LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO ? – I

“QUANDO RICEVESTE LA PAROLA DI DIO … L’ACCETTASTE NON COME PAROLA DI UOMINI”

1Tessalonicesi 2:13

Anteprima
Qualche anno fa, una domenica pomeriggio una donna cristiana suonò alla porta di un uomo per parlargli del futuro del nostro pianeta. Questi mostrò subito interesse quando la donna iniziò a parlare dei problemi causati dall’inquinamento della terra. Ma quando lei volle mostrargli ciò che la Bibbia dice al riguardo egli si dichiarò molto scettico. La donna, quindi, gli chiese cosa ne pensava della Bibbia e la sua risposta fu: “È un bel libro, scritto da uomini intelligenti, ma non va presa sul serio”. Pertanto lei gli chiese: “Ha mai letto la Bibbia?” … Preso alla sprovvista, l’uomo dovette ammettere che non l’aveva letta. Quindi la donna gli chiese ancora: “Come fa a esprimere un giudizio così categorico su un libro che non ha mai letto?” … L’uomo riconobbe che la donna aveva ragione perciò decise di prendere in esame la Bibbia per farsene un’idea.
Quell’uomo non è l’unico. Molti si sono fatti un’idea della Bibbia pur non avendola mai letta di persona. Magari possiedono una Bibbia. Forse ne riconoscono il valore letterario o storico. Ma per loro è un libro chiuso. Perché? Una delle principali ragioni fu indicata da un docente universitario che disse: “Le opinioni espresse dagli scrittori della Bibbia rispecchiano le idee, le convinzioni e i concetti comuni nel loro tempo, e sono condizionate dal grado di conoscenza di quei tempi” (Gerald Larue, “The Bible as a Political Weapon”, Free Inquiry). Questa dichiarazione rispecchia la convinzione di molti, cioè che la Bibbia è un libro antico, adatto alla mentalità dei tempi in cui fu scritto e non più valido per i nostri giorni … Che dire di noi? … L’abbiamo mai letta? … Come la consideriamo? ….
Nel I secolo d.C. uno scrittore cristiano, l’apostolo Paolo, scrisse a una comunità cristiana: “Quando riceveste la parola di Dio, che udiste da noi, l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Pertanto fin dall’inizio i veri discepoli di Gesù hanno considerato la Bibbia “come parola di Dio”. Questo è un aspetto importante della questione, specialmente per chi si dichiara cristiano. Se la Bibbia fosse un libro scritto da uomini con una conoscenza limitata al loro periodo storico, il suo messaggio davvero sarebbe opinabile come qualunque altro scritto umano. Ma se è “parola di Dio” allora ha profonde implicazioni sulla nostra vita. Significa che Dio mediante essa comunica con noi rispondendo a molte domande esistenziali che spesso ci facciamo e che non hanno ancora trovato risposte nella conoscenza e nella sapienza umana, se mai queste riusciranno a darle, risposte che possono dare un senso alla nostra vita che va oltre la mera accettazione degli accadimenti quotidiani. Significa prestare molta attenzione alle questioni morali che essa tratta perché qualificano il tipo di persona che siamo davanti a Dio, incidendo sul suo giudizio. Significa anche guardare alle nostre prospettive per il futuro in base a ciò che essa predice per il futuro dell’umanità e della terra.
Lo scopo, quindi, di questa nuova serie di post che oggi inizio è portare all’attenzione di chi vorrà leggerli le prove che la Bibbia è realmente la Parola di Dio, perché il sottoscritto, dopo averla attentamente esaminata, si è personalmente convinto che essa, come ha affermato un suo ispirato scrittore: “è una lampada al mio piede, e una luce al mio cammino” (Salmo 119:105), cioè è una guida sicura che il nostro Creatore, Geova Dio, ha voluto darci per affrontare i problemi di ogni giorno, per prendere sagge decisioni coerenti con la Sua volontà e fare scelte per assicurarci un futuro migliore di quanto qualsiasi scienza o attività umana potranno mai darci. Cioè, tanto per essere chiari, nulla che possa essere prodotto dall’uomo potrà mai darci la vita eterna su una terra trasformata in un grande giardino, un paradiso pieno di delizie in condizioni di sicurezza totale, pace e perfetta giustizia. Ma questa prospettiva fa parte del messaggio biblico!
I post riguarderanno questi argomenti: Quando, da chi e come fu scritta la Bibbia. Prove della sua ispirazione divina. Come è stata conservata e tramandata nei secoli. La sua accuratezza storica e le testimonianze archeologiche. La sua attendibilità scientifica. Il suo valore pratico. Il suo messaggio per l’umanità.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/video)
Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” – 2Timoteo 3:16,17

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Per certo la Bibbia è il più antico e straordinario testo religioso tra quelli che sono stati preservati fino ai nostri giorni. La sua parte più antica risale al XVI secolo a.C., prima della comparsa del Rigveda indù (verso il 1300 a.C.), del canone buddista dei “Tre Canestri” (V secolo a.C.), del Corano (VII secolo d.C.) o del Nihongi scintoista (720 d.C.). Il sostantivo italiano “Bibbia” deriva, attraverso il latino, dalla parola greca biblìa, che significa “libretti”. Questa a sua volta deriva da bìblos, termine che indica la parte interna della pianta di papiro, da cui si ricavava una specie di carta. I greci chiamarono “Biblos” la città fenicia di Ghebal, famosa per la produzione di carta di papiro. Col tempo biblìa finì per indicare vari scritti, rotoli, libri, e quindi la raccolta di libretti che costituiscono la Bibbia. Gesù e i suoi discepoli chiamarono questa raccolta “le Scritture” o “le sacre Scritture” o “gli scritti sacri” (cfr. Matteo 21:42; Luca 24:32; Romani 1:2; 2Timoteo 3:15).
Degli uomini parlarono da parte di Dio” – 2Pietro 1:21
Tale raccolta è composta in tutto da 66 singoli libri. 39 di essi fanno parte di quello che comunemente viene chiamato Vecchio Testamento o, più appropriatamente, Scritture Ebraiche poiché furono tutti scritti inizialmente in quella lingua, ad eccezione di alcuni brani scritti in aramaico. Il primo di questi libri è Genesi, scritto da Mosè nel deserto del Sinai nel 1513 a.C. e l’ultimo è Malachìa, scritto dall’omonimo profeta verso il 443 a.C. I restanti 27 costituiscono ciò che viene comunemente chiamato Nuovo Testamento o, più appropriatamente, Scritture Greche Cristiane, perché scritti in greco koinè, lingua formata da una mescolanza di diversi dialetti greci, che dal IV secolo a.C. al V secolo d.C. fu considerata una lingua internazionale e parlata in tutto l’impero romano. Il primo di questi libri è il vangelo di Matteo, scritto dall’omonimo apostolo verso il 41 d.C. Lo scrittore scrisse questo libro dapprima in ebraico e poi lo tradusse in greco. L’ultimo libro in elenco è Rivelazione o Apocalisse, scritto dall’apostolo Giovanni mentre si trovava prigioniero nell’isola di Patmos, nel 96 d.C. Comunque Rivelazione o Apocalisse non fu l’ultimo libro ad essere scritto in ordine cronologico poiché due anni dopo, nel 98 d.C., lo stesso apostolo scrisse le sue tre lettere (1°, 2° e 3° Giovanni) che pure fanno parte della raccolta biblica.
Come si evince, i 66 libri della Bibbia furono composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Alla loro stesura contribuirono 40 scrittori vissuti in epoche e luoghi diversi, molti dei quali non si conobbero tra loro. Queste persone, inoltre, differivano l’una dall’altra: alcune erano istruite, come re, funzionari di stato, sacerdoti e anche un medico, mentre altre erano umili contadini, pastori o pescatori. Una tale diversità potrebbe suscitare dubbi sulla coerenza e sull’armonia dell’intera opera. Tuttavia, in maniera sorprendente, questa non può essere minimamente messa in dubbio e, come vedremo, è una delle tante indicazioni che essa proviene da una fonte più alta dell’uomo.
Se aprite una qualsiasi versione della Bibbia potete notare che i vari libri che la compongono sono suddivisi in ‘capitoli’ (in genere il numero più grande, in neretto) e ‘versetti’ (indicati all’interno dei capitoli con il relativo numero più piccolo). Tutta la Bibbia si compone complessivamente di 1.189 capitoli e 31.173 versetti. Questa suddivisione non è opera degli scrittori originali i quali scrissero tutte le parole di seguito, senza usare alcun segno di interpunzione poiché a quel tempo la punteggiatura non esisteva. Tale suddivisione, peraltro oggi molto utile, venne fatta e definita nel XIII secolo d.C. dai masoreti, copisti molto scrupolosi che ricopiarono le Scritture con meticolosa attenzione.
la parola di Geova dura per sempre” – 1Pietro 1:25 
Come detto la maggior parte dei libri biblici fu scritta in ebraico in un periodo di tempo che va dal 1513 al 443 a.C., nel corso di circa 11 secoli. L’ebraico biblico appartiene al gruppo delle lingue semitiche di cui fu il capostipite. Questa era la lingua parlata in terra di Canaan al tempo di Abraamo dal cui ceppo si formarono vari dialetti cananei ed era la lingua parlata nelle città egiziane in cui gli ebrei discendenti del patriarca si erano rifugiati in tempi di difficoltà. Nel libro di Isaia, capitolo 19, verso 18 si legge infatti: “In quel giorno ci saranno cinque città nel paese d’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno a Geova degli eserciti”. Mosè, che era stato “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” dopo che fu adottato dalla figlia del Faraone (cfr. Atti 7:22), fu allattato e allevato dalla propria madre, che era al servizio della principessa, dalla quale imparò a conoscere la storia del suo popolo d’origine, inclusa la sua lingua, “la lingua di Canaan” (cfr. Esodo 2:1-10). Per questa ragione fu in grado di leggere antichi documenti giunti fino a lui, i quali furono alla base di alcune informazioni che egli mise per iscritto nel libro biblico di Genesi.
A seguito della diaspora o dispersione del popolo ebraico avvenuta dopo la conquista babilonese del 607 a.C., molti ebrei si stabilirono fuori del paese di Canaan. Nei paesi che li ospitarono impararono a parlare altre lingue. Così per fare in modo che essi e i loro proseliti potessero continuare a leggere ed osservare la Legge mosaica e il resto delle Scritture ebraiche, si rese necessario provvedere alla loro traduzione in altre lingue. Pertanto ad Alessandria d’Egitto, dove si era formata una numerosa comunità ebraica, si diede il via al lavoro di traduzione dei libri sacri in greco che, dopo le conquiste di Alessandro Magno, era diventata una lingua internazionale parlata da gran parte delle popolazioni. Secondo la tradizione l’opera fu iniziata ai giorni di Tolomeo Filadelfo, nel 280 a.C., e fu completata verso il 150 a.C. La versione che ne uscì venne chiamata dei Settanta, dal numero degli eruditi che parteciparono al lavoro di traduzione. Questa fu la versione adoperata diffusamente al tempo di Gesù e degli apostoli. Tutte le citazioni e i riferimenti alle Scritture Ebraiche fatti dagli scrittori cristiani nei loro libri si basano sulla Settanta.
Molti frammenti della Settanta scritti su papiro sono giunti fino a noi e possono essere studiati. Sono preziosi perché appartengono ai primi tempi cristiani e, anche se spesso constano solo di pochi versetti o capitoli, aiutano a chiarire molti aspetti del messaggio biblico e stabilire importanti verità. Ad esempio diversi di questi frammenti, come  il papiro di Fouad risalente al I secolo a.C., contengono il nome di Dio nella forma del Tetragramma. Questo dimostra che il nome divino era conosciuto e ampiamente usato al tempo di Cristo ed è difficile credere che Gesù e i suoi discepoli seguissero la tradizione ebraica, che ripetutamente condannarono, di non pronunciare tale nome (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù stesso nella sua ultima preghiera al Padre disse: “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere” (Giovanni 17:6,26). In manoscritti successivi della Settanta, come nel Codice Alessandrino risalente al V secolo d.C., il Tetragramma è stato fatto sparire e sostituito con Kyrios (Signore) a prova del tentativo di manipolare il testo delle Scritture fatto con l’avvento del cristianesimo apostata dal tempo di Costantino in poi (cfr. 2Tessalonicesi 2:3,9-12; 2Pietro 3:15,16). Grazie a Dio, però, oggi abbiamo a disposizione circa 6.000 copie manoscritte delle Scritture Ebraiche o di parti di esse la cui analisi comparata permette di smascherare ogni tentativo di frode del testo originale o gli eventuali errori fatti dai copisti.
002
Frammento del papiro Fouad 266Société Egyptienne de Papyrologie, Il Cairo.
Questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al I secolo a.C. che riporta il versetto di Deuteronomio 18:15,16. Come si evince, il testo greco contiene il nome personale di Dio nella forma del Tetragramma in lettere ebraiche quadrate (יהוה).
001
Frammento del Codice AlessandrinoBritish Museum, Londra
Anche questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al V secolo d.C. Riporta gli stessi versetti di Deuteronomio 18:15,16 e, nel testo greco in caratteri onciali, il Tetragramma del nome di Dio è stato sostituito con le lettere KC e KY, forme abbreviate della parola greca Kyrios (Signore).
Nell’ultima parte del II secolo d.C. il greco iniziò a perdere il suo carattere ‘internazionale’ e sorse l’esigenza di adottare il latino, lingua ufficiale dell’impero romano, in sua sostituzione. Così le gerarchie ecclesiastiche che nel frattempo, contrariamente al modello della chiesa del I secolo, si erano attestate, iniziando ad esercitare il loro potere sul resto dei fedeli, pensarono di far realizzare una ‘versione autorizzata’ dell’intera Bibbia in latino. L’incarico venne dato dal papa di Roma, Damaso (lo stesso che aveva assunto il titolo di Pontifex Maximus in precedenza appartenuto all’imperatore romano in qualità di capo del collegio dei sacerdoti pagani di Roma), a Sofronio Eusebio Girolamo, un presbitero che lo serviva come segretario. Per eseguire l’opera Girolamo adottò un concetto di traduzione che, come egli stesso affermò, prevedeva non la traduzione “parola per parola” ma del “senso con il senso”, precorrendo di migliaia d’anni i moderni metodi di traduzione. A tal fine, per quanto riguarda le Scritture Ebraiche, si rifiutò di tradurre dalla versione greca dei Settanta preferendo tradurre dall’originale ebraico. Girolamo studiò e confrontò con acribia antichi manoscritti ebraici e greci riuscendo a dare un nuovo indirizzo alla ricerca biblica, restituendo valore al testo ebraico. Verso il 405 d.C. completò il suo lavoro che, come dichiarò lo storico Will Durant, “rimane l’opera letteraria più grande e influente del quarto secolo” (Storia della Civiltà, Parte IV, L’epoca della fede, traduzione di M. Tassoni, Mondadori, Milano, 1958). La sua traduzione fu soprannominata Vulgata, a indicare una versione comunemente accettata (dal latino vulgatus, che significa ‘comune, popolare’). La traduzione originale di Girolamo subì nel tempo diverse revisioni, finché quella del 1592 divenne l’edizione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Col tempo però anche il latino divenne una lingua morta. Persino la maggior parte del clero era incapace di leggere in tale lingua. Pertanto ci furono vari tentativi di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Così iniziarono a circolare in Europa versioni in molte lingue, ma le traduzioni venivano fatte clandestinamente a motivo della forte opposizione della Chiesa Cattolica. Nel 1079, infatti, il papa Gregorio VII emanò il primo di numerosi editti ecclesiastici in cui si proibiva di produrre e a volte anche solo di possedere versioni in volgare. Le copie della Bibbia nelle lingue volgari erano tutte manoscritte, perciò erano poche e costose, tuttavia tale lavoro clandestino tenne in vita la fiammella della conoscenza e dell’apprezzamento per ciò che molte persone sincere ritenevano un dono di Dio all’umanità. L’invenzione della stampa diede impulso a tale desiderio. Non a caso il primo libro ad essere stampato fu un’edizione della Vulgata latina, nel 1495. Seguirono quindi stampe dell’intera Bibbia o parti di essa in tedesco, italiano, francese, ceco, olandese, ebraico, catalano, greco, spagnolo, slavo, portoghese e serbo. Coraggiosi studiosi, come John Wycliffe e William Tyndale, sfidarono, spesso a costo della loro vita, i veti della Chiesa Cattolica, per produrre Bibbie in lingue volgari. In tempi più recenti vari studiosi sono stati in grado, collazionando centinaia di manoscritti biblici ancora esistenti, di realizzare edizioni critiche in lingue originali della Bibbia. La maggior parte delle versioni moderne della Bibbia si avvalgono di tali edizioni, riferendosi alle quali Sir Frederic George Kenyon, rinomato studioso di lingue antiche e Presidente della British Academy, affermò: “Come generale risultato di tutte queste scoperte e di tutti questi studi è stata convalidata la prova dell’autenticità delle Scritture, e rafforzata la nostra convinzione che abbiamo in mano, sostanzialmente integra, l’autentica Parola di Dio” (The Story of the Bible, 1937).
A distanza, quindi, di 3.500 anni dalla prima stesura del testo biblico, abbiamo oggi validi motivi per ritenere che la Bibbia sia stata copiata e trasmessa fino ai nostri giorni in maniera accurata. Questo perché, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” (Isaia 40:8, cfr. anche 1Pietro 1:25).
Non dovete aggiungere alla parola che vi comando” – Duteronomio 4:2
Se prendete, però, una qualsiasi versione della Bibbia fatta con l’imprimatur della Chiesa Cattolica, noterete che i libri in essa contenuti non sono 66 ma 73. Come mai? … I sette libri in più che tale Chiesa ha aggiunto ai 39 delle Scritture Ebraiche (VT) vengono comunemente definiti ‘apocrifi’, dal greco apòkyphos che significa ‘occultato’ o ‘nascosto’. Questo perché a differenza dei 66 libri originali questi non venivano letti in pubblico, perciò erano ‘occultati’ o ‘nascosti’ ad altri in quanto ritenuti portatori di tradizioni errate. Comunque la Chiesa Cattolica chiama questi libri ‘deuterocanonici’, vale a dire ‘del secondo (o successivo) canone’, per distinguerli da quelli ‘protocanonici’. Questi libri aggiunti sono Tobia, Giuditta, Sapienza (di Salomone), Ecclesiastico (non Ecclesiaste), Baruc, 1 e 2 Maccabei, più alcune interpolazioni a Ester e tre aggiunte a Daniele, cioè il cantico dei tre giovani, Susanna e gli anziani, e la distruzione di Bel e del dragone. La data della loro stesura è incerta, ma l’evidenza indica che non dev’essere anteriore al II o III secolo a.C.
Gli scritti apocrifi non furono mai inclusi nel canone ebraico delle Scritture e non ne fanno parte neanche oggi. Ad esempio, Giuseppe Flavio, noto storico ebreo del I secolo, nel suo libro Contro Arpione affermò: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”. Egli poi mostrò di essere a conoscenza dell’esistenza dei libri apocrifi aggiungendo: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti”.
Lo stesso Girolamo, oggi considerato dalla Chiesa Cattolica ‘Padre’ e ‘Dottore’ della stessa, portando a termine la Vulgata prese decisamente posizione contro tali libri apocrifi, anzi fu il primo a usare il termine ‘apocrifi’ nel senso di non canonici in riferimento a questi scritti. Infatti nel prologo ai libri di Samuele e Re, egli elencò i libri ispirati delle Scritture Ebraiche seguendo il canone ebraico e disse: “Ci sono ventidue libri … Questo prologo delle Scritture può concorrere per così dire alla difesa di tutti i libri che traduciamo dall’ebraico in latino: affinché siamo in grado di sapere che tutto ciò che è al di fuori va incluso negli apocrifi” (Jacques Paul Migne, Patrologia latina, vol. 28, coll. 600, 601). Poi, in una lettera che scrisse a una donna di nome Leta a proposito dell’educazione della figlia, raccomandò: “Stia bene attenta a tutti quanti i libri apocrifi. Se qualche volta avesse intenzione di consultarli, non per trarne verità dogmatiche ma solo per contemplarne devotamente i simboli, sappia che gli autori non sono quelli che figurano nelle rispettive intestazioni e che ci sono frammischiati non pochi elementi falsi, per cui occorre una grande prudenza per discernere l’oro nel fango” (San Girolamo – Le lettere, Roma, 1962, vol. III, p. 274).
La sua Chiesa non ha tenuto conto di tale raccomandazione e ha incluso tali scritti nel suo catalogo dei libri biblici nonostante che gli stessi “declinano in puerilità meschine oppure si perdono in fantasticherie ridicole (La Sacra Bibbia a cura di Giuseppe Ricciotti, Introduzione generale)
Ma come fu determinata la canonicità dei 66 libri della Bibbia? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XV

“ADEMPITE LA LEGGE DEL CRISTO”

Galati 6:2

Anteprima
Con questo post concludo la serie dedicata a questo argomento. Era necessario approfondire questo aspetto della fede cristiana poiché tutt’oggi, come era già accaduto nel I secolo, alcuni che si dichiarano ‘cristiani’ sono convinti di dover osservare ancora parte della Legge mosaica, inclusi alcuni aspetti dei Dieci Comandamenti, per ottenere la salvezza. Le parole che sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse al riguardo, cioè che la Legge mosaica era solo “un ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1), non sono state sufficienti per far riflettere tali persone sull’effettivo ruolo avuto da quella Legge nell’adempimento del proposito di Dio, un compito del tutto transitorio che si esaurì con la venuta e il sacrificio del “seme” promesso, Cristo Gesù.
Egli era la “realtà” indicata dalle ‘ombre’ della Legge, compresi il tempio, i sacrifici che vi si compivano e i riti legati all’osservanza di feste e giorni particolari. La Legge era servita al suo scopo e non era più la norma per il giudizio (cfr. Colossesi 2:13-17). Essa era per gli uomini, per il popolo di Israele in particolare (cfr. Salmo 147:19,20), composta di “esigenze legali relative alla carne” (Ebrei 9:10). Con la venuta del Cristo, i suoi discepoli eran invece chiamati alla superiore adorazione basata su Gesù e sul suo regno che ‘non faceva parte di questo mondo’ perché avrebbe dominato dal cielo (cfr. Giovanni 8:23; 18:36) . Perciò solo Gesù Cristo – non gli uomini e i loro princìpi e insegnamenti e nemmeno la legge mosaica che ora era adempiuta – doveva esser riconosciuto come la norma stabilita da Dio per i suoi servitori, come il completo mezzo per misurare la verità riguardo a qualsiasi insegnamento o modo di vivere.
I cristiani di retaggio ebraico non furono solleciti ad accettare tale cambiamento attardandosi ancora a seguire tradizioni legate alla Legge mosaica e dovettero essere corretti. L’apostolo Paolo infatti li esortò a non essere come bambini che si ponevano volontariamente sotto ciò che era paragonato a un ‘tutore’, cioè la Legge mosaica. Quella Legge, disse, era divenuta “elementare”, in paragone con l’insegnamento cristiano fatto di princìpi e profonde verità. Perciò era un errore per i cristiani tornare alle “deboli e meschine cose elementari” della sfera umana (cfr. Galati 4:3; Colossesi 2:8,20).
In maniera simile oggi molti non tengono conto che il vecchio “patto della Legge” mosaica è stato sostituito dal “nuovo patto” che si basa sul sacrificio di Cristo, l’unico che permette la giustificazione e il perdono dei nostri peccati da parte di Dio. Pertanto i veri cristiani sono ora sotto la “legge del Cristo” (cfr. Galati 6:2), composta dai comandi e dalle istruzione che egli diede, che non furono scritte su tavolette o in un codice, ma nel cuore dei suoi discepoli  e tutte basate su un princìpio fondamentale che regola i rapporti tra Dio e la sua creazione: l’amore. Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, secondo quanto sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che essi avrebbero manifestato (cfr. Giovanni 13:35). A tal fine egli lasciò un modello da seguire … …

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RAbraamo, il capostipite della nazione ebraica, nacque nel 2018 a.C. a Ur, che in quel tempo era una fiorente metropoli costiera del paese di Sinar (attuale Iraq). Ad Ur veniva estesamente praticata una religione idolatrica basata sul culto del suo protettore, il dio-luna Sin. Abraamo però era un fedele adoratore di Geova, il Dio dei suoi antenati, Sem, Noè, Enoc (cfr. Genesi 5:3-32; 11:10-26). Ma Geova gli comandò di trasferirsi da Ur in un paese straniero, lasciandosi dietro amici e parenti con la promessa che avrebbe fatto della sua discendenza una grande nazione (cfr. Genesi 12:1,2). In quel tempo Abraamo era sposato con la sorellastra Sara, ma non avevano figli ed erano entrambi anziani. Anche se ci voleva grande fede per credere a quella promessa, egli ubbidì.
Lasciata Ur, Abraamo viaggiò verso nord per circa 960 km. fino ad Haran, un importante nodo sulle antiche strade carovaniere che attraversavano il medio oriente da est ad ovest. Lì vi rimase fino alla morte del padre, Tera. Nel 1943 a.C., all’età di 75 anni, lasciò Haran e, attraversato il fiume Eufrate, entrò nel paese di Canaan. In quell’occasione Dio gli rinnovò la promessa che aveva fatto prima che lasciasse Ur dicendogli anche che quel paese l’avrebbe dato alla sua discendenza (cfr. Genesi 12:7). Abraamo però doveva risiedere nel paese come residente forestiero poiché Geova avrebbe adempiuto quella promessa solo 430 più tardi anni perché, come gli disse: “l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento” (Genesi 15:13-16*).
Puntualmente, allo scadere dei 430 anni, nel 1513 a.C. Dio adempì la sua promessa liberando dalla schiavitù egiziana in cui erano venuti a trovarsi i discendenti di quel patriarca, organizzandoli come nazione e conducendoli nella terra di Canaan. Circa tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, mentre era accampato ai piedi del monte Sinai, Dio, mediante Mosè, diede a quel popolo un codice di leggi. Riferendosi alla promessa fatta ad Abraamo e alla legge mosaica, circa 1.600 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo scrisse in una delle sue lettere ispirate: “In quanto al patto precedentemente convalidato da Dio, la Legge che è venuta all’esistenza quattrocentotrent’anni dopo non lo annulla, in modo da abolire la promessa … Perché, dunque, la Legge? Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa … Quindi la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo, affinché fossimo dichiarati giusti a motivo della fede” (Galati 3:17,19,24). Pertanto la Legge mosaica fu un aggiunta al patto fatto con Abraamo e riguardava esclusivamente il popolo ebraico, non era vincolante per il resto dell’umanità (cfr. Salmo 147:19,20).
la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo” – Galati 3:24
Perché l’apostolo Paolo paragonò la Legge mosaica a un tutore? Nel suo tempo le famiglie benestanti greche, romane e anche ebree usavano affidare i loro bambini a un tutore che aveva il compito di seguirne le attività dall’infanzia alla pubertà. In genere veniva scelto uno schiavo fidato, spesso di una certa età, che si preoccupava della sicurezza del bambino e si assicurava che il volere del padre fosse rispettato. Accompagnava il bambino ovunque andasse, si occupava della sua igiene personale, lo portava a scuola, spesso gli portava i libri e altre cose, e vigilava su di lui mentre studiava. Ma non era un insegnante, non spettava a lui a provvedere all’istruzione scolastica del bambino; tuttavia lo istruiva indirettamente sorvegliandolo e disciplinandolo quando si comportava male. Il tutore offriva protezione, sia in senso morale che fisico: nel mondo ellenistico c’era molta immoralità e i bambini, specie i maschi, dovevano essere protetti dalle molestie sessuali. Perciò i tutori assistevano alle lezioni, dato che di molti insegnanti non ci si poteva fidare. Sotto tutti questi aspetti il paragone fatto dall’apostolo risulta particolarmente efficace.
La Legge, infatti, costituiva una protezione per il popolo di Israele. Paolo disse che gli ebrei erano “custoditi sotto la legge”, proprio come se fossero stati affidati a un tutore che li proteggeva (cfr. Galati 3:23). Essa influiva su ogni aspetto della loro vita, teneva a freno le loro brame e i loro desideri carnali, stabiliva come dovevano comportarsi e li riprendeva di continuo per le loro mancanze. Come un ‘muro’ li separava nettamente dagli altri popoli che circondavano Israele proteggendoli dalle loro influenze corruttrici e dalle loro pratiche abiette in campo religioso e morale. Tutto questo al fine di guidare la nazione di Israele affinché fosse pronta ad accettare il “seme” della promessa, Cristo Gesù, quando questi sarebbe arrivato. Infatti, come ampiamente mostrato nei miei post precedenti sull’argomento, i sacrifici richiesti dalla Legge avevano proprio lo scopo di ricordare agli israeliti che erano peccatori e bisognosi di un Salvatore mentre gli aspetti cerimoniali da essa previsti fornivano un quadro di ciò che sarebbe accaduto durante suo ministero terreno e nel futuro.
Un aspetto rilevante dell’illustrazione dell’apostolo Paolo era la natura temporanea dell’autorità del tutore. Una volta cresciuto, il ragazzo non era più sotto il controllo del tutore. Similmente anche l’autorità della Legge di Mosè era temporanea: serviva a “rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme”, Gesù Cristo. Per avere l’approvazione divina, i contemporanei ebrei di Paolo dovevano riconoscere il ruolo di Gesù nel proposito di Dio. Una volta avvenuto questo, il tutore aveva assolto la sua funzione e cessava il suo compito. Aggiunse infatti l’apostolo: “ora che la fede è arrivata, non siamo più sotto il tutore” (Galati 3:25).
Quella Legge era perfetta. Gli uomini che dovevano osservarla erano però imperfetti. Per questo motivo a molti di loro forse sarà sembrata oppressiva. Perciò l’apostolo scrisse ancora: “Cristo ci liberò mediante acquisto dalla maledizione della Legge, divenendo una maledizione invece di noi” (Galati 3:13). Essa era una maledizione nel senso che richiedeva che gli ebrei imperfetti ubbidissero a norme che non erano in grado di rispettare alla perfezione ed esigeva che venissero osservati scrupolosamente certi riti. Al contrario, il riscatto pagato da Cristo con la sua morte sacrificale offriva loro l’opportunità di esser perdonati dai propri peccati semplicemente esercitando fede nel suo valore salvifico, perciò non era più necessario ubbidire ai dettami del ‘tutore’ cioè della Legge mosaica.
le cose che si vedono sono temporanee, ma le cose che non si vedono sono eterne” – 2Corinti 4:18
Tuttavia fu necessario che Paolo richiamasse alcuni cristiani, specialmente quelli di retaggio ebraico, su questo aspetto. Perché? Nella sua lettera l’apostolo aveva messo in evidenza la natura temporanea della Legge mosaica paragonandola a un ‘tutore’. Ma essi continuavano a ritenere che fosse necessario osservare ancora la Legge per essere salvati. Per questo motivo l’apostolo concluse l’argomento dicendo: “ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto ora che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi?Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni. Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11; cfr. anche Colossesi 2:16,17). Essi non avevano discernimento spirituale. Paolo evidenziò questo problema dicendo: “Riguardo a lui [Cristo] abbiamo molte cose da dire e difficili a spiegarsi, giacché siete divenuti di udito torpido.Poiché, in realtà, mentre dovreste essere maestri a causa del tempo, avete ancora bisogno che qualcuno vi insegni dal principio le cose elementari dei sacri oracoli di Dio; e siete divenuti tali che avete bisogno di latte, non di cibo solido.Poiché chiunque partecipa al latte è senza conoscenza della parola della giustizia, perché è bambino.Ma il cibo solido è per le persone mature, per quelli che mediante luso hanno le loro facoltà di percezione esercitate per distinguere il bene e il male” (Ebrei 5:11-14). Quei cristiani erano ancora attaccati a cose che si potevano vedere, sentire e toccare, come il tempio, il sacerdozio, l’osservanza di certe feste o giorni particolari e trovavano difficile accettare i più profondi princìpi cristiani, basati su realtà invisibili (cfr. 2Corinti 4:18).
Dio ispirò l’apostolo Paolo a scrivere chiaramente: “Ora siamo stati esonerati dalla Legge, perché siamo morti a ciò da cui eravamo detenuti, così che siamo schiavi in un nuovo senso secondo lo spirito, e non nel vecchio senso secondo il codice scritto” (Romani 7:6). Quel “codice scritto”, contrariamente a quanto alcuni tutt’oggi affermano, includeva anche i Dieci Comandamenti. Lo si comprende dalle successive parole scritte da Paolo: “io non avrei conosciuto il peccato se non fosse stato per la Legge; e, per esempio, non avrei conosciuto la concupiscenza se la Legge non avesse detto: “Non devi concupire”” (v. 7). Questo riferimento all’ultimo dei Dieci Comandamenti ci aiuta a comprendere che i cristiani sono stati esentati anche dai Dieci Comandamenti (**). Per aiutare meglio i suoi conservi cristiani a capire il punto, l’apostolo fece un’altra illustrazione. In Romani 7:2,3 si legge: “Per esempio, la donna sposata è legata dalla legge al proprio marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è esonerata dalla legge del marito.E mentre il marito vive, essa sarebbe dunque chiamata adultera se divenisse di un altro uomo. Ma se il marito muore, è libera dalla sua legge, così che non è adultera se diviene di un altro uomo”. Egli, quindi, applicò questa illustrazione ai cristiani che non potevano essere soggetti contemporaneamente alla Legge mosaica e a Cristo dicendo: “Così, fratelli miei, anche voi foste resi morti alla Legge per mezzo del corpo del Cristo, per divenire di un altro, di colui che fu destato dai morti” (v. 5). Significa questo che i cristiani, non essendo sotto i Dieci Comandamenti, non debbano osservare alcuna legge? Niente affatto.

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Sebbene Dio comunicasse ai discepoli di Gesù che erano stati “esonerati dalla Legge” poiché questa, con la venuta e la morte del “seme” promesso, aveva assolto la sua funzione perciò era stata abrogata (cfr. Galati 3:24; Efesini 2:15), alcuni di essi, di stirpe ebraica, continuavano a seguire le tradizioni legate alla Legge mosaica. Questi provocarono accese dispute nella neonata chiesa cristiana. Gli apostoli e gli anziani della chiesa di Gerusalemme dovettero intervenire per correggere la loro posizione. L’apostolo Paolo paragonò quei cristiani a bambini, spiritualmente immaturi, incapaci di assimilare le profonde verità che derivavano dalla progressiva rivelazione della volontà di Dio. Anche oggi taluni che si dichiarano ‘cristiani’, per mancanza del giusto intendimento spirituale, continuano a dare indebita importanza a qualche aspetto della Legge mosaica, come l’osservanza del sabato settimanale, credendo che sia fondamentale per ottenere la salvezza, dimentichi di ciò che Dio fece scrivere dall’apostolo, cioè che: “mediante le opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta … l’uomo è dichiarato giusto per fede, indipendentemente dalle opere della legge” perciò “siete stati salvati mediante la fede; e questo non viene da voi, è il dono di Dio. No, non è dovuto alle opere” (Romani 3:20,28; Efesini 2:8,9).
io certamente concluderò con la casa d’Israele … un nuovo patto” – Geremia 31:31
Il giorno di Pasqua del 33 A.D., dopo aver portato a termine la celebrazione prevista dalla Legge mosaica, Cristo istituì una nuova cerimonia che da allora in poi avrebbe sostituito quella ebraica. Dopo aver spezzato il pane e passato il vino disse ai suoi fedeli apostoli: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:20). Così facendo adempiva una profezia che il suo Padre celeste aveva ispirato circa 600 anni prima. Dal suo profeta Geremia aveva fatto scrivere: “Ecco, vengono i giorni”, è l’espressione di Geova, “e io certamente concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto;non come il patto che conclusi con i loro antenati nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, ‘il quale mio patto essi stessi infransero … questo è il patto che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni”, è l’espressione di Geova. “Certamente metterò la mia legge dentro di loro, e la scriverò nel loro cuore. E di sicuro diverrò il loro Dio, ed essi stessi diverranno il mio popolo … perdonerò il loro errore, e non ricorderò più il loro peccato” (Geremia 31:31-34).
Questo “nuovo patto” sostituì il vecchio patto della Legge mosaica quando questo portò a termine il suo compito di “tutore”. Questo cambio di disposizione avvenne il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio unse con il suo spirito santo i primi discepoli di Gesù radunati a Gerusalemme (cfr. Atti 2:1-4). I contraenti di questo “nuovo patto” erano Geova Dio e una nazione nuova chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16) i cui componenti sarebbero stati scelti sia fra discendenti naturali di Abramo che tra persone appartenenti a “ogni nazione” che accettavano di divenire discepoli di Gesù riponendo fede nel valore espiatorio del suo sacrificio (cfr, Atti 10:34,35). L’apostolo Pietro, che ebbe il privilegio di veder accogliere come membri della nuova nazione i primi discepoli di stirpe non ebraica, il centurione romano Cornelio e i suoi familiari (cfr. Atti capitolo 10), confermò questo cambiamento nel proposito di Dio scrivendo nella sua prima ispirata lettera indirizzata a tutti i discepoli di Cristo sparsi per il mondo: “Ma voi siete ‘una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso” (1Pietro 2:9).
Riferendosi a tale esperienza, il discepolo e fratello carnale di Gesù, Giacomo, nel corso di quello che viene considerato il I concilio apostolico, tenutosi a Gerusalemme nel 49 d.C., disse: “Simeone [Pietro] ha narrato completamente come Dio per la prima volta rivolse l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” (Atti 15:14). Pertanto lo scopo del “nuovo patto” era quello di produrre un popolo che avrebbe portato il nome di Geova e avrebbe sostituito l’infedele Israele naturale nel ruolo previsto dal patto abramico per la benedizione di tutte le nazioni (cfr. Genesi 22:18). Geova Dio stesso confermò questo facendo poi scrivere all’apostolo Paolo: “siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù.Poiché tutti voi che foste battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.Non c’è né giudeo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina; poiché siete tutti una persona unitamente a Cristo Gesù.Inoltre, se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29).
e così adempite la legge del Cristo” – Galati 6:2
Come detto, con l’abolizione del patto della Legge mosaica i cristiani sono stai esonerati dall’osservanza della stessa, ma questo non significa che essi non debbano osservare alcuna legge. Sempre sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse: “Continuate a portare i pesi gli uni degli altri, e così adempite la legge del Cristo” (Galati 6:2). Gesù diede molti comandi e istruzioni, ubbidendo ai quali i suoi discepoli avrebbero osservato o adempiuto la sua Legge. Tali comandi si basavano sugli stessi princîpi fondamentali su cui si basava l’intera Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti. Ad esempio, quando gli fu chiesto qual era il più grande comandamento della Legge (mosaica), egli non citò nessuno dei Dieci Comandamenti in particolare ma disse: “‘Devi amare Geova tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’.Questo è il più grande e il primo comandamento.Il secondo, simile ad esso, è questo: Devi amare il tuo prossimo come te stesso’.Da questi due comandamenti dipendono lintera Legge e i Profeti” (Matteo 22:37-40). In un’altra circostanza affermò: “Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri.Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi” (Giovanni 13:34,35).
Questi comandamenti non furono messi per iscritto su tavolette, come era accaduto per i Dieci Comandamenti, ma, come era stato profetizzato mediante Geremia, venivano scritti “nel cuore” dei discepoli di Gesù. A differenza degli Israeliti che erano vincolati per nascita alla Legge mosaica, i cristiani venivano a trovarsi sotto la “Legge del Cristo” per scelta, poiché fattori come razza e luogo di nascita erano irrilevanti. Essi quindi avrebbero imparato a conoscere Geova e le sue vie e avrebbero desiderato vivamente di fare la sua volontà, non per mero senso del dovere o per evitare la punizione per la disubbidienza a un codice scritto ma per una ragione molto più importante: avrebbero riconosciuto che l’amore è sempre stato e sempre sarà un aspetto essenziale della pura adorazione, l’essenza di tutte le leggi e i regolamenti divini. Perciò sul modello dell’amore mostrato da Cristo, il quale pur essendo una potente creatura spirituale in cielo accettò di buon grado l’opportunità di promuovere gli interessi del Padre suo sulla terra e fu disposto a cedere volontariamente la sua vita per i suoi amici, i suoi discepoli amano profondamente Dio e si amano altruisticamente gli uni gli altri (cfr. Giovanni 15:12,13). Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, come sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che avrebbero manifestato tra di loro (cfr. Giovanni 13:35). Gesù comandò perfino di amare i nemici (cfr. Matteo 5:44).
Un altro importante comandamento che Gesù diede si legge in Matteo 6:33: “Continuate dunque a cercare prima il regno e la Sua giustizia”. Cosa significava questo per i suoi discepoli? Il Regno di Dio fu il tema del suo ministero terreno, perché è il mezzo con cui Geova Dio restaurerà il suo proposito per la terra e l’umanità. Gesù sottolineò questo aspetto insegnando ai suoi seguaci a chiedere a Dio in preghiera: “Venga il tuo regno. Si compia la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra” (Matteo 6:10). In che modo si adempirà questa preghiera? Dio lo indicò mediante il suo profeta Daniele, ispirandolo a scrivere: “l’Iddio del cielo stabilirà un regno che non sarà mai ridotto in rovina. E il regno stesso non passerà ad alcun altro popolo. Esso stritolerà tutti questi regni e porrà loro fine, ed esso stesso sussisterà a tempi indefiniti” (Daniele 2:44). Questa azione cambierà per sempre il dominio della terra, gli uomini non avranno mai più il controllo della terra, il loro dominio insoddisfacente e divisivo sarà definitivamente cancellato dalla faccia della terra. Stando così le cose i veri discepoli di Gesù hanno il comando di non fare parte del mondo, cioè di non immischiarsi nella politica di questo mondo e mantenersi separati da ogni forma di nazionalismo, esattamente come lui non ne fece parte (cfr. Giovanni 17:16; 18:36; Giacomo4:4).
Oltre a dare la propria vita umana affinché altri vivessero in eterno, Gesù pronunciò “parole di vita eterna”, aiutando instancabilmente altri a conoscere il Padre (cfr. Giovanni 6:68). Perciò diede ai suoi discepoli anche questo comando: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo,insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19,20). Tutti i suoi veri discepoli nel I secolo ubbidirono con zelo a questo comandamento predicando la buona notizia del Regno “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa”, nonché “pubblicamente”, nei luoghi di mercato, per le vie o nelle piazze (cfr. Atti 5:40-42; 20:20). Non lo facevano solo per un senso del dovere ma erano motivati da fede sincera, dal desiderio di onorare Dio e con l’amorevole speranza di recare la salvezza ad altri (cfr. Romani 10:9-15). Grazie al loro zelo dopo solo una trentina di anni dalla morte di Gesù l’apostolo poté scrivere che la buona notizia era stata “predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Colossesi 1:23).
Oggi che, secondo la profezia biblica, stiamo vivendo nel tempo della fine, ubbidire a questo comando di Gesù assume ancor più valore e, più che l’osservare certi giorni o cerimonie particolari, distingue i veri discepoli di Cristo da quelli solo nominali! Nella sua profezia Gesù disse che prima della fine la buona notizi del regno doveva essere “predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni” (cfr. Matteo 24:14). Perciò, se vi dichiarate discepoli di Gesù, state mettendo in pratica questo suo comandamento? Egli disse chiaramente: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama”, e anche  “Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Giovanni 14:15,21; 15:10).

 tutore-2  Annuario dei Testimoni di Geova del 2015

Nel I secolo i discepoli di Gesù si caratterizzarono per il loro zelo nel predicare il Regno di Dio in tutta la terra. Nel suo libro History of the Christian Church (Storia della Chiesa Cristiana) William S. Williams ha scritto: “Le testimonianze sono concordi nell’indicare che nella Chiesa primitiva tutti i cristiani … predicavano il vangelo”. Si, tutti i seguaci di Gesù ubbidirono al suo comando, uomini e donne, giovani e vecchi, schiavi e liberi, “ogni giorno, nel tempio … pubblicamente e di casa in casa”. In maniera simile oggi i veri cristiani si riconoscono perché ubbidiscono al comando di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19, 20).
Una “legge perfetta che appartiene alla libertà” – Giacomo 1:25
La speranza che Geova Dio offre all’umanità è quella di vedere la fine della schiavitù al peccato e alla corruzione, e di godere quella che la Bibbia chiama “la gloriosa libertà dei figli di Dio” (Romani 8:21). In che modo Egli adempirà questa promessa? La risposta a questa domanda Dio l’ha data ispirando Giacomo, il fratello di Gesù, a scrivere: “chi guarda attentamente nella legge perfetta che appartiene alla libertà … sarà felice nel suo operare” (Giacomo 1:25). Qual è questa “legge perfetta che appartiene alla libertà”? Di sicuro non è la Legge mosaica, in quanto quel codice rendeva manifeste le trasgressioni risultando una “maledizione” per il popolo e non lo liberava dal peccato (cfr. Galati 3:10-14). Era proprio la “Legge del Cristo” che non ha bisogno di un lungo elenco di pene o sanzioni ma consiste di comandi semplici e princìpi fondamentali, si fonda sull’amore ed è scritta nelle menti e nei cuori dei suoi discepoli.
Questa Legge “appartiene alla libertà” poiché si basa sul “nuovo patto” che ha sostituito il vecchio patto della Legge mosaica, “nuovo patto” che fu validato col versamento del sangue di Cristo Gesù. Solo il sacrificio di Cristo libera dal peccato e dalla corruzione, come è scritto: “se qualcuno commette peccato, abbiamo un soccorritore presso il Padre, Gesù Cristo, il giusto.Ed egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 2:1,2; cfr. anche Romani 3:23,24). Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse a quei cristiani che ancora si ritenevano sotto la Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti: “come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi? Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni.Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11). Insistere nell’osservare comandamenti e decreti della Legge mosaica era per quei cristiani come rinnegare il sacrificio di Cristo il cui scopo era liberare dalla terribile oppressione del peccato e della morte! Non è infatti ubbidendo a quella Legge che si ottiene l’approvazione di Dio, ma riconoscendo il valore espiatorio del sacrificio di Gesù ed esercitando fede in lui ubbidendo ai suoi comandamenti, come è scritto: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16).

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(*) – Gli amorrei erano la tribù principale o dominante del paese di Canaan. Secondo diversi storici a motivo di ciò sotto il nome di amorrei vennero indicate tutte le popolazioni di Canaan, includendo quindi ittiti, ferezei, cananei, ivvei e gebusei. Quelle popolazioni erano dedite odiose pratiche religiose. Esse sono così descritte: “L’adorazione di Baal, Astoret e altri dèi cananei consisteva nelle orge più sfrenate; i loro templi erano centri del vizio … I cananei praticavano il culto dandosi all’immoralità … quindi assassinavano i loro primogeniti come sacrificio a quegli stessi dèi … Un’altra pratica orribile era quella dei cosiddetti ‘sacrifici di fondazione’. Quando dovevano costruire una casa, sacrificavano un bambino, il cui corpo veniva inglobato nel muro” (Halley’s Bible Handbook di Henry H. Halley). Quel riferimento al loro “errore” che non era ancora “giunto al compimento”, oltre ad attestare la pazienza di Dio verso i malvagi, dimostra che Egli non è disposto a tollerare a tempo indefinito le loro cattive azioni. Pertanto, al culmine della sua pazienza, Dio usò gli Israeliti, una volta liberati dalla schiavitù egiziana, come strumento di esecuzione del suo avverso giudizio contro quelle persone così degradate e irrecuperabili, dopo aver aspettato per 430 anni prima di intervenire per porre fine alla loro malvagità (cfr. Deuteronomio 9:5). A tutti quelli che accusano Geova di essere un Dio sanguinario per aver fatto sterminare quelle popolazioni, l’autore del citato libro risponde: “Una civiltà così abominevole, sordida e brutale aveva ancora il diritto di esistere? … Gli archeologi che scavano fra le rovine delle città cananee si chiedono perché Dio non li abbia distrutti prima”.
(**) – Alcuni dicono che la Legge era divisa in due parti: i Dieci Comandamenti, che definiscono “legge morale”, e le altre leggi, definite “legge cerimoniale”. Essi affermano che ciò che ebbe fine furono le altre leggi, mentre i Dieci Comandamenti rimasero. Ma questa è una mera interpretazione umana, non corrisponde a verità. Nel Sermone del Monte Gesù citò dai Dieci Comandamenti come pure da altre parti della Legge, senza fare alcuna distinzione fra loro, dimostrando che la Legge di Mosè era un corpo unico di norme e non divisa in due parti. Egli disse: “Avete udito che fu detto agli antichi: ‘Non devi assassinare [Eso. 20:13; sesto comandamento]’ … Se, dunque, porti il tuo dono all’altare [Deut. 16:16, 17; non faceva parte dei Dieci Comandamenti] … Avete udito che fu detto: ‘Non devi commettere adulterio [Eso. 20:14; settimo comandamento]’. Inoltre fu detto: ‘Chiunque divorzia da sua moglie, le dia un certificato di divorzio [Deut. 24:1; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’. Avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente [Eso. 21:23-25; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’” (Matteo 5:21,23,27,31,38).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XIV

“PER MEZZO DI LUI ABBIAMO LA LIBERAZIONE PER RISCATTO MEDIANTE IL SUO SANGUE”

Efesini 1:7

 Anteprima
La questione del corretto uso del sangue occupa da millenni il dibattito umano. In tutto il corso della sua storia l’uomo ha liberamente usato il sangue come nutrimento, e perfino come veleno, oltre che per ispirare profeti e profetesse, per legare cospiratori, per suggellare trattati e, oggi più che mai, per scopi medici. Pochi però hanno tenuto conto del punto di vista di colui che il sangue l’ha creato, Geova Dio. Ripetute volte il nostro Creatore ha espresso il suo punto di vista sul sangue: poco dopo la ribellione dei nostri progenitori, quando uno dei loro figli assassinò  suo fratello, Dio gli disse: “Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Agli occhi di Geova il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio. Subito dopo il Diluvio noetico, dopo aver autorizzato gli uomini a mangiare anche carne animale, disse loro: “Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3,4). Joseph Benson, erudito biblico e uno dei primi presidenti della Conferenza Metodista, scrisse al riguardo: “Bisogna osservare che questa proibizione di mangiar sangue, data a Noè … non è mai stata revocata” (Joseph Benson The Holy Bible, Containing the Old and New Testaments). Questo stesso comando fu ripetuto quando Dio diede la Legge al popolo di Israele. La sua norma recitava: “L’anima della carne è nel sangue … e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione … Nessun’anima di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11-13). Quanto era importante l’osservanza di tale norma? Dio disse: “Chiunque lo mangi sarà stroncato” (Levitico 17:14).
Quel comando non era un semplice rito religioso né una mera disposizione dietetica, come molti sono portati a credere, ma si basava su un importante princìpio divino: la santità della vita. La vita è sacra perché appartiene a colui che l’ha data, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9). Dal punto di vista di Dio il sangue rappresenta la vita di ogni sua creatura e ha un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. Perciò Dio ha riservato l’uso del sangue soltanto in relazione a questo scopo e questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato come prezzo di riscatto dal peccato e dalla morte. Per questo motivo quando Dio istituì la chiesa cristiana formata dai discepoli di Cristo che esercitavano fede nel valore propiziatorio del suo sacrificio, ispirò coloro che nel I secolo guidavano quella chiesa a scrivere: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29). Essi considerarono il divieto divino relativo al sangue una questione ancora valida e molto seria tanto che la sua violazione era considerata un peccato pari all’immoralità e all’idolatria!
Che dire di noi? Il nostro punto di vista sull’uso del sangue corrisponde a quello di Dio?

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William Blackstone, giurista e accademico britannico del XVIII secolo noto per aver scritto il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, opera che ancor oggi rappresenta una fonte importante per le ricostruzioni degli orientamenti classici del common law, il modello di ordinamento giuridico diffuso in tutti i paesi anglofoni, parlando della vita disse che è “l’immediato dono di Dio”. Questa sua dichiarazione concorda con ciò che circa 3.000 anni prima già aveva affermato un saggio governate, il re israelita Davide, il quale, rivolgendosi al Creatore, Geova Dio, disse: “Presso di te è la fonte della vita” (Salmo 36:9).
Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” – Genesi 4:10
Quando nasce ogni essere umano viene in possesso del prezioso “dono” della vita senza averlo chiesto, ciò nondimeno ne è considerato responsabile non solo nell’ambito della collettività in cui vive, che ha fatto leggi per sostenerlo e proteggerlo, ma soprattutto da Colui che questo “dono” l’ha dato, Dio stesso che chiama ciascuno a esserne degno. Fu per questo motivo che, fin dagli albori della storia dell’umanità, Geova Dio indicò chiaramente che non lasciava agli esseri umani la facoltà di fare uso, o abuso, della vita a loro piacimento. Quando, infatti, il primo figlio di Adamo ed Eva, Caino, divorato dalla gelosia soppresse la vita innocente di suo fratello Abele, Dio gli chiese conto del suo atto dicendo: “Che hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Con queste parole rese noto che la vita di Abele, che era stata brutalmente stroncata, era rappresentata dal suo sangue versato sul suolo e gridava a Dio vendetta.
Circa 1.300 anni dopo Geova ritornò sull’argomento rivolgendosi ai superstiti del Diluvio con il quale distrusse la maggioranza delle persone che allora vivevano sulla terra ma non mostravano il giusto apprezzamento per il dono della vita poiché “avevano riempito la terra di violenza” (cfr. Genesi 6:5-7,13). A quelle otto anime sopravvissute Dio rivelò altri particolari in merito al suo punto di vista sulla vita e il sangue dicendo loro: “Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo. Come nel caso della verde vegetazione vi do in effetti tutto questo. Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3, 4). Questo decreto che Dio diede tramite Noè fu un importante passo avanti nell’adempimento del Suo proposito relativo al sangue, proposito che avrebbe permesso agli esseri umani di ottenere la vita eterna.
Quindi aggiunse: “Richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo, poiché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo” (Genesi 9:5,6). Da questa dichiarazione rivolta all’intera famiglia umana si comprende che agli occhi di Dio il sangue rappresenta la vita dell’uomo. Il Creatore gli dà la vita e nessuno dovrebbe sopprimere quella vita, rappresentata dal sangue. Se, come Caino, qualcuno commette un omicidio, il Creatore ha il diritto di ‘richiedere’ la vita dell’omicida. Dio, dunque,  intese vietare agli esseri umani di fare un uso errato del sangue. Perché? La risposta è legata a uno dei più importanti insegnamenti della Bibbia, che sta alla radice stessa del messaggio cristiano. Quale?
è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” – Levitico 17:11
800 anni dopo il Diluvio Geova liberò la nazione di Israele, che aveva scelto come suo popolo, dalla schiavitù egiziana e le diede il suo codice della Legge. Questo costituì un ulteriore passo nell’adempimento del suo proposito. Quella Legge richiedeva di fare a Dio delle offerte; queste potevano essere di cereali, di olio e di vino, i prodotti tipici della terra che Egli aveva donato loro, ma anche sacrifici di animali. Riguardo a questi Dio comandò: “L’anima della carne è nel sangue, e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso. Per questo ho detto ai figli d’Israele: ‘Nessun’anima di voi deve mangiare sangue. In quanto a qualunque uomo dei figli d’Israele o a qualche residente forestiero che risiede come forestiero in mezzo a voi il quale prenda a caccia una bestia selvaggia o un volatile che si può mangiare, ne deve versare in tal caso il sangue e lo deve coprire di polvere’” (Levitico 17:11-13). Dunque, se qualcuno, per esempio un cacciatore o un contadino, avesse ucciso un animale per mangiarlo, avrebbe dovuto scolarne il sangue e coprirlo con la polvere (cfr. il v. 13). Poiché, come si afferma nelle Scritture, la terra è ‘lo sgabello dei piedi di Dio’ (cfr. Isaia 66:1), versando il sangue a terra la persona riconosceva che la vita veniva restituita al suo Datore.
Quel comando non era un semplice rito religioso senza alcuna importanza per quel popolo. Consideriamo perché gli Israeliti non dovevano mangiare il sangue degli animali uccisi. Dopo aver dato il comando “Nessun’anima di voi deve mangiare sangue”, Dio ne spiegò il motivo dicendo: “Io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre”. Dunque la ragione principale per cui gli israeliti non dovevano mangiare sangue non era dietetica, non riguardava gli eventuali rischi per la salute, ma era data dal fatto che agli occhi di Dio il sangue aveva un significato speciale nella realizzazione del suo proposito. Egli aveva attribuito al sangue un grande valore poiché rappresentava la vita e avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. L’apostolo cristiano Paolo, infatti, qualche secolo dopo fu da Dio stesso ispirato a scrivere: “Quasi tutte le cose sono purificate col sangue secondo la Legge, e se il sangue non è versato non ha luogo nessun perdono” (Ebrei 9:22).
Tuttavia l’apostolo fu anche ispirato a scrivere: “Mediante questi sacrifici c’è di anno in anno un ricordo dei peccati, poiché non è possibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati” (Ebrei 10:1-4). Sembra qui che ci sia una contraddizione di termini poiché l’apostolo prima dice che il sangue ‘purificava’ e permetteva il perdono dei peccati, poi scrive che il sangue degli animali sacrificati ‘non toglieva i peccati’. Ma lo stesso apostolo ne spiega il motivo. Parlando della Legge in un’altra delle sue lettere Paolo spiegò: “Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa; e fu trasmessa mediante angeli per mano di un mediatore [Mosè]” (Galati 3:19). I sacrifici disposti dalla Legge mosaica, quindi, erano transitori e servivano a uno scopo: dovevano ricordare agli Israeliti che erano peccatori e che avevano bisogno di qualcosa di più del versamento di sangue animale per ottenere il perdono in senso pieno dei loro peccati. In base alla perfetta giustizia di Dio quei sacrifici non avrebbero mai potuto cancellare definitivamente i disastrosi effetti del peccato ereditato da Adamo fin dalla nascita. Ci voleva un sangue, o una vita del valore corrispondente a quella persa da Adamo per bilanciare il suo errore e cancellarne definitivamente le conseguenze.
Per mezzo di lui abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue” – Efesini 1:7
In realtà la Legge additava qualcosa di molto più efficace per adempiere la volontà di Dio. Lo stesso apostolo fu ispirato a scrivere: “La Legge ha un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1). La realtà si incentrava sulla morte di Gesù Cristo, come scrisse ancora l’apostolo: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi” (Romani 5:8) e con la sua morte “diede se stesso come riscatto corrispondente per tutti” (1Timoteo 2:6). Morendo per noi, Cristo ha provveduto un riscatto per coprire i peccati del genere umano. La sua perfetta vita umana corrispondeva esattamente a quella persa da Adamo con la sua ribellione. Egli la cedette in una morte di sacrificio a favore del genere umano. Quel riscatto è alla base del messaggio cristiano, come è scritto: “come per mezzo di un solo fallo risultò a uomini di ogni sorta la condanna, similmente anche per mezzo di un solo atto di giustificazione è risultato a uomini di ogni sorta che sono dichiarati giusti per la vita.Poiché come per mezzo della disubbidienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, similmente anche per mezzo dellubbidienza di uno solo molti saranno costituiti giusti” (Romani 5:18,19).
Trattando lo stesso argomento nella lettera scritta ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo aggiunse un importante particolare per capire l’intera questione. In essa si legge: “Per mezzo di lui [Cristo Gesù] abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue, sì, il perdono dei nostri falli, secondo la ricchezza della sua immeritata benignità” (Efesini 1:7). Egli associa alla parola “riscatto” l’espressione “mediante il suo sangue”. Certamente l’apostolo aveva in mente quanto, sotto la Legge mosaica, accadeva durante l’annuale Giorno di Espiazione. Quel giorno il sommo sacerdote entrava nel Santissimo del tabernacolo o del tempio, portando con sé parte del sangue degli animali che venivano sacrificati per presentarlo dinanzi a Dio. Perciò l’ispirato apostolo disse che Cristo, ricalcando quel modello, “entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Questo avvenne 40 giorni dopo la sua risurrezione dalla morte. Alla risurrezione egli non riprese la vita umana, ma fu destato come creatura spirituale (cfr. 1 Pietro 3:18). Come creatura spirituale poté tornare in cielo, da dove era venuto, “per comparire dinnanzi alla persona di Dio per noi” e presentare al Padre il valore del suo sangue, cioè la sua perfetta vita umana come offerta, o sacrificio, che poteva togliere i peccati (Ebrei 9:24,26).

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Ogni anno, il giorno di Espiazione, il sommo sacerdote aaronnico oltrepassava la cortina, o divisorio, nel santuario ed entrava nel compartimento denominato Santissimo con il sangue degli animali sacrificati per aspergerlo davanti al coperchio del propiziatorio (Espiatorio) dell’Arca del Patto. In questo modo egli faceva espiazione per i peccati suoi e della sua casa o tribù levitica e quindi per i peccati del popolo d’Israele. Questa era la procedura per l’espiazione stabilita dal patto della Legge di Mosè. Ricalcando quel modello Cristo Gesù, risuscitato con un corpo spirituale dopo la sua morte di sacrificio, entrò nell’antitipico Santissimo, cioè “nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9:24). Lì presentò a Dio il valore del suo sacrificio. L’ispirato apostolo Paolo così lo spiegò: “Quando Cristo venne come sommo sacerdote … entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:11,12). Versando il suo sangue, cioè cedendo la sua perfetta vita umana in sacrificio, Cristo aveva pagato il riscatto per l’incolpevole razza umana che aveva ereditato l’imperfezione e la morte dal suo ribelle progenitore, Adamo. Ora, esercitando fede in questo provvedimento di Dio le singole persone potevano ottenere il perdono dei loro peccati e ciò che Adamo aveva perso anche per loro: la vita eterna.
Allo spirito santo e a noi è parso bene … che vi asteniate … dal sangue e da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Questa rivelata verità divina ci aiuta ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue: perché Dio lo considera in un certo modo, come dovremmo considerarlo noi e perché dovremmo rispettare le restrizioni imposte da Dio sull’uso del sangue.
Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Egli ha riservato il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù. Come dovrebbe influire questo sulle nostre decisioni e sulle nostre azioni?
Adam Clarke, noto studioso biblico del XIX secolo, scrisse riguardo al comando di non mangiare sangue riportato nella Bibbia: “Sotto la legge non si mangiava il sangue, perché la legge additava che esso doveva essere versato per il peccato del mondo; e il sangue non si deve mangiare nemmeno sotto il Vangelo, perché si deve sempre considerare che esso rappresenta il sangue che è stato versato per la remissione dei peccati”. Perché Clarke fece questo commento? Come è noto dopo la morte di Gesù i suoi discepoli non furono più tenuti ad osservare la Legge mosaica perché questa aveva adempiuto il suo scopo di essere il “tutore che conduce a Cristo” (cfr. Galati 3:24). L’apostolo Paolo fu infatti ispirato a scrivere che “[Dio] … cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Tuttavia alcuni ebrei divenuti cristiani erano restìi ad accettare questa nuova disposizione e ritenevano che tutte le centinaia di leggi che Dio aveva dato tramite Mosè fossero ancora in vigore. Così, con l’afflusso dei cosiddetti “gentili”, cioè persone non di stirpe ebraica, nella chiesa cristiana essi posero la questione se questi dovevano essere circoncisi come comandato dalla Legge (cfr. Levitico 12:2,3,48; Atti 15:1).
Tale questione fu portata all’attenzione degli “apostoli” e degli “anziani” a Gerusalemme (cfr. Atti 15:2). Evidentemente questi erano considerati un autorità nelle questioni di fede per tutta la chiesa cristiana sparsa nel mondo. Il racconto ispirato dice che essi esaminarono attentamente cosa dicevano le Scritture al riguardo, ascoltarono le testimonianze degli apostoli Pietro e Paolo su come Dio aveva accettato i “gentili” nella nuova chiesa cristiana e pregarono per ricevere l’aiuto dello spirito santo (cfr. Atti 15:12-18). Quindi presero questa decisione: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29).
Come si evince dalla loro decisione gli “apostoli” e gli “anziani” interpellati consideravano l’‘astenersi dal sangue’ essenziale dal punto di vista morale quanto l’astenersi dall’immoralità sessuale o dall’idolatria. Consideravano il divieto divino relativo al sangue una questione molto seria! Quanto seria? Nella sua lettera ai Corinti l’apostolo Paolo menzionò il peccato di idolatria e i peccati sessuali meritevoli di morte, in maniera corrispondente non tenere conto della legge divina sul sangue avrebbe portato alla morte eterna (cfr. 1Corinti 6:9,10). Per questo motivo quella decisione fu messa per iscritto e fu inviata a tutte le comunità cristiane sparse nel mondo allora conosciuto affinché venisse osservata! Essa rafforzò la fede di tutti i cristiani (cfr. Atti 16:4,5). Tutt’oggi quella decisione fa parte dell’ispirata Parola di Dio per nostro monito.
A conferma di quando sopra, Tertulliano, scrittore romano e apologeta cristiano del II-III secolo d.C., nella sua opera Apologeticum scrisse: “Noi non abbiamo tra i nostri alimenti neppure il sangue degli animali … Per torturare i cristiani porgete loro anche dei sanguinacci, perché siete ben certi che sono un cibo a loro proibito”. I primi cristiani erano decisi a non mangiare sangue nonostante le minacce di morte. Ma il decreto degli “apostoli” e degli “anziani” aveva una valenza che andava oltre il semplice mangiare sangue. Esso diceva specificatamente di astenersi “da ciò che è strangolato”, poiché la carne degli animali strangolati conteneva ancora il sangue, poi comandava anche di “astenersi dal sangue”. Come doveva essere inteso questo ulteriore comando? Ancora Tertulliano lo spiega nell’opera citata. Scrisse infatti: “Dove mettete tutti quelli che durante uno spettacolo gladiatorio corrono a bere ingordamente, per curarsi il morbo comiziale [l’epilessia], il sangue ancor caldo sgorgante dalla strozza dei delinquenti sgozzati nell’arena?” In quel tempo il sangue veniva impiegato anche per curare malattie, come l’epilessia, o per migliorare la salute. Facendo quindi il contrasto con il comportamento dei cristiani Tertulliano osservò che essi non assumevano sangue nemmeno per ragioni “mediche”. Mantenevano tale posizione anche a rischio della vita.

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Tertulliano, scrivendo in difesa delle convinzioni dei primi cristiani, disse: “Comprenderemo che il divieto del ‘sangue’ è un divieto che vale assai più per il sangue umano” (The Ante-Nicene Fathers – Vol. IV, di Arthur Cleveland Coxe, Alexander Roberts, James Donaldson e Philip Schaff). Nella sua opera Apologeticum fece riferimento ai romani che correvano a bere ingordamente il sangue dei gladiatori morenti nelle arene per curare l’epilessia e li mise in contrasto con i cristiani che non mangiavano “neppure  il sangue degli animali”. Cercare di curare malattie col sangue era una pratica assai diffusa nell’antichità. Reay Tannahill, storica e saggista inglese, nel suo libro Flesh & Blood: A History of the Cannibal Complex, ha scritto che già gli egiziani consideravano il sangue “il rimedio sovrano per la lebbra”. La pratica di bere sangue per curare malattie venne poi sostituita, a iniziare dal XVI secolo, con quella trasfusionale. Thomas Bartholin, famoso anatomista danese, nel trattato De sanguinis abusu disputatio scrisse al riguardo: “Coloro che sostengono si debba usare sangue umano come rimedio interno per le malattie evidentemente ne abusano e peccano in modo grave. I cannibali sono condannati. Non aborriamo forse coloro che bevono sangue umano? È una cosa simile ricevere, o per bocca o con strumenti atti a trasfonderlo, sangue altrui da una vena incisa … Entrambi i modi di prendere sangue servono al medesimo scopo, quello di alimentare o risanare con questo sangue un corpo malato”.
Per riassumere e concludere, quindi, la Bibbia rivela che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Noi dovremmo considerarlo allo stesso modo. Il nostro Creatore ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato per il perdono dei nostri peccati. L’apostolo Paolo fu ispirato da Dio a scrivere al riguardo: “Non avevate nessuna speranza ed eravate senza Dio nel mondo. Ma ora unitamente a Cristo Gesù, voi che una volta eravate lontani, vi siete avvicinati mediante il sangue del Cristo” (Efesini 2:12,13). Dovremmo coltivare profondo rispetto per il sangue e il suo significato simbolico. Dio l’ha scelto come simbolo della vita di tutte le sue creature pertanto è un elemento “sacro” e come tale Dio ne ha limitato l’uso alla realizzazione del suo piano di salvezza del genere umano mediante il sacrificio di riscatto di Cristo.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XIII

“IN REALTÀ, CRISTO, LA NOSTRA PASQUA, È STATO SACRIFICATO”

1Corinti 5:7

Anteprima
Cosa significa per voi la Pasqua? Per molti è la più importante festa religiosa dell’anno, quella che celebra la risurrezione di Gesù Cristo tre giorni dopo essere stato messo a morte. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica è la « festa delle feste », la « solennità delle solennità » e la fa risalire al Concilio di Nicea del 325 d.C. quando “tutte le Chiese si sono accordate perché la Pasqua cristiana sia celebrata la domenica che segue il plenilunio (14 Nisan) dopo l’equinozio di primavera” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1169, 1170). Perché dal 325 d.C.? … perché non risulta da nessuna parte della Parola di Dio che gli apostoli e i discepoli di Gesù dei primi secoli festeggiassero una pasqua di risurrezione nella data scelta al Concilio di Nicea. Per quale motivo non la festeggiavano? Perché il loro Signore Cristo Gesù aveva comandato loro di fare ben altro! La sera in cui si radunò con i suoi fedeli apostoli per l’ultima volta, il 14 nisan del 33 A.D., dopo aver osservato ancora una volta la pasqua ebraica, Gesù istituì una nuova cerimonia chiamata nella Bibbia la “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore” (cfr. 1Corinti 11:20). Il racconto evangelico narra che Gesù prese dalla tavola uno dei pani non lievitati, rese grazie in preghiera, lo spezzò e lo diede agli undici per mangiarlo dicendo loro: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore”. Poi prese un calice di vino rosso e, dopo aver pronunciato una benedizione, lo porse loro e invitandoli a bere disse: “Questo significa il mio ‘sangue del patto’, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28). Quindi comandò loro: “Continuate a far questo in ricordo di me” (Luca 22:19). Quella semplice cerimonia è ciò che da allora in poi i suoi discepoli avrebbero dovuto osservare in sostituzione della pasqua ebraica che, avendo adempiuto il suo significato profetico, venne abrogata. Questo è esattamente quello che gli apostoli e tutti i cristiani dei primi secoli facevano ogni anno in ricorrenza del 14 nisan, come testimoniò l’apostolo Paolo il quale, sotto ispirazione divina, scrisse: “il Signore Gesù nella notte in cui stava per essere consegnato prese un panee, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo significa il mio corpo che è a vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E fece similmente riguardo al calice, dopo aver preso il pasto serale, dicendo: Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue. Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in ricordo di me.Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1Corinti 11:23-26). Dunque non la risurrezione i cristiani dovevano festeggiare, ma commemorare la morte di Cristo. Allora, da dove ebbe origine la celebrazione della Pasqua di risurrezione? … …

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Venerdì 12 giugno 2015, durante un incontro del ritiro mondiale dei sacerdoti tenuto a Roma, il papa della Chiesa Cattolica, Francesco, ha proposto che la sua Chiesa e quella Ortodossa calcolino la Pasqua nello stesso modo, festeggiandola così lo stesso giorno. Questa questione della differenza di data nell’osservare la festa ha diviso per secoli i cattolici dagli ortodossi. Il motivo va ricercato nel diverso modo di calcolare la data: gli ortodossi infatti la calcolano basandosi sul calendario giuliano che fu in uso anche nella Chiesa Cattolica fino al 1582, poi da questa sostituito con quello gregoriano. Certo, è una situazione abbastanza bizzarra poiché cattolici e ortodossi leggono praticamente gli stessi testi, e hanno credenze molto simili, tuttavia sono divisi nell’osservare quella che considerano una delle principali, se non la più importante, festa cristiana. In ogni caso entrambe le chiese concordano nell’osservare con la Pasqua la risurrezione di Cristo.
Come le due chiese summenzionate anche la maggioranza di quelle cosiddette “protestanti” o della riforma festeggiano con la Pasqua la risurrezione di Cristo. Si distinguono però nell’applicare il relativo cerimoniale. Una loro caratteristica peculiare infatti è quella di associare a tale festività la “Santa Cena” o “Cena del Signore” o “Santa Comunione”, come comunemente viene chiamata tale cerimonia, ma anche qui le celebrazioni si differenziano notevolmente tra una chiesa e un’altra. Tutte tali differenze sono fortemente sospette e danno da pensare sulla genuinità degli insegnamenti di dette chiese. Cristo infatti pregò affinché i suoi discepoli fossero uniti nella fede proprio come lo erano lui e il Padre (cfr. Giovanni 17:11,20,21), parole che spinsero poi l’apostolo Paolo e scrivere a tutti i veri cristiani: “vi esorto, fratelli, per il nome del nostro Signore Gesù Cristo, a parlare tutti concordemente, e a non avere fra voi divisioni, ma ad essere perfettamente uniti nella stessa mente e nello stesso pensiero” (1Corinti 1:10).
Perché allora la mancanza di unità si riscontra in tutte quelle chiese che si dichiarano “cristiane”? Lo stesso apostolo lo spiegò scrivendo: “fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:30). Dunque la divisione è causata da “cose storte” cioè da insegnamenti umani spacciati per insegnamenti divini, tendenza che aveva già portato alla rovina gli antichi servitori di Dio, gli ebrei. Ai loro capi religiosi Gesù infatti aveva detto: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”. Questo è accaduto anche nel cristianesimo. Uomini egoisti e desiderosi di preminenza hanno introdotto nella chiesa cristiana dogmi e precetti che non hanno fondamento nella Parola di Dio ma si basano su una “tradizione” umana a cui hanno dato più valore che agli insegnamenti divini. Il risultato è stato quello dichiarato da un altro fedele apostolo di Gesù, Pietro, che scrisse: “Questi introdurranno quietamente distruttive sette e rinnegheranno anche il proprietario che li ha comprati” (2Pietro 2:1). Ecco dunque da dove ha avuto origine la mancanza di unità negli insegnamenti e nella pratica religiosa riscontrabile tra le tante religioni che si dichiarano “cristiane”.
Questo è lo statuto della pasqua” – Esodo 12:43
Prendiamo ad esempio proprio la Pasqua insieme alla “Santa Cena”, o come si vuol chiamare. Cosa impariamo dalla Parola di verità di Dio, la Bibbia, al riguardo e cosa possiamo notare confrontandola con i vari insegnamenti delle chiese cosiddette “cristiane”?
Della “pasqua” si parla per la prima volta nelle Scritture in relazione con la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù egiziana avvenuta nel 1513 a.C. Se ne parla come di una celebrazione commemorativa. In Esodo 12:25-27 si legge: “E deve avvenire che quando sarete entrati nel paese che Geova vi darà, proprio come ha dichiarato, dovrete osservare questo servizio. E deve avvenire che quando i vostri figli vi diranno: ‘Che cosa significa questo servizio per voi?’ allora dovrete dire: ‘È il sacrificio della pasqua a Geova, che passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto quando piagò gli egiziani, ma liberò le nostre case’”. Infatti, la parola ebraica da cui deriva, pèsach, significa “passare oltre” e ricordava che l’angelo di Geova la notte in cui sterminò i primogeniti d’Egitto passò oltre i primogeniti di Israele. Tutto questo avvenne nel I mese del calendario sacro ebraico, nisan, il 14° giorno del mese.
Quattro giorni prima del 14, nel decimo giorno, Dio disse agli Israeliti che avrebbero dovuto iniziare a prepararsi per qualcosa che sarebbe successo il 14, al tramonto (per gli ebrei il giorno cominciava al tramonto e finiva a quello successivo). Essi dovevano procurarsi un agnello (o un capretto) poi la sera di inizio del 14° giorno avrebbero dovuto ucciderlo, arrostirne la carne e mangiarla insieme a pani non fermentati ed erbe amare (cfr. Esodo 12:3-8). Il sangue di quell’animale doveva poi esser spruzzato sugli stipiti e sull’architrave della porta delle loro case in modo che, quando l’angelo di Dio sarebbe passato attraverso il paese per colpire i primogeniti d’Egitto, vedendo il sangue sarebbe passato oltre risparmiando i primogeniti degli israeliti (cfr. Esodo 12:12,13,22,23). Questo è proprio ciò che accadde! Dopo quella tremenda ultima piaga l’orgoglioso Faraone egiziano si decise a fare ciò che Dio gli aveva comandato: liberare il suo popolo dalla schiavitù. (cfr. Esodo 12:29-32). Pertanto Dio, comandò agli Israeliti di ricordare quella liberazione negli anni a venire; disse loro: “Questo giorno vi deve servire di memoriale, e lo dovete celebrare come festa a Geova per tutte le vostre generazioni. Lo dovreste celebrare come uno statuto a tempo indefinito” (Esodo 12:14). Così dal momento in cui entrarono nella terra promessa, ogni anno, il 14° giorno del mese di nisan, gli Israeliti iniziarono a ricordare quell’avvenimento osservando la pasqua (cfr. Esodo 12:25; 13:5). 

Impariamo dal grande Insegnante    Impariamo dal grande Insegnante

In realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato
Continuate a far questo in ricordo di me” – Luca 22:19
1545 anni dopo, nel 33 d.C., il 13 nisan, dato che si avvicinava il giorno “in cui si doveva sacrificare la vittima pasquale”, Cristo disse a Pietro e Giovanni: “Andate e preparateci la pasqua affinché la mangiamo” (Luca 22:7,8). Egli e i suoi apostoli erano tutti ebrei, nati sotto la Legge mosaica, perciò erano tenuti a osservarla. Quella era la quarta pasqua che Gesù si apprestava a celebrare da quando aveva iniziato il suo ministero terreno, dopo il suo battesimo (per le altre tre volte leggi Giovanni 2:3; 5:1; 6:4). “Infine, quando fu venuta l’ora”, dopo il tramonto da cui iniziò il 14 nisan, Gesù mangiò la cena pasquale con i suoi apostoli. A tavola egli approfittò di quell’occasione per insegnare ai suoi apostoli alcune preziose lezioni. Rammentò loro l’importanza dell’amore fraterno dicendo: “Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri.Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi” (Giovanni 13:34,35). Poi li rassicurò dicendo che avrebbe mandato lo spirito santo a ‘insegnare e ricordare loro tutte le cose che aveva detto’ (cfr. Giovanni 14:25,26). Quindi pronunciò una fervida e incoraggiante preghiera con la quale chiese al Padre di vegliare su di loro (Giovanni, capitolo 17).
Celebrata la pasqua ebraica, dopo aver identificato il traditore, Giuda Iscariota, e dopo averlo allontanato, Gesù fece qualcosa che non aveva mai fatto prima. Prende uno dei pani non lievitati, rende grazie in preghiera, lo spezza e lo dà agli undici per mangiarlo dicendo: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore”. Poi prende un calice di vino rosso e dopo aver pronunciato una benedizione, lo porge loro e li invita a bere dicendo: “Questo significa il mio ‘sangue del patto’, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28). Quindi comanda loro: “Continuate a far questo in ricordo di me” (Luca 22:19). Con queste parole egli istituì una nuova commemorazione che da allora in poi avrebbe sostituito la celebrazione della pasqua ebraica. Questa infatti, come molte altre disposizioni della Legge mosaica, era anch’essa “un ombra delle buone cose avvenire” (Ebrei 10:1). Perciò, esaurita la sua funzione profetica fu anch’essa soppressa. Scrisse infatti sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo: “In realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato” (1Corinti 5:7). Con il sacrificio di Cristo la Legge mosaica con tutti i suoi comandamenti, inclusi quelli relativi all’osservanza della pasqua, venne abrogata (cfr. Colossesi 2:13-16). 

w13 12/15-I

Continuate a far questo in ricordo di me
Dopo il 14 nisan del 33 A.D. la pasqua ebraica non venne più osservata dai discepoli di Gesù. Da allora i veri cristiani si sono riuniti una volta l’anno, nello stesso giorno, per celebrare la “Cena del Signore” o il “Pasto serale del Signore” al fine di commemorare la morte di Cristo, come Gesù aveva loro comandato di fare. La pasqua di risurrezione festeggiata dal cristianesimo apostata non ha un fondamento biblico ma è una festa che ha le sue radici nelle religioni pagane.

Il Regno di Dio è già una realtà!

io faccio un patto con voi … per un regno” – Luca 22:28-30
Ciò che accadde la notte del 14 nisan del 1513 a.C. fu pertanto una figura profetica di quello che poi si verificò il 14 nisan del 33 d.C. Quella notte stessa Gesù venne arrestato e successivamente, nello lo stesso giorno, venne processato, condannato e ucciso appeso al palo. Versò il suo sangue, che rappresentava la sua vita perfetta, lo stesso giorno in cui 1545 anni prima gli Israeliti versarono il sangue dell’agnello per la salvezza dei loro primogeniti. Come il sangue dell’agnello asperso sugli stipiti e sull’architrave della porta salvò la vita dei primogeniti di Israele, così il sangue di Cristo è servito per la salvezza della “congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli” (Ebrei 12:23,24). Chi sono questi?
Mentre erano a tavola Gesù aveva detto ai suoi fedeli apostoli: “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore. Altrimenti, ve l’avrei detto, perché vado a prepararvi un luogo.E, se sarò andato e vi avrò preparato un luogo, verrò di nuovo e vi riceverò a casa presso di me, affinché dove sono io siate anche voi” (Giovanni 14:2,3). Promise quindi loro che li avrebbe portati “nella casa del Padre”, cioè in cielo dove lui stesso sarebbe andato, di lì a poco. Per quale motivo? In conclusione di quella cerimonia egli aggiunse: “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;e io faccio un patto con voi, come il Padre mio ha fatto un patto con me, per un regno,affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù dIsraele” (Luca 22:28-30). Quei discepoli, ed altri ancora, a motivo della loro fede nel valore del sacrificio di Cristo, avrebbero ricevuto il privilegio di affiancarlo, un giorno, nel Regno celeste come co-governanti. A conferma di ciò scrisse ancora l’apostolo: “continuo a sopportare ogni cosa per amore degli eletti, affinché essi pure ottengano la salvezza unitamente a Cristo Gesù con gloria eterna. Fedele è la parola: Certamente se morimmo insieme, pure vivremo insieme; se continuiamo e perseverare, insieme pure regneremo” (2Timoteo 2:10-12). Questi “eletti” sono quelli che compongono la “congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli”. Quanti sono?
Nella visione apocalittica l’apostolo Giovanni, uno di loro, ebbe da Cristo il privilegio di vederli proprio lì, sul celeste “monte Sion”, la simbolica sede del Regno di Dio (*), affianco all’Agnello, e scrisse: “E vidi, ed ecco, l’Agnello stava sul monte Sion, e con lui centoquarantaquattromila che avevano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulle loro fronti”. Poi aggiunse: “essi cantano come un nuovo cantico dinanzi al trono … e nessuno poteva imparare quel cantico se non i centoquarantaquattromila, che sono stati comprati dalla terra … Questi furono comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). A questi, dunque, fu rivolto il comando di Gesù “Continuate a far questo in ricordo di me”. Perciò ogni anno, nel giorno che corrisponde al 14 nisan dell’antico calendario ebraico, dopo il tramonto, essi celebrano quella che viene chiamata “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore”. Con quale significato? L’apostolo Paolo lo spiegò scrivendo: “Poiché ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso, che il Signore Gesù nella notte in cui stava per essere consegnato prese un panee, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo significa il mio corpo che è a vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E fece similmente riguardo al calice, dopo aver preso il pasto serale, dicendo: Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue. Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in ricordo di me.Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1Corinti 11:23-26).
Cosa si evince dalle Scritture sopraelencate?
1) – il comando di Dio di osservare la pasqua ebraica terminò di aver vigore con la morte di Cristo. Questa, infatti, era “un ombra delle buone cose avvenire” e aveva lo scopo di indirizzare la mente dei suoi adoratori al sacrificio più grande che Dio avrebbe disposto per la salvezza eterna del genere umano mediante il versamento del sangue dell’ “Agnello di Dio”, il figlio Cristo Gesù (cfr. Giovanni 1:29);
2) – la celebrazione pasquale venne quindi sostituita dalla commemorazione della morte di Cristo, una cerimonia chiamata “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore”, che va osservata una volta l’anno, la sera stessa in cui Gesù la istituì, cioè nel giorno che corrisponde al 14 nisan dell’antico calendario ebraico, dopo il tramonto (cfr. 1Corinti 11:23-26);
3) – quando Cristo la istituì la mise in relazione con due “patti” che concluse con i suoi discepoli: il “nuovo patto” e il “patto per un regno” (cfr. Luca 22:20,28-30). Entrambi i patti prevedevano che i partecipanti avrebbero avuto l’opportunità di essere re e regnare  insieme a Cristo Gesù nel Regno di Dio (cfr. 2Timoteo 2:10-12; Rivelazione o Apocalisse 5:8-10);
4) – gli “eletti” che avranno il privilegio di governare con Cristo nel reame celeste sono solo un numero limitato, stabilito da Dio in 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). Questi sono gli unici autorizzati a partecipare alla “Cena del Signore” o al “Pasto Serale del Signore” prendendo gli emblemi del pane e del vino. Chi non ha questa chiamata, dice la Scrittura, prendendo gli emblemi “mangia e beve un giudizio contro se stesso” (cfr. 1Corinti 11:28,29).
ho altre pecore, che non sono di questo ovile” – Giovanni 10:16
Che dire allora di tutti quelli che non appartengono a questo gruppo di “eletti”, cioè scelti da Dio (cfr. Romani 8:16,17), ma che esercitano ugualmente fede nel valore del sacrificio di Cristo? Qual è la loro speranza? In Rivelazione o Apocalisse 7:9,10 essi vengono descritti come “una grande folla” appartenente ad “ogni nazione, tribù e popolo e lingua”, però non stanno sul “celeste monte Sion” per regnare insieme a Cristo, come i 144.000 “eletti”. Questi sono visti stare “davanti al trono di Dio” mentre gridano che anch’essi ottengono la salvezza grazie a Dio e all’Agnello. Questo non significa che sono in cielo, come alcuni pensano. La parola greca qui tradotta “dinanzi” è enòpion e significa letteralmente “alla vista di”. In diversi altri versetti biblici viene usata in riferimento a persone che mentre vivono sulla terra sono “dinanzi a” Dio o “alla vista di” Dio (cfr. ad esempio 1 Timoteo 5:21; 2 Timoteo 2:14; Romani 14:22; Galati 1:20). Chi sono dunque questi e qual è la loro speranza?
Riferendosi agli “eletti” che lo affiancheranno nel regno celeste Gesù disse: “Non aver timore, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha approvato di darvi il regno” (Luca 12:32). Poi in un’altra circostanza affermò: “ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo condurre” (Giovanni 10:16).
Queste “altre pecore” che non fanno parte dell’ovile del “piccolo gregge” composto dagli “eletti” sono i sudditi terreni del Regno di Dio, quei “giusti” che “possederanno la terra e vivranno su di essa per sempre” (Salmo 37:29). Non essendo incluse nel “patto per il regno” stipulato con Cristo queste persone quando celebrano la “Cena del Signore” o il “Pasto serale del Signore” non prendono gli emblemi, il pane e il vino, altrimenti ‘mangerebbero e berrebbero un giudizio contro se stessi’. Vi partecipano come semplici spettatori ricordando che anche loro beneficiano del sacrificio di Cristo, essendo dichiarati giusti per la loro fede nel valore espiatorio di quel sacrificio e ottenendo come ricompensa la vita eterna su una terra paradisiaca.
Alla luce di quando sopra esposto, che dire della Pasqua che festeggia la risurrezione di Cristo osservata da tante chiese cosiddette “cristiane”? Essa non ha un fondamento biblico. Sebbene tali chiese la facciano derivare dall’antica pasqua ebraica, non tengono conto del fatto che Gesù sostituì la festa ebraica non con la Pasqua di risurrezione, ma con la cena commemorativa della sua morte. Sull’origine della Pasqua di risurrezione un libro sulle usanze popolari spiega: “La tattica della Chiesa primitiva era invariabilmente quella di dare un significato cristiano alle cerimonie pagane ancora esistenti che non si riusciva a sradicare. Nel caso della Pasqua la trasformazione fu particolarmente facile. La gioia per il sorgere del sole letterale, e il risveglio della natura dalla morte invernale, divenne la gioia per il sorgere del Sole della giustizia, per la risurrezione di Cristo dalla tomba” (William S. Walsh, Curiosities of Popular Customs). Dunque tale festa è di chiara origine pagana!
E che dire della “Cena del Signore”? Anche qui la differenza di celebrazione tra le varie chiese e la difformità dal modello biblico è molto sospetta! La Chiesa Cattolica, ad esempio, la celebra ogni volta che dice messa con il rito dell’eucaristia, anche più volte al giorno. Tra le chiese cosiddette “protestanti” o della riforma anche c’è molta difformità e poca aderenza al modello biblico: alcune la celebrano una volta a settimana, il primo giorno della settimana, altre ogni tre o sei mesi. In ogni caso tutte queste chiese sono accumunate dal fatto che, contrariamente a quanto insegna la Sacra Scrittura, cioè che la partecipazione al pane e al vino è riservata solo a pochi “eletti”, tutti i loro fedeli possono partecipare prendendo gli emblemi,  ‘mangiando e bevendo un giudizio contro se stessi’!

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(*) – Il monte Sion era il luogo dove sorgeva l’antico tempio di Gerusalemme, il luogo dove Dio si radunava in modo rappresentativo con il suo popolo (cfr. Gioele 3:17). Per questo motivo Gerusalemme era chiamata “la città del gran Re” (cfr. Salmi 48:1,2; 135:21). Gerusalemme e il monte Sion rappresentarono quindi il dominio che Dio esercitava sul popolo di Israele e il luogo da cui si poteva ricevere aiuto, benedizione e salvezza. Appropriatamente è stato preso a simbolo del governo celeste, composto da Cristo e dai suoi 144.000 co-regnanti, che presto dominerà l’intera terra recando grandi benedizioni a tutto il genere umano che vi si sottometterà (cfr. Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4).
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XII

“DOVETE SANTIFICARE IL CINQUANTESIMO ANNO E PROCLAMARE LA LIBERTÀ NEL PAESE A TUTTI I SUOI ABITANTI”

Levitico 25:10

Anteprima
L’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Questo periodo è stato chiamato “Giubileo della misericordia”. Nella sua lettera al prelato a cui è stata affidata l’organizzazione dell’evento, il papa ha scritto: “Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa, aperta in ogni Cattedrale o nelle chiese stabilite dal Vescovo diocesano, e nelle quattro Basiliche Papali a Roma, come segno del desiderio profondo di vera conversione … Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo” … Quanto c’è di vero e di spirituale in queste affermazioni?
In un editoriale pubblicato sul settimanale Il Venerdì di Repubblica, del 2 settembre 2016, il giornalista-sacerdote Filippo Di Giacomo, dopo aver menzionato il flop a livello mondiale della partecipazione dei fedeli all’avvenimento, confinato a suo parere “nel folclore ecclesiale romano”, ipotizza un segno “molto forte” che il papa sta cercando di attuare per concludere l’anno giubilare con una chiara indicazione sul presunto rinnovamento della Chiesa romana più volte decantato. Secondo il giornalista tale atto potrebbe consistere in una specie di spendig review dei ricchi emolumenti percepiti all’interno della curia romana, un apparato “oneroso e … parassitario … intrecciato con quello della vanitosa e spendacciona Chiesa, di cui il Papa sarebbe nominalmente anche il capo, dando vita a un sistema che, secondo la relazione 2014 della Corte dei Conti, «ha contribuito a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un apparato che diviene sempre più gravoso per l’erario»”. (ibid.)
Tale interpretazione concorda con ciò che ha scritto il prof. Albero Melloni nel suo libro “Il giubileo. Una storia” secondo il quale alla base della proclamazione degli anni giubilari o “anni santi” ci sarebbe la volontà di centralizzare nella Chiesa di Roma (il Vaticano) la gestione economica delle indulgenze. Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari ma sta di fatto che l’amministrazione dell’evento è tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano.
Comunque, tralasciando questo aspetto, sul quale ognuno di noi può formarsi la sua personale opinione, poiché il citato prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, è proprio questo punto che ho voluto approfondire, e questo è il risultato della mia ricerca.

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In questi giorni si parla tanto del “Giubileo” per il fatto che l’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Nella tradizione cattolica l’idea di celebrare un anno giubilare nacque solo nel Medioevo prendendo spunto dal giubileo ebraico di cui si parla nelle Scritture Ebraiche della Bibbia (cfr. Levitico 25:1-46). Come vedremo nel proseguo di questa trattazione, però, il giubileo cattolico non ha nulla a che vedere con il Giubileo biblico, e appare assai paradossale che la Chiesa Cattolica prendesse a riferimento una prescrizione giudaica proprio in un tempo in cui infuriava il suo odio contro gli ebrei e i suoi predicatori scatenavano in tutta Europa una persecuzione su vasta scala contro di essi. Cosa spinse, dunque, la Chiesa Cattolica ad adottare tale consuetudine?
Nel suo libro “Il giubileo. Una storia”, il prof. Alberto Melloni, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, descrive il momento storico che portò il papa Bonifacio VIII ad indire, nel 1300, il primo giubileo della Chiesa Cattolica. Secondo lo studioso alla base della decisione papale ci fu la questione delle indulgenze e la necessità di stabilire la centralità della Chiesa di Roma (il Vaticano) nella loro gestione. Fino ad allora, infatti, i fedeli potevano ricevere l’indulgenza, o il perdono dei loro peccati, per svariati motivi. Nel libro, ad esempio, si fa riferimento alla concessione dell’indulgenza plenaria a chi si recava sulla tomba di Thomas Becket, arcivescovo inglese che ricoprì il ruolo di Lord Cancelliere del Regno di Inghilterra, assassinato per ordine del re Enrico II nella cattedrale di Canterbury, proclamato “santo” e ascritto al catalogo dei “martiri” della Chiesa Cattolica dal papa Alessandro III nel 1173. Similmente, scrive l’autore, era concessa l’indulgenza plenaria a chi visitava all’Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio nell’anniversario dell’incoronazione di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”. Anche Francesco d’Assisi aveva ottenuto dal papa Onorio III di concedere l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che si recavano alla Porziuncola, “elevata a ruolo di pellegrinaggio capace di produrre lo stesso “lucro” riservato a chi parte per la guerra santa”. (ibid.) Lo stesso Bonifacio VIII aveva poi concesso l’indulgenza plenaria a chi partiva per le crociate o si fosse armato contro i nemici papali, incombenza che poteva però essere commutata nel versamento di 300 libbre di tornesi (circa 150 kg di argento, pari a circa 80.000 Euro al valore attuale).
Pertanto il 22 febbraio del 1300 Bonifacio VIII, quello del girone dei simoniaci nell’Inferno dantesco, promulgò una bolla con la quale, con decorrenza retroattiva al 1 gennaio dello stesso anno, concedeva l’indulgenza plenaria a chi, durante quel periodo, si recava in pellegrinaggio alla presunta tomba di Pietro e Paolo a Roma per venerarne le reliquie (*). Sui reali motivi di tale indizione il prof. Melloni scrive che quando la bolla venne trasmessa ai vari metropoliti, insieme ad essa circolava una strofetta latina che recitava “Annus centus Romæ semper es t iubileus, crimina laxantur, cui pœnitet ista donantur; hoc declaravit Bonifacius et roboravit” (“L’anno cento sempre a Roma è giubileo, i crimini si cassano, e a chi si pente si condonano; questo dichiarò Bonifacio e lo sancì”)” testo che la satira popolare cambiò con “taxantur” al posto di “laxantur” per attestare “come il denaro ne fosse diventato il connotato”. (ibid.) Quando, infatti, le indulgenze comminate con l’anno santo, o giubilare, del 1500 vennero vendute porta a porta in Germania per pagare la fabbrica della basilica di S. Pietro, raccolta di fondi sulla quale, peraltro, frati e vescovi incassavano cospicue provvigioni, il monaco cattolico Martin Lutero si ribellò dando il via al movimento riformatore che portò allo scisma protestante.
Nel corso della storia, dal 1300 a oggi, i papi romani hanno indetto ben 30 anni giubilari o “santi”, sia ordinari, cioè legati a ricorrenze prestabilite, come quelli indetti ogni 25 anni a partire dal 1300, o straordinari perché indetti in occasione di qualche avvenimento di particolare importanza, come quello proclamato nel 1933 da papa Pio XI in occasione del diciannovesimo centenario della morte di Cristo o quello indetto quest’anno da papa Francesco in concomitanza con il 50° anno dalla fine del Concilio Vaticano II. La prassi non è cambiata perché tutt’oggi il pellegrinaggio a Roma occupa una posizione centrale della celebrazione ed è una delle opere principali richieste per ottenere l’indulgenza giubilare, anche se l’attuale papa ha disposto altre “chiese giubilari” in varie diocesi del mondo dove è possibile ottenere l’indulgenza. Secondo alcune stime il giubileo 2016 dovrebbe richiamare a Roma 25 milioni di pellegrini da tutto il mondo. Pertanto è un evento che sarà caratterizzato da un grande business, in massima parte gestito dalla Chiesa Cattolica attraverso i suoi apparati ecclesiali ed economici (cfr. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/21/news/grand-hotel-giubileo-il-business-esentasse-di-roma-1.252781).
Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari e a questo in particolare. Ad esempio l’alto prelato al quale è stata affidata l’organizzazione della manifestazione di quest’anno, su precisa domanda ha risposto: “Il verbo lucrare non appartiene più al linguaggio della Chiesa e tanto meno al vocabolario del papa. Anche sulla questione del business religioso vedrà che molte cose cambieranno” (cfr. http://www.famigliacristiana.it/articolo/fisichella.aspx). Il fatto però è che, come dimostrano l’articolo del settimanale succitato e la realtà, nulla è cambiato nella gestione economica dell’evento, tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano. Ma non è su questo aspetto che voglio soffermarmi, in quanto ognuno è libero di vederla come più l’aggrada.
Poiché lo stesso prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, e in particolare nel racconto evangelico di Luca dove viene descritto ciò che accadde quando Gesù si recò nella sinagoga della sua città, Nazaret, allorché si fece consegnare il rotolo del profeta Isaia e, dopo averne letto alcuni passi, disse che quelle parole profetiche si erano adempiute con la sua venuta sulla terra, è proprio questo aspetto che mi preme approfondire (cfr. Luca 4:16-21; Isaia 61:1-3). Il comando di osservare un anno giubilare faceva parte della Legge mosaica che, come è scritto, fu “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Dato che questo è il tema conduttore della serie di post che sto pubblicando, mi preme sapere se effettivamente esiste una relazione tra quanto disposto dalla Legge mosaica e dalla profezia biblica con gli anni giubilari indetti dalla Chiesa Cattolica e in particolare con quello del 2016. Questo è il risultato della mia ricerca.
Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo” – Levitico 25:11
Nella Legge data a Israele ai piedi del Sinai Dio comandò: “Quando siete infine entrati nel paese che sto per darvi, il paese deve osservare un sabato a Geova.Per sei anni devi seminare il tuo campo, e per sei anni devi potare la tua vigna, e devi raccogliere il prodotto della terra.Ma il settimo anno ci dev’essere per la terra un sabato di completo riposo, un sabato a Geova … dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia.Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo. Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate.Poiché è un Giubileo. Deve divenirvi qualcosa di santo. Dal campo potete mangiare ciò che la terra produce” (Levitico 25:2-4,10-12). Il 50° anno, il Giubileo, dunque, veniva dopo una serie di sette anni sabatici agricoli che abbracciavano nel complesso un periodo di 49 anni. Quell’anno costituiva l’apice di questa serie di anni sabatici per la terra data da Geova ai suoi servitori in adempimento della promessa fatta al loro antenato Abraamo (cfr. Genesi 15:18-21). In occasione del Giubileo veniva proclamata la libertà in tutto il paese. Cosa significava questo?
Quando Dio liberò gli israeliti dalla schiavitù egiziana e li condusse nella terra promessa non voleva di certo che alcuno di essi si riducesse in povertà. Per questo motivo l’intera nazione con l’occupazione del paese ricevette una eredità terriera sufficiente per provvedere il sostentamento per tutti i suoi componenti (cfr. Numeri 34:1-12). Tutte le famiglie israelite, ad eccezione dei leviti i quali ricevevano un decimo del prodotto della terra per il servizio che svolgevano presso il santuario, ebbero una parte di quell’eredità e quindi i mezzi di sussistenza. Ciascuna delle dodici tribù (Efraim e Manasse, figli di Giuseppe ebbero entrambi una parte di eredità, sostituendo così la tribù di Levi) ricevette a sorte un appezzamento di terra rapportato al numero delle famiglie che la componevano (cfr. Numeri 33:54). Naturalmente la sorte decise solo la collocazione approssimativa dell’eredità terriera spettante a ciascuna tribù, in una zona o in un’altra del paese, ad esempio se a Nord o a Sud o a Est o a Ovest o lungo la pianura costiera o nella regione montagnosa. Una volta definiti i confini delle varie tribù vennero assegnati gli appezzamenti di terra alle singole famiglie, sempre in base alla loro consistenza. Ogni singola famiglia ebbe così a disposizione sufficiente terra per provvedere ai propri bisogni materiali. Per evitare l’impoverimento dovuto al venir meno della quota sufficiente di terra, Geova emanò anche una norma che impediva di spostare i confini dell’eredità (cfr. Deuteronomio 19:14). La proprietà terriera era protetta anche da norme che regolavano l’eredità e garantivano che la terra non sarebbe passata a un’altra famiglia o tribù. (cfr. (Numeri 27:7-11; 36:6-9; Deuteronomio 21:15-17).
Questa saggia disposizione presa da Geova doveva servire ad evitare la povertà nella nazione (cfr. Deuteronomio 15:4,5). Tuttavia alcuni capifamiglia, essendo pigri, ubriaconi, ghiottoni o amanti dei piaceri potevano dilapidare i propri mezzi di sostentamento e ridurre in povertà se stessi o la loro famiglia. Inoltre l’improvvisa e prematura morte di un capofamiglia poteva lasciarsi dietro orfani e vedove, oppure incidenti e malattie potevano, per un po’ o in modo permanente, impedirgli di svolgere il lavoro necessario. Per queste ragioni Geova disse anche: “Qualche povero non mancherà mai in mezzo al paese” (Deuteronomio 15:11). Pertanto l’ israelita bisognoso poteva trovarsi, in qualche circostanza, costretto a vendere la sua terra o vendersi come schiavo, ma temporaneamente. In questi casi infatti assumeva valore la disposizione del Giubileo. Geova, infatti, aveva detto: “In questo anno del Giubileo dovete tornare ciascuno al suo possedimento” (Levitico 25:13).

Giubileo 1

dovete … proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti” – Levitico 25:10
In Levitico 25:9,10 leggiamo questo comando che Dio fece scrivere da Mosè: “Nel settimo mese il decimo giorno del mese devi far suonare il corno d’alto tono; il giorno dell’espiazione dovete far suonare il corno in tutto il vostro paese. E dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia”. L’annuale Giorno di Espiazione si teneva il 10 tishri, settimo mese del calendario ebraico che corrisponde al periodo di settembre-ottobre. Quel giorno, nel 50° anno, si suonava il corno proclamando la libertà in tutto il paese. Questo significava libertà per gli schiavi ebrei, molti dei quali si erano venduti a motivo dei debiti. È vero che questo già accadeva alla fine di ogni periodo di sei anni di schiavitù, secondo la disposizione descritta in Esodo 21:2 che diceva: “Nel caso che tu acquisti uno schiavo ebreo, sarà schiavo per sei anni, ma nel settimo uscirà come uno reso libero senza pagare nulla”. Ma il Giubileo concedeva la libertà anche a coloro che non avevano ancora servito per sei anni. Quell’anno, inoltre, Tutti i possedimenti terrieri ereditari che erano stati venduti a motivo di rovesci finanziari venivano restituiti, e ogni uomo tornava in famiglia e al suo possedimento ereditario. In tal modo nessuna famiglia sprofondava in perpetua povertà e poteva godere di onore e rispetto, anche chi sperperava le sue sostanze non poteva far perdere per sempre l’eredità ai suoi discendenti. Questa meravigliosa disposizione divina impediva alla nazione di precipitare nella triste condizione che attualmente si riscontra in molti paesi, dove in pratica ci sono solo due classi: gli estremamente ricchi e gli estremamente poveri. L’economia nazionale sarebbe sempre stata stabile e la nazione non sarebbe mai stata oberata di debiti (cfr. Deuteronomio 15:6). Grazie al Giubileo la terra aveva un valore costante e il debito pubblico era contenuto, così si evitava una prosperità fittizia, con conseguente inflazione, deflazione e depressione economica.
Il Giubileo serviva anche a rafforzare il vincolo di fede tra la popolazione e il loro grande Dio, Geova! Durante l’anno giubilare, infatti, la terra doveva avere un completo riposo (chi si intende di agronomia sa quanto questo è importante per il processo produttivo!). La Legge diceva: “Quel cinquantesimo anno … Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate” (Numeri 25:11). Questo significava che il prodotto del 48° anno di ogni ciclo di 50 anni avrebbe costituito la principale fonte di generi alimentari per quell’anno e per un po’ più dei due anni successivi, fino alla mietitura del 51° anno, l’anno dopo il Giubileo. La speciale benedizione di Dio sul 48° anno, in maniera simile a tutti i precedenti sette anni sabatici che lo precedevano, avrebbe dato prodotti sufficienti a provvedere cibo per tutto l’anno giubilare, come Dio stesso aveva promesso: “nel caso diciate: “Che mangeremo nel settimo anno visto che non possiamo seminare o raccogliere le nostre messi?”in tal caso certamente comanderò per voi la mia benedizione nel sesto anno, e vi deve produrre il suo raccolto per tre anni.E dovete seminare lottavo anno e dovete mangiare dal vecchio raccolto fino al nono anno. Fino alla venuta del suo raccolto mangerete il vecchio” (Levitico 25:20-22). Il Giubileo pertanto era un intero anno di festa, un anno di libertà. La sua osservanza dimostrava la fede di Israele in Geova suo Dio ed era un tempo di rendimento di grazie e felicità per i suoi provvedimenti.
La disposizione di celebrare l’anno giubilare rimase in vigore per circa 1450 anni, dal 1424, quando gli Israeliti celebrarono il primo anno da quanto erano giunti nella Terra Promessa (nel 1473 a.C.), fino a quando l’intero dispositivo della Legge mosaica venne abrogato con la morte di Cristo (cfr. Colossesi 2:13,14; Efesini 2:15; Ebrei 7:18). Purtroppo però la loro storia mostra che non sempre apprezzarono la guida divina violando i comandamenti che Dio aveva dato loro, incluse le leggi sabatiche, perdendone le benedizioni. Comunque, come tutto il resto della Legge mosaica, anche la disposizione giubilare era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Cosa prefigurava?

“Vieni, sii mio seguace”

egli mi ha unto … per predicare la liberazione ai prigionieri … per mettere in libertà gli oppressi” – Luca 4:18
Poco più di sei mesi dopo il suo battesimo, all’inizio del suo ministero terreno nella primavera del 30 A.D., Gesù tornò a Nazaret, la città dove era cresciuto. Lì entrò nella sinagoga e si fece consegnare un rotolo delle Sacre Scritture: era il rotolo del profeta Isaia. Gesù cercò il brano che nelle nostre Bibbie è indicato con Isaia 61:1,2 (in quel tempo non c’era la suddivisione in capitoli e versetti come oggi) che trovò senza difficoltà, dimostrando la sua ottima conoscenza delle Scritture, e lo lesse. Il brano diceva: “Lo spirito del Sovrano Signore Geova è su di me, per la ragione che Geova mi ha unto per annunciare la buona notizia ai mansueti. Mi ha mandato a fasciare quelli che hanno il cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli che sono in schiavitù e la completa apertura degli occhi anche ai prigionieri;a proclamare l’anno di buona volontà da parte di Geova e il giorno di vendetta da parte del nostro Dio; a confortare tutti quelli che fanno lutto”. Dopo la lettura riavvolse il rotolo, “lo riconsegnò al servitore e si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.Quindi cominciò a dir loro: Oggi questa scrittura che avete appena udito si è adempiuta” (Luca 4:20,21).
Quella profezia di Isaia, pur non parlando direttamente dell’antico anno giubilare, faceva riferimento a una liberazione futura. Gesù la mise in relazione con il suo mandato poiché la buona notizia che egli dichiarava avrebbe dato la possibilità agli ebrei che l’accettavano di diventare spiritualmente liberi. I loro occhi sarebbero stati aperti perché capissero cosa significava in effetti la vera adorazione e quali esigenze comportava, perciò sarebbero stati resi liberi da molte idee errate inculcate loro dagli ipocriti rabbini di quel tempo (cfr. Matteo 15:6-9). Ma la libertà che Gesù venne a proclamare era ancora più grande di quella liberazione spirituale! In una occasione, infatti, egli disse ai suoi ascoltatori: “Se rimanete nella mia parola, siete realmente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8:31). Gli ebrei che lo stavano ascoltando replicarono: “Noi siamo progenie di Abraamo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come mai dici: ‘Diverrete liberi’?” Gesù rispose: “Verissimamente vi dico: Chiunque opera il peccato è schiavo del peccato … Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi” (vv.32-36). Cosa intese dire?
Il fatto di essere discendenti carnali di Abraamo non li avrebbe resi liberi dalla schiavitù del peccato e dalla sua conseguenza più drammatica, la morte. L’abolizione del patto della Legge mosaica alla morte di Cristo coincise con la stipulazione di un “nuovo patto” tra Dio e una “nuova nazione”, chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16; Ebrei 8:6-13). Il mediatore di questo “nuovo patto” fu Gesù che lo validò col versamento del suo sangue in una morte sacrificale (cfr. Ebrei 12:24). Con quel patto Geova Dio prometteva ai componenti di quella “nuova nazione” che ‘non avrebbe più rammentato i loro peccati’ (cfr. Ebrei 8:12). Questo significava per essi la libertà dal peccato ed era resa possibile dal sacrificio di Cristo. Era a questa liberazione dal peccato che si riferiva Gesù quando disse: “Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi”.
Quella “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio” venne all’esistenza il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio dichiarò giusti quei discepoli di Gesù che mostrarono di aver fede nel valore del suo sacrificio e li adottò come figli spirituali con la prospettiva di regnare con Cristo in cielo, come spiegò i seguito l’apostolo Paolo che, sotto ispirazione divina, scrisse: “Poiché voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli … Se, dunque, siamo figli, siamo anche eredi: eredi in realtà di Dio, ma coeredi di Cristo” (Romani 8:15-17). Fu in quel giorno che iniziò l’antitipico Giubileo cristiano. La “nuova nazione” era composta da persone non più solo di discendenza abramica ma da persone di tutte le nazioni che accettavano Cristo come il mezzo provveduto da Dio per la salvezza. Queste persone, pur vivendo ancora con un corpo imperfetto, venivano giustificati da Dio in base alla loro fede nel valore salvifico del sacrificio di Cristo e adottati da Dio quali figli spirituali con la prospettiva, dopo la loro morte, di regnare in cielo con Gesù quando questi avrebbe ricevuto pieni poteri del Regno (per maggiori informazioni su questo argomento vedi il mio post del 14 maggio 2016, LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VIII, https://gi1967.wordpress.com/2016/05/14/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-viii/). Perciò l’apostolo fu ancora ispirato a scrivere: “quelli che sono uniti a Cristo Gesù non hanno nessuna condanna.Poiché la legge di quello spirito che dà vita unitamente a Cristo Gesù ti ha reso libero dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:1,2).
la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore” – Rivelazione o Apocalisse 21:3,4
Circa 65 anni dopo la Pentecoste del 33 A.D., l’apostolo Giovanni, che quel giorno era tra i 120 discepoli di Gesù che iniziarono a beneficiare del Giubileo cristiano, a proposito di Gesù fu ispirato a scrivere: “Egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). Cosa significava questo?
Dalla Pentecoste del 33 A.D. i discepoli di Gesù che entravano a far parte della “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio”, iniziarono una intensa attività di predicazione che in pochi anni fu estesa a tutto il mondo allora conosciuto radunando buona parte del numero fissato da Dio dei componenti della “nuova nazione” che avrebbero avuto il privilegio di regnare insieme a Cristo (cfr. Colossesi 1:23; Rivelazione o Apocalisse 14:1-5). Ma dopo la morte degli apostoli, come Gesù aveva predetto con la parabola del grano e delle zizzanie, quest’opera sarebbe stata notevolmente ridotta lasciando il passo alla crescita di un falso cristianesimo che, sotto la guida satanica, avrebbe allontanato le persone dalla speranza del Regno (per maggiori informazioni sull’adempimento di questa parabola vedi il mio post del 14 maggio 2011 – UNA STORIA FINITA – XVI parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/05/14/una-storia-finita-xvi-parte/). La parabola però indicava che in un tempo futuro, alla “fine del sistema di cose” satanico, quell’opera sarebbe ripresa e il numero dei componenti della “nuova nazione” sarebbe stato completato. Gesù stesso confermò questo con la sua profezia sul “tempo della fine” allorché disse: “questa buona notizia del regno sarà predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine” (Matteo 24:14).
Secondo la profezia e la cronologia biblica oggi stiamo vivendo in quel tempo! (per ulteriori informazioni vedi i miei post del 3 settembre e 1 ottobre 2011 – UNA STORIA FINITA – XXIII e XXIV parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/09/03/una-storia-finita-xxiii-parte/ e https://gi1967.wordpress.com/2011/10/01/una-storia-finita-xxiv-parte/) Oggi, come nel I secolo, i veri cristiani sono impegnati nel predicare in tutta la terra il Regno di Dio come unica speranza per tutto il genere umano. Quest’opera ha permesso tutt’oggi la liberazione di milioni e milioni di persone che erano schiave di falsi insegnamenti, superstizioni e pratiche non scritturali (come, ad esempio, il culto dei morti, l’idolatria connessa alla venerazione di immagini “sacre”, l’osservanza di festività di origine pagana, come il Natale, lo sfruttamento economico da parte degli ecclesiastici e tante altre). Così anche oggi milioni di persone sono liberate dalla schiavitù al peccato connesso con tali pratiche. Ma il numero di queste persone supera largamente quello stabilito da Dio per i coeredi di Cristo nel Regno. Che ne sarà allora di tutti gli altri che non hanno questa speranza?
Il capitolo 25 di Levitico, che parla della disposizione del Giubileo, menziona oltre agli israeliti, gli “avventizi” e i “forestieri” che risiedevano in mezzo a loro (cfr. Levitico 25:6). Pur non appartenendo alla nazione eletta questi ne dovevano osservare i regolamenti e ne beneficiavano delle disposizioni. In maniera simile oggi molti che non appartengono all’ “Israele di Dio” ma che risiedono in mezzo a loro potranno beneficiare dell’antitipico anno giubilare. In che modo? Nella rivelazione data a Giovanni, l’apostolo dopo aver visto l’ “Israele di Dio” vide anche “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua, che stavano in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di lunghe vesti bianche; e nelle loro mani c’erano rami di palme.E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:9,10). Questa “grande folla” di persone fu rappresentata dagli “avventizi” e dai “forestieri” che risiedevano in mezzo agli israeliti. Le persone che la compongono esercitano anch’esse fede nel sangue sparso di Cristo, avvalendosi così della sua morte sacrificale. Inoltre si rallegrano perché sono stati liberati dalla falsa religione, incluso il cristianesimo apostata, hanno ottenuto una buona coscienza davanti a Geova Dio e hanno il privilegio di prendere parte all’adempimento di Matteo 24:14 predicando la buona notizia del Regno prima che venga la fine.
Ma che dire della loro speranza di venire liberati dall’imperfezione e dal peccato innati?

Giubileo 3

sono la progenie composta dei benedetti di Geova”
Quando, dopo aver eliminato il sistema satanico dalla terra, inclusa la falsa religione e i governi politici che esercitano il loro potere sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 16:14-16; 18:4-10), Gesù Cristo avrà assunto il pieno controllo della terra in qualità di “Re dei re e Signore dei signori” e applicherà direttamente il valore del suo sacrificio, allora gli appartenenti alla “grande folla”, che sopravvivranno alla prossima distruzione mondiale (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:13-17), potranno vivere per sempre su una terra purificata da ogni elemento peccaminoso. La profezia dice di loro: “Certamente edificheranno case e le occuperanno; e certamente pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non edificheranno e qualcun altro occuperà; non pianteranno e qualcun altro mangerà … Non faticheranno per nulla, né genereranno per il turbamento; perché sono la progenie composta dei benedetti di Geova” (Isaia 65:21-25). Sotto il governo di Cristo e dei suoi governanti associati saranno cancellate tutte le tracce del peccato ereditato e dell’imperfezione, come è ancora scritto: “Dio … asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore. Le cose precedenti sono passate” (Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Quello sarà un tempo di grande gioia per i leali servitori di Dio, i quali potranno anche accogliere milioni di morti che saranno riportati in vita su questa terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Rivelazione o Apocalisse 20:13); la loro gioia sarà ancora più grande di quella che l’antico anno giubilare causava con la liberazione dalla schiavitù umana. I redenti del genere umano leali al Regno di Dio potranno così celebrare l’antitipico Giubileo, prefigurato dall’antico anno giubilare, essendo definitivamente liberati dalla schiavitù al peccato e delle sue terribili conseguenze: malattia, vecchiaia e morte!
Altro che l’ipocrita e antiscritturale “Giubileo della misericordia” proclamato dai moderni “rabbini” del cristianesimo apostata, con i suoi pellegrinaggi e le “porte sante” da attraversare! Né il papa né alcun altro rappresentate del clero, né alcun altro uomo o istituzione umana hanno il potere di concedere “indulgenze” o perdono dei peccati. Solo il sacrificio di Cristo permette la cancellazione del peccato e dei suoi mortiferi effetti, come è scritto: “il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (Giovanni 1:7).

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(*) – Per affermare la propria supremazia sulle altre confessioni cristiane, la Chiesa Cattolica ha cercato di accreditare la tradizione secondo cui Pietro risiedette per qualche tempo a Roma, vi morì da martire e vi fu sepolto nel luogo dove oggi sorge l’omonima Basilica, sul colle Vaticano. Tale tradizione iniziò a svilupparsi verso la fine del II secolo d.C. e si affermò nel secolo successivo quando l’imperatore pagano Costantino fece costruire in tale luogo la primitiva basilica. Tuttavia molti storici, anche cattolici, ne hanno messo in dubbio l’esattezza. Cosa insegna invece l’unica fonte che dà notizie di prima mano su Pietro, la Bibbia?
Dalla Parola di Dio risulta chiaro che Pietro, conformemente al mandato ricevuto dagli apostoli e dagli anziani della chiesa cristiana a Gerusalemme, svolse la sua opera nella parte orientale del mondo antico. In Galati 2:7-9 l’apostolo Paolo scrisse: “Avendo riconosciuto che a me [Paolo] era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro era stato affidato quello dei circoncisi (poiché colui che era stato all’opera per mezzo di Pietro quale suo apostolo fra i Giudei era stato all’opera in me per i Gentili) e riconoscendo inoltre il favore che mi era stato conferito, quelli che erano le riconosciute colonne, Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, diedero a Barnaba e a me la stretta di mano d’associazione, volendo significare che noi dovessimo andare ai Gentili come essi ai Giudei” (NAB). Dove, dunque, l’apostolo Pietro svolse la sua opera? A conclusione della sua prima lettera egli stesso scrisse: “Colei che è a Babilonia, eletta come voi, vi manda i suoi saluti” (1Pietro 5:13). A Babilonia, situata in Medio Oriente sulle rive dell’Eufrate (oggi Iraq) in quel tempo si era stabilita una considerevole popolazione giudaica. A conferma di ciò una nota enciclopedia afferma: “Babilonia restò per secoli un fuoco di giudaismo orientale, e dalle considerazioni delle scuole rabbiniche fu elaborato nel 5° secolo della nostra èra il Talmud di Gerusalemme, e un secolo dopo il Talmud di Babilonia” (The International Standard Bible Encyclopedia).
La Chiesa Cattolica ha tentato di ovviare a tale affermazione identificando con quella Babilonia l’antica Roma. Una nota in calce a una moderna traduzione cattolica della Bibbia, la New American Bible, dice infatti: “Roma la quale, come l’antica Babilonia, conquistò Gerusalemme e ne distrusse il tempio”. Tale interpretazione è assai poco credibile. Infatti la stessa traduzione riconosce che Pietro scrisse la sua lettera in una “data anteriore al 64-67 d.C., periodo in cui ebbe luogo sotto Nerone la sua esecuzione”. Ma Gerusalemme non fu distrutta dai Romani fino all’anno 70 d.C. Al tempo in cui Pietro scrisse la sua lettera non esisteva dunque nessuna corrispondenza fra Babilonia e Roma. L’apostolo Paolo, poi, scrivendo ai cristiani di Roma verso il 56 E.V., salutò una trentina di componenti di quella congregazione, senza menzionare neppure una volta Pietro (cfr. Romani 1:1,7; 16:3-23). Tra il 60 e il 65 d.C., Paolo scrisse da Roma sei lettere, nelle quali non si parla di Pietro, una solida prova indiziaria che Pietro non era lì. L’attività di Paolo a Roma viene descritta nella conclusione del libro di Atti, ma ancora una volta, non si fa alcun cenno a Pietro (cfr. Atti 28:16,30,31). Pertanto a chi si reca su quella che sinceramente ritiene essere la tomba di Pietro a Roma si pone il problema se dar credito a ‘tradizioni poco attendibili’ o alla fidata Parola di Dio. L’evidenza della Bibbia mostra chiaramente che l’apostolo Pietro non andò mai a Roma.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XI

“OFFRIAMO SEMPRE A DIO UN SACRIFICIO DI LODE”

Ebrei 13:15

 Anteprima
Nell’antico Israele era indispensabile offrire sacrifici per ottenere il perdono dei peccati e godere del favore di Dio. Alcuni sacrifici erano obbligatori, mentre altri erano volontari. La Legge mosaica stabiliva cosa offrire e in quali circostanze. I sacrifici obbligatori erano di due tipi: l’offerta per il peccato e l’offerta per la colpa, mentre quelli volontari erano l’olocausto, l’offerta di comunione e l’offerta di cereali. Con esclusione dell’offerta di cereali, tutti gli altri sacrifici richiedevano l’impiego di animali; questi dovevano essere sani, senza alcun difetto. La Legge stabiliva che il sangue dell’animale sacrificato doveva essere versato sull’altare, non se ne doveva fare altro uso, pena la morte (cfr. Levitico 11:3,4,10).
Alcuni si chiedono perché Dio richiedeva sacrifici animali. L’apostolo Paolo prese in considerazione proprio questa domanda e, sotto ispirazione divina, rispose in questo modo: “Perché, dunque, la Legge? Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa … Quindi la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo” (Galati 3:19-24). Quei sacrifici animali prefiguravano un sacrificio più grande che Geova Dio avrebbe provveduto a favore dell’umanità, quello di suo Figlio, Gesù Cristo. Dal punto di vista di Dio il sangue rappresenta la vita di tutte le sue creature (cfr. Levitico 17:11), pertanto il sangue degli animali rappresentavano il sangue versato da Cristo o la sua vita perfetta che egli cedette in sacrificio come prezzo di riscatto a favore del genere umano ubbidiente (cfr. Ebrei 9:14,22; 1Giovanni 1:7).
Accettando il sangue sacrificale di Gesù, Dio “cancellò il documento scritto a mano contro di noi”, cioè abolì il patto della Legge con le sue offerte e i suoi sacrifici (cfr. Colossesi 2:14). Dalla morte di Cristo in poi Dio non accettò più sacrifici animali poiché Cristo offrì il suo sacrificio “una volta per sempre” (cfr. Ebrei 9:12). Tuttavia Dio continua a prestare attenzione ai sacrifici che offrono i suoi adoratori, anche se di diversa natura. Quali sacrifici oggi possono offrire a Dio i veri adoratori? …

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Da quando il peccato è entrato nel mondo, i suoi mortiferi effetti hanno causato il dolore della colpa, l’alienazione da Dio e uno stato di impotenza. C’è un enorme bisogno di avere sollievo da queste cose. È perciò facile capire che quando ci si trova in condizioni così disperate, si sente il bisogno di rivolgersi a Dio per chiedere aiuto e conforto.
Lo fecero già i primi figli dei nostri progenitori ribelli che diedero origine al peccato. Il racconto biblico dice che Caino e Abele avvertirono subito tale necessità e offrivano sacrifici a Dio per ottenere la sua benedizione e il suo favore (cfr. Genesi 4:3,4). Lo stesso fece circa 1.600 anni dopo un altro uomo di fede, Noè, il quale, dopo che Dio lo aveva salvato dal Diluvio universale che distrusse la generazione malvagia dei suoi giorni, si sentì spinto a offrirgli “olocausti sull’altare” (cfr. Genesi 8:20). 350 anni dopo il diluvio un uomo che la Bibbia definisce “amico di Dio” per la sua eccezionale fede, Abraamo, costruì altari e offrì sacrifici nel nome e alla lode e gloria del suo Dio (cfr. Genesi 12:8; 13:3,4,18). Egli affrontò anche la sua più grande prova di fede quando il suo Dio, Geova, gli disse di offrire in olocausto il proprio figlio Isacco (cfr. Genesi 22:1-14).
Da questi e altri racconti biblici comprendiamo che offrire determinati sacrifici era parte integrante dell’adorazione che nei tempi antichi le persone rivolgevano a Dio. Ci si chiede, pertanto, se adorare Dio richiede sacrifici e, in tal caso, che genere di sacrifici sono accettevoli a Dio?
Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio” – Ebrei 11:4
Quando la prima coppia umana, Adamo ed Eva, peccarono, lo fecero deliberatamente. Prendere e mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male fu un atto di disubbidienza intenzionale contro il comando che il Creatore aveva dato loro. La pena per quell’atto di disubbidienza fu la morte, in quanto Dio aveva chiaramente detto: “Nel giorno in cui ne mangerai positivamente morirai” (Genesi 2:17). A tempo debito Adamo ed Eva ricevettero il salario del loro peccato e morirono (cfr. Genesi 5:5; 2Pietro 3:8). Ma che dire dei loro discendenti? A motivo delle leggi sull’ereditarietà tutti – inclusi noi che viviamo oggi – hanno ereditato da loro il peccato e l’imperfezione perciò sono soggetti alla stessa alienazione da Dio, disperazione e morte cui andò incontro la prima coppia umana, come è scritto: “la morte regnò da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo” (Romani 5:14). Come è spiegato in questo versetto biblico i discendenti di Adamo scontano la pena del peccato ereditato pur non essendo direttamente responsabili di quel peccato. Questo non poteva non esser tenuto in conto dal Creatore che non è solo un Dio di giustizia e potenza ma anche, e soprattutto, di amore. (cfr. 1Giovanni 4:8). Perciò Geova Dio immediatamente dopo la ribellione prese l’iniziativa per sanare la frattura. Quindi, dopo aver detto che “il salario che il peccato paga è la morte”, la Bibbia aggiunge: “Ma il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23).
Per rendere disponibile questo “dono”, Geova Dio provvide un mezzo atto a coprire il peccato ereditato da Adamo e cancellare il conseguente danno, affinché coloro che sarebbero stati idonei per ricevere tale dono potessero essere liberati dalla condanna del peccato e della morte. Dopo il peccato di quella prima coppia Geova Dio, rivolgendosi alla creatura spirituale che aveva fomentato quella ribellione, disse: “Io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei. Egli ti schiaccerà la testa e tu gli schiaccerai il calcagno” (Genesi 3:15). Questa dichiarazione profetica fece intravvedere un raggio di speranza per tutti coloro che avrebbero riposto fede nella promessa. C’era però un prezzo da pagare per ottenere la liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte. Il “seme” promesso non sarebbe semplicemente venuto a distruggere il simbolico “serpente”, Satana il Diavolo e le sue opere (cfr. 1Giovanni 3:8; Rivelazione o Apocalisse 12:9). Quel “seme” sarebbe stato ferito al calcagno, cioè doveva subire la morte, anche se in modo non definitivo.
In quel tempo Dio non rivelò come tale promessa si sarebbe adempiuta, tuttavia i discendenti di quella prima coppia iniziarono ad esercitare fede in quella promessa. Scrisse, infatti, sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo: “Per fede Abele [il secondo dei figli di Adamo ed Eva] offrì a Dio un sacrificio di maggior valore di quello di Caino [il primo figlio], mediante la quale fede gli fu resa testimonianza che era giusto” (Ebrei 11:4). Che cosa stabiliva il “maggior valore” del sacrificio di Abele rispetto a quello di Caino? …  L’apostolo scrisse che vi era implicata la fede. Certamente entrambi i fratelli erano stati messi al corrente dai loro genitori della promessa che Dio aveva fatto circa il “seme”. Abele, in particolare, comprese che il colpo al “calcagno” di quel “seme”, ovvero la sua morte, doveva servire quale prezzo di riscatto in favore della incolpevole discendenza di Adamo ed Eva, di cui sia lui che il fratello facevano parte. Perciò iniziò a fare sacrifici che avevano relazione con il significato profetico della promessa, offrendo a Dio la vita degli animali di cui si prendeva cura: quei sacrifici richiedevano spargimento di sangue, l’elemento che Dio ha scelto a rappresentare la vita di tutte le sue creature (cfr. Genesi 9:4; Levitico 17:11,14). Fu quella corretta espressione di fede, oltre a una buona disposizione di cuore, a rendere il sacrificio di Abele gradito a Geova. In un certo senso espresse anche l’essenza del sacrificio: un mezzo mediante il quale gli uomini peccatori possono rivolgersi a Dio per ottenere il suo favore.
Come già sopra accennato, il profondo significato dei sacrifici fu reso drammaticamente evidente quando Geova comandò ad Abraamo di offrire suo figlio Isacco in olocausto. Con lui Geova Dio fece due miracoli degni di nota: il primo di questi fu quello di dare ad Abraamo e a sua moglie, Sara da tempo sterile, il potere di generare il loro unico figlio, Isacco, nella loro vecchiaia (cfr. Genesi 21:1-7). Anni dopo, quando Isacco era cresciuto fino a divenire un giovanotto, Geova comandò ad Abraamo di uccidere Isacco in sacrificio sul monte Moria. Abraamo ubbidì ma mentre stava per vibrare il coltello sul figlio, miracolosamente un angelo lo fermò invitandolo ad offrire come olocausto un montone che era lì vicino (cfr. Genesi 22:1-13). Grazie a quella grande prova di fede Dio disse ad Abraamo: “siccome hai fatto questa cosa e non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico,io di sicuro ti benedirò e di sicuro moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare; e il tuo seme prenderà possesso della porta dei suoi nemici. E per mezzo del tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno” (Genesi 22:16-18). Così si comprese che il sacrificio di Isacco aveva una relazione con quello del “seme” della promessa edenica, divenendone la figura profetica, il quale “seme” sarebbe anche disceso dalla progenie di Abraamo.
Nel caso che un’anima pecchi per sbaglio in qualcuna delle cose che Geova comanda di non fare” – Levitico 4:2
Circa 400 anni dopo Geova iniziò ad adempiere la promessa fatta a quel fedele servitore. Nel 1513 a.C. liberò il popolo che si era formato dalla sua discendenza dalla schiavitù egiziana e lo organizzò come nazione portandolo nella terra che aveva promesso ad Abraamo di dargli (cfr. Genesi 12:6,7). A quel popolo Geova diede, per mezzo di Mosè quale mediatore, la sua Legge con la quale si stabiliva, tra l’altro, i sacrifici il popolo doveva offrire a Dio per ottenere il suo favore. Quei sacrifici, come tutto il resto della Legge mosaica, stabilivano dei modelli profetici per insegnare al suo popolo eletto cosa doveva fare per ricevere il perdono dei peccati e per rafforzare la speranza della salvezza per mezzo del “seme” promesso (cfr. Ebrei 10:1). Un breve excursus di ciò che la Legge disponeva per i sacrifici ci servirà per comprendere il loro significato profetico. Nel libro di Levitico vengono descritti singolarmente cinque tipi principali di offerte: due erano obbligatorie, come i sacrifici che si offrivano per chiedere perdono dei peccati o per espiare le trasgressioni commesse contro la Legge, ed erano l’0fferta per il peccato e l’offerta per la colpa. Le altre tre, gli olocausti, le offerte di comunione e le offerte di cereali, erano volontarie  ed erano considerate come “doni” fatti a Dio per ottenere il suo favore e la sua approvazione.
1 – Offerte per il peccato: venivano fatte per i peccati involontari, cioè commessi per debolezza della carne imperfetta o disattenzione e non “con mano alzata”, vale a dire non apertamente, con arroganza o di proposito (cfr. Numeri 15:30,31). Riconoscendo il suo errore il peccatore desiderava porvi rimedio con un’offerta. Si potevano sacrificare vari animali, dal toro al piccione, secondo la posizione e condizione di colui (o coloro) il cui peccato si doveva espiare. Ad esempio, un peccato commesso dal Sommo Sacerdote (poteva trattarsi di un errore nel giudicare o nell’applicare la Legge, oppure nel trattare una questione d’importanza nazionale) poiché rappresentava l’intera nazione davanti a Dio, faceva ricadere la colpa su tutta la nazione; per questo peccato era richiesto il sacrificio di maggior valore, cioè quello di un toro (cfr. Levitico 4:3). Per il peccato di un capo principale si usava un capro mentre per il peccato di un singolo israelita si usava una capretta o un’agnella (cfr. Levitico 4:22-24,27-29).
2 – Offerte per la colpa: a differenza di quelle per il peccato involontario, questo tipo di offerte venivano fatte per coprire peccati dovuti a desideri errati da parte di un individuo oppure a debolezze, non commessi con premeditazione o arroganza. Ad esempio se uno era stato testimone di un fatto e non lo avesse riferito; oppure se si fosse impossessato di cose di valore che gli erano state affidate, se si fosse reso colpevole di frode o se avesse tenuto per se qualcosa che aveva trovato, negandolo. In circostanze del genere il colpevole doveva prima di tutto confessare il suo errore, poi doveva risarcire adeguatamente la parte lesa aggiungendo un quinto del valore (cfr. Levitico 6:4,5). Oltre all’aver riparato il danno causato il trasgressore doveva offrire un montone come offerta per la colpa (cfr. Levitico 5:15).
3 – Olocausti: erano offerte di animali che venivano completamente bruciati sull’altare; venivano offerti per intero, nessuna parte dell’animale era trattenuta dall’adoratore. Venivano offerti tori, montoni, capri, tortore o giovani piccioni (cfr. Levitico 1:3,5,10,14). L’offerente metteva la mano sulla testa dell’animale, in tal modo riconosceva l’offerta come sua, fatta per lui, a suo favore. L’animale veniva ucciso e il suo sangue veniva spruzzato sull’altare dell’olocausto: la sua vita, che il sangue rappresentava, veniva simbolicamente restituita a Dio che l’aveva data. L’animale veniva squartato e i suoi intestini e le sue zampe lavati affinché nessun rifiuto venisse bruciato sull’altare, quindi tutte le sue parti venivano sistemate sull’altare per essere bruciate (cfr. Levitico 1:6-9,12,13). Nel caso dei volatili venivano tolti gozzo e penne e tutto il resto veniva bruciato sull’altare (cfr. Levitico 1:14-17). Gli olocausti venivano offerti regolarmente ogni mattina e sera, ogni sabato, il primo giorno del mese, a Pasqua e nei sette giorni della successiva “festa dei pani non fermentati”, alla Pentecoste, il giorno di Espiazione  e ogni giorno della “festa delle capanne”.
4 – Offerte di comunione: come induce a comprendere il termine stesso erano offerte in cui l’adoratore e la sua famiglia ne mangiavano una parte, il sacerdote officiante ne riceveva una porzione e i sacerdoti in servizio un’altra porzione. A Dio andavano il grasso e il sangue che, rappresentando la vita, apparteneva a lui. Perciò era come se i sacerdoti, gli adoratori e Dio stesso consumassero insieme un pasto, segno che fra loro intercorrevano rapporti pacifici. Gli animali da offrire erano bovini, pecore e capri; i volatili erano considerati insufficienti come pasto sacrificale (cfr. Levitico 3:1,6,12). La procedura di offerta era simile a quella per gli olocausti. Una particolare offerta di comunione era definita “offerta di rendimento di grazie” perché era un’offerta alla lode di Dio per i suoi provvedimenti e la sua amorevole benignità; in tale occasione si poteva mangiare insieme alla carne anche pane, sia lievitato che non, tuttavia il pasto si doveva consumare quel giorno stesso, niente si doveva conservare per l’indomani (cosa invece che era permesso per le altre offerte – cfr. Levitico 7:11-15).
5 – Offerte di cereali: erano volontarie e in genere erano presentate insieme alle altre offerte come riconoscimento della generosità di Dio nel concedere benedizioni e prosperità. Potevano consistere in fior di farina, grano arrostito, focacce a ciambella o schiacciate cotte al forno, nella teglia o nella pentola fonda per friggere. Una parte veniva messa sull’altare dell’olocausto, un’altra era consumata dai sacerdoti, e nelle offerte di comunione ne mangiava anche l’adoratore. Nessuna offerta di cereali presentata sull’altare doveva contenere lievito o “miele” che poteva fermentare (cfr. Levitico 2:1-16).
I sacrifici obbligatori però riguardavano peccati di varia natura commessi per debolezza, senza premeditazione, non col preciso intento di ribellarsi a Dio. Per aver commesso tali peccati gli individui sentivano rimordere la propria coscienza, si pentivano spontaneamente e li confessavano, quindi chiedevano a Dio misericordia e perdono. Diversamente la Legge diceva: “l’anima che fa qualcosa deliberatamente, sia nativo che residente forestiero, parlando ingiuriosamente di Geova, in tal caso quell’anima dev’essere stroncata di fra il suo popolo.Poiché ha disprezzato la parola di Geova e ha infranto il suo comandamento, quell’anima dev’essere stroncata immancabilmente. Il suo proprio errore è su di essa’” (Numeri 15:30,31).
non hai approvato sacrifici e offerte e olocausti e offerta per il peccato– Ebrei 10:8
Come tutto il resto della Legge mosaica, anche i sacrifici erano “un ombra delle buone cose avvenire”, additavano cioè qualcosa che doveva realizzarsi nel futuro in relazione con l’adempimento del proposito di Geova Dio. Nella sua lettera agli ebrei divenuti cristiani l’apostolo Paolo scrisse sotto ispirazione divina: “quando egli viene nel mondo dice: “‘Non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo.Non hai approvato olocausti e offerta per il peccato.Quindi ho detto: Ecco, io vengo (nel rotolo del libro è scritto di me) per fare, o Dio, la tua volontà’”.Dopo aver detto prima: Non hai voluto e non hai approvato sacrifici e offerte e olocausti e offerta per il peccato — sacrifici che sono offerti secondo la Legge —quindi effettivamente dice: Ecco, io vengo per fare la tua volontà”. Egli sopprime il primo per stabilire il secondo.Mediante tale volontà” siamo stati santificati per mezzo dellofferta del corpo di Gesù Cristo una volta per sempre” (Ebrei 10:5-10). I sacrifici richiesti sotto il patto della Legge, dunque, additavano tutti Gesù Cristo e il suo sacrificio, o i benefìci che ne sarebbero derivati.

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La Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo
I sacrifici animali prescritti dalla Legge mosaica prefiguravano un sacrificio più grande che Geova Dio avrebbe provveduto a favore dell’umanità, quello di suo Figlio, Gesù Cristo. Quei sacrifici consentivano agli israeliti di avere solo un temporaneo perdono dei loro peccati, per questo dovevano essere ripetuti molte volte. Mediante l’apostolo Paolo Dio spiegò che Gesù “entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Gesù offrì volontariamente la sua vita umana perfetta come riscatto per la progenie di Adamo e lo fece “una volta per sempre”. Non era necessario che il suo sacrificio venisse ripetuto più volte, come invece fa il cristianesimo apostata. Geova Dio accettò il sangue sacrificale di Gesù e “cancellò il documento scritto a mano contro di noi”, cioè abolì il patto della Legge con le sue offerte e i suoi sacrifici (cfr. Colossesi 2:14). Da allora le persone possono essere perdonate dai loro peccati e ottenere “il dono della vita eterna” esercitando fede nel valore di quel sacrificio (cfr. Giovanni 3:16; Romani 6:23; Galati 2:16).
La Legge mosaica, con i suoi numerosi sacrifici e offerte, fu data agli israeliti affinché potessero accostarsi a Dio per ottenere e conservare il suo favore e la sua benedizione fino all’arrivo del “seme” promesso. L’apostolo Paolo, un giudeo naturale, si espresse così: “La Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo, affinché fossimo dichiarati giusti a motivo della fede” (Galati 3:24). Purtroppo Israele, come nazione, non seppe apprezzare quella tutela e abusò del privilegio. Di conseguenza tutti i loro sacrifici divennero detestabili a Geova, che disse: “Ne ho avuto abbastanza di olocausti di montoni e grasso di animali ingrassati; e nel sangue di giovani tori e agnelli e capri non ho provato diletto” (Isaia 1:11). Perciò nel 70 d.C. il sistema di cose giudaico, con il suo tempio e il suo sacerdozio, ebbe fine. Dopo ciò non fu più possibile offrire sacrifici nella maniera stabilita dalla Legge. Chi pretende oggi di doversi attenere ancora alle disposizioni della Legge mosaica commette un grave errore di valutazione, 1) perché quelle disposizioni non sono più in vigore, in quanto, come è scritto: “[Dio] cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Esse sono state tutte abrogate per mezzo del sacrificio di Cristo! … 2) in ogni caso sarebbe impossibile attuarle come richiesto da Dio poiché non esiste più quel sistema sacerdotale autorizzato a fungere da mediatore tra Dio e il popolo, né c’è più il tempio con i suoi arredi sacri necessaria allo scopo. Pertanto chiunque si mettesse a officiare una qualsiasi disposizione di quella Legge, non essendo autorizzato a farlo (ad esempio non appartenendo alla classe sacerdotale di Aaronne) secondo la Legge stessa dovrebbe essere messo a morte (cfr. Numeri 1:50,51; 3:5-10).
l’uomo è dichiarato giusto … solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù” – Galati 2:16
Tuttavia quelle disposizioni legislative si basavano su princìpi che sono eterni, perciò validi in ogni tempo. Pertanto, pur non dovendo offrire sacrifici letterali come stabiliva la Legge, abbiamo ancora molto bisogno di ciò che quei sacrifici permettevano agli israeliti di ottenere, cioè il perdono dei peccati e il favore di Dio. Dato che non offriamo più sacrifici letterali, come riceviamo questi benefìci? Ciò che scrisse l’apostolo Paolo nella citata lettera agli Ebrei ci dà la risposta! Dopo aver spiegato che Gesù non venne per perpetuare “sacrificio” e “offerta”, “olocausti” e “offerta per il peccato” egli scrisse che Cristo venne con un “corpo preparato” dal suo Padre celeste, un corpo che corrispondeva sotto tutti gli aspetti allo stesso corpo perfetto che aveva Adamo prima del peccato (cfr. 1Corinti 15:45). Quel corpo doveva essere ceduto in sacrificio come prezzo di riscatto per la salvezza del genere umano (cfr. 2Corinti 5:21; 1Giovanni 2:2). Pertanto, mentre gli israeliti avevano i loro sacrifici come mezzo temporaneo per accostarsi a Dio, i cristiani hanno una base più valida per avvicinarsi a Dio: il sacrificio di Gesù Cristo. Questo è il provvedimento di Geova Dio per la nostra salvezza, non le opere della legge, come è scritto: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16).
Come possiamo dimostrare la nostra fede nel sacrificio di riscatto di Gesù? … non certo restando testardamente attaccati alle opere prescritte la vecchia Legge mosaica, come fanno alcuni che si dichiarano “cristiani”. In Ebrei 10:22-25 l’apostolo indica tre modi in cui possiamo dimostrare la nostra fede e il nostro apprezzamento per questo amorevole provvedimento di Dio. Vi leggiamo: “accostiamoci con cuore sincero nella piena certezza della fede, avendo i cuori purificati per aspersione da una malvagia coscienza e il corpo lavato con acqua pura.Manteniamo salda la pubblica dichiarazione della nostra speranza senza vacillare, poiché colui che ha promesso è fedele.E consideriamoci a vicenda per incitarci allamore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza, come alcuni ne hanno labitudine, ma incoraggiandoci lun laltro e tanto più mentre vedete avvicinarsi il giorno”. Vediamo nei dettagli cosa significa tutto questo:
1) – “Accostiamoci con cuore sincero nella piena certezza della fede, avendo i cuori purificati per aspersione da una malvagia coscienza e il corpo lavato con acqua pura”. Sotto la Legge, per essere accettevole a Dio il sacrificio doveva essere offerto col giusto motivo ed essere puro e incontaminato; l’animale da sacrificare doveva essere “sano”, senza difetto. L’offerta di cereali era, altresì, senza lievito simbolo di corruzione. Inoltre l’offerente doveva egli stesso essere cerimonialmente puro e incontaminato. Queste esigenze davano risalto all’importanza di mantenere sempre una condizione pura dinanzi a Dio. L’enfasi data all’assenza di ogni tipo di contaminazione era, in effetti, la differenza fondamentale tra i sacrifici offerti a Geova e quelli offerti ai falsi dèi dai popoli delle nazioni intorno a Israele. Essa richiamava l’attenzione su un fatto di fondamentale importanza che possiamo leggere nel libro biblico di Abacuc: “Tu [Dio] sei troppo puro di occhi per vedere ciò che è male” (Abacuc 1:13). L’apostolo Pietro aggiunse: “secondo il Santo che vi ha chiamati, divenite anche voi santi in tutta la vostra condotta, perché è scritto: “Dovete essere santi, perché io sono santo” (1Pietro 1:15,16). Geova Dio, dunque, è santo e non condona né approva il peccato o alcun tipo di corruzione. Perciò l’adorazione che le sue creature gli rendono deve essere pura, incontaminata in senso fisico, morale e spirituale.
2) – “Manteniamo salda la pubblica dichiarazione della nostra speranza senza vacillare, poiché colui che ha promesso è fedele”. I veri cristiani hanno la responsabilità di rendere testimonianza alla buona notizia del Regno e di fare discepoli. Questo è il comando che Gesù Cristo diede prima di tornare in cielo: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo, 20insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19,20; cfr. anche Matteo 24:14; Atti 1:8). La zelante partecipazione a questa opera è gradita a Dio come l’odore riposante di un olocausto, come è scritto: “Per mezzo di Gesù Cristo offriamo sempre a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che fanno pubblica dichiarazione del suo nome” (Ebrei 13:15).
3) – “consideriamoci a vicenda per incitarci all’amore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza … incoraggiandoci lun laltro”. Le espressioni “incitarci all’amore e alle opere eccellenti”, “la nostra comune adunanza” e “incoraggiandoci l’un l’altro” ci ricordano le offerte di comunione del popolo di Dio in Israele. Il risultato della partecipazione a tali sacrifici era la pace con Dio e con gli altri adoratori. I veri cristiani costituiscono un popolo unito, una fratellanza mondiale che vive in comunione spirituale, perciò amano stare insieme per studiare la Parola di Dio e lodare il loro Creatore.

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siamo dichiarati giusti … non a motivo delle opere della legge
Anche se il bisogno di offrire sacrifici animali cessò quando il patto della Legge fu abolito, Dio si interessa ancor oggi dei sacrifici. Di quali sacrifici? Quelli che i che i suoi servitori fanno a favore della pura adorazione, e questi sacrifici includono tutto il loro modo di vivere. I cristiani del I secolo compresero bene questo punto perciò anziché intestardirsi a seguire ancora i dettami della Legge mosaica, iniziarono ad offrire a Dio i sacrifici che Egli accettava. L’apostolo Paolo lo rese chiaro con ciò che scrisse in Ebrei 13:15: “Per mezzo di lui [Cristo] offriamo sempre a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che fanno pubblica dichiarazione al suo nome”. Questo includeva la predicazione della “buona notizia del regno” in tutta la terra che quei cristiani facevano “pubblicamente e di casa in casa” e cogliendo ogni altra opportunità che si presentava loro (cfr. Atti 17:16-21; 20:20). Oltre a ciò Dio richiedeva una condotta basata sui princìpi esposti nella sua Parola, totalmente diversa quella comunamente seguita. Questa includeva una vita pura dal punto di vista morale, libera dall’idolatria a da ogni altra contaminazione religiosa e sociale con il sistema satanico. Scrisse infatti l’apostolo: “cessate di conformarvi a questo sistema di cose, ma siate trasformati rinnovando la vostra mente, per provare a voi stessi la buona e accettevole e perfetta volontà di Dio” (Romani 12:1,2). Quei cristiani erano disposti anche a perdere la vita piuttosto che fare qualsiasi sorta di compromesso con il mondo di Satana. Per edificare una fede così forte dovevano anche incoraggiarsi l’un l’altro. Come? Dio fece scrivere per loro questo comando: “consideriamoci a vicenda per incitarci all’amore e alle opere eccellenti,non abbandonando la nostra comune adunanza … ma incoraggiandoci lun l’altro e tanto più mentre vedete avvicinarsi il giorno” (Ebrei 10:24,25). Dio li organizzò come popolo, esattamente come aveva fatto con gli Israeliti dopo la liberazione egiziana. Perciò essi adoravano Dio in maniera organizzata sotto la direttiva degli apostoli. Nessuno di loro agiva autonomamente; si riunivano regolarmente per studiare la Parola di Dio, per scambiarsi esperienze e lodare insieme il loro grande Creatore. Queste caratteristiche contraddistinguono tutt’oggi la vera chiesa cristiana. La vostra chiesa presta attenzione a questi importanti aspetti del vero cristianesimo?
Viviamo nel tempo in cui l’“ombra delle buone cose avvenire” è stata sostituita dalla “sostanza stessa delle cose” (cfr. Ebrei 10:1). Gesù Cristo, nel ruolo di grande Sommo Sacerdote antitipico, è già entrato nel cielo stesso, dove ha presentato il valore del suo sangue per fare espiazione per tutti quelli che esercitano fede nel suo sacrificio. Possiamo avvalerci dei benefici di quel grande sacrificio non più insistendo testardamente nelle opere comandate dalla vecchia Legge mosaica, abrogata da quel sacrificio (cfr. Efesini 2:15; Colossesi 2:13,14), ma offrendo di tutto cuore a Dio i nostri sacrifici di lode: una condotta pura e incontaminata, la pubblica proclamazione della “buona notizia del Regno”, la comunione spirituale con i loro fratelli di fede per lo studio della Parola di Dio e il reciproco incoraggiamento a compiere opere eccellenti che rechino lode al nostro grande Creatore Geova Dio.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – X

“RIMANE DUNQUE UN RIPOSO DI SABATO PER IL POPOLO DI DIO”

Ebrei 4:9

Anteprima
In tutto il mondo miliardi di persone che aderiscono alle più grandi religioni monoteiste, cristiana, musulmana ed ebrea, riservano un giorno della settimana al culto. Dio richiede forse di osservare un giorno di festa settimanale? Cosa insegna la sua Parola scritta?
Più di 3.500 anni fa, tramite il profeta Mosè, Dio provvide uno speciale codice di leggi che tra l’altro prevedeva l’osservanza di giorni di riposo, chiamati sabati, riservati all’adorazione. Il giorno di riposo che ricorreva più spesso era il sabato settimanale. Iniziava al tramonto del venerdì e si protraeva fino al tramonto del sabato stesso (cfr. Esodo 20:8-10). Nell’enunciare il comandamento sull’osservanza del sabato, Dio fece riferimento al settimo giorno creativo durante il quale, secondo il racconto di Genesi, Dio “si riposava .. e lo rendeva sacro” (cfr. Genesi 2:2,3). Così quel comando è stato interpretato da alcuni come una legge universale che tutti devono rispettare se vogliono l’approvazione di Dio. Ma il racconto biblico non dice affatto che Dio desse istruzioni ad Adamo perché ogni settimana osservasse il settimo giorno come un sabato o giorno di riposo. Né risulta che fedeli uomini dell’antichità approvati da Dio osservassero obbligatoriamente un giorno di riposo, nella fattispecie il settimo! In effetti, quando Dio diede la Legge mosaica al popolo di Israele disse a Mosè: “i figli d’Israele devono osservare il sabato, in modo da celebrare il sabato durante le loro generazioni. È un patto a tempo indefinito.Fra me e i figli dIsraele è un segno a tempo indefinito” (Esodo 31:17,17; cfr. anche Ezechiele 20:12). Quel comando, quindi, riguardava esclusivamente gli israeliti e i loro proseliti, non si applicava alle altre nazioni. C’è poi da notare che l’espressione “a tempo indefinito” non significa necessariamente “per sempre”. Il termine ebraico così tradotto, ʽohlàm, secondo un lessicografo esprime un “tempo nascosto, cioè oscuro e lungo, di cui è incerto o indefinito il principio o la fine” (W. Gesenius, A Hebrew and English Lexicon of the Old Testament). Pertanto tale espressione spesso si riferisce a cose che hanno fine, la cui durata può essere ‘a tempo indefinito’, non essendo precisato il tempo della loro fine. La Parola di Dio dice, infatti, che la Legge mosaica era “un’ombra delle cose avvenire” (Colossesi 2:17; Ebrei 10:1). Perciò il comando relativo al sabato faceva parte di una disposizione temporanea, relativa all’adorazione, che prefigurava una disposizione superiore. La Bibbia mostra chiaramente che la Legge data a Israele, e quindi anche il comando di osservare un sabato settimanale, agli occhi di Dio perse validità alla morte di Gesù; in Colossesi 2:13,14 si legge: “Egli [Dio] ci perdonò benignamente tutti i nostri fallie cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli lha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (cfr. anche Romani 10:4).
Qual è allora il significato dell’espressione usata in Genesi 2:2,3 “Dio … si riposava il settimo giorno … e lo rendeva sacro”? … e, come “ombra delle cose avvenire”, cosa simboleggiava il comando, dato con il quarto comandamento, di osservare il sabato come giorno di riposo? … come la questione oggi ci riguarda? …

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Gli adoratori di Dio devono osservare un settimanale giorno di riposo?
Tutti lo aspettano e, quando arriva, spesso è il momento più importante della settimana. C’è chi lo riserva per viaggiare, chi per attività piacevoli come sport e svago, chi se ne sta a casa a dormire e chi lo dedica all’adorazione: è il fine settimana! … Dove ha avuto origine?
Circa 3.500 anni fa il Creatore dell’uomo, Geova Dio, diede al suo popolo, Israele, questo comando: “Si può fare lavoro per sei giorni, ma il settimo giorno è un sabato di completo riposo. È qualcosa di santo a Geova. Chiunque faccia lavoro nel giorno del sabato sarà positivamente messo a morte” (Esodo 31:15). Quella disposizione divenne parte integrante della Legge che Dio diede a quel popolo e costituì uno dei famosi “10 Comandamenti”; il quarto di essi infatti recitava: “Ricordando il giorno del sabato per ritenerlo sacro, devi rendere sacro servizio e devi fare tutto il tuo lavoro per sei giorni. Ma il settimo giorno è il sabato a Geova tuo Dio. Non devi fare nessun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava né il tuo animale domestico né il tuo residente forestiero che è dentro le tue porte. Poiché in sei giorni Geova fece i cieli e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposava il settimo giorno. Perciò Geova benedisse il giorno del sabato e lo rendeva sacro” (Esodo 20:8-11).
Il sabato ebraico andava dal tramonto del venerdì al tramonto del giorno successivo. Per circa quindici secoli quegli antichi servitori di Dio osservarono scrupolosamente quel comando, spesso andando anche oltre ciò che la prescrizione richiedeva. Ad esempio i Sadducei, membri di una setta religiosa giudaica che gestiva il potere economico e il sacerdozio, proibivano le relazioni sessuali la notte del sabato; gli Esseni, un gruppo di asceti che vivevano in comunità isolate, ritenevano l’andare di corpo una violazione del sabato; i Farisei, una confraternita che si riteneva superiore a tutti, erano dei veri fanatici che formalizzavano e definivano nei minimi particolari le osservanze rituali e si adirarono perché Gesù Cristo compì opere di guarigione in giorno di sabato (cfr. Marco 3:1-6). Oggi per gli ebrei, anche se non si possono più considerare il popolo eletto di Dio (cfr. Matteo 21:42,43; 23:37,38) nulla è cambiato; mentre la maggioranza continua a osservare il sabato come un normale giorno di riposo, ci sono ancora frange oltranziste che hanno caricato tale giorno di esagerazioni ritualistiche, eccessive e coercitive, frutto della tradizione umana, che pesano come macigni sulle spalle dei loro correligionari più moderati e della comunità (come, ad esempio, il divieto di usare gli ascensori, il computer, gli autobus, i telefoni e altro – cfr. Matteo 23:4).
Per aver rigettato il promesso Messia e averlo messo a morte, Dio cambiò la sua disposizione e scelse come suo popolo privilegiato non più i discendenti naturali di Abraamo ma quello composto dai seguaci del suo Figlio diletto, Cristo Gesù. Ma, dopo lo zelo iniziale dei primi cristiani, e dopo la morte di tutti gli apostoli, uomini egoisti e desiderosi di preminenza diedero vita a un falso cristianesimo stravolgendo sotto l’aspetto dottrinale e ritualistico gli insegnamenti di Cristo. La loro azione influì anche sulla considerazione del settimanale giorno di riposo. Come risultato abbiamo tutt’oggi da una parte chiese “cristiane” che continuano a considerare sacro il settimo giorno, il sabato, come fanno, ad esempio, la Chiesa Copta Ortodossa di Etiopia, alcuni gruppi metodisti o il gruppo delle chiese Avventiste che ne hanno fatto addirittura la loro caratteristica peculiare, dall’altra parte chiese, che pure si dichiarano “cristiane”, come la Chiesa Cattolica, diverse chiese Ortodosse e protestanti, che invece considerano sacro e si riposano il primo giorno della settimana, cioè la domenica. Ma è un fatto che anche le chiese che asseriscono d’avere l’obbligo di osservare il sabato in base al quarto comandamento non si conformano a tutte le sue clausole.
Davanti a tale situazione, cosa dobbiamo pensare? Inoltre, considerando che il quarto comandamento fa parte della Legge mosaica che era “un ombra delle buone cose avvenire”, quale è il significato profetico del giorno di riposo e il relativo adempimento?
Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto, e si riposava il settimo giorno”                         Genesi 2:2
Come si evince dalla scrittura di Esodo 20:8-11 sopracitata, il comandamento di osservare il settimo giorno della settimana come un “giorno di riposo” venne da Dio enunciato con un riferimento al settimo giorno creativo durante il quale, secondo il racconto di Genesi, Dio “si riposava”. Diventa perciò di fondamentale importanza capire il significato del racconto di Genesi per avere un corretto intendimento dell’intera faccenda.
In Genesi 2:2,3 si legge: “E il settimo giorno Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto, e si riposava il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatto. E Dio benediceva il settimo giorno e lo rendeva sacro, perché in esso si è andato riposando da tutta la sua opera che Dio ha creato allo scopo di fare”. C’è da chiedersi: perché Geova “si riposava il settimo giorno”? Sicuramente non perché avesse bisogno di ricuperare le forze dopo “tutta l’opera che aveva fatto”; nella sua Parola ha fatto scrivere che ha “abbondanza di energia dinamica” e che “non si stanca né si affatica” (Isaia 40:26,28). Non a caso il racconto di Genesi specifica che “Dio benediceva il settimo giorno e lo rendeva sacro”.  Il “settimo giorno”, quindi, fu diverso da tutti i sei giorni precedenti poiché fu un giorno che Dio benedisse e rese “sacro”. Il termine ebraico tradotto “sacro”, cioè qòdhesh, dà l’idea di qualcosa di separato o dedicato a uno scopo speciale,  pertanto il “settimo giorno” venne da Dio reso “sacro” perché fu dedicato a uno scopo speciale. Qual era questo scopo?
Al primo uomo e alla prima donna Dio aveva rivelato il suo proposito riguardo all’umanità e alla terra dicendo loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela, e tenete sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni creatura vivente che si muove sopra la terra” (Genesi 1:28). Essi, quindi, dovevano attuare il progetto di Dio di soggiogare e trasformare l’intera terra in un paradiso abitato dai loro discendenti, uomini e donne che avrebbero formato una famiglia umana composta da creature perfette. La realizzazione di ciò naturalmente avrebbe richiesto del tempo, perciò Dio “si riposava” nel senso che desisteva dal compiere ulteriori opere creative sulla terra così da lasciare che ciò che aveva già creato si sviluppasse in armonia con la sua volontà. Alla fine di quel “settimo giorno” tutto ciò che Dio si era proposto per l’uomo e la terra sarebbe divenuto realtà.
Quel giorno, dunque, doveva essere impiegato dagli uomini come un tempo di sacro servizio e ubbidienza a Geova, il Creatore. Non doveva essere contaminato da opere egocentriche da parte della specie umana. Tuttavia la ribellione di quella prima coppia violò il “riposo” di Dio. Anziché collaborare alla realizzazione del suo proposito, Adamo ed Eva assecondarono il piano di Satana di dar vita ad una umanità indipendente da Dio, di conseguenza persero la prospettiva di vivere per sempre su una terra paradisiaca e da quel momento tutto il genere umano da loro discendente divenne schiavo del peccato e della morte (cfr. Romani 5:12,14). Ma la loro ribellione non mandò all’aria il progetto di Dio. Poco più di 4.000 anni dopo, infatti, Dio ispirò un suo fedele servitore a scrivere: “Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio. Poiché chi è entrato nel riposo di Dio si è riposato lui pure dalle sue opere, come Dio si riposò dalle proprie. Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo” (Ebrei 4:9-11). Da queste parole si comprende che, al tempo in cui l’apostolo Paolo le scrisse, il “settimo giorno” in cui Dio “si riposava” dall’attività creativa era ancora in atto e sarebbe durato ancora nel tempo poiché egli esortò i suoi conservi cristiani a ‘riposarsi dalle loro opere’ affinché potessero “entrare in quel riposo”.
 
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nessuno vi giudichi riguardo a festa o a osservanza della luna nuova o a sabato
La Legge mosaica era una disposizione temporanea. Una delle ragioni per cui fu data a Israele era quella di “rendere manifeste le trasgressioni” (Galati 3:19). Doveva far capire agli ebrei che avevano estremo bisogno di un Redentore. L’apostolo Paolo, infatti, la definì un “tutore che conduce a Cristo” (Galati 3:24). Quando questi arrivò, gli ebrei fedeli si rallegrarono perché la loro liberazione dalla maledizione del peccato e della morte era vicina! Compresero che la morte sacrificale di Cristo e non l’osservanza dei precetti della Legge era il provvedimento di Dio per la loro salvezza, pertanto se volevano ottenere la sua approvazione dovevano avere fede nel valore del sacrificio di riscatto di Gesù Cristo, mediante il quale tutte le cose verranno riportate in armonia con il proposito di Dio. Nella sua lettera ai cristiani della Galazia l’apostolo Paolo fu ispirato a scrivere: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16). Tuttavia alcuni cristiani di origine ebraica non afferrarono subito questa importante verità. Continuarono quindi a osservare certe pratiche della Legge, inclusa l’osservanza del sabato, anche dopo la morte e risurrezione di Gesù. Altri invece corressero il loro modo di pensare (cfr. Colossesi 2:13,14,16). Così facendo ci diedero un buon esempio. Oggi, come allora, alcuni che si definiscono “cristiani” pensano di ricevere l’approvazione di Dio rimanendo rigidamente attaccati alle disposizioni della Legge mosaica, peraltro neanche in tutti i suoi aspetti. Privi del giusto intendimento delle Scritture tali “cristiani” in effetti stanno rigettando Cristo, come ammise il teologo protestante Oscar Cullmann, membro del Consiglio Mondiale delle Chiese, secondo il quale “siccome Gesù venne, morì e fu risuscitato, le feste dell’AT [Antico Testamento] sono state ormai adempiute, e mantenerle ‘significa tornare al vecchio patto, come se Cristo non fosse mai venuto’” (Vocabulaire Biblique, di Jean-Jacques von Allmen , Pierre Bonnard, Oscar Cullmann , e Harold Henry – Rowley Delachaux et Niestlé, Paris, 1954).
Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo” – Ebrei 4: 11
Quando scrisse quelle parole ai cristiani ebrei, l’apostolo Paolo era preoccupato perché alcuni di loro non stavano al passo con gli sviluppi del proposito di Dio. Il problema per quelle persone era costituito dal rispetto della Legge mosaica. In un’altra delle sue lettere egli aveva già scritto ai suoi conservi cristiani: “Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni.Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:10,11). Per circa 1.500 anni essi avevano dovuto conformarsi a quelle norme, ma con la morte di Gesù la Legge mosaica fu abrogata, poiché egli “per mezzo della sua carne ha abolito l’inimicizia, la Legge di comandamenti consistente in decreti” (Efesini 2:15; cfr. anche Colossesi 2:13,14 – per maggiori informazioni su questo argomento vedi il mio post del 23 marzo 2014, https://gi1967.wordpress.com/2014/03/23/la-tua-parola-e-verita-xxii/). Alcuni cristiani non riconobbero questo fatto e insistevano perché si continuasse a rispettare certi aspetti della Legge, fra i quali l’osservanza del sabato (cfr. Colossesi 2:16,17).
A questi l’apostolo spiegò che dovevano smettere di pensare che potevano guadagnare l’approvazione di Geova compiendo opere basate sulla Legge mosaica. Quindi, proprio pensando all’osservanza del sabato settimanale egli scrisse “Rimane dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio” (Ebrei 4:9). Cosa intendeva dire? Il contesto ci aiuta a comprenderlo. L’apostolo infatti fa riferimento al comportamento degli Israeliti nel deserto dopo la loro liberazione dalla schiavitù egiziana. Al versetto 3 dello stesso capitolo egli cita il Salmo 95 che ai versetti 10 e 11 riporta la condanna di Dio sul loro operato in questi termini: “Per quarant’anni provavo nausea verso quella generazione, e dicevo: “sono un popolo ostinato di cuore, ed essi stessi non hanno conosciuto le mie vie”; circa i quali giurai nella mia ira: “certamente non entreranno nel mio luogo di riposo””. Quindi l’apostolo dice: “Facciamo perciò tutto il possibile per entrare in quel riposo, affinché nessuno cada nello stesso modello di disubbidienza” (Ebrei 4:11). Come si sarebbe potuto attuare questo?
Subito dopo la ribellione della prima coppia umana Geova Dio prese un amorevole provvedimento per il riscatto dei loro discendenti dalla schiavitù al peccato e alla morte. Lo stesso apostolo infatti venne anche ispirato a scrivere: “il salario che il peccato paga è la morte, ma il dono che dà Dio è la vita eterna mediante Cristo Gesù nostro Signore” (Romani 6:23). Il sacrificio di Gesù pose la base legale perché i discendenti di Adamo ed Eva potessero ottenere ciò che i loro progenitori persero: la vita eterna in condizioni perfette su una terra paradisiaca. L’accettare tale provvedimento per la loro salvezza, l’evitare di progettare autonomamente il proprio futuro come fecero Adamo ed Eva e il rinunciare alle proprie imprese egoistiche o mondane per fare la volontà di Dio avrebbe permesso a uomini e donne di fare “tutto il possibile per entrare in quel riposo”. L’apostolo infatti disse: “noi che abbiamo esercitato fede entriamo nel riposo” (Ebrei 4:3).
Pertanto l’approvazione di Dio e la vita eterna non si ottengono conformandosi a certe regole e osservanze, come erroneamente pensavano alcuni cristiani del I secolo e come credono oggi alcuni che si definiscono “cristiani”, quali quelli che insistono tutt’oggi sulla necessità di osservare il sabato come giorno di riposo in base al quarto comandamento. Di tutti questi l’apostolo fu ispirato a scrivere: “siccome non conoscevano la giustizia di Dio ma cercavano di stabilire la propria, non si sono sottoposti alla giustizia di Dio. Poiché Cristo è il fine della Legge, affinché chiunque esercita fede abbia giustizia” (Romani 10:3,4). I veri cristiani riconoscono che solo mediante la fede nel sacrificio di Cristo si può avere una giusta reputazione presso Dio, perciò si sforzano di prendere a cuore tutti gli insegnamenti del Figlio di Dio e di metterli in pratica non un solo giorno della settimana ma tutti i sette giorni, e tra questi quello di notevole importanza per questi giorni segnati dalla profezia biblica, cioè di andare a fare “discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo,insegnando loro ad osservare tutte le cose” che Cristo ha comandato (cfr. Matteo 24:14; 28:19,20; Atti 1:8).
il Figlio delluomo è Signore anche del sabato” – Marco 2:28
Il “settimo giorno” cui si fa riferimento in Genesi 2:2 non era un semplice giorno di 24 ore. Esso infatti è ancora in corso dopo circa 6.000 anni. Similmente il “riposo di sabato” nel suo adempimento profetico non si limita a un giorno di 24 ore. Come tutta la Legge mosaica anche l’osservanza del sabato disposta dal quarto comandamento era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Cosa prefigurava? In una circostanza in cui gli ipocriti farisei accusarono lui e i suoi discepoli di non rispettare il sabato, Gesù disse loro: “Il sabato venne all’esistenza a causa dell’uomo, e non l’uomo a causa del sabato; quindi il Figlio delluomo è Signore anche del sabato” (Marco 2:27,28). Egli sapeva bene che il Padre aveva istituito il sabato come segno fra Dio e Israele, e che esso aveva lo scopo di recar loro sollievo dalle loro fatiche (cfr. Esodo 31:16,17). Sapeva anche che la propria morte avrebbe provveduto la base per mettere da parte la Legge mosaica, inclusa l’osservanza del sabato, in quanto ormai adempiuta in lui (cfr. Romani 10:4; Ebrei 7:18). Sapeva, quindi, che l’osservanza sabato era una disposizione temporanea, limitata alla nazione ebraica e non più valida per i suoi futuri discepoli, poiché costituiva “un ombra delle cose avvenire” e che “la realtà appartiene al Cristo” (cfr. Colossesi 2:16,17; cfr. anche Romani 7:6). Questo è il motivo per cui si definì “Signore del sabato”. Nelle “cose avvenire” c’è un sabato di cui Gesù dev’essere il Signore.
Nella visione apocalittica Gesù viene visto cavalcare un cavallo bianco mentre “giudica e guerreggia con giustizia” si dice anche che “sul mantello, e sulla coscia, ha scritto un nome, Re dei re e Signore dei signori” (Rivelazione o Apocalisse 19:11-16). Il seguito della visione mostra che egli afferra “il dragone, l’originale serpente, che è il Diavolo e Satana, e lo legò per mille anni”. Dopo di ciò l’apostolo Giovanni vide dei troni “e c’erano quelli che sedettero su di essi, e fu dato loro il potere di giudicare” e di questi dice: “saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per i mille anni” (Rivelazione o Apocalisse 20:1-6). Dunque Cristo regnerà su tutta la terra per mille anni. Quel millennio è il simbolico sabato di cui Gesù è il “Signore”. Pertanto il “sabato” che si doveva osservare a norma del quarto comandamento, fu una figura profetica del regno millenario di Cristo e dei suoi co-regnanti celesti, e il Regno è lo strumento mediante il quale Geova Dio porterà a compimento il suo originale progetto di fare della terra un paradiso durante il “settimo giorno” del suo riposo e di far vivere su di essa per sempre uomini e donne disposte a sottomettersi alla sua Sovranità. Come durante il suo ministero terreno Gesù compì di sabato alcune delle sue più notevoli opere miracolose (cfr. (Luca 13:10-13; Giovanni 5:5-9; 9:1-14), così durante il suo regno millenario egli recherà sollievo all’umanità redenta col suo sacrificio portandola ad una perfezione fisica e spirituale, eliminando malattie, vecchiaia e morte nonché ogni forma di malvagità (cfr. Isaia 33:24; Giobbe 33:25; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4; Salmo 37:9-11). Inoltre, nel corso di quei mille anni milioni di morti saranno risuscitati per avere l’opportunità di tornare a vivere per sempre sulla terra (cfr. Giovanni 5:25-29, Rivelazione o Apocalisse 20:13). Il regno millenario sarà quindi un periodo di riposo sabatico per la terra e l’umanità a motivo della pace e della felicità che lo caratterizzeranno. Esso costituirà la parte conclusiva del “settimo giorno” della settimana creativa, così che al termine d’esso si potrà dire, come si fece per tutti gli altri sei giorni: “Dio vide poi tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (cfr. Genesi 1:4,10,12,18,21,31).

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Il sabato venne all’esistenza a causa dell’uomo, e non l’uomo a causa del sabato
In qualità di Signore dei signori, Cristo governerà tutta la terra per mille anni. (cfr. Rivelazione o Apocalisse 19:16; 20:6; Salmo 2:6-8) Quand’era sulla terra, Gesù compì misericordiosamente di sabato alcune delle sue più straordinarie opere di guarigione per prefigurare ciò che sarebbe avvenuto nel più grande “giorno di riposo” o di “sabato” dei mille anni del suo dominio del Regno sopra la terra (cfr. Luca 13:10-13; Giovanni 5:5-9; 9:1-14). Sotto il suo regno nessuno rimarrà senza casa o lavoro (cfr. Isaia 65:21,22), non ci sarà più povertà e mancanza di cibo (cfr. Salmo 72:12,13,16), non ci saranno più guerre (cfr. Salmo 46:9; Isaia 2:4), le persone non avranno mai più problemi di salute e persino la morte verrà eliminata (cfr. Isaia 33:4; 35:5,6; 25:8; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4) e molti che si sono addormentati nella morte saranno riportati in vita mediante la risurrezione (cfr. Giovanni 5:28,29; Atti 24:15; Rivelazione o Apocalisse 20:13). Chi afferra il vero significato del sabato avrà l’opportunità di beneficiare di quel riposo di “sabato”.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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