa fatta ad Abraamo, dalla quale si comprende che il “seme” promesso sarebbe venuto dalla sua discendenza (cfr. Genesi 22:18); alla benedizione di Giacobbe su suo figlio Giuda che lo additava, fra i dodici figli, quale capostipite di una dinastia reale che avrebbe prodotto il “seme” promesso (cfr. Genesi 49:10); alla successiva promessa fatta da Dio a Davide, della tribù di Giuda, per un regno eterno da dare al suo “seme” (cfr.  2Samuele 7:11-16); al fatto che il promesso “seme” sarebbe stato un “profeta come Mosè” in quanto molti aspetti della sua vita terrena sarebbero stati simili a quella di Mosè (cfr. Deuteronomio 18:18. Vedi, ad esempio, le analogie tra Esodo 9:13-16 e Giovanni 17:4,6,26; tra Esodo 34:28 e Matteo 4:1,2; tra Esodo 19:3-9 ed Ebrei 8:6-13; tra Esodo 18:13 e Giovanni 5:22); al modo in cui il regno avrebbe rivendicato la sovranità di Geova Dio indicato dal profeta Daniele (cfr. Daniele 2:44; 7:13,14); alla indicazione del tempo della comparsa del promesso “seme” fatta ancora per mezzo di Daniele (cfr. Daniele 9:24-27); alle descrizioni delle benedizioni del regno fatte dal profeta Isaia (cfr. Isaia 9:6,7; 11:4-9; 25:8; 33:24; 35:5-7; 65:17) nonché alle centinaia di profezie messianiche che avrebbero dovuto aiutare il popolo ebraico a riconoscere il “seme” o il Messia promesso quando questi sarebbe apparso (cfr. ad esempio Michea 5:2; Geremia 31:15; Zaccaria 9:9; 11:12; Salmo 22;18; 41:9; Isaia 50:6; Giona 1:17).

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Le Scritture Ebraiche contengono molte profezie. Geova Dio stesso provvide la base per stabilire l’autenticità di una profezia, cioè per vedere se veniva davvero da Dio o no, e questo aiutava a determinare la canonicità di un libro profetico. Per mezzo di Mosè fece scrivere: “il profeta che ha la presunzione di pronunciare in mio nome una parola che io non gli ho comandato di pronunciare o che parla nel nome di altri dèi, quel profeta deve morire.E nel caso che tu dica nel tuo cuore: Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?quando il profeta parla nel nome di Geova e la parola non avviene o non si avvera, quella è la parola che Geova non ha pronunciato. Il profeta la pronunciò con presunzione” (Deuteronomio 18:20-22). Esaminando, quindi, ciascun libro profetico delle Scritture Ebraiche nel contesto dell’intera Bibbia e alla luce della storia secolare si può stabilire al di là di ogni dubbio se esso è ispirato o meno da Dio: se la profezia si è regolarmente adempiuta significa che era autentica e ispirata, in caso contrario quella sarebbe stata “la parola che Geova non ha pronunciato”!
è scritto” – cfr. Matteo 4:3-10; Luca 24:45-48; Marco 7:6,7; Giovanni 12:14,15; Atti 15:15-17
Ben 37 dei 39 libri delle Scritture Ebraiche furono citati da Gesù durante il suo ministero terreno o dai suoi fedeli apostoli. Questi ripetute volte dissero “è scritto”, facendo poi seguire a tale dichiarazione una citazione presa da libri delle Scritture Ebraiche. Anche tutte queste citazioni costituiscono un criterio valido per stabilire la loro canonicità. Per quanto riguarda i rimanenti due, Ester e Ecclesiaste (o Qohelet), molti fatti confermano la loro attendibilità e ispirazione divina. Il racconto di Ester esalta la devozione a Dio (es. narra di Mardocheo che rifiutò di inchinarsi per onorare un uomo, l’amalechita Aman, poichè Dio aveva condannato gli amalechiti allo sterminio – cfr. Ester 3:1-5), alimentando la fede che è Dio a dirigere il corso degli avvenimenti e può liberare il suo popolo dall’oppressione dei suoi nemici (cfr. Ester 4:14). Tutt’oggi gli ebrei osservano la festa di Purim, o delle Sorti, per commemorare la grande liberazione avvenuta al tempo di Ester narrata nel libro. Anche l’Ecclesiaste sostiene la vera adorazione di Geova Dio e gli insegnamenti presentati e i princìpi esposti nel libro sono del tutto in armonia con il resto delle Scritture (cfr. Ecclesiaste 5:7; 7:18; 12:13).
Il popolo ebreo fu per 1.500 anni destinatario e custode delle Scritture Ebraiche e fu quel popolo (e non la Chiesa Cattolica o qualsiasi altra denominazione che vorrebbe appropriarsene il merito) a fissarne il canone. Già nel V secolo a.C. il sacerdote ed esperto copista Esdra cominciò a raccogliere e catalogare i libri delle Scritture Ebraiche, facendone diverse copie per l’istruzione del popolo tornato dalla cattività babilonese (cfr. Esdra 7:6,10). Tale lavoro di catalogazione, secondo una consolidata tradizione ebraica, venne completato dal governatore Neemia verso la fine del V secolo d.C. in concomitanza con la redazione dell’ultimo libro del catalogo, Malachia, scritto e completato nel 443 a.C. Fu allora che venne definitivamente fissato l’intero canone delle Scritture Ebraiche. Questo, come già riportato nel mio precedente post, è ulteriormente confermato dalla testimonianza del libro Contro Arpione nel quale il suo autore, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo d.C., fece riferimento proprio al canone di tali scritti affermando: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”.
Questo era il catalogo o canone che fu accettato come Scrittura ispirata da Cristo Gesù e dalla primitiva chiesa cristiana. Solo da questi libri gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane fecero citazioni e, introducendole con espressioni del tipo “come è scritto”, confermarono che quegli scritti erano Parola di Dio (cfr. Romani 1:17; 2:24; 3:4,10; 4:17; 8:36; 9:13,33; 10:15; 11:8,26; 15:3,9,21). Essi non citarono mai nessuno dei presunti scritti ispirati compilati dopo il tempo di Neemia fino al tempo di Cristo (inclusi i “deuterocanonici” o apocrifi presi in considerazione dalla Chiesa Cattolica).
noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo” – Atti 5:32
Che dire della composizione del canone delle Scritture Greche Cristiane, il cosiddetto, impropriamente, Nuovo Testamento? Come ha affermato il sacerdote citato all’inizio, la Chiesa Cattolica si è arrogata il merito di aver compilato tale raccolta. Essa si rifà al Concilio di Cartagine  del 397 d.C. durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. Ma molti esperti biblisti non concordano con tale affermazione. Ad esempio Oskar Skarsaune, professore di storia della Chiesa presso la Norwegian School of Theology di Oslo, si è così espresso: “Quali scritti andassero inseriti nel Nuovo Testamento e quali no non fu mai deciso da qualche concilio ecclesiastico e tanto meno da un singolo individuo … Questo processo si era già praticamente concluso molto prima di Costantino e molto prima che fosse stabilita la sua chiesa del potere. È stata la chiesa dei martiri, non la chiesa del potere, a darci il Nuovo Testamento”.
A riprova di tale affermazione ci sono diversi cataloghi antichi datati anteriormente rispetto al summenzionato Concilio, molti dei quali concordano esattamente con l’elenco attuale di 27 libri. Tra questi il più significativo è il Frammento Muratoriano. Si tratta di un frammento di pergamena facente parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena prodotto nell’VIII secolo d.C. (il codice era un prototipo di libro formato da una serie di fogli piegati, riuniti e legati insieme sulla piegatura in uso dalla fine del I secolo d.C.) Questo codice fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori, eminente storico italiano, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nel 1740. Il Frammento è scritto in latino ma si suppone che l’originale, di cui è una copia, sia stato composto in greco vari secoli prima, intorno al 170 d.C. Il testo non è un semplice elenco dei libri delle Scritture Greche Cristiane ma contiene anche alcuni commenti sui libri stessi e sui relativi scrittori. Anche se è mutilo di alcune righe il Frammento Muratoriano elenca 24 degli attuali 27 libri mentre per i 3 mancanti, la lettera agli Ebrei, la 1a lettera di Pietro e quella di Giacomo, lo studioso Geoffrey Mark Hahneman, nel suo libro The Muratorian Fragment and the Development of the Canon, considera “ragionevole ipotizzare che il Frammento possa aver contenuto altri riferimenti ora perduti, e che Giacomo ed Ebrei (e 1Pietro) possano essere stati fra questi”. Il Frammento Muratoriano è quindi una conferma che la maggior parte dei libri che oggi formano le Scritture Greche Cristiane erano già considerati canonici nel II secolo, cioè almeno due secoli prima che Costantino, il pagano imperatore romano, desse ufficialmente vita alla Chiesa Cattolica. Come si è espresso un altro autorevole studioso di Nuovo Testamento della Biola University, CA, USA, “La chiesa non fissò il canone arbitrariamente; è più corretto dire che ci fu da parte della chiesa un riconoscimento dei libri che i cristiani consideravano da sempre una Parola autorevole di origine divina” (Ken Berding, Sundoulos, Spring 2007).

frammento-muratoriano

Milano, Biblioteca Ambrosiana: uno dei fogli del codice I 101 sup., il cosiddetto Canone Muratoriano (photo di V. Veronesi)
Il Frammento Muratoriano consiste in 85 linee di testo nei fogli 10 e 11 del codice. È scritto in latino e sembra opera di un copista non troppo attento. Alcuni degli errori introdotti dal copista, comunque, sono stati identificati grazie alla comparazione con parti dello stesso testo incluse in quattro manoscritti dell’XI e XII secolo conservati presso l’Abazia di Montecassino. Si suppone che l’originale sia stato composto in greco vari secoli prima del testo del Frammento, che ne sarebbe la traduzione latina. Questo in base a un preciso indizio contenuto nel testo. Il Frammento, infatti, menziona un libro non biblico, il Pastore, e dice che l’autore, Erma, lo aveva scritto “molto recentemente, ai nostri giorni, nella città di Roma”. Gli studiosi datano la redazione finale del Pastore di Erma tra il 140 e il 155 d.C., per cui si pensa che l’originale greco del Frammento Muratoriano sia stato scritto intorno al 170 d.C. Per quanto riguarda l’autore, sono stati proposti diversi nomi: Clemente Alessandrino, Melitone di Sardi e Policrate di Efeso; i più, però, propendono per Ippolito, che scrisse in greco e visse a Roma nel periodo in cui fu composto il contenuto del Frammento. Leggendo il testo si nota che nel manoscritto mancano le prime righe, e anche alla fine sembra interrompersi bruscamente. Il documento inizia menzionando il Vangelo di Luca, e dice che lo scrittore di questo libro biblico era medico (cfr. Colossesi 4:14). Viene detto che quello di Luca è il terzo Vangelo, per cui è facile pensare che la parte iniziale mancante facesse riferimento al Vangelo di Matteo e a quello di Marco. Questa conclusione trova ulteriore conferma nel fatto che il Frammento Muratoriano afferma che il quarto Vangelo è quello di Giovanni. Il Frammento ribadisce che il libro degli Atti degli Apostoli fu scritto da Luca per l’“eccellentissimo Teofilo” (cfr. Luca 1:3; Atti 1:1) Poi elenca le lettere dell’apostolo Paolo: ai Corinti (due), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (due), ai Romani, a Filemone, a Tito e a Timoteo (due). Sono menzionate come ispirate anche la lettera di Giuda e due lettere di Giovanni. La prima lettera dell’apostolo Giovanni è menzionata insieme al suo Vangelo. La lista dei libri considerati ispirati si conclude con l’Apocalisse, o Rivelazione. Il Frammento non menziona la lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro e quella di Giacomo, ma diversi studiosi concordano nell’ipotizzare che ci fossero nel documento altri riferimenti andati perduti e che i libri mancanti possano essere tra questi.
Comunque la canonicità dei libri della Bibbia, ovvero il loro diritto a essere inclusi nella biblioteca divina, non dipese tanto dal fatto che siano citati o meno in qualche antica lista. La Bibbia stessa dice che qualcosa di molto più importante, e potente, ebbe un ruolo in tutto ciò. Nella sua prima lettera scritta alla chiesa di Corinto l’apostolo Paolo affermò: “Ora ci sono varietà di doni, ma c’è lo stesso spirito … la manifestazione dello spirito è data a ciascuno per uno scopo utile.Per esempio, a uno è data per mezzo dello spirito parola di sapienza, a un altro parola di conoscenza secondo lo stesso spirito,a un altro fede mediante lo stesso spirito, a un altro doni di guarigioni mediante quellunico spirito,a un altro ancora operazioni di opere potenti, a un altro profezia, a un altro discernimento di espressioni ispirate, a un altro diverse lingue e a un altro interpretazione di lingue” (1Corinti 12:4-10).
Come si può notare, l’apostolo dice che ad alcuni venne dato dallo spirito santo il dono di “discernere le espressioni ispirate”. Cosa significa questo? Semplicemente che alcuni cristiani di quel tempo, così come alcuni antichi servitori di Dio nell’antico Israele, vennero dotati della capacità sovrumana di distinguere fra le espressioni che erano realmente ispirate da Dio e quelle che non lo erano. È evidente perciò che il canone degli scritti cristiani fu fissato molto presto e con la guida dello spirito santo. Nell’ultima parte del II secolo alcuni scrittori cominciarono a esprimersi sulla canonicità dei libri biblici, ma non furono loro a formare il canone: ciò che fecero fu solo attestare quello che Dio aveva già accettato attraverso i suoi rappresentanti, i quali erano guidati dal suo spirito; a conferma di questo l’apostolo fu ispirato ancora a scrivere: “E noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono quale governante” (Atti 5:32).
In conclusione possiamo dire che Geova Dio non solo ha ispirato e preservato la sua Parola nel corso dei secoli ma ha anche guidato per mezzo del suo spirito la raccolta delle varie parti. Pertanto si deve riconoscere che la Parola di Dio è composta in tutto da 66 libri di cui è stata riconosciuta l’ispirazione divina, 39 delle Scritture Ebraiche e 27 delle Scritture Greche Cristiane. Qualsiasi aggiunta sia stata fatta a questo elenco è stata arbitraria, frutto di mistificazione umana i cui autori dovranno rendere conto al suo divino Autore, Geova Dio.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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