LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – V

“UN RACCONTO DEI FATTI … AI QUALI SI PRESTA PIENA FEDE” – 1a parte

Luca 1:1

Anteprima
Molti accusano la Bibbia di essere un libro pieno di miti e leggende. Su quali basi viene formulata tale insinuazione? La più gettonata è la cosiddetta ‘critica letteraria’ (o ‘metodo storico-critico’) supportata perfino da studiosi che si dichiarano ‘cristiani’, non a caso viene insegnata in molti seminari teologici. Cos’è la ‘critica letteraria’? Con tale espressione generalmente ci si riferisce a uno studio della Bibbia basato su dettagli relativi all’autore, alla fonte del materiale e all’epoca in cui fu scritto ciascun libro. Come risultato i fautori di tale metodologia considerano la Bibbia poco più che il racconto dell’esperienza religiosa popolo ebraico mettendone in discussione l’ispirazione divina e il suo valore ai fini della salvezza.
Tale metodica fu sviluppata verso la fine del XIX secolo, in concomitanza con un’altra teoria, quella dell’evoluzione della specie, entrambe miranti a sminuire l’autorità della Bibbia non solo per quanto riguarda la sua veridicità storica ma soprattutto per inficiarne il suo valore morale e il suo messaggio di speranza. Paladini delle due teorie furono Charles Darwin, le cui ipotesi non hanno ancora trovato conferme scientifiche, e Julius Wellhausen di cui non è stata ancora rinvenuta nemmeno una delle presunte fonti documentali a supporto della sua tesi.
Al contrario, prendendo come esempio proprio quella parte della Bibbia più contestata dai seguaci di dette teorie, il Pentateuco (come vengono definiti i primi cinque libri della Bibbia), che contiene la storia delle origini dell’umanità e del popolo ebraico, si può rilevare non solo quanto la Bibbia possa essere in armonia con ciò che è scritto sui libri di testo scientifici (cosa che vedremo in seguito con un apposito post) ma quanto la storia in essa narrata corrisponde alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche del tempo e dei luoghi a cui si riferisce producendo un complesso di prove che dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la sua veridicità anche laddove, per motivi non certo dipendenti da una sua intrinseca carenza ma dovuti all’operato umano, non siano state trovate testimonianza dirette a suo supporto. Ad esempio il racconto di Mosè e della liberazione dalla schiavitù egiziana del popolo di Israele, anche se non sono state trovate testimonianza dirette, certamente dovute alla pratica dei governanti egiziani di non lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio e di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, sotto qualsiasi aspetto la si analizza corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile, e questa è proprio la conclusione a cui pervenne uno studioso al termine delle sue ricerche, il quale affermò: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango” (Jonathan Kirsch, Moses – A Life, Random House Publishing Group – 2009).
Esaminiamone alcuni aspetti …

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In un articolo pubblicato sulla pagina “Cultura e Scienza” del quotidiano La Repubblica del 22 novembre 1997 si leggeva:
“Molti studiosi ritengono che la Bibbia, pur basandosi in parte su fatti realmente accaduti, ne distorca lo svolgimento, aggiungendo personaggi e situazioni di fantasia. Quasi tutti concordano sulla veridicità del racconto biblico della storia del popolo di Israele a partire dall’epoca di Davide in poi, dato che esistono altre fonti a corroborare gli eventi. Ma tutto il periodo precedente è oggetto di acerrime diatribe, che vedono gli esperti schierati su fronti contrapposti e spesso impossibili da conciliare. Tralasciando il problema della Creazione, che vede ancor oggi, specialmente negli Usa, potenti gruppi creazionisti combattere l’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole di ogni ordine e grado, tutta la parte della Bibbia che riguarda i patriarchi, l’Esodo e la conquista della Palestina rimane in un limbo scientifico”.
Uno di tali “studiosi” è stato certamente Julius Wellhausen, un teologo, storico, orientalista, studioso biblico e islamista tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il quale elaborò la teoria dell’ipotesi documentale secondo cui i primi sei libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Giosuè) sarebbero stati scritti nel V secolo a.C., cioè circa mille anni dopo gli avvenimenti narrati, integrando fra loro racconti di epoche precedenti o tradizioni tramandate nel tempo in forma orale e poi messe per iscritto. Egli, quindi, considerò tutta la storia narrata nella prima parte delle Scritture Ebraiche “non storia letterale, ma tradizioni popolari del passato” (Encyclopædia Britannica, 1911, Vol. xi, pp. 580, 581). L’ipotesi di Wellhausen ha fatto scuola tra i critici della Bibbia svolgendo un ruolo molto importante per la nascita della critica storica nell’esegesi biblica. Perché?
Uno dei critici più famosi della tesi di Wellhausen, Gleason Leonard Archer, Jr., biblista e teologo, professore di Antico Testamento e lingue semitiche presso la Trinity Evangelical Divinity School di Deerfield, Illinois, USA, nonché membro del comitato di traduzione della New American Standard Bible e della New International Version – la Bibbia in inglese più diffusa e venduta nel XX secolo – ha così spiegato la ragione del successo di tale tesi: “la scuola di Wellhausen partì dal mero presupposto (la cui fondatezza i suoi seguaci non si sono preoccupati molto di dimostrare) che la religione d’Israele fosse di origine puramente umana come qualunque altra, e che dovesse essere spiegata come un semplice prodotto dell’evoluzione” (A Survey of Old Testament Introduction). In altre parole, Wellhausen e i suoi seguaci partirono dal presupposto che la Bibbia fosse solo la parola dell’uomo, e poi su ciò basarono i loro ragionamenti. Tale procedura era in linea con un’altra teoria che allora stava prendendo piede tra gli studiosi, quella dell’evoluzione umana elaborata da Charles Darwin ed entrambe servivano allo stesso scopo: l’evoluzione eliminava il bisogno di credere in un Creatore mentre la critica letteraria di Wellhausen implicava che non era necessario credere che la Bibbia fosse ispirata da Dio.
Oggi però entrambe le teorie vengono messe in discussione dalla maggioranza dei moderni studiosi per la mancanza di prove autentiche. Esaminerò più avanti la questione dell’evoluzione umana e in tale occasione anche i racconti storici sulla creazione narrati nel libro di Genesi, per ora concentrerò la mia ricerca sulla storia biblica e mi piace partire dalla dichiarazione di uno dei più grandi ed eclettici scienziati di tutti i tempi, Sir Isaac Newton che una volta disse: “Trovo segni più sicuri di autenticità nella Bibbia che in qualsivoglia storia profana” (Richard Watson, Two Apologies, Londra, 1820).
Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè” – 2Cronache 34:14
Parto dall’inizio della narrazione biblica sulla storia di Israele, proprio quella messa in discussione da Wellhausen e compagni. Esdra, studioso, esperto copista ebreo vissuto nel V secolo a.C., cioè in un periodo storicamente documentato secondo lo stesso Wellhausen, in uno dei libri biblici di cui fu autore, narrando i fatti relativi alla ricostruzione del tempio di Gerusalemme, dopo la deportazione Babilonese, da parte del re Giosia, scrisse: “Or mentre traevano fuori il denaro che era stato portato alla casa di Geova, Ilchia il sacerdote trovò il libro della legge di Geova per mano di Mosè.Ilchia rispose dunque e disse a Safan il segretario: “Nella casa di Geova ho trovato il medesimo libro della legge”. Allora Ilchia diede il libro a Safan … E Safan il segretario continuò a riferire al re, dicendo: “Ilchia il sacerdote mi ha dato un libro”. E Safan leggeva da esso davanti al re” (2Cronache 34:14-18). In quella circostanza Esdra non fece altro che confermare lo stesso avvenimento narrato da un altro scrittore biblico, Geremia, circa 180 prima (cfr. 2Re 22:8-10). Abbiamo pertanto due testimonianze storiche che il “libro della Legge”, cioè il Pentateuco, o i primi cinque libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) vennero scritti da Mosè. Chi era Mosè e in che periodo visse?
Il racconto biblico narra che Mosè era figlio di genitori ebrei immigrati in Egitto e ridotti in schiavitù dagli egiziani. Quando nacque la sua vita venne messa in pericolo dall’ordine del Faraone egiziano di uccidere i figli maschi degli israeliti appena nascevano (cfr. Esodo 1:15-22). Per evitare che fosse ucciso i genitori di Mosè lo misero in una cesta di papiro e lo affidarono alle acque del fiume Nilo. Qui venne ritrovato dalla figlia del Faraone che lo adottò come suo figlio (cfr. Esodo 2:1-10). Tutti miti? … Un noto commentario biblico osserva che fare il bagno nelle acque del fiume Nilo “era una pratica comune nell’antico Egitto” (Expositor’s Bible Commentary, edito da Sir William Robertson Nicoll); sul perché di tale pratica un altro dizionario afferma: “Il Nilo veniva adorato come emanazione … di Osiride, e alle sue acque era attribuita una particolare capacità di infondere vita e fertilità” (Frederic Charles Cook, Bible Commentary). Inoltre l’archeologa ed egittologa inglese Joyce Tyldesley nel libro Daughters of Isis: Women of Ancient Egypt spiega: “Le donne egizie avevano raggiunto la parità con gli uomini. Godevano degli stessi diritti sul piano civile ed economico, almeno in linea teorica, e … potevano adottare figli”. Tuttavia studiosi come Wellhausen considerano questi avvenimenti frutto dell’immaginazione perché, a loro parere, non esiste alcuna evidenza archeologica sugli anni in cui gli israeliti soggiornarono in Egitto. In un suo libro sull’argomento (Israel in Egypt), però, l’egittologo James Hoffmeier afferma: “I dati archeologici dimostrano chiaramente che l’Egitto era frequentato dalle popolazioni del Levante [i paesi del Mediterraneo orientale], soprattutto in conseguenza di fenomeni climatici che determinavano siccità … Pertanto, per un periodo che va grosso modo dal 1800 al 1540 a.C. l’Egitto fu una meta ambita per le migrazioni delle popolazioni dell’Asia occidentale di lingua semitica”. La cronologia biblica indica l’anno 1593 a.C. come data di nascita di Mosè e l’anno 1513 a.C. quale data della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana. Un altro studioso, Jonathan Kirsch, laureato in storia russa ed ebraica presso la California University – Santa Cruz, USA, nel suo libro Moses – A Life ha scritto: “La descrizione biblica dell’oppressione degli israeliti risulta corroborata da una scena spesso riprodotta nei dipinti tombali dell’antico Egitto, la quale raffigura con ricchezza di dettagli un gruppo di schiavi intenti a fabbricare mattoni di fango”. Se ne deduce che tutto ciò che la Bibbia narra riguardo al salvataggio di  Mosè, alla sua adozione e al suo ruolo nell’adempimento del proposito di Dio corrisponde in pieno alla documentazione storica disponibile sull’antica società egiziana, perciò può ritenersi del tutto realistica e credibile.

Il mio libro di racconti biblici

La figlia di Faraone … provò compassione per lui, benché dicesse: “Questo è uno dei piccoli degli ebrei”” – Esodo 2:5,6
Per gli israeliti la nascita di un figlio maschio era motivo di grande allegrezza. Significava che la linea di discendenza si sarebbe perpetuata e che l’eredità terriera sarebbe rimasta in mano alla famiglia. Perciò quando ad Amram e a Iochebed nacque un figlio maschio la loro gioia fu grande. Tuttavia la sopravvivenza del bambino fu minacciata da un ordine emanato dal Faraone egiziano il quale, preoccupato per il rapido incremento demografico della popolazione ebraica in territorio egiziano, comandò che tutti i neonati di sesso maschile venissero messi a morte (cfr. Esodo 1:12,15-22). Pertanto Iochebed, la madre, fece una cesta con fusti di papiro, la cosparse di bitume e pece, quindi vi mise il suo bambino e la poggiò tra le canne sulla riva del fiume Nilo (cfr. Esodo 2:3). Intanto la figlia femmina di Iochebed, Miriam si appostò nei pressi per vedere cosa sarebbe successo. Quando arrivò la figlia del Faraone per bagnarsi nel Nilo, secondo l’usanza degli egiziani i quali credevano che le sue acque avessero il potere di rendere fecondi e persino di allungare la vita, si accorse subito del bambino e capì che era figlio di ebrei. Mossa a compassione prese con se il bambino e lo adottò come suo proprio figlio mettendogli nome Mosè, che significa “salvato dall’acqua” (cfr. Esodo 2:10). A parte la benignità umana, è possibile che la principessa egiziana fosse spinta a quel gesto dalla credenza popolare egiziana secondo cui per entrare in cielo bisognava aver compiuto buone azioni durante la vita. Circa 1660 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo fece riferimento a quell’episodio confermando la storicità del gesto compiuto da Amram e Iochebed di nascondere il loro bimbo e additandolo come un atto di fede (cfr. Ebrei 11:23). Entrambi quei genitori erano timorati di Geova Dio e dimostrarono fiducia nel suo potere salvifico, per questo vennero benedetti.
Io sono Geova tuo Dio fin dal paese d’Egitto” – Osea 13:4
Chi si chiede come mai non esistono testimonianze dirette sulla vita di Mosè in Egitto, della schiavitù degli israeliti e della loro liberazione, non dovrebbe dimenticare che in quel paese, come in molti paesi del Medio Oriente, la documentazione storica era inseparabilmente legata al sacerdozio, sotto la cui tutela erano istruiti gli scribi. Difficilmente, quindi, poteva essere riportato il completo fallimento degli dèi d’Egitto, che non erano riusciti a impedire la sciagura che per volere del Dio di Israele si era abbattuta sull’Egitto e sulla sua popolazione. Quegli avvenimenti sono stati deliberatamente omessi dai documenti egiziani. Tuttavia il soggiorno di Israele in Egitto rimase impresso in modo indelebile nella memoria della nazione, e la sua liberazione miracolosa da quel paese era ricordata di continuo come una prova evidente della divinità di Geova, il Dio di Israele (cfr. Esodo 19:4; Levitico 22:32,33; Deuteronomio 4:32-36; 2Re 17:36; Ebrei 11:23-29). Ciò che accadde agli israeliti in Egitto venne scritto nella Legge mosaica (cfr. Esodo 20:2,3; Deuteronomio 5:12-15); era la ragione per cui nei secoli successivi celebravano la Pasqua (cfr. Esodo 12:1-27; Deuteronomio 16:1-3), e servì loro di norma nei rapporti coi residenti forestieri (cfr. Esodo 22:21; Levitico 19:33, 34) e coi poveri che si erano venduti schiavi (cfr. Levitico 25:39-43,55; Deuteronomio 15:12-15); fornì il motivo legale per la scelta e la santificazione della tribù di Levi per il servizio sacerdotale nel santuario (cfr. Numeri 3:11-13). Inoltre i regni di Canaan e i popoli dei paesi vicini provavano un timore reverenziale a motivo delle notizie circa la potenza manifestata dal loro Dio contro l’Egitto, che aveva spianato a Israele la via della conquista del paese (cfr. Esodo 18:1,10,11; Deuteronomio 7:17-20; Giosuè 2:10,11; 9:9), e che fu ricordata per secoli (1Samuele 4:7,8). In tutto il corso della sua storia, la nazione d’Israele inneggiò a questi avvenimenti nei suoi cantici (cfr. Salmi 78:43-51; 105 e 106; 136:10-15). Come avrebbero potuto farlo se si fosse trattato solo di miti e leggende?
Infine, alcuni hanno espresso il proprio scetticismo sui 40 anni di permanenza del popolo di Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. L’idea che circa tre milioni di Israeliti, tanti erano secondo le cronache bibliche, siano vissuti per tutto quel periodo nel deserto sembra loro impossibile: dove trovarono l’acqua e il cibo necessario? (cfr. Esodo 12:37,38; Deuteronomio 29:2-6) C’è però da tener presente che prima di assumere il suo incarico di condottiero del popolo ebraico Mosè era vissuto per 40 anni nello stesso deserto al servizio, come pastore, del suocero, Ietro (cfr. Esodo 3:1; Atti 7:29,30). Pertanto conosceva bene le condizioni di vita nella zona e i luoghi in cui trovare acqua e viveri. Sebbene oggi non sia possibile tracciare con assoluta precisione l’itinerario dell’Esodo, dato che non si può stabilire con certezza l’ubicazione delle varie località menzionate nel racconto biblico, alcune di esse sono state generalmente identificate. Ad esempio Mara, uno dei primi luoghi in cui gli israeliti si accamparono nella penisola del Sinai, viene identificata con ʽEin Hawwara, 80 chilometri a SSE dell’odierna Suez (cfr. Esodo 15:23; Numeri 33:8). In quel luogo gli Israeliti trovarono l’acqua ma aveva un gusto sgradevole, per questo lo chiamarono Mara. Pur essendo stati solo da poco liberati dalla minaccia egiziana al Mar Rosso, quando si resero conto che l’acqua di quel luogo era imbevibile, mormorarono rivelando mancanza di fede. Allora, per ordine di Geova, Mosè gettò un albero nell’acqua ed essa diventò dolce. La Bibbia non specifica di che albero si trattasse e perciò non è possibile identificarlo ma Geova può aver indicato a Mosè un particolare tipo di albero che aveva la proprietà naturale di rendere l’acqua potabile, è infatti risaputo che la corteccia di alcuni alberi possiede questa caratteristica. Elim, la seconda località in cui si accamparono, viene tradizionalmente identificata con il Wadi Gharandel, circa 88 chilometri a SSE di Suez (cfr. Esodo 15:27; Numeri 33:9,10). Tale località è nota come luogo di rifornimento d’acqua, ricco di vegetazione e di palme, esattamente come la biblica Elim che aveva “dodici sorgenti d’acqua e settanta palme”.

001   002 - Copia

Luogo dove gli israeliti attraversarono il Mar Rosso

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Gli egiziani che vedete oggi non li vedrete più, no, mai più” – Esodo 14:13
Sul percorso effettuato dagli israeliti appena liberati dalla schiavitù egiziana gli studiosi hanno elaborato diverse ipotesi. La più gettonata è che, lasciata la città di Rameses da dove partirono, si diressero verso la regione del delta del Nilo e di lì passarono nella penisola del Sinai attraversando la zona acquitrinosa dei Laghi Amari, a Nord dell’attuale Suez. Tali ipotesi però non è supportata dalla dettagliata narrazione biblica. A quel tempo la capitale dell’Egitto era Menfi. Pertanto il punto di partenza della marcia dell’Esodo doveva essere abbastanza vicino a Menfi perché la notte di Pasqua Mosè potesse essere convocato dal faraone dopo mezzanotte e raggiungere poi Rameses in tempo per iniziare la marcia verso Succot prima che terminasse il 14° giorno di nisan (cfr. Esodo 12:29-31, 37). Sempre la narrazione biblica afferma poi che gli israeliti “partivano da Succot e si accampavano a Etham al margine del deserto” (Esodo 13:20). Lì Dio ordino a Mosè di ‘tornare indietro e accamparsi davanti a Piairot … presso il mare’. Piairot era una località situata nella stretta pianura che costeggia l’estremità sudorientale della catena montuosa del Gebel ʽAtaqah, circa 20 km a SO di Suez. Lo scopo di tale manovra era quello di far credere al Farone, che ci aveva ripensato sulla loro liberazione, che gli israeliti stessero “errando in confusione” (cfr. Esodo 14:1-3). Incoraggiato da questo pensiero il Faraone si lanciò all’inseguimento con 600 carri da guerra scelti, con tutti gli altri carri da guerra d’Egitto con il loro equipaggio di guerrieri, con la cavalleria e tutte le sue forze militari e raggiunse Israele a Piairot. Da un punto di vista strategico la posizione degli israeliti era pessima poiché erano stretti fra il mare e i monti, con gli egiziani che precludevano la ritirata. Ma Dio intervenne di nuovo comandando a Mosè di alzare la sua verga e le acque del mare si aprirono, lasciando il letto asciutto perché Israele potesse passare (cfr. Esodo 14:10-21). C’è da notare che in quel punto il fondo marino degrada dolcemente da entrambe le parti a motivo di banchi di sabbia che si estendono per oltre 3 km. La profondità massima verso il centro del percorso è di circa 15 m. La distanza da una riva all’altra è di 10 km circa. Per consentire la traversata degli israeliti, una popolazione di circa tre milioni di persone, in una sola notte il mare dovette aprirsi su un fronte piuttosto ampio, almeno da 1,5 a 3 km o più. Questo è confermato dal fatto che quando gli egiziani si lanciarono all’inseguimento con le loro ingenti forze si riversarono compatti nel letto asciutto del mare. Ancora una volta Geova intervenne togliendo le ruote dai loro carri e gettando gli egiziani in confusione. Quando, sul far del mattino tutti gli israeliti giunsero sani e salvi sulla riva orientale del Mar Rosso Mosè ricevette il comando di stendere la mano affinché le acque si richiudessero sugli egiziani. Mentre le pareti d’acqua si richiudevano, gli egiziani cercarono di fuggire verso la riva occidentale, ma le acque continuarono a convergere su di loro finché tutti i carri da guerra e la cavalleria dell’esercito del faraone furono completamente sommersi: non scampò nessuno. È ovvio che una travolgente inondazione del genere sarebbe stata impossibile in una palude. Inoltre in un acquitrino poco profondo i cadaveri non sarebbero stati trascinati dalle onde sulla spiaggia, come in effetti avvenne, tanto che “Israele vide gli egiziani morti sulla spiaggia del mare” (cfr. Esodo 14:22-31). Ancora una volta l’ispirato racconto biblico risulta più logico e accurato, sia nella storia che nella geografia, delle elucubrazioni di tanti studiosi.
Geova vi darà la sera carne da mangiare e la mattina pane a sazietà” – Esodo 16:8
In Esodo 16:11-18 si legge: “E Geova parlò ancora a Mosè, dicendo:Ho udito i mormorii dei figli dIsraele. Parla loro, dicendo: Fra le due sere mangerete carne e la mattina vi sazierete di pane; e certamente conoscerete che io sono Geova vostro Dio’”.Pertanto avvenne che la sera le quaglie salivano e coprivano il campo, e la mattina si era formato intorno al campo uno strato di rugiada.A suo tempo lo strato di rugiada evaporò, ed ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine a fiocchi, fine come la brina sulla terra.Quando i figli dIsraele la videro, si dicevano lun laltro: Che cos’è? Poiché non sapevano che cosera. Perciò Mosè disse loro: “È il pane che Geova vi ha dato come cibo.Questa è la parola che Geova ha comandato: Raccoglietene, ciascuno in proporzione a quanto mangia. Ne dovete prendere un omer per ciascun individuo secondo il numero di anime che ciascuno di voi ha nella sua tenda’”.E i figli d’Israele facevano così; e ne raccoglievano, alcuni radunandone molto e alcuni radunandone poco.Quando lo misuravano con lomer, chi ne aveva radunato molto non ne aveva davanzo e chi ne aveva radunato poco non ne mancava. Lo raccolsero ciascuno in proporzione a quanto mangiava”.
Quando gli israeliti la videro per la prima volta chiesero: “Che cos’è?” o letteralmente “Man hu?”, da cui l’origine del suo nome, “Manna”. Per 40 anni rappresentò il principale alimento della popolazione. Bianca “come il seme di coriandolo”, e dal “sapore come quello di sottili focacce al miele” (v. 31), si depositava a terra durante la notte e al mattino, quando il sole diventava caldo, si scioglieva. Ogni capofamiglia ne raccoglieva la quantità approssimativa necessaria alla famiglia e poi la misurava. Sia che se ne raccogliesse poca o molta, secondo la grandezza della famiglia, la quantità raccolta risultava essere sempre un omer (2,2 l) per persona. Non era un prodotto stagionale, dato che veniva raccolta tutti i giorni dell’anno escluso i sabati, e mentre tutti gli altri giorni, se veniva conservata fino all’indomani, faceva i vermi e cominciava a puzzare, l’omer di manna in più raccolto nel sesto giorno, da mangiare il sabato, non andava a male (cfr. Esodo cap. 16). Nessuna sostanza naturale oggi conosciuta corrisponde in ogni particolare alla descrizione biblica della manna e perciò non è possibile identificarla con un prodotto conosciuto. Fu un alimento provveduto in modo miracoloso dal loro Dio, Geova. Affinché le future generazioni potessero vedere la manna e ne conservassero la testimonianza, Aaronne, il fratello di Mosè, ricevette il comando di raccogliere in una giara un omer di manna. La giara fu quindi riposta nell’arca del patto e vi fu conservata per i secoli successivi, fino al tempo del re Davide. Durante il suo regno, infatti, Asaf, capo dei cantori e suonatore di clavicembali, che ebbe l’incarico di accompagnare con cantici il trasferimento dell’arca dalla città levitica di Ga-Rimmon, nel territorio della tribù di Dan, a Gerusalemme, definì la manna “il grano del cielo” (Salmo 78:24)
Che dire delle quaglie? Sono uccelli migratori che nidificano in molte zone dell’Asia occidentale e dell’Europa, e svernano nell’Africa settentrionale e in Arabia. Nel corso della migrazione grandi stormi attraversano le coste orientali del Mar Mediterraneo e sorvolano la penisola del Sinai. Secondo un dizionario biblico, “la quaglia, pur essendo un’ottima volatrice sui percorsi brevi, si affida al vento per coprire le grandi distanze: i cambiamenti nella direzione del vento la spingono a terra”, dove rimane stordita (Paul J. Achtemeier & Society of Biblical Literature, Il Dizionario della Bibbia, ed. italiana a cura di P. Capelli, Zanichelli, Bologna). Questo è quello che succede a interi stormi che, prima di riprendere il volo, devono riposare uno o due giorni, durante i quali diventano facile preda. Tutt’oggi dall’Egitto vengono esportate in Europa milioni di quaglie ogni anno per usi alimentari. Entrambe le volte in cui gli israeliti si nutrirono di quaglie era primavera. Anche se in quel periodo dell’anno le quaglie sorvolavano regolarmente la zona del Sinai, fu Geova Dio a far ‘levare un vento’ che le spinse nel campo israelita (cfr. Numeri 11:31).
un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede” – Luca 1:1
Questi pochi esempi testimoniano che gli avvenimenti narrati da Mosè circa 3.500 anni fa, anche se per alcuni versi non hanno una testimonianza diretta a causa della ritrosia dei governanti di quel tempo a lasciare tracce degli eventi negativi del loro dominio o dell’abitudine degli stessi di cancellare quelle lasciate dai loro predecessori, e in considerazione anche del fatto che la documentazione degli stessi eventi veniva comunque fatta su supporti papiracei, un materiale che aveva il grosso svantaggio di non essere molto resistente e perciò soggetto al deterioramento nel corso del tempo, ebbene, dette narrazioni corrispondono alle usanze, alle consuetudini, alle località, alle iscrizioni, ai manufatti e a tante altre particolarità tipiche di quel tempo e di quei luoghi. Detta evidenza cumulativa costituisce una tale mole di prove quale di rado si può addurre rispetto a qualsiasi avvenimento del lontano passato e dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio la veridicità dell’antica storia biblica. Sotto nessun aspetto questa storia ha carattere mitico. È un’unica storia, narrata senza varianti, mentre i miti sono fluttuanti e multiformi; essa è indissolubilmente legata alla storia civile dell’epoca, che rappresenta costantemente con straordinaria accuratezza, mentre i miti distorcono o soppiantano la storia civile; è piena di particolari comuni, che i miti studiatamente evitano. Come si espresse uno degli ispirati autori biblici del I secolo, tutti gli scrittori dall’inizio alla fine “si sono accinti a compilare un racconto dei fatti ai quali si presta … piena fede,come ce li hanno tramandati coloro che dal principio furono testimoni oculari e divennero servitori del messaggio” affinché chiunque li leggesse potesse conoscere “appieno la certezza delle cose” (Luca 1:1,2,4).
Ma c’è ancora di più! … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salva diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.

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