LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – IV

“DEGLI UOMINI PARLARONO DA PARTE DI DIO”

2Pietro 1:21

Anteprima
La Bibbia fu scritta da una quarantina di uomini in un periodo di quasi sedici secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane, non erano diversi dalle altre persone. In una circostanza uno di essi, l’apostolo cristiani Paolo, ad alcuni che avevano scambiato lui e il suo compagno missionario Barnaba per degli dèi disse: “Anche noi siamo uomini e abbiamo le stesse infermità che avete voi” (Atti 14:15). Da un punto di vista umano molti scrittori biblici non furono uomini di eccezionale cultura e capacità. Fra loro vi furono uomini molto comuni, uomini dediti a occupazioni umili, come quella di pastore o di pescatore. Questo è fondamentalmente il motivo per cui molti cosiddetti ‘cristiani’ credono che la Bibbia è semplicemente un libro che parla di Dio ma scritto da uomini devoti e che, pertanto, non ha origine da Dio. Per essi l’espressione “Parola di Dio” usata in riferimento alla Bibbia ha quindi pochissimo significato.
Contrariamente a tale tendenza, nessuno degli scrittori biblici si è mai attribuito il merito di ciò che ha scritto ma tutti hanno ripetutamente dichiarato di aver scritto sotto la guida dello spirito santo o forza attiva di Dio. Il loro pensiero fu riassunto dall’apostolo cristiano Pietro che scrisse: “la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”. (2Pietro 1:21; cfr. anche 2Timoteo 3:16). Se analizziamo le storie individuali di quegli uomini ne ricaviamo buone ragioni per avere fiducia nei loro scritti. Perché? I loro racconti sono una onesta e accurata descrizione delle vicende narrate, riportate con rassicurante imparzialità e sincerità. Essi non hanno cercato di dissimulare i fatti, di far apparire le persone più giuste di quello che realmente furono. In maniera molto franca e aperta ne hanno raccontato le debolezze e mancanze, e non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi nel riferire episodi sgradevoli della loro vita.
Ogni storia si caratterizza per la sua peculiarità, dandoci un quadro generale dello scrittore, tuttavia una cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte! Nel post che segue vengono trattate, come semplici esempi e in maniera sintetica, le caratteristiche di alcuni di essi a conferma di quanto sopra esposto.

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Karl Barth, pastore riformato svizzero considerato uno dei più grandi teologi protestanti, nella sua opera Kirchliche Dogmatik (Chiesa Dogmatica) ha scritto: “I profeti e gli apostoli in quanto tali potevano commettere errori nel parlare e nello scrivere”. Con questa affermazione intese esprimere un pensiero molto comune tra tanti cosiddetti ‘cristiani’, cioè che la Bibbia è semplice opera di uomini e pertanto rispecchia l’imperfetto pensiero umano. In maniera simile James Barr, ministro della Chiesa di Scozia e Professore di Interpretazione della Sacra Scrittura presso l’Università di Oxford, nel libro The Bible in the Modern World (La Bibbia nel Mondo Moderno) ha scritto: “Il mio giudizio sulla formazione della tradizione biblica è che si tratta di un’opera umana. È l’esposizione fatta dall’uomo delle sue credenze”. Perciò, pur riconoscendo che gli scrittori della Bibbia erano uomini di grande spessore spirituale, molti li considerano soltanto comuni mortali che cercavano di spiegare profonde verità spirituali ma senza avere le cognizioni e la cultura che abbiamo attualmente. Di conseguenza tutta la Bibbia viene considerata antiquata e di scarsa utilità per i nostri giorni
Tale asserzione, però, contrasta con quella di molti scrittori biblici i quali hanno ripetute volte affermato che la Bibbia è “parola di Dio”. Questo è del tutto sorprendente poiché normalmente gli scrittori ci tengono a far sapere di essere stati loro a scrivere una particolare opera. Ma questo non è il caso di quelli che scrissero la Bibbia. Per esempio, nel Salmo 119, scritto dal re Davide e composto da 176 versetti, per ben 176 volte vien ribadito questo concetto con espressioni tipo “la legge di Geova”, “i suoi rammemoratori” o, sempre riferito a Dio, “i tuoi ordini”, “i tuoi regolamenti”, “i tuoi comandamenti”, “la tua parola”, “le tue decisioni giudiziarie” e altre simili. I profeti che misero per iscritto le Scritture Ebraiche proclamarono più di 300 volte: “Geova ha detto questo” (cfr. Amos 1:3; Michea 2:3; Naum 1:12), oppure iniziarono i loro scritti dicendo: “La parola di Geova che fu rivolta a …” (cfr.  Osea 1:1; Giona 1:1). L’apostolo Pietro, scrittore cristiano, riassunse i pensieri di tutti scrivendo: “Degli uomini parlarono da parte di Dio” (2Pietro 1:21). Un altro apostolo e scrittore cristiano, Paolo, aggiunse che “la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” (2Timoteo 3:16,17).
Chi erano gli “uomini” che scrissero la Bibbia, e perché possiamo fidarci di loro?
Come già considerato nei precedenti post, a scrivere i 66 libri canonici che compongono la biblioteca divina furono in tutto 40 uomini vissuti tra il XV secolo a.C. e il I secolo d.C. Questi rientravano in varie categorie sociali e culturali. C’erano Re, come Davide, Salomone ed Ezechia (cfr. Proverbi 1:1; Ecclesiaste 1:1; Isaia 38:9); dei Funzionari di stato, come Daniele e Neemia (cfr. Daniele 2:49; 6:1-3; Neemia 1:11; 2:1,2); anche Comandanti militari, come Giosuè che ricoprì tale incarico quando gli israeliti si insediarono nella Terra Promessa e combatterono contro molti popoli nemici, o anche lo stesso Davide che guidò l’esercito Israelita nella guerra contro i filistei prima di divenire re (cfr. Giosuè 1:1,2; 11:5,6; 1Samuele 19:8; 23:1-5); alcuni Sacerdoti, come Geremia, Ezechiele ed Esdra (cfr. Geremia 1:1; Ezechiele 1:1-3; Esdra 7:10,11); un Medico, l’evangelista Luca (cfr. Colossesi 4:14); un Esattore di tasse, come l’evangelista Matteo (cfr. Marco 2:14); dei Pastori di greggi, come lo era stato Davide da giovane, e Amos (cfr. 1Samuele 16:11-13; 17:15,28,34; Amos 1:1); alcuni Pescatori, come gli apostoli Giovanni e Pietro (cfr. Matteo 4:18-22).
Che tipo di persone erano tutti questi? Esaminiamone alcuni esempi.
devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi” – Esodo 18:16
Prendiamo il primo scrittore, Mosè (1593-1473 a.C.). I produttori cinematografici, come quelli del film più famoso sulla sua vita, I Dieci Comandamenti, per far presa sul pubblico ne hanno sottolineato l’eroismo e il coraggio. Tuttavia la Bibbia lo descrive come  “il più mansueto di tutti gli uomini che erano sulla superficie del suolo” (Numeri 12:3). Perché? Egli fu disposto a riconoscere le sue debolezze e i suoi errori. Mise per iscritto la sua negligenza nel non far circoncidere suo figlio (cfr. Esodo 4:24-26). Narrò con schiettezza come in un’occasione non diede gloria a Dio, e la severità con cui Dio lo punì. (cfr. Numeri 20:2-12; Deuteronomio 1:37). Fu disposto ad accettare consigli, specie quando potevano essere utili per la nazione. Infatti, quando il suocero, Ietro, peraltro un non israelita, gli suggerì di delegare la sua autorità ad altri per alleggerire il suo proprio carico egli accettò il consiglio e nella circostanza disse anche: “devo far conoscere le decisioni del vero Dio e le sue leggi”. Così dimostrò di riconoscere che, sia lui che le persone che delegava, avevano il dovere di giudicare non secondo le proprie idee, ma secondo le decisioni di Geova e, soprattutto, che avevano la responsabilità di aiutare il popolo a conoscere e a rispettare le leggi di Dio (cfr. Esodo 18:5-7,13-27). Pur investito di molta autorità Mosè esercitò il potere sul popolo sempre con integrità morale, coraggio, compassione, sincero amore per la giustizia. Rifiutò di tollerare la malvagità e non scese mai a compromessi per quanto riguarda l’applicazione delle istruzioni che riceveva da Dio ma fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Le sue qualità morali traspaiono dai suoi scritti, come nel Salmo 97:10 in cui affermò: “O voi che amate Geova, odiate ciò che è male”.

Mosè

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 fece proprio come Geova gli aveva comandato” – Numeri 17:11
Cresciuto alla corte egiziana come figlio della figlia del potente Faraone, rinunciò alle ricchezze, al potere e ai privilegi che come membro della casa reale poteva ottenere, “scegliendo di essere maltrattato col popolo di Dio piuttosto che avere il temporaneo godimento del peccato,perché stimò il biasimo del Cristo come ricchezza maggiore dei tesori dEgitto” (Ebrei 11:25,26). Mosè fu scelto da Geova per condurre Israele fuori dall’Egitto. Sapeva che assolvere a questo incarico sarebbe stato difficile. Confidò pienamente in Dio sicuro che l’avrebbe aiutato. Mosè era molto colto, e la sua educazione quale componente della famiglia del faraone gli aveva senza dubbio conferito dignità, fiducia ed equilibrio e aveva accentuato le sue doti di organizzatore e comandante (cfr. Atti 7:22). Ma questo non bastava per essere preposto al popolo di Dio. Doveva essere addestrato e preparato a sopportare lo scoraggiamento, le delusioni e le difficoltà che avrebbe incontrato, e a risolvere con amorevole benignità, calma e vigore i numerosi problemi che una grande nazione avrebbe presentato. Nei 40 anni trascorsi in Madian dopo la sua fuga dall’Egitto Dio lo addestrò per mezzo dell’umile lavoro di pastore e, come Cristo, di cui fu una figura profetica, anche egli “imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Ebrei 5:8). Tale addestramento gli fu utile in seguito poiché fece sempre “secondo tutto ciò che Geova gli aveva comandato. Fece proprio così” (Numeri 17:11). Sotto la guida divina ci ha lasciato una notevolissima quantità di scritti. Si tratta di composizioni poetiche (cfr. il libro di Giobbe e il Salmo 90), narrazioni storiche (cfr. i libri di Genesi, Esodo e Numeri), importanti genealogie (cfr. Genesi, capitoli 5,11, 19,22,25) e un cospicuo corpus giuridico detto Legge mosaica (cfr. Esodo, capitoli 20-40; i libri di Levitico, Numeri e Deuteronomio). Questa Legge ispirata da Dio conteneva idee, leggi e princìpi di governo che erano di secoli in anticipo sui tempi. Solo per fare un esempio, stabiliva il principio della separazione tra Chiesa e Stato poiché al re non era permesso fungere anche da sacerdote; questa norma proteggeva la popolazione dall’intolleranza, dall’oppressione religiosa e dall’abuso di potere, una necessità che si avverte sempre più spesso anche nei nostri giorni (cfr. 2 Cronache 26:16-18).
io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me” – Salmo 51:4
Davide (1107-1037 a.C.). Questo pastore, musicista, poeta, soldato, statista, profeta e re è una figura di primissimo piano nelle Scritture Ebraiche. Focoso combattente sul campo di battaglia, perseverò nelle avversità, fu un valoroso condottiero il cui coraggio e la cui forza non vennero mai meno, eppure fu abbastanza umile da riconoscere i propri errori e pentirsi di gravi peccati. Era anche un uomo capace di provare tenera compassione e misericordia, amante della verità e della giustizia, e, soprattutto, aveva assoluta fiducia in Geova suo Dio. Di lui Geova stesso disse: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore, che farà tutte le cose che desidero” (cfr. Atti 13:22). Negli anni che trascorse facendo il pastore manifestò preziose qualità come la perseveranza, il coraggio e la prontezza nel cercare e salvare le pecore che si allontanavano dal gregge, senza esitare a uccidere un orso o un leone quando fu necessario proteggerle (cfr. 1Samuele 17:34-36). Questa esperienza lo preparò per il ruolo più grande quale pastore del popolo di Dio, il quale, come è scritto: “scelse dunque Davide suo servitore e lo prese dai recinti del gregge. Dal seguire le femmine che allattavano lo condusse per esser pastore su Giacobbe suo popolo e su Israele sua eredità” (Salmo78:70,71). Nell’episodio che lo vide combattere contro il gigante Golia mostrò tutta la sua lealtà alla sovranità di Dio dicendo al nemico: “Vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). La stessa lealtà e sottomissione la mostrò quando, braccato dal re Saul che, accecato dalla gelosia, cercava di sopprimerlo, ebbe l’occasione di ucciderlo ma gli risparmiò la vita dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova, stendendo la mano contro di lui, poiché è l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Davide aveva anche a cuore l’adorazione di Geova perciò pensò di pensò di costruire un grandioso tempio a Gerusalemme dedicato a questo scopo. Ma non gli fu permesso di costruirlo, perché Dio gli disse: “Hai sparso sangue in gran quantità, e hai fatto grandi guerre. Non edificherai una casa al mio nome, poiché hai sparso una gran quantità di sangue sulla terra dinanzi a me” (1Cronache 22:8; 28:3). Sarebbe stato suo figlio Salomone a costruire il tempio. Davide umilmente e lealmente accettò la decisione di Dio e fece tutti i preparativi affinché il figlio potesse portare a termine il progetto contribuendo dal suo patrimonio personale oro e argento per un valore di circa 800 milioni di euro. Nonostante le sue buone qualità, a motivo dell’imperfezione che tutti gli uomini ereditano alla nascita dai nostri antenati Adamo ed Eva, Davide commise alcuni errori e dei gravi peccati, come quando si rese responsabile di adulterio e di assassinio nei confronti di Betsabea e del marito Uria. Quando Geova lo smascherò tramite il profeta Natan, Davide non tentò di giustificarsi o minimizzare il suo peccato ma riconobbe le sue responsabilità e la gravità delle sue colpe dicendo: “io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me.Ho peccato contro di te, contro te solo, E ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi” (Salmo 51:3,4). Egli manifestò una giusta condizione di cuore pentendosi e implorando il perdono di Geova il quale, vedendo il suo sincero pentimento, gli mostrò misericordia risparmiandogli la vita. Tuttavia Davide non poté evitare del tutto la punizione poiché per bocca del suo profeta Geova sentenziò: “farò sorgere contro di te la calamità dalla tua propria casa” (2Samuele 12:1-12). Nel prosieguo della sua vita ebbe diversi e anche gravi problemi con i figli, ma la sua integrità non venne mai meno.
Davide

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 A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato” – Salmo 40:8
Il Salmo 51 contiene alcune delle più profonde e toccanti espressioni di fede mai scritte. Esprime un’ampia gamma di sentimenti che spaziano dal dolore al rimorso e al pentimento. Davide lo scrisse dopo che il profeta Natan smascherò il suo peccato con Betsabea. Aprì il suo cuore, esprimendo profondo dolore e implorando il perdono di Dio: “Lavami completamente dal mio errore, e purificami anche dal mio peccato. Poiché io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me”, scrisse. Poi aggiunse: “un cuore rotto e affranto, o Dio, tu non disprezzerai”. Solo un essere umano poteva esprimere con tanta angoscia i suoi sentimenti di colpa e la sua fede nella misericordia divina. Sebbene commettesse alcuni gravi errori, Dio disse di lui: “Ho trovato Davide … uomo secondo il mio cuore” (Atti 13:22). Questo perché per gran parte della sua esistenza Davide diede uno straordinario esempio in quanto al tenere conto della volontà e della santificazione del nome di Dio. Lo fece quando, ancora ragazzo, affrontò il campione dei filistei, Golia, dicendogli: “Tu vieni a me con una spada e con una lancia e con un giavellotto, ma io vengo a te nel nome di Geova degli eserciti, l’Iddio delle linee di battaglia d’Israele, che tu hai biasimato” (1Samuele 17:45). Lo fece quando, già nominato da Dio quale successore del disubbidiente re Saul e perciò da questi perseguitato, pur avendo la possibilità di eliminarlo, aspettò che fosse Geova stesso a destituirlo dal suo incarico dicendo: “È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io faccia questa cosa al mio signore, l’unto di Geova” (1Samuele 24:6). Lo fece anche quando tre dei suoi uomini si impegnarono in un’incursione nella città di Betleem, che era occupata dai filistei, e gli portarono l’acqua della cisterna di quella città che Davide aveva desiderato bere. Il racconto dice che “Davide non acconsentì a berla, ma la versò a Geova”. Come mai? Lui stesso spiegò: “È impensabile da parte mia, riguardo al mio Dio, far questo! Dovrei io bere il sangue di questi uomini a rischio delle loro anime? Poiché a rischio delle loro anime l’hanno portata”. (1Cronache 11:15-19). Egli mostrò di comprendere il principio su cui si basava la legge di Dio sul sangue: per lui quell’acqua era preziosa quanto il sangue dei tre uomini, e per questo era impensabile berla concludendo che doveva versarla a terra (cfr. Levitico 17:11; Deuteronomio 12:23,24). Si, Davide studiava la legge di Dio e meditava profondamente su di essa. Confidava nella sapienza dei comandamenti di Geova perciò si sforzava di vivere in completa armonia con la legge di Dio. Infatti cantò: “A fare la tua volontà, o mio Dio, mi sono dilettato, e la tua legge è dentro le mie parti interiori” (Salmo 40:8).
non appartiene all’uomo terreno la sua via” – Geremia 10:23
Geremia (VI sec. a.C.). Ricevette l’incarico di profeta da giovane, nel 647 a.C., un tempo in cui in Giuda molti si erano dati ad adorare falsi dei. Geova gli disse: “ti ho dato incarico in questo giorno di essere sulle nazioni e sui regni, per sradicare e per abbattere e per distruggere e per demolire, per edificare e per piantare” (Geremia 1:10). Non era un incarico facile, specialmente per un giovane inesperto, perché la maggior parte della popolazione di Giuda si era votata non solo all’idolatria ma anche alla sistematica violazione della Legge. Rendendosene conto Geremia disse a Dio: “Ohimè, o Sovrano Signore Geova! Ecco, realmente non so parlare, poiché non sono che un ragazzo” (Geremia 1:6). Comunque non si tirò mai indietro, continuò a confidare pienamente nell’aiuto di Dio per svolgere quel difficile incarico. Anche quando venne messo ai ceppi ed esposto al pubblico ludibrio, disse con fiducia: “Geova era con me come un terribile potente. Perciò i medesimi che mi perseguitano inciamperanno e non prevarranno. Certamente proveranno molta vergogna” (Geremia 20:11). Mentre i capi religiosi del suo tempo ostentavano la loro giustizia e davano più importanza al rituale che alla retta condotta e spingevano la nazione verso un falso senso di sicurezza invocando una pace che non sarebbe mai arrivata – esattamente come fanno oggi i capi religiosi del cristianesimo apostata – (cfr. Geremia 8:11), Geremia trasmise lealmente il pungente messaggio di Dio a quel popolo: “Si può forse rubare, assassinare e commettere adulterio e giurare falsamente e fare fumo di sacrificio a Baal e camminare dietro ad altri dèi che voi non avevate conosciuto … e dovete dire: ‘Saremo certo liberati’, malgrado il compiersi di tutte queste cose detestabili?” A quegli apostati che continuavano a considerarsi il ‘popolo eletto’ credendo che Dio avrebbe tollerato qualsiasi condotta egli pose questa significativa domanda: “Questa casa sulla quale è stato invocato il mio nome è divenuta ai vostri occhi una semplice spelonca di ladroni?” (Geremia 7:11). Quasi 700 anni più tardi la situazione non era migliorata; infatti Gesù usò proprio queste parole per condannare gli usurai e i commercianti che allora operavano nel tempio ricostruito (cfr. Marco 11:15-17). E oggi nel cristianesimo apostata la situazione non è certamente migliore! Basiliche e santuari sono diventati luogo di mercimonio religioso con la vendita di oggetti di culto al loro interno (cfr. Atti 19:23-27). Il coraggio e la perseveranza di Geremia furono pari all’amore che egli aveva per il suo popolo. Egli pianse per la calamità che si sarebbe abbattuta su Gerusalemme e supplicò governanti e popolo di ubbidire alla voce di Geova per continuare a vivere. Lui stesso, poi, non si considerò giusto ma si inserì nel novero di coloro che riconoscevano la malvagità della nazione (cfr. Geremia 14:20,21). Infine Geremia indicò chiaramente che per poter camminare saggiamente sulla nostra bella terra l’uomo ha bisogno di valori superiori alle filosofie umane, perciò scrisse: “So bene, o Geova, che non appartiene all’uomo terreno la sua via” (Geremia 10:23).
Geremia

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il mio cuore è tumultuoso dentro di me. Non posso tacere” – Geremia 4:19
la profezia non fu mai recata dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo”, scrisse l’apostolo Pietro (2Pietro 1:21). Geremia, incaricato da Geova di profetizzare la caduta dell’apostata Gerusalemme, era sicuro che quello che profetizzava si sarebbe adempiuto. Era un uomo di fede, che aveva studiato le Scritture e sapeva che la storia attestava la capacità di Geova di predire avvenimenti impossibili dal punto di vista umano, come ad esempio la liberazione di Israele dalla schiavitù in Egitto (cfr. Genesi 15:13,16). Conosceva anche le parole pronunciate da Giosuè agli Israeliti entrati nella terra promessa: “Sapete bene con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima che nemmeno una parola di tutte le buone parole che Geova vostro Dio vi ha proferito è venuta meno. Vi si sono avverate tutte. Nessuna parola d’esse è venuta meno” (Giosuè 23:14). Lui stesso fu testimone dell’adempimento di molte profezie. Ad esempio predisse il destino di quattro re di Giuda:  Ioacaz, che sarebbe stato esiliato e non avrebbe fatto più ritorno in Giuda (cfr. Geremia 22:11,12); Ioiachim, che sarebbe stato sepolto “con la sepoltura di un asino” (cfr. Geremia 22:18,19; 36:30); Ioiachin o Ieconia, che sarebbe stato esiliato a Babilonia, dove sarebbe morto (cfr. Geremia 22:24-27; 24:1); Sedechia, che sarebbe stato consegnato nelle mani dei nemici, i quali non gli avrebbero mostrato compassione (cfr. Geremia 21:1-10). Poi predisse che Babilonia avrebbe esteso la sua influenza sul Regno di Giuda e sulle città e i popoli vicini, rendendoli vassalli (cfr. Geremia 25:15-29). Infine profetizzò in maniera particolareggiata la repentina caduta della stessa Babilonia (cfr. Geremia 50:38; 51:30). Predisse anche che gli ebrei avrebbero servito i babilonesi per 70 anni, poi Dio li avrebbe riportati nel loro paese (cfr. Geremia 25:8-11; 29:10). Tutte quelle profezie si adempirono nei dettagli dichiarati dal profeta. Geremia Aveva valide ragioni per confidare nell’attendibilità delle parole di Geova. Anche noi dovremmo averne, perché alcune delle dichiarazioni di Dio trasmesse per mezzo di Geremia si stanno adempiendo ora, o devono ancora adempiersi. Questo si comprende dal parallelismo di alcuni degli avvenimenti predetti da Geremia con quelli scritti sette secoli dopo dall’apostolo Giovanni. In particolare possiamo riferirci alla fine dell’antica Babilonia, predetta da Geremia con un secolo di anticipo e regolarmente avvenuta nel 539 a.C. e alla parallela profezia dell’apostolo sulla caduta della simbolica “Babilonia la Grande”, cioè dell’impero mondiale della falsa religione, avvenuta nell’anno 1919 d.C. quando alcuni cristiani sinceri iniziarono ad esaminare attentamente le Scritture e a smascherare, con una predicazione mondiale e lo stesso coraggio mostrato dal giovane profeta, tutti i falsi insegnamenti religiosi della tradizione umana, come la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno per i cattivi, la dottrina trinitaria, o l’osservanza di festività di origini pagane, come il Natale, e tanti altri, incluse le ingerenze nella politica e nell’avido sistema commerciale umano! (cfr. Rivelazione o Apocalisse 18:2-19). Proprio come a suo tempo Geremia, anche oggi i veri cristiani dicono “non posso tacere” (Geremia 4:19). Al pari di Geremia si rendono conto di vivere in un tempo di giudizio, perciò proclamano intrepidamente il messaggio di Geova per i nostri giorni.
Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” – Atti 5:29
Pietro (I sec. d.C.). Aveva un temperamento dinamico, non era timido o esitante e questo lo induceva a parlare per primo, a esprimersi quando altri rimanevano in silenzio e a essere impulsivo, a volte anche impetuoso. Per questo motivo fu anche più spesso corretto, ripreso o rimproverato. Non si limitava a parlare ma era anche un uomo d’azione; manifestò spirito d’iniziativa e coraggio, e anche grande attaccamento per il suo Signore. La notte che arrestarono Gesù, mentre i discepoli chiedevano al Maestro se dovevano combattere per evitare il suo arresto, senza aspettare la risposta Pietro agì staccando con la spada l’orecchio a un uomo, e per questo fu ripreso da Gesù (cfr. Matteo 26:31-35; Luca 22:49-51; Giovanni 18:10,11). Ma a volte era anche tormentato dalla paura. Quella stessa sera prima che Gesù fosse arrestato, mentre erano ancora tutti a tavola per celebrare la Pasqua ebraica (di lì in poi sostituita con la commemorazione della morte di Cristo o “cena del Signore” – cfr. Luca 22:19,20) Pietro dapprima mostrò d’esser molto sicuro di sé e di provare un senso di superiorità nei confronti degli altri undici affermando che, se anche tutti gli altri avessero inciampato, lui non l’avrebbe mai fatto, poiché era pronto ad andare in prigione con Gesù o anche a morire con lui. Sappiamo poi come andò a finire: prima che il gallo cantasse, dominato dalla paura lo rinnegò ben tre volte! Quando però Gesù lo guardò, egli uscì dal cortile della casa del sommo sacerdote e “pianse amaramente” (cfr. Luca 22:54-62). Dopo la risurrezione di Gesù, quando questi si manifestò ai suoi discepoli che stavano pescando nel Mar di Galilea (o di Tiberiade), appena essi lo riconobbero sulla spiaggia, ancora lui impulsivamente si tuffò e raggiunse la riva a nuoto, lasciando che gli altri portassero a riva la barca (cfr. Giovanni 21:1-8). Dopo l’ascensione di Gesù al cielo e dopo aver ricevuto forza dallo spirito santo, il giorno di Pentecoste, manifestò un atteggiamento del tutto diverso divenendo una delle “colonne” della chiesa primitiva (cfr. Galati 2:9). Ebbe un ruolo di primo piano nel diffondere il messaggio del regno usando le simboliche “chiavi” che Gesù gli aveva affidato per aprire la via del regno celeste dapprima agli ebrei, subito dopo la Pentecoste (cfr. Atti 2:1-41, 1a chiave), poi ai samaritani (cfr. Atti 8:14-17, 2a chiave), infine ai ‘gentili’ con la conversione del centurione romano Cornelio e della sua famiglia (cfr. Atti 10:1-48, 3a chiave). Quando, a motivo della testimonianza che davano, i governanti giudei fecero arrestare lui e Giovanni intimando loro di smettere di compiere l’opera di predicazione, a nome di tutti con coraggio Pietro dichiarò: “Dobbiamo ubbidire a Dio come governante anziché agli uomini” e fu disposto a sopportare la fustigazione inflittagli dal Sinedrio (Atti 5:29,40,41). Comunque, anche se era molto rispettato e aveva una posizione preminente nella chiesa, Pietro non vantò mai il primato sugli altri cristiani, come falsamente gli viene attribuito dal cristianesimo apostata. Né mai si ritenne ‘infallibile’! In una circostanza, mentre si trovava ad Antiochia, l’apostolo Paolo lo riprese “a faccia a faccia, perché era condannato”, lo rimproverò pubblicamente, “davanti a tutti loro”, cioè ai cristiani di quella città, perché si vergognava di mangiare e anche di stare in compagnia dei cristiani gentili a motivo della presenza di certi cristiani ebrei che erano venuti da Gerusalemme (cfr. Galati 2:11-14). Pietro fu molto amato dai suoi conservi cristiani proprio per la sua “umanità”. Fu la sua natura calorosa e ardente che lo rese loro caro nonostante la sua impulsività e impetuosità. Era pronto a parlare come lo era ad agire. Diceva chiaramente quello che pensava, con una franchezza che tutt’oggi piace a moltissime persone. Spesso parlava a sproposito, è vero, e non sarà stato neanche un uomo molto istruito, ma certamente era un uomo intelligente, un pensatore. Già, perché più volte fece domande interessanti dimostrando di saper usare il cervello; ad esempio, dopo che Gesù ebbe narrato alla folla una parabola, Pietro gli chiese di spiegarla a lui e agli altri discepoli (cfr. Matteo 15:15). In un’altra circostanza, allorché Gesù chiese agli apostoli se anch’essi volevano lasciarlo come avevano fatto altri discepoli, fu proprio Pietro a dire: “Signore, da chi ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiam conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6:68,69). Che commoventi parole di gratitudine e lealtà!
Pietro

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 tu, una volta tornato, rafforza i tuoi fratelli” – Luca 22:32
Simeone (ebraico) o Simone (greco) fu uno dei primissimi discepoli di Gesù. Quando suo fratello Andrea gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” non ebbe alcuna esitazione e iniziò a seguirlo. In quell’occasione Gesù lo soprannominò Cefa, equivalente semitico del nome greco Pietro che significa “pietra, pezzo di roccia” (cfr. Giovanni 1:35-42). Pietro manifestò senz’altro qualità simili a quelle della roccia rafforzando i suoi fratelli di fede e promuovendo tra i cristiani qualità come stabilità, risolutezza e affidabilità. Aveva a cuore la loro sorte. Nonostante il suo carattere impulsivo e qualche volta perfino impetuoso, quando si rivolgeva a loro teneramente li chiamava “diletti”, esortandoli calorosamente a non dimenticare ciò che era stato loro insegnato. Quando scrisse la sua prima lettera, intorno al 62/63 d.C., indirizzata ai cristiani del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia, in maggioranza ‘gentili’, cioè non di stirpe ebraica, questi stavano affrontando prove infuocate a causa degli oppositori (cfr. 1Pietro 1:1,6,7). Pietro scrisse la sua lettera per incoraggiarli. Il suo intento era di aiutarli a raggiungere “il fine della loro fede, la salvezza delle loro anime” (1Pietro 1:9). In seguito, verso il 64 d.C., scrisse una seconda lettera perché incombeva su di loro una minaccia ancora più grave. Incominciavano a infiltrarsi nella chiesa cristiana i primi elementi corruttori, in adempimento della parabola ‘del grano e delle zizzanie’ pronunciata da Gesù (cfr. Matteo 13:24-30,36-42). Questi individui cercavano di sviare altri con falsi insegnamenti e con una condotta immorale (cfr. 2Pietro 2:1-3). Perciò Pietro si rivolse a quei cristiani dicendo: “desto le vostre chiare facoltà di pensare alla maniera di un rammemoratore, affinché ricordiate le parole dette in precedenza dai santi profeti e il comandamento del Signore e Salvatore per mezzo dei vostri apostoli” (2Pietro 3:1,2). Con queste parole li invitò a combattere l’apostasia religiosa volgendosi alle Scritture, sia quelle ebraiche (“le parole dette … dai santi profeti”), sia quelle cristiane (“il comandamento del Signore … per mezzo dei vostri apostoli”). Un sano modello valido tutt’oggi per poter riconoscere la verità tra le miriadi di dogmi e dottrine dichiarate ‘cristiane’ ma il più delle volte contrastanti l’una con l’altra (vedi ad esempio la venerazione di santi e madonne praticata dai ‘cristiani’ cattolici o ortodossi ma non dai ‘cristiani’ protestanti; o il cosiddetto ‘primato petrino’ proclamato dai ‘cristiani’ cattolici ma non riconosciuto né dai ‘cristiani’ ortodossi né da quelli protestanti: chi ha la verità?) Certamente Pietro aveva ascoltato Gesù pregare il Padre e dire: “la tua Parola è verità” (Giovanni 17:17) e ora lo ricordava ai suoi ‘diletti’ fratelli. Oggi abbiamo un motivo ancora più impellente per rivolgerci alla verità delle Scritture poiché, scrisse l’apostolo: “i cieli e la terra che sono ora son custoditi per il fuoco e sono riservati al giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi” e quel “giorno del giudizio”, secondo le profezie e la cronologia biblica è molto vicino. Perciò la raccomandazione dell’apostolo, che dovremmo far nostra, è: “state in guardia, affinché non siate trascinati … dall’errore di persone che sfidano la legge … ma continuate a crescere nell’immeritata benignità e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (cfr. 2Pietro 3:3-18).
Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno” – Atti 20:33
Paolo (I sec. d.C.). Fu sicuramente il più prolifico degli scrittori biblici, autore di ben 14 libri della biblioteca divina. Biblicamente nasce come persecutore dei discepoli di Gesù, anche se lo fece in buona fede per zelo mal riposto nella tradizione umana, essendo stato educato nel fariseismo. Ma quando venne a conoscenza della verità riguardo a Cristo e al suo ministero non esitò un solo istante a cambiare atteggiamento. Che fulgido esempio per tutti quelli che continuano ad essere attaccati alle tradizioni religiose che non hanno fondamento nella Parola di Dio a scapito della verità! (cfr. Matteo 15:6-9). Al contrario di Pietro, Paolo era una persona molto colta, “educato … ai piedi di Gamaliele”, cioè istruito da uno dei più grandi maestri rabbinici del I secolo. Ma non ne fece mai un vanto o motivo di prestigio personale; non cercò mai di far colpo sui suoi ascoltatori “con stravaganza di parola o di sapienza”, cioè facendo discorsi forbiti, usando parole di difficile comprensione per persone comuni, si adattava alle persone a cui predicava cercando  di non metterle in difficoltà (cfr. 1Corinti 2:1-5; 9:19-23; 2Corinti 6:3). S’impegnò con zelo nel predicare la buona notizia del regno, percorrendo migliaia di chilometri per mare e per terra, fondando molte comunità cristiane in Europa e in Asia Minore. Non si attribuì alcun merito di ciò, ma rese ogni onore a Dio come il vero responsabile di quella crescita (cfr. 1Corinti 3:5-9). Apprezzava molto il proprio ministero e lo riconosceva come un’espressione della misericordia di Dio e del Figlio suo. A un suo fedele compagno missionario scrisse infatti: “Per questo mi fu mostrata misericordia, affinché per mezzo di me … Cristo Gesù dimostrasse tutta la sua longanimità a modello di coloro che riporranno la loro fede in lui per la vita eterna” (1Timoteo 1:16). A motivo della persecuzione dei cristiani di cui era stato responsabile, non si riteneva degno di essere chiamato apostolo e riconosceva di essere tale solo per immeritata benignità di Dio, perciò si diede da fare più degli altri apostoli. Ma pur avendo ricevuto da Cristo autorità nel suo ministero, si rivolgeva agli altri sempre con amore. Era gentile e manifestava loro tenero affetto, esortandoli e consolandoli come un padre. Pur potendo ricevere aiuto materiale dagli altri, preferiva lavorare con le sue mani per non essere finanziariamente di peso a nessuno. Che monito sono le sue parole per gli opulenti e vanagloriosi rappresentanti del clero del cristianesimo apostata: “Non ho concupito né l’argento né l’oro né la veste di nessuno. Voi stessi sapete che queste mani hanno provveduto ai bisogni miei e di quelli che erano con me.In ogni cosa vi ho mostrato che, faticando così, dovete assistere quelli che sono deboli, e dovete tenere presenti le parole del Signore Gesù, che egli stesso disse: C’è più felicità nel dare che nel ricevere’” (Atti 20:33-35). Infine, essendo imperfetto, come tutti, egli provava un continuo conflitto fra la mente e la carne peccaminosa affermando: “Trovo dunque nel mio caso questa legge: che quando desidero fare ciò che è giusto, ciò che è male è presente in me.Realmente mi diletto nella legge di Dio secondo luomo che sono interiormente,ma vedo nelle mie membra unaltra legge che combatte contro la legge della mia mente e mi conduce prigioniero alla legge del peccato che è nelle mie membra” (Romani 7:21-23). Ma non si arrese mai e disse: “Tratto con durezza il mio corpo e lo conduco come uno schiavo affinché, dopo aver predicato agli altri, io stesso non divenga in qualche modo disapprovato” (1Corinti 9:27).
Paolo

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 hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza” – Romani 10:2
Molte persone sono attaccate alle loro tradizioni religiose e non sono disposte a mettersi in discussione per quanto riguarda la verifica della conformità delle stesse alla verità e alla volontà di Dio. Queste persone dovrebbero riflettere seriamente sull’esempio dell’apostolo Paolo. Egli si rese responsabile di una campagna di crudele persecuzione contro i seguaci di Cristo, li arrestava e, quando si trattava di condannarli a morte, votava contro di loro. Durante i processi nelle sinagoghe cercava di costringerli ad abiurare. Estese la persecuzione ad altre città oltre Gerusalemme, e si procurò perfino un’autorizzazione scritta del sommo sacerdote per andare a scovare i discepoli di Cristo fino a Damasco in Siria. Perché lo faceva? Paolo apparteneva alla casta dei farisei fu educato dal dotto fariseo Gamaliele, questo fa pensare che fosse di una famiglia importante. Era anche cittadino romano dalla nascita, avendo forse suo padre ottenuto la cittadinanza per servizi resi allo stato romano. Egli stesso confessò: “circa la maniera di vivere fin dalla giovinezza che ho seguito dal principio fra la mia nazione e a Gerusalemme, tutti i giudeiche mi hanno precedentemente conosciuto dall’inizio sanno, se solo desiderano rendere testimonianza, che secondo la più rigorosa setta della nostra forma di adorazione io son vissuto da fariseo” (Atti 26:5).Questa potente setta imponeva la rigida osservanza della legge e della tradizione. Il cristianesimo era considerato in antitesi con quelle convinzioni, poiché insegnava una nuova via per ottenere la salvezza: tramite Gesù. Gli ebrei del I secolo si aspettavano che il Messia fosse un Re glorioso che li liberasse dal giogo romano. Per la loro mentalità era inconcepibile, inammissibile e ripugnante che un individuo condannato dal Grande Sinedrio con l’accusa di bestemmia e successivamente messo al palo come criminale maledetto potesse essere il Messia! Perciò Paolo si oppose a questo insegnamento con la massima intransigenza e per estirparlo ricorreva anche all’uso spietato della forza. Era certo che Dio voleva così, come egli stesso ammise: “Fino all’eccesso perseguitavo la congregazione di Dio e la devastavo, e … facevo nel giudaismo più progresso di molti della mia stessa età nella mia razza, essendo assai più zelante nelle tradizioni dei miei padri” (Galati 1:13,14). L’apparizione di Gesù sulla via di Damasco pose fine a tutto questo. Da irriducibile nemico del cristianesimo, Paolo ne divenne all’improvviso un ardente sostenitore, tanto che gli ebrei di Damasco cercarono di mettere a morte lui. In una delle sue lettere confessò: “non son degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la congregazione di Dio. Ma per immeritata benignità di Dio io sono quello che sono. E la sua immeritata benignità verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma l’immeritata benignità di Dio che è in me” (1Corinti 15:9,10). Umilmente riconobbe che ciò che aveva imparato “nelle tradizioni dei suoi padri” non era conforme alla volontà di Dio e fu disposto a cambiare il suo atteggiamento. Dimostrò che essere sinceri e attivi nella propria religione non è una garanzia che si ha l’approvazione di Dio. Paolo era zelante e agiva secondo coscienza, ma non per questo aveva ragione. Il suo zelo infuocato era mal diretto. Per questo motivo in una delle sue lettere ispirate poi scrisse di alcuni: “rendo loro testimonianza che hanno zelo verso Dio; ma non secondo accurata conoscenza; poiché, siccome non conoscevano la giustizia di Dio ma cercavano di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio” (Romani 10:2,3). In un’altra diede questa vigorosa esortazione: “Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente” (1 Tessalonicesi 5:21). Questo significa prendersi il tempo di acquistare accurata conoscenza della verità contenuta nella Parola di Dio e vivere poi in piena armonia con essa. Quindi, mentre si esamina la Bibbia ci si accorge di dover fare dei cambiamenti, bisogna farli senza indugio se si vuole ottenere il favore di Dio!
Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi” – 1Corinti 1:27
Ho voluto citare a campione questi pochi ma significativi esempi per rappresentare quale sorta di uomini fossero gli scrittori biblici. Erano uomini imperfetti, soggetti a debolezze e ad errori. Come creature umane non erano diversi dalle altre persone. Molti di loro non furono uomini di eccezionale cultura e capacità ma persone comuni dedite a varie occupazioni. Si legge in una delle lettere di Paolo: “vedete la vostra chiamata, fratelli, che non furono chiamati molti saggi secondo la carne, non molti potenti, non molti di nobile nascita;ma Dio scelse le cose stolte del mondo, per svergognare i saggi; e Dio scelse le cose deboli del mondo, per svergognare le forti;e Dio scelse le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, le cose che non sono, per ridurre a nulla le cose che sono,affinché nessuna carne si vanti dinanzi a Dio” (1Corinti 1:26-29). Una sola cosa avevano in comune tutti questi: una forte fede nelle promesse di Dio e il vivo desiderio di glorificare il suo santo nome; non a caso nei loro scritti il nome personale di Dio, Geova, è stato riportato oltre 7.000 volte!
I loro racconti sono degni di fede perché sono una onesta e accurata descrizione dei fatti, riportati con rassicurante imparzialità e sincerità; non hanno risparmiato nessuno, neanche se stessi, nel riferire fatti sgradevoli dandoci una buona ragione per avere fiducia nei loro scritti. Erano persone franche, sincere. Inoltre testimonia a loro favore una notevole coerenza nel seguire il tema centrale della Bibbia: il Regno di Dio. Pur essendo vissuti nell’arco di 1.600 anni, e appartenendo ad ogni ceto sociale e di diversa cultura, e non avendo avuto, ovviamente, tranne per alcuni vissuti nello stesso periodo, alcun rapporto diretto tra loro, ognuno di essi ha partecipato alla costruzione di un unico grande puzzle che ha gradualmente svelato i “sacri segreti” del proposito divino, aggiungendo ognuno, a suo tempo, particolari a mo’ di tasselli, così come lo spirito di Dio lo rivelava loro, per cui si può, sotto questo aspetto, certamente affermare: “nessuna profezia della Scrittura sorge da privata interpretazione … ma degli uomini parlarono da parte di Dio mentre erano sospinti dallo spirito santo” (1Pietro 1:21). Con l’impiego di scrittori umani Geova Dio ha voluto conferire alla sua Parola enorme calore ed efficacia. Gli scrittori erano uomini con sentimenti simili ai nostri. Essendo imperfetti, affrontarono prove e difficoltà come noi. In alcuni casi scrissero in prima persona, descrivendo i loro stessi sentimenti e sforzi. Perciò scrissero parole che nessun angelo avrebbe potuto esprimere. Si, la storia di quegli uomini, oltre a infonderci fiducia che la Bibbia è veramente parola di Dio, rivela in modo meraviglioso la natura umana e ciò che lo spirito di Dio può fare per le sue creature umane imperfette.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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