LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – III

“IN QUANTO ALLA PAROLA DEL NOSTRO DIO, DURERÀ A TEMPO INDEFINITO”

Isaia 40:8

Anteprima
Nel corso dei secoli minacce di vario genere avrebbero potuto far scomparire la Bibbia o il suo messaggio. Ad esempio molti capi politici e religiosi si sono serviti della propria autorità per impedire alle persone di possedere, diffondere o tradurre la Bibbia. A volte furono proprio quelle persone che ne dovevano avere cura a mostre il massimo disprezzo per essa, come nel caso del re di Giuda Ioiachìm che distrusse nel fuoco il rotolo della profezia che Geova Dio aveva fatto scrivere al profeta Geremia. Intorno al 168 a.C. Antioco IV Epifane, re della dinastia dei Seleucidi, cercò di imporre la religione greca agli ebrei e ordinò di distruggere tutte le copie delle Scritture Ebraiche. Lo storico e teologo tedesco Heinrich Graetz nella sua Storia degli Ebrei ha scritto che i suoi funzionari “strappavano e bruciavano i rotoli della Legge ovunque li trovassero e uccidevano chiunque cercasse di trarre forza e consolazione dalla lettura di quegli scritti”. Circa quattro secoli dopo (nel 303 d.C.) fu l’imperatore romano Diocleziano a promulgare una serie di editti con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le proprietà dei cristiani fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati.
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. I farisei, una setta giudaica sorta nel II secolo a.C. che raggiunse l’apice del suo potere politico-religioso al tempo di Cristo contrastandone il ministero, nonché pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo d.C., considerati ‘Dottori della Chiesa’, elaborarono tutta una serie di regole, dottrine, dogmi e pratiche frutto delle loro elucubrazioni filosofiche dando vita a una tradizione umana che di fatto, come accusò Cristo Gesù stesso, rese “la parola di Dio senza valore” agli occhi delle masse dei fedeli che vennero così allontanati dalla verità insegnata dalla Bibbia (cfr. Matteo 15:6-9). Tutt’oggi il messaggio della Parola di Dio è sconosciuto alla stragrande maggioranza di coloro che si dichiarano ‘cristiani’ i quali sono ancora prigionieri delle falsità religiose prodotte dalla tradizione degli uomini.
Nonostante le minacce di re potenti e di ecclesiastici che si sono sviati, la Bibbia è sopravvissuta ad ogni tentativo di distruzione e rimane il libro più diffuso e più tradotto della storia. Ha persino plasmato le leggi e la lingua di diversi paesi, e tutt’oggi influisce positivamente sulla vita di milioni di persone. Sul perché di tale sorprendente risultato uno scrittore biblico ha scritto: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi, perciò: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Correva l’anno 624 a.C. e su Giuda già da cinque anni regnava Ioiachìm, figlio del re Giosia che aveva purificato il paese dall’idolatria dei suoi predecessori distruggendo altari, pali sacri, immagini e statue dedicati all’adorazione di dio pagano Baal. Fu nel corso di tale opera di purificazione che venne anche ritrovato “il libro della legge di Geova per mano di Mosè”, cioè la copia originale della Legge scritta da Mosè sul monte Sinai nel 1513 a.C. (cfr. Levitico 26:46; 2Cronache 34:14,15). Giosia si mostrò molto gioioso per quel ritrovamento e dimostrò l’apprezzamento che aveva per la Legge di Geova disponendo che venisse letta a tutto il popolo al quale, poi, diede anche questo comando: “Tenete la pasqua a Geova vostro Dio secondo ciò che è scritto in questo libro del patto” (2Cronache 34:30; 2Re 23:21).
Suo figlio Ioiachìm però non seguì il suo esempio. Esercitò un malgoverno contrassegnato da ingiustizie, oppressione e assassinii (cfr. 2Cronache 36:5). Pertanto Geova Dio invitò il profeta Geremia a scrivere un messaggio di condanna contro di lui (cfr. Geremia 36:1-4). Ieudi, un funzionario del regno, fu incaricato di andare a prendere il rotolo scritto dal profeta, ma quando lesse al re il suo contenuto, questi lo tagliò a pezzi e lo bruciò, un pezzo per volta, finché distrusse l’intero rotolo (cfr. Geremia 36:21-24). Che mancanza di rispetto per l’ispirata parola di Dio! Per la prima volta nella storia una parte della Bibbia venne data alle fiamme, per di più da una persona che sotto la responsabilità di averne cura e rispettarla! (cfr. Deuteronomio 17:18-20). Tuttavia questo non impedì che la profezia scritta nel rotolo si avverasse! Secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio il re Babilonese Nabucodonosor uccise Ioiachìm e ordinò che il suo cadavere fosse gettato fuori delle mura di Gerusalemme (Antichità giudaiche, X, 97). In questo modo si adempì la profezia di Geremia pronunciata contro di lui che diceva: “Perciò questo è ciò che Geova ha detto riguardo a Ioiachim figlio di Giosia, re di Giuda: ‘Non faranno lamento per lui: “Ohimè, fratello mio! E ohimè, sorella mia!” Non faranno lamento per lui: “Ohimè, o padrone! E ohimè, sua dignità!” Sarà sepolto con la sepoltura di un asino, essendo trascinato e gettato fuori, oltre le porte di Gerusalemme’” (Geremia 22:18,19).
Da allora, fino ai nostri giorni, sono stati fatti ripetuti tentativi per impedire la diffusione di questo prezioso libro, e spesso quelli che infierirono maggiormente contro di esso asserivano di essere servitori di Dio. Per secoli è stata portata avanti una efferata lotta mirante a impedire o scoraggiare la gente comune dal leggere la Bibbia e dal farne una forza operante nella propria vita. Nessun altro libro della storia è stato oggetto di simili assalti prolungati.
Nel 168 a.C. Antioco IV Epifane re di Siria, sotto la cui giurisdizione finì il territorio della Giudea dopo la conquista di Alessandro Magno, nel suo tentativo di ellenizzare il paese, tra le tante cose che fece per obbligare gli ebrei ad accettare religione, usi e costumi greci, ricercò ‘i libri della Legge’, li bruciò e dichiarò che chiunque fosse stato trovato in possesso delle Scritture sarebbe stato messo a morte. Una fonte storica ebraica dell’epoca infatti riferisce che “gli uomini del re stracciavano i libri della legge di Mosè che riuscivano a scoprire e li buttavano nel fuoco. Se poi in casa di qualcuno si trovava il libro dell’alleanza o qualcuno si mostrava osservante della legge di Dio, l’ordine del re era di condannarlo a morte” (1Maccabei 1:56,57, TILC). Nonostante i suoi sforzi, Antioco IV Epifane non riuscì a eliminare del tutto le Scritture poiché all’epoca c’erano colonie ebraiche in molti paesi e ogni sinagoga aveva la propria collezione di rotoli. Molti di questi si salvarono dalla distruzione comandata dal re e sopravvissero alla sua morte, avvenuta nel 164 a.C., costituendo il modello per successive copie.
Un’altra figura di spicco che cercò di sopprimere le Scritture fu l’imperatore romano Diocleziano. Nel 303 d.C. promulgò una serie di editti sempre più severi nei confronti dei cristiani con i quali ordinò che tutti i luoghi di culto e le loro proprietà fossero distrutti e decretò che i loro libri sacri venissero consegnati e bruciati. Lo storico Eusebio di Cesarea, che visse durante quel periodo, riferisce: “Con i nostri stessi occhi abbiamo visto le case di preghiera rase al suolo dal tetto fino alle fondamenta, e le Scritture ispirate e sacre date alle fiamme in mezzo alle piazze (Storia ecclesiastica, VIII, 2, 1, traduzione di M. Ceva, Rusconi, Milano, 1979). Ma anche questo tentativo di eliminare del tutto la Parola di Dio risultò vano: i veri cristiani preferirono andare incontro alle torture e alla morte piuttosto che consegnare le loro copie delle Scritture perché fossero distrutte. Diocleziano terminò la sua vita nel 313 d.C. ma copie della Bibbia erano state accuratamente nascoste finché la persecuzione cessò e sopravvissero alla sua morte per essere poi riprodotte, infatti  sono giunte fino a noi parti consistenti di due copie della Bibbia in greco che furono trascritte non molto tempo dopo la persecuzione di Diocleziano: il Codice Vaticano, fatto risalire alla prima metà del IV secolo d.C., oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana a Roma e il Codice Sinaitico, datato 330-360 d.C., attualmente conservato presso la British Library a Londra.
avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione” – Matteo 15:6
I tentativi di impedire il diffondersi della conoscenza biblica assunsero anche altre forme. Ad esempio Gesù disse agli scribi e farisei del suo tempo, cioè a quella classe di persone considerate maestri della Legge, “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”. Quelle persone avevano di fatto annullato la Parola di Dio, in che modo? Gesù applicò a loro una profezia scritta circa 700 anni prima dal profeta Isaia che diceva “insegnano come dottrine comandi di uomini” (Matteo 15:6-9; cfr. Isaia 29:13). Essi avevano fatto delle aggiunte alla Legge e avevano escogitato scappatoie per eluderla; costituirono così una serie di ‘tradizioni’ le quali altro non erano che uno sconcertante dedalo di regole minuziose e tecniche che rendevano gravoso seguire la Legge e opprimevano la popolazione (cfr. Matteo 23:4-33). Come risultato non solo essi non riconobbero in Gesù il promesso Messia, “il fine [o il vero obiettivo] della Legge” (cfr. Romani 10:4), ma lottarono accanitamente per impedire a chiunque altro di riconoscerlo e di ascoltarlo (cfr. Matteo 23:13; 1Tessalonicesi 2:14-16).
Sia Gesù, che tutti i suoi fedeli discepoli, resero vani tali tentativi confutando con molte citazioni bibliche le loro tradizioni di origine umana. Un esempio di ciò è dato dall’unico episodio dell’infanzia di Gesù narrato nei vangeli. È narrato in Luca 2:46: “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri e ad ascoltarli e interrogarli”. Secondo un noto lessico biblico (Great lexicon of the New Testament di Gerhard Kittel) le parole “ascoltarli e interrogarli” qui usate non si riferiscono alla semplice curiosità di un bambino ma ad un’istruttoria, a una indagine, a una disputa, tanto che nella versione biblica di Rotherham il successivo versetto 47 viene così tradotto: “tutti quelli che lo udivano erano fuori di sé, per il suo intendimento e le sue risposte”. Perciò Kittel scrive che “già da bambino Gesù avrebbe intrapreso la lotta nella quale i suoi avversari avrebbero dovuto in seguito soccombere”. Tutto questo trova conferma nel vangelo di Marco, dove si legge che “nessuno [dei farisei] aveva più il coraggio d’interrogarlo” (Marco 12:34). Quei falsi ‘maestri’ e tutta la popolazione che li seguiva infine pagarono a caro prezzo la loro lotta contro la parola profetica della Bibbia quando, nel 70 d.C., l’intero sistema giudaico venne distrutto dalle legioni romane al comando di Tito, Grazie ai discepoli di Gesù che obbedendo al suo comando di fuggire da Gerusalemme portarono via con se i rotoli della Legge, la Parola di Dio sopravvisse anche a quella catastrofe continuando a fare da riferimento per la vera fede! (cfr. Daniele 9:27; 12:11; Matteo 24:15-22; Luca 21:20-22; Atti 17:10,11; 2Timoteo 4:13)

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avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione
Nel II secolo a.C. i farisei – un nuovo gruppo sorto all’interno del giudaismo in contrapposizione con il sacerdozio – cominciarono a istituire delle tradizioni che secondo loro avrebbero permesso all’uomo della strada di essere santo quanto i sacerdoti. Ma Dio aveva comandato agli Israeliti: “Non dovete aggiungere alla parola che vi comando, né dovete togliere da essa, in modo da osservare i comandamenti di Geova vostro Dio che io vi comando” (Deuteronomio 4:2). Quelle tradizioni, dunque, erano un aggiunta arbitraria alla Legge. I farisei divennero i nuovi ‘dottori’ della Legge, assumendo un ruolo che non spettava loro. Ma non avendo il sostegno della Legge mosaica, elaborarono nuovi modi di interpretare le Scritture, con allusioni criptiche e altri metodi atti a sostenere le loro vedute. Quali principali custodi e promotori di quelle tradizioni, crearono una nuova autorità in Israele tanto che al tempo di Cristo rappresentavano una forza preponderante nel giudaismo. Per conferire maggiore autorevolezza alla loro attività cominciarono a asserire che tutte le loro tradizioni, inventate ed elaborate da uomini, erano state date a Mosè sul Sinai poiché Dio definì oralmente ciò che la Legge scritta non specificava. Pertanto sostenevano che Mosè aveva trasmesso la legge orale alle generazioni successive, non ai sacerdoti, ma ad altri uomini autorevoli di cui essi erano eredi. Gesù denunciò pubblicamente le loro false pretese accusandoli di essere solo degli ipocriti che avevano tolto valore alla Parola di Dio con le loro tradizioni orali (cfr. Matteo 15:6-9).
Dopo la morte di Cristo e dei suoi fedeli apostoli, come Gesù stesso aveva profetizzato con la parabola del grano e delle zizzanie, alcuni pensatori religiosi, scrittori, teologi e filosofi vissuti tra il II e il V secolo ricalcarono le orme di quei farisei cominciando ad interpretare gli insegnamenti di Cristo in termini filosofici attingendo notevolmente dalla letteratura greca. Introdussero così nella neonata chiesa cristiana tutta una serie di dottrine, dogmi e pratiche che hanno plasmato in gran parte il pensiero ‘cristiano’ di oggi e tolto valore alla verità della Bibbia. Come quei farisei giudaici anch’essi hanno trasgredito il comando biblico di non aggiungere nulla al testo ispirato (cfr. Rivelazione o Apocalisse 22:18). Nessuna delle dottrine da loro elaborate trova fondamento nella Parola di Dio e spesso sono in netto contrasto con gli insegnamenti biblici.
si allontaneranno dalla fede … prestando attenzione … a insegnamenti di demoni” – 1Timoteo 4:1,2

I cristiani del I secolo mantennero viva la Bibbia usandola estesamente nelle loro adunanze religiose e nelle loro case. Chiunque diveniva cristiano era esortato a procurarsene una copia. Nondimeno, col tempo accadde qualcosa che sminuì l’influenza della Bibbia nella vita di coloro che professavano di crederci. Durante il suo ministero terreno, con la parabola del grano e delle zizzanie narrata in Matteo 13:24-30, 36-43, Gesù aveva predetto il sorgere di falsi cristiani, paragonati a infestanti “zizzanie”. L’apostolo Pietro, rifacendosi a tale predizione, verso il 64 d.C. avvertì i suoi fratelli di fede dicendo: “ci furono anche falsi profeti fra il popolo, come pure fra voi ci saranno falsi maestri” (2Pietro 2:1). In maniera simile l’apostolo Paolo disse: “So che dopo la mia partenza … fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:29,30). Verso la fine del I secolo, l’ultimo apostolo ancora in vita in quel tempo, Giovanni, affermò: “è l’ultima ora, e, come avete udito che viene l’anticristo, così ora sono sorti molti anticristi; da cui acquistiamo la conoscenza che è l’ultima ora” (1Giovanni 2:18).

Finché gli apostoli rimasero in vita, in qualità di “schiavi” del padrone del campo [Gesù] della citata parabola, vigilarono affinché le zizzanie dell’apostasia non crescessero insieme al buon seme, ma quando essi si addormentarono nella morte, il “nemico”, Satana il Diavolo, ebbe via libera per suscitare falsi cristiani in mezzo alla chiesa (cfr. 2Tessalonicesi 2:6,7). Come lo fece? Sempre l’apostolo Paolo spiegò: “si allontaneranno dalla fede, prestando attenzione a ingannevoli espressioni ispirate e a insegnamenti di demoni, mediante lipocrisia di uomini che diranno menzogne, segnati nella loro coscienza come da un ferro rovente” (1Timoteo 4:1,2). Proprio come era accaduto con gli scribi e i farisei ebrei, preminenti ‘maestri’, o teologi e filosofi “cristiani” vissuti tra il II e il V secolo d.C., i cosiddetti ‘Padri della Chiesa’, attingendo da dogmi e dottrine pagane, diedero vita a una ‘Tradizione’ o ‘Magistero’ frutto delle loro elucubrazioni filosofiche. Tali insegnamenti vennero posti sullo stesso piano delle Scritture o addirittura al di sopra di esse. Chi furono alcuni di questi?

Ad esempio, Origene (185-254 d.C.), il cui modo molto libero di affrontare l’interpretazione della Bibbia rese difficile distinguere la dottrina cristiana dalla filosofia greca. Nel suo libro De principiis descrisse Gesù come “il Figlio unigenito, che è nato, tuttavia senza alcun momento d’inizio. Questa generazione è eterna e perpetua”, un concetto, derivato dalla sua formazione filosofica nella scuola platonica, che pose la base per la successiva dottrina trinitaria. Ci fu poi Atanasio di Alessandria (295-373 d.C.) il quale sostenne la completa homoousia (stessa sostanza) dello Spirito Santo con il Padre e il Figlio, decretata dottrina cristiana nel Concilio di Nicea del 325 d.C. dall’imperatore pagano Costantino. Girolamo (347-420 d.C.), autore della versione biblica in latino Vulgata, il quale, dopo aver scritto nel prologo ai libri di Samuele e Re: “In certi volumi greci troviamo tuttora il nome di Dio, il Tetragramma [cioè, יהוה], espresso in caratteri antichi”, fece sparire del tutto il nome di Dio dal testo sostituendolo con i titoli “Signore” e “Dio”. Ambrogio da Milano (339-397 d.C.) che si adoperò di fornire ai latini istruiti una versione classica del cristianesimo. Di lui una nota enciclopedia dice: “aveva assorbito il più aggiornato sapere greco, cristiano e pagano – in particolare le opere … del pagano neoplatonico Plotino” (The New Encyclopædia Britannica, Micropædia, vol. 1, p. 320). Agostino di Ippona  (354-430 d.C.) seguì le sue orme. A lui si deve l’elaborazione di una concezione filosofica sull’immortalità dell’anima umana, una dottrina secondo cui una parte dell’uomo continua a vivere dopo la morte del corpo, del tutto in contrasto con l’insegnamento biblico riportato in Ezechiele 18:4.

Un dizionario di teologia afferma che leggendo i padri della Chiesa come Agostino o Ambrogio, “ci si accorge di qualcosa di nuovo rispetto alla tradizione biblica: è l’emergere di una escatologia greca, fondamentalmente diversa da quella giudeo-cristiana”, imperniata “sull’immortalità dell’anima, sul giudizio particolare, con la ricompensa o il castigo subito dopo la morte” (Nuovo dizionario di teologia, a cura di Giuseppe Barbaglio e Severino Dianich, Edizioni Paoline, Roma). In altre parole uomini di tale sorta cercarono di spiegare la rivelazione divina con la sapienza umana dimenticando che Dio “ha reso stolta la sapienza del mondo” (1Corinti 1:20). Così permisero che “ingannevoli espressioni ispirate e insegnamenti di demoni” prendessero piede nella chiesa cristiana (cfr. 1 Timoteo 4:1). Essi diedero vita ad una ‘Tradizione’, o ‘Magistero’, composta da insegnamenti, dogmi, dottrine e pratiche di origine umana quali, solo per fare alcuni esempi, la Trinità, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte, l’esistenza di un luogo di tormento eterno chiamato ‘Inferno’ e del ‘Purgatorio’, il primato papale, la divisione tra clero e laicato, l’imposizione del celibato, il battesimo dei bambini, l’adorazione della Madonna e dei santi, l’adozione di festività pagane ‘cristianizzate’, come il Natale, e tante altre. Georges Auzou, docente di Sacra Scrittura al Grande Seminario di Rouen, in Francia, ha scritto nel suo libro La Parole de Dieu: “La tradizione precede, racchiude, accompagna e va oltre le Scritture … [Questo] ci aiuta a capire il motivo per cui la Chiesa non ha mai stabilito che la lettura o lo studio della Bibbia sia uno specifico dovere o un’assoluta necessità”. Come fecero gli scribi e i farisei al tempo di Gesù, anche questi “hanno reso la parola di Dio senza valore a causa della tradizione”.

in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” – Isaia 40:8

Comunque, secondo la parabola, del buon grano o “i figli del regno” sarebbero cresciuti contestualmente alle simboliche “zizzanie”. Nel corso del tempo, infatti, uomini di fede hanno tentato in ogni modo di difendere e diffondere le Scritture tra la popolazione e molti pagarono con la vita il loro impegno. Perché?

Con l’avanzare dell’apostasia, la versione biblica in latino di Girolamo divenne l’unica versione autorizzata circolante nell’impero romano. Quando questo cadde, gradualmente anche il latino venne meno finché cessò di essere parlato dalla stragrande maggioranza della popolazione divenendo prerogativa di una ristretta parte del clero che si ritrovò in pratica ad avere il monopolio dell’istruzione religiosa. La chiesa apostata finì per considerare il latino una lingua sacra e proibì la traduzione della Bibbia nelle nuove lingue volgari per impedire alla gente comune di avventurarsi in sfere che considerava suo esclusivo appannaggio. In questo modo gli esponenti del clero potevano continuare a esercitare il loro potere sulle masse. Essi erano consapevoli che molti insegnamenti della Chiesa non si basavano sulla Bibbia ma sulla tradizione. Questo è senza dubbio il motivo della loro riluttanza a rendere la Bibbia accessibile ai fedeli.

Quando il potere degli apostati venne istituzionalizzato dall’imperatore pagano romano Costantino, nel III secolo d.C., nacque quella organizzazione politico-religiosa che da allora è stata conosciuta con la denominazione di Chiesa Cattolica Romana la quale osteggiò con tutti i mezzi a sua disposizione, usando spesso anche la violenza, che la Bibbia venisse tradotta nelle lingue parlate dalla gente comune. I Sommi Pontefici di tale Chiesa negarono sempre a chiunque il permesso di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Ad esempio, nel 1079 Vratislao, re di Boemia, chiese al papa Gregorio VII il permesso di tradurre la Bibbia nella lingua dei suoi sudditi, ma la risposta del papa fu negativa. Successivamente, nel 1199, il papa Innocenzo III ordinò al vescovo di Metz in Germania di bruciare tutte le Bibbie che erano state tradotte in lingua tedesca e, nel 1229, il sinodo di Tolosa, in Francia, decretò che ai “laici” non era permesso avere nessun libro della Bibbia in lingua volgare. Nel 1233 un sinodo provinciale di Tarragona (Spagna) ordinò che tutti i libri del “Vecchio o Nuovo Testamento” fossero consegnati per essere bruciati. Questa lotta culminò nel 1559 quando il papa Paolo IV fece pubblicare un Indice dei libri proibiti, cioè un elenco delle opere di cui la Chiesa vietava ai cattolici la lettura, la vendita, la traduzione e il possesso perché considerate cattive o pericolose per la fede e l’integrità dei costumi. Questo Indice proibì le traduzioni della Bibbia in lingua volgare e qualche anno più tardi, nel 1596, in una versione aggiornata fu ancora più restrittivo: stabilì che non si dovevano più concedere autorizzazioni per la traduzione e la stampa di Bibbie in volgare e quelle esistenti dovevano essere distrutte. A causa di queste restrizioni, a partire dalla fine del Cinquecento si moltiplicarono i roghi con cui le Bibbie venivano bruciate sui sagrati delle chiese; nell’immaginario collettivo le Sacre Scritture divennero un libro degli eretici.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/home)

Molti uomini sinceri si rifiutarono di seguire questi editti. Ma simili scelte erano pericolose. Alcuni soffrirono terribilmente per aver commesso il ‘crimine’ di possedere una Bibbia. Ad esempio lo spagnolo Julián Hernández si impegnò a trasportare dalla Germania nel suo proprio paese un gran numero di Bibbie, nascoste in barili e imballate come vino renano. Fu però tradito e preso dall’Inquisizione cattolica, con quale risultato? Nell’opera Casiodoro de Reina, Spanish Reformer of the Sixteenth Century, di Gordon Kinder, si legge che i destinatari di quelle bibbie “furono tutti indiscriminatamente torturati, dopo di che contro la maggioranza d’essi vennero emesse diverse condanne. Juliano [Julián Hernández] fu messo al rogo, venti furono arrostiti sulla graticola, diversi furono imprigionati a vita, alcuni subirono la fustigazione pubblica, molti vennero assegnati alle galee”.

Nel libro Fifteenth Century Bibles, il suo autore Wendell Prime scrisse: “Trent’anni dopo l’invenzione della stampa, in Spagna l’Inquisizione andava a gonfie vele. Su 342.000 persone punite in quel paese 32.000 furono arse vive. Fu la Bibbia che procurò loro il fuoco del martirio. Questa macchina di distruzione fu altrettanto terribile in Italia, sia al nord che al sud. Gli arcivescovi, con l’aiuto dell’Inquisizione, furono un fuoco consumante sia per la Bibbia che per i suoi lettori. Nerone aveva fatto risplendere alcuni cristiani come luci del mondo dando loro fuoco, chiusi in sacchi, coperti di pece, usandoli come torce per illuminare la scena delle sue orge. Ma le strade delle città europee furono rischiarate dai falò di Bibbie. La Bibbia non fu come i suoi lettori che poterono essere ridotti in miseria, denudati, torturati, mutilati e scacciati. Anche una sola pagina rimasta poteva rifulgere nel buio di queste tenebre come una stella”. Poi aggiunse: “Alcune Bibbie furono preservate perché gli esuli le portarono con sé o le nascosero come pietre e metalli preziosi in tempi di miseria e di pericolo”.

Nonostante tanta violenta opposizione ricevuta nel corso della storia, la Bibbia è sopravvissuta trionfante, e continua ad influire sulla vita di milioni di persone. Perché? Perché non è una semplice raccolta di miti e detti popolari. L’apostolo Paolo, scrisse: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (2 Timoteo 3:16). La Bibbia è veramente il messaggio di Dio per noi. Essa è diversa da qualsiasi altra opera scritta perché è la Parola di Dio e, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito”  (Isaia 40:8).

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO? – II

“NOI SIAMO TESTIMONI DI QUESTE COSE, E LO È ANCHE LO SPIRITO SANTO”

Atti 5:32

Anteprima
La Bibbia è una raccolta di 66 libri scritti nell’arco di 1.600 anni da 40 diversi scrittori. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri universalmente riconosciuto, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale. La stessa Chiesa, poi, avanza la pretesa di essere stata la curatrice di tale elenco o, per descriverlo in termini ‘tecnici’, del “canone” biblico. Tale termine deriva dall’ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura, e dal greco “kanòn”, generalmente usato nelle Scritture per indicare una “regola”. Pertanto vengono indicati per canonici quei libri considerati veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. In base a quali criteri è stata determinata la canonicità dei 66 libri biblici ritenuti tali e da chi?
Se la Bibbia è davvero Parola di Dio, e i libri che la compongono sono ispirati dal suo divino autore per far conoscere alle sue creature la sua volontà, non dovremmo aspettarci che Dio stesso, oltre alla stesura, ne abbia guidato anche la corretta catalogazione affinché non si creasse confusione tra gli scritti ispirati e quelli apocrifi? Pertanto non sarebbe logico anche aspettarsi che Dio stesso abbia stabilito i criteri per provare l’appartenenza di ciascun libro alla raccolta sacra e che gli stessi siano insiti in ogni libro? Così pure, se Dio ha usato lo spirito santo per redigere ciascun libro (cfr. 2Pietro 1:21) non è altrettanto logico pensare che mediante la stessa forza abbia guidato la raccolta dei vari scritti per la compilazione dell’intera biblioteca divina? … Ebbene, questo è proprio quello che è accaduto! … vediamo come …

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Alcuni giorni fa compiendo la mia opera pubblica per la predicazione del vangelo del Regno di Dio (cfr. Matteo 24:14; 28:19,10 e Atti 1:8) ho incontrato un sacerdote cattolico appartenente a un ordine canonicale che passeggiava in un parco del mio quartiere. La nostra conversazione si è subito indirizzata sulla Sacra Scrittura e sul suo messaggio. Tralascio i vari aspetti del nostro colloquio, ne riporto solo uno che è pertinente all’argomento di questa serie di post. Egli ha infatti affermato che se la Parola di Dio è arrivata fino a noi è grazie alla Chiesa Cattolica, la quale ne avrebbe anche curato il canone. Non so quanto fosse convinto di tale affermazione, poiché contrasta pienamente con la storia che invece attesta la strenua e violenta lotta della Chiesa contro la Bibbia, con migliaia e migliaia di copie bruciate sui sagrati delle chiese (per maggiori informazioni al riguardo cfr. il mio post del 14 giugno 2011, UNA STORIA FINITA – XVIII parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/06/14/una-storia-finita-xviii-parte/). Ma il punto che ora interessa è: chi ha fissato il canone biblico, cioè chi ha compilato il catalogo dei libri ispirati, degni di essere usati come regola di fede, dottrina e condotta?
in mano all’uomo c’era la canna per misurare” – Ezechiele 40:5
Come detto nel mio precedente post, la Bibbia è in effetti una collezione di antichi documenti ispirati da Dio composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli. Tale raccolta ha un catalogo, o elenco ufficiale dei libri, il quale include solo i libri che rientrano nell’ambito e nella specializzazione della stessa. Il catalogo comprende comunemente 66 libri, con l’unica eccezione delle versioni cattoliche che ne hanno 7 in più, libri, però, che la stessa Chiesa definisce ‘deuterocanonici’ o del ‘secondo canone’, per distinguerli da quelli che componevano l’elenco originale.
Perché a questo catalogo si fa riferimento come al canone biblico? Tale parola origina dal termine ebraico “qenèh” che significa “canna”, uno strumento che un tempo veniva usato come unità di misura (cfr. Ezechiele 40:5). Lo scrittore cristiano Paolo usò lo stesso termine in greco, cioè kanòn, per indicare una “regola di condotta” (cfr. Galati 6:16). I libri canonici sono pertanto quelli veritieri, ispirati dallo spirito santo di Dio e degni di essere impiegati come metro, o regola, per determinare la giusta fede. E se Dio li ha ispirati, non è logico pensare che abbia guidato anche la loro raccolta nella biblioteca divina in base a inequivocabili criteri da Lui stabiliti e insiti in ciascun libro? Quali sono, dunque, alcuni criteri divini che permettono di determinare la canonicità dei libri della Bibbia? Possiamo riassumerli in questo modo:
– Devono rivolgere gli uomini all’adorazione del suo ispiratore, cioè a Dio e suscitare profondo rispetto per la sua persona, per il suo nome, per la sua opera e per i suoi propositi relativi alla terra (cfr. Deuteronomio 6:4,5; Isaia 33:22; Matteo 6:9; 22:37).
– Non devono in alcun modo promuovere la superstizione o il culto delle creature, ma piuttosto devono incoraggiare ad amare e servire Dio (cfr. Esodo 20:3-6; Isaia 44:14-20; 46:5-7; Romani 1:21-25).
– Devono dar prova della loro ispirazione divina, di essere cioè il prodotto dello spirito santo (cfr. 2Samuele 23:2; Ezechiele 2:2; 2Timoteo 3:16; 1Pietro 1:21).
– Non devono essere in contrasto con l’armonia interna dell’intera raccolta ma, al contrario, ciascun libro deve dimostrare, mediante la sua affinità con gli altri, di essere opera del medesimo autore, Dio (cfr. 1Corinti 12:4-11; 1Timoteo 6:3).
– Devono essere accurati sia dal punto di vista storico che scientifico quando trattano argomenti attinenti a tali materie (per esempio cfr. Giobbe 26:7 e Isaia 40:22).
Inoltre, quando si parla di canone biblico, considerato il ragguardevole arco di tempo in cui i libri furono scritti, non si deve pensare che per accettare ciò che costituiva Scrittura ispirata si dovesse attendere fino al completamento della raccolta ispirata. Ad esempio, quando Mosè completò il Pentateuco (i primi cinque libri della raccolta) esso costituì il canone fino a quel tempo. I successivi libri man mano che vennero redatti si aggiunsero al canone già esistente, il quale forniva anche il modello dell’ispirazione divina. Solo per fare un ulteriore esempio, nel primo libro, Genesi, venne espresso il grandioso tema della Bibbia: la santificazione del nome di Geova e la rivendicazione della sua sovranità per mezzo di un “seme” promesso (cfr. Genesi 3:15). Tutti i successivi scritti vennero considerati ispirati e aggiunti al canone perché erano in armonia con questo tema, fornendo altri particolari sull’adempimento di tale promessa.
Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?” – Deuteronomio 18:20
I 39 libri delle Scritture Ebraiche (impropriamente detto Vecchio Testamento) contengono molte profezie che si collegano a detto tema. Basti pensare, solo per fare ancora alcuni esempi, alla promessa fatta ad Abraamo, dalla quale si comprende che il “seme” promesso sarebbe venuto dalla sua discendenza (cfr. Genesi 22:18); alla benedizione di Giacobbe su suo figlio Giuda che lo additava, fra i dodici figli, quale capostipite di una dinastia reale che avrebbe prodotto il “seme” promesso (cfr. Genesi 49:10); alla successiva promessa fatta da Dio a Davide, della tribù di Giuda, per un regno eterno da dare al suo “seme” (cfr.  2Samuele 7:11-16); al fatto che il promesso “seme” sarebbe stato un “profeta come Mosè” in quanto molti aspetti della sua vita terrena sarebbero stati simili a quella di Mosè (cfr. Deuteronomio 18:18. Vedi, ad esempio, le analogie tra Esodo 9:13-16 e Giovanni 17:4,6,26; tra Esodo 34:28 e Matteo 4:1,2; tra Esodo 19:3-9 ed Ebrei 8:6-13; tra Esodo 18:13 e Giovanni 5:22); al modo in cui il regno avrebbe rivendicato la sovranità di Geova Dio indicato dal profeta Daniele (cfr. Daniele 2:44; 7:13,14); alla indicazione del tempo della comparsa del promesso “seme” fatta ancora per mezzo di Daniele (cfr. Daniele 9:24-27); alle descrizioni delle benedizioni del regno fatte dal profeta Isaia (cfr. Isaia 9:6,7; 11:4-9; 25:8; 33:24; 35:5-7; 65:17) nonché alle centinaia di profezie messianiche che avrebbero dovuto aiutare il popolo ebraico a riconoscere il “seme” o il Messia promesso quando questi sarebbe apparso (cfr. ad esempio Michea 5:2; Geremia 31:15; Zaccaria 9:9; 11:12; Salmo 22;18; 41:9; Isaia 50:6; Giona 1:17).

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Le Scritture Ebraiche contengono molte profezie. Geova Dio stesso provvide la base per stabilire l’autenticità di una profezia, cioè per vedere se veniva davvero da Dio o no, e questo aiutava a determinare la canonicità di un libro profetico. Per mezzo di Mosè fece scrivere: “il profeta che ha la presunzione di pronunciare in mio nome una parola che io non gli ho comandato di pronunciare o che parla nel nome di altri dèi, quel profeta deve morire.E nel caso che tu dica nel tuo cuore: Come conosceremo la parola che Geova non ha pronunciato?quando il profeta parla nel nome di Geova e la parola non avviene o non si avvera, quella è la parola che Geova non ha pronunciato. Il profeta la pronunciò con presunzione” (Deuteronomio 18:20-22). Esaminando, quindi, ciascun libro profetico delle Scritture Ebraiche nel contesto dell’intera Bibbia e alla luce della storia secolare si può stabilire al di là di ogni dubbio se esso è ispirato o meno da Dio: se la profezia si è regolarmente adempiuta significa che era autentica e ispirata, in caso contrario quella sarebbe stata “la parola che Geova non ha pronunciato”!
è scritto” – cfr. Matteo 4:3-10; Luca 24:45-48; Marco 7:6,7; Giovanni 12:14,15; Atti 15:15-17
Ben 37 dei 39 libri delle Scritture Ebraiche furono citati da Gesù durante il suo ministero terreno o dai suoi fedeli apostoli. Questi ripetute volte dissero “è scritto”, facendo poi seguire a tale dichiarazione una citazione presa da libri delle Scritture Ebraiche. Anche tutte queste citazioni costituiscono un criterio valido per stabilire la loro canonicità. Per quanto riguarda i rimanenti due, Ester e Ecclesiaste (o Qohelet), molti fatti confermano la loro attendibilità e ispirazione divina. Il racconto di Ester esalta la devozione a Dio (es. narra di Mardocheo che rifiutò di inchinarsi per onorare un uomo, l’amalechita Aman, poichè Dio aveva condannato gli amalechiti allo sterminio – cfr. Ester 3:1-5), alimentando la fede che è Dio a dirigere il corso degli avvenimenti e può liberare il suo popolo dall’oppressione dei suoi nemici (cfr. Ester 4:14). Tutt’oggi gli ebrei osservano la festa di Purim, o delle Sorti, per commemorare la grande liberazione avvenuta al tempo di Ester narrata nel libro. Anche l’Ecclesiaste sostiene la vera adorazione di Geova Dio e gli insegnamenti presentati e i princìpi esposti nel libro sono del tutto in armonia con il resto delle Scritture (cfr. Ecclesiaste 5:7; 7:18; 12:13).
Il popolo ebreo fu per 1.500 anni destinatario e custode delle Scritture Ebraiche e fu quel popolo (e non la Chiesa Cattolica o qualsiasi altra denominazione che vorrebbe appropriarsene il merito) a fissarne il canone. Già nel V secolo a.C. il sacerdote ed esperto copista Esdra cominciò a raccogliere e catalogare i libri delle Scritture Ebraiche, facendone diverse copie per l’istruzione del popolo tornato dalla cattività babilonese (cfr. Esdra 7:6,10). Tale lavoro di catalogazione, secondo una consolidata tradizione ebraica, venne completato dal governatore Neemia verso la fine del V secolo d.C. in concomitanza con la redazione dell’ultimo libro del catalogo, Malachia, scritto e completato nel 443 a.C. Fu allora che venne definitivamente fissato l’intero canone delle Scritture Ebraiche. Questo, come già riportato nel mio precedente post, è ulteriormente confermato dalla testimonianza del libro Contro Arpione nel quale il suo autore, lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vissuto nel I secolo d.C., fece riferimento proprio al canone di tali scritti affermando: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”.
Questo era il catalogo o canone che fu accettato come Scrittura ispirata da Cristo Gesù e dalla primitiva chiesa cristiana. Solo da questi libri gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane fecero citazioni e, introducendole con espressioni del tipo “come è scritto”, confermarono che quegli scritti erano Parola di Dio (cfr. Romani 1:17; 2:24; 3:4,10; 4:17; 8:36; 9:13,33; 10:15; 11:8,26; 15:3,9,21). Essi non citarono mai nessuno dei presunti scritti ispirati compilati dopo il tempo di Neemia fino al tempo di Cristo (inclusi i “deuterocanonici” o apocrifi presi in considerazione dalla Chiesa Cattolica).
noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo” – Atti 5:32
Che dire della composizione del canone delle Scritture Greche Cristiane, il cosiddetto, impropriamente, Nuovo Testamento? Come ha affermato il sacerdote citato all’inizio, la Chiesa Cattolica si è arrogata il merito di aver compilato tale raccolta. Essa si rifà al Concilio di Cartagine  del 397 d.C. durante il quale fu compilato un catalogo dei libri. Ma molti esperti biblisti non concordano con tale affermazione. Ad esempio Oskar Skarsaune, professore di storia della Chiesa presso la Norwegian School of Theology di Oslo, si è così espresso: “Quali scritti andassero inseriti nel Nuovo Testamento e quali no non fu mai deciso da qualche concilio ecclesiastico e tanto meno da un singolo individuo … Questo processo si era già praticamente concluso molto prima di Costantino e molto prima che fosse stabilita la sua chiesa del potere. È stata la chiesa dei martiri, non la chiesa del potere, a darci il Nuovo Testamento”.
A riprova di tale affermazione ci sono diversi cataloghi antichi datati anteriormente rispetto al summenzionato Concilio, molti dei quali concordano esattamente con l’elenco attuale di 27 libri. Tra questi il più significativo è il Frammento Muratoriano. Si tratta di un frammento di pergamena facente parte di un codice manoscritto di 76 fogli di pergamena prodotto nell’VIII secolo d.C. (il codice era un prototipo di libro formato da una serie di fogli piegati, riuniti e legati insieme sulla piegatura in uso dalla fine del I secolo d.C.) Questo codice fu scoperto da Ludovico Antonio Muratori, eminente storico italiano, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e reso pubblico nel 1740. Il Frammento è scritto in latino ma si suppone che l’originale, di cui è una copia, sia stato composto in greco vari secoli prima, intorno al 170 d.C. Il testo non è un semplice elenco dei libri delle Scritture Greche Cristiane ma contiene anche alcuni commenti sui libri stessi e sui relativi scrittori. Anche se è mutilo di alcune righe il Frammento Muratoriano elenca 24 degli attuali 27 libri mentre per i 3 mancanti, la lettera agli Ebrei, la 1a lettera di Pietro e quella di Giacomo, lo studioso Geoffrey Mark Hahneman, nel suo libro The Muratorian Fragment and the Development of the Canon, considera “ragionevole ipotizzare che il Frammento possa aver contenuto altri riferimenti ora perduti, e che Giacomo ed Ebrei (e 1Pietro) possano essere stati fra questi”. Il Frammento Muratoriano è quindi una conferma che la maggior parte dei libri che oggi formano le Scritture Greche Cristiane erano già considerati canonici nel II secolo, cioè almeno due secoli prima che Costantino, il pagano imperatore romano, desse ufficialmente vita alla Chiesa Cattolica. Come si è espresso un altro autorevole studioso di Nuovo Testamento della Biola University, CA, USA, “La chiesa non fissò il canone arbitrariamente; è più corretto dire che ci fu da parte della chiesa un riconoscimento dei libri che i cristiani consideravano da sempre una Parola autorevole di origine divina” (Ken Berding, Sundoulos, Spring 2007).

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Milano, Biblioteca Ambrosiana: uno dei fogli del codice I 101 sup., il cosiddetto Canone Muratoriano (photo di V. Veronesi)
Il Frammento Muratoriano consiste in 85 linee di testo nei fogli 10 e 11 del codice. È scritto in latino e sembra opera di un copista non troppo attento. Alcuni degli errori introdotti dal copista, comunque, sono stati identificati grazie alla comparazione con parti dello stesso testo incluse in quattro manoscritti dell’XI e XII secolo conservati presso l’Abazia di Montecassino. Si suppone che l’originale sia stato composto in greco vari secoli prima del testo del Frammento, che ne sarebbe la traduzione latina. Questo in base a un preciso indizio contenuto nel testo. Il Frammento, infatti, menziona un libro non biblico, il Pastore, e dice che l’autore, Erma, lo aveva scritto “molto recentemente, ai nostri giorni, nella città di Roma”. Gli studiosi datano la redazione finale del Pastore di Erma tra il 140 e il 155 d.C., per cui si pensa che l’originale greco del Frammento Muratoriano sia stato scritto intorno al 170 d.C. Per quanto riguarda l’autore, sono stati proposti diversi nomi: Clemente Alessandrino, Melitone di Sardi e Policrate di Efeso; i più, però, propendono per Ippolito, che scrisse in greco e visse a Roma nel periodo in cui fu composto il contenuto del Frammento. Leggendo il testo si nota che nel manoscritto mancano le prime righe, e anche alla fine sembra interrompersi bruscamente. Il documento inizia menzionando il Vangelo di Luca, e dice che lo scrittore di questo libro biblico era medico (cfr. Colossesi 4:14). Viene detto che quello di Luca è il terzo Vangelo, per cui è facile pensare che la parte iniziale mancante facesse riferimento al Vangelo di Matteo e a quello di Marco. Questa conclusione trova ulteriore conferma nel fatto che il Frammento Muratoriano afferma che il quarto Vangelo è quello di Giovanni. Il Frammento ribadisce che il libro degli Atti degli Apostoli fu scritto da Luca per l’“eccellentissimo Teofilo” (cfr. Luca 1:3; Atti 1:1) Poi elenca le lettere dell’apostolo Paolo: ai Corinti (due), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (due), ai Romani, a Filemone, a Tito e a Timoteo (due). Sono menzionate come ispirate anche la lettera di Giuda e due lettere di Giovanni. La prima lettera dell’apostolo Giovanni è menzionata insieme al suo Vangelo. La lista dei libri considerati ispirati si conclude con l’Apocalisse, o Rivelazione. Il Frammento non menziona la lettera agli Ebrei, le due lettere di Pietro e quella di Giacomo, ma diversi studiosi concordano nell’ipotizzare che ci fossero nel documento altri riferimenti andati perduti e che i libri mancanti possano essere tra questi.
Comunque la canonicità dei libri della Bibbia, ovvero il loro diritto a essere inclusi nella biblioteca divina, non dipese tanto dal fatto che siano citati o meno in qualche antica lista. La Bibbia stessa dice che qualcosa di molto più importante, e potente, ebbe un ruolo in tutto ciò. Nella sua prima lettera scritta alla chiesa di Corinto l’apostolo Paolo affermò: “Ora ci sono varietà di doni, ma c’è lo stesso spirito … la manifestazione dello spirito è data a ciascuno per uno scopo utile.Per esempio, a uno è data per mezzo dello spirito parola di sapienza, a un altro parola di conoscenza secondo lo stesso spirito,a un altro fede mediante lo stesso spirito, a un altro doni di guarigioni mediante quellunico spirito,a un altro ancora operazioni di opere potenti, a un altro profezia, a un altro discernimento di espressioni ispirate, a un altro diverse lingue e a un altro interpretazione di lingue” (1Corinti 12:4-10).
Come si può notare, l’apostolo dice che ad alcuni venne dato dallo spirito santo il dono di “discernere le espressioni ispirate”. Cosa significa questo? Semplicemente che alcuni cristiani di quel tempo, così come alcuni antichi servitori di Dio nell’antico Israele, vennero dotati della capacità sovrumana di distinguere fra le espressioni che erano realmente ispirate da Dio e quelle che non lo erano. È evidente perciò che il canone degli scritti cristiani fu fissato molto presto e con la guida dello spirito santo. Nell’ultima parte del II secolo alcuni scrittori cominciarono a esprimersi sulla canonicità dei libri biblici, ma non furono loro a formare il canone: ciò che fecero fu solo attestare quello che Dio aveva già accettato attraverso i suoi rappresentanti, i quali erano guidati dal suo spirito; a conferma di questo l’apostolo fu ispirato ancora a scrivere: “E noi siamo testimoni di queste cose, e lo è anche lo spirito santo, che Dio ha dato a quelli che gli ubbidiscono quale governante” (Atti 5:32).
In conclusione possiamo dire che Geova Dio non solo ha ispirato e preservato la sua Parola nel corso dei secoli ma ha anche guidato per mezzo del suo spirito la raccolta delle varie parti. Pertanto si deve riconoscere che la Parola di Dio è composta in tutto da 66 libri di cui è stata riconosciuta l’ispirazione divina, 39 delle Scritture Ebraiche e 27 delle Scritture Greche Cristiane. Qualsiasi aggiunta sia stata fatta a questo elenco è stata arbitraria, frutto di mistificazione umana i cui autori dovranno rendere conto al suo divino Autore, Geova Dio.

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA BIBBIA: PAROLA DI DIO O DELL’UOMO ? – I

“QUANDO RICEVESTE LA PAROLA DI DIO … L’ACCETTASTE NON COME PAROLA DI UOMINI”

1Tessalonicesi 2:13

Anteprima
Qualche anno fa, una domenica pomeriggio una donna cristiana suonò alla porta di un uomo per parlargli del futuro del nostro pianeta. Questi mostrò subito interesse quando la donna iniziò a parlare dei problemi causati dall’inquinamento della terra. Ma quando lei volle mostrargli ciò che la Bibbia dice al riguardo egli si dichiarò molto scettico. La donna, quindi, gli chiese cosa ne pensava della Bibbia e la sua risposta fu: “È un bel libro, scritto da uomini intelligenti, ma non va presa sul serio”. Pertanto lei gli chiese: “Ha mai letto la Bibbia?” … Preso alla sprovvista, l’uomo dovette ammettere che non l’aveva letta. Quindi la donna gli chiese ancora: “Come fa a esprimere un giudizio così categorico su un libro che non ha mai letto?” … L’uomo riconobbe che la donna aveva ragione perciò decise di prendere in esame la Bibbia per farsene un’idea. Quell’uomo non è l’unico. Molti si sono fatti un’idea della Bibbia pur non avendola mai letta di persona. Magari possiedono una Bibbia. Forse ne riconoscono il valore letterario o storico. Ma per loro è un libro chiuso. Perché? Una delle principali ragioni fu indicata da un docente universitario che disse: “Le opinioni espresse dagli scrittori della Bibbia rispecchiano le idee, le convinzioni e i concetti comuni nel loro tempo, e sono condizionate dal grado di conoscenza di quei tempi” (Gerald Larue, “The Bible as a Political Weapon”, Free Inquiry). Questa dichiarazione rispecchia la convinzione di molti che la Bibbia è un libro antico, adatto alla mentalità dei tempi in cui fu scritto e non più valido per i nostri giorni … Che dire di noi? … L’abbiamo mai letta? … Come la consideriamo? …
Nel I secolo d.C. uno scrittore cristiano, l’apostolo Paolo, scrisse a una comunità cristiana: “Quando riceveste la parola di Dio, che udiste da noi, l’accettaste non come parola di uomini, ma, quale veracemente è, come parola di Dio” (1Tessalonicesi 2:13). Pertanto fin dall’inizio i veri discepoli di Gesù hanno considerato la Bibbia “come parola di Dio”. Questo è un aspetto importante della questione, specialmente per chi si dichiara cristiano. Se la Bibbia fosse un libro scritto da uomini con una conoscenza limitata al loro periodo storico, il suo messaggio davvero sarebbe opinabile come qualunque altro scritto umano. Ma se è “parola di Dio” allora ha profonde implicazioni sulla nostra vita. Significa che Dio mediante essa comunica con noi rispondendo a molte domande esistenziali che spesso ci facciamo e che non hanno ancora trovato risposte nella conoscenza e nella sapienza umana, se mai queste riusciranno a darle, risposte che possono dare un senso alla nostra vita che va oltre la mera accettazione degli accadimenti quotidiani. Significa prestare molta attenzione alle questioni morali che essa tratta perché qualificano il tipo di persona che siamo davanti a Dio, incidendo sul suo giudizio. Significa anche guardare alle nostre prospettive per il futuro in base a ciò che essa predice per il futuro dell’umanità e della terra.
Lo scopo, quindi, di questa nuova serie di post che oggi inizio è portare all’attenzione di chi vorrà leggerli le prove che la Bibbia è realmente la Parola di Dio, perché il sottoscritto, dopo averla attentamente esaminata, si è personalmente convinto che essa, come ha affermato un suo ispirato scrittore: “è una lampada al mio piede, e una luce al mio cammino” (Salmo 119:105), cioè è una guida sicura che il nostro Creatore, Geova Dio, ha voluto darci per affrontare i problemi di ogni giorno, per prendere sagge decisioni coerenti con la Sua volontà e fare scelte per assicurarci un futuro migliore di quanto qualsiasi scienza o attività umana potranno mai darci. Cioè, tanto per essere chiari, nulla che possa essere prodotto dall’uomo potrà mai darci la vita eterna su una terra trasformata in un grande giardino, un paradiso pieno di delizie in condizioni di sicurezza totale, pace e perfetta giustizia. Ma questa prospettiva fa parte del messaggio biblico!
I post riguarderanno questi argomenti: Quando, da chi e come fu scritta la Bibbia. Prove della sua ispirazione divina. Come è stata conservata e tramandata nei secoli. La sua accuratezza storica e le testimonianze archeologiche. La sua attendibilità scientifica. Il suo valore pratico. Il suo messaggio per l’umanità.

Video tratto da JW Broadcasting (https://tv.jw.org/#it/video)
Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per riprendere, per correggere, per disciplinare nella giustizia,affinché luomo di Dio sia pienamente competente, del tutto preparato per ogni opera buona” – 2Timoteo 3:16,17

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Per certo la Bibbia è il più antico e straordinario testo religioso tra quelli che sono stati preservati fino ai nostri giorni. La sua parte più antica risale al XVI secolo a.C., prima della comparsa del Rigveda indù (verso il 1300 a.C.), del canone buddista dei “Tre Canestri” (V secolo a.C.), del Corano (VII secolo d.C.) o del Nihongi scintoista (720 d.C.). Il sostantivo italiano “Bibbia” deriva, attraverso il latino, dalla parola greca biblìa, che significa “libretti”. Questa a sua volta deriva da bìblos, termine che indica la parte interna della pianta di papiro, da cui si ricavava una specie di carta. I greci chiamarono “Biblos” la città fenicia di Ghebal, famosa per la produzione di carta di papiro. Col tempo biblìa finì per indicare vari scritti, rotoli, libri, e quindi la raccolta di libretti che costituiscono la Bibbia. Gesù e i suoi discepoli chiamarono questa raccolta “le Scritture” o “le sacre Scritture” o “gli scritti sacri” (cfr. Matteo 21:42; Luca 24:32; Romani 1:2; 2Timoteo 3:15).
Degli uomini parlarono da parte di Dio” – 2Pietro 1:21
Tale raccolta è composta in tutto da 66 singoli libri. 39 di essi fanno parte di quello che comunemente viene chiamato Vecchio Testamento o, più appropriatamente, Scritture Ebraiche poiché furono tutti scritti inizialmente in quella lingua, ad eccezione di alcuni brani scritti in aramaico. Il primo di questi libri è Genesi, scritto da Mosè nel deserto del Sinai nel 1513 a.C. e l’ultimo è Malachìa, scritto dall’omonimo profeta verso il 443 a.C. I restanti 27 costituiscono ciò che viene comunemente chiamato Nuovo Testamento o, più appropriatamente, Scritture Greche Cristiane, perché scritti in greco koinè, lingua formata da una mescolanza di diversi dialetti greci, che dal IV secolo a.C. al V secolo d.C. fu considerata una lingua internazionale e parlata in tutto l’impero romano. Il primo di questi libri è il vangelo di Matteo, scritto dall’omonimo apostolo verso il 41 d.C. Lo scrittore scrisse questo libro dapprima in ebraico e poi lo tradusse in greco. L’ultimo libro in elenco è Rivelazione o Apocalisse, scritto dall’apostolo Giovanni mentre si trovava prigioniero nell’isola di Patmos, nel 96 d.C. Comunque Rivelazione o Apocalisse non fu l’ultimo libro ad essere scritto in ordine cronologico poiché due anni dopo, nel 98 d.C., lo stesso apostolo scrisse le sue tre lettere (1°, 2° e 3° Giovanni) che pure fanno parte della raccolta biblica.
Come si evince, i 66 libri della Bibbia furono composti e messi per iscritto in un arco di 16 secoli, dal 1513 a.C. al 98 d.C. Alla loro stesura contribuirono 40 scrittori vissuti in epoche e luoghi diversi, molti dei quali non si conobbero tra loro. Queste persone, inoltre, differivano l’una dall’altra: alcune erano istruite, come re, funzionari di stato, sacerdoti e anche un medico, mentre altre erano umili contadini, pastori o pescatori. Una tale diversità potrebbe suscitare dubbi sulla coerenza e sull’armonia dell’intera opera. Tuttavia, in maniera sorprendente, questa non può essere minimamente messa in dubbio e, come vedremo, è una delle tante indicazioni che essa proviene da una fonte più alta dell’uomo.
Se aprite una qualsiasi versione della Bibbia potete notare che i vari libri che la compongono sono suddivisi in ‘capitoli’ (in genere il numero più grande, in neretto) e ‘versetti’ (indicati all’interno dei capitoli con il relativo numero più piccolo). Tutta la Bibbia si compone complessivamente di 1.189 capitoli e 31.173 versetti. Questa suddivisione non è opera degli scrittori originali i quali scrissero tutte le parole di seguito, senza usare alcun segno di interpunzione poiché a quel tempo la punteggiatura non esisteva. Tale suddivisione, peraltro oggi molto utile, venne fatta e definita nel XIII secolo d.C. dai masoreti, copisti molto scrupolosi che ricopiarono le Scritture con meticolosa attenzione.
la parola di Geova dura per sempre” – 1Pietro 1:25 
Come detto la maggior parte dei libri biblici fu scritta in ebraico in un periodo di tempo che va dal 1513 al 443 a.C., nel corso di circa 11 secoli. L’ebraico biblico appartiene al gruppo delle lingue semitiche di cui fu il capostipite. Questa era la lingua parlata in terra di Canaan al tempo di Abraamo dal cui ceppo si formarono vari dialetti cananei ed era la lingua parlata nelle città egiziane in cui gli ebrei discendenti del patriarca si erano rifugiati in tempi di difficoltà. Nel libro di Isaia, capitolo 19, verso 18 si legge infatti: “In quel giorno ci saranno cinque città nel paese d’Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno a Geova degli eserciti”. Mosè, che era stato “istruito in tutta la sapienza degli egiziani” dopo che fu adottato dalla figlia del Faraone (cfr. Atti 7:22), fu allattato e allevato dalla propria madre, che era al servizio della principessa, dalla quale imparò a conoscere la storia del suo popolo d’origine, inclusa la sua lingua, “la lingua di Canaan” (cfr. Esodo 2:1-10). Per questa ragione fu in grado di leggere antichi documenti giunti fino a lui, i quali furono alla base di alcune informazioni che egli mise per iscritto nel libro biblico di Genesi.
A seguito della diaspora o dispersione del popolo ebraico avvenuta dopo la conquista babilonese del 607 a.C., molti ebrei si stabilirono fuori del paese di Canaan. Nei paesi che li ospitarono impararono a parlare altre lingue. Così per fare in modo che essi e i loro proseliti potessero continuare a leggere ed osservare la Legge mosaica e il resto delle Scritture ebraiche, si rese necessario provvedere alla loro traduzione in altre lingue. Pertanto ad Alessandria d’Egitto, dove si era formata una numerosa comunità ebraica, si diede il via al lavoro di traduzione dei libri sacri in greco che, dopo le conquiste di Alessandro Magno, era diventata una lingua internazionale parlata da gran parte delle popolazioni. Secondo la tradizione l’opera fu iniziata ai giorni di Tolomeo Filadelfo, nel 280 a.C., e fu completata verso il 150 a.C. La versione che ne uscì venne chiamata dei Settanta, dal numero degli eruditi che parteciparono al lavoro di traduzione. Questa fu la versione adoperata diffusamente al tempo di Gesù e degli apostoli. Tutte le citazioni e i riferimenti alle Scritture Ebraiche fatti dagli scrittori cristiani nei loro libri si basano sulla Settanta.
Molti frammenti della Settanta scritti su papiro sono giunti fino a noi e possono essere studiati. Sono preziosi perché appartengono ai primi tempi cristiani e, anche se spesso constano solo di pochi versetti o capitoli, aiutano a chiarire molti aspetti del messaggio biblico e stabilire importanti verità. Ad esempio diversi di questi frammenti, come  il papiro di Fouad risalente al I secolo a.C., contengono il nome di Dio nella forma del Tetragramma. Questo dimostra che il nome divino era conosciuto e ampiamente usato al tempo di Cristo ed è difficile credere che Gesù e i suoi discepoli seguissero la tradizione ebraica, che ripetutamente condannarono, di non pronunciare tale nome (cfr. Matteo 15:6-9). Gesù stesso nella sua ultima preghiera al Padre disse: “Ho reso manifesto il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo … ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere” (Giovanni 17:6,26). In manoscritti successivi della Settanta, come nel Codice Alessandrino risalente al V secolo d.C., il Tetragramma è stato fatto sparire e sostituito con Kyrios (Signore) a prova del tentativo di manipolare il testo delle Scritture fatto con l’avvento del cristianesimo apostata dal tempo di Costantino in poi (cfr. 2Tessalonicesi 2:3,9-12; 2Pietro 3:15,16). Grazie a Dio, però, oggi abbiamo a disposizione circa 6.000 copie manoscritte delle Scritture Ebraiche o di parti di esse la cui analisi comparata permette di smascherare ogni tentativo di frode del testo originale o gli eventuali errori fatti dai copisti.
002
Frammento del papiro Fouad 266Société Egyptienne de Papyrologie, Il Cairo.
Questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al I secolo a.C. che riporta il versetto di Deuteronomio 18:15,16. Come si evince, il testo greco contiene il nome personale di Dio nella forma del Tetragramma in lettere ebraiche quadrate (יהוה).
001
Frammento del Codice AlessandrinoBritish Museum, Londra
Anche questo è un frammento della versione greca dei Settanta risalente al V secolo d.C. Riporta gli stessi versetti di Deuteronomio 18:15,16 e, nel testo greco in caratteri onciali, il Tetragramma del nome di Dio è stato sostituito con le lettere KC e KY, forme abbreviate della parola greca Kyrios (Signore).
Nell’ultima parte del II secolo d.C. il greco iniziò a perdere il suo carattere ‘internazionale’ e sorse l’esigenza di adottare il latino, lingua ufficiale dell’impero romano, in sua sostituzione. Così le gerarchie ecclesiastiche che nel frattempo, contrariamente al modello della chiesa del I secolo, si erano attestate, iniziando ad esercitare il loro potere sul resto dei fedeli, pensarono di far realizzare una ‘versione autorizzata’ dell’intera Bibbia in latino. L’incarico venne dato dal papa di Roma, Damaso (lo stesso che aveva assunto il titolo di Pontifex Maximus in precedenza appartenuto all’imperatore romano in qualità di capo del collegio dei sacerdoti pagani di Roma), a Sofronio Eusebio Girolamo, un presbitero che lo serviva come segretario. Per eseguire l’opera Girolamo adottò un concetto di traduzione che, come egli stesso affermò, prevedeva non la traduzione “parola per parola” ma del “senso con il senso”, precorrendo di migliaia d’anni i moderni metodi di traduzione. A tal fine, per quanto riguarda le Scritture Ebraiche, si rifiutò di tradurre dalla versione greca dei Settanta preferendo tradurre dall’originale ebraico. Girolamo studiò e confrontò con acribia antichi manoscritti ebraici e greci riuscendo a dare un nuovo indirizzo alla ricerca biblica, restituendo valore al testo ebraico. Verso il 405 d.C. completò il suo lavoro che, come dichiarò lo storico Will Durant, “rimane l’opera letteraria più grande e influente del quarto secolo” (Storia della Civiltà, Parte IV, L’epoca della fede, traduzione di M. Tassoni, Mondadori, Milano, 1958). La sua traduzione fu soprannominata Vulgata, a indicare una versione comunemente accettata (dal latino vulgatus, che significa ‘comune, popolare’). La traduzione originale di Girolamo subì nel tempo diverse revisioni, finché quella del 1592 divenne l’edizione ufficiale della Chiesa Cattolica.
Col tempo però anche il latino divenne una lingua morta. Persino la maggior parte del clero era incapace di leggere in tale lingua. Pertanto ci furono vari tentativi di tradurre la Bibbia nelle lingue volgari. Così iniziarono a circolare in Europa versioni in molte lingue, ma le traduzioni venivano fatte clandestinamente a motivo della forte opposizione della Chiesa Cattolica. Nel 1079, infatti, il papa Gregorio VII emanò il primo di numerosi editti ecclesiastici in cui si proibiva di produrre e a volte anche solo di possedere versioni in volgare. Le copie della Bibbia nelle lingue volgari erano tutte manoscritte, perciò erano poche e costose, tuttavia tale lavoro clandestino tenne in vita la fiammella della conoscenza e dell’apprezzamento per ciò che molte persone sincere ritenevano un dono di Dio all’umanità. L’invenzione della stampa diede impulso a tale desiderio. Non a caso il primo libro ad essere stampato fu un’edizione della Vulgata latina, nel 1495. Seguirono quindi stampe dell’intera Bibbia o parti di essa in tedesco, italiano, francese, ceco, olandese, ebraico, catalano, greco, spagnolo, slavo, portoghese e serbo. Coraggiosi studiosi, come John Wycliffe e William Tyndale, sfidarono, spesso a costo della loro vita, i veti della Chiesa Cattolica, per produrre Bibbie in lingue volgari. In tempi più recenti vari studiosi sono stati in grado, collazionando centinaia di manoscritti biblici ancora esistenti, di realizzare edizioni critiche in lingue originali della Bibbia. La maggior parte delle versioni moderne della Bibbia si avvalgono di tali edizioni, riferendosi alle quali Sir Frederic George Kenyon, rinomato studioso di lingue antiche e Presidente della British Academy, affermò: “Come generale risultato di tutte queste scoperte e di tutti questi studi è stata convalidata la prova dell’autenticità delle Scritture, e rafforzata la nostra convinzione che abbiamo in mano, sostanzialmente integra, l’autentica Parola di Dio” (The Story of the Bible, 1937).
A distanza, quindi, di 3.500 anni dalla prima stesura del testo biblico, abbiamo oggi validi motivi per ritenere che la Bibbia sia stata copiata e trasmessa fino ai nostri giorni in maniera accurata. Questo perché, come è scritto: “L’erba verde si è seccata, il fiore è appassito; ma in quanto alla parola del nostro Dio, durerà a tempo indefinito” (Isaia 40:8, cfr. anche 1Pietro 1:25).
Non dovete aggiungere alla parola che vi comando” – Duteronomio 4:2
Se prendete, però, una qualsiasi versione della Bibbia fatta con l’imprimatur della Chiesa Cattolica, noterete che i libri in essa contenuti non sono 66 ma 73. Come mai? … I sette libri in più che tale Chiesa ha aggiunto ai 39 delle Scritture Ebraiche (VT) vengono comunemente definiti ‘apocrifi’, dal greco apòkyphos che significa ‘occultato’ o ‘nascosto’. Questo perché a differenza dei 66 libri originali questi non venivano letti in pubblico, perciò erano ‘occultati’ o ‘nascosti’ ad altri in quanto ritenuti portatori di tradizioni errate. Comunque la Chiesa Cattolica chiama questi libri ‘deuterocanonici’, vale a dire ‘del secondo (o successivo) canone’, per distinguerli da quelli ‘protocanonici’. Questi libri aggiunti sono Tobia, Giuditta, Sapienza (di Salomone), Ecclesiastico (non Ecclesiaste), Baruc, 1 e 2 Maccabei, più alcune interpolazioni a Ester e tre aggiunte a Daniele, cioè il cantico dei tre giovani, Susanna e gli anziani, e la distruzione di Bel e del dragone. La data della loro stesura è incerta, ma l’evidenza indica che non dev’essere anteriore al II o III secolo a.C.
Gli scritti apocrifi non furono mai inclusi nel canone ebraico delle Scritture e non ne fanno parte neanche oggi. Ad esempio, Giuseppe Flavio, noto storico ebreo del I secolo, nel suo libro Contro Arpione affermò: “I nostri libri, quelli giustamente riconosciuti, sono solo ventidue [come gli ebrei in quel tempo catalogavano i 39 libri attuali, cioè la Legge (5 libri): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i Profeti (8 libri): Giosuè, Giudici e Rut (in un unico libro), Samuele (1 e 2 in un unico libro), Re (1 e 2 in un unico libro), Isaia, Geremia e Lamentazioni (in un unico libro), Ezechiele e i Dodici Profeti (Osea, Gioele, Amos, Abdia,  Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, in un unico libro); gli Scritti o Agiografi (9 libri): Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia (in un unico libro), Cronache (1 e 2 in un unico libro)], e contengono la storia di tutti i tempi”. Egli poi mostrò di essere a conoscenza dell’esistenza dei libri apocrifi aggiungendo: “Dal tempo di Artaserse fino al nostro è stata scritta una storia completa, ma non è stata ritenuta dello stesso valore dei documenti precedenti, perché manca l’esatta successione dei profeti”.
Lo stesso Girolamo, oggi considerato dalla Chiesa Cattolica ‘Padre’ e ‘Dottore’ della stessa, portando a termine la Vulgata prese decisamente posizione contro tali libri apocrifi, anzi fu il primo a usare il termine ‘apocrifi’ nel senso di non canonici in riferimento a questi scritti. Infatti nel prologo ai libri di Samuele e Re, egli elencò i libri ispirati delle Scritture Ebraiche seguendo il canone ebraico e disse: “Ci sono ventidue libri … Questo prologo delle Scritture può concorrere per così dire alla difesa di tutti i libri che traduciamo dall’ebraico in latino: affinché siamo in grado di sapere che tutto ciò che è al di fuori va incluso negli apocrifi” (Jacques Paul Migne, Patrologia latina, vol. 28, coll. 600, 601). Poi, in una lettera che scrisse a una donna di nome Leta a proposito dell’educazione della figlia, raccomandò: “Stia bene attenta a tutti quanti i libri apocrifi. Se qualche volta avesse intenzione di consultarli, non per trarne verità dogmatiche ma solo per contemplarne devotamente i simboli, sappia che gli autori non sono quelli che figurano nelle rispettive intestazioni e che ci sono frammischiati non pochi elementi falsi, per cui occorre una grande prudenza per discernere l’oro nel fango” (San Girolamo – Le lettere, Roma, 1962, vol. III, p. 274).
La sua Chiesa non ha tenuto conto di tale raccomandazione e ha incluso tali scritti nel suo catalogo dei libri biblici nonostante che gli stessi “declinano in puerilità meschine oppure si perdono in fantasticherie ridicole (La Sacra Bibbia a cura di Giuseppe Ricciotti, Introduzione generale)
Ma come fu determinata la canonicità dei 66 libri della Bibbia? … …

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Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XV

“ADEMPITE LA LEGGE DEL CRISTO”

Galati 6:2

Anteprima
Con questo post concludo la serie dedicata a questo argomento. Era necessario approfondire questo aspetto della fede cristiana poiché tutt’oggi, come era già accaduto nel I secolo, alcuni che si dichiarano ‘cristiani’ sono convinti di dover osservare ancora parte della Legge mosaica, inclusi alcuni aspetti dei Dieci Comandamenti, per ottenere la salvezza. Le parole che sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse al riguardo, cioè che la Legge mosaica era solo “un ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1), non sono state sufficienti per far riflettere tali persone sull’effettivo ruolo avuto da quella Legge nell’adempimento del proposito di Dio, un compito del tutto transitorio che si esaurì con la venuta e il sacrificio del “seme” promesso, Cristo Gesù.
Egli era la “realtà” indicata dalle ‘ombre’ della Legge, compresi il tempio, i sacrifici che vi si compivano e i riti legati all’osservanza di feste e giorni particolari. La Legge era servita al suo scopo e non era più la norma per il giudizio (cfr. Colossesi 2:13-17). Essa era per gli uomini, per il popolo di Israele in particolare (cfr. Salmo 147:19,20), composta di “esigenze legali relative alla carne” (Ebrei 9:10). Con la venuta del Cristo, i suoi discepoli eran invece chiamati alla superiore adorazione basata su Gesù e sul suo regno che ‘non faceva parte di questo mondo’ perché avrebbe dominato dal cielo (cfr. Giovanni 8:23; 18:36) . Perciò solo Gesù Cristo – non gli uomini e i loro princìpi e insegnamenti e nemmeno la legge mosaica che ora era adempiuta – doveva esser riconosciuto come la norma stabilita da Dio per i suoi servitori, come il completo mezzo per misurare la verità riguardo a qualsiasi insegnamento o modo di vivere.
I cristiani di retaggio ebraico non furono solleciti ad accettare tale cambiamento attardandosi ancora a seguire tradizioni legate alla Legge mosaica e dovettero essere corretti. L’apostolo Paolo infatti li esortò a non essere come bambini che si ponevano volontariamente sotto ciò che era paragonato a un ‘tutore’, cioè la Legge mosaica. Quella Legge, disse, era divenuta “elementare”, in paragone con l’insegnamento cristiano fatto di princìpi e profonde verità. Perciò era un errore per i cristiani tornare alle “deboli e meschine cose elementari” della sfera umana (cfr. Galati 4:3; Colossesi 2:8,20).
In maniera simile oggi molti non tengono conto che il vecchio “patto della Legge” mosaica è stato sostituito dal “nuovo patto” che si basa sul sacrificio di Cristo, l’unico che permette la giustificazione e il perdono dei nostri peccati da parte di Dio. Pertanto i veri cristiani sono ora sotto la “legge del Cristo” (cfr. Galati 6:2), composta dai comandi e dalle istruzione che egli diede, che non furono scritte su tavolette o in un codice, ma nel cuore dei suoi discepoli  e tutte basate su un princìpio fondamentale che regola i rapporti tra Dio e la sua creazione: l’amore. Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, secondo quanto sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che essi avrebbero manifestato (cfr. Giovanni 13:35). A tal fine egli lasciò un modello da seguire … …

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RAbraamo, il capostipite della nazione ebraica, nacque nel 2018 a.C. a Ur, che in quel tempo era una fiorente metropoli costiera del paese di Sinar (attuale Iraq). Ad Ur veniva estesamente praticata una religione idolatrica basata sul culto del suo protettore, il dio-luna Sin. Abraamo però era un fedele adoratore di Geova, il Dio dei suoi antenati, Sem, Noè, Enoc (cfr. Genesi 5:3-32; 11:10-26). Ma Geova gli comandò di trasferirsi da Ur in un paese straniero, lasciandosi dietro amici e parenti con la promessa che avrebbe fatto della sua discendenza una grande nazione (cfr. Genesi 12:1,2). In quel tempo Abraamo era sposato con la sorellastra Sara, ma non avevano figli ed erano entrambi anziani. Anche se ci voleva grande fede per credere a quella promessa, egli ubbidì.
Lasciata Ur, Abraamo viaggiò verso nord per circa 960 km. fino ad Haran, un importante nodo sulle antiche strade carovaniere che attraversavano il medio oriente da est ad ovest. Lì vi rimase fino alla morte del padre, Tera. Nel 1943 a.C., all’età di 75 anni, lasciò Haran e, attraversato il fiume Eufrate, entrò nel paese di Canaan. In quell’occasione Dio gli rinnovò la promessa che aveva fatto prima che lasciasse Ur dicendogli anche che quel paese l’avrebbe dato alla sua discendenza (cfr. Genesi 12:7). Abraamo però doveva risiedere nel paese come residente forestiero poiché Geova avrebbe adempiuto quella promessa solo 430 più tardi anni perché, come gli disse: “l’errore degli amorrei non è ancora giunto a compimento” (Genesi 15:13-16*).
Puntualmente, allo scadere dei 430 anni, nel 1513 a.C. Dio adempì la sua promessa liberando dalla schiavitù egiziana in cui erano venuti a trovarsi i discendenti di quel patriarca, organizzandoli come nazione e conducendoli nella terra di Canaan. Circa tre mesi dopo l’uscita dall’Egitto, mentre era accampato ai piedi del monte Sinai, Dio, mediante Mosè, diede a quel popolo un codice di leggi. Riferendosi alla promessa fatta ad Abraamo e alla legge mosaica, circa 1.600 anni dopo l’apostolo cristiano Paolo scrisse in una delle sue lettere ispirate: “In quanto al patto precedentemente convalidato da Dio, la Legge che è venuta all’esistenza quattrocentotrent’anni dopo non lo annulla, in modo da abolire la promessa … Perché, dunque, la Legge? Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa … Quindi la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo, affinché fossimo dichiarati giusti a motivo della fede” (Galati 3:17,19,24). Pertanto la Legge mosaica fu un aggiunta al patto fatto con Abraamo e riguardava esclusivamente il popolo ebraico, non era vincolante per il resto dell’umanità (cfr. Salmo 147:19,20).
la Legge è divenuta il nostro tutore che conduce a Cristo” – Galati 3:24
Perché l’apostolo Paolo paragonò la Legge mosaica a un tutore? Nel suo tempo le famiglie benestanti greche, romane e anche ebree usavano affidare i loro bambini a un tutore che aveva il compito di seguirne le attività dall’infanzia alla pubertà. In genere veniva scelto uno schiavo fidato, spesso di una certa età, che si preoccupava della sicurezza del bambino e si assicurava che il volere del padre fosse rispettato. Accompagnava il bambino ovunque andasse, si occupava della sua igiene personale, lo portava a scuola, spesso gli portava i libri e altre cose, e vigilava su di lui mentre studiava. Ma non era un insegnante, non spettava a lui a provvedere all’istruzione scolastica del bambino; tuttavia lo istruiva indirettamente sorvegliandolo e disciplinandolo quando si comportava male. Il tutore offriva protezione, sia in senso morale che fisico: nel mondo ellenistico c’era molta immoralità e i bambini, specie i maschi, dovevano essere protetti dalle molestie sessuali. Perciò i tutori assistevano alle lezioni, dato che di molti insegnanti non ci si poteva fidare. Sotto tutti questi aspetti il paragone fatto dall’apostolo risulta particolarmente efficace.
La Legge, infatti, costituiva una protezione per il popolo di Israele. Paolo disse che gli ebrei erano “custoditi sotto la legge”, proprio come se fossero stati affidati a un tutore che li proteggeva (cfr. Galati 3:23). Essa influiva su ogni aspetto della loro vita, teneva a freno le loro brame e i loro desideri carnali, stabiliva come dovevano comportarsi e li riprendeva di continuo per le loro mancanze. Come un ‘muro’ li separava nettamente dagli altri popoli che circondavano Israele proteggendoli dalle loro influenze corruttrici e dalle loro pratiche abiette in campo religioso e morale. Tutto questo al fine di guidare la nazione di Israele affinché fosse pronta ad accettare il “seme” della promessa, Cristo Gesù, quando questi sarebbe arrivato. Infatti, come ampiamente mostrato nei miei post precedenti sull’argomento, i sacrifici richiesti dalla Legge avevano proprio lo scopo di ricordare agli israeliti che erano peccatori e bisognosi di un Salvatore mentre gli aspetti cerimoniali da essa previsti fornivano un quadro di ciò che sarebbe accaduto durante suo ministero terreno e nel futuro.
Un aspetto rilevante dell’illustrazione dell’apostolo Paolo era la natura temporanea dell’autorità del tutore. Una volta cresciuto, il ragazzo non era più sotto il controllo del tutore. Similmente anche l’autorità della Legge di Mosè era temporanea: serviva a “rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme”, Gesù Cristo. Per avere l’approvazione divina, i contemporanei ebrei di Paolo dovevano riconoscere il ruolo di Gesù nel proposito di Dio. Una volta avvenuto questo, il tutore aveva assolto la sua funzione e cessava il suo compito. Aggiunse infatti l’apostolo: “ora che la fede è arrivata, non siamo più sotto il tutore” (Galati 3:25).
Quella Legge era perfetta. Gli uomini che dovevano osservarla erano però imperfetti. Per questo motivo a molti di loro forse sarà sembrata oppressiva. Perciò l’apostolo scrisse ancora: “Cristo ci liberò mediante acquisto dalla maledizione della Legge, divenendo una maledizione invece di noi” (Galati 3:13). Essa era una maledizione nel senso che richiedeva che gli ebrei imperfetti ubbidissero a norme che non erano in grado di rispettare alla perfezione ed esigeva che venissero osservati scrupolosamente certi riti. Al contrario, il riscatto pagato da Cristo con la sua morte sacrificale offriva loro l’opportunità di esser perdonati dai propri peccati semplicemente esercitando fede nel suo valore salvifico, perciò non era più necessario ubbidire ai dettami del ‘tutore’ cioè della Legge mosaica.
le cose che si vedono sono temporanee, ma le cose che non si vedono sono eterne” – 2Corinti 4:18
Tuttavia fu necessario che Paolo richiamasse alcuni cristiani, specialmente quelli di retaggio ebraico, su questo aspetto. Perché? Nella sua lettera l’apostolo aveva messo in evidenza la natura temporanea della Legge mosaica paragonandola a un ‘tutore’. Ma essi continuavano a ritenere che fosse necessario osservare ancora la Legge per essere salvati. Per questo motivo l’apostolo concluse l’argomento dicendo: “ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto ora che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi?Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni. Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11; cfr. anche Colossesi 2:16,17). Essi non avevano discernimento spirituale. Paolo evidenziò questo problema dicendo: “Riguardo a lui [Cristo] abbiamo molte cose da dire e difficili a spiegarsi, giacché siete divenuti di udito torpido.Poiché, in realtà, mentre dovreste essere maestri a causa del tempo, avete ancora bisogno che qualcuno vi insegni dal principio le cose elementari dei sacri oracoli di Dio; e siete divenuti tali che avete bisogno di latte, non di cibo solido.Poiché chiunque partecipa al latte è senza conoscenza della parola della giustizia, perché è bambino.Ma il cibo solido è per le persone mature, per quelli che mediante luso hanno le loro facoltà di percezione esercitate per distinguere il bene e il male” (Ebrei 5:11-14). Quei cristiani erano ancora attaccati a cose che si potevano vedere, sentire e toccare, come il tempio, il sacerdozio, l’osservanza di certe feste o giorni particolari e trovavano difficile accettare i più profondi princìpi cristiani, basati su realtà invisibili (cfr. 2Corinti 4:18).
Dio ispirò l’apostolo Paolo a scrivere chiaramente: “Ora siamo stati esonerati dalla Legge, perché siamo morti a ciò da cui eravamo detenuti, così che siamo schiavi in un nuovo senso secondo lo spirito, e non nel vecchio senso secondo il codice scritto” (Romani 7:6). Quel “codice scritto”, contrariamente a quanto alcuni tutt’oggi affermano, includeva anche i Dieci Comandamenti. Lo si comprende dalle successive parole scritte da Paolo: “io non avrei conosciuto il peccato se non fosse stato per la Legge; e, per esempio, non avrei conosciuto la concupiscenza se la Legge non avesse detto: “Non devi concupire”” (v. 7). Questo riferimento all’ultimo dei Dieci Comandamenti ci aiuta a comprendere che i cristiani sono stati esentati anche dai Dieci Comandamenti (**). Per aiutare meglio i suoi conservi cristiani a capire il punto, l’apostolo fece un’altra illustrazione. In Romani 7:2,3 si legge: “Per esempio, la donna sposata è legata dalla legge al proprio marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è esonerata dalla legge del marito.E mentre il marito vive, essa sarebbe dunque chiamata adultera se divenisse di un altro uomo. Ma se il marito muore, è libera dalla sua legge, così che non è adultera se diviene di un altro uomo”. Egli, quindi, applicò questa illustrazione ai cristiani che non potevano essere soggetti contemporaneamente alla Legge mosaica e a Cristo dicendo: “Così, fratelli miei, anche voi foste resi morti alla Legge per mezzo del corpo del Cristo, per divenire di un altro, di colui che fu destato dai morti” (v. 5). Significa questo che i cristiani, non essendo sotto i Dieci Comandamenti, non debbano osservare alcuna legge? Niente affatto.

 tutore-1

Sebbene Dio comunicasse ai discepoli di Gesù che erano stati “esonerati dalla Legge” poiché questa, con la venuta e la morte del “seme” promesso, aveva assolto la sua funzione perciò era stata abrogata (cfr. Galati 3:24; Efesini 2:15), alcuni di essi, di stirpe ebraica, continuavano a seguire le tradizioni legate alla Legge mosaica. Questi provocarono accese dispute nella neonata chiesa cristiana. Gli apostoli e gli anziani della chiesa di Gerusalemme dovettero intervenire per correggere la loro posizione. L’apostolo Paolo paragonò quei cristiani a bambini, spiritualmente immaturi, incapaci di assimilare le profonde verità che derivavano dalla progressiva rivelazione della volontà di Dio. Anche oggi taluni che si dichiarano ‘cristiani’, per mancanza del giusto intendimento spirituale, continuano a dare indebita importanza a qualche aspetto della Legge mosaica, come l’osservanza del sabato settimanale, credendo che sia fondamentale per ottenere la salvezza, dimentichi di ciò che Dio fece scrivere dall’apostolo, cioè che: “mediante le opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta … l’uomo è dichiarato giusto per fede, indipendentemente dalle opere della legge” perciò “siete stati salvati mediante la fede; e questo non viene da voi, è il dono di Dio. No, non è dovuto alle opere” (Romani 3:20,28; Efesini 2:8,9).
io certamente concluderò con la casa d’Israele … un nuovo patto” – Geremia 31:31
Il giorno di Pasqua del 33 A.D., dopo aver portato a termine la celebrazione prevista dalla Legge mosaica, Cristo istituì una nuova cerimonia che da allora in poi avrebbe sostituito quella ebraica. Dopo aver spezzato il pane e passato il vino disse ai suoi fedeli apostoli: “Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue, che dev’essere versato in vostro favore” (Luca 22:20). Così facendo adempiva una profezia che il suo Padre celeste aveva ispirato circa 600 anni prima. Dal suo profeta Geremia aveva fatto scrivere: “Ecco, vengono i giorni”, è l’espressione di Geova, “e io certamente concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto;non come il patto che conclusi con i loro antenati nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, ‘il quale mio patto essi stessi infransero … questo è il patto che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni”, è l’espressione di Geova. “Certamente metterò la mia legge dentro di loro, e la scriverò nel loro cuore. E di sicuro diverrò il loro Dio, ed essi stessi diverranno il mio popolo … perdonerò il loro errore, e non ricorderò più il loro peccato” (Geremia 31:31-34).
Questo “nuovo patto” sostituì il vecchio patto della Legge mosaica quando questo portò a termine il suo compito di “tutore”. Questo cambio di disposizione avvenne il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio unse con il suo spirito santo i primi discepoli di Gesù radunati a Gerusalemme (cfr. Atti 2:1-4). I contraenti di questo “nuovo patto” erano Geova Dio e una nazione nuova chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16) i cui componenti sarebbero stati scelti sia fra discendenti naturali di Abramo che tra persone appartenenti a “ogni nazione” che accettavano di divenire discepoli di Gesù riponendo fede nel valore espiatorio del suo sacrificio (cfr, Atti 10:34,35). L’apostolo Pietro, che ebbe il privilegio di veder accogliere come membri della nuova nazione i primi discepoli di stirpe non ebraica, il centurione romano Cornelio e i suoi familiari (cfr. Atti capitolo 10), confermò questo cambiamento nel proposito di Dio scrivendo nella sua prima ispirata lettera indirizzata a tutti i discepoli di Cristo sparsi per il mondo: “Ma voi siete ‘una razza eletta, un regal sacerdozio, una nazione santa, un popolo di speciale possesso” (1Pietro 2:9).
Riferendosi a tale esperienza, il discepolo e fratello carnale di Gesù, Giacomo, nel corso di quello che viene considerato il I concilio apostolico, tenutosi a Gerusalemme nel 49 d.C., disse: “Simeone [Pietro] ha narrato completamente come Dio per la prima volta rivolse l’attenzione alle nazioni per trarne un popolo per il suo nome” (Atti 15:14). Pertanto lo scopo del “nuovo patto” era quello di produrre un popolo che avrebbe portato il nome di Geova e avrebbe sostituito l’infedele Israele naturale nel ruolo previsto dal patto abramico per la benedizione di tutte le nazioni (cfr. Genesi 22:18). Geova Dio stesso confermò questo facendo poi scrivere all’apostolo Paolo: “siete tutti figli di Dio per mezzo della vostra fede in Cristo Gesù.Poiché tutti voi che foste battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.Non c’è né giudeo né greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina; poiché siete tutti una persona unitamente a Cristo Gesù.Inoltre, se appartenete a Cristo, siete realmente seme di Abraamo, eredi secondo la promessa” (Galati 3:26-29).
e così adempite la legge del Cristo” – Galati 6:2
Come detto, con l’abolizione del patto della Legge mosaica i cristiani sono stai esonerati dall’osservanza della stessa, ma questo non significa che essi non debbano osservare alcuna legge. Sempre sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo scrisse: “Continuate a portare i pesi gli uni degli altri, e così adempite la legge del Cristo” (Galati 6:2). Gesù diede molti comandi e istruzioni, ubbidendo ai quali i suoi discepoli avrebbero osservato o adempiuto la sua Legge. Tali comandi si basavano sugli stessi princîpi fondamentali su cui si basava l’intera Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti. Ad esempio, quando gli fu chiesto qual era il più grande comandamento della Legge (mosaica), egli non citò nessuno dei Dieci Comandamenti in particolare ma disse: “‘Devi amare Geova tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’.Questo è il più grande e il primo comandamento.Il secondo, simile ad esso, è questo: Devi amare il tuo prossimo come te stesso’.Da questi due comandamenti dipendono lintera Legge e i Profeti” (Matteo 22:37-40). In un’altra circostanza affermò: “Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri.Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi” (Giovanni 13:34,35).
Questi comandamenti non furono messi per iscritto su tavolette, come era accaduto per i Dieci Comandamenti, ma, come era stato profetizzato mediante Geremia, venivano scritti “nel cuore” dei discepoli di Gesù. A differenza degli Israeliti che erano vincolati per nascita alla Legge mosaica, i cristiani venivano a trovarsi sotto la “Legge del Cristo” per scelta, poiché fattori come razza e luogo di nascita erano irrilevanti. Essi quindi avrebbero imparato a conoscere Geova e le sue vie e avrebbero desiderato vivamente di fare la sua volontà, non per mero senso del dovere o per evitare la punizione per la disubbidienza a un codice scritto ma per una ragione molto più importante: avrebbero riconosciuto che l’amore è sempre stato e sempre sarà un aspetto essenziale della pura adorazione, l’essenza di tutte le leggi e i regolamenti divini. Perciò sul modello dell’amore mostrato da Cristo, il quale pur essendo una potente creatura spirituale in cielo accettò di buon grado l’opportunità di promuovere gli interessi del Padre suo sulla terra e fu disposto a cedere volontariamente la sua vita per i suoi amici, i suoi discepoli amano profondamente Dio e si amano altruisticamente gli uni gli altri (cfr. Giovanni 15:12,13). Perciò Gesù stesso disse che il segno distintivo dei suoi veri discepoli non sarebbe stato l’osservanza di qualche particolare comandamento del vecchio patto della Legge mosaica, come ad esempio il IV relativo al sabato, come sostengono alcuni presunti ‘cristiani’, ma l’amore che avrebbero manifestato tra di loro (cfr. Giovanni 13:35). Gesù comandò perfino di amare i nemici (cfr. Matteo 5:44).
Un altro importante comandamento che Gesù diede si legge in Matteo 6:33: “Continuate dunque a cercare prima il regno e la Sua giustizia”. Cosa significava questo per i suoi discepoli? Il Regno di Dio fu il tema del suo ministero terreno, perché è il mezzo con cui Geova Dio restaurerà il suo proposito per la terra e l’umanità. Gesù sottolineò questo aspetto insegnando ai suoi seguaci a chiedere a Dio in preghiera: “Venga il tuo regno. Si compia la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra” (Matteo 6:10). In che modo si adempirà questa preghiera? Dio lo indicò mediante il suo profeta Daniele, ispirandolo a scrivere: “l’Iddio del cielo stabilirà un regno che non sarà mai ridotto in rovina. E il regno stesso non passerà ad alcun altro popolo. Esso stritolerà tutti questi regni e porrà loro fine, ed esso stesso sussisterà a tempi indefiniti” (Daniele 2:44). Questa azione cambierà per sempre il dominio della terra, gli uomini non avranno mai più il controllo della terra, il loro dominio insoddisfacente e divisivo sarà definitivamente cancellato dalla faccia della terra. Stando così le cose i veri discepoli di Gesù hanno il comando di non fare parte del mondo, cioè di non immischiarsi nella politica di questo mondo e mantenersi separati da ogni forma di nazionalismo, esattamente come lui non ne fece parte (cfr. Giovanni 17:16; 18:36; Giacomo4:4).
Oltre a dare la propria vita umana affinché altri vivessero in eterno, Gesù pronunciò “parole di vita eterna”, aiutando instancabilmente altri a conoscere il Padre (cfr. Giovanni 6:68). Perciò diede ai suoi discepoli anche questo comando: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo,insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19,20). Tutti i suoi veri discepoli nel I secolo ubbidirono con zelo a questo comandamento predicando la buona notizia del Regno “ogni giorno, nel tempio e di casa in casa”, nonché “pubblicamente”, nei luoghi di mercato, per le vie o nelle piazze (cfr. Atti 5:40-42; 20:20). Non lo facevano solo per un senso del dovere ma erano motivati da fede sincera, dal desiderio di onorare Dio e con l’amorevole speranza di recare la salvezza ad altri (cfr. Romani 10:9-15). Grazie al loro zelo dopo solo una trentina di anni dalla morte di Gesù l’apostolo poté scrivere che la buona notizia era stata “predicata in tutta la creazione che è sotto il cielo” (Colossesi 1:23).
Oggi che, secondo la profezia biblica, stiamo vivendo nel tempo della fine, ubbidire a questo comando di Gesù assume ancor più valore e, più che l’osservare certi giorni o cerimonie particolari, distingue i veri discepoli di Cristo da quelli solo nominali! Nella sua profezia Gesù disse che prima della fine la buona notizi del regno doveva essere “predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni” (cfr. Matteo 24:14). Perciò, se vi dichiarate discepoli di Gesù, state mettendo in pratica questo suo comandamento? Egli disse chiaramente: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama”, e anche  “Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Giovanni 14:15,21; 15:10).

 tutore-2  Annuario dei Testimoni di Geova del 2015

Nel I secolo i discepoli di Gesù si caratterizzarono per il loro zelo nel predicare il Regno di Dio in tutta la terra. Nel suo libro History of the Christian Church (Storia della Chiesa Cristiana) William S. Williams ha scritto: “Le testimonianze sono concordi nell’indicare che nella Chiesa primitiva tutti i cristiani … predicavano il vangelo”. Si, tutti i seguaci di Gesù ubbidirono al suo comando, uomini e donne, giovani e vecchi, schiavi e liberi, “ogni giorno, nel tempio … pubblicamente e di casa in casa”. In maniera simile oggi i veri cristiani si riconoscono perché ubbidiscono al comando di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli di persone di tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello spirito santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:19, 20).
Una “legge perfetta che appartiene alla libertà” – Giacomo 1:25
La speranza che Geova Dio offre all’umanità è quella di vedere la fine della schiavitù al peccato e alla corruzione, e di godere quella che la Bibbia chiama “la gloriosa libertà dei figli di Dio” (Romani 8:21). In che modo Egli adempirà questa promessa? La risposta a questa domanda Dio l’ha data ispirando Giacomo, il fratello di Gesù, a scrivere: “chi guarda attentamente nella legge perfetta che appartiene alla libertà … sarà felice nel suo operare” (Giacomo 1:25). Qual è questa “legge perfetta che appartiene alla libertà”? Di sicuro non è la Legge mosaica, in quanto quel codice rendeva manifeste le trasgressioni risultando una “maledizione” per il popolo e non lo liberava dal peccato (cfr. Galati 3:10-14). Era proprio la “Legge del Cristo” che non ha bisogno di un lungo elenco di pene o sanzioni ma consiste di comandi semplici e princìpi fondamentali, si fonda sull’amore ed è scritta nelle menti e nei cuori dei suoi discepoli.
Questa Legge “appartiene alla libertà” poiché si basa sul “nuovo patto” che ha sostituito il vecchio patto della Legge mosaica, “nuovo patto” che fu validato col versamento del sangue di Cristo Gesù. Solo il sacrificio di Cristo libera dal peccato e dalla corruzione, come è scritto: “se qualcuno commette peccato, abbiamo un soccorritore presso il Padre, Gesù Cristo, il giusto.Ed egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Giovanni 2:1,2; cfr. anche Romani 3:23,24). Fu per questo motivo che l’apostolo Paolo scrisse a quei cristiani che ancora si ritenevano sotto la Legge mosaica, inclusi i Dieci Comandamenti: “come mai vi rivolgete di nuovo alle deboli e meschine cose elementari e volete nuovamente essere loro schiavi? Voi osservate scrupolosamente giorni e mesi e stagioni e anni.Temo per voi, che in qualche modo io mi sia affaticato senza scopo riguardo a voi” (Galati 4:9-11). Insistere nell’osservare comandamenti e decreti della Legge mosaica era per quei cristiani come rinnegare il sacrificio di Cristo il cui scopo era liberare dalla terribile oppressione del peccato e della morte! Non è infatti ubbidendo a quella Legge che si ottiene l’approvazione di Dio, ma riconoscendo il valore espiatorio del sacrificio di Gesù ed esercitando fede in lui ubbidendo ai suoi comandamenti, come è scritto: “l’uomo è dichiarato giusto non a motivo delle opere della legge, ma solo per mezzo della fede verso Cristo Gesù … noi abbiamo riposto la nostra fede in Cristo Gesù, affinché siamo dichiarati giusti a motivo della fede verso Cristo, e non a motivo delle opere della legge, perché a motivo delle opere della legge nessuna carne sarà dichiarata giusta” (Galati 2:16).

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(*) – Gli amorrei erano la tribù principale o dominante del paese di Canaan. Secondo diversi storici a motivo di ciò sotto il nome di amorrei vennero indicate tutte le popolazioni di Canaan, includendo quindi ittiti, ferezei, cananei, ivvei e gebusei. Quelle popolazioni erano dedite odiose pratiche religiose. Esse sono così descritte: “L’adorazione di Baal, Astoret e altri dèi cananei consisteva nelle orge più sfrenate; i loro templi erano centri del vizio … I cananei praticavano il culto dandosi all’immoralità … quindi assassinavano i loro primogeniti come sacrificio a quegli stessi dèi … Un’altra pratica orribile era quella dei cosiddetti ‘sacrifici di fondazione’. Quando dovevano costruire una casa, sacrificavano un bambino, il cui corpo veniva inglobato nel muro” (Halley’s Bible Handbook di Henry H. Halley). Quel riferimento al loro “errore” che non era ancora “giunto al compimento”, oltre ad attestare la pazienza di Dio verso i malvagi, dimostra che Egli non è disposto a tollerare a tempo indefinito le loro cattive azioni. Pertanto, al culmine della sua pazienza, Dio usò gli Israeliti, una volta liberati dalla schiavitù egiziana, come strumento di esecuzione del suo avverso giudizio contro quelle persone così degradate e irrecuperabili, dopo aver aspettato per 430 anni prima di intervenire per porre fine alla loro malvagità (cfr. Deuteronomio 9:5). A tutti quelli che accusano Geova di essere un Dio sanguinario per aver fatto sterminare quelle popolazioni, l’autore del citato libro risponde: “Una civiltà così abominevole, sordida e brutale aveva ancora il diritto di esistere? … Gli archeologi che scavano fra le rovine delle città cananee si chiedono perché Dio non li abbia distrutti prima”.
(**) – Alcuni dicono che la Legge era divisa in due parti: i Dieci Comandamenti, che definiscono “legge morale”, e le altre leggi, definite “legge cerimoniale”. Essi affermano che ciò che ebbe fine furono le altre leggi, mentre i Dieci Comandamenti rimasero. Ma questa è una mera interpretazione umana, non corrisponde a verità. Nel Sermone del Monte Gesù citò dai Dieci Comandamenti come pure da altre parti della Legge, senza fare alcuna distinzione fra loro, dimostrando che la Legge di Mosè era un corpo unico di norme e non divisa in due parti. Egli disse: “Avete udito che fu detto agli antichi: ‘Non devi assassinare [Eso. 20:13; sesto comandamento]’ … Se, dunque, porti il tuo dono all’altare [Deut. 16:16, 17; non faceva parte dei Dieci Comandamenti] … Avete udito che fu detto: ‘Non devi commettere adulterio [Eso. 20:14; settimo comandamento]’. Inoltre fu detto: ‘Chiunque divorzia da sua moglie, le dia un certificato di divorzio [Deut. 24:1; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’. Avete udito che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente [Eso. 21:23-25; non faceva parte dei Dieci Comandamenti]’” (Matteo 5:21,23,27,31,38).
Nota – Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla comodamente con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XIV

“PER MEZZO DI LUI ABBIAMO LA LIBERAZIONE PER RISCATTO MEDIANTE IL SUO SANGUE”

Efesini 1:7

 Anteprima
La questione del corretto uso del sangue occupa da millenni il dibattito umano. In tutto il corso della sua storia l’uomo ha liberamente usato il sangue come nutrimento, e perfino come veleno, oltre che per ispirare profeti e profetesse, per legare cospiratori, per suggellare trattati e, oggi più che mai, per scopi medici. Pochi però hanno tenuto conto del punto di vista di colui che il sangue l’ha creato, Geova Dio. Ripetute volte il nostro Creatore ha espresso il suo punto di vista sul sangue: poco dopo la ribellione dei nostri progenitori, quando uno dei loro figli assassinò  suo fratello, Dio gli disse: “Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Agli occhi di Geova il sangue di Abele rappresentava la sua vita, che era stata stroncata. Quindi era come se il sangue di Abele gridasse vendetta a Dio. Subito dopo il Diluvio noetico, dopo aver autorizzato gli uomini a mangiare anche carne animale, disse loro: “Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3,4). Joseph Benson, erudito biblico e uno dei primi presidenti della Conferenza Metodista, scrisse al riguardo: “Bisogna osservare che questa proibizione di mangiar sangue, data a Noè … non è mai stata revocata” (Joseph Benson The Holy Bible, Containing the Old and New Testaments). Questo stesso comando fu ripetuto quando Dio diede la Legge al popolo di Israele. La sua norma recitava: “L’anima della carne è nel sangue … e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione … Nessun’anima di voi deve mangiare sangue” (Levitico 17:11-13). Quanto era importante l’osservanza di tale norma? Dio disse: “Chiunque lo mangi sarà stroncato” (Levitico 17:14).
Quel comando non era un semplice rito religioso né una mera disposizione dietetica, come molti sono portati a credere, ma si basava su un importante princìpio divino: la santità della vita. La vita è sacra perché appartiene a colui che l’ha data, Geova Dio (cfr. Salmo 36:9). Dal punto di vista di Dio il sangue rappresenta la vita di ogni sua creatura e ha un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. Perciò Dio ha riservato l’uso del sangue soltanto in relazione a questo scopo e questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato come prezzo di riscatto dal peccato e dalla morte. Per questo motivo quando Dio istituì la chiesa cristiana formata dai discepoli di Cristo che esercitavano fede nel valore propiziatorio del suo sacrificio, ispirò coloro che nel I secolo guidavano quella chiesa a scrivere: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29). Essi considerarono il divieto divino relativo al sangue una questione ancora valida e molto seria tanto che la sua violazione era considerata un peccato pari all’immoralità e all’idolatria!
Che dire di noi? Il nostro punto di vista sull’uso del sangue corrisponde a quello di Dio?

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William Blackstone, giurista e accademico britannico del XVIII secolo noto per aver scritto il celebre trattato storico-analitico Commentaries on the Laws of England, opera che ancor oggi rappresenta una fonte importante per le ricostruzioni degli orientamenti classici del common law, il modello di ordinamento giuridico diffuso in tutti i paesi anglofoni, parlando della vita disse che è “l’immediato dono di Dio”. Questa sua dichiarazione concorda con ciò che circa 3.000 anni prima già aveva affermato un saggio governate, il re israelita Davide, il quale, rivolgendosi al Creatore, Geova Dio, disse: “Presso di te è la fonte della vita” (Salmo 36:9).
Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” – Genesi 4:10
Quando nasce ogni essere umano viene in possesso del prezioso “dono” della vita senza averlo chiesto, ciò nondimeno ne è considerato responsabile non solo nell’ambito della collettività in cui vive, che ha fatto leggi per sostenerlo e proteggerlo, ma soprattutto da Colui che questo “dono” l’ha dato, Dio stesso che chiama ciascuno a esserne degno. Fu per questo motivo che, fin dagli albori della storia dell’umanità, Geova Dio indicò chiaramente che non lasciava agli esseri umani la facoltà di fare uso, o abuso, della vita a loro piacimento. Quando, infatti, il primo figlio di Adamo ed Eva, Caino, divorato dalla gelosia soppresse la vita innocente di suo fratello Abele, Dio gli chiese conto del suo atto dicendo: “Che hai fatto? Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo” (Genesi 4:10). Con queste parole rese noto che la vita di Abele, che era stata brutalmente stroncata, era rappresentata dal suo sangue versato sul suolo e gridava a Dio vendetta.
Circa 1.300 anni dopo Geova ritornò sull’argomento rivolgendosi ai superstiti del Diluvio con il quale distrusse la maggioranza delle persone che allora vivevano sulla terra ma non mostravano il giusto apprezzamento per il dono della vita poiché “avevano riempito la terra di violenza” (cfr. Genesi 6:5-7,13). A quelle otto anime sopravvissute Dio rivelò altri particolari in merito al suo punto di vista sulla vita e il sangue dicendo loro: “Ogni animale che si muove ed è in vita vi serva di cibo. Come nel caso della verde vegetazione vi do in effetti tutto questo. Solo non dovete mangiare la carne con la sua anima, il suo sangue” (Genesi 9:3, 4). Questo decreto che Dio diede tramite Noè fu un importante passo avanti nell’adempimento del Suo proposito relativo al sangue, proposito che avrebbe permesso agli esseri umani di ottenere la vita eterna.
Quindi aggiunse: “Richiederò il sangue delle vostre anime. Lo richiederò dalla mano di ogni creatura vivente; e dalla mano dell’uomo, dalla mano di ciascuno che gli è fratello, richiederò l’anima dell’uomo. Chiunque sparge il sangue dell’uomo, il suo proprio sangue sarà sparso dall’uomo, poiché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo” (Genesi 9:5,6). Da questa dichiarazione rivolta all’intera famiglia umana si comprende che agli occhi di Dio il sangue rappresenta la vita dell’uomo. Il Creatore gli dà la vita e nessuno dovrebbe sopprimere quella vita, rappresentata dal sangue. Se, come Caino, qualcuno commette un omicidio, il Creatore ha il diritto di ‘richiedere’ la vita dell’omicida. Dio, dunque,  intese vietare agli esseri umani di fare un uso errato del sangue. Perché? La risposta è legata a uno dei più importanti insegnamenti della Bibbia, che sta alla radice stessa del messaggio cristiano. Quale?
è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso” – Levitico 17:11
800 anni dopo il Diluvio Geova liberò la nazione di Israele, che aveva scelto come suo popolo, dalla schiavitù egiziana e le diede il suo codice della Legge. Questo costituì un ulteriore passo nell’adempimento del suo proposito. Quella Legge richiedeva di fare a Dio delle offerte; queste potevano essere di cereali, di olio e di vino, i prodotti tipici della terra che Egli aveva donato loro, ma anche sacrifici di animali. Riguardo a questi Dio comandò: “L’anima della carne è nel sangue, e io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre, perché è il sangue che fa espiazione mediante l’anima in esso. Per questo ho detto ai figli d’Israele: ‘Nessun’anima di voi deve mangiare sangue. In quanto a qualunque uomo dei figli d’Israele o a qualche residente forestiero che risiede come forestiero in mezzo a voi il quale prenda a caccia una bestia selvaggia o un volatile che si può mangiare, ne deve versare in tal caso il sangue e lo deve coprire di polvere’” (Levitico 17:11-13). Dunque, se qualcuno, per esempio un cacciatore o un contadino, avesse ucciso un animale per mangiarlo, avrebbe dovuto scolarne il sangue e coprirlo con la polvere (cfr. il v. 13). Poiché, come si afferma nelle Scritture, la terra è ‘lo sgabello dei piedi di Dio’ (cfr. Isaia 66:1), versando il sangue a terra la persona riconosceva che la vita veniva restituita al suo Datore.
Quel comando non era un semplice rito religioso senza alcuna importanza per quel popolo. Consideriamo perché gli Israeliti non dovevano mangiare il sangue degli animali uccisi. Dopo aver dato il comando “Nessun’anima di voi deve mangiare sangue”, Dio ne spiegò il motivo dicendo: “Io stesso ve l’ho messo sull’altare per fare espiazione per le anime vostre”. Dunque la ragione principale per cui gli israeliti non dovevano mangiare sangue non era dietetica, non riguardava gli eventuali rischi per la salute, ma era data dal fatto che agli occhi di Dio il sangue aveva un significato speciale nella realizzazione del suo proposito. Egli aveva attribuito al sangue un grande valore poiché rappresentava la vita e avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’espiazione dei peccati e nella salvezza delle sue creature umane. L’apostolo cristiano Paolo, infatti, qualche secolo dopo fu da Dio stesso ispirato a scrivere: “Quasi tutte le cose sono purificate col sangue secondo la Legge, e se il sangue non è versato non ha luogo nessun perdono” (Ebrei 9:22).
Tuttavia l’apostolo fu anche ispirato a scrivere: “Mediante questi sacrifici c’è di anno in anno un ricordo dei peccati, poiché non è possibile che il sangue di tori e di capri tolga i peccati” (Ebrei 10:1-4). Sembra qui che ci sia una contraddizione di termini poiché l’apostolo prima dice che il sangue ‘purificava’ e permetteva il perdono dei peccati, poi scrive che il sangue degli animali sacrificati ‘non toglieva i peccati’. Ma lo stesso apostolo ne spiega il motivo. Parlando della Legge in un’altra delle sue lettere Paolo spiegò: “Essa fu aggiunta per rendere manifeste le trasgressioni, finché arrivasse il seme al quale era stata fatta la promessa; e fu trasmessa mediante angeli per mano di un mediatore [Mosè]” (Galati 3:19). I sacrifici disposti dalla Legge mosaica, quindi, erano transitori e servivano a uno scopo: dovevano ricordare agli Israeliti che erano peccatori e che avevano bisogno di qualcosa di più del versamento di sangue animale per ottenere il perdono in senso pieno dei loro peccati. In base alla perfetta giustizia di Dio quei sacrifici non avrebbero mai potuto cancellare definitivamente i disastrosi effetti del peccato ereditato da Adamo fin dalla nascita. Ci voleva un sangue, o una vita del valore corrispondente a quella persa da Adamo per bilanciare il suo errore e cancellarne definitivamente le conseguenze.
Per mezzo di lui abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue” – Efesini 1:7
In realtà la Legge additava qualcosa di molto più efficace per adempiere la volontà di Dio. Lo stesso apostolo fu ispirato a scrivere: “La Legge ha un’ombra delle buone cose avvenire, ma non la sostanza stessa delle cose” (Ebrei 10:1). La realtà si incentrava sulla morte di Gesù Cristo, come scrisse ancora l’apostolo: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi” (Romani 5:8) e con la sua morte “diede se stesso come riscatto corrispondente per tutti” (1Timoteo 2:6). Morendo per noi, Cristo ha provveduto un riscatto per coprire i peccati del genere umano. La sua perfetta vita umana corrispondeva esattamente a quella persa da Adamo con la sua ribellione. Egli la cedette in una morte di sacrificio a favore del genere umano. Quel riscatto è alla base del messaggio cristiano, come è scritto: “come per mezzo di un solo fallo risultò a uomini di ogni sorta la condanna, similmente anche per mezzo di un solo atto di giustificazione è risultato a uomini di ogni sorta che sono dichiarati giusti per la vita.Poiché come per mezzo della disubbidienza di un solo uomo molti furono costituiti peccatori, similmente anche per mezzo dellubbidienza di uno solo molti saranno costituiti giusti” (Romani 5:18,19).
Trattando lo stesso argomento nella lettera scritta ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo aggiunse un importante particolare per capire l’intera questione. In essa si legge: “Per mezzo di lui [Cristo Gesù] abbiamo la liberazione per riscatto mediante il suo sangue, sì, il perdono dei nostri falli, secondo la ricchezza della sua immeritata benignità” (Efesini 1:7). Egli associa alla parola “riscatto” l’espressione “mediante il suo sangue”. Certamente l’apostolo aveva in mente quanto, sotto la Legge mosaica, accadeva durante l’annuale Giorno di Espiazione. Quel giorno il sommo sacerdote entrava nel Santissimo del tabernacolo o del tempio, portando con sé parte del sangue degli animali che venivano sacrificati per presentarlo dinanzi a Dio. Perciò l’ispirato apostolo disse che Cristo, ricalcando quel modello, “entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:12). Questo avvenne 40 giorni dopo la sua risurrezione dalla morte. Alla risurrezione egli non riprese la vita umana, ma fu destato come creatura spirituale (cfr. 1 Pietro 3:18). Come creatura spirituale poté tornare in cielo, da dove era venuto, “per comparire dinnanzi alla persona di Dio per noi” e presentare al Padre il valore del suo sangue, cioè la sua perfetta vita umana come offerta, o sacrificio, che poteva togliere i peccati (Ebrei 9:24,26).

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Ogni anno, il giorno di Espiazione, il sommo sacerdote aaronnico oltrepassava la cortina, o divisorio, nel santuario ed entrava nel compartimento denominato Santissimo con il sangue degli animali sacrificati per aspergerlo davanti al coperchio del propiziatorio (Espiatorio) dell’Arca del Patto. In questo modo egli faceva espiazione per i peccati suoi e della sua casa o tribù levitica e quindi per i peccati del popolo d’Israele. Questa era la procedura per l’espiazione stabilita dal patto della Legge di Mosè. Ricalcando quel modello Cristo Gesù, risuscitato con un corpo spirituale dopo la sua morte di sacrificio, entrò nell’antitipico Santissimo, cioè “nel cielo stesso, per comparire ora dinanzi alla persona di Dio per noi” (Ebrei 9:24). Lì presentò a Dio il valore del suo sacrificio. L’ispirato apostolo Paolo così lo spiegò: “Quando Cristo venne come sommo sacerdote … entrò una volta per sempre nel luogo santo, no, non con sangue di capri e di giovani tori, ma col proprio sangue, e ottenne per noi una liberazione eterna” (Ebrei 9:11,12). Versando il suo sangue, cioè cedendo la sua perfetta vita umana in sacrificio, Cristo aveva pagato il riscatto per l’incolpevole razza umana che aveva ereditato l’imperfezione e la morte dal suo ribelle progenitore, Adamo. Ora, esercitando fede in questo provvedimento di Dio le singole persone potevano ottenere il perdono dei loro peccati e ciò che Adamo aveva perso anche per loro: la vita eterna.
Allo spirito santo e a noi è parso bene … che vi asteniate … dal sangue e da ciò che è strangolato” – Atti 15:28,29
Questa rivelata verità divina ci aiuta ad afferrare in tutta la sua straordinaria portata ciò che la Bibbia dice riguardo al sangue: perché Dio lo considera in un certo modo, come dovremmo considerarlo noi e perché dovremmo rispettare le restrizioni imposte da Dio sull’uso del sangue.
Non c’è dubbio che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Egli ha riservato il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù. Come dovrebbe influire questo sulle nostre decisioni e sulle nostre azioni?
Adam Clarke, noto studioso biblico del XIX secolo, scrisse riguardo al comando di non mangiare sangue riportato nella Bibbia: “Sotto la legge non si mangiava il sangue, perché la legge additava che esso doveva essere versato per il peccato del mondo; e il sangue non si deve mangiare nemmeno sotto il Vangelo, perché si deve sempre considerare che esso rappresenta il sangue che è stato versato per la remissione dei peccati”. Perché Clarke fece questo commento? Come è noto dopo la morte di Gesù i suoi discepoli non furono più tenuti ad osservare la Legge mosaica perché questa aveva adempiuto il suo scopo di essere il “tutore che conduce a Cristo” (cfr. Galati 3:24). L’apostolo Paolo fu infatti ispirato a scrivere che “[Dio] … cancellò il documento scritto a mano contro di noi, che consisteva in decreti e che ci era contrario; ed Egli l’ha tolto di mezzo inchiodandolo al palo di tortura” (Colossesi 2:14). Tuttavia alcuni ebrei divenuti cristiani erano restìi ad accettare questa nuova disposizione e ritenevano che tutte le centinaia di leggi che Dio aveva dato tramite Mosè fossero ancora in vigore. Così, con l’afflusso dei cosiddetti “gentili”, cioè persone non di stirpe ebraica, nella chiesa cristiana essi posero la questione se questi dovevano essere circoncisi come comandato dalla Legge (cfr. Levitico 12:2,3,48; Atti 15:1).
Tale questione fu portata all’attenzione degli “apostoli” e degli “anziani” a Gerusalemme (cfr. Atti 15:2). Evidentemente questi erano considerati un autorità nelle questioni di fede per tutta la chiesa cristiana sparsa nel mondo. Il racconto ispirato dice che essi esaminarono attentamente cosa dicevano le Scritture al riguardo, ascoltarono le testimonianze degli apostoli Pietro e Paolo su come Dio aveva accettato i “gentili” nella nuova chiesa cristiana e pregarono per ricevere l’aiuto dello spirito santo (cfr. Atti 15:12-18). Quindi presero questa decisione: “Allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete” (Atti 15:28,29).
Come si evince dalla loro decisione gli “apostoli” e gli “anziani” interpellati consideravano l’‘astenersi dal sangue’ essenziale dal punto di vista morale quanto l’astenersi dall’immoralità sessuale o dall’idolatria. Consideravano il divieto divino relativo al sangue una questione molto seria! Quanto seria? Nella sua lettera ai Corinti l’apostolo Paolo menzionò il peccato di idolatria e i peccati sessuali meritevoli di morte, in maniera corrispondente non tenere conto della legge divina sul sangue avrebbe portato alla morte eterna (cfr. 1Corinti 6:9,10). Per questo motivo quella decisione fu messa per iscritto e fu inviata a tutte le comunità cristiane sparse nel mondo allora conosciuto affinché venisse osservata! Essa rafforzò la fede di tutti i cristiani (cfr. Atti 16:4,5). Tutt’oggi quella decisione fa parte dell’ispirata Parola di Dio per nostro monito.
A conferma di quando sopra, Tertulliano, scrittore romano e apologeta cristiano del II-III secolo d.C., nella sua opera Apologeticum scrisse: “Noi non abbiamo tra i nostri alimenti neppure il sangue degli animali … Per torturare i cristiani porgete loro anche dei sanguinacci, perché siete ben certi che sono un cibo a loro proibito”. I primi cristiani erano decisi a non mangiare sangue nonostante le minacce di morte. Ma il decreto degli “apostoli” e degli “anziani” aveva una valenza che andava oltre il semplice mangiare sangue. Esso diceva specificatamente di astenersi “da ciò che è strangolato”, poiché la carne degli animali strangolati conteneva ancora il sangue, poi comandava anche di “astenersi dal sangue”. Come doveva essere inteso questo ulteriore comando? Ancora Tertulliano lo spiega nell’opera citata. Scrisse infatti: “Dove mettete tutti quelli che durante uno spettacolo gladiatorio corrono a bere ingordamente, per curarsi il morbo comiziale [l’epilessia], il sangue ancor caldo sgorgante dalla strozza dei delinquenti sgozzati nell’arena?” In quel tempo il sangue veniva impiegato anche per curare malattie, come l’epilessia, o per migliorare la salute. Facendo quindi il contrasto con il comportamento dei cristiani Tertulliano osservò che essi non assumevano sangue nemmeno per ragioni “mediche”. Mantenevano tale posizione anche a rischio della vita.

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Tertulliano, scrivendo in difesa delle convinzioni dei primi cristiani, disse: “Comprenderemo che il divieto del ‘sangue’ è un divieto che vale assai più per il sangue umano” (The Ante-Nicene Fathers – Vol. IV, di Arthur Cleveland Coxe, Alexander Roberts, James Donaldson e Philip Schaff). Nella sua opera Apologeticum fece riferimento ai romani che correvano a bere ingordamente il sangue dei gladiatori morenti nelle arene per curare l’epilessia e li mise in contrasto con i cristiani che non mangiavano “neppure  il sangue degli animali”. Cercare di curare malattie col sangue era una pratica assai diffusa nell’antichità. Reay Tannahill, storica e saggista inglese, nel suo libro Flesh & Blood: A History of the Cannibal Complex, ha scritto che già gli egiziani consideravano il sangue “il rimedio sovrano per la lebbra”. La pratica di bere sangue per curare malattie venne poi sostituita, a iniziare dal XVI secolo, con quella trasfusionale. Thomas Bartholin, famoso anatomista danese, nel trattato De sanguinis abusu disputatio scrisse al riguardo: “Coloro che sostengono si debba usare sangue umano come rimedio interno per le malattie evidentemente ne abusano e peccano in modo grave. I cannibali sono condannati. Non aborriamo forse coloro che bevono sangue umano? È una cosa simile ricevere, o per bocca o con strumenti atti a trasfonderlo, sangue altrui da una vena incisa … Entrambi i modi di prendere sangue servono al medesimo scopo, quello di alimentare o risanare con questo sangue un corpo malato”.
Per riassumere e concludere, quindi, la Bibbia rivela che il sangue ha un significato speciale agli occhi di Dio. Noi dovremmo considerarlo allo stesso modo. Il nostro Creatore ha deciso di riservare il sangue a un unico uso di grande importanza, il solo che rende possibile la vita eterna. Questo uso ha a che fare col prezioso sangue di Gesù che fu versato per il perdono dei nostri peccati. L’apostolo Paolo fu ispirato da Dio a scrivere al riguardo: “Non avevate nessuna speranza ed eravate senza Dio nel mondo. Ma ora unitamente a Cristo Gesù, voi che una volta eravate lontani, vi siete avvicinati mediante il sangue del Cristo” (Efesini 2:12,13). Dovremmo coltivare profondo rispetto per il sangue e il suo significato simbolico. Dio l’ha scelto come simbolo della vita di tutte le sue creature pertanto è un elemento “sacro” e come tale Dio ne ha limitato l’uso alla realizzazione del suo piano di salvezza del genere umano mediante il sacrificio di riscatto di Cristo.

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Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE E’ UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XIII

“IN REALTÀ, CRISTO, LA NOSTRA PASQUA, È STATO SACRIFICATO”

1Corinti 5:7

Anteprima
Cosa significa per voi la Pasqua? Per molti è la più importante festa religiosa dell’anno, quella che celebra la risurrezione di Gesù Cristo tre giorni dopo essere stato messo a morte. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica è la « festa delle feste », la « solennità delle solennità » e la fa risalire al Concilio di Nicea del 325 d.C. quando “tutte le Chiese si sono accordate perché la Pasqua cristiana sia celebrata la domenica che segue il plenilunio (14 Nisan) dopo l’equinozio di primavera” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1169, 1170). Perché dal 325 d.C.? … perché non risulta da nessuna parte della Parola di Dio che gli apostoli e i discepoli di Gesù dei primi secoli festeggiassero una pasqua di risurrezione nella data scelta al Concilio di Nicea. Per quale motivo non la festeggiavano? Perché il loro Signore Cristo Gesù aveva comandato loro di fare ben altro! La sera in cui si radunò con i suoi fedeli apostoli per l’ultima volta, il 14 nisan del 33 A.D., dopo aver osservato ancora una volta la pasqua ebraica, Gesù istituì una nuova cerimonia chiamata nella Bibbia la “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore” (cfr. 1Corinti 11:20). Il racconto evangelico narra che Gesù prese dalla tavola uno dei pani non lievitati, rese grazie in preghiera, lo spezzò e lo diede agli undici per mangiarlo dicendo loro: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore”. Poi prese un calice di vino rosso e, dopo aver pronunciato una benedizione, lo porse loro e invitandoli a bere disse: “Questo significa il mio ‘sangue del patto’, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28). Quindi comandò loro: “Continuate a far questo in ricordo di me” (Luca 22:19). Quella semplice cerimonia è ciò che da allora in poi i suoi discepoli avrebbero dovuto osservare in sostituzione della pasqua ebraica che, avendo adempiuto il suo significato profetico, venne abrogata. Questo è esattamente quello che gli apostoli e tutti i cristiani dei primi secoli facevano ogni anno in ricorrenza del 14 nisan, come testimoniò l’apostolo Paolo il quale, sotto ispirazione divina, scrisse: “il Signore Gesù nella notte in cui stava per essere consegnato prese un panee, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo significa il mio corpo che è a vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E fece similmente riguardo al calice, dopo aver preso il pasto serale, dicendo: Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue. Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in ricordo di me.Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1Corinti 11:23-26). Dunque non la risurrezione i cristiani dovevano festeggiare, ma commemorare la morte di Cristo. Allora, da dove ebbe origine la celebrazione della Pasqua di risurrezione? … …

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Venerdì 12 giugno 2015, durante un incontro del ritiro mondiale dei sacerdoti tenuto a Roma, il papa della Chiesa Cattolica, Francesco, ha proposto che la sua Chiesa e quella Ortodossa calcolino la Pasqua nello stesso modo, festeggiandola così lo stesso giorno. Questa questione della differenza di data nell’osservare la festa ha diviso per secoli i cattolici dagli ortodossi. Il motivo va ricercato nel diverso modo di calcolare la data: gli ortodossi infatti la calcolano basandosi sul calendario giuliano che fu in uso anche nella Chiesa Cattolica fino al 1582, poi da questa sostituito con quello gregoriano. Certo, è una situazione abbastanza bizzarra poiché cattolici e ortodossi leggono praticamente gli stessi testi, e hanno credenze molto simili, tuttavia sono divisi nell’osservare quella che considerano una delle principali, se non la più importante, festa cristiana. In ogni caso entrambe le chiese concordano nell’osservare con la Pasqua la risurrezione di Cristo.
Come le due chiese summenzionate anche la maggioranza di quelle cosiddette “protestanti” o della riforma festeggiano con la Pasqua la risurrezione di Cristo. Si distinguono però nell’applicare il relativo cerimoniale. Una loro caratteristica peculiare infatti è quella di associare a tale festività la “Santa Cena” o “Cena del Signore” o “Santa Comunione”, come comunemente viene chiamata tale cerimonia, ma anche qui le celebrazioni si differenziano notevolmente tra una chiesa e un’altra. Tutte tali differenze sono fortemente sospette e danno da pensare sulla genuinità degli insegnamenti di dette chiese. Cristo infatti pregò affinché i suoi discepoli fossero uniti nella fede proprio come lo erano lui e il Padre (cfr. Giovanni 17:11,20,21), parole che spinsero poi l’apostolo Paolo e scrivere a tutti i veri cristiani: “vi esorto, fratelli, per il nome del nostro Signore Gesù Cristo, a parlare tutti concordemente, e a non avere fra voi divisioni, ma ad essere perfettamente uniti nella stessa mente e nello stesso pensiero” (1Corinti 1:10).
Perché allora la mancanza di unità si riscontra in tutte quelle chiese che si dichiarano “cristiane”? Lo stesso apostolo lo spiegò scrivendo: “fra voi stessi sorgeranno uomini che diranno cose storte per trarsi dietro i discepoli” (Atti 20:30). Dunque la divisione è causata da “cose storte” cioè da insegnamenti umani spacciati per insegnamenti divini, tendenza che aveva già portato alla rovina gli antichi servitori di Dio, gli ebrei. Ai loro capi religiosi Gesù infatti aveva detto: “avete reso la parola di Dio senza valore a causa della vostra tradizione”. Questo è accaduto anche nel cristianesimo. Uomini egoisti e desiderosi di preminenza hanno introdotto nella chiesa cristiana dogmi e precetti che non hanno fondamento nella Parola di Dio ma si basano su una “tradizione” umana a cui hanno dato più valore che agli insegnamenti divini. Il risultato è stato quello dichiarato da un altro fedele apostolo di Gesù, Pietro, che scrisse: “Questi introdurranno quietamente distruttive sette e rinnegheranno anche il proprietario che li ha comprati” (2Pietro 2:1). Ecco dunque da dove ha avuto origine la mancanza di unità negli insegnamenti e nella pratica religiosa riscontrabile tra le tante religioni che si dichiarano “cristiane”.
Questo è lo statuto della pasqua” – Esodo 12:43
Prendiamo ad esempio proprio la Pasqua insieme alla “Santa Cena”, o come si vuol chiamare. Cosa impariamo dalla Parola di verità di Dio, la Bibbia, al riguardo e cosa possiamo notare confrontandola con i vari insegnamenti delle chiese cosiddette “cristiane”?
Della “pasqua” si parla per la prima volta nelle Scritture in relazione con la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù egiziana avvenuta nel 1513 a.C. Se ne parla come di una celebrazione commemorativa. In Esodo 12:25-27 si legge: “E deve avvenire che quando sarete entrati nel paese che Geova vi darà, proprio come ha dichiarato, dovrete osservare questo servizio. E deve avvenire che quando i vostri figli vi diranno: ‘Che cosa significa questo servizio per voi?’ allora dovrete dire: ‘È il sacrificio della pasqua a Geova, che passò oltre le case dei figli d’Israele in Egitto quando piagò gli egiziani, ma liberò le nostre case’”. Infatti, la parola ebraica da cui deriva, pèsach, significa “passare oltre” e ricordava che l’angelo di Geova la notte in cui sterminò i primogeniti d’Egitto passò oltre i primogeniti di Israele. Tutto questo avvenne nel I mese del calendario sacro ebraico, nisan, il 14° giorno del mese.
Quattro giorni prima del 14, nel decimo giorno, Dio disse agli Israeliti che avrebbero dovuto iniziare a prepararsi per qualcosa che sarebbe successo il 14, al tramonto (per gli ebrei il giorno cominciava al tramonto e finiva a quello successivo). Essi dovevano procurarsi un agnello (o un capretto) poi la sera di inizio del 14° giorno avrebbero dovuto ucciderlo, arrostirne la carne e mangiarla insieme a pani non fermentati ed erbe amare (cfr. Esodo 12:3-8). Il sangue di quell’animale doveva poi esser spruzzato sugli stipiti e sull’architrave della porta delle loro case in modo che, quando l’angelo di Dio sarebbe passato attraverso il paese per colpire i primogeniti d’Egitto, vedendo il sangue sarebbe passato oltre risparmiando i primogeniti degli israeliti (cfr. Esodo 12:12,13,22,23). Questo è proprio ciò che accadde! Dopo quella tremenda ultima piaga l’orgoglioso Faraone egiziano si decise a fare ciò che Dio gli aveva comandato: liberare il suo popolo dalla schiavitù. (cfr. Esodo 12:29-32). Pertanto Dio, comandò agli Israeliti di ricordare quella liberazione negli anni a venire; disse loro: “Questo giorno vi deve servire di memoriale, e lo dovete celebrare come festa a Geova per tutte le vostre generazioni. Lo dovreste celebrare come uno statuto a tempo indefinito” (Esodo 12:14). Così dal momento in cui entrarono nella terra promessa, ogni anno, il 14° giorno del mese di nisan, gli Israeliti iniziarono a ricordare quell’avvenimento osservando la pasqua (cfr. Esodo 12:25; 13:5). 

Impariamo dal grande Insegnante    Impariamo dal grande Insegnante

In realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato
Continuate a far questo in ricordo di me” – Luca 22:19
1545 anni dopo, nel 33 d.C., il 13 nisan, dato che si avvicinava il giorno “in cui si doveva sacrificare la vittima pasquale”, Cristo disse a Pietro e Giovanni: “Andate e preparateci la pasqua affinché la mangiamo” (Luca 22:7,8). Egli e i suoi apostoli erano tutti ebrei, nati sotto la Legge mosaica, perciò erano tenuti a osservarla. Quella era la quarta pasqua che Gesù si apprestava a celebrare da quando aveva iniziato il suo ministero terreno, dopo il suo battesimo (per le altre tre volte leggi Giovanni 2:3; 5:1; 6:4). “Infine, quando fu venuta l’ora”, dopo il tramonto da cui iniziò il 14 nisan, Gesù mangiò la cena pasquale con i suoi apostoli. A tavola egli approfittò di quell’occasione per insegnare ai suoi apostoli alcune preziose lezioni. Rammentò loro l’importanza dell’amore fraterno dicendo: “Vi do un nuovo comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri.Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore fra voi” (Giovanni 13:34,35). Poi li rassicurò dicendo che avrebbe mandato lo spirito santo a ‘insegnare e ricordare loro tutte le cose che aveva detto’ (cfr. Giovanni 14:25,26). Quindi pronunciò una fervida e incoraggiante preghiera con la quale chiese al Padre di vegliare su di loro (Giovanni, capitolo 17).
Celebrata la pasqua ebraica, dopo aver identificato il traditore, Giuda Iscariota, e dopo averlo allontanato, Gesù fece qualcosa che non aveva mai fatto prima. Prende uno dei pani non lievitati, rende grazie in preghiera, lo spezza e lo dà agli undici per mangiarlo dicendo: “Questo significa il mio corpo che dev’essere dato in vostro favore”. Poi prende un calice di vino rosso e dopo aver pronunciato una benedizione, lo porge loro e li invita a bere dicendo: “Questo significa il mio ‘sangue del patto’, che dev’essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:26-28). Quindi comanda loro: “Continuate a far questo in ricordo di me” (Luca 22:19). Con queste parole egli istituì una nuova commemorazione che da allora in poi avrebbe sostituito la celebrazione della pasqua ebraica. Questa infatti, come molte altre disposizioni della Legge mosaica, era anch’essa “un ombra delle buone cose avvenire” (Ebrei 10:1). Perciò, esaurita la sua funzione profetica fu anch’essa soppressa. Scrisse infatti sotto ispirazione divina l’apostolo Paolo: “In realtà, Cristo, la nostra pasqua, è stato sacrificato” (1Corinti 5:7). Con il sacrificio di Cristo la Legge mosaica con tutti i suoi comandamenti, inclusi quelli relativi all’osservanza della pasqua, venne abrogata (cfr. Colossesi 2:13-16). 

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Continuate a far questo in ricordo di me
Dopo il 14 nisan del 33 A.D. la pasqua ebraica non venne più osservata dai discepoli di Gesù. Da allora i veri cristiani si sono riuniti una volta l’anno, nello stesso giorno, per celebrare la “Cena del Signore” o il “Pasto serale del Signore” al fine di commemorare la morte di Cristo, come Gesù aveva loro comandato di fare. La pasqua di risurrezione festeggiata dal cristianesimo apostata non ha un fondamento biblico ma è una festa che ha le sue radici nelle religioni pagane.

Il Regno di Dio è già una realtà!

io faccio un patto con voi … per un regno” – Luca 22:28-30
Ciò che accadde la notte del 14 nisan del 1513 a.C. fu pertanto una figura profetica di quello che poi si verificò il 14 nisan del 33 d.C. Quella notte stessa Gesù venne arrestato e successivamente, nello lo stesso giorno, venne processato, condannato e ucciso appeso al palo. Versò il suo sangue, che rappresentava la sua vita perfetta, lo stesso giorno in cui 1545 anni prima gli Israeliti versarono il sangue dell’agnello per la salvezza dei loro primogeniti. Come il sangue dell’agnello asperso sugli stipiti e sull’architrave della porta salvò la vita dei primogeniti di Israele, così il sangue di Cristo è servito per la salvezza della “congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli” (Ebrei 12:23,24). Chi sono questi?
Mentre erano a tavola Gesù aveva detto ai suoi fedeli apostoli: “Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore. Altrimenti, ve l’avrei detto, perché vado a prepararvi un luogo.E, se sarò andato e vi avrò preparato un luogo, verrò di nuovo e vi riceverò a casa presso di me, affinché dove sono io siate anche voi” (Giovanni 14:2,3). Promise quindi loro che li avrebbe portati “nella casa del Padre”, cioè in cielo dove lui stesso sarebbe andato, di lì a poco. Per quale motivo? In conclusione di quella cerimonia egli aggiunse: “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;e io faccio un patto con voi, come il Padre mio ha fatto un patto con me, per un regno,affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù dIsraele” (Luca 22:28-30). Quei discepoli, ed altri ancora, a motivo della loro fede nel valore del sacrificio di Cristo, avrebbero ricevuto il privilegio di affiancarlo, un giorno, nel Regno celeste come co-governanti. A conferma di ciò scrisse ancora l’apostolo: “continuo a sopportare ogni cosa per amore degli eletti, affinché essi pure ottengano la salvezza unitamente a Cristo Gesù con gloria eterna. Fedele è la parola: Certamente se morimmo insieme, pure vivremo insieme; se continuiamo e perseverare, insieme pure regneremo” (2Timoteo 2:10-12). Questi “eletti” sono quelli che compongono la “congregazione dei primogeniti che sono stati iscritti nei cieli”. Quanti sono?
Nella visione apocalittica l’apostolo Giovanni, uno di loro, ebbe da Cristo il privilegio di vederli proprio lì, sul celeste “monte Sion”, la simbolica sede del Regno di Dio (*), affianco all’Agnello, e scrisse: “E vidi, ed ecco, l’Agnello stava sul monte Sion, e con lui centoquarantaquattromila che avevano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulle loro fronti”. Poi aggiunse: “essi cantano come un nuovo cantico dinanzi al trono … e nessuno poteva imparare quel cantico se non i centoquarantaquattromila, che sono stati comprati dalla terra … Questi furono comprati di fra il genere umano come primizie a Dio e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). A questi, dunque, fu rivolto il comando di Gesù “Continuate a far questo in ricordo di me”. Perciò ogni anno, nel giorno che corrisponde al 14 nisan dell’antico calendario ebraico, dopo il tramonto, essi celebrano quella che viene chiamata “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore”. Con quale significato? L’apostolo Paolo lo spiegò scrivendo: “Poiché ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso, che il Signore Gesù nella notte in cui stava per essere consegnato prese un panee, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo significa il mio corpo che è a vostro favore. Continuate a far questo in ricordo di me”.E fece similmente riguardo al calice, dopo aver preso il pasto serale, dicendo: Questo calice significa il nuovo patto in virtù del mio sangue. Continuate a far questo, ogni volta che ne berrete, in ricordo di me.Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice, continuate a proclamare la morte del Signore, finché egli arrivi” (1Corinti 11:23-26).
Cosa si evince dalle Scritture sopraelencate?
1) – il comando di Dio di osservare la pasqua ebraica terminò di aver vigore con la morte di Cristo. Questa, infatti, era “un ombra delle buone cose avvenire” e aveva lo scopo di indirizzare la mente dei suoi adoratori al sacrificio più grande che Dio avrebbe disposto per la salvezza eterna del genere umano mediante il versamento del sangue dell’ “Agnello di Dio”, il figlio Cristo Gesù (cfr. Giovanni 1:29);
2) – la celebrazione pasquale venne quindi sostituita dalla commemorazione della morte di Cristo, una cerimonia chiamata “Cena del Signore” o “Pasto serale del Signore”, che va osservata una volta l’anno, la sera stessa in cui Gesù la istituì, cioè nel giorno che corrisponde al 14 nisan dell’antico calendario ebraico, dopo il tramonto (cfr. 1Corinti 11:23-26);
3) – quando Cristo la istituì la mise in relazione con due “patti” che concluse con i suoi discepoli: il “nuovo patto” e il “patto per un regno” (cfr. Luca 22:20,28-30). Entrambi i patti prevedevano che i partecipanti avrebbero avuto l’opportunità di essere re e regnare  insieme a Cristo Gesù nel Regno di Dio (cfr. 2Timoteo 2:10-12; Rivelazione o Apocalisse 5:8-10);
4) – gli “eletti” che avranno il privilegio di governare con Cristo nel reame celeste sono solo un numero limitato, stabilito da Dio in 144.000 (cfr. Rivelazione o Apocalisse 14:1-4). Questi sono gli unici autorizzati a partecipare alla “Cena del Signore” o al “Pasto Serale del Signore” prendendo gli emblemi del pane e del vino. Chi non ha questa chiamata, dice la Scrittura, prendendo gli emblemi “mangia e beve un giudizio contro se stesso” (cfr. 1Corinti 11:28,29).
ho altre pecore, che non sono di questo ovile” – Giovanni 10:16
Che dire allora di tutti quelli che non appartengono a questo gruppo di “eletti”, cioè scelti da Dio (cfr. Romani 8:16,17), ma che esercitano ugualmente fede nel valore del sacrificio di Cristo? Qual è la loro speranza? In Rivelazione o Apocalisse 7:9,10 essi vengono descritti come “una grande folla” appartenente ad “ogni nazione, tribù e popolo e lingua”, però non stanno sul “celeste monte Sion” per regnare insieme a Cristo, come i 144.000 “eletti”. Questi sono visti stare “davanti al trono di Dio” mentre gridano che anch’essi ottengono la salvezza grazie a Dio e all’Agnello. Questo non significa che sono in cielo, come alcuni pensano. La parola greca qui tradotta “dinanzi” è enòpion e significa letteralmente “alla vista di”. In diversi altri versetti biblici viene usata in riferimento a persone che mentre vivono sulla terra sono “dinanzi a” Dio o “alla vista di” Dio (cfr. ad esempio 1 Timoteo 5:21; 2 Timoteo 2:14; Romani 14:22; Galati 1:20). Chi sono dunque questi e qual è la loro speranza?
Riferendosi agli “eletti” che lo affiancheranno nel regno celeste Gesù disse: “Non aver timore, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha approvato di darvi il regno” (Luca 12:32). Poi in un’altra circostanza affermò: “ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo condurre” (Giovanni 10:16).
Queste “altre pecore” che non fanno parte dell’ovile del “piccolo gregge” composto dagli “eletti” sono i sudditi terreni del Regno di Dio, quei “giusti” che “possederanno la terra e vivranno su di essa per sempre” (Salmo 37:29). Non essendo incluse nel “patto per il regno” stipulato con Cristo queste persone quando celebrano la “Cena del Signore” o il “Pasto serale del Signore” non prendono gli emblemi, il pane e il vino, altrimenti ‘mangerebbero e berrebbero un giudizio contro se stessi’. Vi partecipano come semplici spettatori ricordando che anche loro beneficiano del sacrificio di Cristo, essendo dichiarati giusti per la loro fede nel valore espiatorio di quel sacrificio e ottenendo come ricompensa la vita eterna su una terra paradisiaca.
Alla luce di quando sopra esposto, che dire della Pasqua che festeggia la risurrezione di Cristo osservata da tante chiese cosiddette “cristiane”? Essa non ha un fondamento biblico. Sebbene tali chiese la facciano derivare dall’antica pasqua ebraica, non tengono conto del fatto che Gesù sostituì la festa ebraica non con la Pasqua di risurrezione, ma con la cena commemorativa della sua morte. Sull’origine della Pasqua di risurrezione un libro sulle usanze popolari spiega: “La tattica della Chiesa primitiva era invariabilmente quella di dare un significato cristiano alle cerimonie pagane ancora esistenti che non si riusciva a sradicare. Nel caso della Pasqua la trasformazione fu particolarmente facile. La gioia per il sorgere del sole letterale, e il risveglio della natura dalla morte invernale, divenne la gioia per il sorgere del Sole della giustizia, per la risurrezione di Cristo dalla tomba” (William S. Walsh, Curiosities of Popular Customs). Dunque tale festa è di chiara origine pagana!
E che dire della “Cena del Signore”? Anche qui la differenza di celebrazione tra le varie chiese e la difformità dal modello biblico è molto sospetta! La Chiesa Cattolica, ad esempio, la celebra ogni volta che dice messa con il rito dell’eucaristia, anche più volte al giorno. Tra le chiese cosiddette “protestanti” o della riforma anche c’è molta difformità e poca aderenza al modello biblico: alcune la celebrano una volta a settimana, il primo giorno della settimana, altre ogni tre o sei mesi. In ogni caso tutte queste chiese sono accumunate dal fatto che, contrariamente a quanto insegna la Sacra Scrittura, cioè che la partecipazione al pane e al vino è riservata solo a pochi “eletti”, tutti i loro fedeli possono partecipare prendendo gli emblemi,  ‘mangiando e bevendo un giudizio contro se stessi’!

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(*) – Il monte Sion era il luogo dove sorgeva l’antico tempio di Gerusalemme, il luogo dove Dio si radunava in modo rappresentativo con il suo popolo (cfr. Gioele 3:17). Per questo motivo Gerusalemme era chiamata “la città del gran Re” (cfr. Salmi 48:1,2; 135:21). Gerusalemme e il monte Sion rappresentarono quindi il dominio che Dio esercitava sul popolo di Israele e il luogo da cui si poteva ricevere aiuto, benedizione e salvezza. Appropriatamente è stato preso a simbolo del governo celeste, composto da Cristo e dai suoi 144.000 co-regnanti, che presto dominerà l’intera terra recando grandi benedizioni a tutto il genere umano che vi si sottometterà (cfr. Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 21:3,4).
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – XII

“DOVETE SANTIFICARE IL CINQUANTESIMO ANNO E PROCLAMARE LA LIBERTÀ NEL PAESE A TUTTI I SUOI ABITANTI”

Levitico 25:10

Anteprima
L’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Questo periodo è stato chiamato “Giubileo della misericordia”. Nella sua lettera al prelato a cui è stata affidata l’organizzazione dell’evento, il papa ha scritto: “Per vivere e ottenere l’indulgenza i fedeli sono chiamati a compiere un breve pellegrinaggio verso la Porta Santa, aperta in ogni Cattedrale o nelle chiese stabilite dal Vescovo diocesano, e nelle quattro Basiliche Papali a Roma, come segno del desiderio profondo di vera conversione … Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo” … Quanto c’è di vero e di spirituale in queste affermazioni?
In un editoriale pubblicato sul settimanale Il Venerdì di Repubblica, del 2 settembre 2016, il giornalista-sacerdote Filippo Di Giacomo, dopo aver menzionato il flop a livello mondiale della partecipazione dei fedeli all’avvenimento, confinato a suo parere “nel folclore ecclesiale romano”, ipotizza un segno “molto forte” che il papa sta cercando di attuare per concludere l’anno giubilare con una chiara indicazione sul presunto rinnovamento della Chiesa romana più volte decantato. Secondo il giornalista tale atto potrebbe consistere in una specie di spendig review dei ricchi emolumenti percepiti all’interno della curia romana, un apparato “oneroso e … parassitario … intrecciato con quello della vanitosa e spendacciona Chiesa, di cui il Papa sarebbe nominalmente anche il capo, dando vita a un sistema che, secondo la relazione 2014 della Corte dei Conti, «ha contribuito a un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un apparato che diviene sempre più gravoso per l’erario»”. (ibid.)
Tale interpretazione concorda con ciò che ha scritto il prof. Albero Melloni nel suo libro “Il giubileo. Una storia” secondo il quale alla base della proclamazione degli anni giubilari o “anni santi” ci sarebbe la volontà di centralizzare nella Chiesa di Roma (il Vaticano) la gestione economica delle indulgenze. Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari ma sta di fatto che l’amministrazione dell’evento è tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano.
Comunque, tralasciando questo aspetto, sul quale ognuno di noi può formarsi la sua personale opinione, poiché il citato prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, è proprio questo punto che ho voluto approfondire, e questo è il risultato della mia ricerca.

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In questi giorni si parla tanto del “Giubileo” per il fatto che l’attuale papa della Chiesa Cattolica ha indetto un anno giubilare a partire dallo scorso 8 dicembre 2015 fino al prossimo 20 novembre 2016. Nella tradizione cattolica l’idea di celebrare un anno giubilare nacque solo nel Medioevo prendendo spunto dal giubileo ebraico di cui si parla nelle Scritture Ebraiche della Bibbia (cfr. Levitico 25:1-46). Come vedremo nel proseguo di questa trattazione, però, il giubileo cattolico non ha nulla a che vedere con il Giubileo biblico, e appare assai paradossale che la Chiesa Cattolica prendesse a riferimento una prescrizione giudaica proprio in un tempo in cui infuriava il suo odio contro gli ebrei e i suoi predicatori scatenavano in tutta Europa una persecuzione su vasta scala contro di essi. Cosa spinse, dunque, la Chiesa Cattolica ad adottare tale consuetudine?
Nel suo libro “Il giubileo. Una storia”, il prof. Alberto Melloni, docente di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, descrive il momento storico che portò il papa Bonifacio VIII ad indire, nel 1300, il primo giubileo della Chiesa Cattolica. Secondo lo studioso alla base della decisione papale ci fu la questione delle indulgenze e la necessità di stabilire la centralità della Chiesa di Roma (il Vaticano) nella loro gestione. Fino ad allora, infatti, i fedeli potevano ricevere l’indulgenza, o il perdono dei loro peccati, per svariati motivi. Nel libro, ad esempio, si fa riferimento alla concessione dell’indulgenza plenaria a chi si recava sulla tomba di Thomas Becket, arcivescovo inglese che ricoprì il ruolo di Lord Cancelliere del Regno di Inghilterra, assassinato per ordine del re Enrico II nella cattedrale di Canterbury, proclamato “santo” e ascritto al catalogo dei “martiri” della Chiesa Cattolica dal papa Alessandro III nel 1173. Similmente, scrive l’autore, era concessa l’indulgenza plenaria a chi visitava all’Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio nell’anniversario dell’incoronazione di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”. Anche Francesco d’Assisi aveva ottenuto dal papa Onorio III di concedere l’indulgenza plenaria a tutti i fedeli che si recavano alla Porziuncola, “elevata a ruolo di pellegrinaggio capace di produrre lo stesso “lucro” riservato a chi parte per la guerra santa”. (ibid.) Lo stesso Bonifacio VIII aveva poi concesso l’indulgenza plenaria a chi partiva per le crociate o si fosse armato contro i nemici papali, incombenza che poteva però essere commutata nel versamento di 300 libbre di tornesi (circa 150 kg di argento, pari a circa 80.000 Euro al valore attuale).
Pertanto il 22 febbraio del 1300 Bonifacio VIII, quello del girone dei simoniaci nell’Inferno dantesco, promulgò una bolla con la quale, con decorrenza retroattiva al 1 gennaio dello stesso anno, concedeva l’indulgenza plenaria a chi, durante quel periodo, si recava in pellegrinaggio alla presunta tomba di Pietro e Paolo a Roma per venerarne le reliquie (*). Sui reali motivi di tale indizione il prof. Melloni scrive che quando la bolla venne trasmessa ai vari metropoliti, insieme ad essa circolava una strofetta latina che recitava “Annus centus Romæ semper es t iubileus, crimina laxantur, cui pœnitet ista donantur; hoc declaravit Bonifacius et roboravit” (“L’anno cento sempre a Roma è giubileo, i crimini si cassano, e a chi si pente si condonano; questo dichiarò Bonifacio e lo sancì”)” testo che la satira popolare cambiò con “taxantur” al posto di “laxantur” per attestare “come il denaro ne fosse diventato il connotato”. (ibid.) Quando, infatti, le indulgenze comminate con l’anno santo, o giubilare, del 1500 vennero vendute porta a porta in Germania per pagare la fabbrica della basilica di S. Pietro, raccolta di fondi sulla quale, peraltro, frati e vescovi incassavano cospicue provvigioni, il monaco cattolico Martin Lutero si ribellò dando il via al movimento riformatore che portò allo scisma protestante.
Nel corso della storia, dal 1300 a oggi, i papi romani hanno indetto ben 30 anni giubilari o “santi”, sia ordinari, cioè legati a ricorrenze prestabilite, come quelli indetti ogni 25 anni a partire dal 1300, o straordinari perché indetti in occasione di qualche avvenimento di particolare importanza, come quello proclamato nel 1933 da papa Pio XI in occasione del diciannovesimo centenario della morte di Cristo o quello indetto quest’anno da papa Francesco in concomitanza con il 50° anno dalla fine del Concilio Vaticano II. La prassi non è cambiata perché tutt’oggi il pellegrinaggio a Roma occupa una posizione centrale della celebrazione ed è una delle opere principali richieste per ottenere l’indulgenza giubilare, anche se l’attuale papa ha disposto altre “chiese giubilari” in varie diocesi del mondo dove è possibile ottenere l’indulgenza. Secondo alcune stime il giubileo 2016 dovrebbe richiamare a Roma 25 milioni di pellegrini da tutto il mondo. Pertanto è un evento che sarà caratterizzato da un grande business, in massima parte gestito dalla Chiesa Cattolica attraverso i suoi apparati ecclesiali ed economici (cfr. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/21/news/grand-hotel-giubileo-il-business-esentasse-di-roma-1.252781).
Naturalmente le gerarchie ecclesiastiche negano ogni disegno lucrativo connesso alla celebrazione degli anni giubilari e a questo in particolare. Ad esempio l’alto prelato al quale è stata affidata l’organizzazione della manifestazione di quest’anno, su precisa domanda ha risposto: “Il verbo lucrare non appartiene più al linguaggio della Chiesa e tanto meno al vocabolario del papa. Anche sulla questione del business religioso vedrà che molte cose cambieranno” (cfr. http://www.famigliacristiana.it/articolo/fisichella.aspx). Il fatto però è che, come dimostrano l’articolo del settimanale succitato e la realtà, nulla è cambiato nella gestione economica dell’evento, tutta in mano al Centro accoglienza istituito presso il Vaticano. Ma non è su questo aspetto che voglio soffermarmi, in quanto ognuno è libero di vederla come più l’aggrada.
Poiché lo stesso prelato ha, tra l’altro, affermato che la proclamazione dell’anno giubilare straordinario 2016 trova fondamento nella Sacra Scrittura, e in particolare nel racconto evangelico di Luca dove viene descritto ciò che accadde quando Gesù si recò nella sinagoga della sua città, Nazaret, allorché si fece consegnare il rotolo del profeta Isaia e, dopo averne letto alcuni passi, disse che quelle parole profetiche si erano adempiute con la sua venuta sulla terra, è proprio questo aspetto che mi preme approfondire (cfr. Luca 4:16-21; Isaia 61:1-3). Il comando di osservare un anno giubilare faceva parte della Legge mosaica che, come è scritto, fu “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Dato che questo è il tema conduttore della serie di post che sto pubblicando, mi preme sapere se effettivamente esiste una relazione tra quanto disposto dalla Legge mosaica e dalla profezia biblica con gli anni giubilari indetti dalla Chiesa Cattolica e in particolare con quello del 2016. Questo è il risultato della mia ricerca.
Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo” – Levitico 25:11
Nella Legge data a Israele ai piedi del Sinai Dio comandò: “Quando siete infine entrati nel paese che sto per darvi, il paese deve osservare un sabato a Geova.Per sei anni devi seminare il tuo campo, e per sei anni devi potare la tua vigna, e devi raccogliere il prodotto della terra.Ma il settimo anno ci dev’essere per la terra un sabato di completo riposo, un sabato a Geova … dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia.Quel cinquantesimo anno diverrà per voi un Giubileo. Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate.Poiché è un Giubileo. Deve divenirvi qualcosa di santo. Dal campo potete mangiare ciò che la terra produce” (Levitico 25:2-4,10-12). Il 50° anno, il Giubileo, dunque, veniva dopo una serie di sette anni sabatici agricoli che abbracciavano nel complesso un periodo di 49 anni. Quell’anno costituiva l’apice di questa serie di anni sabatici per la terra data da Geova ai suoi servitori in adempimento della promessa fatta al loro antenato Abraamo (cfr. Genesi 15:18-21). In occasione del Giubileo veniva proclamata la libertà in tutto il paese. Cosa significava questo?
Quando Dio liberò gli israeliti dalla schiavitù egiziana e li condusse nella terra promessa non voleva di certo che alcuno di essi si riducesse in povertà. Per questo motivo l’intera nazione con l’occupazione del paese ricevette una eredità terriera sufficiente per provvedere il sostentamento per tutti i suoi componenti (cfr. Numeri 34:1-12). Tutte le famiglie israelite, ad eccezione dei leviti i quali ricevevano un decimo del prodotto della terra per il servizio che svolgevano presso il santuario, ebbero una parte di quell’eredità e quindi i mezzi di sussistenza. Ciascuna delle dodici tribù (Efraim e Manasse, figli di Giuseppe ebbero entrambi una parte di eredità, sostituendo così la tribù di Levi) ricevette a sorte un appezzamento di terra rapportato al numero delle famiglie che la componevano (cfr. Numeri 33:54). Naturalmente la sorte decise solo la collocazione approssimativa dell’eredità terriera spettante a ciascuna tribù, in una zona o in un’altra del paese, ad esempio se a Nord o a Sud o a Est o a Ovest o lungo la pianura costiera o nella regione montagnosa. Una volta definiti i confini delle varie tribù vennero assegnati gli appezzamenti di terra alle singole famiglie, sempre in base alla loro consistenza. Ogni singola famiglia ebbe così a disposizione sufficiente terra per provvedere ai propri bisogni materiali. Per evitare l’impoverimento dovuto al venir meno della quota sufficiente di terra, Geova emanò anche una norma che impediva di spostare i confini dell’eredità (cfr. Deuteronomio 19:14). La proprietà terriera era protetta anche da norme che regolavano l’eredità e garantivano che la terra non sarebbe passata a un’altra famiglia o tribù. (cfr. (Numeri 27:7-11; 36:6-9; Deuteronomio 21:15-17).
Questa saggia disposizione presa da Geova doveva servire ad evitare la povertà nella nazione (cfr. Deuteronomio 15:4,5). Tuttavia alcuni capifamiglia, essendo pigri, ubriaconi, ghiottoni o amanti dei piaceri potevano dilapidare i propri mezzi di sostentamento e ridurre in povertà se stessi o la loro famiglia. Inoltre l’improvvisa e prematura morte di un capofamiglia poteva lasciarsi dietro orfani e vedove, oppure incidenti e malattie potevano, per un po’ o in modo permanente, impedirgli di svolgere il lavoro necessario. Per queste ragioni Geova disse anche: “Qualche povero non mancherà mai in mezzo al paese” (Deuteronomio 15:11). Pertanto l’ israelita bisognoso poteva trovarsi, in qualche circostanza, costretto a vendere la sua terra o vendersi come schiavo, ma temporaneamente. In questi casi infatti assumeva valore la disposizione del Giubileo. Geova, infatti, aveva detto: “In questo anno del Giubileo dovete tornare ciascuno al suo possedimento” (Levitico 25:13).

Giubileo 1

dovete … proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti” – Levitico 25:10
In Levitico 25:9,10 leggiamo questo comando che Dio fece scrivere da Mosè: “Nel settimo mese il decimo giorno del mese devi far suonare il corno d’alto tono; il giorno dell’espiazione dovete far suonare il corno in tutto il vostro paese. E dovete santificare il cinquantesimo anno e proclamare la libertà nel paese a tutti i suoi abitanti. Esso diverrà per voi un Giubileo, e dovete tornare ciascuno al suo possedimento e dovete tornare ciascuno alla sua famiglia”. L’annuale Giorno di Espiazione si teneva il 10 tishri, settimo mese del calendario ebraico che corrisponde al periodo di settembre-ottobre. Quel giorno, nel 50° anno, si suonava il corno proclamando la libertà in tutto il paese. Questo significava libertà per gli schiavi ebrei, molti dei quali si erano venduti a motivo dei debiti. È vero che questo già accadeva alla fine di ogni periodo di sei anni di schiavitù, secondo la disposizione descritta in Esodo 21:2 che diceva: “Nel caso che tu acquisti uno schiavo ebreo, sarà schiavo per sei anni, ma nel settimo uscirà come uno reso libero senza pagare nulla”. Ma il Giubileo concedeva la libertà anche a coloro che non avevano ancora servito per sei anni. Quell’anno, inoltre, Tutti i possedimenti terrieri ereditari che erano stati venduti a motivo di rovesci finanziari venivano restituiti, e ogni uomo tornava in famiglia e al suo possedimento ereditario. In tal modo nessuna famiglia sprofondava in perpetua povertà e poteva godere di onore e rispetto, anche chi sperperava le sue sostanze non poteva far perdere per sempre l’eredità ai suoi discendenti. Questa meravigliosa disposizione divina impediva alla nazione di precipitare nella triste condizione che attualmente si riscontra in molti paesi, dove in pratica ci sono solo due classi: gli estremamente ricchi e gli estremamente poveri. L’economia nazionale sarebbe sempre stata stabile e la nazione non sarebbe mai stata oberata di debiti (cfr. Deuteronomio 15:6). Grazie al Giubileo la terra aveva un valore costante e il debito pubblico era contenuto, così si evitava una prosperità fittizia, con conseguente inflazione, deflazione e depressione economica.
Il Giubileo serviva anche a rafforzare il vincolo di fede tra la popolazione e il loro grande Dio, Geova! Durante l’anno giubilare, infatti, la terra doveva avere un completo riposo (chi si intende di agronomia sa quanto questo è importante per il processo produttivo!). La Legge diceva: “Quel cinquantesimo anno … Non dovete seminare né mietere ciò che nella terra è nato da sé dai granelli caduti né vendemmiare l’uva delle sue viti non potate” (Numeri 25:11). Questo significava che il prodotto del 48° anno di ogni ciclo di 50 anni avrebbe costituito la principale fonte di generi alimentari per quell’anno e per un po’ più dei due anni successivi, fino alla mietitura del 51° anno, l’anno dopo il Giubileo. La speciale benedizione di Dio sul 48° anno, in maniera simile a tutti i precedenti sette anni sabatici che lo precedevano, avrebbe dato prodotti sufficienti a provvedere cibo per tutto l’anno giubilare, come Dio stesso aveva promesso: “nel caso diciate: “Che mangeremo nel settimo anno visto che non possiamo seminare o raccogliere le nostre messi?”in tal caso certamente comanderò per voi la mia benedizione nel sesto anno, e vi deve produrre il suo raccolto per tre anni.E dovete seminare lottavo anno e dovete mangiare dal vecchio raccolto fino al nono anno. Fino alla venuta del suo raccolto mangerete il vecchio” (Levitico 25:20-22). Il Giubileo pertanto era un intero anno di festa, un anno di libertà. La sua osservanza dimostrava la fede di Israele in Geova suo Dio ed era un tempo di rendimento di grazie e felicità per i suoi provvedimenti.
La disposizione di celebrare l’anno giubilare rimase in vigore per circa 1450 anni, dal 1424, quando gli Israeliti celebrarono il primo anno da quanto erano giunti nella Terra Promessa (nel 1473 a.C.), fino a quando l’intero dispositivo della Legge mosaica venne abrogato con la morte di Cristo (cfr. Colossesi 2:13,14; Efesini 2:15; Ebrei 7:18). Purtroppo però la loro storia mostra che non sempre apprezzarono la guida divina violando i comandamenti che Dio aveva dato loro, incluse le leggi sabatiche, perdendone le benedizioni. Comunque, come tutto il resto della Legge mosaica, anche la disposizione giubilare era “un ombra delle buone cose avvenire” (cfr. Ebrei 10:1). Cosa prefigurava?

“Vieni, sii mio seguace”

egli mi ha unto … per predicare la liberazione ai prigionieri … per mettere in libertà gli oppressi” – Luca 4:18
Poco più di sei mesi dopo il suo battesimo, all’inizio del suo ministero terreno nella primavera del 30 A.D., Gesù tornò a Nazaret, la città dove era cresciuto. Lì entrò nella sinagoga e si fece consegnare un rotolo delle Sacre Scritture: era il rotolo del profeta Isaia. Gesù cercò il brano che nelle nostre Bibbie è indicato con Isaia 61:1,2 (in quel tempo non c’era la suddivisione in capitoli e versetti come oggi) che trovò senza difficoltà, dimostrando la sua ottima conoscenza delle Scritture, e lo lesse. Il brano diceva: “Lo spirito del Sovrano Signore Geova è su di me, per la ragione che Geova mi ha unto per annunciare la buona notizia ai mansueti. Mi ha mandato a fasciare quelli che hanno il cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli che sono in schiavitù e la completa apertura degli occhi anche ai prigionieri;a proclamare l’anno di buona volontà da parte di Geova e il giorno di vendetta da parte del nostro Dio; a confortare tutti quelli che fanno lutto”. Dopo la lettura riavvolse il rotolo, “lo riconsegnò al servitore e si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.Quindi cominciò a dir loro: Oggi questa scrittura che avete appena udito si è adempiuta” (Luca 4:20,21).
Quella profezia di Isaia, pur non parlando direttamente dell’antico anno giubilare, faceva riferimento a una liberazione futura. Gesù la mise in relazione con il suo mandato poiché la buona notizia che egli dichiarava avrebbe dato la possibilità agli ebrei che l’accettavano di diventare spiritualmente liberi. I loro occhi sarebbero stati aperti perché capissero cosa significava in effetti la vera adorazione e quali esigenze comportava, perciò sarebbero stati resi liberi da molte idee errate inculcate loro dagli ipocriti rabbini di quel tempo (cfr. Matteo 15:6-9). Ma la libertà che Gesù venne a proclamare era ancora più grande di quella liberazione spirituale! In una occasione, infatti, egli disse ai suoi ascoltatori: “Se rimanete nella mia parola, siete realmente miei discepoli, e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Giovanni 8:31). Gli ebrei che lo stavano ascoltando replicarono: “Noi siamo progenie di Abraamo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come mai dici: ‘Diverrete liberi’?” Gesù rispose: “Verissimamente vi dico: Chiunque opera il peccato è schiavo del peccato … Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi” (vv.32-36). Cosa intese dire?
Il fatto di essere discendenti carnali di Abraamo non li avrebbe resi liberi dalla schiavitù del peccato e dalla sua conseguenza più drammatica, la morte. L’abolizione del patto della Legge mosaica alla morte di Cristo coincise con la stipulazione di un “nuovo patto” tra Dio e una “nuova nazione”, chiamata “Israele di Dio” (cfr. Galati 6:16; Ebrei 8:6-13). Il mediatore di questo “nuovo patto” fu Gesù che lo validò col versamento del suo sangue in una morte sacrificale (cfr. Ebrei 12:24). Con quel patto Geova Dio prometteva ai componenti di quella “nuova nazione” che ‘non avrebbe più rammentato i loro peccati’ (cfr. Ebrei 8:12). Questo significava per essi la libertà dal peccato ed era resa possibile dal sacrificio di Cristo. Era a questa liberazione dal peccato che si riferiva Gesù quando disse: “Se perciò il Figlio vi rende liberi, sarete realmente liberi”.
Quella “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio” venne all’esistenza il giorno di Pentecoste del 33 A.D. quando Dio dichiarò giusti quei discepoli di Gesù che mostrarono di aver fede nel valore del suo sacrificio e li adottò come figli spirituali con la prospettiva di regnare con Cristo in cielo, come spiegò i seguito l’apostolo Paolo che, sotto ispirazione divina, scrisse: “Poiché voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli … Se, dunque, siamo figli, siamo anche eredi: eredi in realtà di Dio, ma coeredi di Cristo” (Romani 8:15-17). Fu in quel giorno che iniziò l’antitipico Giubileo cristiano. La “nuova nazione” era composta da persone non più solo di discendenza abramica ma da persone di tutte le nazioni che accettavano Cristo come il mezzo provveduto da Dio per la salvezza. Queste persone, pur vivendo ancora con un corpo imperfetto, venivano giustificati da Dio in base alla loro fede nel valore salvifico del sacrificio di Cristo e adottati da Dio quali figli spirituali con la prospettiva, dopo la loro morte, di regnare in cielo con Gesù quando questi avrebbe ricevuto pieni poteri del Regno (per maggiori informazioni su questo argomento vedi il mio post del 14 maggio 2016, LA LEGGE HA UN OMBRA DELLE BUONE COSE AVVENIRE – VIII, https://gi1967.wordpress.com/2016/05/14/la-legge-ha-un-ombra-delle-buone-cose-avvenire-viii/). Perciò l’apostolo fu ancora ispirato a scrivere: “quelli che sono uniti a Cristo Gesù non hanno nessuna condanna.Poiché la legge di quello spirito che dà vita unitamente a Cristo Gesù ti ha reso libero dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:1,2).
la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore” – Rivelazione o Apocalisse 21:3,4
Circa 65 anni dopo la Pentecoste del 33 A.D., l’apostolo Giovanni, che quel giorno era tra i 120 discepoli di Gesù che iniziarono a beneficiare del Giubileo cristiano, a proposito di Gesù fu ispirato a scrivere: “Egli è un sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2). Cosa significava questo?
Dalla Pentecoste del 33 A.D. i discepoli di Gesù che entravano a far parte della “nuova nazione”, l’ “Israele di Dio”, iniziarono una intensa attività di predicazione che in pochi anni fu estesa a tutto il mondo allora conosciuto radunando buona parte del numero fissato da Dio dei componenti della “nuova nazione” che avrebbero avuto il privilegio di regnare insieme a Cristo (cfr. Colossesi 1:23; Rivelazione o Apocalisse 14:1-5). Ma dopo la morte degli apostoli, come Gesù aveva predetto con la parabola del grano e delle zizzanie, quest’opera sarebbe stata notevolmente ridotta lasciando il passo alla crescita di un falso cristianesimo che, sotto la guida satanica, avrebbe allontanato le persone dalla speranza del Regno (per maggiori informazioni sull’adempimento di questa parabola vedi il mio post del 14 maggio 2011 – UNA STORIA FINITA – XVI parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/05/14/una-storia-finita-xvi-parte/). La parabola però indicava che in un tempo futuro, alla “fine del sistema di cose” satanico, quell’opera sarebbe ripresa e il numero dei componenti della “nuova nazione” sarebbe stato completato. Gesù stesso confermò questo con la sua profezia sul “tempo della fine” allorché disse: “questa buona notizia del regno sarà predicata in tutta la terra abitata, in testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine” (Matteo 24:14).
Secondo la profezia e la cronologia biblica oggi stiamo vivendo in quel tempo! (per ulteriori informazioni vedi i miei post del 3 settembre e 1 ottobre 2011 – UNA STORIA FINITA – XXIII e XXIV parte, https://gi1967.wordpress.com/2011/09/03/una-storia-finita-xxiii-parte/ e https://gi1967.wordpress.com/2011/10/01/una-storia-finita-xxiv-parte/) Oggi, come nel I secolo, i veri cristiani sono impegnati nel predicare in tutta la terra il Regno di Dio come unica speranza per tutto il genere umano. Quest’opera ha permesso tutt’oggi la liberazione di milioni e milioni di persone che erano schiave di falsi insegnamenti, superstizioni e pratiche non scritturali (come, ad esempio, il culto dei morti, l’idolatria connessa alla venerazione di immagini “sacre”, l’osservanza di festività di origine pagana, come il Natale, lo sfruttamento economico da parte degli ecclesiastici e tante altre). Così anche oggi milioni di persone sono liberate dalla schiavitù al peccato connesso con tali pratiche. Ma il numero di queste persone supera largamente quello stabilito da Dio per i coeredi di Cristo nel Regno. Che ne sarà allora di tutti gli altri che non hanno questa speranza?
Il capitolo 25 di Levitico, che parla della disposizione del Giubileo, menziona oltre agli israeliti, gli “avventizi” e i “forestieri” che risiedevano in mezzo a loro (cfr. Levitico 25:6). Pur non appartenendo alla nazione eletta questi ne dovevano osservare i regolamenti e ne beneficiavano delle disposizioni. In maniera simile oggi molti che non appartengono all’ “Israele di Dio” ma che risiedono in mezzo a loro potranno beneficiare dell’antitipico anno giubilare. In che modo? Nella rivelazione data a Giovanni, l’apostolo dopo aver visto l’ “Israele di Dio” vide anche “una grande folla, che nessun uomo poteva numerare, di ogni nazione e tribù e popolo e lingua, che stavano in piedi dinanzi al trono e dinanzi all’Agnello, vestiti di lunghe vesti bianche; e nelle loro mani c’erano rami di palme.E continuano a gridare ad alta voce, dicendo: “La salvezza la dobbiamo al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello” (Rivelazione o Apocalisse 7:9,10). Questa “grande folla” di persone fu rappresentata dagli “avventizi” e dai “forestieri” che risiedevano in mezzo agli israeliti. Le persone che la compongono esercitano anch’esse fede nel sangue sparso di Cristo, avvalendosi così della sua morte sacrificale. Inoltre si rallegrano perché sono stati liberati dalla falsa religione, incluso il cristianesimo apostata, hanno ottenuto una buona coscienza davanti a Geova Dio e hanno il privilegio di prendere parte all’adempimento di Matteo 24:14 predicando la buona notizia del Regno prima che venga la fine.
Ma che dire della loro speranza di venire liberati dall’imperfezione e dal peccato innati?

Giubileo 3

sono la progenie composta dei benedetti di Geova”
Quando, dopo aver eliminato il sistema satanico dalla terra, inclusa la falsa religione e i governi politici che esercitano il loro potere sotto l’influenza satanica (cfr. Daniele 2:44; Rivelazione o Apocalisse 16:14-16; 18:4-10), Gesù Cristo avrà assunto il pieno controllo della terra in qualità di “Re dei re e Signore dei signori” e applicherà direttamente il valore del suo sacrificio, allora gli appartenenti alla “grande folla”, che sopravvivranno alla prossima distruzione mondiale (cfr. Rivelazione o Apocalisse 7:13-17), potranno vivere per sempre su una terra purificata da ogni elemento peccaminoso. La profezia dice di loro: “Certamente edificheranno case e le occuperanno; e certamente pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non edificheranno e qualcun altro occuperà; non pianteranno e qualcun altro mangerà … Non faticheranno per nulla, né genereranno per il turbamento; perché sono la progenie composta dei benedetti di Geova” (Isaia 65:21-25). Sotto il governo di Cristo e dei suoi governanti associati saranno cancellate tutte le tracce del peccato ereditato e dell’imperfezione, come è ancora scritto: “Dio … asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né ci sarà più cordoglio né grido né dolore. Le cose precedenti sono passate” (Rivelazione o Apocalisse 21:3,4). Quello sarà un tempo di grande gioia per i leali servitori di Dio, i quali potranno anche accogliere milioni di morti che saranno riportati in vita su questa terra (cfr. Giovanni 5:25-29; Rivelazione o Apocalisse 20:13); la loro gioia sarà ancora più grande di quella che l’antico anno giubilare causava con la liberazione dalla schiavitù umana. I redenti del genere umano leali al Regno di Dio potranno così celebrare l’antitipico Giubileo, prefigurato dall’antico anno giubilare, essendo definitivamente liberati dalla schiavitù al peccato e delle sue terribili conseguenze: malattia, vecchiaia e morte!
Altro che l’ipocrita e antiscritturale “Giubileo della misericordia” proclamato dai moderni “rabbini” del cristianesimo apostata, con i suoi pellegrinaggi e le “porte sante” da attraversare! Né il papa né alcun altro rappresentate del clero, né alcun altro uomo o istituzione umana hanno il potere di concedere “indulgenze” o perdono dei peccati. Solo il sacrificio di Cristo permette la cancellazione del peccato e dei suoi mortiferi effetti, come è scritto: “il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (Giovanni 1:7).

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(*) – Per affermare la propria supremazia sulle altre confessioni cristiane, la Chiesa Cattolica ha cercato di accreditare la tradizione secondo cui Pietro risiedette per qualche tempo a Roma, vi morì da martire e vi fu sepolto nel luogo dove oggi sorge l’omonima Basilica, sul colle Vaticano. Tale tradizione iniziò a svilupparsi verso la fine del II secolo d.C. e si affermò nel secolo successivo quando l’imperatore pagano Costantino fece costruire in tale luogo la primitiva basilica. Tuttavia molti storici, anche cattolici, ne hanno messo in dubbio l’esattezza. Cosa insegna invece l’unica fonte che dà notizie di prima mano su Pietro, la Bibbia?
Dalla Parola di Dio risulta chiaro che Pietro, conformemente al mandato ricevuto dagli apostoli e dagli anziani della chiesa cristiana a Gerusalemme, svolse la sua opera nella parte orientale del mondo antico. In Galati 2:7-9 l’apostolo Paolo scrisse: “Avendo riconosciuto che a me [Paolo] era stato affidato il vangelo per gli incirconcisi, come a Pietro era stato affidato quello dei circoncisi (poiché colui che era stato all’opera per mezzo di Pietro quale suo apostolo fra i Giudei era stato all’opera in me per i Gentili) e riconoscendo inoltre il favore che mi era stato conferito, quelli che erano le riconosciute colonne, Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, diedero a Barnaba e a me la stretta di mano d’associazione, volendo significare che noi dovessimo andare ai Gentili come essi ai Giudei” (NAB). Dove, dunque, l’apostolo Pietro svolse la sua opera? A conclusione della sua prima lettera egli stesso scrisse: “Colei che è a Babilonia, eletta come voi, vi manda i suoi saluti” (1Pietro 5:13). A Babilonia, situata in Medio Oriente sulle rive dell’Eufrate (oggi Iraq) in quel tempo si era stabilita una considerevole popolazione giudaica. A conferma di ciò una nota enciclopedia afferma: “Babilonia restò per secoli un fuoco di giudaismo orientale, e dalle considerazioni delle scuole rabbiniche fu elaborato nel 5° secolo della nostra èra il Talmud di Gerusalemme, e un secolo dopo il Talmud di Babilonia” (The International Standard Bible Encyclopedia).
La Chiesa Cattolica ha tentato di ovviare a tale affermazione identificando con quella Babilonia l’antica Roma. Una nota in calce a una moderna traduzione cattolica della Bibbia, la New American Bible, dice infatti: “Roma la quale, come l’antica Babilonia, conquistò Gerusalemme e ne distrusse il tempio”. Tale interpretazione è assai poco credibile. Infatti la stessa traduzione riconosce che Pietro scrisse la sua lettera in una “data anteriore al 64-67 d.C., periodo in cui ebbe luogo sotto Nerone la sua esecuzione”. Ma Gerusalemme non fu distrutta dai Romani fino all’anno 70 d.C. Al tempo in cui Pietro scrisse la sua lettera non esisteva dunque nessuna corrispondenza fra Babilonia e Roma. L’apostolo Paolo, poi, scrivendo ai cristiani di Roma verso il 56 E.V., salutò una trentina di componenti di quella congregazione, senza menzionare neppure una volta Pietro (cfr. Romani 1:1,7; 16:3-23). Tra il 60 e il 65 d.C., Paolo scrisse da Roma sei lettere, nelle quali non si parla di Pietro, una solida prova indiziaria che Pietro non era lì. L’attività di Paolo a Roma viene descritta nella conclusione del libro di Atti, ma ancora una volta, non si fa alcun cenno a Pietro (cfr. Atti 28:16,30,31). Pertanto a chi si reca su quella che sinceramente ritiene essere la tomba di Pietro a Roma si pone il problema se dar credito a ‘tradizioni poco attendibili’ o alla fidata Parola di Dio. L’evidenza della Bibbia mostra chiaramente che l’apostolo Pietro non andò mai a Roma.
Tutte le scritture citate in questo post, salvo diversa indicazione, sono tratte dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edita dalla Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova. Potete consultarla con il vostro dispositivo cliccando sull’icona a lato.
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